CAPITOLO XXXIII


—E quale sarà quest’altro modo?—domandò Baccio, chè prendeva piacere alle costui ribalderie, ed alla buffonesca maniera con cui le narrava.

—Eccolo. Ma torniamo un passo addietro. Dai discorsi fatti in casa ho ritratto, che Niccolò disegna fuggirsene a Genova, al signor Andrea Doria, passando per Pistoja e la Montagna, e dormendo ad un podere ch’egli ha presso S. Marcello. Se farete a mio modo lo lascerete partire, chè, a volerlo pigliare in Firenze, non vorrei giurare che non nascesse qualche grave scandalo tra ’l popolo. Bisognava vedere jer notte in S. Marco tutti que’ suoi straccioni d’operaj, come gli offerivano di morir per lui!... Lasciamolo dunque andare, anch’io farò le viste di fuggire con esso loro.... e basta che mi diate cinque o sei uomini d’arme, che ci vengan seguitando alla lontana, ed a questi s’accompagnerà una persona che so io.... e non dovrebb’essere inutile.... Basta, questo sarà pensier mio..... questi soldati però converrà trovare uno che li guidi e sia uomo sicuro....—

—Anderò io!—esclamò il Nobili, che tremava non gliel avessero a ficcare in qualche modo.

Troilo lo squadrò da capo a piedi con un certo suo ghigno, poi disse:

—Be’.... verrete voi.... e costoro potranno vantarsi d’aver avuto un capitano, chè prima di trovarne un altro!.... Quando dunque siam nella montagna, coll’ajuto di parte Panciatica, se i nostri non bastassero, te li rimeniamo zitti zitti a Firenze, o, dirò meglio, qui, messer Benedetto, vi rimenerà Niccolò, e scavalcheranno al bargello. Io, quando siam verso Prato, prendo a man manca colla giovane e cert’altra brigata, e me ne vo’ alla villa di messer Baccio Valori a far i saldi col fattore, ed assaggiare un bicchier di buon vino, e messer Baccio mi darà una lettera affinchè, se avessi bisogno d’una camera, e di buttarmi sul letto un momento, non mi uscisser fuori che non han le chiavi.—

—E t’ho anche a tener la scala, birbone?—

—L’altro giorno, quando messer Benedetto qui vi si raccomandava pei fiorini di Niccolò, che per poco non si metteva a piangere, che vi diss’io? Ch’io non mercantavo a danari, e che un’altra cosa volevo... la cosa è questa.... e del resto non v’è nulla di male.... fo come gli antichi romani con quelle belle ragazze de’ Sabini....non vollero per amore? le ebbero per forza......

Ma quando avessimo riferito sin all’ultima sillaba il dialogo di questi birbi saremmo poi certi d’aver fatto cosa molto grata al lettore che n’ha già inteso quel tanto che basta alla chiarezza del nostro racconto? Lasciamoli dunque far le loro combriccole, chè non a tutti, se piace a Dio, toccherà cantare troppo allegramente vittoria; e vediamo che cosa avvenisse intanto in casa i Lapi, ove era ritornato Niccolò, ed avea già ricevuto la trista nuova della rotta delle bande italiane.

Appena gli venne recata da chi era stato dalle mura testimonio del fatto, allontanò da sè le figlie, che gli stavano attorno timide e piangenti, e che a stento ubbidirono ad un assoluto e ripetuto comando; e chiuso ch’egli ebbe l’uscio neppur se ne scostarono, origliando piene di sospetto e di timore, e pregando Iddio reggesse in quel momento l’animo e le forze del misero vecchio. Egli, rimasto solo, si lasciò andar ginocchioni appiè della nicchia, e poi venendogli meno ogni vigore, cadde colla fronte a terra e le mani giunte in atto di preghiera. Stimiamo inutile dir dello stato di quell’anima desolata, alla quale (vacillando persino in essa a momenti la luce della fede) parve esser derelitta oramai dagli uomini e da Dio; mandando un doloroso gemito, e volgendosi col cuore a chieder l’intercessione del martire, del maestro, dell’amico, che era certo potesse ascoltarlo dal Cielo:

—Oh! Padre santo, disse, tu in terra m’amasti.... perchè m’hai abbandonato? Oh! serba in me la fede, e toglimi la vita.... ch’io muoja, Dio mio! ch’io muoja, ch’io non posso regger più.... non posso più...—

