CAPITOLO XXXVII
Eran sonate le quattr’ore di notte quando Niccolò, circondato dalla sua scorta, si fermava dinanzi ai battenti chiusi di porta al Prato.
La sentinella di guardia sulla torre gridò il chi va là? in tedesco; chiamò nell’istessa lingua il suo capitano, che salito ov’era il soldato, incominciò in cattivo italiano un dialogo con messer Benedetto, ed a grandi stenti riuscì pure a capire esser costoro quelli ai quali avea ordine da Malatesta d’aprir la porta a qualunque ora fossero giunti.
Dopo un poco la porta s’aprì lenta lenta: entrò la compagnia, e passando tramezzo ai lanzi s’avviò verso borgo Ognissanti.
In 90 anni di vita era stata questa la prima volta che Niccolò avea udito soldati a guardia delle porte di Firenze parlar lingua barbara e ignota. Se avesse avute le mani sciolte, le sue orecchie non avrebbero ricevuto quel suono, che amaramente lo scosse, come si scuote lo schiavo ad un’improvvisa e dolorosa strappata della sua catena.
Camminarono innanzi per le vie oscure, deserte e silenziose, che davano a Firenze l’aspetto che ebbe forse la Necropoli degli egiziani, la città delle tombe; e giunti in piazza, potè Niccolò vedere il portone di Palagio, le sue scalere, la ringhiera ove si trattavan un tempo le cose del popolo, tutto ingombro di soldati stranieri che dormivano. Questo bestiame spagnolo e tedesco russava buttato sulla nuda terra in mille diversi e strani atteggiamenti.
Lo scalpitar de’ cavalli non ne destò pur uno; e la brigata traversò la piazza. Poi per Condotta e Badìa si condusse finalmente al portone del Bargello.
Anco qui convenne far risentire la gente di dentro. S’udì presto rumoreggiare nella guardiola de’ birri, posta di fianco all’entrata, poi un suonar di chiavi, un correr di chiavistelli, e finalmente il cigolar de’ cardini sui quali, aprendosi, girava il portone. Niccolò scavalcato, venne messo dentro, consegnato al bargello che era venuto in persona a riceverlo, dopo la qual cerimonia, la scorta e messer Benedetto se n’andarono, i battenti si richiusero, e i chiavistelli ritornarono a luogo.
Niccolò si guardò intorno, e non vedendo quivi nessuno di coloro che erano stati presi con essolui, parte si riconfortò. Pure gli sorse in cuore il pensiero delle figlie, il desiderio di sapere come fosser capitate, ne dimandò con istanza a quelli che gli stavano attorno; nessuno rispose. Il povero vecchio conobbe con chi aveva oramai a trattare, e non replicò la domanda.
L’antico e venerando cittadino della repubblica, l’anima più nobile e generosa che fosse in Firenze, si trovava ora sottomessa a quell’impura e degradata razza (simile sempre a sè stessa in ogni età e sotto tutti i modi di principato) per la quale tener chiusi gli uomini, tormentarli e darli poi alla fine in mano al boja, è un modo come un altro, e talvolta miglior d’un altro, di guadagnarsi il pane. Per essa, chi ha posto il piede sul funesto limitare del carcere, sia colpevole od innocente; sia un ostinato assassino od un involontario omicida, abbia sull’anima un parricidio o l’abbia pura d’ogni delitto; per essa, dico, è tutta una cosa. È un prigioniero, e d’altro non si mette in pensiero. Pianga o rida, si disperi o sia rassegnato, poco le importa.
Vien in mente al mastino che dal beccajo è lanciato a fermare un vitello fuggito, se si dorrà sentendosi traforar l’orecchio dalle sue zanne?
Eppure questa gente, per la quale l’incapacità di sentir compassione è, sto per dire, condizion necessaria dell’esistenza, si sentì scossa alla vista di quell’augusto vecchio; se non fu propriamente pietà, fu almeno maraviglia che andasse tant’oltre la vendetta papale.
