CAPITOLO XIII.


Il capitano Puccino, al quale Lamberto era stato affidato, si fece avanti per condurlo all’alloggiamento.

—Andiamo, valentuomo, gli disse, l’acqua che ti gocciola d’indosso da quel che vedo non è chiara per tutto.—

—Nulla, nulla, rispose Lamberto, una leccatura qui nella spalla.... Lasciatemi prima dar un’occhiata a quel balestriere che ho fatto prigione.... s’egli è di qua o di là.—

Itosene in così dire ove l’avean dapprima posto a giacere, lo trovò in mezzo a un cerchiello di soldati, e già s’era levato a sedere, nè pareva lontano dal riprender del tutto gli spiriti e le forze.

Mentre Lamberto nel fiume s’ingegnava di trarlo a riva, que’ soldati vedendo il suo pericolo e la fatica che durava, avean detto tra loro: «Costui vuol far la fine di Francesco Sforza!, il quale per voler ajutare un suo paggio che s’annegava nel fiume Pescara, vi rimase egli stesso annegato.»

Visto poi che il giovane n’usciva ad onore, uno cominciò a dire «Evviva Sforza!» e un altro: «bravo Sforza» e «ben venga Sforzino» e così per quel bisogno di soprannomi che s’aveva allora in Italia, tanto più tra le milizie, ed anche ignorandosi da loro il nome di Lamberto, gli rimase quello di Sforzino, che non andò più giù fin che visse, e che ricordando un suo bel fatto, egli udiva volentieri.

—Vieni qua Sforzino, disse ridendo uno di costoro, chè questa volta hai guadagnata la taglia d’un principe.

Accostatosi Lamberto, vide che faccia principesca avesse costui. Era un omotto piccolo e tarchiato, con una faccia tonda e scimunita; capelli e baffi biondi come lino cardato, e quanto all’arme ed alle vesti in poverissimo arnese.

—A noi, compare, disse Lamberto sorridendo anch’esso, sentiamo chi tu sei, e come hai nome.—

—Io, signore, star pofere soltate sguizzere, venir in Italia con capitano Altsax: perchè cretute qui befer molto pon fino: e in contrario befuta molta acqua....—

E seguitando su questo fare diceva esser del cantone di Zurigo, chiamarsi Maurizio Schuber, e non poter pagar riscatto, poichè era, pofere soltate; ma esibirsi pronto a seguir sempre come famiglio quegli che oltre l’averlo abbattuto, l’aveva poi campato da quella maladett’acqua che tanto detestava.

Lamberto gli oppose, che non essendo neppur esso ricco soldato, non potrebbe seco toccar stipendi: ma lo svizzero protestando non potersi scioglier giammai dal grand’obbligo che gli aveva, essendo per opera sua campato da quella morte acquatica, sopra ogn’altra funestissima, volle in tutti i conti seguir la fortuna del suo liberatore. Questi distinguendo pure nelle sue rozze parole una cotale schietta e leale semplicità, avendolo anche conosciuto alla prova per uomo ardito e da dir la sua ragione coll’armi in mano, si risolse accettarlo.

—Capitan Puccino sono con voi—disse volto alla sua guida, e s’avviarono tutti e tre all’alloggiamento, mentre que’ soldati motteggiando Lamberto gli andavano dicendo:

—Evviva Sforzino! Hai fatto un bel guadagno, invece di taglia, avrai a dar le spese a questo poltrone!....—

Il castello ove il sig. Giovanni avea invitato Lamberto ed il capitan Puccino, era lontano tre miglia. Sorgeva sul ciglio d’una ripa sparsa di boscaglie e sovrapposta ad acque stagnanti, avanzi d’innondazioni dell’Adda, che gli agricoltori, sbattuti sempre dalle guerre, non avean nè tempo nè mezzi d’inalveare. Intorno al castello molte povere case di villani, la più parte coperte di paglia, formavano un piccol borgo detto Casirate.

Il capitan Puccino, e Lamberto col suo nuovo famiglio vi giunsero sulle ventitrè e scavalcaron tutti (chè que’ soldati avean per loro umanità ripescato allo svizzero anche il cavallo) nel cortile del castello. Era un recinto irregolare, composto di edificj di varie forme, circondato da una fossa e dominato da un torrione quadrato e massiccio che s’ergeva sull’orlo della ripa. Quivi era la stanza di Giovanni de’ Medici, e, per usare la parola moderna, il suo quartier generale.

