CAPITOLO XXXI.
—Perdono! disse Niccolò pieno il volto d’una pietà tenera e malinconica, e di qual colpa v’ho io a conceder perdono, poveri figliuoli miei?... Ah! no.... non è vostra la colpa, ma de’ vostri rettori, di quelli che vi dovean difendere e v’hanno abbandonati.... Non avete risposto alle mie parole! Che v’era a rispondere? Ah! lo vedo, lo conosco anch’io che per noi non v’è più rimedio, che siam condannati da Dio.... s’io vi parlava a quel modo, egli è perchè non si può veder disperse le speranze e le fatiche di tutta la vita, non si può veder la patria oppressa, caduta a mano de’ nemici e de’ traditori, e rimaner muti, coll’occhio asciutto.... ma lo so, lo so, figliuoli; che potete far voi oramai per impedirlo! Chi può opporsi, chi può sottrarsi al giudizio di Dio? E questo giudizio è oramai chiaro ed aperto. Egli ci mandò il suo profeta, come lo mandò ai Niniviti: quelli si convertirono e furon salvi.... noi ci siam indurati nel peccato, abbiam morto il profeta, dovevam capitar male, è giusto! Justus es Domine, et rectum judicium tuum. E poi dicono ch’egli ci aveva ingannati! Noi sciagurati c’ingannammo! ch’egli ci avea ben promesso misericordia, ma a patto di rivolgerci a Dio, e lasciar gli abbominevoli vizj. L’abbiam noi fatto?.... Ora, figliuoli miei, alzatevi, tornate alle case vostre, andate, che Iddio vi benedica mille volte. Questa sarà forse l’ultima che noi ci vediamo, s’io in nulla vi detti mai scandalo, s’io v’offesi in checchesia, siate contenti perdonarmi; ricordatevi sempre di Niccolò, che v’ha amati come figliuoli insino alla morte.... ricordatevi, se mai verranno per Firenze giorni men tristi, che sempre può la patria risorgere, e sempre si debbe esser parati per essa.... ricordatevi di Dio, che fu il nostro principio e debbe esser il nostro unico fine, e pregatelo per l’anima mia, pregatelo che mi faccia degno d’uscir di questa vita nella sua santa grazia, e d’accettar virtuosamente quella morte che gli piacerà mandarmi,.... avessi anco.... e così dovrà finire!.... avessi ad incontrarla sotto la mannaja dei Palleschi....—
A queste parole, come allo scoppiar d’una mina, tutti que’ popolani ch’eran rimasti sin allora in ginocchio umili e cheti, si trovarono in piedi, feroci e minacciosi, ed alzando al cielo le pugna, arrotando i denti e fremendo, giuravano morir tutti in difesa di Niccolò; ed il Bozza, alzando la voce sopra ogni altro, gridava....
—No, siam qui noi!.... e prima che vi si torca un capello.... di quanti siam qui, e di mezzo Firenze, se n’ha a far tonnina!....—
Niccolò, accennando colle mani levate, acchetò di nuovo questo rumore, poi disse:
—Io vi ringrazio figliuoli.... vi ringrazio, e sa Dio con che cuore!.... ma s’io non istimo che abbiate a metter la vita vostra a rischio per l’utile della città, pensate s’io vorrei che per l’utile mio!... Dio non lo voglia!.... ora andate e pregate per me, come io pregherò per voi.—
A Troilo, che in tutti quei contrasti non s’era mai mosso, nè avea mai aperto bocca, parve allora esser giunto il momento che faceva pel suo disegno, e venuto avanti, disse, risoluto ed ardito:
—Messer Niccolò, cittadini! ascoltatemi, m’è venuto un pensiero.... una speranza ancor ci rimane!....—
Si volsero tutti a queste parole, guardandolo fisso, che nessuno se l’aspettava in quel momento, e molto meno da Troilo; ed esso:
—Sì, ci rimane aperta una via!.... dubbia.... difficile.... è vero.... ma noi siam ridotti in termini che l’audacia.... la temerità può nominarsi prudenza. Ditemi? Chi tiene il piè sul collo a Firenze? chi la tiene ormai vinta in sua potestà, che non può più far difesa? l’esercito imperiale. Sperar d’assaltarlo e di romperlo colle forze d’una città sbigottita e divisa!.... Pazzie! Ma e se v’insegnassi il modo di disfarlo coll’armi sue proprie? E questo modo, viva Dio! io spero averlo trovato.—
Niccolò gettò le braccia al collo del traditore, e questi, ricevuto modestamente quell’abbraccio, seguitava:
—Voi sapete di quante nazioni sia composto il campo, e quanti odii, e gelosie, e risse sian tra loro tutto giorno.... io che, pur troppo! combattevo con essi contro questa infelice patria, conosco un per uno que’ colonnelli italiani ed i loro capitani, e mille volte gli ho uditi maledir la fortuna che li condannava combatter a pro de’ Forestieri contro quelli della loro nazione. Ora è nato un caso.... l’ho saputo stasera.... che potrebbe mirabilmente ajutare il mio disegno. Alcuni fanti spagnoli hanno morto due italiani per rubarli, e gittatili in un pozzo: e le bande del Vitelli hanno fatto altrettanto per vendetta a parecchi spagnoli.... gli uni e gli altri stanno ora coll’animo sollevato, e pronti ad ogni momento a venirne alle mani.... gl’italiani soli saranno più deboli del resto del campo, ma se ci accosteremo a loro, saranno più forti, e potremo metterlo in rotta, e rimaner padroni noi di Firenze.... e dove sul principio succeda prosperamente la cosa.... si leverà tutto il popolo.... e non avremo a temere di Malatesta, forte soltanto finchè il campo è intero e può fargli spalla....—
Niccolò non potè aver tanta pazienza che lo lasciasse finir di dire, ed alzando la voce esclamava:
—Egli dice il vero!.... chi potea pensare!.... Dio ti benedica, figliuolo!.... tu sei la salute nostra...—
E Fanfulla, sorridendo con compiacenza, soggiungeva:
—E’ non l’ha pensata male, sapete! e Lamberto ed i figliuoli di Niccolò, e poi a mano a mano tutti i frati, stringendosi intorno a Troilo, e discorrendo sul suo disegno, e, per dir così, volgendolo e rivolgendolo per tutti i versi, lo venivan sempre maggiormente approvando, e si capacitavano che fosse, se non d’esito sicuro, almeno tale da restare ancora bastante probabilità per non doversi lasciare intentato.
Così risolutisi affatto, ed abbracciandosi gli uni gli altri, e rallegrandosi insieme, ordinarono di porsi all’opera senz’altro indugio, chè cessato il temporale, e sgombratosi il cielo d’ogni nube, appariva già la prim’alba, rischiarando placida e serena tutto l’oriente; e non era da perder tempo.
—Prima di moversi, disse Niccolò a Fra Zaccaria, siete contento dirci la messa, chè da Dio s’ha a cominciare se vogliam che ci ajuti.—
Andò il frate in sagrestia, e poco stante tornò parato, ed incominciò la messa, che tutti udirono taciti e con quel fervor di preghiere che eccita l’imminenza de’ grandissimi pericoli. Ma Troilo intanto; che era inginocchiato cogli altri e stava in apparenza tutto divoto e raccolto, veniva tra se dicendo:
—Ora dunque s’andrà difilato in campo.... ci azzufferemo senz’altro.... E Baccio penserà, cred’io, a trarmi d’impaccio, com’io penso a farmi frate!.... e come ho io a fare per avvertirlo di quanto sta per accadere?.... e’ bisogna ch’io trovi Michele ad ogni modo.—
Egli facea disegno sul suo servo. Quel tal Michele che trovammo, se il lettor se ne rammenta, alla Torre del Gallo, e che rimasto in campo fin ch’era durato l’assedio, s’era poi condotto in Firenze, e così istrutto da Troilo, senza farsi vedere in casa i Lapi, s’andava raggirando in modo che il suo padrone l’incontrasse assai sovente, ond’esser sempre pronto ad un suo cenno, per tutti i fortuiti accidenti che mai potessero nascere.
