IV.
Da questo breve discorso, e dai pochi fatti accennati, che non dipingono se non una porzione di ciò che fu fatto patire agli Israeliti, ne emerge, dunque: che, mentre in principio religioso e razionale è evidentemente ingiusto il tormentar gli uomini pel solo fatto della fede che professano, gli Israeliti sono stati lungamente tormentati per questo solo fatto, e non per altro.
Ma qual può essere stata la cagione plausibile d'una così lunga e strana e dolorosa contradizione? Dire che essa sia nata da fierezza e crudeltà d'animo, dall'intenzione deliberata di far soffrire, e vendicare il Cristianesimo delle offese fatte dagli antichi Israeliti al suo istitutore, non si può ammettere; chè troppo ripugna il macchiare con queste accuse, tante nobili e generose nature d'uomini, quali sorsero, vissero ed ebbero autorità nelle generazioni passate. Accusarne l'umana cupidigia? Ciò forse sarebbe possibile, trattando d'età remote; ma alle più vicine alla nostra, non è adattabile: poichè i profitti che si ricavano dalle tasse arbitrarie sovraccennate, se sono importanti quando escono dalle mani di chi ha troncata presso che ogni via di guadagno, sono però di poco momento quando si versano nel tesoro dello Stato. Tuttavia la cupidigia, non della parte alta del Governo ma di bassi subordinati, è forse cagione, in parte, che si mantenga in Roma l'antica oppressione degli Israeliti.
Dunque, una sola spiegazione resta accettabile: vale a dire, che l'oppressione in che si sono tenuti gli Israeliti sia stata ordinata allo scopo di condurli ad abbracciare la fede di Cristo; e che le persone rozze ed ignoranti vi abbiano applaudito e cooperato, con animo di punire di giunta sulle generazioni presenti la colpa degli antichi suoi padri.
Nello stabilire e nel dimostrare che l'intolleranza è ingiustizia; ed è lo stesso che dire, contraria all'indole ed alla lettera del Cristianesimo; aggiunsi che è insieme conducente non al trionfo della verità, ma all'ostinata diuturnità dell'errore.
Chi mai, interrogando se stesso ed il profondo senso del cuore, non riconosce che il convincimento è la più incoercibile, la più essenzialmente libera di tutte le operazioni dell'anima umana; quella che più si sottrae alla violenza, più si sdegna contro ogni giogo forzato, e più ostinatamente lo ricusa e lo scuote? Ed in prova, qual è il convincimento considerato complessivamente in una società d'uomini che si sia piegato o mutato sotto un'azione violenta? Quale la fede che si sia spenta nel sangue de' suoi martiri? Quale la setta, l'opinione sociale o politica, che sia stata convinta, convertita, e perciò abbattuta coi patiboli e colle torture? Piccole società unite dal vincolo d'una fede, si potrebbero spegnere uccidendone tutti i singoli individui, come s'usò coi Templari. Ma chi potrebbe fermar pure il pensiero oggidì sopra simile enormità?
Una fede, dunque, che non si possa o non si voglia combattere con queste scellerate armi, non sarà mai mutata e spenta con quelle che, quantunque in più temperato modo, vengono pure dallo stesso principio; vale a dire le persecuzioni, le oppressioni, le vessazioni.
Gl'Irlandesi rimasti cattolici, i protestanti francesi rimasti protestanti, lo dimostrano; ed è inutile citare altri somiglianti esempi, che a tutti ricorrono per loro stessi alla memoria ove si parli di persecuzioni religiose. E ciò che è accaduto pel passato, accadrà costantemente sino alla fine dei secoli; perchè non si mutano le condizioni dell'umana natura, e non possono perciò mutarsi gli effetti che ne derivano.
