CAPITOLO XV
Le loro ricerche non furono lunghe, Laudomia s’accorse tosto ch’era pazzia volerne sperar alcun frutto, ed ebbe presto ricondotto Lamberto al portone di casa. Questi avea taciuto un pezzo, ondeggiando in mille pensieri e mille sospetti, pure alla fine non si potè più tenere, e quando vide che era sul timore, disse fermando Laudomia pel braccio:
—Ma non dovrò io sapere che cosa sia tutto questo mistero?—
—Oh! Lamberto, ve ne prego, ritroviamo il babbo prima—rispose Laudomia; pure strascinandolo seco, ed a passo veloce, giunsero ed entrarono in casa.
La giovane picchiò all’uscio di Niccolò, chiamandolo, e nel tempo che egli penò a venir ad aprire prese le mani a Lamberto, e con passione grandissima, e quasi piangendo, gli disse all’orecchio:
—Oh, non dir parola che lo contristi, povero babbo!—
Poi, quando udì i passi gravi del vecchio che s’accostava, spinse così un poco Lamberto, onde il padre non se lo vedesse davanti improvviso, ed in quella l’uscio s’aprì. Niccolò, fieramente turbato ancora per la comparsa della Lisa, alla quale mal grado la sua terribil natura, sentiva pur sempre d’esser padre, aveva il volto affilato e pallido, e malsicuro l’andare. Credè che Laudomia venisse a star seco il resto della sera, che ancora non era molto innanzi, perciò senza parlare ritornò in camera e si rimise sul suo seggiolone presso al cammino, riprendendo un libro di preghiere che stava leggendo. Ma Laudomia accostandosegli, e facendosi lieta in viso quanto poteva:
—Ho una buona novella, babbo,.... sapete chi è arrivato?.... e sta qui fuori?....—
—Lamberto? rispose il vecchio alzando un tratto il viso, e facendo l’atto di rizzarsi.... «Oh! vieni, vieni figliuol mio, gridò;» e Lamberto che stava in orecchi gli si fu in un baleno inginocchiato davanti. Niccolò presogli il capo tra le palme se lo stringeva sul petto. Laudomia in piedi, colle mani giunte e gli occhi al cielo, pregava Iddio che gli ajutasse tutti e tre a questo terribil passo.
Rimasti così un momento senza parlare, Niccolò, discostando da sè il volto di Lamberto, e messagli sulla fronte una mano, si poneva a guardarlo fisso. Alla fine con un sospiro risoluto disse:
—Tu non m’hai più viso di fanciullo. Codesto è viso d’uomo forte ed ardito.... ti sta bene quel bruno.... ti sta bene quel taglio che ti fende la gota... Tu hai attenute le tue promesse Lamberto!... ma noi!....—
E qui il povero vecchio alzando le mani scarne al cielo se le battè sulla fronte coprendosi gli occhi, e stette così tanto che si sentisse sicuro di non prorompere in pianto.
—E noi, proseguiva, che avevam pensato rivederti, riceverti con festa, aprirti le braccia tutti e dirti, ora finalmente sei nostro davvero!... Io che avevo creduto accoglierti colla fronte sicura e serena,.... son qui innanzi a te.... ed è la prima volta in novant’anni, Lamberto!.... Son qui come un reo costretto a confessar l’onta sua colla propria bocca! Io mi sentirei spinto a cader ginocchioni, ma tu non lo vorresti patire.... Ascoltami, Lamberto, e sii uomo, quale dimostri nell’aspetto.—
Il povero giovane, tutto sotto sopra, stava pur sempre con un ginocchio a terra, guardando il vecchio con occhi pieni di maraviglia, e direi quasi di spavento, che dalla bocca di Niccolò cotali parole eran veramente terribili, e da far presagire ogni peggior male.
—Messer Niccolò, voi mi fate morire con questi discorsi così oscuri, parlate, col nome di Dio, e di me non dubitate.—
—Ebbene, sappi dunque, ch’io sono vituperato, che la Lisa ha tradito me, ha tradito te, la casa sua, la patria.....—
Lamberto si trovò in piedi d’un balzo, e senza accorgersene, colla mano in sull’elsa.
