CAPITOLO XXXIX.
L’ira alla quale s’era lasciato trasportare Niccolò contro il Nobili, e le rigorose parole usate con esso, le ripensava l’afflitto vecchio nell’amarezza del cuore, dolendosi di non aver saputo raffrenar quell’impeto, quando l’appressarsi della sua ultim’ora, avrebbe dovuto più infondergli la mansuetudine e la pazienza.
Raccolse i pensieri, e procurando dimenticare quella dolorosa scena, tutti li volse a Dio chiedendogli perdono del suo errore; offerendogli il desiderio, se non altro, di perdonare a chi avea procurata la rovina di Firenze, e pregandolo volesse per sua misericordia purgarlo in quegli ultimi momenti d’ogni lievito d’odio gli fosse rimasto nel cuore.
Così a poco a poco gli venne pur fatto di calmarsi, e stette a questo modo insin che sonarono in Palagio le 22 ore. Udì allora nell’andito vicino un rumor di passi e quel suonar di chiavi che tanto di frequente ferisce l’orecchio de’ poveri prigionieri: poi sentì aprirsi la toppa della sua segreta, scorrere i chiavistelli, e finalmente spalancato l’uscio entrò un uomo, che dalla cappa scura e da una medaglia che avea al collo con suvvi il giglio fiorentino, conobbe essere il cancelliere della Balia. Cinque o sei birri e tavolaccini l’accompagnavano, e fecero cerchio intorno al cancelliere suddetto, il quale, volto a Niccolò, gli disse, usando le parole che si costumavano in quella trista occasione:
—Niccolò, assai mi pesa di doverti annunciare ciò che è pur mio ufficio annunciarti, che per partito vinto di tutte fave nere dell’eccelsa Balia del popolo Fiorentino, tu sei condannato nel capo, quale ti sarà mozzo questa notte ad ore sei nel cortile del bargello. Così il nostro Signor Jesù Cristo abbia in pace l’anima tua: Niccolò, rispondimi, hai tu inteso? affinchè costoro possano farne testimonianza.—
—Io ho inteso.—
Disse il vecchio, che a quell’annunzio non diede col volto, nè in tutta la persona, segno veruno di alterazione: poi soggiunse tosto, parlando con tranquillità, ma al tempo stesso in modo grave e solenne:
—Non per me, ch’io accetto volentieri questa morte pe’ miei peccati, ma per salvare i diritti de’ cittadini e di Firenze, e la fede de’ patti giurati, quale si falsa e s’offende ora nella persona mia, protesto e dichiaro irrita e nulla questa condennagione.—
Que’ birri e quel cancelliere, che avea di birro tutto fuorchè il vestire, e che non s’impacciavan d’altro, che del loro ufficio, e non intesero o non badarono alla protesta di Niccolò, che scambiarono colle solite dichiarazioni d’innocenza di tutti i condannati, al momento in cui vien loro annunciata la morte. Lo fecero alzare senza maltrattarlo, nè usargli gran riguardi o mostrargli compassione, ma coll’indifferenza che s’acquista in ogni mestiere a forza d’abitudine; ed ajutandolo, chè s’avvedevano mal potea reggersi in piedi e camminare, lo condussero passo passo insino alla cappella.
Dal 1260, quando il palazzo del bargello serviva a’ Priori, ed essi udivan la messa ogni mattina in questa cappella, non era stata mutata in nulla, e si manteneva nella sua divota e venerabile antichità. Era un rettangolo coperto da un’ardita ed elevata vôlta, che quattro spine rilevate, innalzandosi dai capitelli di sottili colonne poste agli angoli, tagliavano in quattro parti, incontrandosi nella sommità, ove, a guisa di chiave, era lo scudo fiorentino di parte Guelfa. Le spine eran dipinte a liste in traverso rosse e bianche: i campi d’un azzurro annerito omai dal tempo e dal fumo de’ ceri, sparso di stelle d’oro. Di faccia all’ingresso, l’altare con un Cristo crocifisso grande al naturale di legno nero, coperto sino a mezza gamba d’una tunica o clamide oscura ricamata d’argento, come il Volto Santo di Lucca: da ciascun de’ lati due ceri accesi, le mura tutte dipinte per mano di quegli artefici che ornarono il camposanto di Pisa, Buffalmacco, Gaddi, Tafo ec., ma per esser affumicate poco più si vedevano le loro pitture. La luce riflessa dal sole cadente (dritta non potea giungervi) ravvivava i colori dell’invetriate dipinte di due finestroni, e penetrando nell’interno della cappella vi spargeva una tinta misteriosa ed incerta nella quale spiccavan soltanto i lumi dell’altare.
