CAPITOLO XII.


La sventurata madre seguiva ansiosa e tremante il progresso di questi mali, struggendosi in pianto, ed in baci che imprimeva a migliaja sul misero corpicciuolo, quasi dovessero aver virtù di ritornargli la forma e lo splendore di prima. Ma questa virtù che era un tempo nel suo seno, il dolore, gli stenti, la fame, l’aveano esausta quasi del tutto.

Gli orrori della sua cacciata dalla casa paterna, il rimescolo, il freddo di quella prima notte, le avean subitaneamente scemato il latte; nè il suo modo di vivere era atto a ristituirglielo ora. Il fanciullo non mai sazio, piangeva di continuo: la poverina priva d’ogni ajuto, d’ogni modo onde acchetarlo se lo teneva tutto giorno attaccato al petto, ma neppur questo valeva: che il bambino trovandolo vôto, si sfiniva suggendo inutilmente e presto staccatosi dava in un pianto fioco e sconsolato.

Il giorno stesso in cui la Niccolosa era venuta a dirle quelle dolorose parole, la povera giovane verso sera rimasta sola in casa si sentiva più debole, più inferma del solito. Quel tenersi continuo il fanciullo al seno l’avea sfinita. Un dolore profondo alle ossa del petto le impediva di mettere intero l’anelito, e tratto tratto si sentiva soffocare.

Seduta a canto alla finestra col figlio steso sulle ginocchia, che languido ed abbandonato, dormiva, o piuttosto era in quel sopore che sopravviene al mancare delle forze, ella vedeva scemare la luce del crepuscolo pensando con terrore alle imminenti tenebre d’una lunga notte d’inverno.

Non avendo lume era costretta, quand’annottava, di andarsene a letto; e quell’ore eterne passate nell’oscurità senza poter chiuder occhio, e col disperato travaglio di non trovar via ad acchetare il pianto del figlio, le mettevano, al sol pensarvi, un brivido di spavento, ed eran forse il più duro tormento del suo stato presente.

Ora alzava gli occhi guardando il ciel bigio, che di momento in momento s’andava facendo più nero, ora li lasciava cadere afflitti e spenti sul volto affilato del bambino, misurandone il respiro, che le parve a poco a poco farsi più frequente e affannoso. Le parve scorgere che il candido pallore della pelle s’andasse come annebbiando di livido, specialmente attorno alle labbra, s’alzò sbigottita, e sperando codeste apparenze fossero effetto della poca luce, preso il fanciullo, lo pose col volto contro la finestra, e vide che il lividore non era illusione, vide le labbruccia farsi scure e turchine, gli occhi semichiusi aprirsi un tratto, e la pupilla errare un momento, poi sparire sotto la palpebra. Gettò un grido la misera madre, che credette giunta l’ultima ora del figliuolo, lo portò sollecita sul letto, lo sciolse in un baleno dalle fasce, e tremando per l’ansia, per la fretta, per l’incertezza, cominciò a strofinarlo, e colle palme, col fiato, e, senz’avvedersene, colle lagrime che gli piovevano dagli occhi le pareva pure dover riuscire a ridestare in esso il calor vitale.

Poscia avvisando nuovi modi s’abbandonava colla bocca su quella del fanciullo, coprendolo e riscaldandolo, poi gli faceva cader tra le labbra qualche stilla di latte, che a stento riusciva a spremersi dal seno, ma la dolcezza di vederlo inghiottire, che avrebbe comprata colla vita, non l’ebbe; rizzatasi allora smaniosa, disfacendosi in lagrime, giungendo le mani convulse, o cacciandosele ne’ capelli:

—Oh figlio mio! diceva, oh amore della povera madre! oh non l’abbandonare!..... No, no, no!.... Oh se mi guardasse almeno! oh Dio! che non ho altro al mondo che il povero angioletto mio;.... e anche questo mi vuol abbandonare! Oh! Arriguccio mio,.... guarda la povera madre.... oh ridi!.... Oh! veder ridere una volta ancora quella boccuccia cara e poi morire! Oh! Dio! Dio! prendimi tutto..... sì, tutto e tutti..... ma il figlio, l’amor mio, le mie viscere,.... oh no, non è possibile.... oh non lo potresti volere!....—

Ma il fanciullo immobile, respirando appena, non dava segno atto a destare ombra di speranza. L’infelice Lisa rasciutte le lagrime, invetrito lo sguardo, ristette fissandolo un pezzo, immobile e muta; ma intanto ciò che gli sforzi, le cure, il pianto della madre non avean potuto, lo potè la natura e la convulsione che aveva assalito il bambino si venne a poco a poco calmando.

