CAPITOLO XI
Tra le molte leggi ed i molti ordini coi quali si reggeva la repubblica Fiorentina ve n’era uno il quale, non ostante fosse stabilito a tutela del viver libero, era non di rado pregiudicevole a quello, e partoriva tutto di pessimi effetti. Questo si chiamava la tamburagione.
Affinchè ogni cittadino potesse avere una via secreta, sicura, e sempre aperta per accusare ai magistrati chi macchinasse contro lo stato, e per togliere al tempo stesso ogni sospetto quando l’accusato fosse possente e temuto, erano ordinate in varj luoghi della città alcune casette chiamate tamburi, sul coperchio delle quali era un fesso d’onde si poteva far passare lettere o carte, e la chiave di tali tamburi era presso i rettori.
Chi voleva far pervenire in mano di questi un’accusa contro un cittadino la buttava in un tamburo (e ciò si nominava tamburare), e rompendo in due pezzi un grosso d’argento ne serbava una metà, l’altra la chiudeva nella lettera onde se in seguito gli fosse venuto bene di farsi riconoscere ne avesse il modo.
Queste tamburagioni produssero mai sempre poco vantaggio, se pure ne produssero alcuno, e spesso furono istrumento alla malignità, all’odio ed alle vendette d’uomini codardi e vigliacchi.
Messer Benedetto de’ Nobili tra gli altri il quale, se il lettore se ne ricorda, avea concertato con Malatesta quanto fosse da farsi per costringere Niccolò ad accettar Troilo per suo genero, s’era tanto maneggiato, che gli venne fatto scoprire ove fosse il bambino della Lisa. Conobbe poter ottenere l’intento molto facilmente per vie della tamburagione.
Scritta perciò una lettera accomodata a questo suo disegno, la gettò nel tamburo posto nel muro del palazzo de’ Signori dalla parte della Dogana, e venne in mano al gonfaloniere Carduccio la sera stessa ove accadder le cose accennate nel precedente capitolo.
La lettera diceva così:
Magnifice Domine
«Avvegnachè sia pervenuta a notizia d’alcuni cittadini amanti della patria e di questo stato popolare esservi chi desidera e procura far novità, e tiene pratiche segrete coi nemici del nome e della libertà Fiorentina, si tengon essi obbligati darne avviso a chi può correre al riparo d’un tanto male.
Sappia adunque la vostra Magnificenza, che si dubita assai da molti sul fatto di messer Niccolò de’ Lapi, e si crede quella sua rigidità contro la parte Pallesca non sia che una vana ostentazione per colorire disegni pregiudizievoli a questo reggimento. La cagione di cotali sospetti sta nel sapersi che molte volte prima che cominciasse l’assedio era messo segretamente in casa sua, di notte tempo e per una loggia che mira sulla via dei Conti, Troilo degli Ardinghelli, rubello, al quale Niccolò ha maritata la Lisa; e per tener nascosto il parentado, dubitando forse non generi sospetto nel popolo, tiene ora un fanciullo nato di questo matrimonio, molto ben guardato in certe camere appartate su in alto della sua casa.
Vi è chi dice d’aver veduto Troilo entrargli di notte in casa anche a questi giorni che il campo è sotto le mura, benchè si sappia esser il sopraddetto Troilo ai servigi del principe d’Orange, e militare coi nemici di Firenze (ciò era al tutto falso, e messer Benedetto lo sapeva meglio d’ogni altro). Ora potrà la V. Magnificenza chiarirsi della verità dei fatti, e giudicar cosa si debba inferire da queste pratiche condotte con tanto segreto, e se faccian ritratto di buono e leale cittadino. A ogni modo non s’è voluto mancare di non l’avvertire a quella quae bene valeat.»
Il Carduccio rimase senza fiato leggendo quell’accusa. Niccolò, il suo amico, l’uomo sul quale non era mai caduto un sospetto, crederlo un traditore, crederlo soltanto capace di dissimulare, non ci si sapeva indurre. Dall’altro lato la lettera citava fatti così positivi che si potevano così presto verificare!... Stette un momento sopra di se, ma tosto nel suo cuore riuscì vittoriosa la buona opinione che aveva del vecchio popolano, e deliberò mostrargli questa volta quanto largamente si rimettesse nella sua fede.