Finita la messa, tutti ricevettero la comunione, e Troilo cogli altri, e tornando dall’altare, sotto colore di cercar un angolo appartato ove potesse attendere, senza disturbi, alle sue divozioni, s’andò a porre nello sfondo d’una cappella, e quivi, volgendo le spalle alla chiesa, e tutto curvo, appoggiandosi ad una panca, trasse di seno un fogliolino ed un pezzo di matita, dei quali s’era ad ogni evento provveduto, e scrisse in fretta:
«Si va in campo a sollevar le bande italiane, e farle azzuffare contro gli spagnoli; s’è tentato far movere le bande di città: e finalmente si leverebbero al rumore: perchè state all’erta. Fate buona guardia alle porte. Non vi scordate ch’io non ho modo nessuno ad uscir di mezzo a costoro se voi non m’ajutate.»
Piegato il fogliolino, e postoselo nella manica, pensò: «all’uscir di qui, Michele si lascerà vedere, e potrò mandarlo a Baccio.»
Niccolò intanto, finite le sue orazioni, s’era rizzato, e, raccolti intorno a se i circostanti, tenne loro un breve discorso, quale voleva la strettezza del tempo e l’importanza del caso. Le fatiche, le inquietudini, la veglia più di tutto di quella notte, aveano esauste le forze del povero vecchio; si sentiva incapace, per quanta volontà n’avesse, d’andar cogli altri a quest’ultima impresa: il pensiero di sè e del pericolo cui s’esponeva non sarebbe sicuramente bastato a rattenerlo, ove pensasse di poter giovare in alcun modo; ma conosceva ch’egli, invece d’ajuto, sarebbe stato d’impaccio a’ giovani, i quali avrebbero avuto che fare assai a pensar a loro stessi, senza dover di giunta pensare a lui.
—Andate, disse alla fine abbracciandoli l’un dopo l’altro, andate, chè s’io non posso accompagnarvi colla persona, sarò con voi col cuore, colle preghiere; e chi di voi non vedrò più in questo mondo lo vedrò in cielo....—
Mentre diceva queste parole era venuta per Bindo la sua volta d’abbracciar il padre: corse alla mente del vecchio un tristo presagio (chi può non curarli in certi momenti?).... Pensò: «Fosse appunto questo fanciullo ch’io non dovessi riveder più se non in Cielo!....»
Niccolò si fece forza più che umana per rattenere e divorar le lagrime che stavan per isgorgargli, conobbe quanto importasse mostrarsi forte a quel punto, e, posto sotto i piedi ogni altro affetto, disse, colla fronte alta e stendendo le mani verso i suoi figli:
—Oh Firenze! Oh patria! null’altro mi rimane fuorchè codeste vite!.... io te le dono.....—
Dette le quali parole si lasciò cader seduto; si coperse gli occhi colle mani, e rimase un momento quasi fuor di sè, e presso a soccombere a così terribili e replicate scosse: un ronzìo confuso gli suonava nell’orecchio, e sentendosi affievolire e vacillare le virtù dell’intelletto, non sapea ben discernere se fosse quello un sogno, o se udisse veramente i passi e lo strepito de’ suoi figliuoli e del popolo che usciva di chiesa.
Dopo un buon poco, ripresi alquanto gli spiriti, aprì gli occhi, si guardò intorno: avea accanto Fra Zaccaria ed alcuni pochi frati che oravano; e tutti gli altri se n’erano andati.
