CAPITOLO XXXVIII
Quando Niccolò fu lasciato, si può dir, semivivo, sul lurido saccone che gli serviva di letto, era già fatto giorno da un’ora. Rimase come lo aveano posto; chè quel misero corpo era oramai divenuto un peso inerte, e privo d’ogni forza; gliene fosse pur rimasta, il minimo atto, il più lieve moto avrebbe resi insopportabili gli acerbi dolori che lo tormentavano per la sofferta tortura. Ma neppur questi patimenti poterono prostrare quell’anima riconfortata dalla celeste visione che in sogno avea creduto avere, e dal pensiero ch’era ormai presso al termine di tante miserie.
Al silenzio della notte era succeduto colla nuova luce quel confuso e continuo rumore che s’ode in una città desta, e che penetrava pure in quella segreta per l’alta e piccola finestra, munita d’una ferriata fitta, e d’una tramoggia al di fuori.
Tra quel rumore, tra quel ronzìo confuso, che era un misto di voci e di schiamazzi lontani, dell’andar de’ carri, dello scalpitar de’ cavalli, del picchiar delle arti per le botteghe, parea talvolta a Niccolò udire un bisbiglio più forte, come d’una frotta di uomini che passasse sotto le mura del bargello, ed un tratto levarsi il rumore, col maladetto grido: Palle, Palle!.... muojan i Piagnoni! urlato dalla più vile canaglia di Firenze; poi tra mezzo qualche voce sonora e di comando profferir parole tedesche, ovvero spagnole, chè tutte le strade all’intorno eran, per sospetto del popolo, stivate di soldatesche straniere.
—Oh perchè vissi tanto! diceva sospirando Niccolò. Perchè non fui anch’io all’ultima battaglia ove morirono i miei figli?... sarei morto con essi! Oh felice me allora!—e sforzandosi d’alzar le braccia riuscì pure, malgrado la doglia degli omeri e delle spalle, a turarsi colle mani le orecchie.
Lo prese a quel punto più che mai ardentissimo il desiderio della morte, e come pratico de’ processi criminali per cose di stato, che in que’ tempi, da chiunque venisser ordinati, si sbrigavano assai presto, veniva calcolando l’ore che avrebbe ancora dovute passare in quest’inestimabil passione, e pensava come per confortarsi «non è possibile ch’io sia mai vivo domattina.» Gli venne a quel punto un pensiero «Potrò io avere un confessore, che non sia uno de’ costoro ribaldi?» E volea dire, se gli avrebber concesso d’aver una frate di S. Marco, e non invece un di quegli altri avversi a Fra Girolamo, ed allo stato popolare, come verbigrazia erano i Frati di S. Croce. Poi rifletteva. «I nostri si terranno chiusi in convento con sospetto grandissimo, e potrebbero portare grave pericolo uscendo; dovrò io esporveli facendoli chiamare? Fra Benedetto, che sarebbe pur quello ch’io vorrei, si attenterebbe egli a venire? Egli è un santo, ma altrettanto pusillo d’animo. E se anco venisse, vorrei io esser cagione che soffrisse oltraggio, villania, e forse peggio da questa setta perversa?»
O Niccolò, tu devi saper morire solo, senz’altro conforto che la memoria della tua vita passata! Ora è tempo d’usare quella fortezza che predicavi agli altri, se non vuoi che dican di te, come disse Cristo de’ Farisei:[75]
All’ora che era solita distribuirsi la vivanda ai prigionieri, verso mezzamattina, comparve il carceriere con un pane ed una scodella di broda, nella quale il vecchio prese qualche cucchiajo, ajutandosi alla meglio, chè il riposo gli avea già in parte restituito l’uso delle braccia. Poi rimessosi a giacere, e rimasto solo, volse tutti i pensieri a Dio, ingegnandosi di venirsi così preparando alla morte.
Dopo un’ora udì disserrarsi di nuovo il chiavistello dell’uscio, e disse:
—Ecco chi viene a darmi il comandamento dell’anima! Ora sii tu ringraziato Iddio, che finalmente mi chiami alla tua gloria!—
Ma invece dell’uomo che era solito adempiere quel triste ufficio, vide entrare messer Benedetto, il quale, com’ebbe diligentemente richiuso, si fermò ritto avanti il lettuccio.
