CAPITOLO XXXV.


La strada che da Pistoja conduce a Firenze, passando per Prato, si mantiene quasi sempre a breve distanza dal piede di quella catena di monti, che chiude a tramontana la valle dell’Arno. I molti gioghi che si diramano dalle vette sassose ed aride dell’Appenino, scendono a grado a grado sino alla pianura, formando dapprima dirupati e tortuosi burroni, poi fresche vallette ombreggiate da folti castagni, e s’allargano alla fine in ondulate convalli ricche d’ulivi e di vigne, tra le quali biancheggiano, sparse per la costa, ville e casali. Le falde di cotesti gioghi, che s’estendono quali più quali meno nel piano, ora si perdono insensibilmente con un dolce pendìo, ora a guisa di promontorj vi si scoscendono con angoli risoluti. A tre miglia da Prato, sovra un poggetto isolato, sta M. Murlo, castello degli Strozzi, d’onde messer Filippo e Baccio Valori, alcuni anni dopo l’epoca che trattiamo, furon condotti, questi al boja, quello al carcere, che aveva co’ suoi danari ajutato edificare, e dov’ebbe al fine volontaria tomba. Così (in questo mondo, se non nell’altro) saldarono il conto che aveano colla patria tradita da loro.

Passato M. Murlo, s’interna verso i monti un largo seno a guisa d’anfiteatro, e vi siede nel fondo, assai bene elevata sul piano, la villa che allora era di Baccio Valori, oggi della famiglia Tempj, nominata il Barone. A quel punto della strada maestra, d’onde si comincia a scoprire M. Murlo, giunse la compagnia che conduceva Niccolò cogli altri prigioni, l’indomani della loro partenza di Gavinana quando, già tramontato il sole da una mezz’ora, si spandean per l’aria i tocchi delle campane, che ora di qua, ora di là, nelle circostanti terre, sonavan l’avemaria. Quali pensieri sorgessero ne’ cuori de’ nostri afflitti all’udir quel suono, può immaginarlo chi è capace di sentir la soave ed affettuosa bellezza di questi versi:

Era quell’ora che volge il disio
De’ naviganti, e intenerisce il cuore
Lo dì ch’han detto ai dolci amici addio.

E che ’l novello pellegrin, d’amore
Punge, s’egli ode squilla di lontano
Che paja il giorno pianger che si muore....

Ed all’orecchio dei nostri traditi quel suono dovea sembrar compianto di ben altre sventure!

Camminavan taciti, stanchi, il vecchio e le donne più degli altri, per la lunga via, per il materiale disagio, e per le agitazioni del cuore; e da quelli che li conducevano eran tenuti scostati gli uni dagli altri, cosicchè neppure avean il conforto reciproco degli sguardi e delle parole.

Troilo, che veniva indietro con messer Benedetto, parendogli giunto il tempo di separarsi, si fermò con Selvaggia, e, dato un cenno del quale era d’accordo co’ suoi uomini, si fermarono anche costoro tenendosi in mezzo Laudomia, Lamberto, Maurizio, Bindo e Fanfulla; Niccolò, la Lisa e M. Fede proseguiron, senza avvedersi di nulla, verso Firenze, ed il Nobili, punto il ronzino, presto gli ebbe raggiunti.

Troilo, che non voleva i suoi prigioni sapessero ov’eran condotti, avea dato a Michele gli ordini opportuni, cosicchè non appena fermati, ebber bendati gli occhi; furon fatti smontare (salvo Laudomia alla quale si contentarono di coprir gli occhi) ed i loro cavalli venner condotti da uno di que’ ribaldi alla truppa che andava innanzi con Niccolò. A queste operazioni, che non presagivan nulla di buono, i prigioni non fecer contrasto, non opposer difesa. Che potean essi fare? Avean le braccia strette sul petto da funi avvolte a molti giri, e neppur vollero far allegri i loro nemici con impotenti furori. Tacevano, ed aspettavano la morte, chè al certo credettero si volesse lasciarli scannati in un qualche fosso. Sentirono invece mani che, tastandoli per la persona, tentavano le funi, ne stringevano e raddoppiavano i nodi. Coi capi delle corde vennero poi legati tutti insieme, due innanzi, due dietro: una voce gridò camminate! e s’avviarono. Michele conduceva a mano il cavallo di Laudomia. Alcuni uomini della compagnia eran rimasti per ajutare questi apparecchi: finiti che furono, Troilo gli licenziò, e anch’essi se n’andarono e raggiunsero i primi.