Venuti questi nel chiostro, e prima d’uscir sulla piazza, disse Troilo:
—Tutta l’importanza sta nel poterci condurre salvi agli alloggiamenti: e sebbene alle porte non s’usi troppo rigore, e si lascian assai liberamente comunicare i cittadini col campo, pure io stimo non usciamo di qui tutti in frotta.... ciò potrebbe dar sospetto... ma a due, a tre insieme; e ’l ritrovo sia Giramonte, ove alloggia il signor Alessandro Vitelli.... nelle sue bande, come vi dissi, è nato lo scandalo, incominciam da loro.... Ora lasciatemi uscir solo sulla piazza, tanto per veder se di verso i Servi, o di via Larga, s’ha a temere impedimento nessuno.... Io do un po’ di volta qui attorno, e son qua in un baleno.—
—Troilo uscì, ed Averardo, guardandogli dietro:
—Chi m’avesse detto che costui dovea diventar de’ nostri, gli avrei risposto: tu te ne menti!... Oh, vedi ora ch’egli è più infiammato di tutti!....—
—Oh! non ve lo dicevo io? esclamò Bindo; egli era traviato dalle male pratiche, da amici ribaldi.... ma in sostanza è un bravo giovane.... e poi, ora le opere sue le vediamo... Mentre costoro, con parole ancor più diffuse che non si scrivono, portavano a cielo quel ribaldo, egli, uscito in piazza, la trovò deserta, se non che volgendo l’occhio in giro, scórse di dietro il canto di via della Sapienza, proprio al filo dello spigolo, uscir il terzo d’un volto, in modo che si vedeva soltanto un occhio ed un po’ di naso. Si drizzò a quella parte, e trovò dietro il canto appiattato il suo servo. Gli mise in mano il fogliolino, dicendogli prestamente:
—Corri con quanto n’hai nelle gambe e portalo a Baccio.... e digli.... ma tienlo ben a mente!... che io uscirò di porta s. Giorgio tra mezz’ora.... e gli serva di regola.... ora corri, e se non giungessi in tempo, cercati d’un altro mondo.... tu m’hai inteso, io non motteggio!—
Il servo, che conosceva con chi aveva a che fare, la diede a gambe, ed in un momento non si vide più: e Troilo si venne trattenendo, quanto gli fu possibile, per dar campo a Michele di giungere, e non tanto che potesse dar sospetto ai suoi; ed alla fine, rientrato in convento, disse, per guadagnar qualche altro minuto:
—Ho veduto certi soldati venir su per via del Cocomero.... andranno a metter le guardie.... aspettiamo un altro poco. Alla fine, quando gli parve tempo, cominciarono a tre, a quattro per volta ad uscire, combinando tra loro, che ogni compagnia tenesse una strada diversa. Troilo in varj modi destramente ottenne d’esser degli ultimi, e finalmente uscì anch’esso con Bindo e Fanfulla, e per la piazza e la via de’ Servi si drizzarono verso P.a s. Giorgio. Passato ponte alle Grazie, presero sopra la via del Bardi su per la costa, e Troilo, che aveva scelto uscir da quella porta, la più lontana di tutte, per dar tempo a Baccio d’ajutarlo in qualche modo, veniva fra se almanaccando sul modo appunto che quegli avesse a scegliere, non senza qualche sospetto, che dopo averlo messo in quest’impaccio non lasciasse poi a lui il pensiero d’uscirne come potesse.
Ma il Valori avea ancora bisogno di lui, e però non l’aveva abbandonato. Mentre costoro venivano salendo, senza incontrar persona, chè appena usciva il sole di dietro le colline di Vallombrosa, e Troilo veniva gettando occhiate avanti e addietro aspettando qualche soccorso, videro, ove la strada voltando un poco lascia scoprire porta s. Giorgio, venirsi incontro un frate minore, che mostrando d’oltrepassare senza curarsi di loro, e poi, a un tratto fermandosi, coll’atto di chi raffigura qualcuno, disse:
—Oh! voi qui messer Troilo? E dove andate voi?—
Troilo non conosceva il frate, ma gli venne tosto in mente fosse mandato da Baccio, e si dispose secondarlo.
—E voi, Padre, di dove ne venite?—
—Vengo dal campo.... già sapete, l’abito di s. Francesco ripara meglio che un giaco, e con esso si può andar sicuri.... ma voi, non andresti mai in campo, eh?....—
—E s’io vi volessi andare?
—Che Iddio ve ne scampi... E levatevi di qui il più presto che voi potete.... e di Firenze ancora, chè sarà meglio.... Non sapete? Il sig. D. Ferrante v’ha posto addosso 400 fiorini di taglia, per vendicarsi che avete combattuto co’ Fiorentini.... E ora appunto, qui fuori la porta, son passato per mezzo una compagnia di lanzi, che mostrano conoscervi di persona, e dicono, che se v’incontrano v’hanno a tagliar a pezzi.—
Troilo, per far un po’ di commedia, ringraziò il frate, mostrando voler pur passare innanzi, ma costui lo prese pe’ panni affermando, che in nessun modo non lo lascerebbe andare ad una inevitabil morte; e Fanfulla e Biado, conoscendo che non conveniva attaccar una mischia e levar il rumore nel campo, mentre s’apparecchiavano a cosa di tanta importanza, e che ad ogni modo non avrebber potuto bastar essi soli a campar il loro compagno, lo persuasero tornasse addietro, e Fanfulla, tiratolo in disparte, tanto che il frate non lo udisse, gli diceva:
—Va, va, che anche in Firenze ci potrai ajutare... parlando ai soldati, com’ho fatt’io jeri, e persuadendoli, quando sentano attaccata la mischia, ad uscir fuori, ed in mezzo a loro non avrai paura dei lanzi.—
E senza voler udir altro, voltogli le spalle, e’ se n’andò con Bindo, mentre Troilo, ridendo in cuor suo, scendeva di nuovo la costa in compagnia del frate.
