CAPITOLO XXXIV.


Poco mancava alla mezzanotte quando la cavalcata giunse finalmente in Gavinana, alla casa che per contratto nuziale avea Niccolò concessa a Lamberto a titolo di dote, ed ove era giunto, un’ora prima, uno de’ cavallari che gli accompagnavano affinchè, precedendo, destasse il fattore, facesse aprire ed apparecchiare tutto quanto bisognava.

Questo fattore dabbene, che era poco più d’un contadino, persona affezionata alla casa i Lapi, cui serviva sin da giovinetto; tenendo, com’è naturale, per la parte cancelliera, era stato a que’ giorni offeso in varj modi dalla setta nemica, e salvatosi il meglio che avea potuto, viveva in continua paura; cosicchè ce ne volle prima che rispondesse, si persuadesse che realmente i suoi padroni stavan per giungere, e si fosse risoluto d’aprire, temendo d’una qualche trappola per entrargli in casa a svaligiarlo. Persuaso finalmente, aperse, e si diede con fretta grandissima ad ammannire una cosa, disporne un’altra, ajutato dalla moglie e da un garzonaccio tutto sonnacchioso, tantochè finalmente udì lo scalpitar de’ cavalli, e corso giù per le scale trovò che i viaggiatori scavalcavano in un cortiletto, posto tra la casa e la pubblica via, separato da questa con un muro non troppo alto.

Quella sorridente ed officiosa premura che si dipinge sul volto d’ogni fattore nell’atto di far riverenza al padrone che giunge, sul viso di Matteo (chè così avea nome costui) era volta in altrettanta mestizia. Niccolò, senza entrar seco in molte parole, andò innanzi colla sua brigata in una saletta terrena ov’erano accesi i lumi, e che malgrado le cure del fattore serbava evidenti tracce di disordini recentemente accaduti. Al tanfo di racchiuso, solito alle stanze poco abitate, s’univa un odor di mosto o di vino: in terra macchie d’umido, rottami di stoviglie, chè il buon Matteo colto improvviso, non avea avuto tempo a spazzare: e sulla più larga parete, ov’era nel mezzo rozzamente dipinta l’impresa di Firenze, scudo bianco col giglio rosso, si vedean disegnate malamente col carbone le forche in modo, che il detto scudo occupasse il posto dell’impiccato. Sovr’esso, nell’atto di manigoldo, era figurato un uomo con una corona di imperatore sul capo, ed accanto, sulla scala ove suoi porsi il frate confortatore del giustiziato, un altro fantoccio che dal triregno si capiva dover rappresentare un papa, con chè l’ingegnoso artista avea voluto figurar l’imperatore Carlo V e papa Clemente VII, che d’accordo davan lo spaccio alla città di Firenze, ed in quest’opera, alla nobiltà del pensiero, corrispondeva pienamente quella del disegno. Attorno pe’ muri era tutto imbrattato di parole scritte parimente col carbone in modo e con ortografia villanesca, e che dicevano—Viva le Palle!—Moja el marzocho—Parte Chancelliera, te porta el diavollo e la versiera ec.—

E mentre il vecchio accortosi di quest’insolenze le guardava con notabile alterazione di volto, il fattore diceva, tutto spaventato ancora, e quasi piangendo:

—Lo vedete, messere, que’ ribaldi vituperati, come v’hanno conciata la casa?.... E s’io son vivo, è stato miracolo espresso di Dio.... chè abbiam vedute le gran cose a questi giorni!.... io credevo che fosse il finimondo!.... Prima, la rotta del Ferruccio, che in paese l’archibusate eran come gragnuola fitta.... poi, que’ traditori Panciatichi a far il resto, e non c’è casa in Gavinana che non pianga; non c’è casa che non abbian rubata.... con ferite e morti di tanti poveretti.... già, credo io, non saranno rimaste qui insieme cento persone, chi è fuggito, chi è morto,.... e chi rimane sta in paura di peggio. Io non volli fuggire.... egli è pur obbligo mio guardarvi la roba vostra; e son venuti qui dentro a far gozzoviglia, ed hanno dato fondo a quanto ben di Dio c’era in casa.... e poi, ubbriachi come majali, picchiate a me, alla Caterina, e queste porcherie su pe’ muri.... e sapete che mi hanno detto? «Quando tornerem qui, se troviamo che punto punto tu abbi tocco codesto muro, noi t’impiccherem per la gola dov’è questo scudo.» E però io, poverello, non son stato ardito di ripulirlo.