Troilo co’ suoi, giunti dopo un cinquanta passi al ponte alle Troje (è brutto il nome, ma non è colpa nostra) ove, per condursi al barone, conveniva lasciar la strada maestra, e passato il ponte, prender a mancina per una via stretta, Troilo, dico, ordinò a Michele che, fermati i prigioni, desse loro due o tre giravolte, onde perdessero la direzione, ed il medesimo fu fatto al cavallo di Laudomia. Poi rimessisi in via, dopo un’ora di cammino giunsero al cancello della villa. Era notte chiusa affatto.

Due grossi mastini udito il calpestio si gettarono con furore alle sbarre ringhiando e latrando, ma una figura comparsa di dentro entrò tra loro e ’l cancello, li cacciò a calci, dicendo, con voce bassa e concitata «Alla cuccia Grifone!...in casa subito. Alano!» ed i cani brontolando nella strozza pur si ritrassero. Fu aperto il cancello, entraron tutti, ed i bendati udiron il suono tronco e sonante de’ battenti che si richiudevano. Seguitarono innanzi, ed intanto Troilo e Selvaggia si fermarono con quello che gli avea introdotti; custode ora della villa, malandrino un tempo, salvato dal padrone dalla taglia del capo.

—Benvenuto Signoria! disse costui, messer Baccio m’ha mandato un uomo apposta per avvisarmi che voi venivi, e ch’io v’avessi ad ubbidir in tutto. Comandate dunque. Io intanto ho apparecchiato il meglio che potevo. Ma in questi luoghi c’è da star male. V’adatterete.—

—Eh! di poco abbiam bisogno.... Oh! prima di tutto, come ti chiami, valentuomo.—

—Mio padre, che tenea osteria in Maremma.. verso Vada.... non sarete pratico?..... quell’osteria che si chiama la Forca de’ Preti?.... mi fece battezzare per Giovanni. Poi fui colla famiglia del bargello di Pisa, e mi chiamavano il Caporal tempo cattivo. Ora questi contadini, quando non mi stanno sotto mano, mi dicon lo sbirretto, quando fanno motto con me, mi dicon ser Vanni. A voi, quel che vi par migliore.—

—Dunque ser Vanni mio, disse Troilo sorridendo, io son venuto a star con te un giorno... al più due. Prima d’ogn’altra cosa, vi sarebbe una stanza, una cantina, un buco, ove fosser buone porte e buone ferrate per chiuder costoro che hai visto passare, e son legati come salami, se non te ne fossi avveduto?—

—Eh, ne volete delle camere a uso carcere! non vedete?... il palazzo da cap’a piede è tutt’una prigione, e’ pare il mastio di Volterra.

—Bene. E una. Poi, hai veduto? v’era una gentildonna a cavallo. A costei la miglior camera e ’l miglior letto, insomma, il meglio che tu hai.—

—Eh! non c’è altro che metterla nel camerone giallo, dove stava la nonna di messer Baccio, almeno così ho inteso dire da certi vecchi qui intorno.... anzi, dicon che ci si sente[71].... io per me non m’avvidi mai di nulla.... è vero ch’io non ci dormo, e sto nella casa del contadino qui un pò discosto. Pure raccontano una certa diavoleria di questa signora a’ tempi di Cosimo il vecchio, d’un pievano che veniva per casa, e un bel giorno scomparve, e voglion che per gelosia costei lo chiudesse giù in una fossa ne’ fondamenti; e da una gola di trabocchetto che metteva in camera sua gli calava con una fune un pò di pan muffito, e poi non gli calò più nulla.... e tant’anni dopo devon averlo trovato con le mani tutte rosicchiate, secco, stirato come la camicia d’una cicala.... e ora dicon che la notte di S. Giovanni li vedon tutt’a due a far il giro del ballatojo sotto i merli, e poi tombolano giù in quella fossa.—

—Poco male se non c’è altro, che di qua a San Giovanni c’è tempo. Ora dunque pensiamo a racchiuder costoro, e raccapezza qualche cosa da dar loro mangiare, ch’io non intendo usar con essi come la nonna col prete.... saette! non vorrei io pure, quando fossi morto, aver a ballar il trescone su pe’ merli con esso loro alle coste.—

—Oh! dunque son prigioni da trattarsi bene—domandò lo sbirretto con un certo fare, che mostrava con quanta indifferenza avrebbe eseguito l’ordine di stringer loro il collarino.

