CAPITOLO XXX
Niccolò, sceso in chiesa, s’era intanto inginocchiato presso l’altar maggiore.
Un sagrestano v’accendeva quattro ceri, pe’ quali si venivano un poco a diradare le tenebre, chè la vastità del luogo non potea dirsi illuminata da così poca luce: ma la rischiarava tratto tratto e pienamente quella de’ lampi che guizzava su per l’invetriate de’ finestroni, e tingendosi, ne’ vividi e variati colori de’ vetri, correa per la chiesa con un chiarore simile a quello dell’iride, che mantenendosi a momenti tremulo ed abbagliante, scompariva poi tosto, e nella rinnovata oscurità facea parer più che mai offuscato e smorto il raggio delle candele. Le loro fiammelle, ritte ed immobili sin allora, cominciarono repentinamente ed a scosse a piegarsi, e farsi piccine come avessero a spegnersi, chè il temporale addensatosi ne’ monti di Mugello, s’era venuto accostando; già si levava quel vento umido e fresco che suol precedere la bufera; ed entrando pe’ fessi e per gli spiragli delle finestre con sibili acuti e discordi, ovvero ingolfandosi sotto i porticati del chiostro, per gli anditi, pe’ bugigattoli del convento, facea con opposte e rapide correnti sbatter usci, imposte e finestre, svolazzar tende e portiere, quasi ammonendo a premunirsi contro l’imminente tempesta. Il tuono anch’esso fatto più alto e vicino, pareva attraversasse le regioni superiori del cielo, nascendo lontano, poi scoppiando sul capo col fragore delle artiglierie, e dileguandosi infine, brontolava prolungato e lontano nelle gole de’ monti. I primi goccioloni d’acqua cominciarono a percuoter di traverso l’invetriate, ed a poco a poco spesseggiavan sempre più fitti, finchè a quello strepito s’aggiunse il tempestar minuto e secco della grandine che ribalzava sui tetti, sulle gronde, pe’ muri, per le finestre: e ad ogni colpo di tuono cresceva il rovescio, il muggito del vento, che s’udiva scompigliare gli alberi dell’orto.
Di tanto frastuono appena s’avvedeva Niccolò, che pieno del suo pensiero non avea la mente se non a quel solo, ed a raccomandarsi a Dio che lo facesse riuscire; e per la mutata condizione dell’atmosfera, per la nuova frescura arrecata dal temporale, sentendo ricrearsi gli spiriti, e quella pesante stanchezza che l’opprimeva dar luogo a nuove forze, e per così dire, ad una nuova vita, sorgeva più che mai coll’animo a sperar bene.
La chiesa s’era frattanto venuta empiendo di frati. Fra Zaccaria, fattosi dappresso a Niccolò, gli diceva:
—Questo tempaccio fa per noi; i nostri potranno uscir di casa e venir qua più sicuramente, senza aver chi gli osservi....—
Ed in quella sull’uscio della sagrestia comparve Lamberto, molle fradicio, e che gocciava per tutto come fosse cavato da un fiume. Niccolò gli tenea gli occhi fissi nel volto, mentre gli s’accostava per leggervi l’esito delle sue pratiche, e s’avvide che non era per annunciargli gran chè di buono. Quando gli fu da presso, disse con viso scuro:
—Io ho fatto il potere.... e qualcuno ho raccapezzato.... del popolo minuto però, de’ vostri operaj di for S. Maria.... Oh! codesti son tutti pronti e verranno dove voi vorrete, e sono stato casa per casa, e nessuno s’è tirato indietro, e insin le donne, anzi, esse per le prime, facean animo agli uomini e dicevan: «Andate, andate, che messer Niccolò sa ben egli quel che si conviene, e poi, non viviam noi del suo pane? ora dunque è dovere, che mettiam la vita per lui, e per quel ch’egli ha in animo di fare.»