Fanfulla dunque col giovanetto, tirando innanzi verso la porta, diceva il primo:
—Fortuna che s’è incontrato codesto par di zoccoli... se non era lui, Dio sa che diavoleto nasceva!... e in questi casi, un nulla basta a rovinar un’impresa.—
Porta s. Giorgio era tenuta da una grossa guardia, di cui Malatesta si potea fidare, e che non impediva ai cittadini di comunicare col campo, come dicemmo, meno però le ore della notte. Fanfulla venne riconosciuto e salutato da parecchi di quei soldati, e mentre varcava la soglia sotto il voltone massiccio, che ancora in oggi si vede, chi gliene diceva una, e chi un’altra.
—Oh, ecco Fanfulla!—Ben levato Fra Bombarda!—Dove si va così per tempo! ec. ec.—
E egli, senza fermarsi, e salutando colla mano:
—Andiamo a vedere certi amici del campo, ora ch’è aperta la gabbia.... Addio, addio, ci rivedremo, cristiani, se piace a Dio e alla Madonna!...—
E via senz’aspettar risposta.
Se il nostro lettore fu mai a Firenze, se gli accadde andarsene a spasso fuor di questa porta, d’onde ora uscivano Bindo e Fanfulla, si ricorderà, che dal piede delle mura di Firenze, guardando verso mezzodì, si vedono sorgere a gradi quelle bellissime colline ondulate così gentilmente sulle cime, sparse di foltissimi uliveti, di filari di vigna frapposti, parte verdeggianti, parte d’un color grigio-perla, simile a quello del salcio; ricorderà quelle casucce, quelle villette, che bianche e pulite fan capolino tra gli ulivi, e mettono cotanta invidia a chi le vede, tanto più se a caso stia in qualche tristo pensiero, e ruminando i suoi guai, quasi non dovessero essi penetrare tra quelle mura, sotto quelle ombre tranquille!.... e pur chi sa quanti ve ne sono anche costì!.... ricorderà insomma l’aspetto placido e ridente di codesta contrada, variata com’è varia la natura, ma insieme accurata come un giardino... Or bene, all’epoca della nostra storia, dopo undici mesi che era in mano de’ nemici, tutta quella bellezza era cambiata in una landa desolata, nuda e fangosa; non più traccia di siepi o di divisione alcuna tra poderi, le viti sbarbate, rotte, peste e sotterrate; gli ulivi tagliati al pedale per farne legna, o, se pur qualcuno ne rimaneva qua e là ad attestare l’antica ricchezza, eran tronchi, o quasi fusti informi, senza rami, pieni d’intaccature, e traforati dalle palle dell’artigliera. Smosso e solcato da queste in varii luoghi vedevasi il terreno, non men che dall’acque de’ temporali. Tale era l’aspetto del suolo tra le mura e le trincee, che simili ad una zona cingevano il poggio a mezza costa sotto Giramonte, e consistevano in un fosso, dietro il quale s’alzava un terrapieno armato di stecconi e forato da cannoniere.
Mentre Bindo e Fanfulla si dirizzavano verso un seno del poggio ov’era una dell’entrate dal campo, già si poterono accorgere che v’accadeva o vi si preparava qualche cosa di straordinario del sordo mormorìo che n’usciva, dal chiamarsi, dal correr de’ soldati per le vie che rimanevan tra le file dei padiglioni, delle trabacche, e lungo le trincere, chè giacendo l’alloggiamento sul pendìo del poggio, si poteva coll’occhio abbracciar tutto quanto, e vi si Vedeva quell’intimo ed incomposto rimescolamento che appare in un formicajo, ove in qualche modo si metta il disordine.
