CAPITOLO XIV.


Se Lamberto tardava a rispondere era per una cagione ben diversa da quella che supponeva la Selvaggia.

Le sue parole, alle quali gli pareva pure di dover prestar fede, gli avean destata nel cuore una pietà profonda, ma un avanzo di sospetto, che non riusciva a far tacere interamente, lo persuadeva a star sulla sua e non mostrar tutta quella compassione che provava. Onde studiando di aver ferma la voce e tranquillo l’aspetto, le diceva:

—Voi volete compassione, signora? Chi potrebbe negarla a casi dolorosi e tremendi quali furono i vostri? Ma voi v’invilite troppo, chè una creatura formata a somiglianza di Dio non dee porsi a paragone coi bruti.—

—Io m’invilisco troppo? E come puoi dirlo, se neppur così mi vien fatto impetrare quel poco che ti domando. Ti costava tanto dirmi addirittura: povera Selvaggia, io t’accetto per ischiava?.... darmi un momento di bene, un minuto di conforto con una parola che sgorgasse proprio dal cuore? ed invece tu m’esci fuori col Voi v’invilite... La virtù è bella, oh! ma è dura ed orgogliosa.—

—No, Selvaggia, io non ho virtù, e molto meno sono e duro ed orgoglioso con te. Io sento all’anima le tue sventure, e se stesse in me il liberartene poco ti rimarrebbe a soffrire. Ma dove non arrivano le mie forze, giungerà la virtù d’Iddio, se a lui ti rivolgi. Io non t’ho risposto come sarebbe stato il tuo desiderio perchè non è in poter mio d’adempirlo. Non cercar più oltre, Selvaggia. Pensa che un animo forte può sempre farsi maggiore al suo destino.... che la virtù non si parte dai cuore dell’uomo giammai del tutto se non per suo espresso volere, e mediante questo vi può far sempre ritorno. Tu puoi risorgere, puoi sperare ancora in terra stima ed affetto, purchè lo voglia. Io t’ho ascoltata, quel che potevo dirti te l’ho detto.... ora convien dividerci.... Iddio ti conceda quel bene, quella pace ch’io ti prego da lui. Addio.—

Lamberto s’allontanò di buon passo, e n’era tempo; questi ragionamenti l’avean turbato, sconvolto; scorgeva che per lui il più sicuro partito era fuggir questa donna. La sua bellezza, le sue sventure, i delitti, i rimorsi suoi stessi la rendevano interessante, facevan di lei un essere nuovo, singolare.... insomma, era meglio fuggirla, e Lamberto in pochi minuti fu tornato ov’era il suo alloggiamento.

La donna gli tenne dietro coll’occhio finchè il poco chiarore delle stelle le permise di scorgerlo. Quando non lo vide più sentì nel cuore una solitudine desolata.... le parve rimanere unica superstite sulla terra.... «I malvagi, pensava, mi deridono ov’io voglia appena far parola di quest’inferno ch’io sento nel cuore.... Costui virtuoso mi vede spirante di disperazione a’ suoi piedi.... volgiti a Dio!... e m’abbandona! Oh Dio! giacchè tu solo conosci il mio strazio, tu solo odi il mio pianto, perchè dunque m’hai tu dimenticata! Oh povera me! dovrò proprio morire senza aver provato la dolcezza d’esser amata!...» E smaniosa, dovrei dir furibonda per questo pensiero, correva come pazza lungo la riva del fiume.

Un tratto si fermò quasi percossa da una nuova idea.

—E son io sicura ch’egli m’abbia prestato fede?.... E rimasta ancora un momento a riflettere, gridava tutta mutata in viso per l’inaspettata speranza—No! no! non m’ha creduta.... ha pensato ch’io l’ingannassi... Oh! se avesse potuto esser certo ch’io gli dicevo il vero.... non m’avrebbe risposto, nè lasciata così.... Oh! lo conosco, egli è generoso!... e buono!... dunque v’è ancora speranza?... Ti ringrazio Dio di bontà, e cadeva sulle ginocchia cogli occhi e le braccia tese verso il cielo, che hai così tosto accolta la mia preghiera, che m’hai tornato in cuore il tesoro, l’immenso tesoro di poter sperare. Sì, verrà il giorno che mi presterai fede! vedrai allora che non t’avevo ingannato.... verrà il giorno che mi dirai: Selvaggia poveretta, finalmente ti credo.... mi sei cara!..... Non sarà amore.... no.... sognerei io mai d’ottenerlo? Io vile, io misera, io abbietta creatura.... l’amor di quell’angiolo? Qual è la donna in terra che n’è degna?..... Ah sì! ve ne debb’essere una!..... Ebbene, io l’amerò costei, io sarò sua serva poich’essa è cara al mio signore.... forse così potranno patire la mia presenza..... forse potrò ottenere che non mi discaccino.... forse quando sarò alla mia ultim’ora.... quando gli diranno: la povera Selvaggia sta per passare.... chi sa? verrà forse al mio letto, e se mi rimarrà tanta voce da potergli parlare, lo pregherò di dirmi sua prima ch’io spiri!.... sulla mia fronte gelata sentirò allora posarsi la sua mano, mi dirà mia Selvaggia.... poi non sentirò più nulla.... sarò morta!—

In questi pensieri la povera giovane era uscita affatto di sè.... Dio sa quanto tempo rimase in questo stato. Quando le tornò la facoltà di pensare, di riflettere, l’alba spuntava all’oriente, riconobbe la riva del Po, le trabacche degli alloggiamenti, si guardò attorno smarrita, domandò a se stessa: «Che fo io qui? dove mi trovo? chi sono?...». Una voce poco lontana (eran soldati che venivano ad abbeverare cavalli al fiume) rispose con uno scroscio di risa:

—Sei cortigiana delle Bande Nere, ecco chi sei!—

La poveretta mise uno strido e si cacciò a fuggire....

