CAPITOLO XXXII.
Eran già quasi due ore di sole quando le bande del Vitelli, alle quali s’erano accostate tutte l’altre italiane del campo, si trovarono in punto di prender le mosse per condursi ad affrontar gli spagnoli.
Il cielo spazzato dal temporal della notte splendeva d’un bel turchino diafano e netto, che si sfumava all’orizzonte in una tinta dorata e vaporosa sulla quale spiccavano lunghe strisce di nuvole leggermente posate sulle creste de’ monti: pe’ fianchi di queste, le ombre portate dalle nubi, si stendevano in aspetto di macchie turchino-scure, mentre le parti percosse dai raggi del sole si vestivano di caldi e variati colori onde si tinge la campagna in sul finir della state. L’atmosfera tutta era come un mare di luce candida e purissima, che lasciava minutamente discernere anco gli oggetti lontani, tantochè gl’italiani radunati a Giramonte eran veduti distintamente da tutti i punti del campo, d’onde i soldati concorrendo sui luoghi alti, sulle trincee, su ogni sporto della collina, stavano ad osservare quel movimento, come spettatori ad una festa, tutti curiosi ed allegri di veder un qualche bel fatto.
Sulla spianata della Torre del Gallo, che a poca distanza domina Giramonte, era D. Ferrante Gonzaga, Alessandro Vitelli, il conte Pier Maria e molti de’ primi dell’esercito, e considerando, tutt’altro che allegri, la gravità di quel disordine, stavan goffi ed attoniti nella forma appunto di quel mandriano che ci servì poc’anzi di paragone. Vedevan come cominciava la cosa, ma non potean prevedere come sarebbe finita, e sapevan ch’egli è de’ soldati come de’ puledri (anche qui la similitudine combina) cominci uno a far il matto, e coll’esempio ne fa scatenar cento.
Dall’altra parte, le bande spagnole alloggiate per la costa sotto Bellosguardo e M. Uliveto, avvisando quel che a loro danno si preparasse, sollecitavano ad allestirsi, armarsi, e mettersi in ordine; quantunque assai di mala voglia si trovassero al punto d’azzuffarsi cogl’italiani, non per viltà di animo, ch’erano ardita ed ottima gente, ma perchè invece di far quistione, avrebber preferito mettersi tutti d’accordo per entrare a forza in Firenze e metterla a sacco.
Non potendo risolversi a rinunziare alla speranza di questo benedetto sacco, stabilirono mandare a D. Ferrante due de’ loro capitani, pregandolo ad interporsi, e rimettendosi in lui per quelle soddisfazioni che, salvo il loro onore, avessero a dare agli italiani per rappacificarli, e cancellar ogni passata ingiuria. Si mossero i due messi, e, giunti alla Torre del Gallo, esposero al capitano la loro ambasciata; egli l’ascoltò di mal umore, colle braccia intrecciate sul petto, ed alla fine diceva adirato:
—Chi volete voi che possa far capir la ragione a quei demonj!.... siam proprio in tempo, alla fediddio!.... Guardate!—
E difatti in quel momento appunto, s’empieva l’aria delle grida di costoro, della voce de’ capitani che ordinavan la mossa, del batter fragoroso e celere de’ tamburi, dell’acuto fischiar de’ pifferi... Si vedeva quelle profonde e serrate battaglie (chè non si usava allora l’ordine sottile delle moderne fanterie) tutte ispide e lucenti d’alabarde e di picche, all’incirca come il pettine d’uno scardassiere volto sott’insù, si vedevano, dico, dar que’ primi crolli gravi ed ondulati d’uno squadrone che prende la mossa, s’udiva il sordo e regolare percuotere di tanti piedi, e per dir il vero, l’aspetto di quelle genti non dovea dar molta speranza che s’avessero a poter frenare o volger come si volesse colle sole parole.