E rimase muto, immobile, affranto sotto il peso d’un dolore, che essendo tanto ormai da ottenebrare e render confuse le operazioni dell’intelletto, fu in certo modo rimedio a sè stesso, togliendo per poco a quell’anima afflitta la facoltà di sentirlo; ma a un tratto si scosse da quel letargo, parendogli udirsi all’orecchio una voce sovrumana che gli diceva: chi è costui che vuol la mercede prima che il sol tramonti? che chiede riposo prima della fine del giorno? Chi t’ha detto sii oramai istrumento inutile, che non possa la patria aver bisogno di te? Gli antichi tuoi tante volte cacciati non ritornaron forse? Chi dispera mai della patria, se non i codardi?—

Alzò la fronte, stette sulle ginocchia, si rizzò alla fine Niccolò tutto mutato da quel di prima, la sua fiera natura, a guisa d’una valida e ben temperata molla d’acciajo che un soverchio peso può piegare, ma non rompere, risorse potente ed intera; e disse:

—Fuggiamo Firenze per ora, ed andiamo altrove a prepararle giorni migliori.... Io non li vedrò, morrò sulla terra d’esilio.... li vedranno i miei figli.... se me n’è rimasto alcuno.... li vedrà la patria.... E potei sciagurato! desiderar di morire?.... dopo novant’anni di vita, dovette venire il giorno ch’io avessi pensiero di me più che di essa?—

Udì in quella molti passi suonar nella camera vicina: immaginò fosser i suoi tornati dalla battaglia, pensò «E vi saran poi tutti?» e ponendo la mano alla chiave aprì, e con volto grave, mesto ma sicuro, accolse i giovani, ed accortosi dei due che mancavano, stette un momento sopra di sè, poi disse:

—Si può giovar loro? ajutarli ancora? E Lamberto rispose:

—Essi potran giovarci.... chè pregano ora per noi in paradiso.—

Niccolò, a voce bassa, rispose Amen; volse altrove il viso, e tacque per alcuni momenti, durante i quali dal moto delle labbra si potea conoscere ch’egli pregava; disse finalmente:

—Io non mi dolgo della loro morte incontrata per la patria.... io gli aveva allevati per questo... ma ben mi dolgo che l’incontrarono invano!.... Ma Iddio ha giudicato Firenze, e le sue iniquità furon trovate troppe!.... Ursù, figliuoli, l’ora dell’esilio è sonata per noi. Ricordiamoci quante volte gli antichi nostri si trovarono a questo passo; imitiamo la loro fortezza, la costanza colla quale vivendo anni ed anni sbanditi sepper preparare il loro ritorno, ed il trionfo della libertà: saremmo da men di loro?... Già vi parlai del mio disegno.... Andremo a Genova al sig. Andrea.... a quell’uomo che potè sottometter la patria, e pur la lasciò libera e di sua ragione. Egli accoglierà chi soffre per la libertà. Preparate tutto l’occorrente; a notte chiusa ci leveremo di qui, io, per non più tornarvi, voi, per ritornarvi, se piace a Dio, in tempi migliori.—

E volgendo l’occhio in giro ai muri e sul mobile della camera ove abitava da cinquanta e più anni, disse:

—Addio dunque per sempre, povera casa mia... avevo sempre creduto che in codesto letto avrei potuto morir in pace, in mezzo a’ miei figliuoli.... che le mie ossa avrebber potuto riposarsi con quelle de’ miei maggiori, nel nostro avello di casa, in S. Marco!.... Come Dio vuole!.... ovunque giacciano, il suono della tromba nel dì finale giungerà sino ad esse.... ed allora, troverò il compenso degli affanni presenti, se gli avrò saputi virtuosamente portare.—

Durante il discorso di Niccolò i giovani e Fanfulla erano stati co’ volti bassi e compunti, Laudomia, dopo aver pianto amaramente la morte dei fratelli, avea tacitamente, ed all’orecchio, domandato a Lamberto se fosse ferito, od avesse male nessuno, ed egli coll’accennar del capo (per non interrompere il vecchio) e con amorevoli sguardi l’avea rassicurata. E Lisa, appena eran comparsi, non vedendo con essi Troilo, n’avea domandato, tutta spaventata, a Fanfulla, che sottovoce anch’esso, e con brevi parole, la tranquillò sul fatto suo, dicendole che sicuramente sarebbe stato poco a comparire; onde le due donne se n’andarono ad attendere agli apparecchi del viaggio, pei quali, mancando oramai poche ore al calar del sole, non avean tempo d’avanzo.

Narrò allora Fanfulla dell’incontro del frate la mattina a porta S. Giorgio, mentre stavano per uscir di Firenze, e della taglia posta addosso a Troilo, e si mostrava in sospetto, non avendolo trovato in casa, avesse avuto a capitar male, ed il buon Niccolò entrando anch’esso in travaglio per quel traditore, che meno che mai credeva tale in quel momento, veniva tutto inquieto e pensoso dicendo se non convenisse mandarlo cercando; ma da chi? e dove? e poi pei cittadini conosciuti per Piagnoni era un brutto girar per Firenze in que’ giorni; e pel bene incerto d’un solo doveasi arrischiar la libertà e forse la vita de’ pochi rimasti?