Si trovava appunto il Ferruccio alla presenza; fatto un piego, ove pose la lettera, e suggellato, lo pregò volesse in suo servigio portarlo tosto a Niccolò, dicendogli queste parole «Il gonfaloniere vi manda questo scritto onde veggiate in qual conto vi tiene.»
Pensò servirsi del Ferruccio e non d’un fante, affinchè qualunque alterazione apparisse sul volto di Niccolò nel leggere una sì enorme accusa, non fosse veduta se non da persona amica e prudente, e così non andasse per le bocche d’ognuno.
Giunse il Ferruccio a casa i Lapi, ed intromesso, non senza qualche maraviglia di Niccolò di vederlo così tosto ricomparire, gli pose in mano la lettera, dicendogli le proprie parole del Carduccio.
Niccolò l’aperse; la lesse, e rimase un momento senza dir parola o far moto nessuno. Poi alzatosi in piedi, e fattosi più presso al lume, colla mano si strofinò gli occhi e la fronte, guardò fisso in viso il Ferruccio come per accertarsi ch’era desso, e ricominciò a leggere il foglio dal principio.
Finita questa seconda lettura, e fatto certo che tutto ciò non era sogno, pensò al primo che non fosse se non una filza di menzogne trovate da’ suoi nemici per iscreditarlo, e fu sua buona ventura, che se avesse pensato ciò poter esser vero, è probabile, colto così all’improvviso, fosse caduto morto. Due o tre volte incominciò a parlare, ma gli s’annodava la lingua in bocca e taceva, finalmente, facendo ogni prova onde non apparisse agli occhi del Ferruccio la tempesta si sentiva nel cuore, lo pregò ringraziasse il Carduccio della sua cortese opinione, ed usando tronche ma amorevoli parole gli diede commiato.
Volto allora a’ suoi figliuoli, che soli erano rimasti, con un’occhiata che li fece tremare, disse con quella voce alla quale alcuno in casa non osava replicare:
—Niuno sia tanto ardito d’uscir di questa camera finch’io non torno; presto saprò se anche sotto questo tetto vivano traditori.—
I tre giovani, attoniti e conturbati, si guardarono in viso l’un l’altro senza profferir parola; Niccolò, preso un lume colla manca, s’avviò per uscire, e passando vicino a Vieri gli strappò d’accanto la daga; varcò la soglia, chiuse la porta, e cominciò a salire la scala. Fatto il primo capo, si fermò un momento a pensare, poi scagliò lontano da sè il pugnale, che venne sdrucciolando per gli scalini insino in fondo.
Giunse alla porta della camera ove dormivan le figlie, si fermò di nuovo un momento origliando, pose l’occhio al buco della chiave, ed il povero sventurato vecchio fu certo alfine della sua vergogna. La Lisa allattava il bambino.
A quella vista smarrito affatto il lume degli occhi percosse due volte col pugno chiuso sì fattamente la porta che quasi la staccò dalle bandelle, e con voce che pareva piuttosto ruggito d’una fiera mandò quel grido che abbiam poco sopra narrato.
—Apri!.... mala femmina.—
Passarono due o tre secondi, e nessuno apriva. Niccolò con una valida spinta sforza l’uscio già scassinato, entra, e si ferma in mezzo alla camera. Le due giovani s’eran fatte a un tratto diacciate e bianche come due statue di marmo, ed il vecchio rimasto muto, ed assalito da un tremito convulso, figgeva nella Lisa due occhi di fiamma che sembravano consumarla come fosse di cera.
