CAPITOLO XXXVI.


Troilo intanto era sempre in terra: troppo superbo per raccomandarsi, o scender ad atto alcuno di viltà, taceva ed aspettava la morte. Fanfulla, e più di tutti Maurizio, si sentivan pruder le mani, ed avean gran voglia di dargli lo spaccio e finirla; ma li rattenne il rispetto di Lamberto, che tanto risolutamente avea comandato al servo di non toccarlo. Questi però non potè tenersi che non gli dicesse, scrollando in aria il dito verso di lui:

—Rincraziare, rineraziare messer Lamperte.... se non era mie patrone, ti ora star già a pruciare giù con der Teufel.—

Troilo gli lanciò un’occhiata piena egualmente di rabbia e di sprezzo, poi disse, senza guardar in viso nessuno in particolare:

—Vantatevi di quest’impresa. Quattro contro uno.... e coglierlo alle spalle e sprovveduto.... è degna di voi.... Già sapevate che a darmi tempo ch’io voltassi il viso non bastavan otto come voi altri a fermarmi.—

—Sozzo ribaldo! gridò Bindo, e con una spinta allontanò Fanfulla, onde Troilo rimase libero; prendi la tua spada, e s’io non basto solo, tu non sei traditore.—

Troilo non ebbe appena tempo di rizzarsi e gettar la mano sull’elsa, che già Maurizio e Fanfulla l’avean di nuovo afferrato.

—Tu sei pazzo Bindo, disse quest’ultimo, tu metterti con questo ribaldo? Dove c’è Fanfulla di queste non ne succedono.—

In quella era entrato Lamberto; aveva udito il diverbio, e disse con impeto:

—E perchè non avrebbe a succedere? non con Bindo... ma con me, che ho più bisogno del sangue di costui, che non dell’aria per respirare; che darei la vita per tagliarlo a pezzi, e non sono un ribaldo par suo da voler vantaggio, o giovarmi della sorpresa.... del tradimento!—

—Ti facevo di maggior giudizio, Lamberto, disse Fanfulla, ed impugnata la spada di Troilo la sguainò, ch’egli validamente tenuto per le braccia non potea far contrasto, poi soggiunse:

—Codesta tua spada onorata lordarsi toccando quella d’un traditore! S’io lo consento possa io far un’altra volta il mestiere a piedi.... possa rompere il collo com’io rompo questa lama.—

E puntando in terra la spada, la spinse, dandole un pò di volta, e la fe’ saltare in tre pezzi.

Lamberto avea perduto il lume dell’intelletto: gridò a Fanfulla, col volto e gli occhi divenuti di fiamme:

—Tu fai da villan discortese.... ed, alla Croce di Dio, ch’io t’ho a insegnare ad usarmi maggior rispetto.... e bollente d’ira arraffò la spada dal fodero. Fanfulla non si mosse, non mutò viso o colore, non fece atto nessuno, ed in quella Laudomia, retta da Selvaggia, comparve sull’uscio, e gridò:

—Lamberto! vuoi tu farmi morire!—Il giovine s’arrestò, e volgendosi ad essa, rimase in atto umile e confuso.

—A Troilo, proseguiva Laudomia, non sia tocco un capello.... non io te lo comando, ma per mia bocca te lo comanda Iddio.... egli solo conosce i delitti, egli solo può farsene giusto vendicatore. Io perdono a Troilo.... e s’io gli perdono, chi vorrà vendicarsi di lui?.... Usciamo, e tosto, di queste disgraziate mura. Egli rimanga: sia chiuso chè non possa nuocerci.... e quando potrà, non avremo, la Dio grazia, a temer più di nulla.—

Lamberto intanto avea rinfoderata la spada: si accostò a Laudomia, le prese la mano, e disse:

—Angiolo d’Iddio! sarà fatto come tu dici, nè più nè meno.... quantunque un giorno per avventura ce ne potremmo pentire.—

Volto poi a Maurizio, disse:

—Lega costui colle mani dietro le reni, che non si possa sciorre, alla colonna del letto.... e andiamo. Domani, quando verrà gente a disciorlo, noi sarem già lontani, e più di tutto sapremo che abbiam a guardarci di lui.—

Poi volgendosi a Troilo, rimase un momento indeciso, quasi volesse dirgli alcun chè: ma un tratto scrollò il capo con dispregio ed uscì con Laudomia e cogli altri, lasciando il traditore legato in modo, che senza ajuto era impossibile si liberasse.