Ma a toglier dubbi e timori comparve Troilo in quella, venendo di dove s’era fatto mercato del sangue, dell’onore, dell’avere di Niccolò, e presi quegli ultimi concerti che dovean compier l’esterminio di quella virtuosa ed infelice famiglia.

Il ribaldo venendo quivi s’era studiato, per quanto poteva, vestir il suo volto d’un’apparenza mesta e travagliata: ma un occhio accorto, e non prevenuto in favor suo, avrebbe di leggieri scoperto sotto quell’ipocrita maschera, la scellerata e mal repressa allegrezza che tratto tratto gli balenava negli occhi, parendogli d’esser giunto già già a por la mano al crine della fortuna, ed anticipatamente pascendosi col pensiero degli onori, de’ tesori, delle variate ed incessanti delizie onde vedeva ripiena oramai la sua vita, cui dovea intanto servir di principio l’acquisto di quella donna cotanto bella e pura, e per la quale s’era lungamente consumato in inutili desiderj.

Venne accolto con un abbraccio da Niccolò..... e gli resse pur il cuore di riceverlo e di corrispondervi! Conoscendo poi che conveniva dar qualche spiegazione sul modo onde avea passata quella giornata, disse, avviluppando mille bugie, che s’era affaticato a lungo per sollevare le bande di città, e narrò degli sforzi fatti, e dell’impedimento trovato alla fine per le disposizioni prese da Malatesta onde tener in freno le milizie fiorentine, ed in ultimo molto lamentandosi, e deplorando la comune disgrazia, disse, esser venuto per vivere o morire con Niccolò ed i suoi, e far quello ch’egli fosse per fare.

Il buon vecchio, che per quella frottola della taglia lo stimava martire della libertà, ed esposto più di tutti al pericolo della vita, gli disse, che a notte l’avrebbero, in mezzo a loro, condotto fuor di Firenze, e difeso contro chi lo volesse offendere, insino all’ultimo della vita, ed abbracciandolo, e nominandolo figliuolo, e facendogli animo l’accommiatò cogli altri, onde potessero trovarsi pronti ed a cavallo all’ora stabilita.

Mentre nelle diverse parti della casa s’attendeva con sollecitudine ai preparativi del doloroso viaggio, tenteremo, penetrando nel cuore d’ognuno, scoprirne, se pur si potrà, gl’intimi pensieri, descriver l’angosce di quell’intime ore che precedettero la partenza.

Niccolò, rimasto solo, sedette per riprender gli spiriti e riposarsi un momento; poi, alzatosi in piedi con un certo sforzo risoluto, pensò, prima d’ogni altra cosa, al modo di portarne seco le reliquie del Savonarola. Salito, non senza stento, su una sedia, spiccò la tonaca e tolse la ricca borsa, ov’erano le ceneri del frate, e le depose, non senza lagrime, in una cassetta, dicendo: «Almeno queste ch’io le abbia meco ov’io morrò.» Aperto poscia il suo priorista, che, per esser troppo grosso volume, pensò lasciare, insieme a molt’altre masserizie di casa, vi scrisse le seguenti parole:

«Ricordo che addì.... agosto anno 1530. Io, Nicholò di messer Clone, nella mia età di novant’anni, tre mesi, et quattro giorni, dovetti uscire di casa mia et della ciptà di Forenza venuta in potestà de’ Palleschi et di Sua Santità papa Clemente VII, inimici di questo popolo, quale si defendette insino all’ultimo virtuosamente et justamente, et havendo perduta la libertà, sia raccomandata almeno la sua fama agli huomini honesti, quae semper vivat. Et il nostro Signore Iddio habbia pietà de’ nostri peccati. Amen

Raccolte poi molte carte, e lettere, che trovate dal nuovo reggimento avrebber potuto nuocere a più d’un cittadino, ne fece un mucchio sotto il cammino, v’appiccò il fuoco, e mentre la fiamma le consumava, pensava: «A momenti il tuo focolare sarà spento per sempre, Niccolò!» Ed a coloro, cui è noto il senso, sto per dir religioso, che desta nell’anima il focolare della casa paterna, sarà pur noto qual fosse in quel momento il cuore del povero vecchio.