Niccolò, che sapeva chi egli era, vedendolo in atto tutto benigno, gli piantò gli occhi in viso tanto sicuramente, e come per iscrutare i suoi pensieri, che il tristo ipocrita dovette volgere altrove lo sguardo. Poi, tutto modesto e compunto, disse:
—Niccolò, io ti vengo a visitare, ch’egli è dovere d’ogni cristiano sollevare i tribolati, come se’ tu. Ora sappi che mi duole moltissimo del tuo caso, ma non istette in me il potervi riparare.... pure, se vi fosse cosa che si potesse fare per levarti i tuoi dispiaceri io sarei disposto farla....—
Niccolò, al quale non cadeva neppur in pensiero prestar fede alle costui proteste, veniva dicendo «Che vorrà egli da me?» ma non riusciva indovinarlo. Pure gli volle rispondere umanamente, raffrenando l’ira che destava in lui quel ribaldo.
—Io ti ringrazio, Benedetto, e voglio esser persuaso di tutto quanto tu m’hai detto. Ma oramai io non ho altro desiderio se non che facciam presto, ed intanto sarai contento tu ed ognuno lasciarmi solo e non mi dar noja, chè in questi momenti l’uomo ha bisogno di star con sè stesso e con Dio, e non con altri.—
Dette queste parole Niccolò fece colla mano l’atto di dar commiato, e volse il capo verso il muro, sperando torsi colui d’allato. Ma il Nobili non si mosse, e riprese sempre più melato:
—Troppo parli sicuramente, Niccolò! E’ pare che non ti curi nè di vivere nè di morire!.... tu ti butti troppo presto al disperato.... e ti credi non aver attorno che nemici, eppur non è così, Niccolò.—
Il vecchio volgendo il capo lo squadrò di nuovo con un’occhiata, che le pupille del Nobili evitarono, errando qua e là, poi disse, un pò più risoluto:
—Dov’io sia, e con chi.... lo so, Benedetto.... e dov’io sono, la Dio grazia, son contento d’esservi, ch’io morrei dieci volte non che una per non veder Firenze in mano di chi ella è.... ora te lo dico un’altra volta, vatti con Dio e lasciami in pace.—
Il Nobili parve stesse tra due d’andarsene; tacque un momento, poi, quasi riprendesse il primo pensiero, diceva:
—S’io venni qui, e s’io ti do noja ora, egli è ogni cosa pel tuo bene. Ascoltami Niccolò.... no’ siam soli.... nessun ci può udire.... Che io tenga pe’ Palleschi, e tu pel popolo, poco importa.... no’ siam vecchi tutt’a due... ed io penso pure che io ho un’anima da salvare, e codesto importa assai. Credi tu ch’io non veda i modi che tengono costoro del nuovo stato? ch’io non conosca il brutto torto che ti vien fatto? Tu mi dirai «O perchè dunque fosti tu ad accusarmi?» Come potevo io non ubbidire a quel ribaldo di Baccio? e poi.... e se io ora appunto, per non imbrattarmi del sangue innocente, venissi a te per salvarti?—
Niccolò si scosse a questa parola, ma il Nobili, accennandogli colla mano onde non l’interrompesse, proseguiva:
—Vuoi tu aver in dispregio la vita perchè la tua parte fu vinta? È questo l’esempio che ci diedero i nostri antichi? E se in Firenze, ogni volta che una parte fu cacciata e dispersa, avesse fatto come vuoi far tu, sarebb’ella mai ritornata....
—Ingegnati di vivere, chè niuno ha ancor trovato chiodo che valga a conficcar la ruota della fortuna, e solo pe’ morti non v’è più speranza. Io parlo pel tuo bene, Niccolò! Vedi questi ribaldi che ti voglion veder morto, sta in te il farteli amici... tu sei ricco, Niccolò... io so che in casa tua,.... o forse al tuo podere presso il Poggio, tu hai molto tesoro nascosto.... insegnami il luogo.... ora non è tempo di miserie... i danari si ritrovano, ma la vita! Dimmi, dov’è codesto tuo nascondiglio, e con questo tesoro io saprò far in modo che quei tuoi nemici....—
Niccolò, che non aveva tesori nascosti, e che a un tratto conobbe aperta la scellerata ed avara frode del Nobili, non si potè più tenere.