Poichè Lamberto fu ben rasciutto ed ebbe medicata la piccola ferita della spalla venne condotto in una gran sala terrena, ov’era apparecchiato per forse una trentina di persone, chè il sig. Giovanni splendido e generoso teneva tavola di continuo ai suoi caporali. Egli ricevè il giovane come persona d’antica dimestichezza, salutandolo colla mano, e voltosi al castellano Galeazzo Menclozzo barone della terra, ed a molti ufficiali ch’erano già radunati per la cena, raccontava loro il bel fatto del guado di Rivolta.

Giunsero a poco a poco gli altri invitati, vennero le insalate in gran piattelli, secondo l’uso del tempo, che voleva s’incominciasse da questa vivanda, ed ognuno si pose a mensa.

Chi vuol avere il perfetto ritratto di Giovanni de’ Medici, aggiunga due baffi castagni alla testa di Napoleone, e la ponga su un corpo grande e robusto.

Lamberto pareva non si potesse saziar di guardarlo, e considerando poi ad un per uno tutti quanti eran seduti a quella tavola, notando i visi arditi e sdegnosi, le robuste membra, l’atteggiarsi marziale de’ suoi nuovi compagni si sentiva così contento, ed aveva questa contentezza così chiaramente dipinta in viso che il Puccino indovinò i suoi pensieri.

—Che te ne pare eh? Sforzino? Ti so dire che ti puoi vantare d’aver cenato stasera coi primi bravi d’Italia. Vedi quello a destra del sig. Giovanni, è Orazio Baglione, figlio di Pagolo e fratello di Malatesta, che è stato un pezzo co’ Veneziani. L’altro a sinistra, quel piccolo con que’ due occhi tutti pepe, è Ivo Biliotti. Sampiero da Bastelica è quell’altro. Codesto lo conoscerai, è nostro fiorentino, Cecchino del Piffero lo chiamiamo noi, ma egli è de’ Cellini. Il fratel suo è assai buono orefice: gli sta però meglio in mano la daga che il cesello.—

Lamberto s’era accorto che tra mezzo a costoro, giù in fondo alla tavola, v’era una donna; vestita com’era da uomo, ed all’incirca simile agli altri, non dava nell’occhio così alla prima. Osservandola poi più minutamente, certe trecce di capelli neri che in parte si mostravano sotto una berretta rosata ad orlo frastagliato che portava sull’orecchio alla brava; il petto colmo non del tutto celato da un farsetto a liste nere e rosate, palesavano chiaramente il suo sesso. Il solo viso non avrebbe forse bastato a darne contezza, chè poteva anche star bene ad un bel giovane di diciotto anni. Il balenar rapido e protervo delle pupille, le risa sfrenate, ed un certo che d’impudente in ogni moto, in ogni atto, mostravano poi tutt’altro che femminile ritegno.

Il viso, considerato attentamente, ed un po’ a lungo, si ricomponeva per dir così, tratto tratto: lo sguardo allora cadeva spento e sinistro sugli astanti, le labbra tumide e colorate si chiudevano togliendo alla vista due file di denti bianchissimi, e divenute pallide e sottili parevano esprimere tutt’altri affetti, ben più profondi di prima: sprezzo, dispetto, ironia, ira e dolore talvolta. E quando meno l’aspettavi, ecco di nuovo ricomparirle sul viso una gioja ebbra e sfrenata: si sarebbe creduto che due anime albergassero in quel corpo a vicenda.