—È dunque vero! gridò alla fine dando un muglio che i figli udirono dal pianterreno, e trasportato dalla furia di quel primo impeto si scagliò contro la figlia colle più orrende e vituperose parole che siano mai state dette a femmina perduta, a tale che Laudomia tutta tremante cadde bocconi piangendo dirottamente, e prese pel lembo il lucco del padre: ma questi voltosele come un serpe cui venga pesta la coda, glielo strappò dalle mani, e la sbigottita giovane ricadde colle braccia e colla fronte sul pavimento.
Lisa col capo tra le ginocchia (che al primo picchiar di Niccolò avea posto il fanciullo nella culla) non s’era mai mossa; dopo quella prima sfuriata il vecchio tacque un momento come per riprender l’anelito, ma tosto proseguiva:
—Dimmi, femmina d’inferno, vergogna mia, vergogna della tua casa, non potevi prima ammazzarmi, e poi far quel che tu hai fatto? Non vi eran più coltelli in Firenze? Ci voleva tanto a spegner l’ultimo fiato di vita d’un vecchio di novant’anni? Non bastava levartelo dinanzi, e poi se volevi, darti anima e corpo al nemico? Togliermi la vita? che mi toglievi? ma l’onore salvato per tanti anni puro, intatto insin ad oggi!...... quando ho già un piè nella fossa, tu, perversa, mi butti il fango in capo? Su questi canuti, che dovean essere la gloria de’ miei figliuoli, l’onore di te, sozza scellerata!.... E se non eri da tanto di saper tener in mano un pugnale, chè nol dicesti a quel tuo sgherro ribaldo.... era impresa di gentiluomo, di Pallesco, di cortigiano fradicio de’ Medici scannar un vecchio da tergo..... ma sapeva il traditore che potea farmi peggio.... Ma, alla croce d’Iddio, anch’io gli saprò far conoscere l’error suo d’aver lasciato vivo Niccolò, e se n’avrà a pentire che non sarà più tempo.... Averardo.... Vieri....—
I giovani, che stavano in orecchi, corsero alle grida di Niccolò, che data loro a leggere la lettera mandatagli dal Carduccio esclamava:
—Chi di noi sarà tanto ardito d’or innanzi di alzar gli occhi in viso a Lamberto, a quel giovane onorato e dabbene, ed altrettanto disavventurato....—
E qui fermatosi un momento come colto da un nuovo pensiero:
—Disavventurato? seguiva, son pur pazzo.... avrà invece a ringraziar Dio, e botarsi, d’averlo salvato d’impacciarsi con questa trista, con questa sfacciata, che ha potuto tradire un par suo per darsi ad un ribaldo traditore, traditor mille volte!....
—Fuori di questa casa, gridava con furore e voce sempre crescente, fuori ora proprio, tu e questo fanciullo, e va, portaglielo a suo padre, e digli che ringrazii Iddio ch’io non son nè Pallesco, nè gentiluomo, ne cortigiano, che s’io fossi tale!.... che avete fatto assai ad uscirmi vivi dalle mani... Ma è stato Iddio che non ha permesso ch’io venissi sin qui con quella daga....—
Mentre Niccolò profferiva queste parole, la Laudomia in terra non cessava di singhiozzare tentando d’abbracciare le ginocchia del padre, che mai nol sofferse, e sempre la respingeva; i fratelli, vedendolo venuto in tanto furore, non ardivano appressarsegli.
La Lisa, che senza muoversi, e senza aprir bocca aveva ascoltato sino al fine quella gran villania finch’era contro essa sola, si scosse udendo chiamar traditore il marito, e ritrovò forza nella sua ardita natura, che a guisa d’una molla più era compressa, e più valida risorgeva. Alzò la fronte pallida, ed affissato il padre con occhio languido ma sicuro si pose ginocchioni così un po’ distante com’era, poi disse:
—Mi fate voi degna dirvi quattro parole prima ch’io esca di questa casa?—
Niccolò rispose—Di’, e fa presto.—
—Se voi m’avessi ammazzata, lo meritavo bene.... non posso negarlo. Conosco d’aver fatto errore grande, scostandomi da quell’obbedienza che v’era dovuta, e conosco ch’io dovevo almeno, poichè il male era fatto, confessarvi ogni cosa.... Laudomia ch’è costì e che non seppe mai nulla finchè tutto non fu condotto a fine, me lo consigliava; sono stata io che non ho voluto. Dunque tutta la colpa è mia, ed è ragionevole ch’io ne porti la pena, e tutto quanto m’avete detto, o mi direte, e qualunque sia il castigo che mi preparate, tutto riceverò benedicendovi le mani e dirò d’averlo molto ben meritato; ma se siete signore e padrone di me, non lo siete dell’onore e del nome di Troilo, che mai fu traditore a persona....—
—Io voglio aver tanta pazienza ch’io ti ascolti insino in fine....—
Disse Niccolò con riso amaro.