—Metteva conto, disse un di costoro, durar tanta fatica per aver in gabbia codest’ucello!.... poco potea volar lontano, a ogni modo.—
Ed intanto tastava Niccolò per tutta la persona, onde toglierli l’arme se n’avesse avute. Frugandogli poi in tasca, prese i pochi danari che v’erano e li consegnò al bargello. Lo scrivano di costui notò sul suo registro il nome del prigioniero, l’ora del suo ingresso nel carcere; poi l’avviarono su per lo scalone esterno, che ancora oggigiorno si vede nel lato destro del cortile.
Se Niccolò nel salire v’avesse calato uno sguardo, avrebbe potuto vedere nel centro dello spazzo un ceppo quadro e massiccio, sul quale la mannaja era posata in traverso: le lastre del pavimento all’intorno lorde di larghe macchie oscure, sulle quali luccicava riflesso il raggio d’un torchietto affumicato che un birro portava innanzi: avrebbe forse indovinato di chi era quel sangue, che ora i cani potevan lambire, e scorreva pur poche ore innanzi nelle vene del penultimo gonfaloniere della repubblica.
Ma la nefanda vista non cadde sott’occhio a Niccolò, che levava in alto lo sguardo, affissandolo ora sul Marzocco che adorna la spalletta dello scalone, ora alle pareti ed agli scudi scolpiti che le ricoprono, e pensando ai valorosi uomini di cui erano, pensando all’antica maestà di Firenze, si sentiva rinfrancar l’animo e le forze, e proponeva renderle quell’ultimo omaggio che per lui oramai si poteva, mostrandosi a quel passo degno veramente d’esserle figliuolo.
Salì dunque con andare stanco sì, ma non vacillante: fronte grave, ma serena e sicura, e giunto sul pianerottolo su in alto, fu condotto per un andito lungo ad una porta nana ed angusta nella quale, aperta dal carceriere, gli convenne entrar tutto curvo. Era una segreta larga e lunga otto passi, ove da una buca in alto si vedeva un po’ di raggio di cielo tra le sbarre di una grossa ferriata. V’era un lettuccio con un sacconcello pieno di paglia trita, e che serbava l’incavo di chi v’avea prima dormito. In terra una mezzina.
—Vedi se c’è acqua.—
Disse il carceriere ad uno de’ suoi uomini. Quegli guardò, e rispose:
—È piena. Il Carduccio non ebbe sete, bisogna dire: neppur l’ha tocca.—
Niccolò si scosse a quel nome, ed interrogava ansioso:
—Era qui forse?—
—Qui.—
—Ed ora dove l’hanno posto?—
—Donde verran’ per esso il dì del Giudizio.—
Ed i birri uscirono, chiusero con rumore di chiavi e chiavistelli la segreta, e vi lasciaron il vecchio allo scuro. Ritto com’era in mezzo al carcere, alzò le braccia in atto di preghiera, e disse:
—Oh Francesco! tu compiesti il tuo sacrificio. Abbia in pace Iddio l’anima tua valorosa.—
Poi brancolando trovò il letto, vi sedè; prese la mezzina, bevve pochi sorsi, e determinò cercar riposo e sonno se avesse potuto, per far quant’era in sè onde riprendere un po’ di forze.
—Che questo mio corpo, quest’istrumento logoro, non abbia a farmi vergogna al paragone!.... Ajutami Iddio nella prova che mi si prepara: tu vedi l’anima mia, ma vedi insieme a che sian condotte queste membra afflitte, infondi in esse tanto vigore che basti a condurle, senz’atto di viltà, quei pochi passi che le separano dalla tomba.—
Si stese sul giaciglio, vi declinò il capo, e compostosi per dormire, rimase immobile onde conciliarsi il sonno: ma com’era possibile che una mente traboccante di mille pensieri, che un cuore così appassionato potessero assopirsi? a tanto non basta pur troppo la sicurtà d’una coscienza illibata, nè la veglia è frutto de’ soli rimorsi. Com’era possibile che trovandosi oramai al termine d’una lunga e travagliata vita, piena di tante fortune, consumata tutta nell’ardente pensiero della patria, non gli si schierassero ora dinanzi in lunga serie tutti quanti gli eventi di tant’anni, i disegni falliti, gli improvvidi consigli, i casi infine pei quali dopo tanti sforzi, tante agitazioni, tanto sangue versato, Firenze era pur caduta sotto l’artiglio mediceo; ed esso condotto.... a che? A farle l’ultimo ed inutile sagrificio di poche ore di vita!.... e tanto lungo affannarsi, tante perdite, tante sventure non avean potuto ottener altro dall’Eterna Giustizia?