—Per Dio eterno, ciò non può essere..... voi siete tratto in errore... e chi v’ha dette codeste favole ne mente per la gola....—
—Lamberto, rispose Niccolò prendendolo pel braccio e facendoselo sedere accanto, io che ti parlo sono suo padre sai!... Ora dunque taci ed ascolta,—Sì, la Lisa ci ha traditi tutti,.... dal sangue de’ Lapi, dal sangue di Niccolò ha potuto nascer donna capace di darsi in braccio ad un traditore, nemico di questo popolo di questa città.... tale è stato il giudicio di Dio su questa casa.... Justus es Domine, et rectum judicium tuum!—
E qui il povero vecchio dovè tacere un momento per riavere il respiro.
S’alzò: andò ad un forziere, l’aperse, prese una carta, ritornò verso Lamberto, e gliela porse.
—Eramo qui una sera per andarcene a letto: fu picchiato: entrò il Ferruccio, e per parte del gonfaloniere mi diede questa lettera: leggila....—
Lamberto lesse. Il suo viso, che prima s’era fatto rosso e quasi violaceo, diveniva a mano a mano pallido.
—E tutto ciò era vero?—disse alla fine.
—Era vero. E qui Niccolò gli narrava, come essendo salito alla camera delle figlie avesse trovata la Lisa col bambino, e poi tutto il rimanente che il lettore conosce, sino all’ultimo caso di quella sera istessa: e Lamberto ascoltò sino in fine senza interrompere, senza dar segno nessuno di ciò che provava nel cuore: soltanto il lembo d’una panziera di maglia che (stando egli seduto) pendeva lungo gli stinieri di ferro, li faceva risuonar tratto tratto, e n’era cagione il tremito convulso che egli provava in tutte le membra.
Quando Niccolò ebbe finito di parlare, rimasero muti tutti e tre per alcuni minuti.
Lamberto entrando con Laudomia in casa s’era fatto dare dal suo famiglio un involto e la spada che avea ricevuta da Andrea Doria, ed avea deposto il tutto sulla tavola accanto a Niccolò. A questo punto, rizzatosi, aperse l’involto, e trattane una catena d’oro, poi alcune carte, che eran benserviti tutti in sua lode, di Filippino e d’Andrea Doria, ed una tratta di cambio per la taglia del conte d’Aguilar che aveva fatto prigione nella battaglia di Salerno, tenne la spada e le carte in mano un momento, poi gettando a terra ogni cosa, disse, scrollando il capo con un sorriso sinistro che fece agghiacciar Laudomia:
—M’eran costate gran catinelle di sangue!.... alla fediddio, ch’egli è stato bene speso!....—
Spiegata poi una cartolina ne trasse un gambo di rosa inaridito con alcune foglie secche, le gettò nella fiamma, che l’ebbe divorate in un momento, e disse tra se stesso fremendo:
—Oh, quando mi venne in mente di ritornare in Firenze!....—
Niccolò, udite queste parole s’alzò, gli pose una mano sulla spalla, e con voce dolce e grave al tempo stesso gli parlava così:
—Lamberto, non sei tu fiorentino? Non è questa la tua patria, ora minacciata da tanti nemici? E ti potresti pentire d’esser venuto ad ajutarla? Lo sa Iddio se io vorrei colla vita poterti liberare dal tuo giusto dolore.... così avesse Iddio voluta la mia morte e non la mia vergogna!.... Ma chi potrebbe levar la fronte contr’esso, contro il voler suo?.... Il male non ha rimedio!.... e questo male è mio, è tuo, è di questa povera casa, di poche persone private.... e dobbiamo noi averne pensiero, dobbiamo tanto curarlo, quando un male immenso, una rovina universale ed imminente sovrasta alla patria nostra? Oh Lamberto! qui i vecchi, le donne, i fanciulli hanno posto mano alla difesa, e tu....—