—E, riprendeva Lisa, di questo ne starà a paragone con tutto il mondo. S’egli è della parte Pallesca, egli è quali furono gli antichi suoi, e ciò non vuol dir altro se non che egli l’intende a un altro modo, che non l’intende il popolo di questa città.... e sarebbe cosa troppo enorme voler dire, che quanti cittadini son fuori di questa mura tutti sono traditori....—
—E tu vile ribalda sei tanto ardita di bestemmiar la tua patria a questo modo, in casa di Niccolò, e credi pazza che tel comporti?.... e quando dovresti nasconderti sotterra, e morir per la vergogna, e ringraziar Dio e me che ancora vedi lume, invece ti rimane pur tanta faccia di parlare, e per poco la non dice che la buona, la virtuosa è stata essa.... e l’uomo dabbene egli è ’l suo drudo, e non è traditore chi viene armata mano contro la sua patria?.... Ah, che conosco finalmente che vipera mi tenevo in seno, che sia maladetta l’ora che tua madre s’incinse di te pel mio malanno.... Animo, a chi dich’io? Ch’io ho troppo sofferto.... Animo, fuor di questa casa....—
Finir queste parole, avventarsi alla Lisa, afferrarla per le trecce e strascinarla carpone sin presso la porta, malgrado i pianti e le grida di Laudomia, fu tutt’uno.
I figli allora, commossi a pietà per la misera sorella, s’interposero e gliela levaron di mano.
—Via, disse Vieri, il più giovane de’ tre, ch’era bonaccio e di que’ caratteri che non possono sentir discorrere di guai, via, d’ogni cosa alla fine si vuol far pace, e basta bene che la se ne vadi se voi non la volete in casa....—
—Oh padre mio! interrompeva Laudomia, è vero, abbiam fatto error grande, ma Iddio perdona pure a chi si pente, e domanda pietà... Se quel che più v’offende è l’aver essa sposato un pallesco, ma non avete voi pregato per essi non son tre ore... e se non perdonate, come volete che Iddio, scusate babbo s’io son tanto ardita.... come volete che Iddio perdoni a voi?—
Gridò Niccolò:
—Non mi star a far la saccente, ch’io non ho mestieri d’imparar da te, sciocca, ciò che convenga di fare.... Sta a vedere ora che bisognerà lasciarsi vituperare le figliuole da’ Palleschi, per dar retta alle tue baje.... bada a te, e a’ fatti tuoi, tu.... e tu (volgendosi a Lisa) prendi quel fanciullo e levamiti dinanzi, e vattene col malanno, che Dio ti dia....—
La povera giovane, ch’era sino allora rimasa in terra buttata come uno straccio, coi capelli che le cadevan per le spalle e pel volto, mandando tratto tratto dal petto un singhiozzo convulso si venne alzando con gran fatica.