—Se tu non lo fosti, ben io lo sarò—disse Bindo dando di piglio con istizza ad una granata ch’era in un angolo, e disponendosi a cancellare quelle sozze figure, ma Niccolò lo rattenne dicendo:

—Noi partiamo, Bindo, e quest’uomo dabbene rimane; chi lo difenderebbe se que’ ladroni venissero per fargli dispiacere?.... Ai vinti, gli oltraggi.... È questo il nostro pane oramai.... a non volerli patire bisognava saper vincere.... e noi non abbiam saputo.—

Il fattore ringraziò con uno sguardo Niccolò, e col cuore Iddio, chè veder Bindo colla granata in aria, ed aversi già lo spago al collo gli parea tutt’una cosa.

Era intanto comparsa la Caterina con qualche cosarella per cena: e chi non avesse saputo che la casa era andata a sacco, l’avrebbe indovinato vedendo quell’imbandigione, chè tutta consisteva in un’insalata, un pezzetto di cacio, e due pan neri, che l’uno neppur era intero. La povera donna, scura e macilenta in viso, cogli occhi gonfi e rossi apparecchiava, senza parlare, e metteva ogni tanto lunghi sospiri; e dopo quelle prime e brevi parole nessuno aprì più bocca, e rimaser pensosi sedendo su una spalliera che era tutt’in giro confitta nel muro; e questo silenzio parea tanto più mesto, chè nessuna voce, nessuno strepito s’udiva neppure al di fuori, benchè fossero nel cuor della terra, poco lontani di piazza. Il canto d’un gallo, o l’abbajar d’un cane avrebber almeno dato segno di cosa viva, ma quel desolato borgo aveva aspetto di cimitero; e tanto più parea tale, che il vento entrando per le finestre aperte portava un puzzo di sepoltura, del quale spiegò Matteo la cagione, dicendo:

—Dopo la battaglia eran in piazza meglio che 1200 morti: per non durar fatica a portarli fuori, gli hanno sotterrati costà dov’erano.... ma per far presto, non avranno indosso tre dita di terra.... Dio faccia che que’ morti non ammazzino ora i pochi vivi, e non ci si metta la morìa!—

—E tra costoro, domandò Niccolò con impeto, sarebbe mai confuso il gran Ferruccio?—

—No, messere, egli è stato sepolto in disparte sotto la gronda del fianco della chiesa.

—Sapresti tu insegnarmi dove?—

—Io so quando voi vogliate; chè anch’io fui comandato con un monte di marrajuoli, ed ajutai cavar la fossa.—

—Menamici tosto. Venite figliuoli, che noi facciamo questo poco d’onore al maggior uomo che nascesse mai in Firenze.—

Rizzatosi il vecchio arditamente e senza mostrare stanchezza, uscì co’ suoi e colle due giovani, chè anch’esse, benchè non richieste per riguardo alle fatiche sofferte, vollero venir a prostrarsi sull’onorata sepoltura. Matteo precedeva per la via stretta, con una lanterna, che mostrava col piccolo e vacillante chiarore, molte case, e forse la più parte, aperte, abbandonate dagli abitatori, e di alcune gli usci eran divelti, e giacean buttati a terra lungo le mura. Disse Fanfulla, riconoscendosi a un tratto:

—Qui toccai quella nespola sull’orecchio, e in questo poco spazio, a veder che danza era quel giorno!... e qui, vedete.... qui proprio! il Commissario con quella fila di capitani si cacciò a capo sotto tra’ lanzi!...—

Niccolò, raccogliendo con avidità le parole di Fanfulla, non si stancava di domandargli di tutti i particolari, non tanto della battaglia, quanto del Ferruccio; chè appunto allora erano sboccati in sulla piazza e si trovavan nel luogo delle sue più mirabili prove. Trattenutisi così un buon poco, senza curarsi del puzzo che qui, più che mai, gli ammorbava, proseguirono attraversandola per condursi alla chiesa, e nel camminare sentivano la terra tutta smossa, e talvolta affondarvisi un poco l’orme, e le donne rabbrividivano pensando che cosa calcassero.