Essa avea potuto consentire che gl’iniqui trionfasser de’ buoni, malgrado la loro imperturbata costanza a combattere, a soffrire, a pregare? Malgrado le promesse di Fra Girolamo suo profeta? «Qual tremendo giudicio! pensava l’afflitto vecchio, qual imperscrutabile mistero dell’ira di Dio!.... E qual era, o Signore, la nostra mira? pensava nell’amarezza del cuore. Quali i nostri ardentissimi desiderj. Non eran forse stabilire il tuo regno? accrescer gloria al tuo nome? Salvar la patria dalle mani dei tuoi nemici? Di quelli che per tener più sicuro il piede sul collo di questo popolo non hanno altra via che corromperlo ed affondarlo ne’ vizj?.... Oh, quanto ho patito, quanto ho pregato! Con che cuore ti diedi, Dio mio, la vita de’ miei figliuoli! Con che allegrezza t’avrei donata quella dell’ultimo che mi resta!.... Avrei visto l’ultima rovina della mia povera casa... Ma Firenze!...Dio mio!.... perchè non salvasti Firenze?»
Questi dolorosi pensieri ravvolgendosi nella mente di Niccolò che non potea, malgrado la sua tempra di ferro, non esser vinto ormai dalle veglie, dalle fatiche, dalle agitazioni morali, lo vennero avviando, senza che se n’avvedesse, verso una serie d’idee ancor più tetre e sconsolate; e ne fu appunto cagione l’accasciarsi delle forze vitali.
La fede nella giustizia di Dio e nella sua bontà,... la fede nelle profezie di Fra Girolamo, che a guisa d’un raggio celeste gli era stata per tant’anni guida e conforto, la vide offuscarsi e sparire in una tenebrosa caligine, piena di spaventi e di dubbi. Se in tutto quanto ho sperato... in tutto quanto ho creduto per novant’anni, mi fossi ingannato!
Questo tremendo sospetto sorse in quel travagliato cuore, quando appunto avrebbe avuto maggior bisogno di trovar nella Fede argomento e sollievo d’incorruttibili speranze: provò un brivido per l’ossa (materialmente, non per iperbole) sentendosi uscir di pugno l’ultimo filo al qual poteva ancora attenersi, come rabbrividisce chi, sospeso per un valido ramo su un baratro profondo, lo sente all’improvviso crocchiare e venirsi schiantando: o chi in nave battuta dal vento o dall’onde vicino ad un’irta scogliera, vede strapparsi la gomena dell’ultim’àncora di salute.
Un doloroso gemito uscì dal petto di Niccolò quando, non ostante i suoi sforzi per chiuder la porta del cuore a pensieri di disperazione, sentì che v’entravan terribili e ruinosi, come si versano i nemici in una rocca difesa a lungo e combattuta indarno. Per la prima volta a novant’anni sentì che cos’era spavento, parendogli veder crollare ad un tratto le speranze di tutta una vita per questo mondo e per l’altro, cercando invano nel presente e nell’avvenire un senso che non fosse dolore, un pensiero che non fosse tenebre ed incertezza, e alzandosi seduto sul letto, disse, levando le braccia al Cielo: Deus meus quare dereliquisti me?....