Giunti appena nell’anticamera, Lamberto s’accostò a Fanfulla, e gli disse, sorridendo e prendendogli la mano:

—Io ho avuto il torto, fratello, non rimaner adirato con esso meco.—

—Io non m’adiro mai con chi mi vien colla spada di fronte.... e tu non saresti capace venir altrimenti.... ed anche a me, quand’ero giovane, ad ogni mezza parola mi veniva sempre quella benedett’elsa tra l’unghie... Orsù, non ci si pensi più, ch’io ti voglio più bene di prima.—

Con tutte queste tribolazioni avean fatto la mezzanotte. L’ora era opportuna per allontanarsi da que’ luoghi senz’esser sentiti nè visti, e per conseguenza senza lasciar traccia che potesse far indovinare per qual parte avessero preso. Laudomia instava che si partisse, e Selvaggia con Maurizio, trovata la stalla, sellarono i tre cavalli e li condussero sul pratello innanzi alla villa.

Quando Laudomia volle moversi dalla sedia sulla quale s’era di nuovo abbandonata, le sue forze mal corrisposero alla smania che provava di torsi di quel luogo funesto. Se qualcosa dovesse recar maraviglia, sarebbe ch’ella avesse potuto tanto resistere. Ma bene spesso si vedon persone deboli, o pel sesso, o per l’età, o per la fisica loro struttura, sopportar maravigliosamente travagli e spaventi, rette dalla prontezza dell’animo, e dall’orgasmo stesso prodotto da un pericolo, da un affetto, da una passione prepotente. Cessino queste cagioni, e la natura spossata cade di tanto più bassa, quanto era maggiore lo sforzo che la reggeva.

Così avvenne alla poveretta. Uscita di quel terribil pericolo, trovandosi sicura ed illesa tra braccia amiche, tra quelle dello sposo, del fratello, sentì per tutte le fibre diffondersi un gelo torpido, che avea pure in se un tal che di dolce, e pel quale parea le si venisse spegnendo il principio vitale. Quell’ultimo atto d’interporsi onde Lamberto ritornasse in sè stesso e venisse a Troilo salvata la vita le avea dato l’ultimo crollo; assalita da un ribrezzo di febbre che la diacciava tutta; con una angoscia al cuore che ne rendeva violento, incerto e disuguale il battito, si sentiva intorbidar l’intelletto, ed occupar da confuse e dolorose immaginazioni.

—Oh! Lamberto, diceva pregando con voce spenta, mentre tentava invano d’alzarsi, io sento offuscarmisi la mente... la vita se ne va... Oh! prendimi in braccio.... portami altrove.... Son tua sposa.... è vero? Non è stato un sogno.... posso morirti vicina, mi puoi ajutare.... reggere il capo.... Oh! potessi ricordarmi.... ma ho le idee così scomposte! Mi desti l’anello in S. Marco.... son tua.... non è vero?—

—Oh! sì, Laudomia, amor mio, fatti cuore.... noi siamo sposi.... e tu sei col tuo sposo....Iddio te lo diede e tuo padre, e non ti lascerà più mai....—

—Oh! mio padre, dicevi....—

E la scena di Gavinana, il pericolo di Niccolò le si affacciava alla mente senza che potesse distinguere se era cosa reale o soltanto temuta; fatto accaduto, ovvero minacciato nell’avvenire.

—Oh Lamberto mio! diceva piangendo, dimmelo, se lo sai.... s’egli è vero che lo volean prigione.... o forse.... già l’avrebber preso.... sarebbe al bargello.... lo porranno al tormento.... vi fosse ora?.... fosse attaccato alla fune. Oh, babbo, babbo! Oh, povero sventurato vecchio!... Dimmelo, dimmelo se lo sai!—

E piangeva sconsolatamente, a torrenti, che avrebbe fatto pietà ai sassi.

