CAPITOLO XXIX.
Conoscendosi costoro padroni oramai di Firenze, vollero per prima cosa che la Signoria rilasciasse que’ cittadini Palleschi, che fin dal principio dell’assedio erano sostenuti in Palagio; e la Signoria, che dovea ubbidire, non potendo più comandare, li fece tostamente porre in libertà, onde presto furon veduti uscire di Palagio ringraziando i loro liberatori, come poco dopo ringraziaron Malatesta, recandosi a fargli riverenza.
Il Busini, che era presente a quel fatto, e stava con que’ pochi Piagnoni superstiti, desideroso più di morire che di vivere, narra, in una delle sue lettere al Varchi, che costoro avendo, durante la prigionia, trasandata ogni cura della persona, apparvero con lunghe barbe, e rassomigliavano ai romiti della Falterona.
Ora dunque i Signori, non conoscendovi più rimedio, sforzati dalla necessità, dalla violenza dei nobili, e rimasti oramai abbandonati a se soli, dovettero alla fine risolversi a cedere; e, radunato il consiglio degli Ottanta nella sala grande di Palagio, in quella stessa, che per opera di Fra Girolamo era stata disposta pel consiglio maggiore; in quella, ove alcuni anni dopo il Vasari dipinse in tante storie le battaglie che ribadiron poi la servitù fiorentina; radunato, dico, il consiglio, pieno di quel lutto, di quel dolor tacito e profondo che assai si può immaginare, elessero quattro ambasciadori a Don Ferrante colla commissione d’accordarsi, salva però sempre la libertà fiorentina.
Questa clausola sola parrà al lettore una derisione amara, ed il progresso del tempo mostrò, che il suo giudizio non erra: ma è nell’indole umana l’attenersi con grandissima ostinazione alle parole allorquando vien meno la realtà da esse significata.
Partirono gli ambasciatori, si condussero alla villa Guicciardini, detta la Bugia, ove alloggiava Baccio Valori, e venuti a parlamento con esso e con D. Ferrante, dopo lunga discussione, fermarono i capitoli della resa, e tornarono con essi, che già era fatta notte, in Firenze.
Niccolò, quantunque abbandonato quasi da tutti, era sempre rimasto in piazza, al luogo medesimo. Quando gli fu annunciato che tutto era finito, estinta ogni speranza, e Firenze venuta finalmente alle mani de’ Palleschi, provò quel dolore che supera ogni altro dolore, e non è da mettersi a confronto nè colla perdita de’ beni, nè con quella della vita, e neppur della libertà, nascendo da una perdita assai più tremenda per l’uomo, quella d’una fede nutrita, tenuta infallibile e santa pel corso dell’intera vita. Scoprir traditore l’amico dell’infanzia, è forse il solo dolore che a questo s’avvicini.
Chi può immaginare, non che descrivere, lo sconvolgimento tremendo che dovette operarsi nell’animo del vecchio popolano, quando a un tratto, quasi allo squarciarsi d’un velo, sentì nascersi il dubbio che Fra Girolamo gli avesse ingannati?
A novant’anni s’avvide l’infelice vecchio che egli ancor non conosceva tutti i dolori della vita, e mentre i suoi gli stavano attorno confortandolo, e notando con ansia l’istantanea e spaventosa mutazione che appariva nei suoi lineamenti, quella sua fronte, quei suoi occhi, già cotanto sicuri, caddero a terra, il suo volto illividito espresse una così desolata disperazione, che gli astanti temettero un momento non avesse a cader morto allora allora, e con quelle parole e quegli argomenti che alla mente d’ognuno parevan migliori, si studiavano ravvivarlo, mentre piano piano procuravano trascinarlo alla volta di casa.