Dal cammino, accostatosi al letto, spiccò da una delle colonne un crocifisso d’argento, lo baciò, e per un cordone che v’era attaccato se lo infilò al collo. Esso stesso l’avea posto tra le mani irrigidite di sua moglie morente; esso ne l’avea ritolto prima che venisse portata alla sepoltura, e gli rammentava quella donna che forte ed umile, prudente ed insieme ingenua ed innocente, era stata l’allegrezza della sua gioventù, l’onore ed il conforto della sua vecchiaja; quella che avea passato seco tant’anni, ignota, per dir così, a tutto il mondo fuorchè al solo suo cuore. E Niccolò l’avea imperterrito e forte, ma non duro nè sconoscente, e nel prender ora quest’ultima memoria della donna sua, lo sentì commosso da mille giovanili rimembranze che avea credute egli stesso cancellate per sempre.

—Oh! quanti dolori ti risparmiava Iddio chiamandoti a sè prima di questi tempi di sventura!.. la morte di tanti figliuoli.... la rovina di Firenze... il caso della Lisa.... ed ora l’esilio....la fuga.... i disagi.... la morte in terra straniera. Oh Dio! tu fosti misericordioso!... io piansi allora.... mi lamentavo... Tu sapevi qual era il mio meglio! Ora ti ringrazio Iddio, io non soffro che per me solo.—

Dato poi sesto a varie cosucce, per uso della sua persona, e racchiusele in una valigetta, cavò da una cassa alcuni denari che vi tenea riposti pei casi improvvisi, ed erano il solo tesoro in monete che egli avesse; chè quelle cantine piene d’oro eran la solita favola che in ogni paese ed in ogni tempo corre tra il popolo sul fatto delle persone stimate ricche. Ricco difatti potea dirsi Niccolò, ma nè avaro, nè inclinato ad ammucchiare inutilmente il danaro, che invece teneva vivo girandolo pe’ banchi di Venezia, di Lione, di Genova, e delle principali città d’Europa, per la qual cosa nel suo esilio, non dovea, se non altro, temere la povertà.

Finito così ogni apparecchio sedè per riposarsi, ed alzando il capo s’accorse che la lampada appesa dinanzi alla nicchia, oramai nuda e vota, ardeva tuttavia. S’alzò di nuovo e con un soffio la spense: quell’atto, in apparenza così indifferente, fu un nuovo e pungentissimo dolore pel povero vecchio, chè dalla morte del Savonarola, da 32 anni, sempre avea mantenuto quel lume, era avvezzo a vederlo di dì e di notte, a volgervi gli occhi mentre orava, e durante le lunghe e solitarie veglie in che, per la vecchiaja, passava sovente l’intere notti.... ed ora, la sua camera priva di quel solito lume, gli parve come una cosa senz’anima, tutta nuova, morta e desolata, ripensò più amaramente in cuore a’ suoi figli uccisi, i quali tante volte erano stati seco in codesto luogo, che gli parve ora pieno di tanta tristezza da non potervi reggere, e gli nacque in cuore una fretta, una smania indicibile d’uscirne, e togliersi una volta a tante dolorose memorie.

E per verità, in codesta famiglia, il più infelice di tutti era Niccolò, che non trovava oramai nel futuro una sola speranza ove riposarsi.

Laudomia invece, mentre s’affaccendava nella sua cameruccia, ajutata da M. Fede, avea bensì gli occhi umidi ed il cuore trafitto pensando ai fratelli uccisi, ai mali della patria, al dolore del padre, vedendosi balzata a un tratto tra genti incognite e lontane, fuori di quel tetto al quale eran congiunti i pensieri, le gioje, gli affetti di tutta la sua vita... ma Lamberto, che sarebbe stato sempre al suo fianco lontano da tanti pericoli, non era forse un compenso bastante, un rifugio, una speranza? E finchè dura la speranza chi è pienamente infelice?

Una al tempo stesso ne avea in cuore la povera Lisa, che la reggeva contro la presente sventura. Sperava, infelice! ricuperar l’amore del marito (chè il sospetto, la certezza quasi d’averlo perduto le rodeva il cuore con sorda e ostinata lima) quando si trovasse con lei sola, in paesi lontani, discosto da’ compagni e dagli amici ch’ella stimava l’avesser disviato da lei: quando passandola vita fuori di tanti pericoli, di tanti continui rimescoli, placida e tranquilla, pensava avrebbe potuto ritornar in salute, bella e fresca come una volta.... ed in mezzo ai tanti guaj presenti, trovava nella sua ferace fantasia mille sogni di felicità; si figurava il marito festeggiato, accolto con ammirazione pe’ suoi modi, per la sua bellezza, tornato per lei come prima, tutto amoroso e confidente, e si godeva in questo doppio trionfo, chè la poveretta non avea cuore, non avea pensieri se non per Troilo, ed ogni giorno più sentiva consumarsi d’amore per quel ribaldo.