Vicino a questo era già radunata la compagnia della Misericordia: quattro giornanti ed un capo guardia, coperti di loro cappe nere colla buffa calata sul viso del quale gli occhi solo apparivan per due buchi tondi. Aveano appoggiato al muro in un angolo un lor crocifisso grande, portatile però, sul quale un archetto confitto nel braccio superiore reggeva un drappo nero impresso di due croci bianche.
Quando entrò Niccolò sorretto da’ birri, i fratelli attendevano a recitar i salmi del vespero a voce bassa. Appena lo videro si mossero tutti ad incontrarlo, e levatolo di mano a que’ ribaldi, che tosto se n’andarono all’uscio e vi rimasero di guardia, disse uno di loro:
—Iddio ti salvi, Niccolò, e dacchè egli ti chiama a sè dalle miserie di questa vita mortale, noi siam qui per assisterti e prestarti tutti que’ servigi che per noi si potrà, come è dover nostro, e come vuole la nostra santa regola.—
Ed in così dire lo volsero verso un lettuccio posto dirimpetto all’altare ove i condannati a morte usavano riposare, se stanchezza od infermità o vecchiaja lo richiedesse.
Sedutosi Niccolò, rispose:
—Io vi ringrazio, fratelli. Iddio sia quello che vi rimuneri della vostra carità.—Costoro allora andarono in un angolo ov’era preparata una piccola tavola e la portarono d’appresso al vecchio: poi con una tovaglia di bucato apparecchiarono pulitissimamente, ponendovi stoviglie, posate, tutto in somma l’occorrente per la cena, meno i coltelli, chè, non eran permessi ai condannati, e domandarono a Niccolò quando volesse cenare e qual vivanda desiderasse.
—Io non vo’ aggravarmi di cibo, figliuoli, che, per queste poche ore debbo pensare allo spirito e non al corpo: pure, per non ismarrire troppo le forze, accetterò un po’ di brodo e due dita di vino, e di nuovo di tutto vi ringrazio.
Non tardarono a comparire l’uno e l’altro, e preso questo poco ristoro parve che visibilmente Niccolò si riconfortasse, ch’egli era assai accasciato e cadente quando era quivi venuto. Quelli che lo servivano, vistolo star più ritto e girar gli occhi non più tanto languidi e spenti come innanzi, parve concertassero non so che fra loro, bisbigliandosi poche parole all’orecchio; poi quattro di essi se n’andarono verso la porta, tenendosi tra quella e Niccolò, il quinto gli si pose a sedere accanto, come per intrattenerlo secondo s’usa co’ pazienti, ed accostandogli la bocca all’orecchio, gli disse pianamente:
—Messere, io v’ho a palesar una cosa... ponete mente di non dar segno veruno, che que’ ribaldi di guardia non se n’avvedessero.—
Niccolò, un po’ maravigliato, pure disse che farebbe.
—Voi dovete sapere, riprese l’altro, ch’io sono il Bozza; e quelli colà sono messer Bindo vostro, messer Lamberto, e quello che gli dicon Fanfulla, ed un loro famiglio: e jernotte, prima dell’alba, mi vennero a chiamare, e s’è concertato di barattar il giro co’ giornanti che dovevan venirvi assistere, e siam venuti noi in vece, e sotto queste cappe siamo benissimo armati, e ci siam risoluti o liberarvi o morire con esso voi, e quel che vi promise il Bozza in S. Marco, ora ve l’attiene... ed il modo l’udrete ora da messer Lamberto, ch’io ve lo mando qui, e così un po’ per uno parlerete con tutti senza far parere di nulla, che così usan fare i Fratelli co’ condannati....—
E prima che Niccolò potesse rispondere, s’alzò, e poco stante Lamberto e Bindo eran venuti a sedersi a’ fianchi del vecchio: presagli nascostamente ognuno una mano, che tratto tratto di sotto la buffa caldamente baciavano, disse Lamberto:
—Nostro solo timore era che non poteste reggervi e camminare; poichè potete, la Dio grazia, il resto lo faremo noi.... ci getteremo su codesti birri di guardia, e se ci vien fatto liberarcene al primo senza che levino il rumore, abbiam qui con noi una cappa della Misericordia che vi metteremo indosso e potremo uscire: verranno altri Fratelli... e parrà che ci diano la muta... io spero che ci verrà fatto.... altra speranza non ci rimane.... Molti del popolo son ordinati fuori ad aspettarci ed ajuteranno...—
—Lamberto, Bindo, figliuoli miei! disse Niccolò tagliandogli le parole, io ringrazio Dio ch’Egli m’ha procurato un conforto ch’io mai non mi sarei aspettato, e che non meritavo... quello di vedervi ancora una volta.... io vi ringrazio.... e conoscendovi, so che fareste più che non dite.... ma io non accetto le vostre animose offerte, e vi prego e vi comando come padre di togliervi affatto da codesti pensieri. S’io potessi uscir di qua senza pericolo, senza danno d’alcuno, io non vorrei.... pensate ora s’io vorrei mettendo a rischio la vita di tanti, le vite vostre, che potranno forse essere spese un giorno per l’utile della città! E vi pensate che mi pesi morire?