Riuscirono a condurvelo, passando taciti per quelle strade poco prima tanto riboccanti di popolo, tanto piene di rumori e di grida, ed ora oscure, deserte e taciturne, se non che da quando a quando s’udivan lamenti, pianti soffocati, che sonavan per l’aria senza potersi conoscere d’onde venissero. Quando Niccolò rivide la bruna facciata della sua casa, ove avea vissuto libero tant’anni, e dove oramai gli conveniva viver servo, od uscirne, sentì rinnovarsi più amaro il suo dolore, come accade a chi rivede per la prima volta quelle mura ove visse lungamente con una persona cara, e che la morte abbia rapita per sempre. Nel varcare la soglia, l’androne; nell’entrare nella sua camera sentì opprimersi il cuore come entrasse in una prigione. Trovò le figlie piangenti, che gli si fecero incontro, ed abbracciandolo raddoppiarono il singhiozzare, ed egli, senza nè rispingerle, nè corrispondere a quelle loro mute condoglianze, si venne spogliando l’arme e le gettò a terra lontane, lanciando sovr’esse un ultimo ed amaro sguardo; un altro sguardo gettava in alto a quella nicchia entro la quale stava appesa la tonaca, ed eran collocate le ceneri di Fra Girolamo, e senza torcer le pupille da quelle cose che in cotal momento dovean destar in lui tanta tempesta di pensieri, rimase un buon pezzo fisso, ed alla fine il misero venne alla presenza de’ suoi, che profondamente commossi, e senza osar quasi respirare lo circondavano, pianse, pianse a lungo ed amaramente.
Degli sbagli delle profezie e de’ profeti a tutti si suol dar la colpa fuorchè a loro, chè essendo la fede un affetto del cuore, più che un’operazione dell’intelletto, il cuore s’ostina a serbarla, a difenderla contro gli assalti della ragione, contro l’evidenza stessa, e trattandosi appunto di predizioni non mancano mai appigli per persuadersi, quando gli eventi siano succeduti a rovescio, che la colpa fu di chi non seppe interpretarle, o adempierne le condizioni.
Così Niccolò, che non poteva in un momento abjurare quella fede in Fra Girolamo, che era stata lo spirito animatore di tutta la sua vita, che non poteva in un punto detestare ciò che avea adorato, nè rinunziare in quella terribil prova alla sola consolazione, alla sola speranza che gli avanzasse, disse in cuor suo, mentre s’affissava in quelle reliquie:
—E se i nostri peccati furon tali da renderci immeritevoli della divina misericordia, vorremo, per colmar la misura, perder anco la fede? Ci fu promessa vittoria: ma abbiam noi combattuto? Perchè ritrarci vilmente? Perchè arrenderci? Può forse Iddio ajutare i codardi?... Oh Firenze! nelle tue forze speravi e non in quelle di Dio, ed egli t’ha abbandonata alle tue forze sole! Quare. Quare dubitasti?—
Questi pensieri furon cagione del pianto di Niccolò, ed insieme di rinnovare più salda in lui quella credenza che avea potuto bensì vacillare, ma non mai venire abbattuta, onde, riassumendo nel volto e nella presenza quell’autorità grave e tranquilla, solo per un momento smarrita, disse ai figli, a Lamberto ed a Troilo:
—Figliuoli miei! Ad uomini men forti e di minor fede che voi non siete, le parole che sto per dirvi potriano parere stoltezza, e vacillazioni d’un vecchio.... Ma a voi, che conoscete le promesse fatte da Dio per bocca del suo profeta a questa città, che fidate in esse,... a voi che, la Dio grazia, non conoscete nè viltà nè paura, posso ben dire, anco allorquando da tanti si crede che siam perduti, sì, perdio, posso dirvelo,.... che non siam perduti del tutto nè irremissibilmente. No! che a chi non dispera di Dio, nè di se stesso, sempre avanza una via di salute.... si dovrà dire che tutto il popolo di Firenze, che tante migliaja di cittadini non han più forza nelle braccia, non han più modo a difendersi, e perchè? Perchè piacque ad alcuni codardi disperar della pubblica salute, e darsi in mano a’ nemici dello stato. Perchè quattrocento grandi... (Ah Lamberto! ti ricordi? non te l’avevo io detto?).... vollero calpestare i giuramenti, farsi traditori, per questo non siam più noi? non siam più quelli che eravamo jeri? Le nostr’armi non hanno più nè punta nè taglio? Siam scemati di numero? Son cresciuti i nemici?... Sì, è vero, siam scemati di 400 traditori, e d’altrettanti si sono afforzati i Palleschi.... e non è ella una vergogna, un’infamia, che ciò basti a sbigottire un intero popolo, a fargli cader l’armi di mano?.... Disperi chi vuole! s’arrenda chi vuole, ch’io non dispero e non mi arrendo.... Ah Ferruccio, Ferruccio! ci hai pure insegnato come si combatte! e noi in una terra piena d’armati, con mura salde ed intatte!.... Oh vergogna! vergogna eterna!.... Orsù, non è tempo questo di parole, ma di fatti; l’ore incalzano; la notte s’avanza. Io voglio tentar questa prova, ed Iddio ci ajuterà. Uscite, ed andate per la città cercando de’ nostri, de’ nostri operaj, de’ poveri popolani.... Ah, non son traditori costoro!.... in essi e non ne’ grandi sta la forza della città.... e raduniamci tutti in S. Marco dopo la mezzanotte, e là stabiliremo ciò che ci resti a fare; là vedremo se in Firenze vi sono uomini ancora. Io m’avvio ad aspettarvi, fate che ognuno venga per l’uscio di dietro dell’orto, farò che s’apra a chi dirà S. Marco e libertà. Ora andate, e non perdiamo tempo.—
Gli animosi giovani accettarono con allegrezza il messo, e si mossero, ravvivati dall’idea che vi fosse pur ancora qualcosa da fare. Usciti appena dall’uscio si separarono, andando ognuno verso quelli che avea più in pratica, e sui quali facea maggior fondamento, e Niccolò, lasciando le figlie che piangevano, prevedendo oscuri pericoli e nuovi guai, si condusse anch’esso a S. Marco.
Troilo era uscito cogli altri, mostrandosi più sollecito ed infiammato di tutti. Ma quando si trovò solo (avea preso a caso verso S. Trinita) si fermò un tratto, e scrollando il capo diceva:
—Io dico così che questo vecchio ha indosso il diavolo e la versiera!.... Ed io, che credevo d’esserne fuori finalmente! Ed eccoci da capo!.... Già, finchè non l’abbiam messo a giacere non è contento, e se non troverà pazzi che gli dien retta, è capace d’andar solo con quella sua picca ad affrontar il campo.—
Così parlando tra se stesso, avea ripreso a camminare; passato il ponte, s’era condotto alla casa di Malatesta, al quale avea in animo dar notizia di questo nuovo accidente.
Le strade tutt’all’intorno eran piene di soldati, di cittadini di parte Pallesca, che andavano e venivano, e con visi allegri, con parlar alto, cogli atti, co’ gesti, colle risa, assai mostravano la mutazione che s’era operata nel loro stato, e la sicurezza in che oramai si sentivano. Il cortile, le finestre del palazzo splendevan di molti lumi, e nell’interno era un ronzìo, un moversi, un dimenarsi di genti, e ben appariva che da quanti eran raddunati in codesto luogo, non si pensava che a rallegrarsi ed a festeggiare.