Entrati alla fine nel campo, e seguitando a salire per giungere sull’eminenza ove siede Giramonte, passavan tra le tende e le baracche costrutte in cento modi, d’assi, di graticci, di stoppie o di mota, come meglio era venuto fatto a chi v’avea avuto a passar tanti mesi, e s’era ingegnato procurarsi alla meglio qualche comodità: alcune, le più fiacche, mezzo rovesciate dal turbine della notte, giacean tutte arruffate, tutte ispide e piene di pali contorti o schiantati, di stecchi, di cannucce fradicie e ancora stillanti d’acqua piovana; sovra molte eran distesi panni onde asciugarli ai raggi del sole, o v’erano appiccati arnesi da guerra, che i ragazzi ed i famigli venivan racconciando e forbendo frettolosi, punzecchiati da’ loro padroni, chè aveano furia di vestirsene. Tra questi famigli, molti, colle lunghe capigliature, colla forma del petto e de’ fianchi tradivan l’abito virile che avean indosso. Eran donne e donzelle (in quel tempo ne’ campi ne accadeva di tutte le razze) o rapite nel sacco di qualche terra e da un padrone rozzo e bestiale ridotte ai più bassi uffici, o che, sedotte ed innamorate, eran fuggite di casa con qualche soldato, il quale, sazio oramai di loro, le soffriva, a patto soltanto di tenerle in conto di garzoni, ed esserne servito[67].
Tratto tratto trovavan tettoje o frascati sotto i quali i vivandieri e canovaj facean la cucina e vendevan vino: un qualche fanciullaccio sudicio e bisunto, attendeva a volgere lunghi spiedi innanzi al fuoco sul quale insieme bollivano grandissimi pajuoli. A certe tavolacce lunghe e mal composte, od usando botti rizzate a guisa di mense, eran soldati sollecitando finire gli ultimi bocconi, per unirsi a quelli che alla rinfusa concorrevano a Giramonte; s’udiva gridare, ridere, sganasciare. S’udiva il parlar alto e concitato di cento voci, ora grosse e sonore, ora rauche, ora stridule; ed ognuno voleva dir la sua sul fatto degli spagnoli: ma chi potea ritrarre il senso d’una sola parola in quel confuso fracasso, accresciuto, ora dall’abbajar d’un cane, ora da un tamburino, che per prova, veniva battendo la cassa, ora da qualche majale, che legato per una zampa di dietro ad uno stilo si veniva ravvolgendo a saltellone stiracchiando la fune, ed empiendo il cielo d’acuti e maladetti grugniti?
Fanfulla e Bindo, seguitando a salire tra gente e gente, e notando, tutti allegri, la buona disposizione di costoro a sollevarsi e menar le mani, giunsero finalmente sullo spazzo ov’è posta la villa di Giramonte; luogo piano, assai ben largo, donde si scopre tutta Firenze, i monti di Fiesole e il val d’Arno da’ poggi dell’Incontro a quelli d’Artimino. Quivi, sul ciglio che guarda in città, era una batteria di ventiquattro pezzi, tra cannoni, sagri e columbrine, separati da grossi gabbioni di vinchi, pieni di sassi e di terra; quivi era più che mai stretta ed accalcata la folla de’ soldati, de’ quali eran pur piene le finestre della villa; ve n’ era sul carriaggio che serviva pel bagaglio della banda, e stava in fila lungo i muri della casa; ve n’era sulle artiglierie, su’ gabbioni, su tutti i luoghi alti, e stavano tutti intenti ad udire Lamberto, che salito medesimamente su un gabbione parlava con voce alta, gestir pronto ed infiammato, e quando i due giunsero a portata della sua voce, diceva, terminando una frase della quale non avean udito il principio:
—.... de’ vostri compagni che que’ marrani hanno assassinati! Vendetta di loro soltanto! di tutta la nostra nazione che hanno assassinata, ed assassinano tutto giorno in mille modi, di essa s’ha a far vendetta, e liberarci una volta da codesti ladroni!... Ma ditemi, perdio!... s’io non dico il vero buttatemi giù di questa trincea... ditemi! andiamo noi nei paesi loro a vivere a discrezione, a rubarli, a vituperar le loro donne, a scannarli, a sollevarli con mille trappole, e metterli in discordia gli uni contro gli altri, come s’aizzano i mastini pel gusto di vederli sbranarsi? E loro invece sempre qui! ora con una scusa, ora con un’altra, ora per mare, ora per terra... ogni momento, che è, che non è? una truppa di questi ribaldi, miseri, scalzi, morti di fame, che hanno bisogno di rifarsi.... dove s’ha a andare? In Italia! andiamo, col nome di Dio! In Italia! Ma per Cristo, la terra dove siam nati, dove son sepolti i nostri padri, è roba rubata? è roba del comune?.... Iddio, che ad ogni popolo ha dato tanta terra che ci potesse vivere e morire in pace... ove potesse seminare e mietere.... ha egli detto: questa sola sia di chi la vuole, di chi se la prende, sia di tutti, e vi possa raccogliere chi non vi ha arato? Siam forse maladetti da Dio? siamo bastardi? siamo bestie?.... Lo volete sapere? senza avvertirlo, ve l’ho detto io quello che siamo! Siamo bestie, e peggio che bestie! chè anco i bruti, se si voglia disturbarli nella loro tana, si difendono e adoprano l’ugna e ’l dente, e non badano se ’l nemico sia maggior di loro.... e non potranno gli uomini far almeno altrettanto?.... E non mi vengan a dire che son più valenti di noi! Gli uomini son tutti compagni, e solo i cattivi ordini, le male usanze li corrompono e li rendon diversi.... e in prova, quante volte s’è avuto a far con loro a buona guerra, corpo a corpo, chi n’ha toccate? loro o noi? ed eccola...—(Disse accennando Fanfulla, che avea scorto nella folla).
—Ecco là.... s’io dico bugia, mi dica bugiardo....—
Tutti i visi si volsero a veder con chi parlava, ed egli:
—Fanfulla, che era de’ tredici di Barletta, lo dica egli.... come andò la cosa? Chi vinse?... e per combatter que’ tredici francesi, si mando forse un bando per tutta Italia per venire i più valenti? i più arditi? S’aspettò d’aver raccolti uomini più grandi e grossi che non erano i nemici? si misero due contr’uno?.... tredici loro, tredici noi; quelli che si trovaron sotto mano ne’ due campi.... si scelse i migliori, è vero.... ma scelsero i migliori anch’essi. E chi visse? torno a dire.... Non son più valenti dunque, ma più astuti.... o per dir meglio, essi son tristi ed astuti, chè sanno seminar la discordia tra noi e consumarci colle nostre armi medesime.—
Ma che sciagurato furore, che maladetta peste è mai questa? qual demonio dell’inferno ci saetta ne’ cuori il suo veleno, che sempre tra noi ci abbiamo a lacerare! tra noi fratelli! tra noi d’un istesso sangue, d’un’istessa lingua, d’un’istessa famiglia! E una città coll’altra, o coll’armi, o colle frodi e co’ maneggi, e sempre in ogni modo, pensare a nuocerci e a rovinarci tra noi?.... e beato chi ci riesce, e’ gli sembra un gran bel fatto.... e quando non posson farci del male.... affinchè almeno non se ne perda la volontà, e l’odio si mantenga vivo.... ad offenderci con parole, con nomi ingiuriosi.... e chiamar i Pisani traditori; i Fiorentini ciechi, i Sanesi pazzi, e che so io? e non solo tra città e città, tra stato e stato, ma ogni terra, ogni casale, ogni villa a voler male alla sua vicina, offenderla, ingiuriarla, odiarla almeno, se altro non può?—
E, stese in giù le mani accennando la città sottoposta, proseguiva:
—Ed ecco qui un esempio fresco fresco!.... Firenze, che era libera, ricca, felice; ch’era l’onore, la gloria d’Italia, madre di tanto senno, di tante virtù e d’ogni bell’ arte.... questo bastardo papa dice un giorno: Firenze ha ad esser mia... la prima cosa.... al solito!.... chiamar questi spagnoli, questi ladroni ad ajutarlo!.... Pensate se aspettano la seconda parola!.... Figuratevi se corrono!.... Si tratta di saccheggiar Firenze!.... E che fanno intanto le altre città? che fa Venezia, Siena, Genova?.... Venezia fa la sua brava pace coll’imperadore, rinnega le sue promesse, e sta a vedere.... Siena, manda perfino artiglierie che ajutino disfar la sua vicina....—
E guardando una lunga colubrina che avea dappresso, e percuotendola col piede in atto d’ira e di dispregio, gridava:
—E questi pezzi, che vorrei farne polvere co’ calci, non son essi de’ Sanesi? non son essi armi italiane? E voi, voi, compagni miei!.... Lasciatevelo dire, perdio! e non v’adirate.... voi non siete tutti italiani? non avete voi ajutata la rovina di questa nobilissima terra.... e qual profitto n’avete, ora che ve la vedete a’ piedi schiava, povera, vituperata?.... Cento disagi e cento ferite, e quella misera fecciosa paga, se pur riuscirete a toccarla. E i tesori, e ’l potere, a chi? a questi ladroni.... i quali soprammercato ci hanno in dispregio e ci chiamano poi traditori, codardi.... e se in cambio d’ajutarli aveste ajutato i vostri fratelli, credete voi che il guadagno fosse minore? E lo fosse anco!.... la gloria, l’onor della vostra nazione, non siete voi sicuramente tali da averlo in dispregio... E quanti son poi i nemici che abbiam a combattere?.... Son forse milioni d’uomini, che sien dieci contro uno di noi?.... Son poche migliaja. E non siete qui voi? Le bande italiane non son esse quasi la metà di questo campo.... e se gl’italiani che son dentro le mura s’uniscono a voi, non basterete a sterminar una volta questi saccomanni assassini? Per quest’effetto, io e questi miei compagni, e qui Fanfulla, che è l’onore della nostra professione, vi ci siam vanuti ad offerire per combattere, e vincere o morire con esso voi, e quando avremo attaccata la mischia, usciranno dalle porte i nostri a percuoter per fianco ed alle spalle i nemici, e sì che una volta abbiamo a far casa pulita di questi ladroni.
—Ora, col nome di Dio, chi ha core in petto, chi ci vuol stare a quel ch’io propongo, alzi la mano; e chi non vi vuoi stare.... faremo senza esso. Evviva le bande italiane! Evviva Firenze!—
Lamberto, nel cacciar questo grido, sguainava la spada, e sollevandola sul capo la faceva guizzare in cento rapidissimi mulinelli, ed in tutta la folla che gli stava a piedi, e che sin allora era stata come un musaico di visi, ora non si vedeva se non mani che s’agitavano, e molte brandivano spade, picche ed archibugi, ed al tempo stesso s’alzavan grida feroci di viva Italia! morte agli Spagnoli!.... tantochè mostrandosi così pronto ed espresso il consenso di quelle genti, Lamberto saltava a terra tutto allegro da quel gabbione, ed insieme co’ cognati, con Fanfulla e con quanti eran seco venuti di Firenze, s’andavano a porre attorno allo stendardo della compagnia per formar l’ordinanza, mentre i capitani e gli altri ufficiali delle bande sollecitavano a radunare e disporre i loro uomini, che con gran prestezza e senza disordine nessuno (all’uso de’ vecchi soldati) si rannodavano ognuno intorno alla propria bandiera.
Ma che faceva intanto il Vitelli, capo di queste genti? che faceva D. Ferrante Gonzaga, capitano dell’esercito, vedendo questo moto, udendo questi rumori, che davan segno d’un’imminente sedizione, e forse d’un’aperta ribellione?
Facevano all’incirca come, con certe mandre di cavalli e puledri mezzo salvatici delle campagne di Roma usano i loro guardiani; i quali le guidano e se ne fanno ubbidire alla meglio che possono nei casi ordinarj; ma quando talvolta, qualunque ne sia la cagione, il diavolo entra in corpo a quelle bestie e si scompigliano a un tratto, correndo e sbuffando, colle nari aperte ed a coda ritta, e s’azzuffano tra loro a morsi, a calci, con mille strani guizzi e mille volate, allora il guardiano s’ingegna colla voce, col gesto di rimettere un po’ d’ordine, sempre però girando attorno, e tenendosi ad una prudente distanza da quella mischia, e quando poi vede che tutto è inutile, sta a vedere, ed aspetta che abbian finito.
Così appunto fece D. Ferrante: ed ai capitani di quel secolo accadeva assai sovente di voler comandare e di esser comandati colla peggio de’ poveri popoli presso i quali si guerreggiava, cui, oltre i mali ordinarj ed indispensabili, venivan poi addosso cento malanni eventuali cagionati dalla sfrenatezza e dall’indisciplina delle milizie.