Lamberto fuor di sè si struggeva in proteste, affermando sull’onor suo non saper nulla, e trovando mille modi, mille espressioni per rassicurarla; Bindo, coll’impeto d’affetto d’un cuor buono di quindici anni faceva altrettanto, e cogli occhi lagrimosi, si disperava temendo, più grave che non era in effetto, il male della sorella. Maurizio, che era venuto ad avvisare esser ammanniti i cavalli, vedendo il suo padrone in tanti travagli per cagione di Troilo, non si sapea dar pace avesse a rimaner vivo. Il buon svizzero smaniava, e mordendosi il dito saettava di tanto in tanto sguardi stralunati verso l’uscio della camera gialla, ov’era chiuso e legato il traditore, dicendo in cuor suo:

—Io non hafer mai pefute fine con messer Droile.... Ah, se mie patrone dicesse: «Maurizie, ti far quel che pare migliore!»—

E seguitava a scollare il capo, chè secondo le sue idee non v’era cagione che permettesse di nuocere a quelli coi quali s’era bevuto vino, tanto era la sua riverenza per questo liquore. E perciò appunto non avea voluto assaggiarlo la sera della riconciliazione: e se gli altri avean perdonato, egli, per un istinto di fedeltà quasi canina (e crediam che l’epiteto contenga un elogio) era rimasto implacabile.

Il sospetto che destava lo stato di Laudomia, benchè grave, non lo era però al punto che non dovesse cedere a quello ben altrimenti maggiore di sospettar quivi tanto che nascesse qualche impensato ostacolo alla loro fuga.

Quando parve un po’ racquetata, e dissipata in gran parte quella nube che le avea per un momento offuscate le idee, Lamberto, e gli altri di compagnia, la levaron di peso, e con grandissimo riguardo tanto fecero che la misero a cavallo, ove, reggendola da ambo i lati, presero, guidati da Selvaggia, la via del piano.

Ma dove ripararsi a quest’ora con tanti sospetti, tanti timori, tanti nemici che forse li circondavano? Dove condurre quella poveretta, che al più potea far qualche miglio, ma poi avrebbe corso rischio della vita se non trovasse riposo od ajuto?

Monte Murlo sorgeva poco discosto. Lamberto e Bindo conoscevano il Pievano, e negli anni scorsi lo venivan talvolta visitando dalla villa che avea Niccolò poco lungi del Poggio a Cajano.

Presero partito d’andare a lui per la via più diritta. Come pratici del paese, malgrado l’oscurità, l’ebbero presto rintracciata, e facendo animo a Laudomia risolutamente vi s’avviarono.

Ma Selvaggia, che precedeva, fermandosi a un tratto, e percuotendosi colla palma la fronte, esclamò:

—L’abbiam fatta grossa! e il famiglio di Troilo?... Michele?... è rimasto nella villa.... libero.... nessun di noi ci ha più pensato..... Dio sa che non abbia udito.... veduto tutto.... Dio sa che a quest’ora non abbia sciolto il padrone.... e presto ci sia addosso con genti di quel ribaldo d’jeri sera!...—

Fanfulla, senza dar tempo ad altro, gridò, volgendosi e riprendendo di corsa la via fatta:

—Ci penso io, e non dubitate di nulla....—

E Maurizio, senza chieder a Lamberto licenza, corsegli dietro a gambe quanto poteva.

Gli altri rimasero un momento sospesi: riflettendo poi che bastavano all’impresa que’ due, e non volendo assottigliar troppo a Laudomia la scorta, seguitarono il loro cammino verso M. Murlo.

Mentre Fanfulla ed il famiglio tornavano addietro a furia per la salita, ora correndo, ora di buon passo, a seconda che la strada era rotta od agevole, nacque a Maurizio un’idea, che gli parve bellissima e mirabile, e risolutosi di tentare il suo compagno, cominciò a dire, col fiato grosso e tronco dall’affanno:

—Ah!.. mie... patrone... star... troppo... pone... troppa carità... per... quel ripalde, traditore!... Non lasciar legato... ma impiccato... e allora noi non dofer tornar indietro... non hafer più paura.