Lamberto accennando ad essa coll’occhio, disse al Puccino sorridendo:

—Anche codesto bel giovane è uno de’ primi bravi d’Italia?—

—Quello, o per dir meglio quella giovane, (chè vedo sei un buon bracco e tosto hai scovato il lepre) non ha forse paura di quanti siam qui, coll’arme in mano. Essa è la più nuova creatura che tu vedessi mai; uomo, donna, soldato, cortigiana.... questo, proseguiva ridendo, questo, cred’io più di ogni cosa. Ma non delle solite, che ora è di tutti, ora di nessuno: ora ride, si dà buon tempo, e fa un chiasso del trentamila, ora non le si può dire che begli occhi avete in fronte, chè non risponda una carta di villania; ora amorevole, ora perversa come la versiera. Io dico che n’ha un ramo. Certi voglion vedervi sotto di gran cose (chè non si sa di dove sia scappata fuori) voglion che sia.... che sia.... che so io? Ne dicono tante!.... a me, a guardarla in viso.... mi par sangue di zingani, ma, quel che è certo, è mezza pazzericcia; per non dir pazza intera.

In questa il sig. Giovanni, cui poco durava la pazienza a star a tavola, s’era alzato ed insieme la maggior parte de’ convitati ch’eran seco usciti in cortile. Alcuni ne rimaser seduti; e tra gli altri Lamberto che stava udendo il Puccino, e la donna che badava a sghignazzare co’ suoi vicini. Il giovane avvezzo in casa di Niccolò all’austera virtù de’ Piagnoni, coll’immagine pura della Laudomia dipinta nella mente e quella di Lisa scolpita nel cuore, osservò costei qualche momento, ma quantunque nell’età ove i sensi più facilmente s’infiammano, la guardò con ripugnanza, e fece l’atto d’alzarsi per andarsene.

—Sta qui con noi Sforzino, disse il capitano Cattivanza degli Strozzi, che era seduto accanto alla donna. Sta qui, che la signora Selvaggia ti vuol conoscere.—

Visto poi che il giovane non mostrava una grande smania di far quella conoscenza, proseguiva:

—Eh vien qua! e sebbene sei nato di Piagnoni, una bella donnetta t’ha ella a parere il diavolo? O temi tu che il suo fiato non t’appesti? Eppure sento dire, che in Firenze dopo che fecero arrosto Fra Girolamo, le damigelle dal velo giallo[25] menan la coda più che mai; sicchè e’ non ti dovrebbe parer cosa nuova...—

Lamberto sentendosi pungere dall’ironia che era in queste parole alzò le spalle avviandosi per uscire, e disse:

—Mal abbian le cortigiane, e chi.... ma non potè finir la frase, chè tutti urlando e schiamazzando: «Uh Piagnone! bravo Piagnone! evviva il Piagnone!» gli tagliaron le parole. A questa tempesta tornò indietro, che già era presso l’uscio.

Fermatosi ritto di contro la tavola e fissando negli occhi il Cattivanza, senza mostra di stizza, che però l’aveva, disse:

—Oggi è il primo giorno ch’io mi trovo in questa tanto onorata compagnia, e però è dovere ch’io mi mostri modesto, e sebbene voi mi diate la baja, forse più che non mi si converrebbe, neppur per questo mi voglio adirare con esso voi. Vi dirò solo, che d’esser nato di Piagnoni me ne vanto. Di seguir la dottrina del beato Fra Girolamo, volesse Iddio che io potessi vantarmene com’io vorrei: e, per dirvene la ragione chiara chiara, egli è perchè e’ cercava colla gloria di Dio, la libertà del popolo di Firenze, dove invece i suoi avversarj l’hanno riposto in servitù. Io vi concedo ch’egli poco si dilettava di cortigiane, dove quelli che l’hanno morto se ne dilettano assai. A voi pare forse ch’egli avesse il torto; ed a me pare ch’egli avesse ragione, chè non tutti i cervelli la pensano a un modo. E quanto al pensare sappiate, capitan Cattivanza, che io stimo messer Domeneddio, abbia fatto dono agli uomini d’un cervello per uno, senza lasciarne un solo sprovvisto, col proposito espresso che ognuno si valga del suo.

Chè dove fussi stata sua intenzione che un cervello solo servisse per parecchi uomini, e’ non avrebbe durata tanta fatica, ed a tutti coloro che n’avessero avuto a far senza, avrebbe posto nella memoria semi di zucca, o qual altra cosa costasse meno.—

A questo punto molti non si poterono tenere di non ridere, e Lamberto, che prima pareva sopraffatto da chi lo dileggiava, veniva a poco a poco riprendendo il suo vantaggio nella mente d’ognuno.