Un anno dopo, nel mese di aprile, l’armata di Filippino Doria veleggiava sul mezzogiorno per le marine d’Amalfi, volte le prore a Capri ed al capo Campanella. Erano 15 galere, colle quali il nipote d’Andrea teneva guardato il golfo di Napoli affinchè nessun soccorso potesse giungervi agl’imperiali che v’erano assediati da Lautrec. Il loro vicerè Ugo di Moncada, volendo ad ogni costo far libero il mare, avea stabilito affrontarsi con Filippino, e moveva colle sue galere, sulle quali avea fatto salire il fiore della nobiltà e delle genti spagnuole, in cerca del nemico; questi, saputo il suo disegno, stava apparecchiato a riceverlo.

Gli ordini della guerra marittima, la forma delle navi, tutto è mutato oggigiorno. La galera del medio evo è scomparsa dai mari. Nella darsena del porto di Genova una ne galleggia ancora in un angolo senz’alberi, abbandonata, tutta sdruscita e sconnessa: l’intemperie, gl’inverni, la pioggia avranno tra pochi anni distrutto e fatto scomparire del tutto questo unico simbolo della passata potenza de’ Genovesi. Perchè non salvan essi almen l’ultimo di que’ legni veloci sui quali corsero arditi e vittoriosi per tanti secoli le marine d’Italia e di levante? O Genovesi, vorrete voi che si perdano questi segni della vostra gloria, che è pur gloria d’Italia, che è nostra? Poichè avete con tanta vostra virtù aggiunta questa all’altre sue palme, serbatene la memoria, mantenetene l’ultime reliquie. L’onor d’Italia ve lo domanda, gl’Italiani ve ne scongiurano, o Genovesi!

Il naviglio di Filippino si moveva lentamente verso l’alto mare spinto da un leggiero levante, che feriva di fianco le larghe vele latine tutte spiegate per riceverne il soffio debole ed interrotto. I remi sospesi rimanevan alti sul mare, e le galere, ora poggiando sul fianco quando il vento incalzava, ora di nuovo rizzandosi quando veniva meno, solcavano il mare con un lento e maestoso ondeggiare, e tacite si preparavano alla battaglia.

Nessuna alterazione, nessuna confusione appariva per questi apparecchi: quei soldati, que’ marinai non sapevano da gran tempo che combattere fosse altro che vincere. Sulla prora, ove il tremendo cannone di corsia apriva, tra quattro pezzi di minor calibro, la sua gola ampia ed affumicata verso il nemico, i bombardieri, dopo averlo caricato colla sua palla, che pesava talvolta sessanta libbre, sedevano ragionando tra loro, e taluno, pel caldo del meriggio, velava gli occhi e così un poco veniva sonnecchiando.

Gli archibusieri, che nella battaglia soleano schierarsi sul tavolato che copriva le artiglierie, detto castello di prora, stavano armati di corsaletti, cosciali, cappelli di ferro, appoggiandosi ai loro scoppietti od alle forcine, tenendo in mano le corde accese pronti a dar fuoco; dietro a loro altri fanti con picche, alabarde, partigiane ed arme in asta coi ferri quali a falce, quali uncinati, quali larghi e diritti. Alcuni tenevano levati in ispalla lunghi spadoni a due mani colla lama serpeggiante, v’eran targhe e rotelle, che oltre il servir di difesa poteano anche offendere coll’acuto e forte ferro che avean fitto nel mezzo, si vedeva insomma tutta la moltiplice varietà d’armi e d’armature che le robuste braccia de’ padri nostri ed i loro fortissimi petti, reggevano ed adopravano senza disagio gl’intieri giorni sotto la sferza del sol Lione, e che la gioventù de’ tempi nostri, avvolta nella robe de chambre, sdrajata sul seggiolone alla Voltaire, contempla nelle sue sale appesa ed ordinata in polverosi trofei.

La corsia della galera, spazio largo quattro braccia, che si tendeva da poppa a prora tra le due laterali turbe de’ remiganti, era stivata anch’essa di soldati, i quali a guisa di retroguardo stavan pronti a spingersi avanti ove i primi cadessero, ovvero, vincitori nell’arrembaggio, fosser saltati sul legno nemico. Gli uomini delle ciurme, a cinque per remo, nude le braccia, e l’intero busto talvolta, legati alla panca sulla quale sedevano, con catene che non dovean sferrarsi che dal loro cadavere, erano schiavi turchi la maggior parte: delinquenti condannati al remo, prigionieri di guerra: (atroce costume!) e sulle galere d’Andrea, eran più di tutti spagnuoli. Quanti ne poteva aver nelle mani, tanti ne metteva al remo, chè egli odiava sopra tutti la loro nazione[26].