Se n’avvide ai primi indizj la donna. Scorse il colore ritornar naturale, gli occhi sereni; ricomporsi i lineamenti; tacita, tremante, teneva dietro a questa mutazione con un ansare sempre più rapido, ma quando vide le labbra del suo fanciullino aprirsi ad un sorriso, fu un tale scoppio d’allegrezza, di piangere e ridere ad un tempo, fu tale l’ebbrezza, la commozione interna, che mal reggendosi in piedi cadde ginocchioni accanto al letto, e coprendo di baci le ginocchia ed i piedi del figlio, diceva:

—Oh Dio, lo sapeva!... oh! non era possibile... sarebbe stato troppo ad una povera madre, ad un’infelice.... infelice? Chi dice che sono infelice? Che sono povera?.... M’è tornato l’amor mio! mi guarda e ride, l’ho visto ridere.... son felice, son ricca, io son troppo avventurata, io non chiedo altro, io non ho cuore per altro bene, per altro amore.... oh Arriguccio! tu avevi morta la povera madre.... oh cattivo!.... no, no cattivo.... angiolo, angliolo del paradiso, chè ora m’hai ridonata la vita.—

Nè bastando quelle parole a dare sfogo ad affetti tanto indomiti e bollenti, le finiva in un fiume di lagrime ed in mille baci e mille carezze.

Intanto era fatta notte del tutto. Quando nel cuor della Lisa fu acchetata la tempesta di tanti affetti, cominciò a riflettere al suo stato, al pericolo che, durando così le cose, quella sventura che era stata ora soltanto minacciata, s’avverasse: l’amor materno vinse il terrore ch’ella provava al solo pensiero pel padre, e si risolse andare a lui senza por tempo in mezzo, impetrarne la vita del figlio, ottenerla o morire a’ suoi piedi.

Arriguccio dormiva. Fe’ sopra lui il segno della croce, l’assettò in modo che se veniva a muoversi non corresse pericolo di cadere, lo baciò, e scese brancolando nella cameruccia al pian terreno ov’era la Niccolosa.

—Per l’amor di Dio, le disse, state attenta se mai Arriguccio piangesse.... or ora torno.—

La vecchia la sgridava di voler uscire sola la sera; ma inutilmente, chè la Lisa già avviata più non l’udiva. La notte era scura, le strade deserte, appena qualche bottega a sportello, ed il debol chiarore dei lumi di dentro pur serviva a non ismarrir la via. La Lisa camminava muro muro, con passo veloce; in pochi minuti fu al portone de’ Lapi, che rivedeva per la prima volta. A quella vista pianse. Ma rasciutte quelle lagrime, ferma col piede sul primo de’ due scalini pe’ quali si saliva al limitare, le veniva meno il coraggio, nè poteva stender la mano alla campanella che serviva a picchiare.

Vide lume alle finestre delle camere terrene di Niccolò, e salita sulla panca di marmo che s’estendeva quant’era larga la facciata, riuscì, attenendosi all’inferriata, a poter alzarsi tanto da vederne l’interno.

Nella camera non era altri che Niccolò e Laudomia, egli sul suo seggiolone sotto il cammino, ella alla tavola del lavoro, ambedue immobili e muti; ambedue mostrando sul volto tracce tali che potevano, da chi ignorasse i loro casi, esser attribuite egualmente, ad una calamità sofferta, o ad una fresca malattia. Lisa, che la prima conosceva, dubitò della seconda, e non s’ingannava.