—Poichè dunque, proseguiva, questo benedetto cervello, Iddio l’ha dato anche a me, lasciate che l’usi come mi vien bene. Io so benissimo che tra’ soldati è costume darsi buon tempo con quante donne s’incontrano; nessuno potrà dire però che chi non fa così non debba esser tenuto buon soldato e valente della sua persona, ed a chi lo volesse affermare, potrei di leggieri farlo avveduto dell’error suo. Ora dunque che siam d’accordo su questo punto, che si può pur esser uom da qualcosa e non impacciarsi con meretrici, sarete contento, capitan Cattivanza, e lo stesso dico a tutti gli onorati gentiluomini che ora sono miei compagni d’arme, sarete, dico, contenti tenermi per buon fratello, parato ad ogni vostro comando, ma quanto all’esser io Piagnone, al fare o non fare questa o quell’altra cosa, vogliate, vi prego, lasciarne il pensiero a me, ed in tutto il resto abbiatemi sempre per cosa vostra, apparecchiato ad ogni vostro piacere.—

Confessare le proprie opinioni in faccia ai coltelli, o alle mannaje, è forse meno difficile talvolta che professarle apertamente in faccia a chi v’oppone lo scherno ed i motteggi. A questo paragone si conosce un cuore veramente alto e generoso; e quel di Lamberto era tale.

—Che vuoi che ti dica? rispose il Cattivanza, tra il persuaso e il dispettoso; hai ragione! Che sappi menar le mani l’abbiam veduto; sicchè qui non c’è contrasto. Quanto al resto aggiustala a tuo modo, per me poco mi cale, e nessuno qui ti darà fastidio, che, viva Dio, sei un giovin dabbene.... vien qua, beviamo e siamo amici.—

—Col cuore e coll’anima, rispose Lamberto prendendo la mano che gli offriva il suo avversario, e poi un dopo l’altro quella di tutti. Empiuti i bicchieri li votarono in pace e concordia, e Lamberto rimase presso di tutti in miglior concetto di prima.

Il capitan Puccino il quale, mentre Lamberto parlava con sì poco rispetto della signora Selvaggia e sue consorti, gli era andato sempre facendo qualche cenno, o dicendo a mezza bocca, «Bada! bada a te Sforzino!» soggiungeva ora battendogli sulla spalla:

—Ringrazia Iddio che sei un bel giovane, se un altro avesse detto la metà di quel che hai detto tu, avrebbe saputo presto quante dita sia lunga quella lama pistolese che porta al collo la signora.—

Ed additava un bel pugnaletto ch’ella aveva sul petto appeso ad una catena d’oro.

Il Puccino non s’era però apposto giudicando i pensieri della Selvaggia. Le parole di Lamberto invece di farla adirare, avevan impressa sul suo viso quell’espressione cupa e profonda che accennammo poc’anzi. Durante tutta la quistione era rimasta coll’occhio basso senza aprir bocca. A questo punto alzò il capo, e serrando le ciglia verso il Puccino disse:

—Che cosa sai tu di quel ch’io pensi? E se costui mi paja un bel giovane, o no? E s’io mi rechi a vergogna ciò ch’egli ha detto? Non t’impacciar del fatto mio tu! Che sempre mi sei parso un asino, ed ora più che mai.—

—Tempo cattivo! disse ridendo il Puccino, e preso pel braccio Lamberto pur seguitando a ripetere, «tempo cattivo! Temporale in aria!» lo trasse fuori in cortile.—

—Lascialo andare, e faccia pure il santo a sua posta, disse il Cattivanza alla donna, e noi attendiamo a darci buon tempo, anima mia. Uh! benedetti quegli occhi ladri! Ch’io ti voglio un bene ch’i’ me ne muojo!—

Ed in così dire volle cingere colle braccia la vita snella della Selvaggia, la quale gli rispose con la mano in sul viso, e non picchiò per ischerzo.

—Fatti in costà, che tu m’hai fradicia!—disse alzandosi per andarsene.