—E così... avrei fatto, se stava in me... e non tanti perdoni... ma è stata... madonna... che vuoi? le donne hanno il cuore senza pelo...—

—È stato... che mie patrone hafer pefute... ma Maurizie furbe, non hafer mai foluto pefer fine con Droile... e poter adesso asciustar tutto, se messer Fanfulle star contente.—

Fanfulla non capì gran fatto questa sottil distinzione del pefer o non pefere: ma correva, le parole gli costavano, avea altro pel capo, onde non rispose, e così giunsero alla villa.

Trovarono il cancello aperto come l’avean lasciato. In quattro salti su per la cordonata furon al portone, che non parea fosse stato mosso, ed era rimasto rabbattuto. Entrarono, e fermatisi tutti ansanti a tender l’orecchio, udirono che Troilo chiamava Michele con voce che facea risonar le volte del castello, e tra una chiamata e l’altra mandava con voce men alta, imprecazioni tremende, bestemmiando cielo ed inferno, e l’ora ch’era venuto al mondo.

—Senti che moccoli attacca!.... disse ridendo Fanfulla; dunque, dacchè uscimmo, non è stata mossa una maglia nel castello... ed ora siam qui noi, e non sarà altro, se piace a Dio.... quel poltrone di Michele si sarà messo a dormire qua su per queste camere... se va bene, avrà bevuto jer sera, poi anche lui sarà stato stracco... ed il padrone ha avuto tempo a urlare; non l’avrà sentito.., dev’esser così senz’altro. Ora, prima d’ogni altra cosa, lasciami chiuder questo portone, chè non se la colga mentre l’andiam cercando per la villa.—E chiuse a chiave, come avea detto.

—Ora andiamo a cercarlo—soggiunse: ma venne fermato pel braccio da Maurizio, il quale con un certo suo fare, che avea del furbo e del minchione tutt’assieme, gli disse:

—Care Fanfulle! io pensar una cosa. Se messer Droile sortirà di qui, lui poter far molto male a mie patrone, ora che brutte porche Pallesche hafer victoria. Io hafer pensate puone rimedie. Noi impiccar messer Droile, che star bestie più cattive... e pofere Michele lasciar andare.... che non poter far male.—

Fanfulla si cacciò a ridere, e rispose:

—Sicuro, che più puone rimedie di questo non c’è... e non ti credevo un così bell’ingegno. Ma a dirtela non feci mai il boja, e non intendo cominciar ora.—

—In mie paese, Fanfulla care, non pensar male così.... Manigolde dopo tagliar cento teste star nobile.—

—La legge è bellissima, ma tra noi non s’usa.... e poi, non mi sentirei forse voglia di divenire gentiluomo a quel modo.—

—Care Fanfulle, ti star solamente qui.... non ajutare.... lasciar far Maurizie.... ma ti prometter non dire niente a mie patrone.... se sapute! Pofere Maurizie!—

Fanfulla stette in due alcuni momenti: non ci si sapea risolvere parendogli la cosa brutta; dall’altro canto pensava quanto quell’infame meritasse la morte, e più di tutto di quanto pericolo fosse il lasciarlo vivo, ora che alla volontà di nuocere (come avea benissimo conosciuto Maurizio) s’aggiungeva, per la vittoria de’ Palleschi, il potere. Alla fine disse in cuor suo «un traditore di meno, poco danno.... purch’io non ci metta le mani» ed avviandosi su per la scala colla spada sguainata onde cercar di Michele; disse a Maurizio:

—Orsù, io vo a snidar quest’altro.... tu fa quel che il cuore t’ispira.... io non ne vo’ saper nulla... e non ne saprò mai nulla.... e non ti dico nè si, nè no.—

E presa la lanterna che era stata scordata, e ancora ardeva su uno scalino, seguitò a salire zufolando sotto i baffi, e molto contento che si fosse trovato chi, senz’essere rattenuto dalla viltà dell’impresa, levasse pur dal mondo cotanto puzzo, e liberasse l’oppressa casa de’ Lapi da così pericoloso persecutore.