Dicemmo come al fine della terribile scena, mentre Lisa era cacciata di casa, Laudomia rimanesse in terra svenuta; soccorsa dalla fante, si riebbe tanto da poter a stento, ed ajutata, giungere al suo letto, ma presa già dalla febbre, da vacillazione di mente, stette in forse della vita per molti giorni, ed altri moltissimi in letto, e quella sera stessa era scesa per la prima volta nella camera di Niccolò.

Ad esso era accaduto poco meno. Ma d’animo e di complessione più ferma, non aveva mai voluto nè stare in letto, nè sentir medici, nè veder anima viva; i figli, che s’eran lasciata sfuggir qualche parola a pro della Lisa, gli avea discacciati, ed alla sola Laudomia l’avea comportato, ma col patto espresso, che mai più non entrasse su questo discorso: vietato poi a tutti, pena la sua disgrazia, d’aver che spartire in verun modo cosa alcuna colla moglie, com’egli diceva, di quel traditore Pallesco.

Laudomia però, riavutasi appena tanto da poter connetter le idee, conosciuto che bisognava operare di nascosto del vecchio, avea combinato coi fratelli di ritrovar la povera Lisa, n’andasse il mondo. E per dir il vero avean messo sossopra Firenze, ma senza frutto nessuno, e la Laudomia più di tutti ne vivea disperata.

Lisa guardava intenta ora il padre, ora la sorella: il pallore, la mestizia d’ambedue, quell’immobilità, quel silenzio erano altrettante punte che le laceravano il cuore. «Ecco di che fosti cagione! diceva a se stessa.... ecco in che termini hai ridotto tuo padre, un povero vecchio.... tua sorella quell’angiolo senza macchia.... e speri che Iddio non faccia a te altrettanto? Speri ch’egli voglia lasciarti la consolazione del figlio?....» E qui sorpresa dal pensiero che la vendetta divina stesse forse per colpirla appunto nella vita del suo bambino, non si potè più frenare, e scoppiò in un singhiozzare così alto che Laudomia e Niccolò l’udirono.

—Chi piange costì? disse il vecchio alzandosi; e andato alla finestra l’aperse. Lisa, vedendo che il padre si moveva, sopraffatta dal terrore, era scesa, e prostrata sul lastrico della via diceva:

—Ah babbo! per me non chiedo nulla.... non merito nulla.... ma il mio bambino sventurato! che colpa ha egli se sua madre è una sciagurata?.... Se suo.... (la povera Lisa ebbe ancor tanto senno da non nominare Troilo in quel momento). Oh babbo! il mio povero bambino infelice vive del mio latte:... ed io non ne ho più.... non ho più forza, non ho più fiato, più vita!... la fame, babbo!... la fame.... oh Dio, se provaste la fame!.... e vedere un bambino che muore di fame!....—

Lisa nel finir queste parole alzò il capo tremante, pensando, esser impossibile che Niccolò fosse tanto crudele da non muoversi a compassione; già si figurava veder alla finestra il padre in atto benigno.... invece la finestra era chiusa, sparito il lume. L’infelice stette in due di spaccarsi la fronte sui sassi, tanto fu il dolore disperato che l’invase.

Niccolò, accortosi appena della figlia, s’era tosto tirato indietro, non perdendo però una delle sue parole. Laudomia, senza profferir sillaba, gli s’era accostata, e piangendo cheta gli abbracciava le ginocchia. Ma il vecchio fattola alzar di forza, e coll’indice teso mostrando la porta, disse, con voce ch’egli voleva far minacciosa e severa senza potervi però interamente riuscire:

—Laudomia, io non mi muto: esci, sali in camera; lo voglio, te lo comando.—

Visto che non era prontamente ubbidito, ripetè l’ordine, e questa volta con quella voce alla quale nessuno di casa s’attentava a resistere. La povera Laudomia uscì coprendosi il viso colle mani. Il vecchio, soprastato così un poco origliando, quando udì perdersi lo strepito de’ passi di Laudomia che lentamente saliva, andò prestamente nella camera ove era la dispensa, pose in una tovaglia quanto pane vi potè capire, e venuto al portone l’aperse, lasciò sul limitare la provvisione, e richiuse col chiavistello. La povera Lisa, udendo aprire, s’era alzata tosto dal luogo ove giaceva con tutta la fretta che le concedevano le sue poche forze, tutta l’ansia che si può immaginare, e s’era mossa, sperando venire accolta in casa: ma giunse appunto quando il chiavistello veniva ricacciato negli anelli, e vide a terra la tovaglia col pane. Tante umiliazioni, tanti mali l’avean prostrata; non ebbe più forza nè di piangere nè di dolersi. Sedè sulla soglia, prese un pane e cominciò (chè si sentiva mancar dalla fame) a mangiarlo con avidità. Spento, o sospeso almeno ogni senso de’ suoi mali morali, pensò, sospirando pel desiderio:

—Che ristoro, che bene mi avrebbe fatto un buon fuoco ed un po’ di vino, così intirizzita, così debole come sono!—

Laudomia intanto, salita appena, era di nuovo scesa senza lume, scalza, per non far rumore, sperando ingannar la vigilanza del padre, e poter giungere alla Lisa: facendo capolino dall’alto vide l’atto di Niccolò, lo vide fermarsi dopo chiuso il portone e rimanere colla fronte bassa alcuni minuti, che le parvero mille secoli, poi asciugarsi gli occhi col dosso della mano, ed alla fine rientrare nelle sue camere. Laudomia si lanciò al chiavistello, l’aperse adagio, adagio, uscì in istrada: era scura e deserta; fece alcuni passi chiamando a voce bassa, ma quanto potè distinta, «Lisa mia! Lisa mia! Nessuno rispose: eppure, pensava, non può esser ancora tanto lungi che non m’oda: oh, sapessi per qual parte ha preso! Averla forse qui presso e non poterla trovare! E s’io non uso quest’occasione, forse mai più!.... Griderò più forte; accada che vuole.» E la buona Laudomia con voce acuta chiamò due volte la sorella.

Una voce, non femminile, ma forte, maschia e vicina, le rispose dicendo:

—Chi può chiamar la Lisa per la via a quest’ora?—

E tosto le fu sopra un uomo d’arme a cavallo che rattenne la briglia mentre la giovane sbigottita rifuggiva all’uscio di casa. Entrò, ma non lo chiuse, e si volse incerta, chè passato il primo sgomento le era parso quella voce non le giungesse nuova.

Il cavaliere fattosi avanti, smontò e le disse:

—Laudomia, voi cercate di Lisa in istrada, a quest’ora?—

—Oh Lamberto!....—

Ma non potè dir altro, chè questa comparsa così improvvisa le fu come un colpo di fulmine. L’avea pur tanto sospirata, anche dopo il caso della sorella, poichè conoscendo bensì quanto sarebbe stato doloroso il narrarglielo, pur l’idea di Lamberto vicino la rassicurava, le sembrava avrebbe una guida, un appoggio: che egli saprebbe trovar rimedi ove nessun ne trovava; consigli, mentre venivan meno ad ognuno. Figurandosi il suo arrivo, se lo era immaginato in modo che non le mancasse tempo a preparar le parole; colta ora così improvviso, non potè per brev’ora nè parlar nè rispondere.

Ma tornata tosto al pensiero della Lisa che intanto sempre più s’allontanava, e preso risolutamente partito, diceva con parlar celere e pieno d’istanza:

—Lamberto! Iddio, vi ci ha mandato.... La Lisa era qui ora.... sarà poco lontana.... cerchiamola, non vi posso dir altro.... chè se si perde un momento.... oh Lamberto! andiamo.... saprete il motivo.... ma andiam presto.—

Lamberto, lontano mille miglia dal vero, sentì però darsi da queste strane parole una botta al cuore; ben conobbe che qualche gran cosa v’era sotto; ma come forte e discreto, cacciato ogni altro pensiero, senza domandar più oltre seguì la giovine, che fatta sicura per tal compagnia, mise in cuore di cercar tanto finchè trovasse la sorella. Tiravano verso il Duomo, e ad ogni passo la chiamavano a nome.

Ma prima di narrar l’esito di quest’inchiesta, sarà bene dir due parole dei casi di Lamberto dal giorno ch’egli uscì di casa Lapi.