—Oh! sta a vedere che tu pure ti fai Piagnona. Se ti vedessi mai far segno di croce, e’ sarebbe il primo alla fediddio.—

Questa risposta dello Strozzi non fu però udita dalla donna, che senza più badargli era scomparsa. Anch’esso cogli altri si tolse allora di là andando ognuno pel fatto suo, chè già principiava a imbrunire: non lasciava però egli di brontolare esclamando: Sforzino faccia pure il Piagnone quanto vuole... suo danno... ma se punto punto vedo che questo male s’appicchi, l’avremo a discorrere.—

Dopo due giorni il campo si mosse verso Mantova, col proposito di far testa ai tedeschi di Giorgio Frondsperg che, in numero di quindicimila uomini, seguivan l’usanza vecchia di vivere a discrezione alle spalle degl’Italiani. Si noti che in questi casi il vocabolo discrezione, suona indiscrezione. Le bande del sig. Giovanni, in pochi alloggiamenti e dopo qualche scaramuccia di lieve momento, si trovaron sul Po presso a Governolo. Lamberto, per la via, facendo l’uffizio di buon soldato quando si offerse l’occasione, e quando le cose procedevan quietamente, mostrandosi solazzevole e buon compagno, s’era comprata la benevolenza de’ suoi camerati, coi quali piacevolmente più volte era tornato sui medesimi discorsi fatti alla cena in proposito della Selvaggia.

Ella avea bensì tenuto dietro all’esercito, ma senza mai cavalcare di compagnia con alcuno, nè far motto a persona. Lamberto la vide due o tre volte trascorrergli accanto su un cavallo turco veloce e leggero come un cervo, con un cojetto indosso ed una zagaglia in mano, e tosto sparire tra la polvere sollevata dalla moltitudine che seguiva la strada maestra. Un giorno che alcuni scoppiettieri tedeschi fecero un poco di testa e convenne rompersi, la vide un tratto uscire correndo dal folto dell’archibusate, e passandogli accanto senza fermarsi gli gridò: S’io non valgo per donna, valgo per uomo, e via come una saetta.

Passati alcuni giorni il valoroso e sventurato Giovanni de’ Medici, colpito in una gamba da una palla di falconetto, fu portato a Mantova, ed in breve spazio di tempo passò di questa vita. Le sue bande piansero amaramente la morte di quello che era stato tra essi il primo per ardire più che per grado, vestitesi a bruno ebbero d’allora in poi nome di Bande Nere, e mantenendo viva tra loro la memoria de’ precetti e degli ordini del loro capitano, furono sempre il terror de’ nemici, e sempre, ovunque percossero, rimasero vittoriose.

Lamberto che aveva sperato, seguitando la fortuna del sig. Giovanni, salir presto a quel grado d’onde con suo onore potesse poi rivolgere il pensiero alla Lisa; che all’ammirazione accesa in lui da gran tempo dalla fama delle sue imprese, univa ora per esso un affetto nuovo e vivissimo generato dalla cortesia colla quale n’era stato accolto, provava doppio dolore e non sapea a qual partito appigliarsi. Quantunque Orazio Baglione avesse ottenuto il comando delle bande, e fosse pur uomo da guerra di molto grido, temeva Lamberto non s’avessero a risolvere, o almeno a perder molto della loro riputazione e quantunque ciò in effetto poi non avvenisse, il suo sospetto non era però del tutto fuor di proposito.

Venne tratto da questa perplessità da uno strano incontro ch’egli ebbe colla Selvaggia.

Egli non era sì poco accorto da non essersi alla prima avveduto che costei gli avea posti gli occhi addosso, ed avea fatto disegno sopra di lui. Diceva tra sè ridendo: «io non son tordo pel tuo carniere!» pensandosi fosse suo solo proposito tentare, com’è costume delle cortigiane, di spillargli i danari. Siccome quanto a questo si sentiva sicuro non n’aveva un pensiero al mondo.

Una sera uscito un trar di mano dagli alloggiamenti, sedutosi sulla riva sabbiosa del Pò, volgeva gli occhi al sol cadente che stava per nascondersi dietro folte e lunghe file di pioppi onde era coperta la riva opposta. Mirava scendere placida e maestosa la corrente del fiume, che facea tremolo specchio agli alberi, ed all’infocato chiarore dell’occidente.