—Oh! non mi dite altro, messer Niccolò, chè mi trafiggete l’anima.... E stato un momento! che alla fine il cuore non è poi di bronzo.... Sì, messer Niccolò, sì, padre mio (che a dispetto della fortuna io non vo’ più chiamarvi altrimenti) questo braccio, questo sangue è di Firenze: le mie forze, la mia vita, tutto consacro alla patria, alla difesa di questo popolo e della nostra libertà.... Iddio volle togliere tanto bene, tanta dolcezza della mia vita? Sia benedetto il suo santo nome, che la maggiore di tutte non me la tolse, quella di combattere e di morire per la terra ove nacqui, in difesa di quelle mura che chiudono i miei cari, i miei amici, i miei fratelli! Mi vedrete da’ merli combattere, cader nel mio sangue; direte: Lamberto è morto da virtuoso, da forte cittadino, e rimarrò per sempre nel vostro cuore, nella vostra memoria... Oh! padre mio, io parlai come un pazzo.... ma perder in un momento ciò che per tanti anni s’è tenuto di mira come il sommo de’ beni! che s’è comprato con tanti travagli!.... son uscito di me.... perdonatemi. Oh! quanti si stimerebbero felici,... ora lo conosco.... quanti benedirebbero Iddio di poter dare alla patria la vita! e debbon consumarla vilmente, e perderla alfine inutile ed oscura!.... Ed io invece?... Dio, ti ringrazio, ti ringrazio o Cristo nostro re, che m’hai raccolto sotto la tua bandiera!.... non si parli più d’altro, padre mio, non si parli più di nulla.... combattere, vincere o morire per la patria, per la sua libertà....—
E nel dir queste parole avea la faccia levata, gli occhi scintillanti. Niccolò l’abbracciava con impeto d’affetto e d’allegrezza, e la povera Laudomia, che era stata sempre attenta e muta durante questo colloquio, si trovò, senza avvedersene, avere stretta tra le sue mani candide e delicate, la robusta destra di Lamberto.
Tornata in se dopo un momento lasciò quella mano, ed un poco dopo, arrossita, uscì dalla camera dicendo andava a dar gli ordini, onde i cavalli ed il famiglio di Lamberto fosser messi al coperto.
I due rimasti, sedutisi al fuoco, seguitava Niccolò:
—Bene hai detto, Lamberto; ora è tempo da pensare non ai nostri, ma ai casi di questa povera patria. Ma stiam di buon animo; tutto quanto accade, è stato predetto dal nostro santo maestro: più s’aggrava il flagello, e più si fa vicina la corona e il trionfo, più sembrerà inevitabile la ruina, e più ci sarà d’appresso il soccorso. Quando e’ parrà che tutti gli uomini ci abbiano abbandonati o traditi, allora sorgerà la virtù d’Iddio, allora i suoi angeli scenderanno su queste mura a difenderle. Così predisse fra Girolamo. Chi potrà dire che una sol volta egli abbia mentito? Vengan tutte l’armi del papa, dell’imperatore; vengan tutti gli eserciti della terra, potranno essi star contro la spada d’un sol serafino? Contro quella spada che precipitò Lucifero negli abissi?—
Lamberto, che stava immobile fissando il fuoco, rispose così colle labbra:—Voi dite il vero—tanto per mostrare d’aver ascoltato, ma di tutto il discorso del vecchio non avea udita neppur una sillaba. I pensieri che gli agitavan la mente, eran troppo potenti perchè fosse in istato di dar retta ad altro. Diceva a se stesso—Tu abbandonasti la mamma vecchia, inferma, già con un piè nella fossa, tutto per costei, per guadagnarti il suo amore, per meritar la sua mano. Eccoti tornato. Dov’è tua madre? Morta. Dov’è la Lisa? Peggio che morta—è fuggita con un traditore!.... Oh! è giusto Iddio.
Fortuna pel povero giovane che era partito d’accordo colla madre, ch’essa l’avea benedetto; ove la cosa fosse andata altrimenti, ora il dolore l’avrebbe morto.