—Che mi possa parer duro dopo 91 anni di vita, dopo tanti travagli incontrati per veder onorata e felice questa povera patria, che son pur troppo andati invece a riuscire a vederla ora caduta al fondo d’ogni miseria, senza potervi far contrasto o trovar rimedio!.... Creder ch’io possa temer la morte?
—Io la desidero figliuoli! Essa è il solo pensiero tranquillo e dolce tra tanti dolorosi che mi travagliano! e voi vorreste levarmelo? vorreste togliermi quel riposo che Iddio concede alfine a queste membra logore ed afflitte, appunto perch’Egli conosce che han sofferto abbastanza? Qual ajuto potrei dar ancora a questa disavventurata patria? Vorreste voi che scordassi per me quegli insegnamenti che vi diedi, essere scopo dell’uomo non il protrarre la vita più ch’egli può, ma usarla virtuosamente, e saperla lasciare virilmente quando bisogna?—
I due giovani a quelle parole non poterono raffrenare le lagrime, e con caldissime istanze lo stringevano, tentando ogni via di rimoverlo da quel proposito; Niccolò allora, vestendo il suo aspetto di quell’autorità, alla quale nessun de’ suoi aveva mai avuto pur il pensiero di far contrasto, diceva:
—Io credevo coll’esempio e colle parole avervi insegnato quella virtù che s’appartiene a’ buoni cittadini, e mi confortavo d’avervi allevati in modo che in ogni occasione porreste l’utile della patria innanzi ad ogni altra cosa.... Volete voi ora che vada alla morte col disperato pensiero che neppur questo lo potetti ottenere? Che un vecchio di 91 anni viva pochi giorni più o meno, importa forse alla salute di Firenze? Ad essa pensate, e non a me... pensate ad uscir di qui, e ridurvi in salvo, voi che siete giovani, e vi potete valere della vita vostra.... pensate a rannodar i fuorusciti della parte del popolo.... io sono invecchiato in queste bisogne, e so come si conducono.... pensate a preparar la vendetta.... a tornar forti un giorno, e liberar quella patria che non abbiam saputo guardar dai traditori.... a questo pensate se siete figli di Niccolò, e se vi preme esser da lui benedetti.... non vidi io morire i vostri fratelli? Piansi forse o mi lamentai, o tentai impedirli che facessero il debito loro? E credete voi ch’io gli amassi meno che voi non amate me? Orsù, neppur una parola voglio aggiungere, chè il contrastar di tal cosa troppo invilisce me e voi. Addio, figliuoli, dividiamoci ora, e ci rivedremo felici in quella patria che conquistano i forti e non i codardi; in quel regno che, al detto di Cristo, vim patitur, et violenti rapiunt illud.—
La mirabile ed indomita costanza del valoroso vecchio, si comunicò come una fiamma a’ cuori de’ due giovani, che da un tanto esempio si sentiron, per dir così, trasportati in una regione superiore, ove rimanean sotto i piedi gli affetti e le miserie terrene.
Convinti che ogni loro istanza sarebbe tornata vana, ed accesi di desiderio di mostrarsi quali egli voleva che fossero (non potendolo salvare era la sola consolazione che rimanesse a dargli) gli promisero ambedue non iscostarsi un punto dalla sua volontà.
—Noi saprem vincere il nostro dolore, disse Lamberto, e la vostra virtù ci sarà di sostegno,.... non avrete a vergognarvi de’ vostri figli.... e finchè ci duri la vita, vi giuriamo che il vostro volere, i vostri pensieri saranno i nostri....—
—E così vi benedirà Iddio, rispose Niccolò rasserenato tutto; così verrete accompagnati sempre dalle benedizioni mie; e le mie preghiere v’ajuteranno dal Cielo, ove per bontà d’Iddio spero aver luogo.... Ora due altre parole, per le cose di quaggiù, poi non avrò altro pensiero in terra. Lamberto, tu ti ricorderai, che non è gran tempo, io ti raccomandava la casa mia.... la casa mia ora, è tutta in questo fanciullo. Ricordatevi che siete fratelli, amatevi, aiutatevi, e tu, Bindo,.... dacchè Iddio ti vuole orfano.... odi i consigli di Lamberto, e secondo quelli informa la vita tua.... Laudomia non accade raccomandartela, Lamberto, essa è tua moglie, e ti conosco. Ma Lisa! Oh! quando nacque costei, chi m’avesse detto!.... sia fatta la volontà di Dio!.... Costei ha più che mai bisogno di conforto e d’ajuto, povera disgraziata! Sappiate....—
E qui narrò a’ figliuoli tutto quanto avea inteso dal Nobili.