Troilo, trovato un familiare di casa, fe’ sapere a Malatesta, ch’egli avea a comunicargli cosa di grande importanza; non ebbe ad aspettar molto, e venne tostamente introdotto. Egli era in una sua camera segreta con Baccio Valori, in istretti ragionamenti, e Troilo entrando udì questi che diceva:
—Io non mancherò di scrivere a Sua Beatitudine, ma essa potrebbe anco pensare che voi ne volete troppo....—
E queste parole si riferivan alle disoneste domande fatte da Malatesta al papa, siccome prezzo del sangue de’ Fiorentini. Tacquero all’entrar del giovane, che potè osservar i visi d’ambedue tanto mutati da quei di prima, che appena sembravano le stesse persone. Il capitano parea meno scarno, stava sopra di sè più ritto, ed a Baccio parean scemati vent’anni. L’accolsero con festa, non però egualmente sincera in ambedue, chè dopo la vittoria, le parti rispettive di questi ribaldi s’erano già mutate, ed i loro interessi non potean oramai molto accordarsi. Baccio vedeva giunto il momento che avrebbe avuto addosso tutti quelli che s’erano adoperati per lui, ed ai quali aveva tanto promesso, e s’egli volea conservarsi la grazia di papa Clemente, e non rischiare di perdere esso stesso le sue ricompense, ben sapeva che la sola via era quella consigliata da Guido di Monforte a Bonifacio VIII, ed espressa da Dante col verso
«Lunga promessa coll’attender corto....»
E quanto gli avesse a riuscire ardua e piena di fastidj glielo mostravan le pretensioni di Malatesta da lui già messe avanti, e sulle quali già discutevano al giunger di Troilo; era perciò naturale, che non gli riuscisse neppur molto gradito in quel momento l’aspetto di questi, come a chi sta battagliando con un creditore inesorabile poco piace la sopraggiunta d’un nuovo. Ma Baccio era troppo astuto per non saper celare que’ suoi pensieri sotto un’apparenza grata ed amorevole; mentre Malatesta trovandosi con Troilo, per dir così, in comunione d’interessi, e vedendo in lui quasi un ausiliario, non avea bisogno di fingere per fargli buon viso.
Egli dunque, stendendogli la mano e stringendogliela, gli diceva, volto un poco verso il Valori.
—Ed anche questo giovane s’è portato da valent’uomo e non ha temuto nè fatiche nè pericoli... e se le cose son riuscite tanto a modo di S. Beatitudine, convien pure in gran parte sapergliene grado.... Ora dimmi un po’, Troilo, ti diedi io un mal consiglio confortandoti a quest’impresa? Sei contento ora?—
Baccio, con un suo risetto finto e sforzato, accompagnava, e pareva approvare le parole di Malatesta, al quale intanto mandava divotamente il canchero in cuore, e l’altro, proseguiva tutto allegro:
—Coraggio, coraggio giovinotto, chè son finite le prediche e i miserere, e le processioni, ed hai finito oramai di tribolare, ed è volere di S. S. che i suoi servitori, quelli che l’hanno ajutata, abbian que’ premj che meritano: e qui messer Baccio saprà ben egli eseguire le intenzioni generose e magnifiche di S. Beatitudine.... e poi, basta a dire che il papa è di casa Medici.... e codesta Casa non conosce nè ingratitudine nè miseria.—
Forse Malatesta, cui era noto assai bene l’animo di Clemente, che s’avvedeva anco de’ pensieri di Baccio, parlava così per istraziarlo, e Troilo probabilmente col fine medesimo, rispondeva:
—Eh! lo so, lo so, non occorre dirmelo.... e quanto a messer Baccio, è un pezzo che mi vuol bene, e son certissimo che delle cose mie egli n’ha maggior pensiero di me. Ma non penso a queste cose ora; chè v’è un nuovo diavoleto per aria, e son venuto ad avvisarvene....—
E qui narrava come Niccolò, non si tenendo ancora per vinto, volesse far un’ultima prova, ed avesse dato opera onde rannodare la parte Piagnona e ridurla ad un notturno ritrovo nel convento di S. Marco, ove eran per risolvere, Dio sa che disperato e pazzo partito.