—E così quella povera gente si confortavan gli uni gli altri, e si mettevan in ordine, e presto ne vedrete comparire in buon dato.... ma i popolani grassi, i cittadini di conto....—
E qui scrollò il capo, sospirando.—Codesti, è un altro discorso....alcuni sono fuggiti.... chi si è nascosto.... altri non si trovavano.... e que’ pochi che ho veduti.... pareva parlassi a sproposito.... che dicessi la maggior pazzia.... Oh! che vuoi tu che si faccia oramai?.... egli è come a voler dar un pugno in cielo, e molti rinnegano Fra Girolamo e dicono: noi siamo chiari una volta! e maledicono il giorno e l’ora che gli hanno creduto.... sarà forse la mia mala fortuna.... forse i fratelli, Troilo, l’avranno avuta migliore, possono star poco a comparire, speriamo che arrechin migliori novelle.—
Lamberto, dette queste parole, si trasse in disparte, mentre Niccolò esclamava:
—E poi diranno che Iddio gli ha abbandonati!.... che non gli ha voluti ajutare!.... quando son essi invece che l’abbandonano e rinnegano il suo profeta... oh, povero popolo! Povera Firenze!—
E, intrecciate sul petto le braccia, rimase pensoso un momento, poi soggiunse:
—Ora s’aspettino gli altri.—
I frati ch’erano ristretti intorno a Lamberto per udir ciò che arrecava, si scostarono sciogliendo quel cerchio, e cogli atti del volto, e qualche mezza parola, mostravano scoramento ancor più che maraviglia, e, quali formando crocchi di quattro o cinque, quali seduti per le panche, quali passeggiando in su e in giù nel fondo della chiesa, si venivan intrattenendo con discorsi secondo i diversi umori e le diverse passioni d’ognuno; gli uni, nella resa della città vedendo solo la rovina dello stato popolare, parlavan di libertà, e ne lamentavan la perdita: altri, conoscendo che verrebbe tolta al convento quell’autorità che aveva tenuta sulle cose di stato nei tempi della repubblica, si rammaricavan dicendo: «l’avranno vinta un’altra volta i frati minori!» ed il laico campanajo soggiungeva, quasi piangendo: «e la nostra povera campana avrà ella a rifare il viaggio di S. Francesco?»[63] Molti, cui premevan più di tutto le cose della religione e la santità del costume, mantenuta dalle esortazioni, e dagli esempj del Savonarola, si dolevan dicendo: «e se tornano i Medici, chi potrà più tener questo popolo!... Sarem da capo, e peggio di prima, co’ giuochi, e le taverne, e le disonestà... e pensare che son pur i Medici che han fondato questo convento! Oh! che Dio ne scampi da siffatti fondatori di chiese, che persino l’opere sante le fan servire ad ingannare il popolo!»—E v’eran pur taluni che in cuor loro poco aveano creduto sempre a Fra Girolamo, quantunque pel quieto vivere non lo mostrassero, e fra questi correvan ghigni così alla sfuggita, e guardate di sottecchi, ripetendo tra loro a mezza voce, e con ischerno, le famose parole del Frate «Sei tu chiaro?»[64]
La furia del temporale frattanto incalzava; e pareva cosa più dell’altro mondo che di questo, veder a quell’ora sotto l’antiche volte di S. Marco una simil radunata di figure bianche, che erravano in quella semi-oscurità, ove spiravan soltanto le quattro fiamme rossicce accese all’altar maggiore, simili a stelle che tramontino in un’atmosfera caliginosa; aggiungi il rapido e breve splender de’ lampi, lo scroscio della pioggia, i frequenti colpi del tuono, che parea percuotessero le mura e le facessero tremare; il furiare del vento che si cacciava per luoghi stretti, per le fessure, pe’ fori, e produceva ora un fischio sottile, ora, quasi imitando la voce umana, pareva un ululato, un lungo lamento, ed ora sembrava il lontano ruggir delle fiere. Ad alcuni frati meno arditi o più creduli, correva alla mente che gli spiriti maligni fosser gran parte di quella burrasca, e parea loro quasi, che quelle voci misteriose e sinistre uscissero da gole infernali, da qualche vicina tregenda di demoni che si mettesse in ordine per iscagliarsi sopra il convento, ed un vecchio laico diceva, facendo il segno di croce e sospirando—Anche questa notte, s’io non erro, le monache di S. Lucia voglion avere un po’ di feria, come fu quando il beato Fra Girolamo venne condotto in Palagio![65]
Alcuni giovanetti novizj, a queste parole dette con viso pieno di sospetto ed in modo cotanto grave, si sentivano tremare le fibre, e spalancando gli occhi e la bocca verso il vecchio parean chiederne ed aspettarne una più aperta spiegazione, ed il laico con un viso malinconico, proseguiva:
—Eh! chi è invecchiato in questo convento n’ha avute a passar di brutte! E vi sono stati tempi che l’inimico non ci lasciava requie nè dì nè notte, e lo stesso faceva con quelle poverette di S. Lucia... Ma allora era vivo Fra Girolamo... e v’era quel sant’uomo di Fra Domenico da Pescia... quello bisognava vedere come lavorava col demonio! Eh, con lui non c’era da far il matto! e sì che una volta anch’esso gliene fece una, che tutt’altro uomo avrebbe lasciato per sempre d’impacciarsi d’ esorcismi.... sentite questa!.... che ci mise una paura a tutti, che non ve ne dico niente!... sapete, la cella che ora è di Fra Giordano... c’è quell’immagine di Nostro Signore tentato da quel satanasso nero nero, con quella coda e quelle gran corna? Be’, Fra Domenico un giorno (anche lui che domin gli venne in mente?) prese una granata e scopollo, e lo scherniva in varj modi. Che volete? la notte eramo tornati da mattutino, e s’era ripreso sonno....—
(I novizj si stringevan tra loro guardandosi intorno con sospetto, e credevan a ogni tempo veder saltabeccar per la chiesa qualche Farfarello.)
Potevan esser le due dopo mezzanotte, si sente a un tratto strepito di picchiate, un gridar soffocato; che cos’era? Era lo spirito maligno che per vendicarsi avea date a Fra Domenico tante bastonate ch’egli rimase conciato, che Iddio vel dica[66]... E io, dopo questa faccenda... non mi vo’ far bravo!... io, quando vado a spazzar la cella, e vedo quel lucifero, mi raccomando a Dio, e dico in cuore:
Lasciami stare, lasciami stare,
Che non ti fo nè ben nè male!
Figuratevi se ha lavorato a quel modo con Fra Domenico, ch’era in sacris, con me, povero converso!.... mi strozzerebbe! che Dio m’ajuti e la Madonna.... Ora.... via, non ci possiam lagnare, si sono un po’ quietati.... ma allora!... certe notti non si trovava la via di scender in coro! certi gattacci neri su per le travi del tetto, con occhi come brage, certe salamandre che andavan come razzi pe’ muri; e non vedevi di dov’uscivano nè dove andavano, e talvolta ne vedevi taluna star ritta sulla fiammella della lampada e godersi di quel foco.... lo so anch’io! a petto di quello dell’inferno le sarà parso una frescura! poi voltavi un canto del dormitorio, ed ecco in fondo, ritto contro il muro, come un etiopo, piccino piccino, tutt’occhi e bocca! Uh! Signore, ajutateci, che quest’occhi han vedute di gran brutte cose!—
—Ed alle monache accadeva lo stesso?—domandò a mezza voce e tremando un novizio.
—Lo stesso, e peggio! Ed il demonio entrava addosso quando ad una, quando ad un’altra, e facea far cose a quelle povere figliuole!.... cose!... ma che volete! non ci avean colpa esse.... era il nemico.... e allora mandavan di carriera per Fra Domenico.... e lui era come una mano santa, appena si mostrava restavan libere; e, quando per qualche impedimento non poteva andar egli, mandava un altro colla Bibbia, e ’l comandamento al demonio di partirsi.... bisognava sentire allora come gridava.... «Eccolo, eccolo collo scartafaccio!» e volendo nominare il nostro santo profeta, invece di Fra Girolamo dicea per ischerzo Fra Gira gli uomini, Fra Giraffa, ed altre cotali insolenze.... Basta, ringraziamo Iddio; che questa tribolazion ce l’ha pur tolta di dosso!....—
Udiva queste parole fra gli altri un frate vecchio, uomo sparuto, e ridotto dalle penitenze ad aver aspetto di quelle mummie naturali che si vedon verbigrazia nel convento de’ cappuccini a Roma, che vestite coll’abito da frate mostrano solo il viso coperto d’una cotenna arsiccia, secca ed aggrinzita. Questi, che in tutta la vita sua non avea avuta un’ora di bene, tormentato sempre dagli scrupoli, diceva, con una vocina tremola e sottile:
—La cagione che il demonio non ci tormenta altrimenti, e non ci si fa più vedere, ve la dirò io, fratelli (e qui un sospiro). Egli è che ora le cose vanno più a modo suo, pur troppo! in questo convento; dove al tempo di Fra Girolamo era tutto l’opposto (e un altro sospir) noi ci siamo allargati nel vitto, nel vestire, ed in tutte le cose.... ed invece d’attendere allo spirito, invece d’insanire pro Cristo, siamo tornati alla superbia degli studi mondani... la compieta si dice ora dopo cena, contro gli ordini di Fra Girolamo.... la Bibbia, che allora i frati l’avean sempre sotto il braccio, oggi è posta da un lato e tralasciata.... insomma, poco si pensa all’interiore, fratelli miei.... che volete dunque che ’l demonio duri fatica con esso noi quando camminiam per la via ch’egli vuole?....—
E qui un ultimo sospiro che valeva per quattro.