Era ne’ destini di Niccolò servir d’esempio sin dove possa su questa terra giungere la sventura e la forza dell’uomo nell’ottenerne vittoria. Colla tremenda potenza di volontà, ch’era stata sempre virtù sua principalissima, volle cacciar quelle idee, e le cacciò: volle averne d’un genere affatto opposto, e le ebbe, raccolse gli sfrenati pensieri, e disse in cuor suo: «Chi son io per giudicare quell’ente che fece me e gli uomini tutti, e cielo, e terra, e l’universo! Dir ch’egli o non possa, o non voglia, o non gli caglia occuparsi d’ognuna, benchè minima, delle sue creature, pesarne i meriti e le colpe, i dolori e le gioje, perch’egli è troppo grande per iscender sì basso; qual empia pazzia? Non sarebbe ciò appunto limitare la sua potenza, volerlo rimpicciolire alla nostra misura? Le creature tutte non son esse egualmente atomi, e nulla a fronte della sua immensità? Volgere il sole e gli astri pel firmamento costa più forse alla sua mano che dar forma e moto al minimo degl’insetti? Oh, Iddio grande, dacchè m’hai pur creato, abbi dunque cura anche di me! Soccorri dunque quest’anima immortale ora che sta per ritornare donde tu la movesti! Perdona i dubbj di quest’intelletto, che è per tua fattura! Tu non gli desti di poterti comprendere, ma, lo sento, tu m’hai posta nel cuore, compenso a tutti i miei mali, bastante virtù da poter sperare in te, nelle tue misericordie. Sì, mio Dio, io spero.... io confido nella tua bontà, mi getto tra le tue braccia, nel tuo paterno seno, ove saprò forse un giorno perchè in terra ebbi tanto a patire!....»
La speranza, celeste amica degli afflitti, scese così nel cuore del povero vecchio, e vi sparse una nuova dolcezza, una quiete serena per la quale si sentì riconfortar tutto. Gli parve essere già trasportato in una regione alta e lontana dalle miserie del nostro mondo, sentirsi sciolto oramai dalle passioni, dalle cure di esso, e trasfondersi tutto nelle idee d’una vita migliore. Questi pensieri a poco a poco, senza perder punto della loro soavità, si confusero, vennero acquistando non so che di fantastico e d’immaginoso, chè lo stanco vecchio s’era alla fine addormentato, e gli pareva vedersi dinanzi tre figure, tre forme umane vestite di tonacelli bianchi, co’ piedi scalzi, che gli sorridevano, e parean godersi in un fuoco vermiglio ed ardentissimo, che per ogni parte guizzando con mille rapidissime fiammelle le circondava.
Quello che era nel mezzo cominciava a parlargli, ma le sue parole erano come un’armonia dissimile ad ogni lingua terrena, ed incomprensibile a Niccolò, al quale, riconoscendo Fra Girolamo, pareva prostrarsegli, esclamando:
—O santissimo de’ martiri, fa che il tuo servo t’intenda!—
Il frate allora, mutando voce e lingua, gli diceva:
—E vorresti intendere i misteri di Dio? Adorali, e spera. S’adempiranno le mie profezie. Florentia post flagella renovabitur. Ma non puoi sapere nè quale abbia ad essere il flagello, nè quanto debba durare.... sic dicit dominus.... passeranno le generazioni ed i secoli, poi sarà luce nuova e terra nuova, e quella patria che abbiamo amata cotanto ambedue risorgerà libera, rinnovata.—
Il fuoco, i martiri, la visione tutta sparì: e Niccolò destatosi, e stimando appunto visione divina il sogno che con apparenze sovrumane gli avea ritratte quelle idee che avea sempre avute fisse nel cuore, si sentì più che mai avvampare di quell’ardente carità di patria, di quella fede inconcussa, che era stata l’anima del viver suo, e doveva essere in morte l’unico suo conforto.
Iddio, che giammai non abbandona chi d’abbandono non è meritevole, avea mandato l’ajuto quando appunto stava per isorgere maggiore il bisogno.
Un romore di persone e di chiavi si fe’ sentire nell’andito vicino: si riaprì la porta della segreta, entrò un tavolaccino con un torchietto, poi alcuni birri della famiglia del bargello, e comandarono al vecchio d’alzarsi e di seguitarli. Egli ubbidì, e preso in mezzo da costoro, uscirono, e dopo un lungo ravvolgersi per corridoi e scalette vennero alla porta d’una sala ove teneva ragione il nefando tribunale, statuito, non a giudicare, ma a mandar alla morte i nemici del nuovo stato, aggiuntovi lo scherno di un giudizio.