Le battaglie intanto venivan scendendo la costa ora di fronte ed intere, ora piegandosi e rompendosi talvolta, e poi tosto rannodandosi secondo volevano i luoghi o la giacitura del suolo, ma sempre ordinate. Innanzi, ed ai fianchi del grosso d’alabardieri ond’eran formate, venivan più radi buon numero d’archibusieri, reggendo colla manca il calcio della loro arme appoggiata sulla spalla, e colla destra portando la forcina e la corda accesa: alcuni invece d’archibusi tenean ritti colla punta all’insù grandissimi spadoni a due mani, di quelli che, appesi in oggi per ornamento nelle nostre sale, cavan di bocca a chi per la prima volta li vede, quella novissima esclamazione: «Che braccio dovevano avere i nostri vecchi!».... I capitani ed i sergenti, camminando in atto bravo innanzi alla fronte colle spade sguainate, e con targhette o rotelle al braccio, tutte intarsiate e miste d’oro, con una frangia intorno all’estremo lembo, ed un’acuta punta nel centro, vestivan corsaletti e cosciali d’acciaio, sotto i quali scendevano in larghe pieghe sino al ginocchio calzoni raccolti pel lungo da strisce di panno, mentre le gambe coperte d’una calza stretta alla carne mostravan tali muscoli da non lasciar sospetto che potessero mai venir meno a nessuno sforzo. Non parliamo de’ visi abbronzati, fieri, veramente marziali, dalle barbe, da’ baffi ridotti a non mostrare se non occhi e naso, nè dello strano atteggiarsi, del muoversi da bravaccio che era ne’ modi de’ soldati di quella età.... per dare una idea di così minuti particolari, non meno che del modo d’ordinarsi degli eserciti d’allora, val più il pennello che la penna, ed un’ occhiata alle pitture del Vasari in Palazzo Vecchio, o a qualche incisione del secolo XVI, spiegherebbe assai più d’ogni descrizione.
Mentre queste genti si movevano così sicuramente all’assalto, parve però a D. Ferrante non ci stesse dell’onor suo lasciar seguire un tanto disordine senza pur muovere un dito per impedirlo; e non curandosi di compromettere la sua autorità, che pur sapeva non esser molta sopra l’esercito, salito su un suo muletto, e seguito da Vitelli e da pochi ufficiali, scese ad incontrare gli ammutinati. Giunto vicino ad essi, alzò la mano, accennando ai tamburi di sostare, e mostrando voler parlare, ma nè i soldati gli badavano, tirando pur innanzi, e piuttosto guardandolo in cagnesco, e così i capitani, nè i tamburi cessavano dal battere, ond’egli alzando la voce procurava superar quel frastuono, ma soltanto qualche parola, qualche sillaba senza senso potè, per dir così, sormontare e salvarsi dal generai naufragio del suo discorso. Ma potè ben egli udire invece di molte ed ingiuriose parole che gli vennero scagliate di mezzo alle file da polmoni che sapean dirla con vantaggio co’ tamburi e co’ pifferi, ed una voce di toro fu udita gridare fra le altre: «Levati, levati, mangia ranocchi!» alludendo ai molti che si trovan negli stagni di Mantova, patria di D. Ferrante. Visto alla fine ch’egli dava in nonnulla, si levò di quest’impresa disperata, e volto dispettosamente il muletto, ritornò di donde era partito non senza un poco cortese accompagnamento d’urli, di schiamazzi e di fischiate.
Giunte le bande sul piano di Baroncelli, luogo nel quale sorge in oggi Poggio Imperiale, d’onde con poca via erano per iscender ove vedean gli spagnoli apparecchiati ad aspettarli, si fermarono un momento per ristringere l’ordinanza.
In una delle prime file eran Averardo e Vieri, armati di due lunghe partigiane, ed accanto a questi, venivan, cogli archibusieri, Lamberto, Fanfulla e Bindo. Mentre ognuno osservava e metteva in punto le sue armi, l’uno affibbiandosi più stretta una correggia, un altro allacciandosi meglio il morione, soffiando taluno sulla corda onde non si smorzasse, ed i capitani rivedendo le file e facendo mutar di luogo ora questo ora quello, secondo parea loro venisse meglio, riguardo alle stature ed alle forze d’ognuno, Lamberto veniva osservando l’aspetto degli spagnoli attellati in fondo alla piccola valle, al di là della strada Romana che pel lungo la divide. Vedeva que’ serrati squadroni d’uomini di mezzana statura, è vero, ma robusti, tarchiati, invecchiati nelle guerre, e i migliori fanti che fossero allora in Europa, e prevedendo quanto terribile sarebbe stato lo scontro, sentiva grandissima apprensione per Bindo, che gli stava innanzi a tutti e non trovava luogo, come un barbero alle mosse, smanioso d’attaccar la battaglia. Volerlo ritrarre?.... neppur pensarci. Lamberto fece d’occhio a Fanfulla, e senza parlare, per non esser udito dal giovanotto, espresse così chiaramente col volto e col gesto l’idea «stiamogli vicino e difendiamolo» che Fanfulla l’intese benissimo, ed accennò due o tre volte di sì col capo, con tale espressione, che valeva assai più delle parole.