Era intanto tramontato il sole, ed a S. Maria Maggiore sonava l’avemmaria della sera. M. Fede entrò in camera di Niccolò portando una lucerna accesa, e, come usano i servi in Italia quando, sull’imbrunire, arrecano il lume ai padroni, disse per abitudine «felice notte!» senza pensare che in quel momento tali parole parean pur troppo una derisione. Sorrise mestamente il vecchio, ed intanto entraron taciti i giovani, le figliuole e Fanfulla, che s’ era protestato non volerli abbandonare sin che non fosser tutti ridotti in salvo.

Disse Lamberto, che ogni cosa era in pronto per la partenza, e che consigliava affrettarla prima che la notte più s’innoltrasse, per evitare il pericolo di esser trattenuti alla porta, d’onde dopo un’ora di notte non s’usciva se non con grandissima difficoltà. Eran già apparecchiati al portone due muli sui quali si stava caricando il bagaglio, ed il famiglio di Lamberto, ajutato dalla fante, venne a prendere intanto e portò fuori quello di Niccolò.

Gli apparecchi di quella partenza non poteron, come ben si comprende, farsi tanto segretamente che il vicinato non se n’avvedesse, e la voce n’era già corsa tra il popolo minuto, per mezzo il quale trovandosi molti operaj a’ servigi di Niccolò, e non pochi di quelli che gli s’eran profferti la notte innanzi in S. Marco, cominciarono a radunarsi, e far cerchielli, e parlar tra loro, ricordando che avean promesso difenderlo, e facendosi animo gli uni cogli altri a non lasciar che senza compagnia si mettesse per istrada in momenti di tanto pericolo.

Questi poveri uomini furon presto risoluti, e mandaron il Bozza a casa i Lapi onde s’informasse destramente da qual porta pensasse uscir Niccolò; e saputo da uno de’ cavallari ch’egli prendeva per Pistoja si divisero in due truppe; e molti uscirono (alla sfilata però) per Porta Prato, dandosi il ritrovo in un campo fuor di strada presso S. Donato, e gli altri si sparsero intorno alla casa, per via dei Conti, sul canto de’ Carnesecchi e sulla Piazzetta, per far testa ed esser pronti nel caso che, da chi si fosse, si volesse disturbare od impedire codesta partenza.

Troilo, da una finestra, vide questa ragunata di popolo, e disse tra sè:

—Ve’ s’io m’apposi pensando che menar costui prigione in Firenze era un brutto rischio!—

Finalmente l’ora era giunta, pronti i cavalli, avviato già innanzi il bagaglio, e negli ultimi momenti, mentre la famiglia radunata se ne stava sospirosa ed in silenzio, s’era sentito pei piani superiori della casa il sordo ed interrotto strepito degli usci che si serravano, de’ chiavistelli, degli arpioni che venivan messi per tutto, e questo rumore si veniva accostando a misura che M. Fede scendeva assicurando l’imposte e rivedendo in ogni parte se si lasciasse nulla fuor d’ordine, nessun’entrata ai ladri, e pensando persino all’acqua nei casi de’ temporali, e diceva, mezzo piangendo:

—Tante fatiche! Tante cure! e poi lo sa Iddio in che mani capiterà questa povera casa! Altro che ladri! ho paura.... Oh! la Madonna Santissima ci aiuti.—

E così terminati questi assetti se ne venne in camera di Niccolò, e rimase appoggiata allo stipite dell’uscio, quasi volendo significare che avea oramai pensato a tutto, e che quanto ad essa era lesta, senza volerlo espressamente dire, chè non le reggeva il cuore dar proprio lei il segnale, per dir così, della partenza.

Il vecchio intanto pareva agitato da una nuova inquietudine, e disse alla fine, avere mandato per uno de’ garzoni di stalla un breve a Fra Zaccaria in S. Marco per offrirgli d’uscirsene di Firenze con esso loro, e commettendogli di proporre al Fojano questo modo istesso di scampo, chè tutti e due, per le loro prediche fatte durante l’assedio in favore della difesa, portavano ora pericolo grandissimo.

—Io non mi so risolvere a partire prima di sapere se possiamo ajutar questi frati dabbene.—

Fanfulla, senza contrastare a questo generoso pensiero, mostrava però col viso, e con un certo irrequieto moto della persona, ch’egli non approvava in quel momento maggiori indugi, e Lamberto, che la pensava al modo stesso, propose, che andasse intanto innanzi alla porta e parlasse col capitano, onde disporlo a non metter impedimento alla loro uscita, e Niccolò gli diede cinquanta ducati affinchè la pratica più sicuramente riuscisse.