Niccolò intanto per isviarlo più che potesse dal pensiero delle sue sventure, ed accenderlo in quello della difesa, proseguiva:
—Ma perchè Iddio all’ultimo ci ha promesso il suo ajuto, non per questo dobbiam lasciar d’ajutarci, fin dove giungon le forze e la vita. S’è pensato a tutto, Lamberto: e le cose son governate in modo che quest’esercito vuol far poco profitto. Per ora intanto, chi si vantava d’inghiottirsi Firenze in un sorso, non è stato neppur capace di vincere il campanile di S. Miniato....—
—Ditemi, messer Niccolò—interruppe Lamberto, ma la parola gli morì sulle labbra. Voleva domandar di sua madre, parlare de’ suoi ultimi momenti, sapere se avea pronunziato il suo nome, se prima di passare avea chiesto poterlo vedere, se l’avea benedetto, se pareva adirata con esso lui, se gli avea perdonato il suo allontanamento, e cent’altre cose. Ma al momento di muover la parola glie n’era mancato il coraggio. Vi sono tali ferite del cuore tanto intime, tanto acerbe ed irritabili, che non v’ha modo a trattarle. Difficilmente l’uomo s’attenta a palesarle, a parlarne; sembra che que’ pensieri stessi già tanto dolorosi quando pesan sull’anima taciti e profondi, espressi colla voce si farebbero troppo enormi e tremendi; e si sente che esacerbati d’un sol grado diverrebbero maggiori delle forze dell’uomo. Rimase perciò un momento sospeso, e ripetendo poi la frase, ma con mutato pensiero:
—Ditemi, messer Niccolò. Sapete ove s’è riparata vostra figlia?—
—Vuoi dir la Lisa.... che la mia figlia è Laudomia. Rispose il vecchio con volto severo. Non lo so, e non mi curo saperlo. Tieni a mente, Lamberto, che prima di fermare un proposito, vi penso. E fermato ch’io l’ho, non mi muto. Ora parliam di Firenze. Pensiamo al fatto tuo. Tu sei a cavallo, tu hai indosso l’arnese d’un uomo d’arme. Se vuoi darmi retta, ti porrai nella compagnia dell’Arsoli. Egli è valent’uomo; la sua è buona gente, e di cavalli n’abbiam mestieri, per tener aperti i passi e pulito il contado verso Mugello, ove già scorron quelli del marchese del Vasto.—
—Così farò.... Ma e colui.... Quel Troilo, dov’è?....—
—È in campo.... Oh! che pensieri ti giran nel capo? Vorresti tu?.... non sai ch’è suo marito?... Se l’incontrerai in battaglia passagli il petto colla spada,.... ti è lecito.... ma non dubitare, ciò non avverrà.... i traditori non s’incontrano in battaglia. Orsù, levati di questi pensieri. Sii uomo, Lamberto.—
Il giovine percosse col pugno sul cosciale di ferro, e balzò in piedi.
—Voi avete mille ragioni. Andiamo dunque dall’Arsoli, e poniamoci alla bisogna.... E, appunto... neppur vi domando dei fratelli. Che n’è di Baccio?—
—Morto in battaglia.—
—Di Bernardo?—
—Morto in battaglia.—
—E Bindo, e Vieri ed Averardo.—
—A difender le mura, e seguitar i fratelli se così avrà fissato Iddio.—
—Ah sì! seguitiamoli, e Dio voglia chiamar me per il primo, chè l’uscir di questa vita sarà uscire d’un gran travaglio.—
Ed in quella si mosse per andarsene. Ma il vecchio lo fermò. Aperse un forziere, e trattone un mazzo di chiavi:
—Queste, disse, son le chiavi della casa ove stava la povera Nunziata. Ma prima d’andarvi fa di parlare col Fivizzano in S. Marco. Egli deve dirti cosa che importa.—
—Oh, madre mia benedetta!—disse Lamberto prendendo quelle chiavi e baciandole: e due lagrime gli scesero per le gote.
—Tua madre è in miglior luogo che non siam noi. E morì benedicendo Iddio d’avere in te un figliuolo valentuomo e dabbene.—
—Dite voi il vero?—chiese Lamberto tutto tremante, e mutato in viso l’immenso conforto che gli arrecavano quelle parole.
—Sì, ti dico il vero, e il Fivizzano, che la confessò agli estremi, ti confermerà il mio detto.—
—Oh! lodato... ringraziato sia Iddio mille volte, e quell’anima santa e pura che ora è beata nella sua gloria!—
E in così dire il valente giovane abbracciò il padre dando in un pianto d’allegrezza; chè proprio gli parve rinascere a nuova vita.