Matteo finalmente si fermò rasente il fianco dell’antica chiesa e, deposta in terra la lanterna, disse:

—Qui è stato posto quel bravo signore.—Si vedeva sul suolo uno spazio lungo e largo quanto un corpo umano di alta statura, ove la terra difatti appariva rivoltata di fresco, e dall’impronta che serbava di suole di scarpe, e di piedi nudi, si conosceva che l’avean diligentemente pigiata. Niccolò, vedendosi proprio sotto gli occhi quella terra inzuppata ancora del sangue del suo amico, dell’uomo che per esso era l’ideale, il sublime di quanto vi può esser al mondo di virtuoso e di grande, cadde ginocchioni su quella fossa, preso da un tremito in tutta la persona, e chinandosi col capo baciò quel terriccio umido, e v’appoggiò poscia la fronte, rimanendovi immobile; e tutti quanti i suoi fecero lo stesso. Si sentiva il povero vecchio gemere, sospirare, ed alla fine si sciolse in pianto. Racquetatosi poi un poco, alzava il volto e le mani al cielo, dicendo:

—Oh! se dai santi e beati luoghi, ov’è ora gloriosa quella grand’anima, essa non isdegna calar uno sguardo su questo tenebroso mondo, essa vedrà forse questo mio pianto... vedrà che di quella città per la quale sparse il suo sangue sino all’ultima stilla, siam pur venuti, noi profughi almeno, a fargli quest’ultimo onore, quel solo che per noi si potesse nella nostra presente miseria.... Ferruccio, Ferruccio, ha ad esser questa dunque la tua sepoltura? Ed i Medici, omicidi della patria, l’avranno cotanto onorata in S. Lorenzo? Si vergogneranno essi di lasciarti quivi? Porranno almeno una croce sulle tua ossa? una pietra che dica: Qui giace Ferruccio?—

Così parlava Niccolò, ed il tempo ha mostrato s’egli avesse una giusta idea della generosità medicea che lasciò le ossa del Ferruccio dov’erano: non pose loro sopra nè croce, nè sasso, e non l’ebber mai sino ad oggi, tantochè, neppur per tradizione, si serba memoria del luogo preciso ove giace il fortissimo e virtuosissimo tra i toscani. Ciò sia detto per incidenza, e queste parole vadano a chi debbono andare[70].

Poi, a un tratto, dolendosi d’aver formato un tal desiderio, aggiungeva, quasi riprendendo se stesso:

—Ma che dico? Esco io di cervello? Quasi avessi tu bisogno de’ costoro onori!.... se l’abbiano.... li serbin pure per le loro ceneri scellerate, chè anco sotto i monumenti di marmo saprà ben trovarle nel dì finale la vendetta di Dio! E tu intanto, se puoi udirmi, spirito valoroso, goditi questo nostro umile omaggio, e sappi che di tanto non potran mai vantarsi le tombe de’ tuoi e de’ nostri nemici!.... sappi che insin che duri il mondo sarà più onorata pe’ generosi la terra di quest’umil fossa, che non l’insolente ricchezza de’ loro sepolcri!.... Sappi, che quell’onta, che avran creduto farti lasciandoti in quest’angolo inonorato, si volgerà per essi in altrettanta infamia appo i secoli e le generazioni future, chè a sottrarsi all’infamia non han, viva Dio, trovato ancora i tiranni forza che basti!—

Mentre Niccolò con passione grandissima ed in modo quasi ispirato, profferiva queste parole, che la sua famiglia inginocchiata e riverente udiva, tutta intenta a lui solo, s’avventaron di sotto il portico della chiesa sei uomini d’arme colle spade sguainate, seguiti da forse 50 contadini armati di picche, falci o bastoni, e prima che i sorpresi potesser pure avvedersi di quest’assalto, si trovarono in terra sotto un monte d’uomini, colle punte delle spade o delle picche sul viso, od appuntate alla gola ed al petto, presi e tenuti da cento mani; oppressi sotto le ginocchia ed i piedi di molti; ed una voce, alzandosi di mezzo gli assalitori, gridò:

—Chi si muove è morto. Voi siete prigioni del papa!—

Ed intanto quegli sgherri avean violentemente strappate le spade e l’altr’arme ai giovani, ai quali non sarebber certamente falliti nè l’animo, nè il volere di difendere Niccolò, colla certezza ancora d’esser tagliati a pezzi; ma la rovina che cadde loro addosso improvvisa tolse loro materialmente il poter muover un dito, non che venisse lor fatto di valersi dell’arme e della persona.