Per questa miserabil ciurma l’imminente battaglia era un fatto ordinario, un giuoco al quale la vita serviva di posta: perdendola, uscivan di mille travagli; serbandola, godevan anch’essi in qualche menoma parte i frutti della vittoria, chè i loro feroci padroni in queste occasioni eran larghi con essi di miglior cibo e di vino.

Il coraggio tuttavia che mostravan quest’infelici all’appressarsi della battaglia, era, più che altro, la cupa rassegnazione de’ disperati. O le palle dell’artiglierie nemiche traversassero la loro folta, o percuotendo nel corpo della galera la mandassero a picco, o, come spesso accadeva, questa venisse incendiata, essi non vedean che la morte. Certa, atroce, senza difesa, senza potersi, incatenati com’erano, in verun modo ajutare, senza provare veruna di quelle impetuose passioni che fanno agli uomini parer men duro il morire, potean essi sentire amor di patria, furor di parte, superbia del vincere, onore guerriero? Neppur quel sanguinario e bestiale istinto che spinge uomo contro uomo nel furor del combattere, neppur di quest’ebbrezza potevan giovarsi. Mentre i soldati, i marinai, gli uomini liberi della galera potevano muoversi, agitarsi, combattere, procurare in qualche modo la vittoria o lo scampo, ad essi toccava vogare e tacere, e lasciarsi uccidere o mutilare sempre tacendo e vogando, chè ad ogni atto meno servile li aspettava il nerbo e talvolta la daga dell’aguzzino.

Indietro, sulla poppa che s’alzava in pendìo, coi lati scolpiti al di fuori, rabescati, dipinti e dorati soventi volte; coperta di belle cortine a nappe e drappelloni, cui reggevano cerchi in traverso e tre aste pel lungo, in questo luogo eminente stavano il capitano della galera ed i principali uffiziali delle milizie imbarcate. Qui, sopra l’ultima punta, che rimaneva sospesa sul mare assai indietro dal corpo della nave, eran tre gran lampioni che s’accendevan la notte. Qui sventolava la bandiera di Genova, la Croce rossa in campo bianco, e questa medesima impresa si vedeva sulle banderuole e le fiamme che in gran numero adornavano le antenne e gli alberi della galera.

Armi, remi, sarte, ciurme, marinai, soldati, ufficiali, tutto era pronto, tutti erano ai loro posti, la maggior parte fissando gli sguardi alla gaggia dell’albero maestro, d’onde un marinajo di guardia doveva gridar all’erta! tosto che vedesse il navilio nemico. L’onda larga e cerulea rifletteva nel suo concavo la tinta purpurea de’ remi e de’ lunghi fianchi delle galere, le dorature della poppa, il bianco delle vele, il lampeggiare dell’armi, i varii colori de’ pennoni, delle bandiere, e quelle tinte riflesse parevan più vivide pel contrasto delle candide spume che le attraversavano prodotte dal solcar delle carene.

Cinque galere, distanti 50 braccia l’una dall’altra, formavano la battaglia: tre s’erano allargate in mare per tornar poi sul fianco, od alle spalle del nemico, quando fosse incominciata la musica. Molti legni minori armati ottimamente si teneano sui lati per nuocer co’ tiri delle moschette e degli archibugi.

Sul castello di prora della capitana stava ritto Lamberto con un morione in capo in cima ai quale era fissa una lunga penna color d’amaranto. Il busto, le braccia e le cosce eran coperte di ferro brunito e misto a strisce d’oro. Le calze larghe sopra il ginocchio, strette sulla gamba, del medesimo color della penna: in braccio una rotella foderata di velluto trapunto, e nella destra una spada larga quasi un palmo presso l’elsa, forte ed acuta sulla punta, con un’iscrizione lungh’essa che diceva: Prœmium virtutis; arme guadagnata da lui col suo valore, chè il tempo saltato a piè pari da noi con tanta disinvoltura, egli non l’avea nè giuocato, nè trascorso colle mani alla cintola.

Anche prima d’aver colla Selvaggia quell’incontro notturno che abbiamo narrato si sentiva spinto, come dicemmo, a cercar la sua ventura altrove. Dopo averla udita ed aver conosciuto qual tempra ardente avesse costei, che difficilmente si sarebbe tolta dal proposito di volerlo ad ogni costo far suo, stimò più sicuro e più onesto partito lasciare il campo, e preso tosto commiato da Orazio Baglione uscì la mattina dopo col suo servo svizzero dagli alloggiamenti.

S’egli avesse voluto condursi cogl’imperiali avrebbe potuto aggiustar bene i fatti suoi. Ma egli stimava che alla fortuna di Francia andasse unita quella di Firenze. Pensava che l’animo di Carlo V, fosse dominare l’Italia, e quello di Francesco I e de’ Francesi, donarle la libertà. Povero Lamberto, si vede bene che era giovane!