Maurizio, contento anch’esso di far le vendette del padrone, e levargli questo bruscolo d’in su gli occhi, s’avviò alla camera, ove Troilo non restava di tempestare, ed infilzar bestemmie da far venir giù le cappe de’ cammini.

Quand’egli udì metter la mano al saliscendi, credendo fosse Michele, esclamò, schiumando dalla rabbia:

—Tu ci venisti pure, impiccato poltrone! scioglimi di qui ch’io t’ho a....—

Ma in quella l’uscio s’apperse, ed invece di Michele vide entrar lo svizzero con un viso, che gli fe’ correr un freddo tra carne e panni. Anco questi (quantunque la cagione fosse tutt’altra) si sentì scosso alla vista di quel ribaldo.

Lo spavento, la rabbia, il lungo divincolarsi sperando giugnere a sciogliere o strappar le funi, il gridar continuo e disperato, l’avean ridotto a tale che nella persona e nel volto parea più fiera che uomo. Chi avesse voluto rappresentar un’anima condannata alle pene eterne, non l’avrebbe dovuta dipinger altrimenti: sfigurato, rosso, e quasi pavonazzo il viso, molle di sudore, di schiuma, di lacrime rabbiose... metteva paura. E Maurizio ne provò un tal ribrezzo misto di furore, che propose quanto più presto potesse levarselo dinanzi.

Visto il trabocchetto che era rimasto spalancato, fece nuovo disegno. Andò diritto all’apertura: scosse la fune, e conobbe quant’era profonda quella buca. Pose mano alla corda, e cominciò a tirarla su: e tira, e tira, e mai non veniva il capo. Troilo intanto, preso da un tremito, da un orrore indescrivibile per ciò che gli si preparava, avea cominciato a pregare, scongiurare, promettere, s’era gettato ginocchione per quanto gli avea permesso la fune, poi, uscito di sè per lo spavento, avea detto cose orrende, incomposte, senza senso, avea urlato, ruggito, e Maurizio badava a tirar su la fune, non dicendo altro se non:

—Messer Droile, ti far acto de contrizione.... ti meritar di morire in acqua!—

Alla fine venne fuori il capo della corda, al quale era attaccato un gancio di pozzo tutto rugginoso ed imbrattato di melletta. Troilo sfinito cadde bocconi, ma se smarrì le forze, per sua maggior sventura non ismarrì i sensi.

Maurizio prestissimamente (chè aveva voglia di finirla, e l’abbiamo anche noi) lo legò sotto l’ascelle colla fune del trabocchetto, tagliò quella che lo attacava alla colonna del letto, e levatolo di peso l’infilò in quella buca larga appunto abbastanza perchè vi potesse capire.

Il disgraziato si sforzò, dibattendosi, d’ajutarsi, ma non gli venne fatto, ed appeso alla corda che velocemente scorreva tra le mani di Maurizio, si calò in quel profondo. Dopo un minuto la corda era al termine: Maurizio la sfilò dalla carrucola e la gettò giù anch’essa, vi gettò la berretta di Troilo, che era rimasta in terra, poi chiuse gli sportelli, e tornato in cortile ad aspettar Fanfulla, s’inginocchiò, e con quanta divozione potè, disse un Miserere per l’anima di Troilo, il quale non ebbe probabilmente laggiù così presta morte, che non avesse tempo a far molte riflessioni, sulle quali lasceremo spaziare la fantasia del nostro lettore.

L’ipotesi di Fanfulla circa il famiglio di Troilo aveva appunto colto nel vero. Assai bene stracco delle veglie e della mala vita de’ giorni passati, era andato cercando nel piano superiore della villa una camera fuor di mano ed un letto, sul quale sdrajatosi, s’addormentò, che le cannonate non l’avrebbero desto.