Ripensava in cuore le belle sere d’estate in riva all’Arno, quando fuor della porticciuola passeggiava lungo la sponda e vedeva il sole tramontar dietro le colline d’Artimino. Si ricordava che da quei luoghi volgendo a tergo lo sguardo verso oriente avea tante volte considerato quanto bella ed augusta si mostrasse Firenze all’ultimo raggio del sole, co’ suoi palazzi bruni e merlati, le sue innumerabili torri, i suoi ponti, le sue chiese. Vedeva colla fantasia la gran cupola di Santa Maria del Fiore, e la palla dorata che da lontano, quando il sole la ferisce di costa, pare una stella che si sia posta sulla sua cima; vedeva il campanile di musaico del Giotto, l’altissima torre di Palazzo, ed al sommo il Leone rampante della repubblica volgersi a seconda de’ venti; e pensava: «ti sei piegato, è vero, a molte tempeste, ma sei pur sempre costì!»

Povero Lamberto! Non sapea che un tal vanto dovea presto cadere per sempre insieme con quell’insegna.

Questo quadro bello, ma inanimato riceveva ad un tratto vita ed affetti dalle immagini della Lisa, di Laudomia, di Niccolò, de’ figli, de’ compagni d’infanzia; dalla memoria delle parole dette od udite, degli sguardi, de’ cenni, di quegli atti cui si finse non porre mente, ma che sempre poi si sono serbati in cuore. Dall’amaro pensiero, e pur caro al tempo stesso, dalla povera vecchia madre, che all’ultima dipartenza aveva saputo spinger l’amor materno sino a velar con un sorriso di speranza la rassegnata persuasione che provava di non rivedere più il figlio che in cielo. Egli avea letto nell’ultimo suo sguardo questo pensiero doloroso, e col cuore trafitto da uguale sospetto, aveva esso pure simulata quella speranza che in effetto poco sentiva. Tali memorie ora l’assalivano come un rimorso, e rimproverando se stesso diceva: «E potesti lasciarla? E se non la rivedessi più?» e colla mano sugli occhi piangeva.

La volta del firmamento si veniva intanto popolando di stelle, l’ultimo crepuscolo mostrandosi appena all’occaso con una striscia di luce rancia sulla quale apparivano le cime de’ pioppi, mosse leggermente dal vento notturno.

In quella sentì una pedata che s’avvicinava cheta cheta sull’arena. Alzò il capo, e vide una figura bruna avvolta in un mantello che si veniva accostando. Importuno! disse in cuore Lamberto, cui doleva venir tolto a’ suoi più cari pensieri, e stava per moversi onde evitarlo, ma quella figura gli si era posta a sedere a due braccia distante, e dopo un momento di silenzio con voce bassa ed umile gli diceva.

—Dimmi, o giovine, non hai tu lasciata nella tua terra una donna che t’ama? che tu ami sopra ogni cosa al mondo? Non pensavi tu ad essa ora? Rispondimi; che Dio ti consoli! Rispondimi schietto.—

La voce era di donna: Lamberto disse fra se stesso: «costei è la Selvaggia!» e l’idea che una cortigiana si venisse a frammettere ne’ pensieri augusti e puri della patria, della madre, della sua Lisa, gli fe’ sentire il ribrezzo che si prova quando in mezzo a fiori odorosi ed intatti si scorge appiattato un insetto brutto e schifoso.

S’aggiungeva poi il sospetto che quella comparsa improvvisa, a quell’ora, in quel luogo solitario, fosse una trappola di costei.

—Oh! che c’entrate voi ne’ fatti miei?—rispose Lamberto con voce tronca ed altera.

—Oh! non c’entro; lo so, non son degna d’entrarvi..... chiedo io tanto? Veggio ch’io t’ho offeso..... e sa Iddio se n’avevo il pensiero..... ma non seppi con quali parole cominciarti a parlare... ed è forza ch’io ti parli.... speravo, nominandoti quella che fai beata dell’amor tuo,.... speravo ti scordassi un momento ch’io son la Selvaggia, e mi dessi ascolto un minuto senza adirarti. Oh giovane! alle biscie che strisciano pei canneti delle paludi, Iddio non nega l’aria nè il sole.... ad una creatura che ti sta dinanzi colla fronte nel fango e ti chiede due parole di conforto, le darai tu col piede nel viso?—

E in così dire la fronte della Selvaggia cadeva in effetto sull’arena già umida per la rugiada.