Era un camerone quadrato ed alto, mostrava dipinta nella facciata per mano di Giotto una storia piena di figure di santi, sotto i quali il pittore ritrasse molti de’ più ragguardevoli cittadini dei tempi suoi, tra gli altri, Corso Donati, Brunetto Latini e Dante Alighieri.
Sotto Pietro Leopoldo fu dato il bianco alla pittura. A nostri giorni l’ugne de’ prigionieri scortecciando quell’intonaco, la scoprirono qua e là. Speriamo che si scopra del tutto, e che quel luogo pieno di così onorate memorie, sia ridotto meno schifo che non è al presente.
Sotto la pittura era una spalliera, o banco, sul quale sedeano otto giudici vestiti di robe pavonazze, ed avean dinanzi un lungo tavolone ov’eran registri, scritture, calamaj, un involto, ed in quattro candellieri altrettanti ceri accesi, chè ancora non era apparsa la prima luce del giorno: e per due finestre strette, lunghe ed alte dal suolo, poste a manca di chi entrava, ed aperte pel caldo, si vedean tra le sbarre dell’inferriate scintillare le stelle.
Presso la porta s’intrattenevano mazzieri, birri, testimonj e tavolaccini. In un angolo sporgeva dal muro una trave con una carrucula in punta, e la corda del tormento. Un’immagine di Nostra Donna dipinta accanto sulla parete, con una lampada accesa davanti, dovea forse colla sua vista confortar le vittime: o piuttosto era ivi collocata per la vecchia usanza degli uomini di usar le cose divine a tutelare le loro ribalderie.
Quando entrò il vecchio sorse un leggiero bisbiglio tra que’ ribaldi che erano in sull’uscio. Alcuni si riposavano sdrajati lungo il muro, chè a que’ giorni il tribunale non avea avuto posa d’un momento. Uno di costoro, stirandosi e sbadigliando, tutto svogliato diceva:
—Quando verrà l’ultimo di codesti uccellacci! che possiamo un tratto andarci a dormire!....—
Niccolò venuto avanti, si fermò a due passi dalla tavola. Quantunque si sentisse, come si può immaginare, parendogli che al cospetto di que’ nemici della sua patria, avesse egli il carico di sostenerne l’onore colla presenza e colle parole: si tenne ritto più che poteva, e girando lo sguardo, non arrogante, ma pure ardito sui giudici, nessuno potè sostenerlo, ed abbassarono gli occhi o li volsero altrove.
Erano stati scelti costoro tra’ più sviscerati amatori de’ Medici, o piuttosto tra quell’antica e mala razza, la quale, dacchè gira il mondo, s’è trovata sempre pronta a porre la sua viltà a servigi del partito vincente.
Era tra essi Baccio Valori (Dio ti benedica le mani, Cosimo de’ Medici!) v’era messer Benedetto de’ Nobili, degli altri non accade dire.
Il presidente, volto all’accusato, l’interrogò:
—Il tuo nome, l’età, la patria?—
E Niccolò con voce sicura
—Niccolò di messer Cione de’ Lapi, del popolo di S. Giovanni, gonfalone del Leon d’oro, di anni 91.—
—Messer Benedetto, leggete l’accusa.—
S’alzò il Nobili, e tolto dalla tavola un foglio, lesse con volto, in apparenza compunto, le seguenti parole:
«In Nomine D. I. C., ac Beatiss. V. Mariae. Amen (ed il ribaldo chinò il capo sin quasi sulla tavola che avea dinanzi), Hoggi addì..... agosto 1530, è comparso dinanzi agli eccelsi signori Otto di Balia della ciptà et repubblica di Fiorenza, Niccolò di Cione de’ Lapi, et accusato come per infrascripti testimonj, d’avere
I.o Sollevato et aggirato il popolo con frodi et macchinazioni, a danno et vituperio di questo Stato, intromettendosi clam, seu palam, nelle deliberazioni e nelle pratiche de’ magistrati per contraddire che la sopraddetta ciptà et repubblica di Fiorenza non iscendesse alle giuste et honeste conditioni domandate da S. B. papa Clemente VII per l’ill.ma casa Medici, e pei cittadini Palleschi che aveano avuto bando di rubelli dopo il 1527, et essere stato cagione principalissima che si prolungasse la guerra con infiniti danni della ciptà et del contado.