—Cioè, rispose Troilo volgendosi a Selvaggia, tre di costoro, sì. Il quarto, questo mio compagno ne farà il piacer suo, e.... se si trattasse....—

—Oh! per me è tutt’una, rispose presto l’altro per levare a Troilo l’incomodo di spiegarsi.... sapete come si dice, sto coi frati e zappo l’orto.... quel che m’ordinerete, tanto farò, nè più ne meno.—

—Uomo più comodo non si potea trovare a stamparlo apposta, disse Troilo avviandosi, preceduto dal custode che gl’insegnava la via. Michele cogli altri, non conoscendo i luoghi, s’era fermato aspettando su un pratello avanti la villa; raggiunto da Troilo e da Selvaggia, si disposero finalmente ad entrare in casa.

Ma qui, non per la smania delle descrizioni, ma per l’intelligenza di quanto abbiamo a narrare, bisogna dir qual fosse questa villa, o castello, che lo vogliam chiamare: come ognun sa, le ville di que’ tempi avean dell’uno e dell’altro.

La pianta dell’edificio era un quadrilatero più lungo pel verso della facciata che sui fianchi: voto nel centro, ov’era il cortile circondato da un portico: in un angolo, il pozzo con due colonnelli di sasso, ed un architravetto in traverso dal quale pendea la carrucola. La facciata, tutta di dadi di travertino, non avea che poche finestre a grandi distanze, con ferriate di rete così stretta che vi sarebbe passata una mano malvolentieri. Al portone, alto un uomo e mezzo da terra, si saliva per quattro rami di cordonata che s’intersecavano, e sui quali crescevan vigorose ed intatte ortiche, pruni e mill’altre erbacce: la porta di quercia, tutta vestita di piastra di ferro, fermata con grandissimi aguti, al di sopra verticalmente una torre poco più alta del resto della casa, e la cima d’ambedue guernita d’un ballatojo retto da archetti e coronato di merli ghibellini.

Entrando, vaneggiava sul capo l’interno della torre, e dall’alto, ov’era un soppalco, avrebbero all’occorrenza, potuto i padroni di casa fare a loro grand’agio la chierica a chi intendesse venirne a loro con una visita importuna. L’aspetto di codesta villa, quantunque trasformato dalle ispirazioni michelangiolesche d’un architetto del 600, serba tuttavia molti indizj dell’antica struttura. La pianta dell’edificio è la medesima: la torre sopra il portone tosata de’ suoi merli, serve all’orologio. I travertini della facciata rimangon visibili ancora sugli angoli, e persino nell’ultima camera del terreno a sinistra è ancora letto e mobile di seta gialla, come se la prescrizione v’avesse dato l’esclusiva ad ogni altro colore. Picchiando poi intorno per le pareti, ci venne udito in un luogo un suono di vôto, Forse era costì il trabocchetto, ma non lo vogliamo asserire.

Troilo, prima d’introdurre i suoi prigioni, volle cogli occhi suoi proprii veder i luoghi; disse a Michele che soprastesse alquanto, chè costoro, bendati e legati, non sapendo se fosser guardati da pochi o da molti, non pensavan a moversi. Lo sbirretto mise a tentone un’enorme chiave nella toppa, che per la ruggine vi si sforzò dentro un pezzo scricchiolando prima che aprisse. Aperse alla fine ed entrò il custode con Troilo e Selvaggia: prese una lanterna, che avea lasciata accesa in un angolo, e volto a man manca salirono quattro gradini ed entrarono nel quartiere che solevan occupare i padroni: dapprima era un’anticamera piena di ritratti di famiglia; quali in lucco, quali in corazza, alcuni in vesta da prete; in una delle pareti una rastrelliera piena d’arme in asta, di spade, e d’arnesi da guerra: poi una gran sala di ricevimento, in ultimo la famosa camera gialla parata di dommasco giallo (per quei tempi era gran lusso) letto a colonne ritorte di noce scuro, e casse e seggioloni e stipi, insomma, mobile di tutta l’eleganza del quattrocento.

