CAPITOLO X.


Posto fine al ragionamento ch’egli avea tenuto sotto voce col Castiglione, il conversare divenne generale, e si ravvolgeva sugli affari del Governo, e sui partiti da prendersi, che quivi sotto l’influenza de’ Frati di S. Marco, e di Niccolò, quasi in anticipazione delle pubbliche discussioni, si concertavano.

Come accennammo al capitolo V, era stato mozzo il capo al Cocchi per inconsiderate parole a pro de’ Medici. Messer Ficino Ficini, caduto nello stesso errore, fu preso, posto al tormento, e condannato alla medesima pena. La sentenza doveva eseguirsi appunto in quell’ora, nel cortile del bargello, a lume di torchj, ed il discorso tenuto da messer Bernardo con Niccolò s’era aggirato sul caso di costui. Poco stante un tavolaccino della Signoria bussò alla porta di casa i Lapi; fu introdotto, entrato, si volse a Niccolò e disse:

—Il magnifico gonfaloniere vi fa sapere che in questo momento è stato mozzo il capo a messer Ficino; è morto molto da buon cristiano.—

—Stà bene, rispose il vecchio senza scomporsi, ed il tavolaccino uscì. Ma gli astanti, e le donne più di tutti, si scossero a quest’annuncio, e premurosamente tutt’insieme domandarono per qual causa si fosse fatta cotal uccisione.

—Un nemico di meno a questa città, rispose Niccolò; egli fu tanto ardito di dire pubblicamente che Firenze era stata meglio sotto le palle che a popolo: chi si mostra traditore colle parole sarà da aspettare venga ai fatti?

Tutti abbassato il viso e lo sguardo, tacquero. Fra Benedetto alzò gli occhi al cielo con un sospiro raffrenato. Le due giovani colle due mani abbandonate sul lavoro guardavan sgomentate or gli uni or gli altri. Il Ferruccio scostandosi dal cammino e buttandosi su una sedia diceva:

—Così avessimo stiacciato il capo al serpe, come ora si cerca di stiacciargli la coda, e la città non sarebbe a questi termini,... ma gli uomini pagano spesso i loro errori colla vita, ed i popoli colla libertà. Se alla calata di re Carlo nel 94, Piero e’ suoi consorti, e tre anni sono Ippolito ed Alessandro si fossero non cacciati ma spenti, si risparmiava il sangue di molti con quello di pochi.... I Pisani ci dicon ciechi per via delle colonne di S. Giovanni! Han ben altre e più potenti cagioni di chiamarci tali!.... Non abbiam saputo vedere che per i Medici il più sicuro confino e in S. Lorenzo!....[21].

Alle rigide parole del Ferruccio, che pur troppo avevano in se una parte di vero, tutti rimasero pensosi e muti per qualche minuto. Era venuta intanto l’ora in cui per costume della famiglia si faceva in comune la preghiera della sera. Alzossi Niccolò, si volse a Bindo, il quale inteso il cenno uscì e poco dopo introdusse una brigata di operai e di fattorini del fondaco di Niccolò che avean costume ritrovarsi a queste preghiere, e che s’inginocchiarono taciti e riverenti in sull’uscio. Il vecchio trasse d’un forziere un libro di preci, e porgendolo a Fra Zaccaria gli disse:

—Più d’una volta in tempi men tristi il nostro glorioso Fra Girolamo fece l’uffizio che state per far voi;.... quanto sovente qui in questa camera ci diceva: «figliuolo, verranno i flagelli, converrà patire, combattere, ma poi Florentia renovabitur»!.... La prima parte della profezia è avverata, preghiamolo ora c’impetri da Dio l’adempimento della seconda; ottenga pace e libertà questo popolo, e chi combatte per esso incontri gloriosa vittoria, od onorata morte.

Amen, rispose Fra Zaccaria. Prese il libro, e postosi ginocchione sotto la nicchia ov’eran le ceneri del Savonarola, gli altri si inginocchiarono intorno per la camera. Dopo le solite orazioni pregò per le anime di coloro che già avean lasciata la vita nell’assedio, e più particolarmente per quella di Baccio. Niccolò, al nome del figliuolo, fu visto congiunger le mani in atto di fervida preghiera, ed alzar gli occhi al cielo pieni d’una serena rassegnazione.