II.o Item d’havere consigliata et favorita la deliberazione di spogliare le chiese, cappelle, luoghi pii et oratorj degli ori, argenti, gemme et arredi pretiosi, contro l’espressa proibizione di S.a S.a et a danno gravissimo del clero, de’ conventi et della S.a Catt.a Chiesa, per sostentare le spese della guerra et dell’abominevole ribellione contro gli ordini et le leggi antiche della repubblica di Fiorenza, e contro la chiesa romana.
III.o Item d’havere consigliato et confortato molti pessimi huomini, alle ruberìe, arsioni et rovine delle ville di Careggi et altre case dell’ill.ma casa Medici, ed a far villania, e tagliar a pezzi papa Clemente a’ Servi e ad altre brutte insolenze[73].
IV.o Item d’havere tenuto in casa sua culto empio et sacrilego alla memoria di frate Hieronimo Savonarola arso sulla piazza di Palagio come heretico ostinato, et scomunicato dalla SS.ma memoria di papa Alessandro VI, come appare dalla tonaca et dalle ceneri del sopraddetto frate, quali sono presenti all’accusa, et havute dal sopraddetto Niccolò in venerazione et tenute in casa, nella propria camera da letto per farvi le sue divozioni, con iscandalo della famiglia, de’ buoni cristiani et disubbidienze alla S.a R.a Chiesa.»
Dalle quali accuse, ammoniti a dir la verità, e presone sacramento sull’anima loro e sopra i SS.mi Evangeli, seguono gl’infrascritti testimonj....
E qui lesse una filza di nomi della più bassa canaglia, seguiti tutti da una croce, perchè nessuno di costoro sapeva scrivere, poi soggiunse:
«Per le quali et per altre colpe et malefizj che si tralasciano, ma che all’occasione potrebbero venir dimostrati, si richiedono gli eccelsi signori Otto di Balia della repubblica et popolo di Fiorenza, facciano giustizia del sopraddetto Niccolò di messer Cione de’ Lapi, colla condennagione alla pena de’ traditori della patria; ad defensione de’ buoni cittadini ed delle leggi, et esemplo de’ tristi, et malvagi. Ad Dei gloria. Amen.»
Durante questa lettura un riso amaro era più di una volta apparso sulle labbra del vecchio: venuta a fine, disse il presidente:
—Niccolò, tu hai udito:, confessi, o vuoi parlare in tua difesa?—
—In mia difesa? rispose il vecchio sorridendo, io non butterei il fiato e le parole per questo: non vi conosco forse? non so io chi v’ha posti a quest’ufficio? Chi m’ha fatto pigliare e menar prigione, contro la fede de’ capitoli della resa, che patteggiavano salve le vite e la libertà de’ cittadini?
—E vorreste ch’io pensassi a difendermi? No, non parlo per salvare il mio capo: cada pure, e Dio volesse fosse caduto assai prima! non avrei veduta la rovina di questa santa ed altrettanto disavventurata patria, nè tanti tradimenti, nè tanta viltà.
—Ma parlo per l’onor di Firenze, perchè sempre, sinchè avrò libera almeno la lingua ed il respiro, sinchè mi lascerete vivo, non udrò mai vituperare e calunniar questo assassinato popolo, senza ch’io levi il grido in sua difesa.—Io non l’ho nè aggirato nè sollevato con macchinazioni, nè ho turbate le deliberazioni o le pratiche: ma in casa, in chiesa, in piazza, per tutto, a viso aperto (come ha parlato sempre Niccolò) l’ho confortato alla difesa della sua libertà, e me ne vanto: chè Firenze è stata sempre città libera e di sua ragione, ed i Medici e loro consorti, essi con macchinazioni e frodi tentarono sottometterla, e se ne furon cacciati, fu fatto loro il dovere: ora ritornano armata mano a calpestarla; Iddio l’ha consentito pe’ nostri peccati, ma l’infamia di traditori alla patria starà eterna sovr’essi e non su noi.