Le donne avean levato un grido, che da mani villane venne tosto soffocato, non meno che da bestiali minacce; e prima che un solo di que’ ribaldi si fidasse a levarsi di dosso agli uomini che si teneano sotto, altri ficcandosi tra mezzo quel viluppo di gambe e di braccia, con funi di che s’eran provvisti, ebber presto legati i prigioni, così validamente, che ben appariva in qual conto gli avessero; legati che gli ebbero, lasciaron che si rizzassero.

Chi potrebbe dir l’ira, lo sbalordimento, il terrore di que’ miseri perseguitati, vedendosi così fuor d’ogni aspettazione venuti in podestà de’ loro nemici, quando appunto tenevano oramai più sicuro lo scampo?

Lamberto e Bindo, collo sguardo basso ed errante, co’ petti gonfi e frementi per impotente furore, parean due fiere cadute nella tagliola: Maurizio, che venuto quivi per seguire il padrone era stato preso cogli altri, bestemmiava nella strozza in tedesco: Fanfulla, che non usciva mai della sua strana ed avventata natura, diceva scrollando il capo, soffiando e mezzo sorridendo:

—Siam proprio serviti nel coscetto!—

Le donne piangevano, tenute per le braccia ed un poco in disparte, da due di que’ maladetti.

E Niccolò, coll’augusta e veneranda fronte levata e sicura, disse:

—Io so quel che importi per me l’esser prigione del papa....—ed un amaro e sdegnoso sorriso gli corse sul labbro, quasi dicesse: «poco mi può togliere oramai!» Volgendosi poi ai figliuoli, ed additando la fossa ov’era sepolto il Ferruccio, soggiungeva:

—Da esso ho appreso come si muore.... ma forse non n’era mestieri.—

Ben conosceva il vecchio, che la sua morte si voleva e non quella de’ figliuoli nè d’altri; e perciò poco s’era turbato: ma gli sovvenne in quel punto di Troilo, della taglia che credeva gli fosse stata posta, e tenendolo del tutto spacciato, troppo glien’increbbe. Si guardò intorno, cercandolo affannosamente coll’occhio, e dicendo:

—Di te mi duole, Troilo, figliuol mio!—

E siccome, non essendovi altro lume che la lanterna portata da Matteo, poco ci si vedeva, penò un buon poco a rintracciarlo; finchè poi lo scorse lontano, ritto, immobile, colle braccia intrecciate sul petto ed il viso basso, e s’accorse che non era nè legato, nè tenuto in guardia da alcuno di que’ soldati, che con tanta cura s’erano assicurati che gli altri non potesser fuggire.

Il volto del giovane, che dalla natura avea sortito bellissimo, era in quel momento spaventevole e turpe come il suo tradimento: simile a Caino, a Giuda e ad altri gran scellerati, cominciava per esso il supremo de’ tormenti, quello de’ rimorsi, scevri affatto d’ogni pensiero di speranza o di pentimento.

Niccolò gli lesse in fronte scritto il suo peccato, notò sui volti de’ soldati un riso di scherno, che pareva dicesse: «di lui non istare in pensiero!» Gli si squarciò il velo che gli avea tanto lungamente celata la verità, e questa gli si rivelò alfine nuta e tremenda. Stese le braccia e le mani, legate a’ polsi da una ruvida fune, e con voce che schiantò il cuore persino di que’ ribaldi che l’attorniavano, disse, guardando Troilo:

—Ed era un traditore!.....—

Nel suono di queste parole, nel modo di pronunciarle, nell’atto del misero vecchio, fu tanta e così dolorosa effusione di verità, che, persin lo ripeto, ne’ cuori di que’ rozzi e feroci sgherri sorse un senso di compassione.

Ma Lisa, la povera Lisa, quasi uno strale di fuoco le fosse penetrato nelle carni, si strappò dalle mani di quelli che la tenevano, colla forza nervosa e convulsa d’una disperata passione, e scagliandosi verso il padre gridava:

—Perchè traditore? come?.... chi può dir traditore il mio Troilo? Che ha egli fatto?....—

E non potendone correre in traccia, che era stata tosto ripresa e fermata da quelli cui era fuggita, si gettava innanzi colla persona, col capo, cercando cogli occhi il marito, e pur seguitando a ripetere:

—Oh! traditore poi!.... traditore il mio Troilo!... Oh babbo! perchè dir quest’orrore?.... ed in questi momenti?—