Ardeva in quel tempo la guerra tra Carlo V e Francesco I. Il popolo di Firenze, che per antico uso seguiva la fortuna di Francia, aveva nel campo francese un suo cittadino, il più riputato e valente soldato che fosse allora in Italia, Giovanni de’ Medici, capitano di quelle bande famose, che dopo la sua morte furon dette bande nere. Lamberto propose mettersi nella sua scuola, e da un cittadino amico de’ Lapi, ebbe una lettera che molto lo raccomandava al capitano fiorentino. Saputo ch’egli era in Lombardia, ove già romoreggiavano le genti tedesche, che condotte da Giorgio Fronsperg per la valle dell’Adige calavano in Italia, prese il suo cammino per Bologna, Parma e Piacenza, ed a piacevoli giornate, per non trovarsi, giungendo, troppo male a cavallo, dopo non molti giorni si trovò a Milano.

La terra ed il ducato si tenevan per l’imperatore, ed era tutto pieno d’armi tedesche e spagnuole sino alle rive dell’Adda. Di là dal fiume, l’esercito di Francia, s’alloggiava pei borghi e per le terre della Ghiara d’Adda; e Giovanni colle sue bande era in quel momento a Rivolta con parte delle genti; il resto l’aveva sparso da Vailà sino a Casirate. Siede Rivolta non lungi dalla riva sinistra dell’Adda tre miglia al disotto di Cassano, pel di cui ponte avrebbe dovuto passar Lamberto; ma v’era a guardia un grosso d’imperiali, i quali, vedendo un uomo d’arme avviarsi al campo nemico, l’avrebbero senza dubbio fermato. Bisognava dunque provvedersi d’altro tragitto.

Il più spedito, ed insieme il più pericoloso, era guadar l’Adda rimpetto a Rivolta; a questo s’appigliò Lamberto pensando «Più che la lettera mi gioverebbe appo il sig. Giovanni s’io potessi giungere al campo dando segno alcuno della mia virtù sotto gli occhi suoi proprj.» Così deliberato, partì una mattina nel finir di giugno, allegro e contento da Milano, sul suo buon cavallo che avea ristorato dal viaggio, ed ottimamente in arnese di tutte armi; e passando libero tra molte truppe di soldati, che lo credevan di parte imperiale, poco dopo mezzogiorno si trovò là dove le campagne cessando d’esser coltivate s’imboscano, ed il terreno divenendo ghiajoso mostra non lontana la corrente del fiume.

Seguì la strada che s’avvolgeva entrando fra certi macchioni, ora sassosa ora affondata nella sabbia, e giunto ov’era un poco di rialzo scorse, in mezzo ad un largo letto di ghiaje aride e bianchissime, scender veloce e limpida l’onda dell’Adda. Al di là, sul campanile di Rivolta, vide sventolare la bandiera del sig. Giovanni, le Palle de’ Medici. Quella vista non potea non offendere chi era nato del popolo di Firenze, e Lamberto stringendo i denti, e dando di sprone al cavallo, pensava «Peccato ch’io pur debba combattere sotto quella impresa!» ma gli sovvenne tosto, che il ramo mediceo, dal quale usciva il valoroso capitano, era capital nemico di quello che tanto avea pesato su Firenze, e cacciati que’ molesti pensieri passò innanzi.

Qui però, conoscendo esser per lui il luogo di maggior pericolo (poichè in tempo di guerra, come ognun sa, passar la linea che divide gli amici dai nemici è tenuto per atto sospetto) e dubitando incontrar qualche mano d’imperiali che corresse velettando quella riviera, s’inforcò meglio sulla sella, imbracciò più stretto lo scudo, e colla lancia alla coscia era tutt’occhi, camminando pur tuttavia, per non esser colto improvviso.