In quella gli occhi di tutti si volsero verso la parte ov’era Niccolò, ad un poco di bisbiglio più alto che vi si faceva, ed era cagionato dalla venuta de’ suoi figliuoli, di Troilo e di Fanfulla, intorno ai quali presto si raccolsero i frati sparsi per la chiesa. Le nuove avute da costoro non eran punto migliori di quelle portate da Lamberto, ed appariva sempre più chiaro che bisognava pur risolversi a cedere alla fortuna. Cominciò Averardo a parlare nel suo solito modo tronco ed adirato, e dopo aver riferito ciò ch’egli aveva operato, che si riduceva in sostanza alla conclusione medesima ottenuta da Lamberto, dopo essersi scagliato con male parole contro que’ cittadini che ricusavano di porsi a nuovi rischj, disse, alzando ferocemente il viso ad un lampo vivissimo che scintillò, seguìto immediatamente da un tremendo tuono:
—Possa tu incenerire que’ vituperati codardi che aman più viver servi che morir liberi!....—
A quest’imprecazione uscita in tal punto di bocca a un uomo che, pel suo terribile aspetto, solo a guardarlo metteva paura, fece arricciar i peli ai più arditi de’ circostanti.
Il frate dagli scrupoli si prese il capo colle due mani e mormorò tra denti «Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis!» E Niccolò, alzando la mano con autorità verso il figlio, e guardandolo fisso, gli disse:
—Averardo, tu sei in chiesa!
E questi, che avrebbe sostenuto gli sguardi di un esercito, senza batter palpebra, non potè sostenere quelli di Niccolò, ed abbassati gli occhi, ammutolì.
Sorse allora Bindo, e fattosi avanti baldanzoso (di che si dubita o si dispera alla sua età?) disse:
—E s’io vi dicessi che sono stato da Mannelli, dagli Agolanti, da Spini, e che ho trovato que’ giovani pronti a far ciò che noi vorremo, e che non ho veduto in essi quella viltà che voi dite? E sebbene, a dir il vero, i vecchi, i padri di molti li sgridassero, e s’opponessero, i figliuoli però mi hanno fatto sicuro che di nascosto si sarebbero ingegnati uscire e trovarsi qui stanotte con noi.... Io per me non dispero, no.... chè di giovani animosi ce n’è dovizia in Firenze, la Dio grazia.... tutto sta incominciare, e poi, non dubitate, tutti si leveranno, e saranno per noi. Ma la sicurtà di Bindo non potè trasfondersi negli animi di chi l’ascoltava; guardando in giro i visi di tutti, vedevi errarvi un sospetto, un dubbio inquieto e doloroso, e Niccolò stesso, quantunque si conoscesse che faceva ogni opera per parer franco e sereno, mostrava però sul volto l’inquietudine che lo agitava.