Rimaser muti i due giovani a questo racconto, tanta fu l’indegnazione che gli invase contro quel traditore, e tanta la meraviglia d’un caso che era del tutto contro ogni loro aspettazione; e con brevi parole, dato prima un qualche sfogo allo sdegno, narrarono anch’essi al vecchio tutto quanto era avvenuto dopo che s’eran lasciati sulla strada di Prato; dissero aver lasciata a M.e Murlo, in custodia del Pievano e di Selvaggia, Laudomia, la quale, prostrata affatto di forze ed ammalata, non s’era potuta movere, ma avea ad ogni conto voluto ch’essi venissero subito a Firenze per tentar tutto onde salvare il padre, e toccò a Niccolò maravigliarsi alla sua volta, che potesse giungere tant’oltre l’umana scelleratezza, e che tanto avesse potuto fidarsi d’un ribaldo qual era Troilo.
—Iddio ci voleva castigare, e ci rese ciechi.... ci tolse l’intelletto.... quos vult perdere dementat.... anche in questo, fiat voluntas tua!....
—Ora portate alle mie figliuole l’ultima mia benedizione, a Laudomia, all’angiolo della mia povera casa.... ed a Lisa il mio perdono.... Così voglia dimenticare Iddio ciò ch’ella ha fatto.... Tenete cura di quella povera derelitta, e confortiamci almeno, chè la vituperosa frode onde fu tratta in inganno, non macchia chi ne fu vittima, ma ne macchia e n’infama l’autore. Ringraziate Fanfulla, il Bozza, il tuo famiglio, che per amor mio volean porsi a tanto disperato pericolo, Dio vi rimuneri, vi benedica tutti.
In quella si fece alla porta un poco di rumore. Si volsero i due giovani, e Niccolò, lasciando a mezzo la frase, e videro il Bozza che stato un momento in parole con chi era al di fuori, s’accostò dicendo:
—V’è qui Fra Benedetto di S. Marco, e conduce seco M.a Lisa.—
—Dio del Cielo! disse Niccolò, pieno di vivissima allegrezza, come ho io meritato tanta consolazione!—
Ed era in effetto la maggiore che ancor potesse provare.
—Voi, disse a’ figliuoli, tenetevi discosti.... non è bene vi riconoscano neppur costoro.—
Venne avanti il frate, seguito dalla Lisa, che a capo chino, e tutta tremante, piangeva.
—Oh! Fra Benedetto, voi avete pur voluto porvi a tanto disagio, e forse pericolo, sol per venirmi confortare!—ed i due vecchi s’abbracciarono e rimasero così stretti un buon poco, mescolando la loro veneranda canizie in quel caldissimo abbraccio. Quando se ne sciolsero, Niccolò aveva a’ suoi piedi, colla fronte sulla terra, l’infelicissima Lisa, che la vista del padre in quel funebre luogo, de’ tremendi apparecchi della sua morte, l’oribil pensiero che tutto ciò accadeva per sua cagione l’avean colpita d’un tanto terrore, l’avean colmata d’una così desolata disperazione, che avrebbe desiderato morire, essere inghiottita e coperta da que’ lastroni di marmo sui quali appoggiava la fronte, annichilarsi sull’attimo purchè sfuggisse ad un tormento mille volte maggiore di quanto avea mai potuto immaginare. Scosse le membra da un tremore convulso, molle d’un sudore diacciato, diceva tratto tratto con voce spenta:
—Perdono.... perdono!....—
Il cuor d’un nemico n’avrebbe sentita pietà, s’immagini quale ne dovesse provare quello d’un padre! Si volle movere per levarla da terra, ma Fra Benedetto non gli dette tempo, e sollevandola e facendogli animo con amorevoli parole, che accompagnava Niccolò con altrettante, fecero in modo che Lisa alla fine pur si rizzò. Quand’ebbe alzato il viso ed affissate nel padre due pupille immobili, invetrite e fuori del punto, questi fece in cuore l’istesso giudizio che avea fatto poco innanzi Fra Benedetto, e disse, levando gli occhi al cielo:
—Oh disgraziata! ecco l’ultima delle sventure!—
Poi presale una mano se la fece accostare, le pose sulla fronte quella che avea libera, e gli parve toccare un marmo. Procurando render la voce, gli sguardi quanto poteva più dolci, disse, tirandosi sul petto il capo della figliuola:
—Qua.... vien qua, poverina!... appoggia qui... riposa questo tuo povero capo.... riscaldalo sul cuore di tuo padre che t’ha perdonato, e ti compiange... oh! come sei fredda, poverina... Dio di misericordia, dimentica ciò che nell’ira m’uscì di bocca contro quest’infelice.... rammenta soltanto il mio perdono ed il suo pentimento... ha assai sofferto, fu punita abbastanza questa poveretta! Lisa! figliuola mia!.... fatti animo, ascoltami!.... È tuo padre che t’ama, e ti parla per consolarti.—