—Non che io creda che possano oramai nuocer molto, proseguiva Troilo, ed anco bisognerà vedere se si troveranno, al punto che son le cose, molti sciocchi e furibondi tanto da volersi mettere a questo sbaraglio.... ma pure m’è parso la cosa non del tutto da trascurarsi, e ve n’ho voluti avvertire.... tanto più, che dovendo trovarmi anch’io a questo consiglio, potrei giovare in qualche modo.—
—Ed hai fatto benissimo a darcene avviso, rispose Baccio, chè forse forse.... da questa occasione... si potrebbe.... lasciamici pensare un minuto.—
Malatesta, vedendo Baccio che colla mano al mento, e l’occhio fisso e pensoso, parea dar molto peso alla nuova riferita da Troilo, diceva, sorridendo con ischerno:
—Oh! che volete voi che faccian costoro?.... Meno che non vengan, come credevan essi, gli angioletti per aria.... ma, vorrei veder anche questa, che gli angioli l’avesser a pigliar col papa! sarebbe una bella disciplina!...—
Baccio, senza badare a queste parole, si veniva accarezzando colla mano il mento, sporgeva innanzi il labbro inferiore, tentennando il capo, come chi sta fra se stesso discutendo e pensando un progetto: alla fine, quasi risolvendosi, diceva:
—Lo so anch’io, che i Piagnoni ci ponno oramai nuocer poco.... Ma e se potessero anzi giovarci? se con queste loro pazzie ci ajutassero invece ad ottenere.... a far sì che.... so ben io quel che mi dico....—
E troncando le parole ricominciava a pensare ed i suoi due uditori a guardarlo, aspettando spiegasse questo nuovo disegno; rimasti così un poco in silenzio tutti e tre, diceva Baccio:
—Ditemi un pò, sig. Malatesta. I capitoli son fermati: la città è nostra, ve l’accordo.... Ma.... qua, tra voi e me, che non ci ode nessuno.... Siam noi sicuri ugualmente di quest’esercito? Siam certi ch’egli non vorrà se non quello che vorremo noi? Che quei diavoli tedeschi e spagnuoli, dopo undici mesi d’assedio, dopo tanti malanni e tante fatiche vorranno proprio rinunciare al sacco di Firenze? Vorranno star contenti alla doppia paga, e partirsi cheti e senz’offesa della città? E se volessero far tutto il rovescio, chi li potrebbe impedire o rattenere? È morto il principe: è morto Gian d’Urbino: e D. Ferrante, che autorità ha egli su codesti ladroni? E se Firenze andasse a sacco, lo sapete anche voi qual grado ce ne saprebbe il papa. Voi, sig. Malatesta, potreste far conto (parliamoci chiaro) di non riveder Perugia; io, d’andarmene a tribolar la vita mia, Dio sa dove, e, quanto a Troilo, non se ne discorre...—
Le parole di Baccio, che racchiudevano moltissima probabilità, scossero gli animi di que’ due, che avrebber fatto ogni cosa al mondo piuttosto che mettere in compromesso quelle ricompense di che facean oramai capitale.