—Iddio è giusto, diceva interrottamente, oh Iddio è giusto.... egli e non voi m’avrà a giudicare.... e vedrà.... se meritavo.... d’esser trattata... a questo modo. Per la disubbidienza.... quanto a questo, ero colpevole.... è vero..... ma è mio marito.... non è mio drudo, come dite.... non ho peccato.... Per quanto all’esser Pallesco.... oh questo poi!.... Iddio non parteggia, io mi confido ch’egli non è nè Pallesco, nè Piagnone.... egli maledice.... oh sì, maledice queste sette.... quest’odj.... questi furori....—
—Egli maledice i figliuoli empj, gridò Niccolò, i figliuoli che disubbidiscono, e vituperano chi diè loro la vita, e n’attristano la vecchiaja, e li cacciano disperati nella fossa, e tu, sciagurata, te n’ avvedrai....—
A questo punto Laudomia atterrita, e quasi smarriti i sensi e l’intelletto per la terribil scena di cui era spettatrice, e per l’orrenda maledizione scagliata dal vecchio sul capo della misera sorella, non trovava più forza per formar parole, ma coi gemiti, colle lagrime, coll’abbracciare le ginocchia e baciar i piedi del padre, divenuta come ebbra e forsennata, coll’avvinghiarsegli appigliandosi alle sue vesti tentava ancora d’impietosirlo. Ma lo sventurato vecchio era (non per modo di dire, ma realmente) fuor di sè, e smarrito ogni lume, ogni senso di ragione, ributtò Laudomia con un urto così valido che la misera si dovette arrovesciare sul suolo: provò dapprima un gran dolore al capo; a poco a poco non sentì più nulla e svenne.
I figli di Niccolò, visto l’atto crudele e furibondo del vecchio, che sconvolto nel viso, irti i capelli sulla fronte livida, mostrava col pallore, col tremito delle membra, coll’errar delle pupille, star presso a perder i sensi, come già dava segno di aver smarrito l’intelletto, gli si posero attorno con sommesse ed umili parole, ma pur usando misuratamente le forze, e l’avviarono fuor della camera dietro la sventurata sua figlia.
Questa, col fanciullo in collo che piangeva, scese, e senza più volgersi uscì in istrada. Al padre s’era intanto dissipata la nube che l’aveva per un momento come tratto di senno, si sciolse dalle braccia de’ figli, e chiuso con impeto il portone, fe’ correre il chiavistello, e senza profferir più parola entrò nelle sue stanze e voltò la chiave dell’uscio.
Eran circa le sei ore, che in quella stagione corrispondono a un dipresso alla mezzanotte; la tramontana spingeva di traverso una pioggia fitta e diacciata, e la povera Lisa camminava a caso nelle tenebre, ora inciampando, ora entrando fino a mezza gamba nelle pozze d’acqua e di mota di che era piena la via, ma non avendo altra cura, altro pensiero che di tenersi ben serrato al petto il suo bambino ed addoppiargli i panni in capo ed indosso, onde salvarlo dall’acqua e dal freddo.
Procurando andar rasente il muro; e per dirigersi (avendo le mani impedite brancolar non poteva) alzava gli occhi tratto tratto, e seguiva la linea de’ tetti, che in quell’oscurità generale erano più scuri del cielo, appena tanto da poterli distinguere. Andò così un buon pezzo vagando, ed a poco a poco l’idea dello stato presente, del pericolo, del patire del figlio, cacciò o distrusse ogni altro pensiero. L’idea che s’ella fosse venuta meno, il povero Arriguccio sarebbe spirato nel fango di freddo e di disagio, forse in pochi minuti, valse a ritornarle quella forza che già sentiva mancare: pregò Dio col cuore, e riflettendo a qual partito dovesse appigliarsi, si risolvette andar da una parente che le s’era sempre mostrata amorevole.... ma stava fino in porta S. Friano. Pure non conosceva altro rifugio, s’avviò. Poco pratica delle strade, così allo scuro, ed in tanto travaglio d’animo presto, come suol dirsi, perdè la tramontana, nè seppe più in quale strada si trovasse. Si fermò un momento per riprender gli spiriti e raccoglier le idee, e calcolando la strada fatta le fu avviso trovarsi in faccia al Duomo, di dove pel corso degli Adimari potea dirigersi verso l’Arno. Ma scostandosi da un muro che aveva alle spalle e procedendo avanti credendosi in piazza, dopo otto passi diede invece nel muro infaccia d’una via stretta, poichè senza accorgersene avea voltato dietro l’arcivescovado, e per Calimala era venuta verso porta Rossa.