Lisa, che aveva sempre sin allora seguitato a tremare, senza dar segno che mostrasse se udiva o no i conforti del vecchio, parve un poco si risentisse, e rispondeva:
—Io v’ascolto, babbo... Iddio vi rimuneri d’essere sceso a tanto di farmi queste carezze... a me sciagurata!—
—Poverina! Via.... su.... fatti animo.... noi, lo vedi, ci abbiamo la lasciare.... fammi contento, Lisa, ch’io possa vederti un po’ più a modo, un po’ più tranquilla... io, te lo ripeto, t’ho perdonato, e ti benedico. Non fu tua colpa, poverina!.... tu fosti tratta in errore!.... e quale errore!.... ed anche noi vi cademmo.... Ma tu! tu sei stata troppo tradita... Ora..... sappi... io ho a darti una cosa.... ti sarà di dolore, di maraviglia sul primo.... ma ti scioglie pure d’un gran debito.... ti toglie a maggiore sventura.... ti senti l’animo pacato abbastanza da poterla ascoltare?—
—Io son tranquilla, babbo.... lo vedete.—
Niccolò considerando l’ansar del petto, il pallore, il guardo soprattutto della Lisa, non era troppo rassicurato, pure, parendogli e sperando farle bene piuttosto che male, diceva:
—Odi dunque Lisa mia. Tu sai pur troppo d’essere stata tradita... ma sin dove giungesse il tradimento, tu non lo sai.... Ora poni mente, prima ch’io ti dica altro, che la vergogna è di chi inganna, non di chi vien ingannato... onde non istar a creder di te stessa quel che non fu nè poteva essere... chè una perversa non lo sei stata mai.... sappi dunque.... e per poco ti direi consolatene.... tu non sei moglie di Troilo.... non lo fosti mai....—
Lisa si scosse.
—Chetati, poverina! Odimi..... vedrai.... chè Iddio forse t’apre una via.... Dammi retta. No, tu non sei moglie sua, egli finse il matrimonio..... quello che credesti un prete era il suo staffiere, poi, non contento quel traditore, insidiava l’onore di tua sorella: ier notte la condusse al Barone, e se Iddio misericordioso non l’ajutava essa non potea fuggirgli. Ed in poche parole le narrava come era passato il fatto... Poverina!... lo so, t’ha a parere orrendo tal caso, e così parve a me quando lo seppi.... ma considera che in te non è colpa, poichè non fu volontà.... e neppur vi può esser vergogna... fu sventura, sventura tremenda, e non altro... ma non sarebbe forse sventura peggiore trovarsi ora irremissibilmente sua moglie? Tu invece ora sei di tua ragione, puoi.... non ti dirò odiarlo.... perdonagli figliuola..... e così gli possa perdonare Iddio.... ma puoi fuggirlo.... non sarei legata ad un traditore.... potrai viver se non felice, tranquilla ed onorata almeno, co’ fratelli, con Laudomia.... andare dov’essi andranno.... e forse.... io son vecchio.... vedi.... e so che quaggiù nulla è durevole: non lo è la felicità, ma neppur il dolore.... forse verrà tempo che le ferite di quel tuo povero cuore sian rimarginate....—
Niccolò parlava, e Lisa, tenendogli fissi in viso gli sguardi, parea che l’ascoltasse. Ad un tratto battè insieme le mani stringendole con forza, e disse con quella voce che esce da un cuore spezzato dal dolore:
—Ma dunque non m’ha amata mai, mai!.... neppur allora!.... non è stato mai vero quel che mi diceva! neppur una volta!.... E che viso! che bellezza d’angiolo! Com’eri bello Troilo!....—
A quel punto Niccolò, che teneva sulla figliuola fisso lo sguardo, pieno di funesti presentimenti, vide il suo volto, le sue pupille tramutarsi tutt’a un tratto, e cangiarsi, per dir così, in un nuovo viso, come se il primo, a guisa di maschera che si tolga, fosse scomparso.
Il lume della ragione, che già in lei vacillava, s’era a quest’ultimo colpo spento del tutto: il cervello dell’infelice avea dato volta: era pazza.
Rimase immota un buon pezzo, poi stese le braccia come chi per sonno o per accidia si stira, poi rise, e prestissimamente movendo le labbra parea tra se ragionasse, facendo gesti or con una mano or con l’altra.