S’era provveduto a tempo. Uscito appena dal bosco, non avea fatto dieci passi sulla nuda ghiaja quando si sentì alle spalle uno stormir di frasche e voltosi al rumore, vide sbucar dalle macchie tre balestrieri a cavallo e due barbute, che tutti insieme di mezzo galoppo gli vennero sopra. Egli avea scorto sulla riva opposta buon numero di soldati delle bande che cercava, e tra loro due a cavallo di nobil presenza che pareva l’attendessero ad osservare che cosa dovesse nascere di quest’incontro. Pensò in cuor suo «Oh, fosse costà il sig. Giovanni!» e questa speranza gli raddoppiò l’ardire e perfin la forza, e disse tra denti «Uno contro cinque: è una buona occasione. Ora Iddio m’ajuti.»

Fattosi avanti, una delle barbute gli gridò:

—Chi sei, e con chi stai?—

—Con nessuno: rispose Lamberto senza far atto nè di muoversi, nè d’arretrarsi.—

—Chi viva!—Replicò l’altro arrestando la lancia.

—Viva il sig. Giovanni, viva Firenze, e muojano i marrani! gridò Lamberto in modo che, udito dall’altra riva, cento voci ripeterono il medesimo grido: ma nel mandarlo, il giovane, piantati di forza gli sproni ne’ fianchi al cavallo, s’era lanciato contro l’avversario, e, passatogli colla lancia l’arcione dinanzi, lo ferì nella coscia, e lasciandolo, che tutto rannicchiato accennava di cadere, si volse agli altri.

Fortuna per lui, che su quella ghiaja piena di ciottoli e di pietre grosse i cavalli mal si potevan maneggiare, onde non vennero ad essergli tutti addosso ad un tratto, chè al certo si trovava spacciato: ma pure, per quanto fosse valente della sua persona, per quanto disperatamente menasse le mani, difendersi contro quattro era difficile impresa. Pure, furon poco stante ridotti a tre, chè Lamberto, in mezzo a quel tempestare, n’avea veduto cadere uno senza essersi accorto, in tanti colpì, quale gli fosse toccato.

Così sempre ravvolgendosi tra loro, e combattendo, s’erano accostati alla riva, e Lamberto, che sentiva negli orecchi le grida di dagli, dagli, dalla sponda opposta, voleva esser fatto a pezzetti prima d’arrendersi. Conobbe pure alla fine che dirla solo contro tanti era pretender troppo dalle sue forze e dalla fortuna.

Preso il suo vantaggio, si lanciò nel fiume lasciando sulla sponda due de’ nemici; ma il terzo più pronto, gli tenne dietro quasi nell’istesso tempo, tanto che i cavalli ebber presto l’acqua fino al petto, e quello di Lamberto aveva alla groppa la testa del cavallo nemico.

L’animoso giovane volgendosi tirò una punta al cavaliere: non potè passare il corsaletto del quale era armato, ma fu di tanta forza che la lama volò in pezzi; il percosso collo stringer le cosce comunicò l’urto al cavallo che già si reggeva mal sicuro sul fondo incerto del fiume, l’uno e l’altro andaron sotto in un tonfo profondo, ed uno scoppio di grida lodò dalla riva il bel colpo di Lamberto. Alcuni archibusieri del sig. Giovanni avevano intanto coi loro tiri fatto arretrare i nemici: a Lamberto non restava altro contrasto che quello del fiume. In quella vede riuscir dall’acqua assai lontano il capo del cavallo caduto che notava a salvamento, e a poche braccia il cavaliere, ma abbandonato in atto di chi abbia smarriti i sensi.

A Lamberto, che l’avrebbe poco prima morto a buona guerra volentieri, increbbe ora di vederlo affogare: volse la briglia verso lui stimolando il cavallo, mentre i soldati del sig, Giovanni accortisi del suo disegno gli gridavano con grandi schiamazzi==Lascialo bere!==Colui per sua fortuna non era nel filo della corrente, ma in uno spazio ove l’acqua ripercossa da un gomito della sponda si rivolgeva all’indietro; onde Lamberto ebbe agio di giungere ad afferrarlo per le coregge della corazza, e tirandoselo dietro spinse il cavallo di traverso nella corrente. Questa era profonda e rapida nel mezzo, il povero animale dovea portar quasi doppio peso, e poco mancò la carità di Lamberto non gli riuscisse fatale. Pure senza smarrirsi d’animo, preso colla sinistra il crine del cavallo che aveva appena il capo fuor dell’acqua, animandolo colla voce e col calcagno, riuscì alla fine, deviando però molto, a toccar l’altra riva.