Stato così un momento si sciolse da quell’abbraccio ed uscì, senza più volgersi, mentre Niccolò gli diceva:
—Ricordati che questa è casa tua, e quando non sii comandato, qui è già fatto il tuo letto. Or va, e più tardi lasciati rivedere.—
Lamberto prese verso S. Marco; e dove poco prima il domandar di sua madre gli metteva si può dir terrore, adesso invece tutto mutato per le parole di Niccolò, non vedeva l’ora di trovarsi con chi gli parlasse di lei e potesse soddisfarlo sui mille particolari che ardeva di conoscere. Portarsi col pensiero nella sua vita avvenire, e trovarsi solo, senza la sua Lisa, colla continua memoria d’esserne stato sì bruttamente tradito, era tremenda sventura, di quelle però che non abbattono, anzi talvolta servono ad elevare un’anima forte e virtuosa. Ma durare i giorni, i mesi e gli anni; invecchiare; e sempre con quel rimprovero in cuore, tua madre morente ti cercò invano intorno al suo letto, le sorse nel cuore il pensiero di chiamarti ingrato, un altro chiuse le sue pupille, compose le sue membra gelate.... Questo era tale strazio che non valeva ad affrontare neppur col pensiero. Ed in fatti qual tempra umana è forte abbastanza per stargli a paragone?
Smanioso d’uscir del tutto di questa angoscia, e con un’impaziente speranza che le parole del frate avessero a sollevarlo interamente fu tosto alla porteria del convento. Per l’ora tarda durò fatica a farsi aprire; pure nominatosi, fu messo dentro, ed in pochi momenti si trovò nella cella di Fra Zaccaria da Fivizzano.
—Son io, son Lamberto! disse al frate attonito che un uomo tutto coperto di ferro, venisse con tant’impeto a quell’ora nella sua cella. Sono scavalcato in casa i Lapi, sarà un’ora.... So tutto.... Niccolò, povero vecchio, egli stesso m’ha narrato della Lisa.... Iddio vuol così!.... Ma so che avete a parlarmi, che foste voi a chiuder gli occhi alla povera mamma mia.... perdonatemi s’io son venuto a darvi disagio a quest’ora.... ma non ho potuto aspettare a domani. Oh! consolatemi, chè n’ho mestieri! Ditemi che mi benedisse, che non mi chiamò sconoscente, che mi perdonò d’esser lontano! Oh, parlate, per l’amor di Dio!...—
—Lamberto, rispose il frate abbracciandolo, tu sei un giovin dabbene, e questi tuoi timori ne fanno fede. Ora chetati: la Nunziata era madre: ma era madre animosa, e t’amava per te, e non per se stessa. Sì, ti benedisse, e ben lungi dal far sinistro giudizio sul fatto tuo, mi disse che moriva contenta vedendoti sulla via di divenir un valent’uomo ed un uom dabbene. Se Iddio, mi diceva, vuol negarmi il conforto d’averlo qui ora accanto al mio letto, sarà forse pel nostro migliore; sarà meno amara quest’ultima dipartenza, ed egli vorrà sciogliermi così d’ogni pensiero di quaggiù onde mi volga tutta a lui ed ai pensieri dell’anima. Due ore prima di passare, (era la sera sull’imbrunire) mi chiamò, e mi disse: Fra Zaccaria, tirate in qua quel deschetto, sedete qui al capezzale, e scrivete quattro parole ch’io ho in animo di far avere a Lamberto mio. Lo conosco: avrà bisogno di conforto per più d’un verso. Io scrissi e suggellai il foglio. Poi soggiunse, sento che mi si va spegnendo il anelito: un altro poco, e non potrò più parlare: quest’ultimo fiato che m’avanza sia per Lamberto mio, e stesa la mano tremula, come tu fossi stato ivi presente e ginocchioni e te la ponesse sul capo, aggiunse: «Ti prego, Dio onnipotente, di benedire il figliuol mio com’io lo benedico: fallo buono in questa vita, e beato nell’altra.» Non potè dir altro. Non parlò più, e passò tranquilla e serena.—
Lamberto fin dal principio di questo discorso piangeva come un bambino; Fra Zaccaria gli porse il foglio, che il giovine baciò mille volte, ed ebbe in un momento reso tutto molle di lagrime.