Alla fine anch’essa lo vide, ed era sempre al luogo, e nell’atto, e col viso medesimo, e quell’impressione che n’avea ricevuta Niccolò, quel pensiero, quella certezza istessa invase la Lisa, che provò il brivido della morte all’aspetto di quel ceffo sfigurato, e dovette torcerne il volto turandosi colla mano gli occhi, ma non pertanto vincendo tosto quel primo moto, e ritornando a sperare, gli diceva piangendo, senza guardarlo, se non tratto tratto alla sfuggita:

—Oh Troilo!.... vieni.... parla.... non senti? non udisti?.... Perchè star là ritto?... che mistero c’è sotto!.... Oh Troilo, Troilo! possibile che la tua Lisa disperata non ottenga pur una parola?...—

Ed alla fine, con impeto d’indicibile smania, esclamava:

—Ma sciagurato! dì almeno che è vero!.... che sei traditore.... uscirò almen d’incertezza!....—

Per sola risposta, Troilo si strinse nelle spalle, s’allontanò, e presto si confuse colle ombre della notte.

Lisa si fece bianca e fredda come un marmo, le cadder le braccia, e disse anch’essa:

—Era un traditore!....—

E lasciandosi andare come morta a piedi di Niccolò, colle fronte sulla terra, diceva con voce spenta:

—Ed io, scellerata, son cagione di tutto!—

—È vero pur troppo!—

Rispose il vecchio; ed i soldati cui riusciva oramai troppo grave esser testimoni di cotale scena, si mossero conducendo i prigioni verso la casa d’onde poco innanzi erano usciti.

Mentre camminavano, Maurizio, che veniva accanto a Lamberto, gli disse sottovoce con un sospiro:

—Ricortare quella sera! Io ticeva non pefere! Non pefer fine per far pace con messer Droile!.... Star tratitore! Hafefa racione pofere Maurizie?—

E Lamberto:—L’avevi pur troppo!—

Ricondotti così alla loro casa, Niccolò fu rinchiuso in una camera, le giovani in un’altra, ed in una terza gli uomini, guardati diligentemente da molti armati finchè venisse l’ora d’avviarsi tutti verso Firenze.

Il colpo era fatto: Niccolò preso, ed il capitano di questa nobil fazione, messer Benedetto de’ Nobili, che nascosto dietro le spalle de’ suoi avea gridato: «voi siete prigioni del papa» perchè non s’era fatto innanzi, perchè non s’era mostrato? Perchè il codardo non avea avuto ardire d’affrontare lo sguardo di Niccolò, come neppure a Troilo n’era bastata la vista. Sia lodato Iddio, che al cospetto di certi uomini, la fronte de’ ribaldi venduti ai potenti, dovrà, sinchè duri il mondo, cader sempre nel fango!

Ora che i prigioni eran rinchiusi e ben guardati, nè v’era il rischio d’incontrarsi con loro, entrarono in casa i due traditori, ed era con essi Selvaggia, alla quale non ci regge l’animo apporre l’istessa taccia, sin che non abbiano i suoi portamenti palesato interamente l’animo suo. E ad ogni modo, che non si perdona ad un amor come quello che la consumava, e che piuttosto dovrebbe dirsi delirio, furore o pazzia? Tanto più se si ponga mente al lungo e disperato soffrire di quella poveretta, all’offese, agli scherni, allo sprezzo, che era stato il solo suo pane (se è lecita l’espressione) dacchè avea aperto gli occhi alla luce, il cuore agli affetti? Pur troppo cotali anime entrando nel mondo recan seco loro i semi d’eroiche virtù e di tremendi delitti. I casi, gli uomini ne’ quali s’imbattono, suscitano l’une o gli altri. Quindi virtù o vizio, felicità o sventura.

Sappiamo qual parte fosse toccata a Selvaggia, che votato il calice della sventura sino alla feccia dovea morir nello strazio, se una potente speranza non l’avesse tenuta viva, quella della vendetta. Per questa sola essa sosteneva la vita, pensava, agiva, si moveva, da quella terribil notte, ove sulla strada d’Empoli avea per l’ultima volta veduto Lamberto: l’avea pensata, combinata alla lunga nel segreto del cuore, nel silenzio delle notti senza sonno, nelle lunghe ore ove o fosse in quiete, o in trambusti, tra la moltitudine, o lontana da tutti, era sempre sola con quel suo perenne ed immoto pensiero, che le splendeva alla mente quasi torbida stella in un’immensità tenebrosa.

Volea vendetta, l’infelice! E l’avea a suo grand’agio meditata, e poi scelta quale, raro o mai, fu immaginata da cuore umano; l’avea, per dir così, nutricata, e con mille cure, mille stenti, condotta al punto di vederla compiuta. Il momento era giunto.