Contento così Lamberto, si volse ai soldati, che, per tacito consenso, avendolo udito così animosamente parlare, lo tenevano in quella fazione quasi in conto di capitano, ed alzando la voce, per esser udito da quanti più si poteva, disse con volto pieno d’una nobile e fiera allegrezza:
—Orsù, fratelli, ci siamo.... Ci siamo una volta a poter combattere non per chi ci paga, e ci dispregia insieme, ma per noi finalmente, per la nostra nazione, per decidere, viva Dio, se veramente meritino gl’italiani d’essere il bottino di tutti i popoli, il ludibrio e lo scherno di tutto il mondo. Sia benedetto Iddio, che per una volta mi è toccato combatter contro genti, tra le quali non vedo un sol volto italiano! Ora, non vi dico altro... Firenze ci guarda.... ci guarda tutto il campo, il fiore di tutti i bravi d’Europa.... chi si pentisse è a tempo.... vada con Dio.... chi ama la patria, l’onore, la gloria, mi segua, e se do addietro m’ammazzi.—
I tamburi batterono la marcia, ed al grido di viva Italia! che scoppiò ripetuto mille volte, si mossero tutte insieme le bande, e scendendo velocemente colle picche spianate giunsero al basso, attraversarono la strada e si serrarono addosso agli spagnoli che, immobili, e rispondendo viva Espana, ad arme parimente abbassate, gli aspettavano; colle bandiere gialle e vermiglie ondeggianti, con un rumor di tamburi, di pifferi e d’altri militari istrumenti che andava al cielo, ed al quale rispondevan l’eco e le grida lontane di tutto il campo. Prima che le due truppe nemiche si congiungessero era già incominciato il tempestar dell’archibusate, e vedevi or qua or là i soldati fermarsi, calar veloci l’archibuso sulla forcina, sparare e rimettersi tosto in via ricaricando; e quegli squadroni che poco innanzi si discernevano così splendidi e netti, cominciavano or qua or là ad esser velati, ed interrotti da globi di fumo che comparivano a un tratto, si ravvolgevano candidi e densi, e si sfumavan tosto diradati e dispersi dal vento.
Ma quando la prima fila delle bande italiane, coll’impeto suo proprio, e con quello che le aggiungeva da tergo la profondità delle battaglie, venne a dar di cozzo nelle genti di Spagna, sorse un nuovo e più alto fragore di ferri, d’arnesi, d’armi percosse, simili a quel cupo e sonante ruggito del mare quando rompe lontano in una lunga scogliera, o piuttosto allo scroscio tremendo di due grosse navi da guerra che s’urtano gettate l’una contro l’altra dalla tempesta.
Tra quelli che miravan dall’alto questo terribile spettacolo cessarono a un tratto le grida, cessò ogni voce, guardando tutti intenti e maravigliati quelle due masse d’uomini combaciati e prementesi l’una contro l’altra, così che non ne formavano oramai che una sola; le vedevano ondeggiare, ora perdendo, ora riguadagnando il terreno, piegandosi or innanzi ora indietro quella selva di picche per mezzo la quale, seguendone i moti, sventolavan tra i lampi del ferro, pennoni, stendardi, pennacchi di mille colori; vedevan nel mezzo ove era più stretto e furibondo il combattere, guizzar rapido, errante e confuso il luccicar dell’armi, che maneggiate velocissimamente, riflettevano in mille modi i raggi del sole; vedean tratto tratto in quella calca farsi dei vani pel cader repentino de’ feriti o de’ morti, ma in un baleno si riempivan i voti, chè altri calcando i caduti senza guardar se fossero amici o nemici, n’occupavano il luogo, e spesso per cader loro sopra dopo pochi momenti. Quando il fumo sorgendo a caso più denso in qualche parte, spandeva l’ombra sua sui combattenti, apparivano i tiri degli archibusi più spiccati in quello scuro, con un saettar fitto e lucente di lingue di fuoco, che impallidivano poi o sparivano affatto ove a quell’ombra succedesse la luce del sole.
Malgrado l’enorme e discordante fracasso prodotto dall’incessante scarichìo di moschetti, dal batter celere de’ tamburi, dagli urti, dalle percosse scambievoli, ed anzi vincendo questo frastuono, s’alzava tratto tratto un terribil grido di vittoria da quella delle due parti cui pareva ottener sull’altra un qualche vantaggio, ed ora il grido d’Italia, ora quello di Espana risuonava per l’aria ed era accolto dagli spettatori con altrettante grida e schiamazzi, e batter di mani come usavano gli antichi stando nel circo a veder i giuochi de’ gladiatori.