—Ora ascoltatemi, proseguiva Baccio, il campo, finchè stia unito e d’una sola volontà, sarà più forte di noi: ma s’io non erro, ci verrà facilmente fatto di metterlo in discordia.... Si facciano azzuffar tra loro, ed avran di grazia a cercare di campar la vita.... altro che pensare ad entrar in Firenze.... Voi mi domanderete, come farli azzuffare?.... E qui voglio che m’ajuti Niccolò co’ suoi Piagnoni.... Eh! proseguiva Baccio con un riso di compiacenza, quando ho soltanto un minuto da potervi pensare... ancora mi riesce di trar d’impaccio me ed altri!—
Ed il ribaldo, tutto contento, scrollava il capo e rideva; volto poi a Troilo gli spiegò minutamente il suo progetto, e l’ammaestrò ottimamente sul modo che avesse a tenere, trovandosi la notte coi Piagnoni, ed in ultimo, soggiungeva, con un suo maladetto ghigno:
—E andando bene la cosa v’è un altro guadagno..... pensate quante paghe di meno avrem forse a sborsare.... Son io buon massajo, eh?—
—Io vi fo di berretta, messer Baccio, disse Malatesta ridendo, e giurando al suo modo perugino, soggiungeva: Per lo Dio, che in fatto di trappole io non potrei star con voi per ragazzo!—
Baccio, sempre più soddisfatto del suo pensiero, proseguiva:
—Un altro vantaggio vi trovo.... già, quando una pensata è di quelle che dico io, quadra per tutti i versi.... Con questo modo verranno a scoprirsi i più arrabbiati de’ Piagnoni, quelli da’ quali non è da sperare nè pace nè tregua, e che perciò si vogliono spegnere, e quanti n’andranno all’altro mondo in questa zuffa saran tanti di meno che daran da fare al carnefice, tanto odio di meno che ne verrà a noi, al papa, ed alla casa de’ Medici... anche dell’odio convien esser massajo... E di Niccolò, più degli altri, avrei caro liberarmene con una buona archibusata senz’averlo a mandare al bargello, chè il popolo è troppo in favor suo, ed in uno stato nuovo e in puntelli com’è il nostro, è un brutto pigliarsela con uomini del taglio di Niccolò.... Tutto sta ch’egli, vecchio com’è, possa trovarsi a questa scaramuccia...... chè del volere non ne dubito.—
—Oh! quanto alla volontà egli n’avrà di troppo, ma ch’egli possa è un altro discorso, disse Troilo... e stasera egli era assai bene stracco.... a ogni modo, potrebb’essere che....—
—S’egli finirà a questo modo, tanto meglio per lui.... chè altrimenti converrà lasciar ogni rispetto, e ’l popolo dica ciò che vuole; eh! non è uomo da lasciarsi vivo in Firenze, a voler che lo stato de’ Medici metta le barbe!.... Ma a ciò si penserà dopo il fatto. Un’altra cosa ora.... E se costoro s’azzuffano, come te n’uscirai tu, Troilo? Non vorrei che ci avessi a rimanere, ora che tocchiamo il porto.—
Non che Baccio fosse in molto pensiero della vita del giovane, che anzi, a cose finite, avrebbe forse applicato anche ad esso il calcolo accennato poc’anzi circa le paghe de’ soldati; ma ora egli potea ancora esser necessario ove Niccolò rimanesse in vita, e convenisse trovar modo d’averlo nelle mani senza scandalo e senza rumore.
—Voi sapete, che del pericolo della vita mia poco mi son curato sin ora, rispose Troilo; poi, sorridendo così un poco, soggiungeva: ma, per dirvela com’è, ai termini in cui siamo, stavo pensando anch’io, che la pelle mia val qualche ducato più che non valeva un mese fa... e se si potesse recitar la commedia al naturale, senza rompere il collo, l’avrei caro altrettanto.—
—E di questo lasciane il pensiero a me, disse Baccio risolutamente, e porgendogli la mano proseguiva: va, e fa pure del Piagnone come gli altri e non dubitar di nulla, chè troverò io il modo a cavarti d’ogni pericolo.... Tu già ti fidi di me?——
Disse Troilo in cuore—Fidarsi o non fidarsi, a questo fiasco ho io a bere; poi ad alta voce:
—Orsù, messer Baccio, voi vedete ch’io non istò a mercantare quanto ai pericoli, e di questo a suo tempo ve ne ricorderete: ora lasciatemi andare, e speriamo bene.—
—E tu va e stà di buon animo, rispose Baccio, che di lacciuoli n’ho dovizia, e anche te saprò trarre d’impaccio.... ma (ed alzò il viso ed il dito per dar maggior forza all’ultime parole) giudizio e prudenza.... e pensa che questa sarà l’ultima fatica, e dopo non avrai che a sguazzare e darti buon tempo.—
Troilo uscì brontolando tra’ denti «l’ultima fatica! Non vorrei che avesse ad esser l’ultima daddovero.»