Fanfulla, giunto a capo la scala udì alla lontana il suo russar profondo, e guidato da quel suono, l’ebbe presto trovato. Gli fu addosso prima che si risentisse, onde acciuffatolo con gentilezza alla canna, Michele aprì gli occhi sbigottito, ed il primo oggetto che gli s’offerse fu la punta d’una spada che gli faceva il solletico alla bocca dello stomaco. V’era poco da replicare, onde senza far movimento o difesa chiese la vita per Dio, che gli venne concessa a patti che seguisse, o per dir meglio, precedesse il suo vincitore, il quale standogli a calcagni lo fe’ calare in cortile.

—Oh! che fai costì in ginocchioni?—disse Fanfulla alquanto maravigliato di veder Maurizio in quel momento a cotale occupazione.

—Far piccole tifozione per anime di pofere messer Droile—rispose il servo a mezza voce, onde Michele udendo non s’insospettisse.

—Non si può negare che non abbi buon cuore.... Ora dunque andiamcene, col nome d’Iddio.—

E legate le mani a Michele con una fune che veniva ad avvolgersi ad una delle gambe, onde non potesse fuggire, uscirono, e l’avviarono innanzi drizzandosi tutti verso M. Murlo.

—E così, com’è andata?—domandò Fanfulla, che si moriva di curiosità di saper che fine avesse fatta quel maladetto.

—Io dirò, care Fanfulle!... ma prima ciurare ti non dir mai niente a mie patrone!.... peccato ti non star gentiluome!... mi allora domandar ciuramente da gentiluome...—

—Non te ne curare, fratello: che lo fossi anco, sarebbe meglio ch’io ti facessi un giuramento da uom dabbene... chè de’ gentiluomini romper la fede se n’è veduti parecchi, e degli uomini dabbene nessuno... ed io, come tale, ti do la mia fede che non lo dirò a persona viva.—

—E mi star sicure puone Fanfulle. Messer Droile non impiccate. Pensava risparmiar strada per andar da der Teufel, e mandato giù, giù, giù, poi gettar dentro anche berretta.... così domani non trovar più.... credute andato fia... e nessuno sospettare niente.—

—Non l’ha pensata male!—disse Fanfulla, e seguitando a camminar di buon passo giunsero assai presto, alla pieve di M. Murlo, ov’eran già ricoverati i compagni, e dove Laudomia, alla quale era per istrada cresciuto il male, avea almeno trovato un letto ove stendere le sue membra sfinite, e tutti gli ajuti d’una cordiale e premurosa ospitalità.

Ma per dir pienamente delle sventure che percossero la famiglia de’ Lapi, ci convien ora ritrovar Niccolò, che lasciammo avviato verso Firenze.

Povera Firenze! Noi c’ingegnammo alla meglio narrar i mali che oppressero una delle sue famiglie, e pensare che mill’altre ne soffrirono altrettanti e forse maggiori! Quante spose rimaste vedove! quanti bambini orfani e derelitti! quanti vecchi orbati de’ loro figliuoli ebber a strascinar gli ultimi giorni nella solitudine e nel pianto! Quante anime forti e generose fiaccate dalle lunghe miserie dell’esilio si spensero inutili e dimenticate!

Pensare poi qual trista pianta mettesse le barbe tra quelle rovine! quali velenosi frutti portasse per le susseguenti generazioni che nacquero e morirono inonorate all’ombra sua pestilente!

Oh! ma convien por mente ad una cosa, e questa ci consolerà di tanti danni; ci mostrerà che i patimenti d’un intero popolo non furono gettati, e furon impiegati anzi ottimamente. Servirono a fermare stabilmente le cose di Carlo V in Italia, a mantenerlo in possesso della Lombardia, che per 200 anni potè così dormir in pace tra le braccia della Spagna. Servirono a procacciar per altrettanti ai Napoletani la giusta ed amorevole tutela d’un vicerè Spagnolo. Servirono a far sì, che i soldati dell’impero, senza doversi guardar le spalle, potessero invitarsi talvolta a pranzo alle tavole de’ Francesi, e sfamarsi qualche giorno alle spalle de’ borghesi e de’ contadini Provenzali o della Sciampagna.

Servirono insomma a molte belle ed utili cose; ed ove i Fiorentini le avessero potute prevedere, si può immaginare se ciò avrebbe servito a consolarli; ma per disgrazia non eran profeti.