—Piangi, che n’hai ragione; diceva il frate commosso; piangi Lamberto, che nessun amore vale l’amor d’una madre, e quando la morte l’ha spento niun altro lo compensa. Ma che dich’io spento? egli è fatto più puro, più ardente in quell’amore immenso che tutto vede, che numera le nostre lagrime, per volgerle poi in altrettanta allegrezza. Essa t’ama lassù in paradiso, quanto t’amava in terra, e più se fosse possibile; essa compatisce questo tuo dolore, t’è grata di questo pianto.—
—Ah! ch’io fui uno sciagurato, esclamava Lamberto raddoppiando i singhiozzi, dovevo prevederlo, essa, poveretta, mi lasciò partire perchè... pensava a me solo..... a vedermi contento..... ma io dovea prevederlo.... a lasciarla così sola.... chè la malinconia, il timore de’ rischi ne’ quali m’avvolgevo.... dovevo pur saperlo, che non avrebbe potuto durare a questa passione continua, che il dolore l’avrebbe uccisa!—
—Ascoltami Lamberto. Accade talvolta nel risolvere un partito che in qualche modo si cade in colpa. Se a te paresse d’aver fallato, non sia mai ch’io ti ritragga dal sentirne dolore, e dal chieder perdono a chi meglio di noi conosce il cuor nostro. Ma per quel ch’io so di te, e della mamma tua, per quell’autorità che dalla Chiesa si comparte a’ suoi ministri, ti dico di non affannarti più oltre con questi timori. Io ti fo sicuro del cuor di tua madre, ed in quel foglio ne troverai miglior riprova che non sono le mie parole. Ora dunque datti pace.—Lamberto intanto impaziente di leggere lo scritto della madre s’era accostato al lume spiegando il foglio, ma Fra Zaccaria gli disse:
—Non ora, figliuolo, chè non è lecito l’intrattenersi in convento a notte avanzata, e poi, sarà forse meglio che solo, ed in quiete, tu faccia codesta lettura. Come poi abbi dato convenevole sfogo a codesta tua giusta passione, taccia ogni pensiero de’ tuoi mali privati, a fronte del grande e virtuoso pensiero della patria: essa ha mestieri di uomini forti e non inviliti dal pianto. Le tue forze, la tua vita, non tua ma di questa città, non si disperdano inutili, mentre è tempo d’usarle in suo benefizio. Lamberto! coll’arme in mano, a fronte de’ nemici.... là ti vuole Iddio; là, tua madre dal cielo t’addita il tuo luogo! Combatti e muori per la libertà di questo popolo; e renderai più onore alla memoria di essa che non con un mare di lacrime. Oh figlio! Iddio nell’ira sua ha rammentato i peccati de’ nostri padri.... il grido delle nostre iniquità è salito fino al suo trono.... debbon esser lavate, lavate col sangue. Ora va, chè a quest’ora nessuno di fuori dovrebbe trovarsi in convento: e già troppo sei soprastato.—
Le fiere parole del frate, tanto simili a quelle udite poco innanzi da Niccolò, e che parevano quasi racchiudere una rampogna, fecero levar il capo al giovine. Una vampa di caldo gli salì alle gote, strinse la mano a Fra Zaccaria, e nel guardarlo, un baleno di sdegno gli corse tra ciglio e ciglio: ma rimessosi tosto, gli disse:
—Io avevo bisogno de’ vostri conforti per quanto s’attiene alla mamma. Iddio vi rimeriti, che per le vostre parole son tornato in vita. Ma quanto alla patria, io son Fiorentino, e posso dir d’esser dei Lapi!.... Addio Fra Zaccaria, il resto ve lo dirà chi avrà tra qualche giorno vedute l’opere mie.—
Uscì così dicendo. Quando fu di nuovo in piazza S. Marco si fermò, ed alzate le mani al cielo, disse: «Dio, ti ringrazio!» Gli parve sentirsi salir dal petto più libero il respiro, scorrer più spedito il sangue, e star più franco sulle ginocchia. Ma quel foglio che teneva in mano voleva leggerlo, e tosto, ed esser solo, che nessuno venisse ad interromperlo. Era un bujo grandissimo (allora in Firenze non eran lampioni, ora sul tardi si spengono ma pur vi sono. È sempre un progresso) si guardò intorno se apparisse da lungi la lampada di qualche madonna. Vide il chiarore di quella che è sul canto di via Larga, e che v’era anco in quel tempo.