Niccolò si coperse gli occhi colle mani, e Fra Benedetto, impietosito di lui e della Lisa, diceva con voce alterata:
—Niccolò, ora è tempo di ricordarsi che Gesù Signor nostro, santo ed innocente, patì sulla croce più che tu non soffri in questo momento! Patì anco per te, anco per la povera Lisa. Adoriamo il suo giudizio su questa meschina. Sappiam noi se ciò non sia pel suo meglio? Noi sappiam certo che l’anima sua fu anch’essa redenta dal suo sangue divino.... Da un Dio di tanto amore, come non isperar misericordia? Adoriamo, e chiniam la fronte, e diciamo insieme: «Non sicut ego volo, sed sicut tu.»
Niccolò, che era rimasto sin ora colle mani sugli occhi, ripetè:
—Non sicut ego volo, sed sicut tu!—
E le braccia gli caddero sul lettuccio prive di forza.
Visto poco lungi Fanfulla, che quantunque ricoperto riconobbe all’alta statura, gli accennò, e fattoselo accostare, gli disse pianamente:
—Conducete costei a casa, e Dio abbia di lei misericordia.—
Fanfulla venne alla Lisa, la prese per la mano, la condusse verso la porta, ed essa, come cosa insensata, si lasciava volgere per ogni verso. Uscirono, e mentre varcavan la soglia, il povero vecchio alzava le stanche braccia per implorare la divina bontà sulla figliuola, e ripensando alla maledizione che un giorno avea scagliata sul suo capo, diceva:
—Dio mio! Dio mio! Perchè m’hai tanto esaudito!... .........................—
Le invetriate avean intanto perduto ogni colore, e sovr’esse si rifletteano soltanto i lumi dell’altare, chè l’aria al di fuori era oramai fatta scura. Eran comparsi altri Fratelli della Misericordia, che divisi in due, ai lati dell’altare, recitavano salmi a voce bassa per non tor la testa al condannato. Questi era rimasto immobile, muto, colla fronte caduta, e Fra Benedetto, postosegli a sedere al fianco, gli tenea le mani stringendogliene con affetto tratto tratto, senza tuttavia parlargli, parendogli convenisse per allora dar campo che quella terribile ed ultima impressione per sè stessa un poco s’indebolisse. Rimasti così alcuni minuti, diceva il frate:
—Iddio ti porge occasione, Niccolò mio, di meritar molto in quest’ore che t’avanzano di vita, poichè ti fa molto patire! Tu hai a far ogni opera per portar questa croce con prontezza di spirito e rassegnazione.... e per racchetar l’animo un poco sul fatto della Lisa, pensa che Quegli il quale, ha cura del passero che vola pe’ tetti, e veste il giglio del campo, tanto più avrà pensiero d’una creatura fatta a sua immagine, e che non ha creata nè per perderla nè per istraziarla.... Considera quali e quanti erano i suoi mali!.... quel velo che Iddio permise le si calasse sull’intelletto fu per renderle ottuso forse il senso de’ suoi dolori..... Adoriamo, Niccolò, adoriamo; e speriamo in Lui che non spezza la canna fessa, calamum quassatum non confringet..... speriamo nell’autore di quel precetto d’amore col quale volle, che gli uomini tutti nelle loro miserie elevassero a lui il cuore, e lo chiamassero padre.—
Niccolò mise un sospiro, giunse le mani, e disse:
—Non sicut ego volo, sed sicut tu: e rimasto pensoso un momento, riprese:
—Fra Benedetto mio, io credo certissimo tutto quello che voi mi dite: e potrei dubitare della bontà di Dio, mentre m’accorda ora il massimo, il più dolce de’ conforti, quello d’avervi qui, e d’udire dalla vostra bocca cotali parole? Sia fatto quel che Dio vuole di me, e de’ miei poveri figliuoli! Di tutto in lui mi rimetto. Ora, una cosa mi rimane a dirvi, un ultimo mio desiderio.... poi non penseremo che al Cielo. Io vorrei esser sepolto domattina senza pompa veruna, e vestito dell’abito di S. Domenico, nel nostro avello di casa in S. Marco all’altare della Madonna, e che voi dicessi la messa pel riposo dell’anima mia.
—Te lo prometto, Niccolò: e questo, ed ogni altra cosa che tu volessi sarà fatta.—
—Non altro, Fra Benedetto: e vi ringrazio.... pure.... sì, d’un’altra cosa v’avrei a pregare. Io, da tante scosse, mi sento tutto stanco e doloroso.... vorrei poter tener il pensiero fisso in Dio... e la mente non regge... il capo mi duole forte, e mi pare che mi si spacchi.... io avrei un desiderio,.... che mi lasciassi appoggiarlo un poco sulla vostra spalla e mi stringessi la fronte colle mani... mi pare ch’io n’avrei refrigerio, e riposato così un poco potrei meglio attendere all’anima....—
Fra Benedetto non gli lasciò finir le parole e, preso tra le sue mani il venerando capo del vecchio, se l’accomodò sulla spalla e sul colmo del petto, tenendogliene stretto, ed avvertì di fermarsi in cotal positura che potesse, senza stancarsi, reggerla un pezzo.