Fu raccolto con gran festa dai soldati spettatori di quel bel fatto, e molti entraron nell’acqua per ajutarlo a sorgere, e togliergli l’impaccio di quell’uomo mezzo morto, che stesero sulla riva a bocca sotto motteggiando del bello sturione, com’essi dicevano, che aveva pescato.

Sopraggiunse in quella un giovane a cavallo di aspetto altero e di membra fortissimo, con un cojetto indosso, ed una rotella in braccio nella quale eran le sei palle in campo d’oro. Tutti s’allargarono riverenti, ed egli fermatosi presso Lamberto, il quale tutto grondante d’acqua (e dalle spalle stillava pure a gocce sanguigne) era scavalcato, gli disse con parlar tronco; ma sorridente ed amorevole.

—Chi sei tu, che combatti contro cinque uomini per gridar il mio nome?—

—Il mio è troppo umile e basso, perch’egli non giunga nuovo all’Ecc. V., rispose Lamberto, beato oltre ogni credere d’essere stato veduto in quella occasione dall’istesso capitano: ho però qui una lettera di Messer (nominò chi l’avea scritta) se pure l’acqua non l’avrà disfatta, che potrà dare all’E. V. contezza dello stato mio, e farle fede quanto sia grande in me il desiderio di venire ammaestrato in questa prima, e mirabile scuola della milizia italiana.

Nel dir queste parole sfibbiatosi da un lato il petto di ferro, si cercò in seno, e ne trasse una carta che l’acqua aveva però risparmiata in gran parte. Giovanni la prese, dicendogli:

—Quanto al venir ammaestrato, pare che poco ti faccia mestieri, tuttavia, vediamo.—

Mentre Giovanni de’ Medici leggeva, Lamberto sfogando a sua posta la smania che sentiva già da gran tempo di conoscere di veduta un così valente e riputato signore, ne ammirava la fiera presenza, l’atto del cavalcare, ardito e disinvolto, guardandolo con quell’appassionata venerazione che invade ogni anima generosa e ancor digiuna di gloria all’aspetto di chi è già fatto chiaro per grandi ed onorate imprese. Non avrebbe mai osato sperare la fortuna tanto amica quanto gli s’era mostrata in questo incontro; ed il trovarsi ora ad un tratto venuto in onore presso i suoi nuovi compagni, ben accolto e lodato alla loro presenza da un tant’uomo gli destava il senso d’una felicità troppo grande per non crederla un sogno. Col cuor palpitante, e gli occhi umidi per l’allegrezza, col viso adorno d’una cotal trepidazione, che riusciva più bella in chi pur ora avea dato segno di tanto ardire, aspettò immobile il fine della lettura.

—Tu stavi con messer Niccolò?—disse alla fine Giovanni alzandogli gli occhi in viso: poscia aggrottate le ciglia, soggiungeva battendo colla destra sulla rotella:

—Col maggior nemico di questo scudo?—

Lamberto era tanto affascinato dalla presenza di Giovanni, che stette per rinnegar la parte dal popolo, e Niccolò con essa. Ma egli era di quelle anime incapaci di cader mai in atto che abbia ombra di viltà, onde rimasto un momento incerto, alla fine, modesto ed ardito insieme, rispose:

—Ecc., Niccolò è popolano, ama la libertà di Firenze, e non è nemico che de’ suoi nemici.—

—E perciò egli non può esser pallesco. Bene, Lamberto, così parla un valentuomo qual tu sei. E poi cacciatosi a ridere soggiungeva: oramai neppur io son più pallesco; papa Clemente l’accoccherebbe a me se potesse, ed io a lui.... Orsù, sta bene.... tu hai fatto tal prova che questa lettera poteva anche andarsene giù per l’Adda. Capitan Puccino, scrivi questo giovin dabbene nella compagnia, e stasera ne verrai con esso a cena in castello.—

Dette queste parole volse il cavallo, e di mezzo galoppo prese la via di Rivolta.