Ma questo spettacolo, che veduto in distanza appariva splendido, ed aveva in se, sto per dire, un non so che di gajo pel lustrar dell’armi, la ricchezza de’ colori e de’ fregi, e per la bellezza del cielo che lo rischiarava, veduto d’appresso era oltre ogni dire terribile e doloroso. L’accanimento della mischia, pel quale i soldati si lasciavan trapassare dall’alabarde piuttosto che cedere un palmo di terra, facea sì, che ai caduti era maggior ventura venir a terra morti che non feriti: a questi toccava una fine più disperata mentre spiravan l’anima nell’ultime angosce calpestati da tanti piedi; e s’udiva tra le gambe de’ combattenti (chè vedere non si poteva per la gran calca) urli rabbiosi, bestemmie, gemiti, grida dolenti, e talvolta qualche voce pietosa invocare Iddio. Il sangue, per essere il suolo un poco in pendìo, veniva qua e là uscendo a piccioli rigagnoli dalle file raccogliendosi in pozze ne’ luoghi concavi e bassi, tante eran già state le morti da un’ora o poco più che si combatteva, senza che si potesse ancora in verun modo prevedere a chi dovesse rimaner l’onore della giornata.
Ma non era possibile che una così furiosa battaglia durasse a lungo indecisa; e stava oramai per traboccar la bilancia.
I nostri giovani, che insieme con Fanfulla avean combattuto tra’ primi con quell’ardire e quell’impeto che si può immaginare, chè combattevan sempre stretti allo stendardo, tutti trafelati, pieni di sudore e di sangue, tra mucchi di cadaveri, pei quali male potean maneggiarsi ed appena trovavano ove fermare i piedi, chè il suolo, anco ne’ luoghi scoperti, non era se non una mota sdrucciolevole e sanguigna, vedean di fronte tra un folto di nemici sorgere lo stendardo maggiore delle bande spagnole retto da un banderaio, uomo di terribile aspetto, e, cosa rara tra loro, di statura altissima e di colossale struttura.
Lamberto, conoscendo esser venuto quel critico momento dal quale nelle battaglie viene decisa la vittoria, che riman sempre a chi lo sa cogliere, fatto un cenno a Fanfulla, che in quel momento tirava a sè con forza la spada, per riaverla dal corpo d’uno spagnolo che aveva abbattuto, dicendo:—Han’ sett’anime e un’animuccia come i gatti! e finchè non battono il muso, non c’è verso che vogliano morire!—
Lamberto, dico, gridav’ai suoi:
—Alla bandiera, valentuomini, a terra quella bandiera, e la giornata è nostra!...—
E lanciandosi tutti insieme come leoni verso la parte accennata, egli il primo, con quella sua incredibil prestezza e bravura, senza che da nessuno de’ nemici si trovasse modo di ripararlo, mise una stoccata nel ventre al banderajo, e seguitando innanzi, coll’elsa della spada lo spinse in terra, e con esso lui la bandiera, che essendo grandissima e spiegata, pel vento, coperse di molti soldati, i quali, impedita così la vista, nè potendo maneggiarsi e combattere, si posero, mentre cercavano di sottrarsi a quell’impaccio, in qualche confusione; come sul cassero d’una nave accade alla ciurma, ove fiaccando l’albero la copra, cadendo colle vele tutt’in fascio.
I nostri non perdettero un momento, e spingendosi sotto, quali colle daghe, quali co’ coltelli, fecer sì che pochi di codesti impacciati poteron liberarsi, e caddero quasi tutti trapassati da cento ferite gli uni sugli altri in un monte, tantochè, fattasi un poco di piazza, Lamberto, afferrata la bandiera, la capovolse ficcando in terra la punta dorata che avea sulla cima, e rattenendo pel braccio Bindo, che si gettava su’ nemici sopravvegnenti d’ogni parte, gli disse:
—Tieni forte questa bandiera, chè, viva Dio, noi abbiam vinto!—
Conobbe il buon Lamberto, che intorno a quell’insegna stava per sorgere l’ultimo e più terribil contrasto, e dando al giovinetto l’onore di tenerla, veniva sotto questo colore a porlo nel centro de’ suoi, e nel luogo meno esposto della battaglia.
Difatti si strinsero d’ogni parte in questo luogo gli Spagnoli, veduta a terra la loro bandiera, ma da ogni parte ugualmente vi concorsero gl’Italiani, con tremende e lietissime grida di vittoria, in modo che si fece un gruppo d’uomini tanto stretto e calcato intorno a Bindo, rimasto a formarne il centro, che riusciva oramai impossibile usar l’aste o le spade, ed a stento, co’ pugnali, venivan a corto, ma con rabbia e sforzi grandissimi, gli uni sugli altri, per dir così, succhiellinando per ferirsi; e spingendosi e lottando crocicchiavan piegati gli uni contro gli altri i bracciali, gli scudi, i petti di ferro, sentendosi ognuno sul viso il frequente ed infocato anelito del nemico che si trovava a fronte; e la vita o la morte dipendeva dall’aver il primo la fortuna di trovar di sotto, ed alla cieca, al pugnale la via d’entrare; onde talvolta accadeva, tra due che a denti serrati, co’ visi accesi e furibondi, stesser così frugando per darsi la morte, veder a un tratto spegnersi il vampo d’un di quei volti, illividire, errare, stravolte le pupille, e cadere arrovesciato il capo, mentre il cadavere imprigionato in quella stretta tardava spesso a venire a terra più d’un momento.