Intorno alla tavola sulla quale era ancora non tocca la cenetta apparecchiata pei poveri presi, sedettero messer Benedetto, Troilo e Selvaggia. Il primo, per guardarsi il meglio che poteva dai rischi che avrebbe forse incontrati in quest’impresa, s’era tutto inferrucciato di maglia, e di pezzi d’armatura, con un petto ed uno schienale, che sulle spalle e sotto l’ascelle, per virtù di buone coregge, eran venuti bene o male a congiungersi e star a dovere: ma ai fianchi, con tre braccia in giro di pancia, erano stati scherzi a volerli far entrar nell’incastro, e rimanevano aperti, lontani un palmo l’un dall’altro, tantochè sui lati gli sarebbero stati di poca difesa. Ora poi, pel disagio, pel caldo che era grandissimo, benchè fosse notte, il ribaldo vecchio non ne poteva più e gli pareva d’aver indosso una montagna. Si cavò una cervelliera tutta bozze e rugginosa, e colle guance pallide e vizze, s’asciugava il sudore, gonfiando le gote e soffiando. Selvaggia, coperta del lucente arnese d’un uomo d’arme, non dava segno veruno di stanchezza: teneva i gomiti sulla tavola, e soprappensiero la veniva scheggiando con un coltello che s’era trovato sotto mano. Troilo, armato alla leggiera d’un picciol giaco, aveva un viso livido ed uno spavento negli occhi che metteva ribrezzo. Ma volea parer franco; parer più franco ribaldo del suo compagno, ed arrabbiava in cuore, vedendo che costui non mostrava sul suo viso di collo torto, verun’altra alterazione se non quella prodotta dalla fatica e dal caldo. Alfine, conoscendo che il suo aspetto lo tradiva, s’attaccò ad un fiasco, bevette, e pensando di volger la cosa in ischerzo, levò una risata grandissima, e che troppo appariva studiata, dicendo:

—Sapete che mi vien in capo, messer Benedetto?—vi ricordate quella notte alla buca di S. Girolamo, quando vi toccai sul groppone con quelle funicelle... e fu per isbaglio, vedete!... buon per voi allora se foste stato come siete adesso, con quell’arme indosso che parete un paladin di Francia!—

—Così ci fuss’io ora alla buca, e non fossi qui:—rispose il vecchio ipocrita, che al contrario di Troilo, non provando senso veruno d’umanità, si studiava di simularne l’apparenza, con quella diversità che corre tra il birbone novizio ed il matricolato.

—Queste scene mi fauno male! proseguiva con un viso compunto.... Quel povero Niccolò! quella povera famiglia!....—

Poi con un gran sospiro:

—Ah! la ragion di stato è pur la terribil cosa! Ed il servire ad essa, servire alle leggi ed all’ordine costa di gran sacrifici!—

La presenza di Selvaggia e di alcuni soldati, che ritti sull’uscio guardavan l’entrata, persuase forse il Nobili a parlar così. Ma aveva da far con Troilo, che rifacendo il suo viso, la sua voce ed il suo sospiro, rispondeva:

—Eh! vi compatisco, povero messer Benedetto! Sono una gran cosa que’ bei sacchetti di ducati di sole.... voglio dir le leggi, e l’ordine e la ragione distato.... mi scordo nulla? il Nobili si scontorse e fece a Troilo cenno coll’occhio, quasi dicesse: «costoro ci odono» e chiedesse mercè. Ma Troilo, che si sentiva in quel momento pieno d’un inesplicabil veleno, come accade a chi è costretto odiare e sprezzar sè stesso, ed avea bisogno di darsi un qualche sfogo, proseguiva con perfido riso:

—Messer Benedetto mio caro! vo’ siete già stracco e rifinito come un asino d’un mugnajo, e volete torre quest’altro disagio di tenervi sul viso quella maschera d’uom dabbene.... E se vedeste come siete sudato! vi goccian le gote come una pentola risciaquata! voi v’ammalerete. Già è inutile, vedete. Fate come fo io: sono un ribaldo, e lo dico. Sono un traditore; e che perciò! E gran capitani e re e papi e imperatori lo sono altrettanto e peggio, quando non trovano altra via. Fo i fatti miei come posso anch’io, e chi ne vuol venga avanti. Dico bene, Selvaggia?—

Ed alzandosi, non più col viso piacevole e in solo scherzo, ma a un tratto mutato in un piglio rabbioso, fedel ritratto dell’inferno che avea nel cuore, passeggiava pel salotto, e diceva, mezzo fremendo:

—Io non posso patir questi bacchettoni.... questi serpenti colla faccia d’angeli.... chi gli abbia a saper grado di cotesta fatica, non si sa, nè Cristo, nè diavolo certo!....—

E seguiva a passeggiare sbuffando e brontolando tra’ denti.