Fra Zaccaria intanto per le parole dette poco prima dal vecchio, e per la vista della tonaca di Fra Girolamo, nella quale fissava gli sguardi, si sentiva ribollire in cuore più fervidi i pensieri di Dio e della patria. Per l’uso continuo avea facile il dire all’improvviso, chè niuno ebbe allora più di lui dalla natura l’eloquenza ardita e concitata del tempo, e l’animo inclinato ad usarla. Nel finir la preghiera il suono della sua voce si veniva facendo più alto; finita che l’ebbe, senza volgersi nè interrompersi proseguiva dicendo:

—No, non saranno disperse dai venti le tue parole, o glorioso Fra Girolamo, ed i nemici di chi confida in Dio diverranno polvere e cenere. Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus! Ecco già s’adempion le tue profezie! La mano di Dio già s’aggrava sulla sventurata Firenze. Ora è tempo d’esclamare al Signore, di spargersi di cenere, di correre a penitenza. Ora è tempo d’armarsi di costanza e fortezza, onde impetrare che s’avveri la misericordia, come s’è avverato il flagello. Volgiamci all’unico re nostro, e nostro Signore Gesù Cristo.... Ricordati, esclamiamo, che questo popolo t’ha scelto per solo suo re[22] Vedi che i tuoi nemici già vengono per toglierti il regno, per porsi sul tuo glorioso trono, fatti scudo a questo popolo che non vuol esser d’altri che tuo. Non sei tu quel Dio forte e geloso che s’adirò contro Israele quando chiedeva un re? Non sei tu quello stesso che al profeta Samuele diceva Non enim te abjecerunt sed me, ne regnem super eos! Non sei tu quel Dio che volendo usare agli ingrati ebrei un’ultima misericordia, dicesti loro per mezzo del Profeta:

Et constituet sibi tribunos et centuriones, et aratores agrorum suorum, et messores segetum, et fabros annorum et curruum suorum.

Filias quoque vestras faciet sibi unguentarius, etc.

Son pur queste, seguiva, le tue minacce contro chi si volea sottrarre al tuo imperio: Sii tu dunque giudice, o sommo Iddio, fra te ed il tuo popolo, e s’egli combatte per obbedire a te solo, per non piegare il ginocchio a Dagon ed a Belial, combatti dunque con noi, salvaci dalla spada degli Amorrei e degli Amaleciti, Exurge, exurge Domine, e sian dispersi i tuoi ed i nostri nemici.—

Queste parole dette in modo quasi profetico, potenti perchè profferite da chi li credeva, destarono fra gli astanti un fremito d’approvazione. Niccolò, che si sentiva ancor nelle vene il calor de’ trent’anni ove si trattasse di patria e di Palleschi, afferrò pel braccio il Ferruccio e diceva fremendo:

—No, perdio, non c’entreranno in Firenze que’ maladetti; e finchè vivrete voi, fortissimi giovani, finch’io sarò vivo, le Palle non cacceranno il Giglio. Co’ nemici di fuori la spada, con quei di dentro la mannaja. Ben c’insegnava il nostro Fra Girolamo nella congiura di Bernardo del Nero, come si tolgon di mezzo i traditori. Vollero guerra a morte, e se l’abbiano, ed il loro scellerato sangue ricada sovr’essi!....

—Guerra a morte, ripeteva ferocemente il Ferruccio, odio e maledizione eterna a tutti i Palleschi! Così potessi con questa (e batteva sull’elsa) spaccare il cuore di quanti sono dentro e fuori le mura!—

Niccolò, i suoi figli ed il Castiglione risposero a queste parole di sangue con un riso sinistro. Fra Benedetto pensò sospirando:—In che tristi tempi mi tocca a vivere!—Fra Zaccaria ebbe appena con un primo moto del volto mostrato d’approvare il Ferruccio, che tosto mutato viso abbassò le ciglia e tacque.