—Io non vi fo nè mal nè bene, signora (rispose Lamberto sempre più fisso nell’opinione che quelle calde parole, quegli atti, quella voce commossa, fossero pura commedia) e se volete nulla da me, siate contenta dirmelo in due parole, ma dalla bocca vostra non esca verbo su altra donna... m’avete capito.... ch’io non sono per sopportarlo.—

—Lo confesso: non sono degna neppure di nominarla. Sei contento? Ti rimane in mente qualche parola di sprezzo che non m’abbi detta? Su, dimmela. Sfogati.... calpesta chi è venuto ad implorarti umile e tremando, come farebbe il verme più vile, se gli fosse data e voce e mente per volgersi al creatore dell’universo. Oh! godi della tua prodezza, della tua virtù.... e quando parli con Dio, digli: Ti ringrazio ch’io non somiglio a costei!....—

La persuasione intima in cui era Lamberto sul conto della donna non potè impedire però che quell’umili parole, ed il modo, il suono di voce col quale erano espresse non gli giungessero al cuore, e vi destassero un dubbio, un moto quasi di compassione. Fatto perciò meno aspro nel viso e nelle parole diceva:

—In verità di Dio, signora, voi mi fate maravigliare! Sprezzarvi! calpestarvi! che c’entra questo discorso? O voi sapete quale opinione io possa avere di voi, del viver vostro; ed allora, se non vi piace udirle, perchè mi conducete a dovervela palesare? o di quest’opinione voi non n’avete pure il sospetto, nè credete meritarla, perchè allora ve ne curate?—

—Perch’io la conosco, perchè so ben io quali sventure m’abbian condotta a meritarla, per questo la curo, per questo mi son gettata nelle tue.... a tuoi piedi.... Per la prima volta dopo tanti anni ho riveduto un viso d’uomo che non m’è sembrato quello d’un bruto, d’una fiera selvaggia.... Oh, che dich’io, sciagurata! M’è parso il volto, la voce d’un angiolo che si chinasse fino al mio fango e mi porgesse una mano per sollevarmene! Oh, se t’avessi incontralo quando aveva quindici anni! Ma invece!.... uno spirito dell’inferno!.... entrò, credo, in un corpo umano per farmi sua preda! Oh giovine! Iddio solo ha diritto di sprezzare e punire, perchè conosce tutto, e perciò appunto io credo ch’egli abbia finalmente sentita pietà de’ miei mali, ed ha voluto che t’incontrassi! Ma tu non ne conosci la serie tremenda! Se ti fosse nota piangeresti con me. Oh! non negar d’ascoltarla, non sarà lungo il tedio.... poche parole basteranno.... chè dopo tant’anni sei tu il primo uomo al quale m’attenti a parlar di pentimento, senza il dubbio d’incontrar nuovi scherni e nuovi oltraggi.—

Lamberto pensò: «ecco una delle solite novelle di costoro»; non avendo però motivo di rifiutare ciò che con tanta istanza gli veniva domandato, disse:

—Se tutto quanto mi dite è la verità, parlate, o signora, ch’io v’ascolterò.—

—Se è la verità!—E la povera infelice battendosi la fronte colle palme, rimase muta un momento, poi scrollando il capo disse, che appena si potè udire:

—Si presta fede alle cortigiane? Hai ragione, proseguiva poi volta a Lamberto, quest’oltraggio m’è dovuto. Ma vedrai ora s’io ti dica il vero. Se mi pesi il tuo sprezzo, l’hai potuto conoscere, non dubiti di questo? Eppure v’è tal cosa che ignori, che avrei potuto nasconderti, che mi farà, se è possibile, più vile, più abbietta agli occhi tuoi.... Non ostante sappi anche questa..... Io non sono cristiana!—Un ebreo d’Ungheria fu mio padre. Mio padre? E debbo dargli un tal nome? Dovrei dire il mio più atroce nemico! Per lui son dove sono, per lui ho perduto patria, parenti, amici.... Ha parenti, amici, patria, la cortigiana? Qui si fermò un momento a pensare, poi con voce più dolorosa diceva: E non uscii forse pura dal seno di mia madre? forse non ebbi da Dio, come le altre creature, un cuore capace d’amore, capace di virtù? Chi mi rapì questo tesoro, chi bruttò questi doni divini? ch’eran miei, ch’eran la porzione di bene, di felicità assegnata a me dall’Onnipossente? chi?—