Selvaggia, poco o nulla gli badava. Il Nobili, mezzo sbigottito di quell’ira così subita e senza cagione, gli diceva, guardandolo con maraviglia:

—Oh! che cosa c’entra ora quest’adirarsi?—

Troilo gli si volse come una vipera; poi, tosto avvedendosi quanto quella sua rabbia desse in non nulla, e lo rendesse ridicolo, scoppiò in una grandissima risata sguajata e convulsa, e versando al Nobili un bicchier pieno colmo di vino glielo presentò, canterellando una canzoncina; il vecchio lo accettò, dicendo:

—Va, va che n’hai un ramo!—e bevette.

Entrò in quella Michele, il famiglio di Troilo, che era venuto colla squadra guidata da messer Benedetto, dicendo:

—C’è su vostra moglie....—

—Ci mancherebbe quest’altra! che avessi moglie!—disse Troilo ridendo.

—C’è dunque M. Lisa che non si sa più come farne bene! è buttata in terra come uno straccio in un angolo, cogli occhi fissi, stravolti, pare smemorata, e bada a dire che vuol voi, che vuol parlar con voi, e non le si può cavar altro di bocca, e la sorella e la fante le stanno d’intorno, ma pare che non capisca, e non senta, e non si può conoscere che mal le abbia preso.—

—Le ha preso il canchero, che Dio ti dia, ribaldo poltrone!—disse Troilo avventandosi col pugno chiuso al servo, che presto si ritrasse ed uscì, e Troilo gli seguiva a gridar dietro:

—Chi t? ha detto di venirmi a rompere il brutt’impiccato! son io medico o speziale? Son atto forse a guarir le donne del mal di corpo? Maladetta l’ora che mi venisti tra piedi? È curiosa quest’altra.... Michele, Michele!—- gridò sempre più invelenito, e Michele ricomparve.

—Di’ a lei, e di’ a tutti coloro lassù, che noi facciamo quel che ci è stato ordinato da’ nostri maggiori.... e ce ne duole insino al cuore.... ma non si può fare altrimenti.... e va all’inferno.... e non esser più ardito di capitarmi d’innanzi se non ti chiamo. Michele sparve, e Troilo ricorse al fiasco. Il disgraziato voleva uscir di sè, per cessare un momento il tormento insoffribile che lo rodeva. Bevette, tacque, stette un poco sopra pensieri, poi a un tratto, disse con ismania:

—Si può saper almeno che ora sia? Che notte eterna! non v’è oriuolo sul campanile, non batton mai l’ore in questa maladetta terra?—

Un soldato ch’era sull’uscio, disse:

—Alle corde v’hanno impiccato quattro Cancellieri per contrappeso, ed ora toccano in terra co’ piedi, e l’oriuolo è fermo.—

Cert’altri soldati, che dormicchiavano buttati sulla paglia nel cortiletto, risero, borbottarono non so che motteggi, e tutto di nuovo fu silenzio. Il lume che ardeva sulla tavola s’impallidiva, e si facea piccino per mancanza d’olio.

Messer Benedetto s’era accomodato in un angolo, e fattosi con un pastrano un po’ di guanciale, russava, e russavan molti in cortile, per le scale e per istrada, chè era quell’ora presso l’alba in cui è più invincibile il sonno. Selvaggia, col capo tra le mani, non si sapea se vegliasse o dormisse. E Troilo, che col bere avea sperato cacciare i pensieri tremendi che l’infestavano, gli avea invece, e di giunta, resi più incomposti e spaventosi, si sentiva la mente turbata e sconvolta da mille strane ed enormi immaginazioni, per le quali gli parea vedersi passar innanzi gli occhi mille paurose e sfuggevoli forme, che gli empievano l’animo d’un nuovo e puerile terrore.