Niccolò, dopo due minuti, chiuse gli occhi, e per l’estrema stanchezza placidamente s’addormentò. Se n’avvidero i fratelli che recitavan l’uffizio, e per non isvegliarlo si chetarono, rimasero immobili ognuno al suo luogo, e durò per quasi mezz’ora questa tacita e terribile scena, che avea pure in se non so che di soave e celeste, vista la serena tranquillità di quel vecchio, di cui solo s’udiva in quel silenzio il largo respiro, e considerando quanta virtù, quanta costanza dovesse essere in un uomo, che in cotal forma s’avvicinava alla morte.
Alla fine un respiro lungo e profondo diede segno ch’ egli si destava. Si destò infatti, e lenta lenta sollevò la fronte, vi pose una mano, poi disse:
—Voi m’avete dato conforto grandissimo, Fra Benedetto, Iddio vi rimuneri.... Oh! quante cose, diceva sorridendo così un poco, quante cose belle e divine ho vedute mentre dormivo. Dio mio, tu sei troppo amorevole al tuo povero servo!... Anco ier notte egli m’ha fatto degno di vedere la gloria sua.... egli mandò a visitarmi il suo santissimo martire.... Oh, Fra Benedetto, qual dolcezza!.... pensate.... è ritornato..... lo vidi dianzi..... e mi consolava!..... Quid retribuam Domino? come potrà la mia miseria ringraziar degnamente l’eterna bontà d’un tanto dono?.... Ora mi sento pieno di quella forza, che Iddio solo può dare; di quella vita ch’egli solo comparte, e che non può corrompersi nè perire!—
—Dunque ringrazialo..... ringraziamolo insieme—disse il frate, pieno di soavissima allegrezza nel veder confortato a quel modo l’afflitto vecchio.
—Sì, rispose questi, gloria a Dio nelle altezze de’ cieli!... prepariamoci ad entrar nella sua gloria.—
Niccolò sentendosi la mente più libera, si volle allora allora confessare; com’ebbe finito, si disposer le cose per dargli la comunione per viatico, e Fra Benedetto, andato all’altare, fece accendere altri lumi, e vestì i paramenti sacerdotali.
I Fratelli accesero ognuno una torcia e si posero in cerchio a piedi della predella: due soli di loro (eran Lamberto e Bindo) s’accostarono a Niccolò, collocarono un guanciale in terra ove potesse inginocchiarsi, e gli si tennero ai lati per ajutarlo.
Fra Benedetto trasse la pisside dal tabernacolo, l’aprì, ne tolse una particola, e volgendosi, levò le mani all’ altezza del petto, pronunciando quelle soavi ed auguste parole:
—Agnus dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis.
E Niccolò intanto, sfavillando dagli occhi luce di paradiso, era ginocchioni, sorretto da’ suoi figli, ed alzava le palme tremule e bianche verso il Sacramento.
Chi ricorda la testa di S. Girolamo dipinta dal Domenichino in codesto atto medesimo, avrà una lontana idea del divino ed ardente amore di che s’impresse il volto di Niccolò. Quando si vide davanti Fra Benedetto in atto di porgergli la particola, disse, versando lagrime di dolcezza:
—Io ti ringrazio, altissimo Iddio, che tu vieni a visitare il tuo servo per condurre l’anima sua immortale fuori delle miserie di questa tenebrosa valle! Lavami d’ogni macchia e d’ogni peccato, chè di tutti mi pento e ti domando perdono! Accetta quello che di cuore io concedo a’ miei nemici.... a questi che ci tolsero la patria.... voi che mi state d’intorno, siate testimonj ch’io morendo perdono ai Palleschi.... mi sento in cuore di amarli come fratelli.... e prometto in Cielo pregar per essi onde ci troviam tutti un giorno riuniti in quella celeste Gerusalemme, ove saranno spenti gli odj, e vivremo trasfusi nel sempiterno amore—
Gli astanti tutti piangevano: piangeva Fra Benedetto, e per gl’impetuosi affetti che l’agitavano, vacillava sulle ginocchia, quando depose il Sacramento tra le pallide labbra del vecchio.
Tornò all’altare, terminò le preghiere, e deposti i paramenti, si rimase allato al suo amico, che sempre ginocchioni, sempre sorretto da’ suoi figli, che dirottamente piangevano, teneva alto il viso, sereni e ridenti gli occhi, pronunciando tratto tratto brevi e segrete preghiere.