Quando v’entrarono videro, al lume della lanterna, svolazzar pel soffitto e per le pareti molti grandissimi pipistrelli. Disse lo sbirretto con istizza:

—Maledetti! escon di qua dentro!... se non voglion chiudere questi sportelli!—

Ed accennò un’apertura nel muro a modo d’armadio, poco lontana dal letto, sotto la quale era un inginocchiatojo. Troilo accostandovisi, s’accorse che non era un armadio, ma piuttosto somigliava ad un pozzo. Su in alto pendeva una puleggia colla sua corda che si perdeva in quel buco, d’onde saliva al viso il vento fresco ed umido che esce dalle cantine, con un tanfo di muffa e di terra umida, e scuotendo così un poco quella corda, udì un picchiar cupo di cosa soda che percuotesse contro le pareti, e pareva venisse di mezzo miglio sotterra. Si volse alla sua guida, che spalancate le finestre badava a cacciar i pipistrelli, e disse sorridendo:

—Qui forse stava l’amico?—

—Costì, costì... per quel che dicono.—

—E dove riesce questo pozzo?—

—Chi lo sa? A buttar la casa sottosopra forse si troverebbe; chè in tutte le cantine e ne’ sotterranei non si trova segno d’uscio, o d’altro passo che entrasse qui sotto. E poi, un giorno volli veder quant’era lunga la corda.... Eh ehei! va giù due volte, a dir poco, più del piano delle cantine.—

—Oh! non dici che quel tale fu trovato dopo molt’anni.—

—Son cose che si dicono da questi vecchi.... ma chi l’ha vedute? nessuno.—

In quella altri pipistrelli uscendo dal pozzo batteron coll’ali e nel petto e nel viso a Troilo, che arrestandosi, con ribrezzo si ritrasse, e presi i due sportelli li richiuse con forza, tanto che pur rimasero a luogo; vide allora che erano dipinti ed ordinati in modo da formare un dittico nel quale eran due santi, ed una sottil colonna che li divideva avea servito a nasconderne con molt’arte la commettitura, quando i battenti non erano, come adesso, tutti fessi ed imbarcati.

—Oh! oh! disse Troilo: dietro la croce c’è il diavolo, come dicon gli spagnoli.... e qui, dietro i santi, c’era il pievano!.... Orsù, lasciamolo dove sta e pensiamo a noi. Qui dunque per la gentildonna. Sta bene.... ma.... che cos’è là su quella tavola? bravo, Vanni mio.... vino, frutte... Lo sai che sei un gran valentuomo.... se fossi papa ti farei cardinale. Ora andiamo a veder il quartiere per quest’altri.—

Lo sbirretto, dopo aver acceso due lumi, che lasciò quivi, riprese la sua lanterna, ed avviatosi innanzi ritornarono in cortile. In faccia al portone era nel fondo una porta nana, alla quale si scendeva per un incavo fatto nel suolo. Aperta anche questa con qualche difficoltà, il terreno seguitava in pendìo, pochi passi, per una specie d’andito, pel quale vennero in un luogo a volta, spazioso, che girava sotto il portico, dal quale ricevea la luce per mezzo d’aperture quadre a livello del lastrico, chiuse da buone spranghe di ferro. Qui eran botti, legnami, travi, attrezzi, un pò di tutto.

—Se voglion fuggir di qui.... padroni—disse lo sbirretto; nè Troilo o Selvaggia, dopo aver guardato e girato quanto era lungo il sotterraneo, poteano muover dubbio sulla sicurezza d’un simil carcere.

—Sei contenta? disse Troilo alla donna; io ho aggiustato i fatti miei: da buon compagno, vo’ che tu aggiusti i tuoi.—

—Per me son contentona. E volgendo l’occhio in giro disse, battendo il piede: «Qui per Dio, sarò io padrona!.... Qui la cortigiana si potrà maledirla; ma riderne, ma schernirla!....»—

—Brava Selvaggia! mi piaci... e quasi quasi.... sto per dir che t’invidio... e pure, anche la parte mia non è da buttar tra la spazzatura! ma aver un nemico che ve n’ha fatte di quelle che dico io!... averlo seguitato alla lunga... appostato... e finalmente... c’è perdio!... l’ho in mano, sotto i piedi... è roba mia! lo posso far morir in dieci anni, in un attimo, come voglio! e nè cielo nè inferno me lo posson levar di mano.... Eh! t’invidio; ti invidio.... sappine godere.... chè a pochi capitan queste venture.—

—E così farò, disse tra’ denti Selvaggia: poi accostatasi a Vanni gli disse—Tre di costoro li legherai qui a diritta voltato l’angolo del muro, tantochè non vedano quell’altro... ti mostrerò poi quello che avrai a legare qui a manca a quell’anello, costà tra quelle due botti.... ha’ tu inteso?—