Partito Fanfulla, dopo un altro poco comparve finalmente la risposta di S. Marco. Scriveva Fra Benedetto, esser già in salvo i due frati (egli così credeva; ma il Fojano era stato preso all’uscir travestito di Firenze) e pregare Iddio che conducesse del pari a salvamento Niccolò e tutti i suoi. Questi, mettendo allora più libero il respiro, disse, alzandosi con una prontezza che ben si vedeva non naturale:

—Ora dunque andiamo.... E Iddio, che vede la nostra ragione, sia quello che ci ajuti.... Figliuoli miei, (disse fermandosi a un tratto) voi tornerete un giorno in questa casa, in questa camera, senza me: ricordatevi allora di Niccolò e de’ suoi avvisi. Se avrete autorità nessuna in Firenze, non vi fidate nè de’ grandi, nè di soldati e capitani mercenarj.... chè per cagion loro noi perdiamo oggi la patria.—

E gettata intorno un’ultima occhiata, soggiunse, con voce ed aspetto che pareva tranquillo:

—Andiamo.—

Così tutti insieme alla fine si mossero: gli uomini muti e pensosi, le donne piangenti, e venuti a! portone uscirono in istrada, e gli uni dopo gli altri messisi a cavallo, s’avviarono con quest’ordine: precedeva Niccolò messo in mezzo da Bindo e da Fanfulla: seguiva Lamberto al fianco di Laudomia, poscia Troilo colla Lisa che aveva in collo il fanciullo; e venivan ultimi M. Fede e Maurizio. Mentre Niccolò, non senza fatica, montava a cavallo, erano concorsi ad esso molti di que’ popolani che s’aggiravano intorno alla casa, e chi gli teneva la staffa, chi tentava sorreggerlo ed ajutarlo, alcuni piangendo gli abbracciavan le ginocchia o gli baciavano i piedi, dicendogli parole piene d’affetto, di venerazione, benedicendolo e facendogli animo, ed il Bozza, appoggiata una mano sulla groppa del cavallo, e coll’altra vivacemente gestendo, esclamava:

—Non dubitate, messer Niccolò, che no’ siam qui noi, e camperete pure a dispetto de’ ribaldi e de’ traditori!—

Ed il vecchio, co’ cenni e con qualche amorevole parola rispondendo a queste dimostrazioni s’avviarono, e giunti a Porta al Prato trovarono che Fanfulla avea con poca fatica ottenuto d’aver libero il passo, ed uscirono senza ostacolo accompagnati da molti di quegli artefici, ringraziando Iddio di non aver quivi incontrato impedimento: non sapean essi che questa cotanta facilità era per ordine espresso di Baccio, che assai accortamente seguiva in quest’occasione il consiglio di Troilo.

Quando, usciti fuor di porta, presero la via di Prato, il cielo era oramai tutto sparso di stelle, e soltanto all’oriente splendeva, dietro le masse scure ed addentellate de’ monti, una striscia di luce rancia, sulla quale campeggiavan lunghi nuvoli neri tinti appena qua e là sugli estremi e più bassi lembi d’una luce languida e rossastra.

L’afflitta comitiva, parte in sella, parte a piedi, camminava senza profferire parola, nè produrre altro strepito fuorchè quello del calpestio de’ pedoni e dello scalpitar de’ cavalli: l’aspetto della campagna fosco e tranquillo, stillava al cuore una pace dolce e mesta ad un tempo: giungeva all’orecchio con certa regolare intermittenza il fioco e tremulo cantar de’ grilli, ed i spessi e diversi sibili di quelle innumerabili generazioni d’insetti che danno vita ai silenzi della notte senza turbarli. La placida quiete della natura contrastava pur troppo coll’agitazione, co’ dolorosi pensieri di que’ poveri afflitti. E chi, percosso dalla sventura, e trovandosi a caso in luoghi ameni, vedendo una bell’aurora, un tramonto, una notte serena, non ha provato un senso d’amarezza, quasi d’insulto alla sua miseria? Forse, perchè l’ordinata e perenne stabilità della natura, paragonata colle mutazioni continue della condizion nostra ci raumilia e ci fa accorti della nostra piccolezza.

Dopo un tratto di strada, giunti su un poco di rialto, di dove si potea forse ancora discernere gli edifizj e le torri di Firenze, Niccolò rattenne la briglia, si volse indietro, e stringendo le ciglia rivolse a vedere per l’ultima volta, o così gli parve, la massa bruna della cupola del duomo. Stese verso essa le braccia quasi salutandola, mise un sospiro profondo, e senza aprir bocca, senza che alcuno de’ suoi osasse parlargli, punse il cavallo e si rimise in via.