Quantunque racchetato in gran parte per le parole del Fivizzano, pure una voce interna e severa non restava d’accusarlo dicendo: «Gli uomini t’assolvono, ma Iddio vede che in cuore ti nacque però il dubbio di far errore lasciando tua madre! Prevedesti possibile ciò che è avvenuto pur troppo! Eppur partisti!» Si sentiva bisogno d’una espiazione: ed il dolore amarissimo del tradimento della Lisa, gli si mutava, per dir così, in altrettanta dolcezza pensando «questo castigo m’è dovuto!» e pregava Iddio, dicendo: «se mai per effetto dell’umana fragilità la povera mamma fosse rattenuta fra quelle anime che ancora non sono ammesse alla visione divina, accetta le mie pene in di lei suffragio, fa patir me solo in questa vita, e rendila felice nell’altra!» Poi pensando a quel foglio desiderava trovarvi qualche comando, arduo, doloroso; e qualunque potesse essere, si disponeva ad eseguirlo scrupolosamente con gioja, con quell’impeto proprio d’un’anima incapace di venir a patti col dovere, colla coscienza, incapace di soddisfarsi co’ palliativi, e spinta per natura sua a cercare in ogni azione ciò che la virtù ha di più grande.
La parte migliore, più nobile del suo cuore provava questi affetti, formava questi propositi: ma nell’altra più inferma, ove trovan sempre ricovero le passioni, benchè domate, si racchiudeva pur sempre come in una trincea l’immagine dei suo amore perduto, pronta ad uscirne ove appena trovasse libero il campo.
Egli era giunto intanto a portata della lampada. Aprì il foglio, lo baciò, e principiò a leggere. Diceva così:
«Sono parecchi mesi ch’io non so più nulla del fatto tuo. Ma Iddio non vorrà che sii capitato male. Tu tornerai, e non troverai più mamma tua, che a Lui non piacque ch’io t’aspettassi se non in paradiso, e tanto spero dalla sua misericordia. Ora mi vien meno la vita: poche parole dunque. Tieni a mente, figliuolo, che il tuo primo debito è verso il nostro signore Iddio e la sua santa Fede: poi verso la tua patria: nell’amore di essa è racchiusa ogni virtù, che i virtuosi cittadini, e non altro, fanno le città felici e potenti» (questi pensieri, che forse al lettore parranno superar l’ingegno d’una contadina, s’erano impressi nella mente della Nunziata nel suo praticare in casa di Niccolò.) «Ricordati sempre del babbo, e della mamma tua, che s’ingegnò allevarti onoratamente secondo le sue povere facoltà, e non potendo lasciarti di molta roba, ambedue ti lasciarono, la Dio mercè, un buon nome, tantochè non t’abbi mai a vergognare di loro: e per quanto s’appartiene a te, fa in modo che pei tuoi portamenti sia benedetta sempre la loro memoria. Se Iddio ti vorrà salito a maggior fortuna, non ti levare in superbia, e rammentati, che anche tu sei nato di poveretti. Ama e soccorri dunque i poveri, e de’ ricchi tieni quel conto che è dovuto, e non più. Della Lisa io ne feci sempre giudizio, quale venne poi raffermato dai fatti. Fin dal principio, lo sai, codesto tuo amore non mi finiva di piacere. Pure non ti volli contristare. Ora Iddio te ne ha sciolto, conosco di quanto dolore ciò ti sarà cagione, ma ho ferma fiducia che tutto quanto è accaduto sarà per tua gran ventura. Io te lo dicevo pure, che la Laudomia era il fatto tuo! Ora, non per comando, ma per consiglio, ti conforto quanto posso a porre in essa il tuo amore. Prego Iddio che la faccia tua moglie; nè saprei qual maggior bene desiderarti. Addio, figliuol mio buono. Troppe cose vorrei dirti, ma la lena mi vien meno. Che tu sii benedetto nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito santo.»
«La mamma.»
E questa firma avea con grande stento voluto pure scriverla essa di sua mano.
Chi potrebbe dir con parole la piena d’affetti che innondò il cuore del povero giovane a questo punto? Se, o lettore, avesti madre, che per una intera vita non abbia pensato che al tuo solo bene, non abbia avuto cuore che per istudiar di giovarti, se essa fu il tuo conforto, la tua guida, la tua provvidenza, e se questa madre tu l’hai perduta, non hai bisogno che ti si spieghi ciò che dovè provare il cuor di Lamberto leggendo quel foglio. Se invece Iddio non te la tolse, nessuna spiegazione potrebbe bastare. Possa il supremo tra i dolori esser per te lungamente un mistero!