—Ho inteso.—

—Ora andiamo per essi—dissero ad una voce Troilo e Selvaggia, ed il primo soggiunse:

—Chè tu ed io ce li siam molto ben guadagnati... d’una cosa però son curioso—disse Troilo fermandosi—di veder domattina che cosa hai saputo fare dì bello. Al tempo de’ tuoi antichi le donne del popolo eletto ne sapean trovar delle nuove in fatto d’ammazzar cristiani.... non foss’altro, che quella gentildonna che mise un chiodo per l’orecchio a quel capitano che dormiva in casa sua.—

—Ed io, rispose Selvaggia, d’un’altra cosa son curiosa... di saper domani che modo avrai tenuto a far che quella bellezza, quell’angiolo, s’innamori d’un par tuo.—

—Per dirtela com’è... ora che viene il buono.... mi trovo più impacciato ch’io non pensava. Con questo maladett’assedio... e star sempre tra’ frati e l’archibusate, mi sono scordato come si principia per dir quattro paroline ad una bella giovane. Non c’è peggio che star fuori d’esercizio! Oh! che le si dice ora a quest’altra? Pensa come sarà invelenita!... e sperar che dia retta e tenerezze! sì, aspetta!... Eh! mi ci proverò.... a ogni modo di qui nessuno ci caccia, e abbiam tempo d’avanzo, e se volesse intender la via agevole, l’avrei caro.... in cose d’amore la forza guasta tutto.... Se poi non volesse capir la ragione.... allora poi.... dovrà dir mio danno, ed a tant’altre sarà accaduto di peggio... e, per dirne una, ti ricordi di que’ tuoi maggiori della tribù di Beniamino.... e della moglie di quel loro pievano.... vo’ dir, levita.... Be’.... non istette peggio costei?—

Troilo tirava per le lunghe con queste chiacchiere, attraversando senza fretta, a passo a passo, il cortile. Venuto al punto di doversi mostrar senza maschera ad una creatura così nobile, così elevata, che s’era avvezzato a veder cotanto venerata da tutti, e che con un suo sguardo l’avrebbe atterrato, si sentì goffo, impacciato, provava un inesplicabile sbigottimento: eppure retrocedere non poteva. Che avrebbe pensato di lui Selvaggia? Che avrebber detto i suoi amici, ai quali tosto o tardi dovea venir notizia del fatto?—

Era destino di questo ribaldo d’esser pervertito, e reso sempre più scellerato da una vanità sciagurata. Per guadagnar tempo e rinfrancarsi meglio gli spiriti, ne pensò un’altra. Volto allo sbirretto, gli diceva:

—Senti, Vanni, penso una cosa.... codesta gentildonna che aspetta costà fuori.... tu già a un di presso avrai capito.... ch’ella non è qui con noi di sua voglia... non vorrei andare a lei così subito a brutto muso.... ci fosse una donna.... non avresti mai moglie per caso?—

—L’ebbi: ma a Ceppo[72], farà l’anno, che ’l Pievano è venuto per essa.... e qui non v’è di femmina che la chiave del portone.—

—Non c’è rimedio—disse Troilo tra’ denti; poi ad alta voce:

—Faremo senza: ora andiamo.—

Chiamò Michele, e gli disse:

—Condurrai qui madonna; quand’avrà scavalcato, la condurrai in quella camera che vedi laggiù in fondo. Le farai animo, le dirai non dubiti di mal nessuno, e toltale la benda, la lascerai sola.... e qualunque cosa ti domandasse non le risponderai a nulla. Quand’esci chiudila, e portami la chiave.—

Selvaggia allora volta allo sbirretto, disse:

—E tu conduci costoro costà sotto, e legali come t’ho insegnato.—

Fattasi poi sul ballatojo innanzi al portone, gli mostrò Lamberto, ed aggiunse:

—Costui è quello che devi legare in disparte tra le due botti.... Però, aspetta che si sia dato assetto alla donna.—

Michele scese sul pratello, e preso per la briglia il cavallo di Laudomia lo menò sotto il portone, e colla voce più melata che potè, le disse:

—Madonna, siate contenta scavalcare ch’io son qui per ajutarvi.—

—Oh Dio! abbi pietà di me!... di noi, disse la poveretta sollecitando ubbidire, per fuggire appunto d’esser ajutata. Quando fu in terra, Michele la prese per la mano, dicendole:

—Non temete di nulla; nessuno vi vuol offendere.... venite con me.... badate.... son quattro scalini.... ora è tutto piano.... venite pur liberamente....—

E condottala nella camera gialla, dopo due minuti uscì, chiuse l’uscio, e diede a Troilo la chiave, dicendo:

—Par più di là che di qua.... e se non trovate modo a consolarla.... la vedo e non la vedo!.... che non fosse come cert’uccelli, che in gabbia non voglion mangiare, e dopo due ore stiran l’ale, ed escon de’ guaj.—

Troilo non rispose, ma fece l’atto impaziente di chi ode cosa che gli dia noja.