Il più rinomato de’ capitani italiani che seguissero le parti di Francia era in quel tempo, senza contrasto, Andrea Doria. Lamberto, dopo non molti giorni, fu a Genova, ottenne di seguirne la bandiera, e salì sulle sue galee che si movevano per cercare e combattere l’armata che Ugo di Moncada, vicerè di Napoli, conduceva dalla Spagna sulle coste del regno di Napoli. Nella battaglia ove questi fu vinto e volto in fuga, Lamberto, sotto gli occhi d’Andrea, saltò il primo sulla capitana nemica, ed ebbe, in premio di questo fatto, la bella spada che brandiva ora aspettando di combattere per la seconda volta lo stesso nemico.

Nel poco tempo passato col signor Giovanni avea scritto una volta a sua madre ed a Niccolò; un’altra lettera avea mandata da Genova prima d’imbarcarsi, ma in quel tempo non v’eran le poste ordinate come al dì d’oggi, ed una sola volta egli avea potuto, dopo molto tempo, ricevere una risposta di Niccolò. Quantunque vivere così al bujo di ciò che più strettamente gli premeva fosse per lui doloroso oltremodo, si consolava però pensando di quanta gioja gli sarebbe stato cagione il ritornar poi improvviso, e degno d’offrir la sua mano alla Lisa.

Bastino questi pochi cenni per non lasciar nella vita di Lamberto una troppo lunga lacuna. Ora torniamo all’armata di Filippino.

Il sole scendeva già verso l’occidente, ed il capitano genovese pensando che per quel giorno non avesse più a mostrarsi il nemico, stava per dare il cenno di volger le prore a Salerno, quando dalla gaggia della galera sulla quale era Lamberto fu gridato con voce lunga—Vela a Maestro!—Un sordo mormorìo, un fremito, un agitarsi senza confusione tra le ciurme e i soldati, tenne dietro a questo grido, e nel tempo stesso s’alzò la voce sonora d’ogni capitano che dava gli ultimi comandi. Per una corda che era attaccata alla cima dell’albero maestro della capitana (essa era posta in mezzo della linea di battaglia) si vide correr veloce all’insù la bandiera dei Doria, che vi si fermò spiegandosi e sventolando al soffio del vento, ed un urlo generale e simultaneo di tutta l’armata, salutando questo segno della battaglia, rimbombò sul mare e ne’ monti di Salerno.

I remi, ch’eran prima sospesi ed immobili, si tuffarono tutti in una volta nel mare, le galere, mosse da un solo volere, partirono insieme veloci come saette scoccate, lasciando dietro l’onda biancheggiante e agitata. Dopo la prima vela n’era intanto comparsa una seconda, ed uscivan di dietro gli scogli del promontorio di Campanella, poi un’ altra ed un’altra, infine in ispazio di mezz’ora le due armate si trovarono a fronte a poco più d’un tiro di cannone.

Filippino d’Oria, uomo di mezzana statura, asciutto, tutto nerbo, stava a poppa sulla spalla destra della galera sotto lo stendardo, luogo ch’egli doveva, come capitano dell’armata, occupare durante la battaglia; coperto d’armi splendide e dorate, non mostrava che il viso abbronzato dal sole, indurito al vento ed all’intemperie marine, e quanto ai lineamenti, vero tipo dell’ardita razza de’ marinai genovesi.

E marinajo, anzi uomo di mare perfetto, potea dirsi il nipote d’Andrea, chè alla scuola d’un tanto uomo aveva appreso a dirigere l’evoluzioni d’una armata non solo ma il corso altresì d’una galera come un semplice piloto. E se accenniamo questo suo merito, egli è perchè in quel tempo presso molte nazioni (tra’ francesi, verbigrazia) erano soventi volte eletti a capitani di guerre marittime, gentiluomini esercitati soltanto nella milizia di terra, i quali, lasciando intieramente ai nocchieri la cura delle cose navali, si riserbavan solamente la suprema direzione dell’impresa, non avendo nelle battaglie altro pensiero, fuorchè combattere arditamente alla testa de’ loro soldati, com’avrebbero fatto sugli spalti d’una rocca o d’una trincea.

Ai fianchi di Filippino erano il tenente della capitana e monsignore di Croy, mandato da Lautrec sull’armata con trecento archibusieri di rinforzo: altri uffiziali stavan in luogo meno eminente presso il primo remo di destra, che avea sette galeotti invece di cinque (e tanti ve n’ era dai due lati ai quattro primi remi dalla banda di poppa dai quali veniva regolata la voga), e sulla spalla sinistra, anch’esso al suo posto di battaglia, il proprio capitano della galera, tutti colle ciglia strette e le pupille fisse nei legni nemici, studiandone i disegni ed i moti, colla seria, tranquilla e risoluta impostatura, che gli uomini più valenti non acquistano ne’ pericoli se non dopo lunghissime prove.

Il nostromo[27] era in capo alla corsia presso la poppa con un valido nerbo sotto l’ascelle, una mezza spada larga e tagliente appesa al fianco, senza fodero, e le braccia intrecciate sul petto; avea in capo un cappello di ferro basso e rugginoso, un giaco indosso, larghi calzoni in gamba, ed i piedi nudi.