Ma chi sentì poi adatto darsi come una coltellata nel cuore fu la povera Lisa, e serrando le ciglia malamente verso il Ferruccio stava per dirgli—«Si può esser buon cittadino senza aver animo e parole di beccajo» Ma la divina Laudomia che avea letto nel suo cuore, conoscendo quanto dovessero offenderla cotali discorsi, e quanto fosse facile che nell’opporvisi cadesse in qualche imprudenza, si fece coraggio, le tagliò la parola, e con quel suo modo tutto dolcezza disse:

—Messer Ferruccio, anch’io amo la patria e mi tengo buona cittadina; anch’io spero che le vostre spade ajutate dal favore che Iddio promette alla giustizia salveranno la nostra città dalle mani de’ Medici e d’ogni altro tiranno, ma se credo lecita ad un cristiano la brama di venir liberato da chi cerca d’opprimerlo; se credo permesso, anzi opera santa, ributtar colle ferite e le morti gl’inimici della patria, non trovo che il nostro divin Redentore ci abbia permesso d’odiarli, di godere ne’ loro strazj, di rallegrarci della loro morte per piacer di vendetta. Non dite voi il Pater noster, messer Ferruccio?—

Il Ferruccio e gli altri rimasero senza saper che rispondere a queste mansuete parole, e per verità oppor loro una buona ragione non era cosa facile; Fra Zaccaria poi, che aveva bensì un’anima tutta fuoco per le sue opinioni politiche, ma era al tempo stesso uomo leale, severo e virtuoso, cui eran sorti in cuore i medesimi pensieri di Laudomia senz’essersi attentato a palesarli, disse volgendosi a Fra Benedetto:

—Quello che dovevamo dir noi ministri dell’evangelio, l’ha detto la Laudomia. Iddio parla spesso per bocca dell’innocenza; egli sia quello che ti benedica buona fanciulla.—

Laudomia arrossì, e tacque, e la Lisa di, nascosto le prese una mano, se l’accostò alle labbra ringraziandola così alla mutola d’aver tanto appuntino indovinato il suo cuore.

Niccolò, era rimasto come assorto in un profondo pensiero, in quel momento le passioni di parte, l’odio contro i Palleschi nutrito per tanti anni durava fatica a reggersi contro la sublime mansuetudine che suonava nei detti della figlia, le si accostò, le pose una mano sul capo, e le disse:

—Che tu sii benedetta, cara, buona Landomia.

Persino il feroce Ferruccio (tanto è grande ed invincibile la forza della virtù) fattosi dappresso alla giovane la stette guardando un momento in atto di rispetto e di maraviglia, ma poi brontolando le diceva:

—Voi parlate bene Laudomia, ma al modo in cui si vive oggi giorno, con tutti questi perdoni ci farebbe poco frutto, se un nemico è in piedi, ponilo a giacere se puoi, e quando è caduto non t’impacciar di levarlo da terra, che chi spicca l’impiccato, l’impiccato impicca lui. Del resto poi io son soldato e non chierico, amo la mia patria, sono nemico de’ suoi nemici. S’io potessi ammazzarli tutti non lascerei di farlo, e del resto non m’intrometto in altro.—

—Non nego che si possa, che si debba ammazzarli talvolta, rispose Laudomia alzando timidamente i suoi occhi azzurri e sereni sul volto duro e torbido del feroce repubblicano, ma non si può forse al tempo stesso piangere sulla dolorosa necessità che ci porta a versar tanto sangue? Non si può forse sentir per loro pietà invece d’odiarli? Non si può almeno pregar per loro, che morendo lasciano pur mogli e madri sconsolate? Che hanno pur un’anima immortale da salvare o perdere eternamente? Voi, Fra Zaccaria, diceste che ora è tempo di meritar misericordia e perdono dal nostro Signore Iddio. Non vi par egli che, invece di godersi nell’odio de’ Palleschi, nell’immagine delle loro membra palpitanti, sarebbe miglior via a meritar questa misericordia il pregar per essi, il chiedere a Dio la forza di ributtarli bensì e difendersi da loro, ma, nel mostrarsi buoni cittadini, di non iscordarsi d’esser cristiani?—

A coteste parole quasi costretti da una forza invincibile, Fra Zaccaria, il primo, e poi tutti gli altri, e perfin Ferruccio, caddero ginocchioni. Alzò la voce il frate non più tremenda e sonora come prima ma dolce e raumiliata.