Suonava la mezzanotte alla torre di Palagio, e Lamberto era immobile nel luogo stesso, ginocchioni col capo appoggiato al muro:, e dopo un pianger lungo e dirotto, ripensando quanto di soave, di tenero era in quel foglio, sentiva cessar a mano a mano la procella che l’aveva agitato, e spandersi nel cuore una pace, una tranquillità mesta bensì, ma rassegnata confidente. Incapace poco innanzi di riflettere e di risolvere su nulla, ora invece a poco, a poco, quasi al diradarsi d’una tenebrosa caligine, cominciavano le virtù dell’anima a poter discernere, combinare le idee. Di tanti affetti impetuosi, uno solo rimaneva vivo e potente, quello di seguire in tutto i voleri, i consigli della madre. Darsi alla virtù, alla patria, a Laudomia.
Ma poteva egli sperare d’aver così tosto ad offrirle un cuore libero e degno di lei? Sospirava agitato da questo dubbio, che a quel punto, meno che mai, gli era possibile conoscer sè stesso, i suoi affetti, i suoi desiderj. Prevedeva una vita d’affanni e di travagli, ma togliendosi tosto dal volerli conoscere o numerare, e risoluto d’incontrarli, qualunque fossero, trovava finalmente riposo nell’idea consolante d’un santo dovere adempiuto. Si preparava a soffrire con quella prontezza e quella gioja che la religione sola può dare, perchè essa sola è potente abbastanza sul cuore dell’uomo per convincerlo che il soffrire è un bene; essa sola invece d’insegnargli a fuggire il dolore, o a sopportarlo con superba ed impaziente rassegnazione, gli apprende ad esserne lieto ed a trovarvi un guadagno. Essa sola è guida e compagna all’uomo nei giorni della sventura, e riporta il vanto d’impedire ch’egli divenga un istrumento inutile o dannoso all’umanità.
Questo sentire, che tolse Lamberto dal buttarsi al disperato, e lo rese invece, come si vedrà in appresso, un operoso e forte cittadino, dominava il suo animo, perchè gli uomini di quel secolo ottenebrato pur troppo di tanto sangue e tanti delitti, ignoravano però quello di negar fede a tutto, fuorchè all’oro ed ai diletti che si compran con esso.
Aveano, è vero, odj, amori eccessivi e furibondi, ma ciò appunto, perchè credevan vi fosser cose che meritassero o gli uni o gli altri. Il soffio avvelenato dell’indifferenza, del dubitare, ammesso come un, principio, non aveva agghiacciato quei cuori: essi poteano palpitare liberi e sicuri, per quella fede che s’aveano scelta, poteano sagrificar tutto per seguirla e farla trionfare, potean dire colla fronte levata: «Noi crediamo che al mondo vi sian cose più alte, più degne, più stimabili delle ricchezze, de’ comodi, de’ piaceri» senza il sospetto che l’ironia rispondesse alle loro parole, che il loro nobile sacrificio venisse accolto col sorriso dello scherno e della compassione.
Fortuna per Lamberto di non esser nato 300 anni dopo, e per conseguenza di non aver avuto la tentazione d’imitare certi eroi che la letteratura moderna sembra offrirci quali modelli di fortezza, di pensar magnanimo e di ardito operare.
Colpito dalla sventura, tradito ne’ suoi affetti più cari, avrebbe pensato che la vita è un viaggio senza meta, la virtù un’illusione, il praticarla una fatica senza compenso; avrebbe veduto nell’umanità un branco di vili o di scellerati, nella morte il termine del soffrire, e dopo la morte il nulla.
Forse si sarebbe ucciso, forse si sarebbe scagliato come una fiera sugli uomini, sarebbe divenuto scellerato per vendicarsi di loro; avrebbe adorato come suo idolo il superbo diletto di calpestarli, ed infine avrebbe detto a se stesso: «io solo sono generoso, io solo sono potente contro la sventura, io valgo più di tutti!»
Ma egli non ebbe questi pensieri, che era ancor lontano quel secolo in cui la poesia e le lettere doveano chiamar magnanimo e forte chi è vinto dalle passioni: debole e dappoco chi n’è vincitore.