Volse lo sguardo a Fanfulla, che stava ritto ritto col suo solito ed impassibil viso, nè lieto nè malinconico, e portando sul giaco di maglia lo scapulare di S. Domenico, avea insieme del soldato e del frate: lo guardò come per accennargli dicesse il suo parere, e Fra Zaccaria intanto, esprimendo il pensiero di Niccolò:
—Qui, Fra Giorgio, di cotali faccende ne sa più di noi: vi par egli che vi sia modo.... che qualche cosa si possa ancor fare?—
E tutti gli occhi s’affissarono intenti su Fanfulla, che inarcando le ciglia, abbassando gli occhi, sporgendo il labbro inferiore, tentennava il capo e veniva tratto tratto soffiando e facendo risuonar tra denti un hum! tutt’altro che di buon augurio. Alla fine, ponendosi la mano tra capelli e sulla fronte, e parte grattandosi, parte rassettando la fasciatura della ferita, diceva:
—Non essendo io fiorentino, non posso aver in pratica come voi questi cittadini.... dunque stasera uscendo, ho detto: va un po’ da chi ti conosce e lasciami far motto a questi soldati, e sentir come la pensano.... Perchè.... vedete! l’anima di questi negozj.... non per far torto ai cittadini della milizia, che io non vidi mai i più bravi, nè i più valenti.... ma insomma, bisogna lasciarselo dire, ognuno l’arte sua, e val più una ventina di quelle picche invecchiate nel mestiere, e che da bambini, si può dire, son usi alla disciplina, e ad aver sempre un occhio al gatto e l’altro alla padella, vo’ dire, un occhio al nemico e l’altro alla bandiera, e a non romper la fila, e in mezzo all’archibusate; un cenno del sergente o del capitano, e già hanno capito, e anche senza questo, sanno da se quel ch’hanno da fare.... insomma, mi avete inteso.... val più una ventina di costoro, che cento uomini, e siano valenti quanto volete, chè non conoscano il mestiere, ed ora fanno troppo, ora troppo poco, e non sanno che una battaglia di soldati debbe esser com’una sega, ove i denti son molti, ma la volontà che li muove una sola, e allora si fa profitto.... Ora dunque, son andato per gli alloggiamenti delle bande pagate.... già li conosco tutti! a qualcuni la spada in mano gliel’ho messa io.... vado pel primo da quelli là dietro S. Croce; entro; Fanfulla di qua, Fanfulla di là.... Addio, buon giorno, che è? che non è?.... Dico fra me.... prova un po’ per questo verso, e comincio, addosso con una villania da cani «Bell’onore, per Cristo e la Madonna!....»—
Ma ebbe appena detta la parola, che si percosse colla mano la bocca, accorgendosi che rappresentava la scena con troppa verità; e rimettendosi tosto, proseguiva:
—Bell’onore n’avrete acquistato!.... Dar la terra a patti.... che non v’è un palmo di bastione scalcinato.... non vi mancano nè polvere nè palle.... il cuojo delle scarpe ancor non l’avete mangiato!.... se avessi saputo che era per ischerzo non mi sarei mosso di S. Marco (dicevo così per dire, chè, poveracci, non si son portati male, ma co’ soldati bisogna parlar così) e loro, chi ne diceva una, chi un’altra, e parevan arrabbiati, e che n’avesser vergogna anch’essi.—E sono stati i Signori!—Egli è quel traditore di Malatesta.... e chi sgrullava le spalle, chi bestemmiava, chi diceva «Noi siam qui ancora; chi ci paga e insegna la via!.... e un capitano di Guasconi!... un valentuomo!... eramo assieme alla presa di Brescia...» Io, mi dice, jer altro, se il Palagio acconsentiva, assaltavo colla mia banda le genti di Malatesta; non hanno voluto! E io ho da volerne più de’ Signori? Ora è troppo tardi....—
Fanfulla tacque un momento, poi stringendosi nelle spalle ed aprendo le braccia, soggiungeva:
—Ha ragione!.... che gli volevate rispondere?... in guerra l’occasione è tutto. La lasci fuggire? Peggio per te.—
Durante il discorso di Fanfulla eran sopraggiunti alla sfilata molti artefici dell’arte della seta e della lana, molti operaj del popolo minuto, tutti, come meglio potevano, più o meno armati; eran insieme venuti alcuni di que’ giovanotti ai quali avea parlato Bindo, ma tutti costoro insieme non sommavano a dugento persone; il tempo passava; già da qualche tempo l’oriuolo di sagrestia avea suonato le due, non si vedea comparir altra gente, e quelli che s’eran condotti quivi, vedendo il loro piccol numero, notando lo scoramento che si dipingeva sul volto de’ frati, e dello stesso Niccolò, si venivan guardando in viso gli uni gli altri, ed alcuni in cuore molto si pentivano d’essersi mossi di casa loro.