—Dio di bontà, disse: ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem; una fanciulla ha dato gloria al tuo nome più di noi che pur siam tuoi ministri.—

—Ora accogli questa nostra nuova preghiera, salva il tuo popolo dalle violente mani de’ malvagi; ma sovvienti che que’ malvagi sono più miseri di noi, poichè si chiariscono tuoi nemici e rinnegano il tuo santo nome, rammenta che sono nostri fratelli, che tutti siamo tuoi figli, rammenta che tutti a un modo ti costiam prezzo di sangue, infondi adunque in loro sensi di giustizia, in noi di mansuetudine, concedi ad essi il perdono, a noi la forza di accordarlo, e di chiedertelo per loro.—

—Ti raccomandiamo, o Signore, più degli altri l’imperator Carlo V, poichè egli è il nostro più fiero nemico! Ti raccomandiamo papa Clemente. Ti raccomandiamo tutta la casa de’ Medici....—

(Queste parole parvero tanto nuove, tanto enormi, che fecero riscuotere ognuno).

—Ti raccomandiamo tutti i nostri nemici, i Palleschi....—

La povera Lisa, che stava ginocchioni col viso nascosto nelle palme sentiva a questa preghiera due rivi di pianto scenderle per le mani e le braccia.

—Ti raccomandiamo finalmente tutti coloro che ci hanno fatto o vogliono farci ingiuria. Salga, o Iddio, questa nostra preghiera sino al piè del tuo trono, ed a norma delle tue promesse c’impetri quella misericordia e quel perdono che non abbiamo negato ai nostri fratelli.—

Finita questa orazione tutti s’alzarono con viso sereno e contento, che tale è il primo frutto d’una vittoria riportata dalla carità sulle passioni dell’odio e del furore di parte.

—Ecco la Trojana che suona, disse messer Bernardo[23], è tempo di andarci con Dio.—

Voltosi poi alla Laudomia le disse sorridendo;

—Non anderò agli Otto a dir loro quali preghiere ci avete fatto fare stasera, chè non vorrei credessimo tutti dormire a letto, ed avessimo a dormire al bargello....—

Salutato poi Niccolò, uscirono tutti. I frati s’avviarono al convento, egli a casa sua, ed il Ferruccio disse voler arrivar insin in palagio per non so che faccende egli avea col gonfaloniere.

Le cose accadute in questa serata aveano versato un po’ di balsamo nel cuor della Lisa. Avvezza a non udir parlar de’ Palleschi che nel modo con che si parlerebbe di fiere, pieni sempre gli orecchi di parole di sangue contro di loro, s’era sentita ricrear il cuore dal suono di quella preghiera, come da una celeste rugiada; senza saper essa stessa ben definire quali speranze potesse accogliere, le pareva però di veder come un primo albore d’un men tristo avvenire. Salì in camera colla Laudomia, vi si chiuse, e quando fu ben sicura di non esser sovrappresa, corse nella stanza vicina alla culla del suo bambino; e lo trovò che dormiva riposatamente. Nel voltolarsi come soglion fare i fanciulletti di poco tempo avea disordinato il lettuccio. Una picciola gambetta tonda e bianca con un piedino color di rosa, usciva fuori dalie coperte; le braccia stavan buttate uno in qua l’altro in là con certe manine piccine e grassotte, ed il petto colmo e tondo, splendeva così candido e pulito che pareva un raso, e proprio rubava i baci.

La povera madre s’abbandonò tutta sulla culla, guardando però di non lo svegliare, ed aprendo la porta a mille affetti che aveva dovuto tutta la sera tener racchiusi nel cuore, cominciò a piangere dirottamente. Racquetatasi poi a poco a poco, diceva al fanciullo, che s’era pur risentito, aveva aperti gli occhi, e colle manine s’andava ora prendendo un piedino, ora accarezzava il mento della Lisa.