Venne allora lo sbirretto conducendo i quattro legati; quando furon dentro, chiuse il portone, e poi li condusse dove gli era stato ordinato, e poco stante ricomparse anch’esso, e consegnando a Selvaggia la chiave, disse:

—È fatto. Ora volete che si mettan qualcosa sullo stomaco, m’avete detto? Lasciatemi arrivar sin a casa.—

Uscì. Dopo un quarto d’ora tornò con un paniere, e disse:

—V’ho tenuti a disagio.... abbiate pazienza.... ma è un pò lontano dov’io sto.—

E portata la provvigione ai prigioni venne a domandar a Troilo se gli occorreva altro.

—No, rispose questi, va, e domattina lasciati rivedere a levata di sole.—

Lo sbirretto diede loro la buona notte con un sorriso espressivo, e disse:—Chiudetevi, e mettete la stanga, chè in questi paesi seminan fagiuoli e nascon ladri. Poi se n’andò pe’ fatti suoi, e i due rimasti misero la stanga al portone: guardandosi allora in viso, disse Troilo:

—Se non siam sicuri qua entro, pazienza!—e mettendo un lungo respiro:

—Oh! ci siamo: a noi Selvaggia, e ognun pensi a’ fatti suoi.—

Egli s’avviò alla camera di Laudomia, essa al sotterraneo, colla chiave in una mano, e nell’altra la lanterna dello sbirretto.

Quando fu entrata, Fanfulla, che la credette il carceriere, le disse:

—Ohe maestro! tu ci porti da rodere, e ci lasci colle mani legate! credi tu che noi becchiamo come i piccioni?—

Selvaggia non rispose, ed andò diritto ove Lamberto s’era seduto in terra, pensando muto e disperato a Laudomia, e pregando Iddio che l’ajutasse, la salvasse Egli, dacchè si trovava di non poterla in nessun modo ne ajutar nè salvare.

Selvaggia, fermataglisi dirimpetto, alzò la lanterna tantochè le illuminasse il viso; poi disse:

—Son io!.... Mi riconosci Lamberto?—

A Lamberto, riconoscendola, cadde il cuore in terra: uscì poi di speranza del tutto, ricordandosi qual fosse costei, come si fosser lasciati l’ultima volta, e tutto doloroso, disse in cuor suo:

—Oh Dio! Dio! che Laudomia è in mano di questa furibonda!....—

Non ardì parlare, non sapendo che dirle, e temendo far peggio, e la guardava con occhio pieno d’ansia indescrivibile.

Selvaggia depose in terra la lanterna: intrecciò sul petto le braccia quasi per comprimerne l’ansar frequente che appariva malgrado la corazza e con voce che penetrò il giovane sin nelle midolle, disse:

—Ti ricordi, giovane, di qual amore t’amò Selvaggia dal giorno che ti conobbe?.... ti ricordi, in riva al Po quella notte, con quante preghiere.... e furon umili, Lamberto!.... ti chiese, non amore, chè se ne stimava indegna, ma un pò di compassione?.... Te ne ricordi?.... Gliel’accordasti? No, gliela negasti.... s’adirò Selvaggia? ti maledisse? no. Ti benedisse e s’allontanò, nè più ti dette noja pensando, io non son degna neppur di tanto.... La povera Selvaggia non uscì perciò di speranza. Senza che tu il sapessi, o te ne potessi avvedere, s’informò di te, seppe dove andavi, ti tenne dietro, ma non ti si accostò più mai sino a quel giorno della battaglia, quando vide una picca spinta a passarti il cuore.... e non avevi rimedio sai!.... Te la riparai col petto, ed il gelo di quel ferro che m’entrava nelle viscere mi parve una delizia..... tu eri salvo ed io finivo di patire.... così credei allora.... Disgraziata! non avevo neppur cominciato! Travolta in mare, poi moribonda nella sentina d’una galera... poi nel lezzo d’un ospedale.... poi nel fango d’una strada.... poi a strascinarmi inferma per miglia e miglia... sotto la pioggia, al vento, al freddo.... colla fame.... lo stento.... e sempre avanti, e sempre a sperar in te.... non amore.... lo sai.... te l’ho detto.... ch’io non son pazza quale mi credi.... non amore, ma pietà.... ma una parola, uno sguardo di compassione. Giungo a Firenze, m’adopro, m’ingegno in mille modi; soffro, aspetto.... alla fine ti trovo.... sai come tremavo a cominciar a parlare.... mi pareva essere innanzi ad un Iddio.... e mi facevo piccola... umile... mi mettevo sotto i tuoi piedi.... E tu avesti cuore.... non ti vergognasti d’oltraggiarmi.... Ma come non te ne vergognasti?....—