—Ah ribaldo ladrone! gridò alzandosi con potente sforzo a sedere, non ti basta egli avermi involati que’ danari ch’io ti prestai per coprire le tue ladroncellerie, se non vieni ora ch’io sto in fin di morte a sobbillarmi con queste tue finte compassioni per ispogliarmi di ciò che tu credi ch’io abbia, e che non ho, nè ebbi mai? Che tesori? che nascondigli? Che sogni son codesti? Io diedi pei bisogni della città infin quella poca urnetta d’argento ove tenevo le ceneri del B. Fra Girolamo, e vuoi ch’io abbia i pozzi pieni di fiorini? Tu fosti sempre un ribaldo, e sempre sarai, e non mai ti verrà fatto comprendere come usino gli uomini dabbene, che stimano la patria e la libertà più che l’oro e la vita.... e per salvarla credi tu ch’io vorrei aver obbligo ad un Pallesco? Una sola volta in 91 anni m’impacciai con Palleschi, e fu la mia mala ventura; chè la città non sarebbe forse fatta serva, io non sarei qui, e non avrei macchiato l’onor di casa mia, s’io non avessi accettato per genero un traditore Pallesco.—
Vedersi scoperto, deluso, e sentir le rigorose e pur vere parole di Niccolò, generarono una tanto velenosa rabbia nel cuore del Nobili, che per darle sfogo, e fargli dispiacere in qualche modo, disse:
—E neppur a termini in cui se’ ridotto t’abbandona la tua smisurata superbia? Ora, se tu credi non aver altra macchia all’onor tuo, se non quella d’aver un Pallesco per genero, sta di buona voglia, che mai Pallesco (e Troilo, gentiluomo ch’egli è, meno d’ogni altro) ebbe pur il pensiero di sposar la figlia d’un par tuo.—
—Oh! che discorso e codesto?—
—Io non t’avrei detta mai tal cosa, ma il tuo pazzo orgoglio mi vi sforza. Tua figlia fu concubina di Troilo e non moglie....—
Ed il vile ribaldo, godendosi tutto di far quel vituperio al povero vecchio, gli narrò da capo a fondo l’istoria del matrimonio della Lisa. Niccolò, che attentissimamente l’ascoltava, dapprima mostrò maraviglia, poi un lampo di sdegno gli balenò tra le ciglia, alla fine rimasto pensoso un momento, e ricomposto il volto in atto grave ed altero, disse, con istupore grandissimo del Nobili, che tutt’altro s’aspettava:
—Io ringrazio Iddio, e ringrazio te, Benedetto, di quel ch’io odo. Un pensiero, un solo mi travagliava uscendo di questa vita..... che mia figlia era pur moglie di quel traditore: ch’io so qual sia il debito d’una moglie verso il marito, sia pur ribaldo quant’esser si voglia.... Ma ora! Essa è disciolta d’ogni obbligo! Essa è libera! Può fuggire, può detestare chi s’è fatto traditore alla patria, e n’ha procurata la rovina!.... chè al tradimento fatto a me neppur vi penso..... A che si riduce oramai il mio caso? Aver sofferto oltraggio e villanie da un ribaldo! Essere stato preso all’obbrobriose frodi d’un Pallesco, d’un gentiluomo cortigiano! Egli ha fatto l’arte vecchia de’ pari suoi!.... Ed a me è toccato ciò che a tanti leali e dabbene. Ma l’infamia a chi resta ella? ad esso, o a me? Non macchia nè toglie l’onore la mannaja! non lo toglie l’esser ingannato da un falsissimo ribaldo! ma lo macchia e lo toglie il fare quel che voi faceste, e tu, e Troilo, e Baccio: e tutti quanti siete voi Palleschi, vi siete messo in capo il cappello de’ maggiori traditori del mondo!... ed insin ch’egli duri, insin che giri il sole, diranno gli uomini e l’istorie, che voi Palleschi, non colla forza, ma con mille frodi e mille tradimenti vinceste, e noi Piagnoni, non dalla forza, ma da mille tradimenti restammo oppressi....—
Niccolò, che nel dir queste fiere parole s’era a mano a mano venuto infiammando, alzò il braccio alla fine, ed indicò la porta al Nobili con quell’autorità che usava quand’era padrone in casa sua, scordando in quel momento ch’egli era prigione. Ma neppur il Nobili non vi pose mente, raumiliato ed invilito dalla severa ed augusta presenza dell’indomito vecchio, e dal suo cenno risoluto, al quale gli parve impossibile disubbidire. Senza replicar sillaba, senza esser ardito d’alzar gli occhi in viso a Niccolò, si volse all’uscio, l’aperse, uscì, e rimandati a luogo i chiavistelli, s’andò con Dio, deluso ed isconfitto, pieno di quella vergogna e quella rabbia che si può immaginare.