Otto, tra comiti[28] ed aguzzini, venivan passeggiando su e giù per la corsia, osservando con sguardi lenti e di traverso se ogni galeotto facesse il dovere; ove taluno rallentasse la voga, si vedean con moto rapidissimo descriver in aria la figura d’un 8 col nerbo, che cadeva fischiando sulle spalle del colpevole, ed al tempo stesso de’ suoi vicini; di torre la misura con precisione poco si davan pensiero costoro.

Tuttociò si faceva nel più alto silenzio, chè la rigida disciplina delle galee genovesi non permetteva parole quando gli ufficiali erano al loro posto di battaglia; nè s’udiva altro strepito fuorchè quello dell’onda alternatamente percossa, il gemere delle sponde sotto il pigiare de’ remi, ed il suono delle catene che s’urtavano nel rizzarsi e nel ricader grave de’ galeotti sulla loro panca.

Benchè nessuno parlasse, il nostromo tuttavia si volgeva tratto tratto guardando in viso ora il capitano, ora Filippino, quasi aspettando un comando che a quel punto gli sarebbe parso opportuno.

Per intendere ciò che or ora diremo convien sapere, che tra gli ultimi apparecchi d’una galera che si disponeva a combattere, v’era quello d’innalzare due specie di serragli, o trincere, che la tagliavano pel traverso: uno a prua dietro le artiglierie, l’altro all’albero di maestra, e venivan detti bastioni. Ognuno di questi bastioni era composto di due assiti alti sei braccia, retti da stili che si piantavano sulla corsia e sulle sponde. Lo spazio tra i due assiti, d’un braccio all’incirca, si empieva di gomene rotolate e ravvolte, e la facciata verso prua si vestiva di torciglioni di paglia. Si veniva così a fermare, o rallentare almeno le palle d’artiglieria che infilando pel lungo la galera avrebbero menata troppa strage tra la ciurma; ovvero, accadendo che nell’arrembaggio fosser saltati i nemici sul legno, si poteva di dietro questi ripari prolungar la difesa, e talvolta rannodandosi e facendo impeto ricuperar la parte perduta della galera.

Il nostromo dunque, come abbiam detto, si volse più volte a’ suoi maggiori, finchè il capitano, conosciuto il suo pensiero, disse a Filippino:

—Se Uscià crede, alzaremo el bastion de prua.—Il Doria accennò col capo di sì, ed il nostromo, dando un Oh! prolungato che avvertiva i marinai di star attenti al comando, disse: «Oh! dò trincheto! A alzar el bastion de prua!»

A quella voce sorse a prua un rimescolio senza disordine tra marinai, e si vider sorgere a un tratto gli stili, l’assito e le gomene a fasci, che si collocarono nel modo anzidetto. In cinque minuti tutto fu all’ordine, e gli uomini che avean condotto questo lavoro, ripresero i loro posti e la loro immobilità.

Un frate cappuccino, cappellano della galera, s’era intanto messa una stola, e ritto nel mezzo del castel di poppa, con un rituale in mano recitò alcune preghiere, poi alzò la mano e segnò d’una gran croce la ciurma ed i soldati, che tutti, dal Doria all’ultimo mozzo fecero il segno di croce: poi Filippino levando la voce, disse:

—Animo ragazzi, col nome di Dio.... e di S. Gio. Battista.... la giornata sarà buona.... Otto galere contro sei! guardate! guardate come vengono! Pel Santo Catino, che non prendono più di quattro palate per voga![29].

E Filippino ed i suoi ufficiali ed il nostromo sorridevan vedendo l’andar de’ remi incerto ed irregolare delle galere nemiche.

—Orsù, proseguiva il Doria, spero che ognuno farà il dovere come il solito per l’onor di Genova e in servigio del re Cristianissimo... Nostromo! Fa girar un barile per la ciurma.—

Il comando venne tosto eseguito, e gli aguzzini portarono intorno un caratello di vino, che passando ad ogni panca de’ rematori, i quali bevevano ognuno alla sua volta, produsse miglior effetto che non il pensiero d’illustrar Genova o servire il re di Francia.

—Ora, monsignore, disse Filippino al capitano degli archibusieri francesi, fate che i vostri uomini si tengan pronti, che, viva Dio, voglio che andiam a ber un bicchier d’Alicante a bordo della reale di Spagna.—

Ce ne sera pas moi qui y ferai faute.

Disse lietamente il francese, e volto ai suoi, dopo alcune parole per animarli, levò in alto la spada nuda gridando, com’era l’uso di sua nazione «vive le Roi!» ed a questo grido si unì quello di «viva Genova» mandato dalle genti del Doria; e più da lungi, l’altro di «viva Espana» che levavan le galere nemiche.

Le due armate s’erano intanto avvicinate a mezzo tiro di cannone; e Filippino accennando al timoniere, che teneva in lui fisso lo sguardo, e parea indovinasse ed eseguisse istantaneamente ogni suo pensiero, veniva regolando il corso della galera per giungere a porla in faccia alla reale di Spagna, non tanto diritta da esser infilata dalle artiglierie di quella, e non tanto di traverso da non poterla cogliere colle sue nella diagonale più stretta che fosse possibile. Anche gli spagnuoli cercavan questo vantaggio, ma meno esperti e men destri non si movean che a stento, e mal sicuri.