—Gli ori e gli argenti delle chiese furon usati, ed avevam potestà d’usarli dal papa stesso, che l’aveva concesso prima del 27 in defensione dello stato de’ Medici. O non è lecito adoprar que’ tesori ad uso profano, e neppur allora non dovean porsi a discrezione de’ laici; o è lecito, e furon adoprati santamente a sollevar la miseria e salvar la vita a migliaja d’innocenti che morivan di fame.
—Dell’arsione di Careggi non parlo; ciò varrebbe soltanto a mia particolar difesa, ed io non curo difendermi.
—Ma parlo bene, e protesto alla faccia di Dio e del mondo, contro le vituperevoli bestemmie ch’io ebbi pure ad udire in offesa del santo martire Fra Girolamo Savonarola, che non vi basta aver morto, non vi basta averne disperse e battute in Arno le ceneri, se colle calunnie non lo vituperate. E vi pensereste forse che vi venisse fatto? Che non fosser note ed aperte al mondo le ribalderie, le frodi, le false accuse colle quali procuraste la sua rovina voi Palleschi, cui facean vergogna le sue virtù, le sue sante esortazioni? Che non sappia ognuno come fu falsato il suo processo? Come ser Ceccone, notajo, che fu istrumento di queste abbominazioni, per giusto castigo di Dio morì disperato? Ed una scomunica fondata sulle calunnie avrebbe a tenere?.... Io non prestai alle reliquie del santo martire culto che non si convenisse, ma le tenni in casa con quel rispetto che era dovuto alle ceneri d’un santo, chiarito tale da miracoli, in vita e dopo morte operati.—
Messer Benedetto a queste parole sciolse l’involto che era sulla tavola, ne trasse la tonaca ed un sacchetto di seta trapunta d’oro ov’eran le ceneri, e mostrandola a Niccolò, disse:
—E’ basta che tu riconosca queste cose esser tue, e quelle medesime che tu tenevi in camera in una nicchia, con accesa una lampada dinanzi; quello che si debba inferir poi di codesto culto, e della validità della scomunica no’ lo sappiam ben noi.—
—Sì, ch’io le riconosco, e son mie, disse Niccolò prendendole e baciandole con impetuosa effusione d’affetto, e ringrazio Iddio che mi porge occasione di confessare a viso aperto il suo profeta innanzi a voi suoi nemici! di confessare la patria innanzi a voi che l’avete assassinata e tradita! Chi ero io, povero vecchio, da meritar di morire per cause cotanto sante ed onorate? Ora fatemi il peggio che voi potete, trionfi potestas tenebrarum, ma sappiate che Niccolò solo, inerme, prigione in mezzo a voi, v’ha compassione, e che a voi toccherà un giorno portargli invidia. Io dico e te, Baccio Valori.—
Disse alzando la mano e la voce verso di lui, che mezzo sbigottito si scosse.
—Io dico a te! verrà il giorno che la morte di Niccolò ti farà invidia: e non ch’io t’imprechi alcun male per quel che tu mi fai ora, chè liberamente ti perdono, ma non perdona Iddio a chi fa alla sua patria quello che tu facesti!—
—Orsù! disse Baccio troncandogli le parole, e facendo un risoluto cenno a’ mazzieri, a questo modo si porta egli rispetto al magistrato? Ed il presidente, accennando anch’esso ai ministri, disse:
—Dacchè egli non vuol prender la buona via, e per arroto dice villania al magistrato, egli è dovere collarlo. Tu t’hai a dolere di te, Niccolò! Cancelliere, scrivete l’esamina.—
Alcuni birri si gettarono su Niccolò e, presolo per le braccia, lo trassero violentemente presso il brutto istrumento che accennammo dianzi, gli strapparon di dosso il lucco, il cappuccio, li gettarono a terra, ed il venerabil vecchio rimase in sole calze[74] e camicia. Il crocifisso d’argento, quello che avea tolto da capo al letto all’atto della partenza, ed era stato di M.a Fiore sua moglie, gli pendeva sul petto, e trasse gli sguardi di quegli sgherri, che gliel’ebber tosto strappato. A quest’atto uscì dal petto di Niccolò un doloroso sospiro, ma levò gli occhi al Cielo rassegnato, e le sue labbra mormorarono alcune sillabe di preghiera, o forse di perdono.