Stette così un’ora. All’orologio di Palazzo sonarono le cinque. Entrò il ministro, quello cui era dato l’ufficio d’eseguir la sentenza. Uomo rozzo, tarchiato, di stupido aspetto, si accostò a Niccolò, e, com’era l’uso, disse:
—Messere, io fo l’ufficio mio, e ve ne chiedo perdonanza.—
—Anzi, io ti rendo grazie, tu m’apri la porta del paradiso.—
E Niccolò volle abbracciarlo. Poi disse a Fra Benedetto:
—Siate contento tagliarmi questi pochi capelli sulla collottola..... ecco l’ultimo disagio ch’io vi do.—
Fu mandato per un pajo di forbici, e la bianca capigliatura di Niccolò venne recisa, e raccolta dal frate, che gliela porse ad un suo cenno. Questi, osservando di non esser veduto, la pose sotto la cappa di Bindo, nella sua mano propria, che gli strinse: ed il povero vecchio sentì, per dir così, raccolto in quella stretta tutto l’immenso amore che avea portato e portava a quel suo ultimo e giovinetto figliuolo.
Passò un’altr’ora..... sonaron le sei..... entrarono dieci tavolaccini con torchi accesi. Fra Benedetto, i figliuoli, tutti intesero, e si scossero. Il solo Niccolò rimase, come prima, tranquillo e sereno. S’alzò ajutato, e volto ai fratelli che lo circondavano ed avean tolto di terra e levato in alto il loro crocifisso per metterglisi innanzi, disse, tutto ridente, due volte:
—Addio! Addio!—
S’avviarono. Bindo da un lato lo reggeva, alle spalle Lamberto, dall’altro Fra Benedetto, e tenendogli innanzi la tavoletta con suvvi il crocifisso, gli suggeriva preghiere ed affetti, ora in latino, ora in volgare.
Il passo di Niccolò era franco, sicuro, nè troppo lento, nè troppo veloce.
Giunsero sulla porta all’alto dello scalone, d’onde si scopriva il cortile illuminato da molte fiaccole, e pieno intorno intorno di tavolaccini e soldati colle loro alabarde, tutti taciti e cogli occhi volti in su verso il condannato.
Questi scese sempre nel modo descritto, e venuto nel mezzo del cortile, ov’era il ceppo, ed il carnefice con una lucente mannaja presa a due mani, si fermò, e gli disse:
—Come abbia la testa sul ceppo dammi un momento, chè raccomandi l’anima a Dio.—
Poi volto in giro uno sguardo su tutti, disse con voce chiara:
—Io perdono a’ miei nemici, e prego Iddio accetti questa mia morte per la salute della patria nostra.—
S’inginocchiò, e pose il collo sul ceppo.
Bindo e Lamberto chiusero gli occhi, e per un momento fu altissimo silenzio.... poi un colpo sordo e risoluto. Gli aprirono. Il tronco era a terra da un lato. Il santo capo riverso dall’altro, candidissimo ed ancor sorridente.
Ebber tanta forza ancora di muoversi, tolsero il corpo e lo stesero nella barca, vi posero il capo, e rimase (tanto fu netto il taglio) come se un nastro vermiglio gli avesse circondato il collo.... ........................
Addì 16 agosto, la mattina innanzi giorno, la campana di S. Marco sonava a morto, Nell’interno della chiesa era collocata nel mezzo una bara con quattro candelieri di ferro agli angoli, all’altare diceva messa Fra Benedetto, parato di nero, nella forma medesima descritta al primo capitolo di quest’istoria. Nel cataletto era il cadavere di Niccolò vestito dell’abito di S. Domenico. Parea che dormisse; avea il viso candido e sereno.
Lamberto, Bindo, Fanfulla, Maurizio, il Bozza ed una turba d’artefici e di popolo minuto pregavano inginocchiati all’intorno, in silenzio ed immobili, se non che talvolta col dosso delle mani s’asciugavano gli occhi.
Finì la messa, finirono le esequie. Vennero alcuni uomini del convento, e con pali di ferro levaron la lapide che copriva un avello posto innanzi all’altare della Madonna. Lamberto, Bindo e gli altri presero il corpo nel lenzuolo sul quale era steso, e cautamente, senza scomporlo, lo calarono nella tomba. La lapide fu rimessa al suo luogo. Que’ poveri artefici pregarono e piansero un poco sovr’essa, poi, alla sfilata, se n’andarono, ed in chiesa non rimasero che Bindo, Lamberto, Fanfulla e Maurizio.
I due fratelli inginocchiati sulla pietra che copriva Niccolò si presero per la mano, e Lamberto disse con voce alta e sicura:
—Noi giuriamo a Dio ed a te, padre nostro, di adoperarci sempre, infin che ci duri la vita, per ritornar Firenze nella sua libertà, e non depor mai l’arme, e combattere i suoi nemici insino alla morte.—
Poi rizzatisi usciron di chiesa.