La compagnia, che gli aspettava a S. Donato, s’era intanto congiunta con loro, senza strepito o voce nessuna, e quei poveri popolani, stimandosi beati di poter difendere e condurre in salvo Niccolò, venivan di buon passo, senza curarsi del disagio, nè del pericolo, finchè, dopo quattr’ore di viaggio, giunsero a Prato. Girate le mura e ritrovata la strada di Pistoja, volle Niccolò fermarsi e lasciare che chi veniva a piedi si riposasse, ma costoro non lo soffersero, e fattisi in molti intorno al suo cavallo, lo pregarono riprendesse pure il viaggio (chè ogni ritardo poteva esser pericoloso) affermando non esser in verun modo stracchi, ed in fatti non eran uomini che facilmente si lasciassero vincere dalla fatica.

Così camminando tutta la notte si trovarono verso l’alba presso la porta di Pistoja, ed oramai bisognava agli uomini ed alle bestie conceder cibo e riposo. Prendendo a destra per certi tragetti, riuscirono al di là della terra verso la montagna, sulla via di Modena, ove, mettendosi pe’ campi, trovarono un seno del poggio assai ben nascosto da cespugli e da gruppi foltissimi di castagni, tra i quali entrati in quella appunto che si faceva loro il dì chiaro addosso, scavalcaron tutti, e per cura de’ giovani e di Fanfulla vennero presto disposte in terra coltri e mantelli, tantochè alle donne ed al vecchio facessero un poco di letto.

Quivi si riposarono tutto quel giorno, e rinfrescatisi il meglio che potettero, verso sera parve a Niccolò riprendere il viaggio. Prima però di avviarsi, chiamati intorno a sè quelli che gli avean sin qui servito così amorevolmente di guardia e di compagnia, e pe’ quali non pochi aveano in animo di passare innanzi, disse loro:

«Figliuoli miei, è giunta l’ora che noi ci dobbiam lasciare. Che posso io dirvi se non che io vi ringrazio e vi porto meco nel cuore, e non mai ne’ pochi giorni che m’avanzan di vita mi scorderò della cortesia, dell’amore che m’avete dimostro? Se e vero che la benedizione d’un vecchio venga raffermata da Dio, io ve la do questa benedizione, ed egli sa con che cuore! io, povero vecchio, non posso in altro modo rimeritarvi.... Ora tornate alle case vostre.... a quella patria venerata e santa ch’io non debbo riveder più, e che voi certamente rivedrete un giorno libera e felice.... la sera, quando farete l’orazioni co’ vostri figliuoli, pregate anche per Niccolò, pregate pe’ miei figliuoli morti in questa guerra.... io sarò sotterra, in paesi lontani.... ma la mia memoria sarà tra voi, sarà viva in questa patria per la quale non venni fatto degno di poter morire.... ecco l’ultimo mio desiderio, l’ultima speranza che mi rimane.... E Dio vi benedica tutti, e addio per sempre.»—

Queste parole vennero pronunziate da Niccolò con voce vacillante per la commozione che provava, mentre già era a cavallo con tutti i suoi; finito il dire allentò la briglia, volse un’ultima occhiata a quelli che rimanevano, e che immoti ed attoniti fissavano in esso gli sguardi, ed alzando la mano in segno di saluto, o forse accennando il cielo, prese la via tra gli alberi, e si tolse dagli occhi loro.

Ritrovata la strada maestra, principiarono a salire, sinchè scavalcato il giogo si trovarono nella valle del Reno, dalla quale, dopo breve tratto, volgendosi a mano manca, e venuti sulle cime dell’Oppio, s’aprì loro d’avanti la bella valle ove giace S. Marcello e Gavinana, e che può dirsi il cuore della montagna di Pistoja.

Chi visita ai dì nostri codesto paese non vi trova se non amenità di luogo, pace, ricchezza e cortesia tra gli abitanti. Il tempo, che tante cose guasta, taluna pur ne migliora, ed ha quivi spento del tutto gli antichi furori di parte, e cancellatane persin la memoria[68]. Le braccia che avanzano all’agricoltura trovano come adoperarsi nel lavorìo delle cartiere stabilite da una casa che rammenta uno de’ primi nomi delle lettere italiane[69], ed impiega le sue ricchezze nel modo il più nobile, perchè il più utile all’universale. Quest’industria, ed i varj traffici, rendono codesti popoli operosi ed agiati, e perciò felici e tranquilli.