Niccolò stava perplesso, ed ondeggiava in varj opposti pensieri. Rimandarli, e rinunziare all’ultima speranza, gli parea troppo duro ed acerbo: e spingere questi pochi ad un partito disperato, ad una certa morte, non vi si sapeva risolvere. Mentr’egli si stava travagliando in quest’incertezza, i frati avean fatto disporre di molte panche lungo i due lati della chiesa verso l’altar maggiore, ove sedettero essi ed i più ragguardevoli dell’adunanza, e il rimanente popolo, stando in piedi in fondo alla chiesa, chiudeva da quel lato il quadrato, che rimase vuoto nel mezzo. Niccolò sedette su un seggiolone che era stato collocato all’estremità superiore, ed avea vicini Fra Zaccaria ed i suoi giovani, e parlavan tra loro sommessamente, quando entrò in mezzo al quadrato, venendo dalla porta della sagrestia, un vecchio che a’ panni mostrava essere un povero operajo, ed aveva sul suo vestire ordinario affibbiato un petto di ferro tutto rugginoso ed una spada allato. L’aspetto di costui era d’uomo che l’età ed i patimenti avesser condotto agli estremi della vita, ma questa parea si raccogliesse tutta negli sguardi, ove ardeva un fuoco torbido, che dava indizio d’un feroce e disperato proposito.
Questo vecchio avea per la mano un fanciullino di dodici anni, magro, pallido e che parea più attonito che spaventato di trovarsi in codesto luogo, in mezzo a quella grave addunanza.
Niccolò conosceva quest’uomo, che era stato sempre ardentissimo per la dottrina di Fra Girolamo, s’era trovato alla difesa del convento nel 98, e poi sempre in appresso avea, in ogni tempo, e sotto tutti i reggimenti, perseverato costantemente nelle medesime opinioni, facendo ogni opera onde si mantenessero tra il popolo, per quanto gli era concesso dal suo povero stato, e dalla sua poca autorità.
—Oh, maestro Simone! gli disse Niccolò, mentre gli s’appressava con quel fanciullo. Oh! che venite voi a far qui col vostro Bertino?—
—Piero suo padre, e mio figliuolo benedetto, rispose il vecchio, è morto combattendo per la nostra libertà.... io, e questo fanciullo, noi siam rimasti sali in casa.... soli al mondo.... voi lo sapete.... non abbiam più nessuno; e perchè, neppur io non mi curo più di vivere, ho condotto meco questo povero orfanello, ond’egli o viva o muoja cogli ultimi difensori di Firenze!—
Niccolò levava gli occhi e le mani al cielo, e diceva, crollando le palme aperte:
—Oh, perchè tutti i cittadini non ebber l’animo di questo povero operajo! Oh! perchè i maggiori di questa terra, ch’eran tenuti dar l’esempio all’universale, si sottrassero al peso, quando più premeva saperlo onoratamente portare?—
Ed a mano a mano riscaldandosi nel dire, ed alzando vieppiù la voce, proseguiva:
—Non son questi, no, gli esempj lasciatici dai nostri antichi, che seppero mostrare il viso a’ papi, a’ re e ad imperatori, e difender contro tutti la libertà di Firenze! Oh, Firenze! appiè delle tue mura cadde la superbia d’Enrico di Lucemburgo imperatore, e di tutto lo sforzo del santo romano impero!.... l’imperator Massimiliano.... e questo l’abbiam veduto cogli occhi nostri, a nostri giorni!... dovè fuggire prima d’aver pur vedute le tue torri!... A Carlo di Francia, ch’era dentro le tue porte col fiore de’ suoi cavalieri, tu mostrasti il viso, quando ti volle serva, e re Carlo ebbe di grazia salvar sè ed i suoi, e rimanesti onorata, ed in tua ragione... Ma Dio grande! è forse il presente pericolo maggiore di codesti? Siam noi uomini diversi da quelli d’allora? Non è più un bene la libertà, l’onore, la religione? Non più un male la schiavitù e l’infamia? Ma possibile, Dio eterno, che siam caduti nel fango di cotanta viltà? Possibile che tanto abbin pesato i nostri peccati, che ci abbi così abbandonati! che il popol tuo sia tanto da te maladetto? Oh cittadini! oh figliuoli! S’avrà dunque a profferire quella tremenda parola! l’avremo a dir noi fiorentini, e non morir prima mille volte—Firenze, è spenta! Firenze è serva! e noi siam rimasti vivi! e