Ma quando appunto sono uguali le forze, l’ardire, l’accanimento tra i combattenti, basta bene spesso poca cosa a dar la vittoria. Questa bandiera caduta produsse effetto grandissimo ed istantaneo sull’animo di quelli che combatte vari lontani, togliendolo agli Spagnoli ed aumentandolo mirabilmente agl’italiani, vieppiù infiammati dal grido incessante che udivan ripetuto di vittoria, vittoria, in quel luogo ove, per lo stendardo, era ristretta ormai tutta l’importanza della zuffa. Si videro costì prove maravigliose, tanto nel difenderlo che nel volerlo ricuperare, e per le molte morti, diradatasi presto quella prima stretta, tanto che gli uomini potean raggirarsi un poco e valersi dell’arme loro, fu visto uno spagnolo, saltando al di sopra de’ corpi morti, avventarsi alla caduta insegna e giungere ad afferrarla, mentre Bindo, colla mano che avea libera, usando la spada, lo passava fuor fuori, e se lo stendeva morto a’ piedi: ma un altro ed un altro avean tenuto dietro al primo, gettandosi sull’asta dello stendardo, e facendo incredibili sforzi per istrapparlo dalle mani di Bindo e di parecchi de’ nostri, che s’eran messi ad aiutarlo, pur sempre combattendo, e facendo forza a vicenda con ripetuti crolli e strappate, e sforzi terribili, ora cadendo, ora rizzandosi, frementi ed affannati, finchè Averardo, che era trascorso combattendo a qualche distanza, visto il pericolo del fratello e de’ suoi, s’avventò quivi, levando più che poteva alto sul capo un enorme spadone a due mani, che, caduto fischiando sul più ostinato degli Spagnoli, gli fesse la cervelliera ed il cranio, gridando ferocemente Averardo:
—Del sacco di Firenze portati a casa questo bottino... marrano!... e mentre così urlava n’avea, con velocità di mano e furia incredibile, morto un altro e ferito un terzo, e seguitando a menar la spada, che s’udiva più che non si vedesse per aria, sclamava ad ogni colpo—Al sacco!... al sacco di Firenze valent’uomini!... al sacco, che in Ispagna aspettati la nuova!....—
L’insegna, insomma, benchè fessa nell’asta e tutta pesta, stracciata, lorda di sangue e di fango, pur rimase in potestà degl’italiani, che, insuperbiti per questo onore, e vedendo così a momenti, mentre combattevano, sulle circostanti alture gli spettatori alzar le braccia e fare sventolar panni, quasi facendo applauso alla loro impresa, scorgendo inoltre certe bande che uscivan dalle porte di Firenze, e stimando fosser i loro che venissero, secondo la promessa, ad ajutarli, levaron di nuovo più alto il grido di vittoria e d’Italia, Italia, e fu tanto unito, tanto istantaneo e potente il cozzo col quale percossero i nemici, che in questi apparvero i primi segni del disordinarsi, e crescendo sempre l’animo e gli sforzi degl’italiani, cominciarono gli Spagnoli apertamente a rinculare, mantenendosi e difendendosi però sempre in modo, che non potea dirsi fossero in rotta.
—Eccoli, eccoli, gridavano i nostri giovani, ed i capitani delle bande italiane accennando a quelle ch’erano uscite da porta S. Friano, ecco i nostri che vengono!...—
E così cresceva l’animo e l’impeto e l’incalzare, in alcuni per la certezza del soccorso, in altri per non lasciar che giungesse a dividere con essi l’onore della vittoria, e gli Spagnoli sempre più a cedere ccl arretrarsi, cosicchè alcuni cominciavano, fuggendo scopertamente, a sbandarsi, inseguiti alla vita dai loro avversarii, ebbri di feroce allegrezza; e per quel movimento, venendo a mutar luogo le genti, si venne a scoprire il posto, ove aveano combattuto, coperto da più di 600 cadaveri.
E perchè tardavan le bande uscite poco innanzi della città? Perchè invece d’esser, come aveano stimato i combattenti, venute per unirsi con loro, giungevan mandate da Malatesta, che le avea composte di côrsi e de’ suoi perugini a lui fidatissimi, per veder soltanto come la cosa finisse, e tener in rispetto intanto que’ soldati che avessero avuto in Firenze pensiero di levar il rumore, ed uscir in ajuto della loro nazione. Cotal frutto avea prodotto il foglio scritto da Troilo in S. Marco.