Troppo diversamente andavan le cose all’epoca della nostra istoria, e non avrà dimenticato il lettore le dolorose e crudeli vicende di S. Marcello, nè la furibonda rabbia da’ Cancellieri. Dopo quel fatto, rotto il Ferruccio, eran mutate le parti e le fortune, e con impeto e rabbia altrettanta, e maggiore, aveano i Panciatichi sopraffatti, perseguitati e distrutti i loro nemici, rovinandone, ardendone persino le case e le messi, ed i nostri viaggiatori, benchè fosse notte, presto scopersero i segni di quelle devastazioni.

Qua eran viti sbarbate, alberi fruttiferi rovesciati, o segati al pedale; là un campo ov’era stato messo il fuoco, nero, arsiccio, coperto di ceneri; ora un tugurio arso, e del quale non avanzavano che i quattro muri, ora qualche casa di gente più agiata depredata da saccomanni, parte rovinata, colle porte sconfitte, sgangherate; rotte l’invetriate, scontorte e pendenti le imposte, se pur taluna ve n’era rimasta, tutto poi desolato, silenzioso, voto d’abitatori; e questi, Dio sa che fine avean fatta! se erano stati morti, se avean potuto scampare, se eran abbruciati, o sepolti sotto lo rovine a caso, e forse racchiusivi a bella posta onde sentissero lunga lunga la morte. Lamberto riconobbe i luoghi, le case che avea pochi giorni innanzi vedute, passando, in buon essere, e diceva a Niccolò:

—Ecco la vendetta di S. Marcello! La non s’è fatta aspettare.—

Mentre diceva queste parole, passavano appunto innanzi ad una casa peggio ridotta dell’altre, ed in molte parti diroccata, tantochè i mattoni, le travi, i calcinacci caduti, mezzo ingombravan la via, quando udirono da una buca a fior di terra d’una cantina, ’o legnaja che fosse, uscire un lamento fioco d’una voce che chiedeva misericordia per Dio!

Si fermaron tutti al momento. Scavalcaron Fanfulla, Lamberto e Bindo, e cacciandosi tra que’ rottami, e chiamando spesso per potersi dirigere, ed udendo rispondersi quell’istesso lagno debole e spento, mentre Niccolò e le donne con aspettazione grandissima li stavan guardando, s’accorsero alla fine d’una figura umana che, strascinandosi a stento carpone fuor della buca, disse con voce che fece aggricciar le carni a tutti.

—Oh, bene, ammazzatemi! ch’io non reggo più a questi tormenti, ma prima un po’ d’acqua per Dio.... Oh, l’acqua fresca, e poi morire!—

Presero quel disgraziato a braccia e lo portarono in mezzo alla strada, e Bindo corse al torrente Limestra, al quale eran vicini, e tornò coll’acqua, che quegli bevve avidamente, e lasciandosi cader il vaso delle mani alzò la fronte il meglio che potette, e disse per ringraziamento:

—Ora più non vi temo, ammazzatemi, e l’avrò caro.... che maladetti siate con tutta la parte Panciatica!—

E Lamberto, raffigurandolo, esclamò:

—Tu sei il capitan Melocchi!.... Oh! come sei tu qui?—

—Ah! rispose il moribondo (che tale oramai si potea dire), io v’avea tolto in iscambio, v’ho creduti una mano di Panciatichi.... La casa mia (proseguiva con tanta quanta la rabbia che potea esprimere in uno stato di tanta debolezza) la parte cancelliera è disfatta.... io ferito, tutto rotto e pesto, da quattro giorni vivo costà nascosto... ora i tormenti!.... la sete! Ho detto m’ammazzino, ma bere! Ah, che non l’hanno avuto il gusto que’ cani di veder morire il Bravetto!....—

E rise. L’affanno dell’agonia cresceva.

—Oh.... se è vivo, mio cugino.... Giovanni... ditegli che è stato Piero che m’ha dato.... E.... si ricordi....—

Qui non si potè più capire che cosa dicesse, parve però pronunciasse la parola ammazzarlo, che gli si spense tra le labbra insieme colla vita.

Il cadavere venne tirato da canto, tanto che non venisse calpestato da’ muli e da’ cavalli che passassero. E la brigata riprese il suo viaggio, funestata, come può credersi, da questa brutta e disperata fine, e Lamberto disse:

—Tu non meritavi altra morte che codesta!—E Niccolò:

—Abbia Iddio, se è possibile, pietà di quel forsennato.—

Nè Lamberto, nè alcun altro di loro non conoscevano questo Giovanni nominato dal Melocchi: ma l’avessero anche conosciuto, sarebbero, come si può credere, stati poco disposti a fargli la perversa ambasciata.