torniamo alle nostre case, alle donne, ai figliuoli nostri, cui dovevam mantenere quello stato lasciatoci da’ nostri maggiori!.... e che direm loro scignendoci le codarde spade asciutte di sangue, e buttandole in un canto? che direm loro? Che ragion troveremo che gli acqueti e li faccia contenti d’essere, non più uomini liberi, ma quasi una mandra di bestiame, divenuta roba de’ Medici? E quando questi tiranni porran le mani nel sangue e negli averi de’ vostri figliuoli fatti grandi, non avranno essi cagione di maledirvi, e chiamarvi codardi? E che cos’è poi la vita, che si debba serbarla a cotanto prezzo? E non pensate ch’io parli così perchè son vecchio, e la posta ch’io son per metter a questo giuoco, è di pochi giorni, di poche ore forse di vita. Ma non ho io figli? Questi che mi stanno intorno non son eglino sangue mio? e ne son io avaro? (e ponendo la mano sul capo di Bindo che gli era vicino) Son io avaro del sangue di questo fanciullo, cui rimarrebber forse anni ed anni di vita felice? E facendone dono alla patria, chi potrà dire ch’io non doni più assai che la mia vita stessa?.... Oh! cittadini, abbiate pietà di questa patria sventurata, chè forse ancora n’è tempo! O Jesu Cristo, re nostro, abbi pietà di Firenze, ch’è pure il tuo regno! Parce Domine! perdona i nostri peccati, perdona ancor questa volta.... la tua vendetta risparmi la patria.... io, pei peccati di tutti.... io t’offro questo misero capo, t’offro questi miei figliuoli!.... Scompaja la mia casa.... si cancelli il sangue mio, il mio nome dalla faccia della terra, ma Firenze! Oh, Firenze sia salva, sia libera, sia felice!....—
Piangendo al cospetto di tutti, colla fronte alta, e mostrando ch’egli non avea rossore di quel pianto, pose fine Niccolò alle sue parole, che erano state l’indispensabile sfogo dell’indomita passione ch’egli provava, più forse che non un mezzo col quale sperasse fare oramai molto profitto.
Visi bassi e scuri, ed un silenzio di morte, diedero alle parole del vecchio una troppo chiara ed eloquente risposta.
Il temporale, cacciato dal vento, s’era intanto allontanato dirigendosi verso Volterra; di tanto in tanto splendeva ancora qualche lampo, e giungeva all’orecchio il lontano brontolar del tuono.
Niccolò provò un senso di dolore ancor più terribile di quello che l’oppresse quando fu decisa la resa della città; ora perdeva l’ultima speranza; ora soltanto Firenze era irremissibilmente caduta per esso; ora soltanto si sentiva divenuto veramente servo de’ Medici.
Appoggiati i gomiti sulle ginocchia, e sulle palme la fronte, rimase immobile, annichilato, per dir così, dall’immensità della sua sventura, ed avrebbe in quel momento benedetto Iddio, se gli avesse mandata la morte.
Sventurato vecchio! e gli restava ancora a soffrir tanto!
I popolani e gli operaj, che al bollente parlare di Niccolò non avean risposto che col silenzio, giudicando, con quel retto sentire che è quasi sempre negli uomini rozzi, esser ormai pazzia il voler tentar di resistere, non poterono sostener la vista del dolore, del pianto di quell’uomo, che s’eran avvezzati a considerare come il loro padre comune, come un ente d’una natura e d’un’intelligenza superiore. Eran, per dir così, spaventati ora di vederlo soggetto, come gli altri, alla sventura ed all’umana miseria, e per l’amore che gli portavano, si sentivan straziare il cuore, e rampognavan se stessi quasi fosser cagione d’ogni affanno, d’ogni danno che gli potesse avvenire. E cominciò a sorgere un bisbiglio tra que’ poveri uomini, mentre pur tuttavia Niccolò stava immobile colla fronte nelle mani, e chi di loro metteva sospiri, che piuttosto parevan ruggiti, chi si mettea le mani nei capelli, chi si scontorceva, chi col dosso della ruvida mano si asciugava una lacrima, e tutti, in questi od altri cotali modi, mostravano passione e malcontento grandissimo, chè tenuti in rispetto dalla presenza di tanti loro maggiori non s’attentavano venir avanti, o moversi, o parlar troppo alto.