L’ore intanto passavano. Il sole cominciava a volgersi verso l’occaso, e Niccolò era sempre solo nella sua prigione senza sapere nulla ancora della sua sorte, senza gli ajuti ed i conforti che sogliono pur concedersi ai condannati.
Ma non tutti l’aveano abbandonato; ed in quell’ora appunto v’era chi si disponeva incontrar ogni rischio per adempiere a ciò che in cotali occasioni comanda la virtù, l’amicizia e l’onore.
Ove si tratta di rischi non s’aspetterà forse il lettore trovare il nome di Fra Benedetto, del superiore di S. Marco, di quello che dal primo capitolo di quest’istoria avea fatta così trista prova del suo coraggio. Eppure egli stesso, saputa appena la presura di Niccolò, risolse voler esser quello che l’ajutasse, e gli fosse vicino, e gli porgesse, nell’ultime ore del viver suo, i conforti della religione, fatti più soavi dal lungo abito d’una confidente amicizia. La fama, che in modo cotanto veloce ed inconcepibile sparge talvolta la notizia de’ fatti, avea divulgata la voce del tradimento di Troilo, ed il povero frate, ricordandosi d’aver egli consigliato Niccolò d’accettarlo in casa, si rammaricava pensando «Io son cagione della sua rovina!»
Questo pensiero, il pensiero d’adempiere un dovere, il desiderio di compensare in qualche modo quel male che stimava aver fatto, vinsero ogni altro rispetto, superarono ogni timore nel cuore del semplice vecchio, tanto è vero che la virtù e la più valida e sicura potenza dell’uomo! Fatta una breve ma calda preghiera a Dio che l’ajutasse e gl’infondesse quella forza e quell’ardire che per sè stesso sentiva di non avere, prese il suo bastoncello ed uscì dalla cella. Andò a quella del sottopriore, gli palesò il suo disegno, gli lasciò l’autorità sua pel caso che non avesse a tornare, gli disse pregassero per lui, esso ed i suoi frati, e raccomandandogli il convento, l’osservanza delle regole, la reciproca carità, esortandolo a soffrir con fortezza le tribolazioni presenti, prese commiato dicendo: «ricordatevi di me nelle vostre orazioni.» Il sottopriore volle accompagnarlo insino alla porta del chiostro, e mentre v’andavano, parecchi frati si unirono a loro, tantochè giunti alla porteria, molti s’offerivano e facevan forza per accompagnare il loro superiore. Ma egli non volle; ringraziò ed abbracciò tutti, e disse:
—Sarà di me quel che Iddio vuole, ma l’andare in molti darebbe nell’occhio, e sarebbe talvolta cagione di peggio. Ora apri (disse al portinajo) ed andiamo col nome di Dio.—
Il portinajo penò assai prima che avesse tolte tutte le stanghe ed i chiavistelli che sbarravano ed afforzavano il portone; quando fu a volgere l’ultima chiave, guardò per una finestrella se in piazza fosse sospetto di nulla, alla fine aperse, e mentre Fra Benedetto varcava la soglia, gli prese la mano e gliela baciò, dicendogli:
—Voi fate opera santa e non vi mancherà l’ajuto di Dio.... Dite, vi prego, a messer Niccolò, che si rammenti del povero portinajo, chè anch’io prego per lui, e quando sia tra’ beati, preghi egli Iddio per me.—
Fra Benedetto se n’andò, raccomandando richiudessero bene; e prima d’ogn’altra cosa pensò andare a casa i Lapi per vedere se niuno vi fosse della famiglia, concertar con essi il modo di giungere insino a Niccolò, o fors’anco condursi a lui in compagnia d’alcuni di loro. Prese per la via Larga, che da capo a fondo vide pressochè vota, e que’ pochi che camminavan per essa, erano uomini dell’ultima plebe, ovvero soldati. Le botteghe tutte a sportello, chè era un male starvi in que’ giorni a Firenze, tanto più nelle strade solitarie e fuor di mano. Il povero