Pure, anche senza questi rinforzi, la vittoria era ormai decisa per la parte italiana; ma era scritto in cielo, che anche in quell’occasione, il sangue di tanti onorati e generosi italiani si versasse a torrenti e senza profitto nessuno.
I lanzi, che sommavano a più migliaja d’uomini, ottima gente, invecchiata in sulle guerre, considerando questa fazione, come una lite privata tra nazione e nazione per fatto d’onore, avean promesso non intromettersi o parteggiare ne per l’una nè per l’altra, ed eran rimasti in arme, e pronti bensì, ma oziosi spettatori della zuffa, ne’ loro alloggiamenti. Quando D. Ferrante conobbe che gl’italiani avean la meglio, e seguivano cotanto arditamente il loro vantaggio, temè non riuscissero a rompere allatto e distruggere i loro nemici, e quantunque non fosse istrutto appunto del disegno ordinato da’ Piagnoni per sollevare i soldati chiusi in Firenze in favore de’ loro compatrioti del campo, ebbe il sospetto ciò non venisse naturalmente a succedere, e vide quanto gran danno ne potrebbe avvenire al campo imperiale ed all’impresa, condotta ormai a così prospero termine. Venuto prestamente ov’erano i lanzi, e trovato Tanusio loro capitano, gli disse, simulando saper certissimo ciò che soltanto dubitava, essersi gl’Italiani, di dentro e di fuori le mura, accordati per dare addosso a quanti forestieri militavano in quella guerra; aver cominciato dagli Spagnoli, e se li lasciava loro tempo di romperli affatto, esser per piombare tutti insieme sui lanzi; onde attendessero alla loro salute, e non dicesser poi che non gli aveva avvertiti. E mentre parlava, mostrava a Tanusio le bandiere che uscivan di Firenze, aggiungendo:
—Quegli intanto escono... con qual proposito, lo sa Iddio.... e tra poco lo saprete anche voi...—
L’arte di D. Ferrante (e in parte pur s’apponeva) ebbe pienissimo effetto:, e, pochi minuti dopo, dodici bandiere di lanzi, col loro capitano alla testa, scendevano serrate e di buon passo, minacciando alle spalle gl’Italiani stanchi, scemati di numero, e non troppo in ordine, per la lunga battaglia, e per la sicurezza d’esser oramai vincitori.
Fanfulla che, secondo aveva detto la notte innanzi in S. Marco, descrivendo le qualità de’ vecchi soldati, avea sempre un occhio al gatto e l’altro alla padella, com’egli diceva, s’accorse il primo di questa mossa; e ne fece accorti i compagni che stavan tra il sì e il no, non potendo indovinare ancora qual fosse il disegno de’ lanzi. Ma parecchie archibusate sparate da loro, dalle quali alcuni venner tocchi, tolsero tosto ogni dubbio, ed i poveri Italiani, presi in mezzo ed assassinati, gridarono, ai traditori, ma al tempo stesso dovettero pensare a togliersi da quel luogo ove, percossi da ogni lato, non era più in verun modo possibile che facessero testa.
Con un movimento sulla destra, serrati, e difendendosi sempre da’ lanzi e dagli Spagnoli, che al giunger dell’inaspettato ajuto avean ripreso le offese, si vennero accostando ad Arno, con animo di guadarlo sotto M. Uliveto, e farsi forti sull’altra riva nelle ville di Fiesole.
La corrente, che in codesta stagione si riduce quasi sempre umile e bassa in un lato del letto, lasciandone asciutte e biancheggianti le rimanenti ghiaje, s’era non poco accresciuta pel temporale della notte, e scendeva torbida e gonfia, ma non tant’alta però, che vietasse il passo del tutto, tanto più ad uomini forti, arditi, e che sopraffatti da troppo esorbitante numero di nemici, non avean altra via per ritirarsi.
Lamberto, Fanfulla e i capitani, che ancora eran vivi, scelti prestamente i migliori soldati, li disposero in modo che, sostenendo l’impeto degli assalitori, dessero tempo a’ compagni di tentare il guado e condursi sicuramente all’opposta riva.
Se le genti uscite di Firenze per ordine di Malatesta fossero state invece quelle che i nostri aspettavano, era giunto il momento di percuoter alle spalle lanzi e Spagnoli, e potea forse quest’assalto ristabilir le cose e ricondurre la vittoria; vedendole rimanersi immobili, senza dimostrazione nessuna di voler venir avanti, si disperavan Lamberto ed i suoi compagni, e pur sempre combattendo, badavan a far cenni, ordinando al banderajo di sventolar lo stendardo, e gridando—A noi Italia! a noi! Finchè accortisi che alla testa di quelle bande era Cencio Guercio, cagnotto di Malatesta, conobbero come stava la cosa, e caddero affatto d’ogni speranza.