—Bombardieri, ai vostri pezzi! ed attenti!—gridò Filippino. Poi volto al capo della ciurma:

—Voga tutto![30] nostromo!—

Questi si lanciò in mezzo alla corsia col nerbo in aria gridando:

—Arranca! arranca!—

Ed il medesimo grido ripeteano i comiti e gli aguzzini, scaricando una tempesta di nerbate a dritta ed a manca sui galeotti, che raddoppiando la velocità e gli sforzi si vedeano curvar i dorsi, stender le braccia, nelle quali i muscoli enfiati parean guizzar sotto la pelle, e la galera spinta con nuova e validissima foga prese a volar sull’onda come una slitta sovra uno stagno diacciato.

Filippino era tutt’occhi. Vede giunto il momento, si getta alla stanga del timone, e piegandola egli stesso di forza fa orzar la galera, la trova al filo ch’egli voleva, grida:

—Fuoco!—

Ed un tremendo scoppio de’ cinque pezzi di prora sembra generar per incanto una nuvola densa e bianchissima che occupa un momento tutto il davanti della galera. Filippino che pel frapposto fumo non vedeva il nemico, si piegò tutto fuor della sponda e fece un gesto d’impazienza, non potendo neppur così scorger l’effetto de’ suoi tiri. Ma presto un fiato divento dissipò il fumo, e la reale di Spagna apparve piegala sul fianco pel peso del suo trinchetto, che scavezzato al calcio, era caduto parte tra la ciurma, parte nel mare. I marinai ebber però presto coll’accette troncato quell’albero affatto, e spintolo fuor del bordo, la galera si rizzò, e cominciò anch’essa a sparare, coprendosi di fumo che s’innalzava a globi densi, vorticosi, ora grigi, ora bianchi, ora per gli opposti raggi del sol cadente, dorati e trasparenti sui lembi.

—Viva Genova! e avanti, chè la reale e nostra! gridò Filippino lieto del felice principio, e di vedere i suoi legni tutti ottimamente diretti, saettar con spessissimi tiri il nemico, che anch’esso per verità rispondeva a dovere. La moschetteria tempestava anch’essa da ambe le parti, onde presto il limpido sereno del cielo rimase occupato da una caligine densa e rossastra nella quale pareva nuotasse il disco del sole sanguigno e senza raggi, come fosse di rame liquefatto.

E la capitana sempre avanti; diritta, veloce, fulminando dalla prora fuoco intensissimo, chè il Doria avea in animo, senz’andar per le lunghe, investir la reale, mandarla, se poteva, a picco coll’urto dello sperone, o prenderla all’arrembaggio.

L’aria era piena d’un tuono altissimo e continuo che non toglieva però d’udire il sibilo incessante delle palle che passavano a centinaja dai lati o sul capo, e talvolta percuotevano, scrosciando per gli alberi, l’antenne, le sponde, e ne staccavano scheggie e frantumi, senza però che sin ora avessero arrecato gran danno.

Alla fine pure una grossa palla d’un corsiero[31] s’aprì la strada con fracasso tra gli assiti del bastion di prua, e presa in traverso la galera, portò via, fracassandole, quante membra di galeotti trovò sulla sua via.

I vicini di quest’infelici, coperti dal sangue e dall’interiora palpitanti de’ compagni, che sconciamente mutilati giacevan morti, o guizzavan mal vivi e gementi sotto le panche, parvero arrestar la voga quando più importava renderla impetuosa, ed alcuni mandaron grida lamentevoli e disperate.

—Nostromo! Perdio!—

Gridò Filippino furibondo alzando la spada, ed il nostromo invelenito anch’esso s’avventò co’ suoi aguzzini verso quei disgraziati, e, non più col nerbo, ma colla mezza spada, ora di piatto, ora di taglio, menava arrabbiato su que’ dorsi nudi, gridando:

—Arranca, canaglia!.... Che v’insegno io la paura.... avanti! avanti! Tappo in bocca, tutti![32] e poi urlate se potete!....—

E colle piattonate, e co’ tagli ajutando le parole ebbe presto ottenuto che ognuno avesse in bocca il suo sughero, e si riprendesse con nuovo vigore la voga.

Filippino era sempre al timone, arrabbiando di non poter pel densissimo fumo, ed anco perchè l’aria, tramontato il sole, si veniva a mano a mano oscurando, discernere bene la reale di Spagna ed il preciso luogo ove disegnava percuotere collo sprone.

Ma la fortuna, che volea favorirlo, gli mostrò a un tratto in uno spazio di cielo, ove il fumo per un momento fu spazzato dal vento, la punta dell’albero di maestra della galera nemica, attorno al quale si ravvolgeva ondeggiante il grave pennone giallo e vermiglio di Spagna.

Ciò gli bastò per calcolare ove dovess’essere il castello di prora; volse la stanga con furia, e gridando:

—Attenti! Ad investire!—

Avviso troppo necessario affinchè ognuno si fermasse in sulle gambe e s’apparecchiasse a saltar sul legno nemico, approfittando di quel primo disordine.