vecchio se n’andava muro muro effrettando il passo quanto glielo permettevan l’età e le forze; e per dir il vero gli tremava il cuore come una foglia. Giunse al palazzo Medici, ora Riccardi, e vide il portone preso da una guardia di lanzi, e via innanzi sempre lungo il muro, facendosi piccin piccino quanto poteva. Udì qualche sghignazzata tra que’ soldati, qualche motteggio, qualche villania forse mandatagli dietro, ma parlavan tedesco e non intese che gli dicessero. Sulla piazzetta di S. Giovannino, ove alloggiava il grosso di costoro, ne eran molti, non meno che innanzi alla portiera del convento, ma neppur qui gli avvenne nulla di male, e per via de’ Martelli, poi per S. Giovanni, si trovò finalmente presso il portone de’ Lapi.
Era aperto, ma vi stava di guardia un soldato col suo archibuso in ispalla, appoggiandosi colla destra sulla forcina posata in terra. Fra Benedetto sentì un momento quasi venirsi meno ogni ardire di passar presso a quel brutto ceffo, abbronzato come una vecchia pentola, con certi baffi che dai due lati si rizzavan fin sopra le tempie: pure, facendosi animo e pregando Iddio d’ajutarlo, venne innanzi, e guardando il soldato quanto più pietosamente poteva, quasi per impetrarne il favore, rimase un momento sospeso, osservando se era da tentare il passo. Per fortuna il soldato era spagnolo: e gli Spagnoli in quei tempi (l’età dell’oro dell’Inquisizione) non potean vedere la tonaca d’un domenicano senza sentirsi quel certo brivido che a giorni nostri prova, verbigrazia, un mariuolo alla vista d’un’uniforme di giandarme. Per la qual cosa costui, senza molto scomporsi, fece però più che altro, riverenza a Fra Benedetto, e tirandosi da un lato gli sgombrava l’entrare.
—Non sempre l’apparenza dice la verità, pensò questi passando innanzi; e gli sovvenne in quel momento di Fanfulla, che con quel suo terribil viso era pure un uomo dabbene. Ma ben altri pensieri l’assalsero appena fu dentro, e visto l’androne e il cortile pieno di forzieri, di casse, di masserizie, e scrivani con registri che una ad una le notavano, viste andar in volta ed affaccendarsi facce di mal augurio, che avean viso di birri, o dipendenti dal bargello o dal fisco, conobbe che quella disgraziata casa era sottoposta ad un saccheggio legale, per la confisca pronunciata dalla Balia sui beni, com’essi dicevano, de’ rubelli.
Chi abbia lasciato un suo giardino bello, fiorito, ben coltivato, e lo riveda poi dopo che l’innondazione d’un torrente l’ha tutto guasto e sconvolto, lasciandolo coperto di melma e di ghiaja, prova assai men rammarico che non Fra Benedetto vedendo quella casa, sede un tempo d’ordine, di dovizie, di senno, e di tutto quanto rende spettabile ed onorata una famiglia, venuta ora in mano di que’ ladroni che la svaligiavano, e ne facevano ogni mal governo. Gli vennero agli occhi le lacrime, e mentre si guardava attorno cercando chi gl’insegnasse, se pur v’erano, i padroni, scorse in mezzo al cortile il Nobili ritto, che parlando con un omaccio di perversa apparenza, gli dava alcune chiavi di molte che teneva in mano, e diceva parlando d’alcune ch’egli serbava:
—Queste delle cantine le terrò io, e vedremo poi a miglior agio....—
Intanto, di dietro la sua larga persona, fatta maggiore da un ampio e maestoso lucco, tutto di bel panno rosato, usciva una donna, che col grembiale si copriva e s’asciugava gli occhi, e scostandosi da quel ribaldo veniva, senz’avvedersene, alla volta di Fra Benedetto. Non s’accorse di lui se non quando fu quasi per dar in esso col petto; ed alzando a un tratto gli occhi lo riconobbe, ed egli lei.