La corrente d’Arno s’era intanto già ripiena di soldati, i quali trapassavano puntando nel fondo le picche, per reggersi contro l’impeto dell’acqua, che gorgogliando giallastra, spumante e veloce, aggiungeva loro al petto ed al collo in molti luoghi, cosicchè non pochi ne venner travolti, alcuni a stento s’ajutarono, e n’annegarono parecchi, tutti poi tempestati dalla riva da una spessa grandine d’archibusate. Tuttavia il maggior numero giungeva salvo all’opposta sponda, e non avanzavano oramai che i nostri amici, con que’ pochi che ne avean fatto testa per proteggere il varco del fiume, e la moltitudine de’ nemici gli avrebbe certamente oppressi se fossero stati di minor valore che non erano, o se gli Spagnoli ed i lanzi non si fossero in gran parte staccati dal combattere per correre a svaligiare i voti alloggiamenti degl’Italianj, che vennero mandati a sacco, arsi, e distrutti con avidità e furore incredibile.
Ciò non ostante, quelli ne’ quali più la rabbia poteva che l’avarizia, ed eran pur troppi a fronte del piccol numero de’ nostri, non potendo patire che una mano d’uomini non tanto fosse riuscita ad arrestarli, ma soprappiù li bravasse, moltiplicando le ingiuriose parole e l’offese, si serrarono con nuovo impeto addosso a questi prodi che, fattisi morti, a guisa di fiere racchiuse si difendevano. In quel momento, trapassato da un’asta, il povero Vieri cadde morto; Averardo, che solo de’ fratelli se n’accorse, si avventò furioso contro l’uccisore, ma toccata al tempo stesso un’archibusata, che gli ruppe la gamba destra in tronco, cadde sulle ginocchia presso il cadavere del fratello, ad un palmo dalla ripa che scendeva scoscesa nel fiume. Nel vedersi impedita così la vendetta, quel suo viso, già tanto feroce, si vestì di una così terribile espressione, arrotando i denti e fulminando fuoco espresso dagli occhi, che l’omicida di Vieri rimase colla spada in alto come affascinato, senza calare il colpo, ed Averardo, non potendo giungerlo, gli lanciò la spada, che coll’elsa, lo percosse nel petto e lo fe’ traballare. Rimessosi tosto, e visto il ricco arnese del caduto, pensò, avendolo prigione, guadagnare una grossa taglia, e si fece avanti credendo, disarmato com’era, mettergli le mani addosso senza contrasto.
Ma appena gli fu a portata, Averardo, con un possente sforzo, rizzatosi sulla gamba che avea illesa, gli s’avvinghiò, e, giammai orso facendo alle braccia, non piantò così forti gl’unghioni nel dorso del suo nemico, e tirandolo e tenendolo stretto, si lasciò cader riverso nella corrente. L’acqua s’aperse e rimbalzò in mille spruzzi, e si richiuse tosto sui caduti, i quali, essendo ivi le grotte assai ben alte, venner rotolando nella melletta del fondo, e, soltanto dopo lungo tratto, tornarono, ravvolgendosi sottosopra, e sempre strettamente ghermiti, a galla un momento, poi, di nuovo affondatisi, più non ricomparvero.
Lamberto e Bindo, avvedutisi del fatto, e scorgendo Vieri disteso a terra, mandarono un furibondo grido, e volendo disperatamente gettarsi tra mezzo i nemici, al sicuro si facevano ammazzare, chè quantunque, per un vero prodigio, non avesser toccata nessuna ferita d’importanza, avean tuttavia in varie parti offesa la persona, e cominciavan loro a venir meno le forze, chè da più ore combattevano sotto la sferza del caldo, ed erangli arnesi pressochè arroventati dal sole: ma Fanfulla, che mai non si perdeva, pel lungo uso di cotali strette, conosciuto che non era tempo di pensare a vendicare i morti, ma piuttosto di ridurre in salvo i vivi, trovò il modo di far che i due superstiti uscissero di quella disperata mischia. E cogliendo il momento che i nemici (maravigliati anch’essi del feroce atto d’Averardo) avean fatta un po’ di sosta, stando a vedere come finivan i due caduti nel fiume, disse prestissimamente a Lamberto:
—Salviamo Bindo, chè qui è affar finito; voi di là, io di qua, tiriamolo in Arno e passiamo, se si potrà.—
A Lamberto, che offuscato il lume dell’intelletto dal dolore della rovinata impresa, e della morte dei due cognati, s’era risoluto affatto di voler morire quivi ancor esso, sovvenne a un tratto di Niccolò, di Laudomia, e gli parve troppo enorme l’idea che il povero vecchio avesse a perder anco quel fanciullo, senza utile nessuno per la città, e, detto fatto, preso Bindo per un braccio, mentre Fanfulla l’afferrava dall’altro, lo costrinsero, benchè s’opponesse e facesse forza, a saltar con essi nel fiume.