—Povero Arriguccio, passerino mio, amore della madre.... sai.... hanno pregato anche per te finalmente, hanno pregato anche pel babbo. Poi volgendosi a Laudomia le diceva:

—Sai che sono stata per isvelare ogni cosa? Quando Fra Zaccaria ha detto preghiamo pei nostri nemici Palleschi, c’è mancato un pelo che non abbia detto:—Preghiamo dunque per mio marito.—

—Davvero non so che mi ti dire, rispose Laudomia, in certi momenti anch’io quasi quasi penserei che fosse il nostro meglio.... ma pure, misura sette, e taglia uno....—

—Più ci penso e più mi pento di non averlo fatto.... vedi che vita di sospetto viviamo; sempre così non è possibile di durarla, senzachè ben sai per la natura mia quel finger continuo, quel coprire, quel dissimulare è cosa troppo dura ed insopportabile.... sono stata una dappoca a non saper cogliere quel momento che si trovavan avere il cuore un po’ men duro del solito. S’io avessi parlato, allora per forza conveniva che il rumore fosse men grande se non volevano smentire le loro parole e le loro orazioni.—

Laudomia non partecipava che sino a un certo punto a questa speranza; il suo chiaro discernimento le mostrava che era un mal fidarsi di un momento di commozione, e che non bisognava creder per questo che cuori indurati nell’odio e nella vendetta si potessero così tosto ed interamente cambiare; perciò disse alla sorella:

—Lisa mia, quanto a questo lo sa Iddio che cosa sarebbe accaduto, e per me, siccome non mi son mai attentata a darti un consiglio (fuorchè quel primo), così neppur ora non mi vi attento; quel che ti posso dire si è, che qualunque cosa risolva, mi avrai sempre pronta per ajutarti, reggerti, consolarti, per quanto mi durino le forze e la vita. Lo sai pure ch’io vivo del bene che mi vuoi, del bene che mi vogliono i miei di casa, che non conosco, non comprendo altra gioja fuori di quella d’essere amata, e di pensare a procurar il bene, la contentezza, la pace di chi mi ama.—

La povera Laudomia pensava forse nel secreto del suo cuore a Lamberto nel dir codeste parole, ma non osando fermare troppo il pensiero in lui, riportava sulla Lisa e sulla sua famiglia quegli affetti che pur volevano un oggetto sul quale fermarsi.

Lisa intenerita le si gettò al collo dicendo:

—Io credo che gli angioli non abbiano il cuore fatto altrimenti dal tuo. Così ti avessi dato retta quella mattina sul tornar di chiesa.... ma dopo mi pareva ogni giorno più difficile: che vorrà dire che stasera invece mi sento spinta con tanta forza a confessare, a svelare ogni cosa?—-

—Iddio talvolta, rispose Laudomia, ci pone in cuore ciò che farebbe per noi.—

—Orsù, disse Lisa risolutamente, vo’ fare ciò ch’Egli m’ispira. Domattina non saranno uscite ancora di mente al babbo le parole dicesti, le preghiere di Fra Zaccaria; basterà ch’egli mi punisca d’avergli avuto sì poco rispetto, d’essermi maritata senza sua saputa, ma non vorrà rinnegar quel perdono che ha poche ore prima implorato pe’ suoi nemici, non vorrà rinnegarmi per figlia, cacciarmi soltanto perchè un Pallesco è divenuto suo genero. E poi ci butteremo a’ suoi piedi con Arriguccio, lo pregheremo come si prega Iddio; Iddio non nega il perdono, potrà egli negarlo? La speranza è un male che facilmente s’appicca; se pure si può dire un male anche quando è fallace. Laudomia si persuase alla fine anch’essa che dopo un primo impeto di sdegno le cose si sarebbero pur potuto assestare. Lisa sedutasi accanto alla culla si recò in grembo il fanciullino e scopertosi il seno glielo porse, dicendo:

—Prendi angioletto, e voglia Dio che quando sarai fatto grande, siano spente queste maladette parti.—

Il bambino suggendo avidamente il latte, la Lisa gli dicea sorridendo:

—Avrei pur bisogno mi lasciasti un po’ di forza per domani.... ma Iddio me la darà.—-

Appoco appoco il fanciullino veniva chiudendo gli occhi, e la madre dondolando colla sedia, canterellava sottovoce una canzoncina, onde s’addormentasse del tutto. Laudomia, ritta dietro la sorella, gli veniva intanto ravviando i capelli, e finalmente glieli serrava in una reticella per la notte.

Mona Fede strascinando certe sue pianelle si dava da fare per ammannire i letti delle due giovani, porre la culla d’Arriguccio accanto a quella di Lisa.