—Oh povera Fede, tu piangi!....—disse il buon vecchio, che neppur esso aveva le palpebre asciutte.
—Ed anche.... voi!.... e.... come.... non.... piangere?...—
E non potè dir altro, chè la convulsion del singhiozzo le stringeva la gola. Oltre tutte l’altre tribolazioni di que’ giorni, e quasi a compimento, essa stessa avea dovuto consegnar tutte le chiavi al Nobili. Quelle chiavi che da 50 anni erano il suo pensiero, la sua cura, la sua gloria, che considerava come una parte di sè stessa, che racchiudevano quelle provvisioni d’ogni qualità, quelle biancherie filate in gran parte dalle sue mani, o almeno scelte, comprate, mantenute, ordinate da tanto tempo da lei sola, ed ora tutta quella roba in che mani andava?
Cuori di padrone di casa, di cameriere, di donne di guardaroba!.... cuori di donne, di zie vecchie, di ragazze di 50 anni, voi sapete che dolore fu codesto!
Fra Benedetto s’impegnò alla meglio farle animo e consolarla, poi s’informò se vi fosse in casa nessuno della famiglia, e seppe che la sola Lisa col suo fanciullino era, si può dir, prigioniera dalla sera innanzi nella sua camera all’ultimo piano; udì l’istoria delle diavolerie di Gavinana, e questo racconto confusamente narrato, tramezzato sempre da singhiozzi, da esclamazioni, da lagrime e sospiri, si faceva, mentre avviatosi per condursi presso la giovane, veniva lentamente salendo le scale.
—Oh Madonna Santissima! diceva M. Fede stendendo la mano al saliscendi dell’uscio, che spettacolo vedrete!... la poverina pare smemorata! e non ha dormito mai tutta la notte, o non piange, e sta muta, cogli occhi fissi in terra, ed ogni poco dice: Era un traditore! e non c’è verso a farla muovere, o parlare, e non risponde altro.... Oh Vergine benedetta, in che modo ha a finire questa casa, e noi poverine, sventurate!... E di messere che ne sarà?.... e de’ figliuoli.... e di M.a Laudomia?.... neppur sapere dove sian capitati.... Oh Signore, che rovina! che rovina!—
—Ora via, apri, disse il frate, qui non v’è rimedio, non v’è speranza che in Dio.—
La vecchia aperse, ed entrarono.
Lisa sedeva innanzi ad una tavola; v’appoggiava i gomiti e le braccia, e su queste il capo, tantochè il viso si nascondeva, mostrando soltanto la capigliatura disordinata e negletta, come lo eran le vesti, che l’avvolgevan incomposte, più che non la coprissero.
Accanto alla tavola si tenea ritto il piccolo Arriguccio, e per esser troppo piccino, non aggiungendo agli orli di essa col viso, vi s’attaccava colle manine, tra lo sbigottito e ’l piangente di veder la mamma a quel modo; e colle sue dita, piccole e tonde come pignoletti, facea forza inutilmente per sollevarsi tanto che la vedesse in volto; ma essa immobile e muta, neppur parea s’avvedesse degli sforzi del fanciullino.