E la poveretta colle mani tese verso Lamberto, rimase immobile e muta alcuni secondi.

—Tu mi facesti il peggio che tu potevi: m’avessi uccisa.... ti ringraziavo, ti benedivo..... ma tu m’hai vilipesa, sprezzata. Volli mostrarti che si può odiare, uccider Selvaggia, ma non isprezzarla. Volli vendetta, e l’ho cercata, ho passato i giorni, ho vegliate le notti per ordinarla; e l’ho alla fine.... Laudomia o qui.... tu sei qui.... tutti siete in poter di Selvaggia, della cortigiana, del rifiuto del mondo, di quella che tutti calpestano, che tutti odiano, che non ha trovata mai anima, mai cuore... neppur quello del padre... che le donasse un affetto...—

Qui strappò dalla guaina il pugnale, che Lamberto credette volesse piantargli in cuore, e sopraffatta dalla passione, proruppe in un pianto desolato, dicendo:

—E neppur ora potrò ottenerlo!....—(Ed intanto tagliava le funi che legavan Lamberto).

—Neppur così, dandoti vita, libertà, salvando Laudomia che ami, potrò impetrar quella mia prima preghiera, che tu m’abbi cara come il tuo veltro, come il tuo palafreno?—

E mentre con voce non più severa, ma umile e supplichevole, finiva queste parole, Lamberto sciolto dalle funi, s’era, con impeto di gratitudine, di pietà, d’ammirazione, prostrato a’ suoi piedi, ed abbracciando gli stinieri della donna, esclamava con voce interrotta:

—Angelo salvatore!....—

Selvaggia levò al cielo le palme tremule per la gioja, apparì sul suo volto un’espressione tutta nuova, pura e serena, e disse:

—Dio di misericordia!.... finalmente ti benedico anch’io.... ti ringrazio d’avermi creata....—

E rimasta così immobile, e quasi estatica alcuni momenti, lasciò cader le braccia, e soggiunse, quasi parlando a se stessa:

—Avevo tanto patito!....—

Riscossasi a un tratto, disse, risoluta e con prestezza:

—Su, Lamberto, non è tempo da perdere. Sappi che Troilo dopo avervi traditi tutti, ha fatto scellerato disegno su Laudomia, ed è con essa in questo castello. Non v’è dubbio che noi non arriviamo in tempo. Egli non volea usar la forza se non agli estremi. Andiamo a scioglier quest’altri, e tutti insieme corriamo a liberarla.—

E mentre parlava se n’era andata con Lamberto nel fondo del sotterraneo ov’eran i prigioni legati e sollecitava tagliar le loro funi, mentr’essi sbalorditi, nè sapendo che pensare, con confuse e frequenti parole, ora ringraziavano, ora interrogavano, e Lamberto anch’esso prestissimamente lavorando li veniva sciogliendo, e diceva, affannato e contento:

—Vedrete.... saprete poi.... è un angelo mandato da Dio.... presto, presto.... che quel traditore non ci può fuggire....—

E diceva loro di Troilo, de’ suoi disegni, e ch’egli era quivi con Laudomia.... tantochè, non appena si trovaron liberi, si slanciarono tutti in truppa fuor del sotterraneo, col cuore pieno d’indegnazione contro quello scellerato, e senza pensare o curarsi ch’erano disarmati, correvano per isbranarlo coll’ugne e co’ denti. Ma la fortuna avea pensato a provvederli, ed entrati nella prima anticamera s’accorsero della rastrelliera piena d’arme, ed ognuno ne prese una, il solo Lamberto, senza arrestarsi o pensare ad altro, s’era con Selvaggia gettato all’uscio della camera gialla, che Troilo, lontano d’ogni sospetto, non avea chiuso che col saliscendi.