E qui tacque un momento, guardando Lamberto con occhi che fulminavano; afferratogli il braccio, proseguiva poi, tremandole la voce e le labbra:

—Prestami fede, o giovane, se ne hai il coraggio. Io ero sola quella notte.... sola nella mia camera.... mia madre non era più al mondo.... oh, se fosse stata viva!.... M’avrebbe difesa!... picchiarono all’uscio.... udii la voce di mio padre, mi chiamava.... aprii. Un uomo era seco, pareva un principe alle vesti, alla fronte superba. Io lo guardavo incerta, spaventata... mio padre scomparve... l’uscio si richiuse....

—Egli aveva fatto mercato del proprio sangue...

—Fa egli mestieri ch’io ti narri il seguito de’ miei casi? Tu virtuoso, tu nobile e generoso, potrai tu comprendere come si faccia a rimanere in vita dopo tali orrori? come a poco a poco si formi il callo al vituperio, alla colpa? come possa alla fine una donna calpestar ogni rossore, non aver più anima che pel piacere, non più cuore che per amarlo, cercarlo ed inebbriarsene? Io ti metto spavento!.... lo vedo.... ma dimmi, sii tu mio giudice.... dove fu la mia difesa... il mio ajuto?... com’era possibile resistere, vincere, salvarmi? Eppure, tradita prima, poi vituperata; cacciata al fine come una vil cosa, posta sotto i piedi di tutti, s’io talvolta alzo la voce per chieder pietà, s’io stendo la mano, sperando che una mano amica si muova ad ajutarmi, non trovo che insulti, non odo che scherni, ognuno mi respinge nel mio fango! La mia miseria, il mio pianto, è trastullo a chi per un momento si degna badarvi... Oh! Dio del Cielo, che avevo io fatto, per venir al mondo a patir tanti strazii?...

—Oh! giovane, tu che non hai delitti che ti pesin sull’anima, che sei bello, prode, virtuoso; che in mezzo ai pericoli, ai travagli, ti riposi nel pensiero de’ tuoi cari, se sapessi che cosa sia esser nata con un cuore ardente, assetato d’amore, e non essere stata amata mai, mai da nessuno! neppure dal padre!... Se conoscessi quest’orribile strazio.... ti maraviglieresti ch’io abbia serbato ancora nell’aspetto, e forse nel cuore, alcun che d’umano!... stupiresti che non mi sia gettata furibonda come una fiera su quanti incontravo di quella razza perversa e crudele che m’ha tradita, che m’ha cacciata in quest’abisso di miserie, e poi mi nega ogni conforto!... Se mi si dicesse, che un’anima c’è ancora al mondo che potrebbe accogliermi, asciugar le mie lagrime.... se mi dicessero: v’è ancora una creatura sulla terra che t’amerà se saprai meritarlo!... Oh! Dio di bontà, sarebbe troppa la mia ventura!... non reggerei a tanta gioja!... correrei tutto il mondo per rintracciarla.... se la vedessi al di là d’un mare di fuoco, mi vi caccerei per raggiungerla!... le abbraccerei le ginocchia... che cosa potrei offrirle per rimunerarla di un tanto bene, che cosa potrei operare per rendermene degna?... Oh! giovane, se sapessi a quanto poco starei contenta!... Il tuo cuore, lo vedo, è posto in luogo qual egli merita, ma tu ami pure il tuo cavallo da battaglia, nè ti credi far torto a... ad... ad alcuno... Tu ami il tuo veltro!... oh! dopo il tuo cavallo, dopo il tuo veltro, non aver a sdegno che io implori da te un tuo pensiero; lascia cader un tuo sguardo sulla povera Selvaggia... che mi dica poveretta, mi fai pietà!...

—Oh Dio! neppur mi risponde!—Gridò la sventurata donna, e proruppe in un pianto dirotto.