Allora, perduta adatto ogn’idea del luogo ove fosse, sentì, insieme colla speranza, mancarsi l’animo e le forze, e si mise a piangere dirottamente, pur alzando tra i singhiozzi la debol voce a chieder ajuto per amor di Dio. Ma nessuna finestra s’aprì, nessuna luce comparve.
—Oh Dio mio! Dio mio, disse la misera stringendosi al seno il figlio, ch’egli abbia a morir a questo modo in mezzo a Firenze!—-
Ed alzò più forte la voce, che finì in istrido disperato. Tutto inutile. Le corsero allora alla mente le cagioni della sua presente sventura: ripensò rapidamente gli odj di parte, le preghiere fatte quella sera stessa, i furori de’ Piagnoni, li maledisse, maledisse la patria!... ma il suo dolore s’era mutato in follia. Merita compassione. Crebbe allora l’affanno del respiro, un sudor freddo le usciva da tutti i pori, e le parea sentirsi agghiacciar l’alito nelle fauci. Le ginocchia le mancarono affatto, dovette accosciarsi rasente il muro; un torpore mortale le invase le membra pel quale a poco a poco anche la mente le si venne oscurando: non era sonno, non era svenimento, ma un misto d’ambedue.
Rimase in questo stato brev’ora, sopraggiunse per sua ventura la scolta guidata da Fanfulla, dal quale venne raccolta, e confortata nel modo narrato al capitolo VII. S’egli avea sentito premura per lei al primo vederla, tanto maggiore la provò quand’ebbe udito i suoi casi. Le si profferse in tutto quanto era in poter suo, interrogandola al tempo stesso, che cosa pensasse di fare. Ma neppur essa lo sapeva. Andar da quella parente come avea divisato quando si trovava sola, abbandonata da tutti, ora non ci si sapea risolvere: era una casa di Piagnoni arrabbiati, come tutti i congiunti e gli amici de’ Lapi, ed oltre che aveva in uggia più che mai in quel momento cotesti furori, era di più molto incerta se, saputo il suo matrimonio con un Pallesco, avrebbe trovato carezze ed accoglienze, od invece rimproveri e male grazie.
Quantunque caduta sì basso, il suo animo ripugnava a porsi in casa altrui in figura di colpevole e di supplicante. Rispose dunque a Fanfulla, che se Iddio, ed egli non l’ajutavano, non sapeva quanto a lei che cosa divenire.
—Vi sarebbe un mezzo, soggiungeva, ed il migliore di tormi d’affanni, condurmi al campo a trovar mio marito!
—Eh figliuola, al campo! giusto; la via dell’orto! Prima, per bando del sig. Malatesta, nessuno può uscir di Firenze se non comandato, e per combattere; poi, un affare di poco! condurre una donnetta del vostro taglio col bambino, che se gli salta di cacciarsi a urlare, felice notte.... no, no, questa lasciamola per l’ultima.—
Alla povera Lisa si gonfiaron gli occhi di lacrime vedendosi tagliar la via di condursi a quello che era pur sempre signore del suo cuore. Sospirava e taceva, Fanfulla soprastato così un poco a pensare, scrollò il capo in atto di risolversi e disse:
—Orsù, per qualche tempo.... finchè arriverà... ci penso io.... Venite meco.—
Presosi il bambino in collo e coll’altra mano reggendo la Lisa uscì dalle camere della guardia, che potea star poco ad albeggiare, e dopo alcuni minuti si fermò all’uscio d’una casetta in via Larga. Dopo otto o dieci bussate l’uscio s’aprì.