La quiete che l’attorniava, la torbida luce della lucerna morente, lo funestavano: drizzava con istudiata violenza il pensiero ai guadagni che avea sperati dal suo delitto, pensava: «domani a quest’ora avrò quello che ho tanto desiderato, avrò Laudomia, potrò farne il piacer mio! poi i Medici mi faranno grande, ricco, vivrò splendido ed onorato!» Ma queste immagini a un tratto avean per esso perduto ogni colore, ogni vita, non altrimenti che se fossero state fallaci larve, evocate da un genio malefico soltanto per allucinarlo e trarlo al delitto.

Arrabbiava vedendo messer Benedetto dormir riposato, e pensava: «Egli è pur maggior ribaldo di me! Non è più bravo di me, non ha più animo... eppure... eccolo là, russa come un majale, come avesse condotta a fine un’opera santa!»

In ultimo, impazientito, rabbioso di trovarsi cotanto vile, diceva: «Eh, via, ella è pur la gran fanciullaggine! pensiamo a metterci in via, e col sole spariranno quest’ubbie di femminelle» ed accostandosi risolutamente al Nobili, lo tirò pel braccio, dicendo:

—Animo! non è più tempo di dormire, e bisogna dar ordine ad avviarsi.—

Il vecchio si risentì, e mettendo il respiro lungo lungo due o tre volte, stropicciandosi gli occhi, e dicendo: «ohi! ohi!» nel primo moversi, chè la mala positura e la pressione dell’arme l’avean tutto indolentito, pur si rizzò, e presto fu interamente desto.

Selvaggia anch’essa, che in tutta la notte non avea mai profferita parola, s’accostò, e sedette alla tavola con loro; i soldati si svegliarono, i cavallari si diedero ad ammannire le bestie, ed intanto una arietta fresca e montanina, che, entrando per la finestra, spense l’ultimo raggio della lucerna, annunciava vicina l’aurora.

—Orsù, disse Troilo, ho pensato che i prigioni gli avviamo innanzi accompagnati da’ nostri uomini e da que’ villani Panciatichi. A voi non piaccion le scene.... avete detto. A me non piaccion piagnistei. Noi verremo dietro col nostro comodo, già la montagna è sicura da’ Cancellieri, e non v’è dubbio di nulla. Quando sarem verso Prato, voi, messer Benedetto, v’avvierete a Firenze, e ne menerete con voi Fanfulla, Bindo, Maurizio e la Lisa colla fante, che rimanderete a casa, al fatto suo ho già provveduto. Non le mancherà pane. Son gentiluomo, e so quali modi si debbon tenere... Selvaggia ed io prenderemo a man manca, e andremo alla villa di messer Baccio con Laudomia e Lamberto,—con ambedue abbiamo a discorrere.... e non dubitare Selvaggia, che di vendetta io te ne satollerò, purchè ad ogni accidente tu mi tenga il fermo.—

—Di questo non istate in pensiero, rispose con parlar tronco la donna: poi riprese, ma se date retta a me condurrete con noi anche Fanfulla cogli altri due invece di mandarli a Firenze. Se vi vanno, saranno messi in libertà probabilmente, chè il reggimento vuol Niccolò e non loro, ed appena sciolti, loro primo pensiero sarà mettersi in traccia di noi. Sapete che anime sono.... Fanfulla pel primo... io ve lo volli avvertire.—

—E troppo facesti bene! Oh! vedi, pazzo ch’io ero, non v’avevo posto mente! e se non eri tu potea succeder una bella danza. È vero che essi son quattro, e noi con Michele tre: ma essi son legati e senz’arme, e noi armati.... potremmo condur con noi uno o due di questi soldati... ma... a dirtela.... meno siamo e più l’ho caro.... ed in certi casi, quando si può far a meno d’aver testimonj, è sempre meglio... No, no, soli tra noi! Eh, diavolo, sarebbe una vergogna!.... Ehi, Michele! (gridò chiamandolo) portami dell’acqua!.... non so.... mi sento stonato.... che sia quel maladetto vino... mi sento un’arsura!.... sarem fuori una volta di queste maledette mura!—

Venne l’acqua, bevve, e si rinfrescò il viso, ed intanto i loro cavalli erano comparsi all’uscio. Troilo, il Nobili e Selvaggia si misero in sella, e lasciato l’ordine agli uomini d’arme ed a Michele del modo che dovean tenere nell’avviare i prigioni, voltarono per le strette vie di Gavinana in un luogo fuor di mano, di dove potean scoprire quando questi si fossero messi in istrada, con animo poi di venirli seguitando alla lontana.