Le passioni, gli affetti, gli istinti che hanno più profonde e tenaci radici nel cuore umano, concorrono tutti a rendere invincibile la resistenza contro la persecuzione, anco quando detta resistenza non è mantenuta ed afforzata da soprannaturali pensieri. L'orgoglio offeso, la libertà conculcata, l'ingiuria sofferta, e la sete d'averne in qualche modo vendetta, bastano ad infondere nel debole quell'ostinata e lunganime energia di resistenza, che non si spaventa della morte o del supplizio, non si stanca della sistematica persecuzione, ma giunge a stancarla, e ne trionfa sempre alla fine. L'uomo posto in balía d'una forza prepotente, contro la quale non ha difesa, che lo calca sotto i piedi, lo tormenta, lo strazia in mille modi per aver vittoria della sua volontà, si riduce alla disperata voluttà che sola rimanga all'oppresso, di non voler dare all'oppressore il gusto della vittoria; e gli dice, o lo pensa, se dirlo non osa: «Tu sei di tanto più forte di me; ma con tutta la tua forza non otterrai di sottomettere la mia volontà.» Questa soddisfazione d'un orgoglio sdegnato si compra con ineffabili dolori, è vero; ma l'amaro patto è accettato dagli uomini quasi sempre, ce l'insegna la storia: chè tale è la nostra natura.
E ciò può avvenire, ed avviene, per effetto soltanto di passioni o colpevoli, o almeno non virtuose, del cuore umano.
Ma se alla forza che queste imprimono, s'aggiunga quella prodotta da' sentimenti e credenze sincere; quanto più vigorosa non ne diverrà la resistenza, quanto più arduo l'ottenerne vittoria per le vie del terrore e della violenza? E quante volte l'errore non è egli sinceramente creduto verità, e come tale generosamente propugnato?
Nobili cagioni, ovvero passioni colpevoli, o non lodevoli per lo meno, possono dunque egualmente, secondo i casi, render vane e deridere tutte le furie della persecuzione. Siccome è assai raro che le cause moventi delle nostre azioni siano assolutamente buone o assolutamente cattive, ed hanno quasi sempre un'indole complessa e composta di bene e di male; perciò quasi sempre la resistenza alla persecuzione fondandosi sui più nobili affetti come sui più appassionati istinti del cuore umano, ne acquista forza doppiamente invincibile: e perciò chi conosce una verità, ne è convinto e vuol convincere altri, dee (se pur è sincero, e se lo zelo per la verità non gli serve di coperta ad ignobili fini) usar riguardo grandissimo onde non raddoppiare i motivi di resistenza, destando nei cuori le anzidette passioni, e non ridurre una questione di principj ad una questione d'orgoglio, di puntiglio o di vendetta.
Chi vuol persuadere, deve conciliarsi il cuore, prima di dar l'assalto alla ragione: chè (persuadiamocene) la simpatia, l'affetto che sa ispirare il persuasore, forma sempre i tre quarti della persuasione. E in qual modo s'ispira amore e simpatia? colla violenza, coll'oltraggio, col tormentare? ovvero colla mansuetudine, colla carità e col beneficio? E quegli che la Chiesa ci presenta qual tipo e modello in terra della sapienza divina, quale de' due modi teneva? Quale ci comandava, e c'insegnava coll'esempio? C'insegnava quello che è solo utile, solo accettabile, perchè solo profittevole. E perchè, dunque, all'atto pratico teniamo il modo contrario?
A voler ridurre gl'Israeliti ad abbracciar la fede di Cristo, dovevamo, ad esser razionali, porre invece immensa cura onde non potessero tenersi nè offesi, nè oltraggiati da noi: dovevamo comprenderli ed abbracciarli in quella carità universale che è un precetto, non un consiglio, affinchè la passione dell'ingiuria sofferta non sorgesse mai qual argine insuperabile, tra la persuasione e la volontà, tra la fede ed il cuore, che doveva amarla per poterla accettare: dovevamo tenerci cari, chiamar fratelli, colmar di beneficj coloro che volevamo ridurre nelle nostre vie, come fecero Gesù Cristo e gli Apostoli. E se tenendo altri modi non ci fosse venuto fatto il convincerli, non avremmo almeno a sentir rimorso del nostro operato; nè saremmo ridotti a riconoscere, che se la fede nostra non è entrata in que' cuori, la colpa è assai più nostra che loro.
Gran meraviglia veramente che uomini sottoposti ad ogni momento della loro dolorosa vita a qualche oltraggio, a qualche strapazzo od angheria, non abbiano il cuore aperto per chi è ministro del loro soffrire! come non trovino desiderabile e da amarsi la legge che questi loro tormentatori professano!