Intanto i ministri del manigoldo, vestiti di farsetti e calze d’un rosso cupo, colle maniche rimboccate sin sopra il gomito, avevano spinto il vecchio sotto la carrucola, e legategli dietro le reni le braccia strettamente ai polsi colla corda che ne pendeva.
Tre di costoro afferratone l’opposto capo, aspettavano con istupida indifferenza il cenno d’incominciare, e Niccolò, volgendo il cuore a Dio ed implorando l’intercessione di Fra Girolamo, diceva:
—O tu, che soffristi tanto per la giustizia, fa ch’io sappia soffrir questo poco per la gloria di Dio, e per l’onore di questa povera patria.—
Messer Benedetto intanto, alzatosi dal suo posto, s’era accostato al paziente, e collocatosi ritto in faccia, accanto ad una piccola tavola, alla quale sedeva il cancelliere con un foglio bianco e la penna in mano aspettando di scrivere la confessione.
Molti pittori, nel rappresentare il martirio di qualche santo, si sono ingegnati render la scena più dolorosa ed evidente col contrasto tra i ceffi de’ manigoldi ed il volto del martire; ma nessuno potè mai giungere ad immaginarlo quale era quivi realmente. Il volto di Niccolò, che per l’estremo pallore era quasi d’un color solo colla barba e coi capelli, illuminato dalla lampada della Madonna che gli stava sul capo, avrebbe avuto l’apparenza del marmo o dell’alabastro, e sarebbe sembrato il volto d’un profeta scolpito da Michelangelo, ma gli occhi neri levati al cielo davan vita a quel volto, splendendo umidi tra quel candore, e tuttochè devoti, e tutti trasfusi in Dio, non erano spogliati però del tutto della consueta fierezza. La bianchezza parimenti della camicia e del petto, che appariva largo e ben formato, benchè un po’ scarno, la figura tutta in una parola di Niccolò, parea circondata d’una certa aureola, parea quasi risplendesse sull’oscuro campo che le faceano le brune pareti della sala, le immonde vesti della sbirraglia, ed i loro sozzi visacci, quali rossi e spugnosi per l’abuso del vino, quali smorti e disfatti per immoderate libidini, quali scuri e bestiali per abituali e sanguinose violenze. Nè men turpe di loro, benchè d’aspetto meno plebeo, appariva il viso di messer Benedetto. Qual cosa e più turpe d’un viso d’ipocrita?
Mettendo un sospiro, ed abbassando gli occhi per simular umanità, disse:
—Niccolò, confessi tu d’aver sedotto e traviato il popolo, come appare dall’accusa e da’ testimonj?—
Il vecchio non rispose, e cominciò a recitar il versetto «Domine adjutor meus ecc.»
Il Nobili accennò ai ministri, e questi ravvoltasi meglio la fune alle mani piegarono le ginocchia lasciandosi andar di tutto peso.... Le braccia dell’accusato gli corsero su per le schiene, i muscoli del petto stirati con violenza gli s’avvallarono tra costa e costa, perdè colle piante la terra, e rimasto sospeso s’aggirò un momento colle ciglia e le labbra strette, ma senza mandar un gemito. Rimasto così alcuni secondi, fu riposto giù.... ma non ci regge l’animo dir più oltre di questa barbarie, della quale per secoli furono vittime tante migliaja d’infelici, e se più crudele o più pazza, sarebbe difficile definirlo. Basti dire che l’innocente vecchio soffrì la fune tre volte, e la fortezza dell’animo potè tanto sulla natura che non rallegrò i suoi nemici nè d’un grido nè d’un lamento: ed alla fine, doloroso e languente, ma costante sempre, fu di nuovo portato, più che condotto, nella sua segreta.