Ed a mano a mano crescendo quest’umore tra loro, cominciarono a dirsi a vicenda ed a mezza bocca:—Oh noi siam pure i gran sciagurati!—Povero vecchione! vedi s’egli ha a pianger a quel modo!—Lui che ci ha veduti tutti nascere!—- Che ci ha sempre fatti lavorare!—E quando fu il caro, chi ci dette pane se non egli?—Ed ora, quand’è il bisogno, ci tiriamo addietro? E non vorremo noi che i ricchi e i grandi dicano che il popolo, i poveri sono ingrati?—Tu che dici, Sandro?—- e tu, Bozza? Abbiam noi a farci avanti, e buttarglici a’ piedi, e domandargli perdono, e dirgli che noi siam pronti, e che faccia di noi quel che vuole? Vai tu? Vo io? Andiam tutti?—Andiamo....—
Dissero animosamente alcuni, e fattisi innanzi, seguendoli tutti gli altri, irruppero nel vôto del quadrato, e venuti avanti velocemente verso Niccolò, che a quello strepito di passi aveva alzato un poco il capo, gli si buttarono in ginocchio a’ piedi, ed i più vicini stendendogli le mani ai panni, alle ginocchia, con visi umili e contriti, e gli occhi lagrimosi, parlavano alla rinfusa e tutti insieme, tantochè mal si potea comprendere che cosa intendessero dire, che domandassero, se non che dagli atti del volto, dalle braccia alzate de’ più lontani, e da qualche parola che spiccava qua e là più chiara, come perdono.... pentiti.... noi siam i vostri figliuoli insin che ci duri la vita.... ed altre somiglianti, potè presto avvedersi Niccolò qual fosse l’animo ed il proposito di que’ poveracci. Il suo cuore ne fu commosso, e lo fu del pari quello di tutti i circostanti.
Egli alzò amorevolmente le mani, e posandole ora sul viso e sul capo de’ più vicini, che afferrandole con impeto ed effusione le baciavano, ora accennando che tacessero e si levassero in piedi, dopo un buon poco ottenne finalmente che cessasse il rumore, il confuso parlare, ma non che sorgesser da terra.
—Oh che volete voi dunque, figliuoli? parli un di voi, e dica quel che voi volete.—
—Il Bozza! Parli il Bozza—dissero varie voci, ed un uomo sui quarant’anni, grande, asciutto e di volto maschio ed ardito, comecchè in quel momento lagrimoso, disse, stendendo le braccia nude e tendinose:
—Messer Niccolò, no’ siamo ignoranti.... ci avete a compatire.... no’ siam bestie... che volete? no’ lo conosciamo anche noi!... Noi meriteremmo che ci cacciassi a calci... Non lo sappiam noi, che tutto il bene che s’è avuto alla vita nostra c’è venuto da voi? Che questi panni che abbiam indosso, son roba vostra? Che ci avete ajutati quando eravam infermi, e provveduti quando non c’era lavoro? e in quest’assedio, che n’era di noi, delle nostre famiglie, se non eri voi? si moriva di fame. E ora, quand’avete dette quelle parole pel bene della città, pel bene nostro, noi.... ribaldi.... non ci siam mossi.... non abbiam risposto nulla.... noi siam bestie (e questo noi siam bestie, siam ignoranti lo ripeteva quasi ad ogni parola e molto più che non si scrive). Ed ora vi abbiam veduto piangere.... e noi non possiamo vedervi piangere.... e vo’ avete a star di buona voglia.... e non avete a piangere.... che no’ siam qui noi.... e ci avete a mettere dove voi vorrete.... e far di noi quel che voi vorrete.... e finchè c’è vita... finchè di noi ce n’è un pezzetto come l’orecchia... vedete, messer Niccolò, no’ siam tutti presti a ogni vostra volontà, ma state su.... via.... rasciugatevi quegli occhi benedetti.... fatevi veder col viso un po’ contento.... e allora sapremo che ci avete perdonato, che non siete adirato con esso noi.... Oh! perdonateci, messer Niccolò, perdonateci.—
E tutti a stender verso lui le braccia ed a gridare:—Perdono, perdono!—