—Aspettatemi qui un momento, disse Fanfulla entrando. Ricomparso dopo alcuni minuti mise dentro la Lisa, che in una povera cameruccia trovò una vecchia consumata dallo stento ma di benigno viso, la quale l’accolse con mostra di buon volere e di compassione. Si può imaginare se la povera giovane avesse bisogno di conforti d’ogni qualità! Pochi ne potè trovare, ma porti con amorevolezza, in quell’estremo bastarono pure ad ajutarla, e fatta porre su un lettuccio col suo bambino, benedisse Iddio di trovarsi ancor tanto latte da poterlo addormentare: quando lo vide dormire, la stanchezza vincendo a poco a poco il senso della sua sventura l’immerse in un sonno placido e profondo.
Fanfulla intanto, visto appena che le cose si avviavan bene, se n’era uscito, promettendole che si sarebbe lasciato rivedere. Quando fu in istrada camminava a capo basso, colle mani dietro le reni, scrollando il capo e soffiando: poi un tratto si cacciò a ridere, e disse:
—Ora che il capitan Fanfulla ha creduto bene di farsi cavaliero di questa dama, e che le ha detto ci penso io.... al fornajo, ben inteso, vediamo un po’ se non se l’ha per male; con che quattrini le farà le spese? E non si scordi che la terra è assediata, e se la fame non cresce, che più di così e impossibile, cresce almeno ogni giorno il prezzo del grano!.... A te, rispondi.—
La risposta del buon Fanfulla fu cacciarsi a ridere un’altra volta dicendo:
—Proprio tutte a me mi capitano!.... Uh, fosse il tempo del sacco di Roma!... ma tosto dandosi colla mano sulla bocca si ricordò che dal sacco in poi aveva fatto di gran discipline appunto per iscontare il mal guadagno d’allora. Si recò in mano le poche monete si trovava indosso, avanzo della paga ricevuta a conto dal signor Malatesta. Il poveraccio n’avea donato la maggior parte all’ospite della Lisa pel suo mantenimento, salvandone appena un terzo per sè, ma la provvisione, tanto per l’uno che per l’altra, potea servire una settimana malvolentieri. Pensando e ripensando, alla fine gli venne un’idea, ma dovette esser tremenda per lui, poichè gli trasse un gemito dal petto, come v’avesse materialmente sofferto la trafittura d’un ferro.
Si contorse, combattè, respinse l’idea, la discacciò, e raddoppiava il passo sperando lasciarsela dietro le spalle. Ma quella maladetta idea gli ronzava nel capo, lo molestava, cacciata di qua ricompariva di là, e quantunque non lasciasse di pungerlo, aveva però in se una potenza attrattiva d’un genere così irresistibile, che alla fine rimase essa padrona, ed il povero Fanfulla dovette proprio fare a suo modo.
Sapete che cos’era quest’idea? Rinunziare, niente meno, a far com’egli diceva il mestiere a cavallo, non esser più uomo d’arme, mettersi nelle fanterie e vendere il suo vecchio Grifone.
Un cuore come Fanfulla non v’è più in questo nostro secolo d’ egoisti!
Era tanta la pietà del caso della Lisa, ed il punto d’onore di non mancare alla promessa, che dovette, non trovando altro modo, attenersi a questo, benchè sopra tutti enorme e doloroso. Proseguì il suo cammino colla fronte bassa ed avvilita, come colui che già si sentiva caduto di grado, e nel solco della cicatrice che gli divideva la guancia scese lento, lento, un certo umido che in tutt’altri si sarebbe chiamato una lacrima. Ma Fanfulla, chi diamine vorrebbe dir che piangesse!
Si condusse alla stalla ove teneva il cavallo e nel guardarlo pensava:
—Chi vuoi tu che compri questo povero animale? Torse lo sguardo ed il capo dal suo antico compagno al quale gli parea quasi farsi traditore, ed andò difilato ove alloggiavano gli uomini della compagnia del sig. Amico d’Arsoli. Nelle scaramucce che si facevano alla giornata sempre qualcuno ne rimaneva a piede. Fanfulla profferse il suo cavallo ad uno di costoro, e quantunque risoluto in tutto all’enorme sacrificio, gli rimaneva però nel cuore un resto di speranza, di non trovare chi volesse far il negozio per esser la bestia troppo sfinita. Ma in quel tempo non bisognava cercar cinque piè al montone, ed uno di que’ caporali, fu contento pagarlo trenta ducati. Il nostro povero amico prese i danari e presto se li mise in tasca. Levatane la chiave della stalla la diede al compratore, insegnandogli il luogo dov’era, tutto ciò senza guardarlo in viso, e si tolse di quivi sospirando e dicendo—È fatto—
Questa somma, che in tempi ordinarj avrebbe dato le spese alla Lisa per più mesi, col caro, cagionato dall’assedio, non potea servire pel quarto del tempo.