Passò un minuto di terribile aspettazione, di più fitte e tremende nerbate a’ galeotti, di più rapido andare del legno, d’indescrivibile ansietà ne’ combattenti, ed alla fine accadde il gravissimo scontro, con un fremito, un crocchiar sordo ed interno di tutti i costati della galera, che a un tratto l’arrestò, quasi urtasse in uno scoglio, ficcato il suo sprone per isbieco nel castello di prora della nemica. Si gonfiò l’onda di sotto, e sorse lanciata in aria tra le due galere, in alti e candidi spruzzi; molti, ancorchè stessero in avviso, traballaron nell’urto e cadder travolti nel mare: le antenne, le sarte, i remi s’intrecciarono, si percossero, si scompigliarono rompendosi, e volando in pezzi: dalle gagge piene d’archibusieri crebbe il grandinar delle palle, e da ambe le parti, quanti potevano combattere, s’avventarono verso quel luogo, ove pel combaciarsi delle due galere era possibile, se non facile, il trapasso dall’una all’altra, e qui si accese la più furiosa e disperata battaglia ad armi bianche, a spade, a daghe, a coltelli, a pesanti e larghissime accette, un lottar sanguinoso ed ostinato, un afferrarsi, un sospingersi, un cadere, un risorgere, un avventarsi, un ghermirsi continuo, che ad ora ad ora diveniva più pauroso e micidiale per le crescenti tenebre della notte, per l’angustia e stranezza dei luoghi ove s’avean a fermare i piedi, e perla sopravvenuta agitazione dell’onde, che sollevate a poco a poco da un gagliardo levante messosi in sul tramonto, venivan alte e minacciose di traverso, ed arricciandosi cadevan impetuose sui fianchi e sulla coperta delle fluttuanti scompigliate galere.

Ad illuminare questa scena infernale serviva in parte il lampeggiar incessante delle cannonate e dei moschetti, e la luce de’ fanali posti a poppa delle galere, che all’annottar eran stati accesi, ma a questo scarso ed incerto lume un altro se n’aggiunse tosto continuo e splendente mandato da una galera spagnuola incendiata, che presto divenne come una sola e grandissima fiamma trabalzata, or alta or bassa, sul mare, dal gonfiarsi e dal comprimersi alternato dell’onde sulle quali si rifletteva, scherzando in mille guizzi il gran fuoco.

Questo legno era lontano circa cinquanta braccia dai due attaccati, e ne usciva luce vivissima, insieme colla vampa del caldo, e colle disperate ed acutissime grida degl’infelici galeotti, che incatenati alle loro panche, si sentivan rosolar le carni, senza potersi sferrare, e perivan di mano in mano con lenta e crudelissima morte, senza che i marinai o i soldati, scampati a nuoto o ne’ palischermi, si curasser di loro o pensassero ad ajutarli.

Ma nè questo tremendo spettacolo, nè il pericolo del probabile ed imminente scoppio delle polveri sul naviglio incendiato non rattenevan punto il furor del combattere sulla reale e sulla capitana, al disopra delle quali trasvolavan tratto tratto nembi di faville e di fumo fetente e denso, quale lo producon legni impeciati che ardano.

Filippino, appena ebbe condotta la galera a percuoter nella nemica, lasciato al piloto il timone, s’era avventato con Mgr. De Croy, e co’ suoi ufficiali, nel luogo ov’era più stretta la zuffa, e tutti facean bellissime prove della loro persona.

Lamberto, il quale già stava sul castello di prora col suo servo Maurizio al fianco, e con molti degli archibusieri francesi d’intorno, avea notato tra questi uno che gli s’era collocato a lato, e che invece d’aver come gli altri suoi compagni un cappello di ferro in capo, portava un morione che gli nascondeva il volto del tutto. Non ebbe però tempo d’osservare a lungo costui, che le galere scontrandosi, cominciò la descritta battaglia nella quale entrò Lamberto de’ primi. E siccome eran seco non pochi soldati che avean militato sotto il sig. Giovanni nelle sue Bande, Lamberto s’avventò tra’ nemici gridando:

—Viva il sig. Giovanni! a noi le Bande Nere!—

Quasi eccitando i suoi compagni a mostrarsi degni della loro fama: e quando gli veniva fatto un bel colpo, alcuno di costoro gridavano:.

—Evviva Sforzino!—così gli uni cogli altri si facevan animo a portarsi virtuosamente.

Dopo lungo contrasto, dopo infinite uccisioni, riuscì pur ad essi di superar il nemico, ributtarlo, e gettarsi in folla nel suo naviglio, e qui crebbe, se pur potea crescere, l’accanimento ed il furore nel disputar palmo a palmo il cassero della galera, che lubrico pel sangue, barcollante per l’agitazione del mare, parea ogni tratto sfuggisse di sotto i piedi de’ combattenti, ora sospinti e serrati gli uni sugli altri, ora divisi, sbalzati, capovolti spesso fuor delle sponde, ove molti, dal peso dell’arme, dai ripercossi flutti, eran tosto cacciati al fondo, molti morivan feriti sul capo da quelli che ne’ palischermi attendevano a finire i nemici, e trarre gli amici dall’acqua, ed alcuni pochi riuscivan pure, afferrandosi ad una prora, ad un remo d’una qualche barchetta a campare; ed i concavi, i dorsi dell’onde si vedean pieni di barche sbalzate dai cavalloni, di nuotanti, di cadaveri, di mezzo sommersi, di frantumi di tavole e di remi spezzati; chè la fiamma della galera incendiata rischiarava tutto d’intorno d’una luce vivissima e vermiglia.