Aprirlo, slanciarsi su Troilo, afferrarlo pel collo, averlo sotto i piedi, fu per Lamberto cosa d’un attimo.

Il traditore, al punto ch’erano entrati, si trovava a mezzo la stanza, discosto da Laudomia, la quale stava sul davanzale del trabocchetto aperto, in atto di volervisi buttare, ed assai appariva, che lo sciaurato, perduta ogni speranza di venir a capo del suo disegno in altro modo che colla violenza, avea ridotto, quell’infelice a quest’ultima disperata difesa.

Intanto, e quasi subito, eran accorsi i compagni, e Maurizio alzava una mezza spada sul capo al caputo, e l’avrebbe morto, se non che Lamberto gridò:

—Fermo, Maurizio!—

Ed il servo calò il colpo in terra ritraendosi con istizza.

Per alcuni momenti nessuno profferì parola. Il traditore spaventato, anelante, colle luci degli occhi fuori del punto, pallido come la morte, era sempre stramazzato e tenuto ora da Fanfulla ora da Bindo. Lamberto l’avea lasciato per correre a Laudomia, che di seduta ch’ella era s’era lasciata cader ginocchioni, e bianca come una statua di cera, alzava gli occhi al Cielo per ringraziarlo, e lo ringraziava col cuore, chè colla voce non poteva la poveretta.

Lamberto le s’inginocchiò accanto, ed essa gli si abbandonava sul collo. Rimase così un momento tra ’l sì e il no di venirsi meno. Selvaggia arrecò del vino ch’era sulla tavola; Laudomia ne bevve un sorso, e dopo un poco le ritornò sulle guance il color della vita.

—Sei salva amor mio!—le diceva Lamberto, e le fibre del suo volto tremavan tutte per la piena dell’allegrezza.

—Oh andiamo, per l’amor di Dio!—disse Laudomia con voce spenta, chè la vista di quei luoghi, e di Troilo le metteva troppo ribrezzo: e sollevandosi a stento, ajutata da Lamberto e sorretta anco da Selvaggia, si tolse di là, e con mal sicuri passi si strascinò nella camera vicina, ove lasciandosi andare sfinita su un seggiolone, posava le mani su gli omeri di Lamberto che le stava a piedi, guardandolo con ineffabil espressione d’affetto. La povera Selvaggia, a passi indietro, si veniva ritraendo, e che provasse in cuore a quell’ora lo pensi il lettore. Disse Lamberto:—E lo sai chi m’ha liberato, chi ti ha salvata la vita e l’onore? Costei... quella di chi t’ho parlato... quella che avevi tanto nel cuore... Selvaggia.—

—Oh!... È Selvaggia costei!...—

Disse riscuotendosi Laudomia; e in un subito le ricorse alla mente tutta la sua miserabile istoria, pensò all’angoscia che dovea provare a vederla a quel modo con Lamberto, ritrasse le braccia con moto istantaneo e quasi timido, e giungendo le mani in atto di preghiera, le si volse con viso che implorava perdono, dicendo:

—Oh Selvaggia!.... Io non potevo saperlo!....—

—Sì, son io, rispose questa avvicinandosi, e la sua voce, il volto, l’atto della persona, assai mostravano in qual terribile travaglio stesse il suo povero cuore. Son io, proseguiva, che ebbi un lungo.... orrendo pensier di vendetta contro Lamberto..... contro voi...... ma..... dissi a me stessa «che cerchi, sciagurata, da tant’anni? Trovar chi non t’odii, non t’abbia in dispregio.... Trovar un cuore che t’ ami.. se non amore.... affetto almeno.... goder prima di morire, una volta.... una sola volta d’una parola, d’uno sguardo amico. E speri ottenerlo per questa via? ottenerlo colla vendetta?»....—

—Eccola quale è stata la mia vendetta!... Ditemi: Avrete cara almen voi quest’infelice?... Posso sperarlo questa volta?—

Laudomia volle alzarsi e correr nelle sue braccia, ma le falliron le forze e ricadde seduta, stendendo pur sempre le palme verso Selvaggia, che si gettò con un grido di gioia tra esse, e le due donne rimasero lung’ora avvinte in un caldissimo abbraccio.