—Povera infelice! disse Fra Benedetto commosso, se fu grande il tuo errore non è minore il castigo!....—
Poi pianamente fattosele dappresso la chiamò più volte invano, la scosse, poi dolcemente postale una mano sotto la fronte, le sollevava il capo. Essa mise un gemito, come le desse noja quest’atto; pure alzò il viso, affissò il guardo nel frate, e fu tale, che questi più che mai doloroso, pensò in cuor suo:
—Oh Dio! che il senno di costei si smarrisce! Ed essa intanto scrollando il capo:
—Eh?.... Che ne dite?.... L’avreste immaginato ch’egli era un traditore?—e rimasta muta un momento, soggiungeva, stringendosi nelle spalle:
—Eppure è così.... Era un traditore!—
—Oh figlia benedetta! Poverina! Troppo avete ragione di dolervi.... ed io, che parte ho inteso i vostri casi, son venuto poi apposta per sentir come stavi, per profferirmivi in quel poco che posso, per consolarvi e pianger con esso voi.... Poverina.... via... su.... un po’ di forza.... è tremenda la vostra tribolazione.... ma Iddio non le manda per nostro danno, le manda perchè a lui ci volgiamo, per rammentarci che non s’ha a cercar il bene quaggiù, ma in Lui solo....—
Lisa pareva tutta attenta a queste parole, ed il buon vecchio ne traeva felice presagio; ma essa a un tratto interrompendolo, e prendendogli con forza convulsa le mani, gli diceva:
—Ma ditemi il vero, Fra Benedetto, voi l’avreste creduto, che era un traditore?—
—E che volete che vi dica, figliuola benedetta? No, non l’avrei creduto; ma chi può penetrare ne’ cuori se non Iddio.... tant’è vero, che io pur troppo dissi a messer Niccolò....—
—Ah dunque lo sapevate!.... ma perchè, perchè non dirmelo anche a me poverina? perchè mettervi d’accordo tutti per tradir questa disgraziata?—
—Ma via, chetatevi figliuola, chetatevi per l’amor di Dio, voi non m’avete inteso....—
E M.a Fede anch’essa tutta piangente: —Chetatevi, madonna, ch’egli non v’ha detto cotesto....—
—Ed io sto cheta, non dico nulla.... che ho io detto?—-
E l’infelice li guardava, or l’uno or l’altra, con occhi pieni d’un talchè così nuovo, così spaventato, che ambedue più che mai ne sbigottivano.
—Oh! non pensate ora a coteste cose, via, fatevi un po’ di forza!.... cacciate la memoria di quel disgraziato... perdonategli.... pregate Iddio che abbia pietà di lui; poi dimenticatelo....—
—E come ho io a fare per dimenticarlo se io l’ho sempre qui (e colle mani si premeva il petto), qui nel cuore che me lo tormenta, me l’abbrucia, e non mi lascia requie nè riposo?.... io che l’amavo tanto, che non vedevo se non lui solo nel mondo!... perchè non dirmi quand’era tempo «Bada, ch’egli è un traditore!....»
—E perch’egli è tale, per questo appunto tu l’hai a scordare figliuola, e tanto più ora, a’ termini in che è ridotto il babbo! pensa al povero padre tuo!....—
—Oh! il babbo.... è vero.... dov’è, che gli hanno fatto?—
Disse Lisa quasi colpita da una spaventevole idea del tutto nuova ed inaspettata:
—Ah, è vero, sciaurata!... è vero.... ma s’io non ho più il capo!... compatitemi Fra Benedetto, abbiate pietà di me, povera pazza.... io lo sento, il cervello non è più mio,... oh! ditemi, del babbo che n’è stato!...—
E qui cacciandosi le mani ne’ capelli, dette finalmente in uno scoppio di pianto, versando lacrime a torrenti, e dicendo interrottamente:
—E pensare che.... sono.... stata io cagione di tutto!... Che.... avrò all’anima.... la morte sua!.... Oh! disse alzandosi risoluta, e racconciandosi i panni indosso, chè da ogni lato, male allacciati, le cadevano, andiamo per l’amor di Dio, andiamo a lui subito.... ch’io voglio morire a’ suoi piedi.... io non posso morire altrimenti. Ah, poterlo salvare! poter trovare una via di morir per lui!... insegnatemi il modo, e prendetevi... che posso io darvi?... che m’è rimasto?... la vita di questo fanciullo?.... prendetevela.... tutto, tutto! purchè il sangue di quel vecchio non mi spruzzi il viso, non mi piova sull’anima come un fuoco d’inferno....—
Il Frate e M.a Fede, mentr’ella smaniava a quel modo, mezzo fuori di sè, le stavano attorno tentando ogni via di racchetarla, ora con parole, ora con atti, con carezze, con persuasioni, che neppure udiva, o non curava quell’infelice. Ma lo sfogo del tanto piangere le giovò più di tutto, e si venne a mano a mano rallentando quello stato convulso e violento, divenner più rari i singhiozzi, più lento l’ansare del petto, sembrò volgesse gli sguardi più naturali, tanto che a Fra Benedetto parve poter acconsentire a condurla fuori, e tentare con essa di penetrare nelle carceri del bargello.