Egli era tempo; chè, rimasti pressochè soli, ogni poco che avesser tardato, doveano o morire od arrendersi.
Gl’Italiani intanto, che passati già all’opposta riva vi s’erano schierati, appena ebber veduti costoro saltati in Arno, e perciò più bassi della linea de’ loro tiri, cominciarono cogli archibusi a bersagliare i nemici, con che fattili arretrar dalla sponda, ebber campo i nostri di condursi finalmente salvi tra la loro gente, che fatta un’ultima scarica di tutte l’arme, si mosse pianamente ed in ordine, a tamburi battenti ed insegne spiegate, onde non avesse apparenza di fuga, e lasciandosi Arno alle spalle si drizzò lungo le mura verso i colli di Fiesole.
Giuntevi, s’alloggiarono in luoghi ove non potessero venir facilmente sforzati, e gli Spagnoli ed i lanzi, dal canto loro, rimasero in arme ed in sospetto, temendo che i loro nemici, meglio ordinando il fallito disegno, rinnovassero con miglior fortuna l’assalto; questo loro timore rendendoli docili ed obbedienti a’ capitani, che a suo tempo li condussero a tribolare ed esser tribolati altrove, fu la salute di Firenze; e la morte di tanti che, vivi avrebber voluto esser pagati, recò non piccol sollievo alla camera apostolica, che ottenne questo ribasso sul prezzo di Firenze, grazie al sottile ingegno di Baccio Valori.
Questi, da una torre delle case de’ Bini, ov’era salito con Troilo, Malatesta ed il Nobili, avea osservata tutta la fazione, e come la vide succeduta cotanto a seconda de’ suoi desiderj, disse, tutto allegro, fregandosi le mani, mettendo un—Oh!—con libero e lungo respiro:
—Ora è finita davvero e del tutto!—e siam padroni di Firenze.—
Il Nobili, che giorno e notte si vedeva innanzi gli occhi come fantasmi le casse di Niccolò piene di fiorini e di ducati, disse allora, con cert’occhietti tutti voglia ed impazienza, guardando ora Baccio, ora Troilo:
—Oh! per amor d’Iddio, facciamo presto, che non ci fugga!—
—E che non mi fugga Laudomia, quel fiore, quel giglio, quella bellezza delle bellezze! soggiunse Troilo ridendo, e pensando: fosse qui Selvaggia direbbe anch’essa «che non mi fugga Lamberto!...» se non altro, non avremo a far quistione, chè in questo bottino ognuno è contento della sua parte.—
L’allegrezza che provava Baccio lo metteva in tanto buon umore, che, preso, scherzando, Troilo per un de’ baffi, e tirandolo, diceva:
—Una ne fa e cento ne pensa il ribaldone!.... sentiamo!... Che cos’è quest’altra pazzia.... questa Laudomia.... me ne dicesti non so che.... mi pare... ma avevo altri pensieri pel capo.... sentiamo: animo! Già, un qualche amore!—
Ed aggrottando gli occhi, così per baja:
—Non ti vergogni tu? con moglie e figli!....—
—Messer Baccio, rispose Troilo ritirando pianamente il suo baffo dalle dita del Valori, io, vedete, son fatto tutt’a rovescio del popolo di Firenze, egli ora muta lo stato di molti in quello d’un solo, ed io invece dallo stato d’una sola passo allo stato di molte.... che volete? è effetto di costellazione... e, ringraziate Iddio che mi frulli per questo verso... se non era la speranza di beccarmi alla fine quella bella figliuola, aspetta! che volevo starmi a seccare tutto questo tempo....—
—Bene, bene; ma ora raccontaci la cosa.—-
—È presto raccontata: mi piace costei perchè è bella, e le belle donne son fatte per i bei giovanotti, se non erro. Sin ora non c’era da far il matto, con Niccolò alle coste e tutta la brigata.... e volete che ve la dica? Ho anche capito che sarebbe stata fatica sprecata. Figuratevi! un giorno le volli dire una parolina, farle così uno scherzo.... niente di male veh!... mi fece due occhi!.... e mi disse, con quel suo bocchin di mole.... «questi non sono modi nè di cristiano nè di gentiluomo!» Pazienza! pensai io, se questo modo non ti piace, ne troveremo un altro.—