—Aveva ascoltata attentamente la discussione tra le due sorelle, ma la conclusione ultima poco le andava a sangue: ricordando la parte avuta nel caso della Lisa, già le pareva aver addosso Niccolò con tutta la casa; onde, quando tacquero, con molti sospiri e molti scrollamenti di capo, pur seguitando ad ammannire l’occorrente per la notte cominciò a brontolare:

—Hum! Dio faccia che la vada bene!.... è presto detto raccontare ogni cosa!.... e poi? Se riesce a rovescio? Se succede qualche diavoleto peggio?.. così almeno con un po’ di riguardo si vive, stiamo in puntelli è vero, ma insomma finora non è andata malaccio, e un giorno o l’altro in qualche modo s’ha da trovar la via d’uscir da questo gineprajo.,.. ma almeno, per amor di Dio, non gli stessi a dire, che v’ho tenuto mano, che sono stata io.... lo sapete anche voi, io non ci ho che far niente!....—

—No, no, non gli dirò nulla, rispose la Lisa sorridendo della paura della povera vecchia.

—Già vi dico il vero, avrete un gran coraggio se vi basterà la vista di dire a messer Niccolò «Son moglie di....» Uh vergine Santissima!... solamente a pensarci.... è un grand’uomo dabbene, non c’è che dire, è un santo, ma quando s’entra su certi particolari, e’ diventa troppo pessima bestia.... è un pezzo che sono in questa casa, e come l’ho veduto io in certe occasioni, non l’avete veduto voi altre, avrebbe fatto tremare il sig. Giovanni. Quando poi ci si mette di mezzo quella diavoleria del Giglio e delle Palle.... allora salvatevi.... che io poi non so capire che domin si vogliano Intendere: quel che so io è, che quando era vivo il sig. Lorenzo, e i Fiorentini gridavano Palle, il grano non istava a sette lire lo stajo, nè il vino a otto e nove fiorini d’oro il barile, come oggi giorno. Del resto, i ricchi e i signori hanno le loro fantasie, ed io in questo non c’entro.... ma volevo dire a proposito di messer Niccolò, e di quando va in furia..... Alla venuta de’ Francesi nel novantaquattro.... voi altre eravate ancora in mente Dei.... que’ caporali dell’esercito, com’è usanza di cotesta nazione, vagheggiavano le belle donne di Firenze: un certo capitano de’ Guasconi, proprio il nemico lo tentò di mettersi a spesseggiare qui sotto i balconi per M. Fiore vostra madre. Un giorno il padrone torna a casa e qui, proprio sul portone, se lo trovò tra’ piedi. Vi so dir che con due parole ed un certo viso che gli fece, il capitano pensò bene provvedersi d’altro alloggiamento. Insomma, badate al fatto vostro.—-

—Fede, lasciami stare, già sono risoluta, e sai che non mi muto.—

—Eh lo so, lo so anche troppo.... Basta, Dio faccia che se ne indovini una: ma da quel giorno che i leoni[24] s’azzuffarono, e fu morta la leonessa, una che è una non ci è più andata bene nè per Firenze, nè qui per la casa. Già l’ho sempre inteso dire a’ vecchi, che per questa città non è il più pessimo augurio.... e jer notte a aria cheta si sentiva sin di qua il ruggito di quel leone grande che venne colla giraffa, quando il soldano mandò a presentare il sig. Lorenzo nell’88... quel povero animale lo saprà ben egli perchè grida a quel modo.—

—Ed anch’io lo so, rispose la Lisa, e te lo dico subito, e’ grida perch’egli ha fame: ora che la carne d’asino vale un carlino la libbra gli toccherà far magro scotto.—

—Sentite, sentite, s’è vero che non finisce mai d’urlare!....—

Le tre donne cessaron in un subito di cicalare; la Lisa fermò la sedia, la Fede rattenne perfin l’anelito, tendendo ognuna gli orecchi. Per l’ora tarda, tutta la città quieta, il lungo della casa alto, e non troppo discosto dal palagio de’ Signori, dietro il quale era il serraglio de’ leoni, s’udiva giunger tratto tratto il cupo e rauco ruggire di quelle fiere, che in quel disagio dell’assedio (la Lisa aveva indovinato) pativan la fame.

Ma mentre le povere donne stavan tutte orecchie ad udir quel ruggito lontano, un suono scoppiò terribile e vicino, la voce di Niccolò, che battendo all’uscio colpi furiosi, gridava:

—Apri, mala femmina!....—