M.a Fede la venne rassettando per tutta la persona, e le compose alla meglio i capelli e le vesti, mentre Lisa, recatosi in braccio il bambino, stringendolo e baciandolo, diceva, bagnandogli il viso di lacrime:
—Oh poverino! Quando potrai conoscere l’istoria di casa tua, i casi della mamma, saprai quanto caro ci sei costato a tutti.... Fede, ti raccomando Arriguccio.... chiuditi a chiave, sai!—
Ripose in terra il fanciullo e si mosse per uscire: poi fermatasi a un tratto si rivolse, tornò ad abbracciarlo, e disse, tenendogli tra le mani il capo:
—Oh bimbo mio, Dio ti benedica! Dio non ti castighi mai per le colpe di tua madre!.... tu che sei innocente, oh potessi pregar per me!—
Lo baciò un’ultima volta, dicendo:
—Ti vedrò ancora, bambino mio? poi, staccatasi da lui, tenne dietro al frate e scesero in cortile.
Pensò questi di far motto al Nobili per ottener che la Lisa potesse uscire, o, meglio ancora, impetrare che le venisse concesso veder il padre.
Trovò messer Benedetto in un angolo del portico, ove, tra un monte di masserizie, ed attendendo a ciò che faceano que’ suoi ribaldi, s’era seduto sul seggiolone proprio di Niccolò, su quello che, collocato nella stanza del letto accanto al cammino, troppo era noto a Fra Benedetto. A quella vista gli si rinnovò più dolorosa la memoria del perduto amico, e non potè accostarsi al Nobili, e parlargli, senza che negli occhi e nel volto non apparisse turbamento grandissimo. Pure, facendo forza per comprimere codesti affetti, gli disse:
—Messer Benedetto, io v’ho a chieder in grazia, che sia concesso a M.a Lisa, alla figlia di Niccolò, d’uscir di questa casa... e che ella possa condursi sicuramente al bargello, e veder suo padre. Voi non vorrete negarle questa consolazione, non è egli vero?—
Il Nobili fu per dir no addirittura, chè ben lontano di sentirsi disposto a far piaceri a Niccolò, gli avrebbe fatto volentieri invece quel maggior dispiacere che avesse potuto; adirato e rabbioso com’era tuttora per la scena che abbiamo dianzi descritta. Ma non potendo mancare alla sua natura d’ipocrita, considerò che a nulla gli sarebbe giovato mostrarsi duro in questo caso, ed invece poteva con poca spesa apparire caritatevole, umano, e superiore ad ogni pensiero di vendetta o di parte. Disse dunque:
—Veramente io non dovrei, non potrei... chè gli ordini son severi. Pure.... conosco anch’io, sarebbe troppo disumana cosa impedir che una figlia abbracciasse il padre.
E messo un sospiro, alzò gli occhi al Cielo, aggiungendo:
—Già abbastanza son infelici costoro. Oh, la ragion di stato!... ell’è pur la terribil cosa!...—
—Iddio vi tenga conto di questa vostra umanità; ora dunque siate contento darci un de’ vostri uomini che ci accompagni.—
—Oh, ser Cecco, disse accennando ad un ometto sparuto, e mal in arnese, fate motto.... Andate con costoro, e procurate che possano entrare da Niccolò. Se qualcuno facesse opposizione, valetevi del nome mio.—
Ottenuta questa licenza, si mosse il Frate colla Lisa e la loro guida: passando sotto l’androne per uscire in istrada, vide in terra buttato tra un monte di robe anco il ritratto di Fra Girolamo, e s’accorse che per ischerno, l’aveano imbrattato tutto col carbone, e fategli le corna ed altre insolenze e sporcizie; ne torse gli occhi con dolore, e affrettando il passo, gli parve mill’anni trovarsi fuori di quel luogo di tanta desolazione.