Una circostanza s’aggiunse, che la fece struggere anche più in fretta. La Lisa s’ammalò. Tante agitazioni, tanti patimenti le infiammarono il sangue; le saltò una febbre gagliarda che per due settimane non la lasciò mai, e quando per le assidue cure della vecchia, di un medico dabbene, e più d’ogni altro del buon Fanfulla, fu rimessa in piedi, si trovò con poche forze e con meno danari. La vecchia non n’avea per sè, onde non potea darne. Fanfulla, senz’altra provvisione che la paga d’un fante, facea quel poco che poteva, ma se ciò bastava a non morire, non era abbastanza per poter campare. E la povera Lisa, conoscendo ch’egli viveva in disagio per cagion sua, gli nascondeva il proprio patire, il bisogno di cibo migliore e più abbondante, che per l’abito, la gioventù e le rinascenti forze, provava urgentissimo; in somma, la figlia di Niccolò nata e vissuta negli agi e nell’abbondanza d’ogni bene, imparava ora per la prima volta le terribili angosce della fame.
La vecchia che l’aveva raccolta in casa, detta la Niccolosa (l’arte sua era lavar pannilini, cucire e rimendare) era stata conosciuta da Fanfulla quando egli stava in S. Marco, chè spesso, per esser costei in tanta vicinanza del convento, le portava tovaglie d’altare ed altre biancherie. Tenendola per donna dabbene e d’amorevole natura, le avea messa in casa la Lisa, che accettata volentieri, fu del pari ben trattata finchè durarono i danari. Ma finiti questi, la povera vecchia venne a tali strette, che il suo proprio patire le toglieva di potere aver pietà dell’altrui. Salita un giorno nella cameruccia d’ella Lisa, con viso afflitto, ma con buoni modi, le dovette pur dire, che quanto alla casa sua ell’era contenta vi stesse, nè intendeva metterla in mezzo alla strada; ma quanto al vitto, pensasse a provvedersene.
—E come provvedermene? Pensò sospirando la Lisa, che da molti giorni viveva di poco pane ov’era più crusca che farina, e vedeva presso a finire la piccola provvisione che se n’era fatta. Panni di qualche valore, anella da vendere non ne aveva, chè era uscita di casa si può dire in sola camicia. Ed in tante miserie fosse almeno stata sola a soffrire, ma essa avea un figlio che dovea vivere del suo latte!
Il povero Arriguccio, che dipingemmo così bello, così colorito e pienotto, avea pur fatta in poche settimane la gran mutazione. Le membra tonde e sode s’eran, per dir così, liquefatte ed avvizzite. La pelle lucida e tesa un tempo pendeva ora floscia ed arrendevole a tutti i moti del fanciullo.
Ogni giorno la povera madre nel vestirlo o nello spogliarlo, lo guardava, lo veniva ricercando per tutta la persona cogli occhi umidi di pianto; ed ogni giorno le pareva si fosse consumato la metà; ogni giorno credeva trovare qualche ossicino più protuberante, e meno coperto del giorno innanzi. E sebbene questo decadimento non fosse tanto rapido quanto la materna sollecitudine l’immaginava, era però vero e continuo.
Per la nuova magrezza, e l’impossibilità di mutarlo spesso, chè la poverina non avea panni, la tenera e sottil pelle del bambino in molti luoghi ov’era più frequente l’attrito, s’era fatta rossa, e pareva presso a lacerarsi.