D. Ugo di Moncada, vicerè di Napoli, dopo aver fatto ciò che può farsi per difender il suo naviglio, e conosciuto ch’egli era vinto e disfatto senza rimedio, sdegnò arrendersi, e deliberò morire, ma far costar cara la sua morte al nemico. Circondato da’ suoi gentiluomini, e dai capitani delle sue milizie, tra’ quali era Cesare Fieramosca (fratello di Ettore) Don Pietro Urias, Antonio Colonna, il M. del Guasto, e molti altri, fece testa dietro l’albero di maestra presso la stanga del timone, e chiuso in uno scintillante arnese damascato, coperto di una rotella, col Toson d’oro sul petto, aspettò l’ultimo assalto delle genti di Filippino, che affollate e ruinose, per la corsia gli si serrarono addosso.

Lamberto s’avventò per essere il primo a ferire, ma senza ch’egli sapesse come, gli passò innanzi quel soldato dal morione, ch’egli sempre s’era trovato vicino (e spesso gli avea porto ajuto durante la battaglia) e che a questo punto, percosso tutt’in un tempo da molti colpi, cadde, e sospinto si rovesciò fuor delle sponde nel mare. Parve a Lamberto ch’egli cadendo gridasse il suo nome, ma ravvolto com’era tra’ nemici, intronato il capo da tanto frastuono e tanti gridi, neppur fu certo s’egli avesse realmente udito chiamarsi, o se fosse stata immaginazione. Ed intanto (per non allungarla troppo) era stato dopo breve, ma asprissimo contrasto, disfatto e sciolto interamente quel nodo di spagnuoli. Morto il vicerè, il Fieramosca, e quasi tutti coloro che aveano a quel disperato modo tentato prolungar la difesa, la reale di Spagna era venuta in potestà de’ Genovesi, che abbattuto lo stendardo di Castiglia v’alzarono invece la croce di Genova tra mille lietissime grida di vittoria.

E ad ottenerla avean cooperato non poco le galere che mandate in alto dal Doria prima che cominciasse il conflitto, eran tornate alle spalle degli spagnuoli, tempestandoli colle artiglierie. Una palla tra l’altre avea in sull’ultimo percossa e sfondata la reale un palmo sott’acqua, onde non appena furono i Genovesi padroni di essa; non appena Lamberto avea avuto tempo di ricever la spada d’un gentiluomo spagnuolo, il conte d’Aguilar, che egli s’era dato prigione, quando s’accorsero che la galera si veniva affondando.

Filippino comandò alle sue genti d’uscirne, e si può credere che fu ubbidito senza ritardo. Parte si gettarono ne’ palischermi, parte riuscirono ad arrampicarsi alla prora della capitana, ed in pochi momenti il naviglio fu vuoto d’uomini liberi, ma i galeotti vi rimasero, nè v’era forza umana che valesse a salvarli. Eran già nel mare sino alla cintola e dall’interno della galera, dalle parti basse e cave della carena, l’aria cacciata dall’acqua sopravvegnente, usciva con un suono cupo, quasi un lamento (direbbe un poeta) del naviglio che si sentiva sommergere. Ma ben altri lamenti (e pur troppo qui non era poesia) ben’altre grida mandava la sventurata ciurma, parte cercando con tremendi ed inutili sforzi strappar le catene, parte divincolandosi, gettando qua e là la persona, molti piangendo e gridando misericordia, i più urlando bestemmie e maledizioni: e l’acqua sempre cresceva.

Poco stante venne un’ondata, e dove prima si vedean le sponde, la poppa, lo sprone della reale, le teste, le braccia tese della disordinata ciurma, più non si videro che candide e gorgoglianti spume. Avanzavan gli alberi; chè anch’essi in un baleno entrarono e si nascoser nel mare; e nel punto medesimo un orrendo ed istantaneo scoppio, unito ad un baleno di luce bianchissima, sconvolse ed intronò il mare, i monti, l’armata, e lasciò il tutto in profondissime tenebre. Poi, dopo un momento, un piover per tutto di travi, di legni, di ferri stiantati, di membra d’uomini, di mille frantumi, che cadder nell’acqua o sulle galere, ammazzando e storpiando Dio sa quant’altra gente, e producendo mille mali, e poi un silenzio attonito e pauroso, nel quale più non s’udiva che il sibilo della bufera tra le sarte e le antenne, e lo scrosciar dell’onde che battevan le navi, o mugghiavan lontane nelle scogliere del lido...

Lamberto, dopo questo fatto, venne mandato all’esercito di Lautrec. Vinto e disperso questo, andò in Puglia con Renzo da Ceri, poi, quando fu posto a Firenze l’assedio, deliberò correre tosto ad ajutar la difesa, e non senza difficoltà riuscì pure ad entrare una sera in città: giunto, col cuore che gli batteva, come può credersi presso la casa i Lapi incontrò Laudomia nel modo che già abbiamo riferito.