Tuttavia non potendo far altrimenti (chè del Baccio d’ora, signore, si può dir, di Firenze, non poteva farsi beffe, come avea usato col Baccio del campo, quando tutto era ancora in forse, e pieno di pericoli) si rassegnò ad eseguire puntualmente e ad ogni suo rischio quanto gli era stato commesso.
Niccolò intanto, con gran disagio e non senza pericolo, che era un mal andar per le strade in que’ momenti di confusione, s’era condotto alla porteria di S. Marco.
Picchiò in un certo suo particolar modo col quale era solito farsi conoscere; venne il portinajo, che gli domandò di dentro s’egli era solo, ed udito di sì, gli aperse così a mezzo, e con sospetto; e messolo dentro, richiuse in fretta con quante serrature e chiavistelli v’erano. Era costui un vecchio laico, che stava a quell’ufficio fin da’ tempi di Fra Girolamo, uomo semplice, e caldissimo per le cose del convento e della parte Piagnona.
—Scusate, disse, messer Niccolò, s’io v’ho domandato se eri solo, ma ancora mi ricordo delle cose del 98[62], e mi pare che que’ tempi voglian ritornare.... Oh! i flagelli predetti dal nostro santo maestro non son finiti! Iddio abbia pietà di noi....—
—Fatevi animo, Fra Gaudenzio, ch’egli non abbandona se non chi si discosta da Lui, disse Niccolò passando innanzi, ed il vecchio frate giungendo le mani, rispose: «Amen» e gli teneva dietro coll’occhio, notando l’andare lento, stanco ed affannoso di Niccolò, che seguiva il porticato del primo cortile «Povero vecchio!» disse alle fine il frate, e scrollando il capo e sospirando rientrò nella sua cella accanto alla porta. La stanchezza di Niccolò, troppo naturale ad un vecchio di tanta età, battuto, com’egli era, dalle passioni e dai patimenti di quegli ultimi giorni, veniva aumentata quella notte dallo stato dell’atmosfera. Sulla valle dell’Arno e su Firenze si stendevan nuvoli bassi e densi, i quali formando uno strato, e quasi un coperchio, comprimevano l’aria, la tenevano inerte, tantochè non un soffio, non la menoma corrente veniva a ristorare, a ravvivar l’anelito in quella afa morta e pesante. Le lampade del chiostro, che poste a grandi distanze, servivan di guida e di segnali in quell’oscurità, più che non la rischiarassero, avean le loro fiammelle ritte ed immobili, che illuminavan appena un piccol tondo sul muro al quale eran dappresso, o sul pavimento sottoposto, e tutto il resto era tenebre; ma più neri di tutto apparivano i vani degli archi, da’ quali in altr’occasione si sarebbe veduto il cielo: senonchè, nell’angolo verso tramontana, al disopra del tetto, nasceva tratto tratto un tremolìo d’una luce livida e biancastra, che errando sulle facciate del chiostro vi rifletteva a momenti un chiarore pallido e vacillante, pel quale si distinguevano le piccole finestre delle celle, le linee dell’armatura, ed il pozzo collocato in mezzo al cortile, poi a un tratto, tutto spariva in un’oscurità più nera di prima, ed intanto parea d’udire (ed era tanto debole e lontano, che era impossibile conoscer da qual parte venisse) un romoreggiare basso e continuo del tuono, simile a quello che produrrebbe un corpo grave strascinato sotto la volta d’un sotterraneo.
Niccolò, salita lentamente e con fatica la scala, si trovò nell’androne del dormitorio, al primo piano verso via del Maglio, e si fermava un momento per riposarsi innanzi alla Annunziata, dipinta a fresco sulla parete dirimpetto da Frate Angelico.
Il lume d’una piccola lampada che v’ardeva davanti lasciava veder la semplice e celestiale bellezza del volto della Vergine, divota e gentile invenzione d’un cuore illibato e pieno d’amore: l’augusta e riverente forma dell’Arcangelo colle grand’ali aperte ed appuntate, i capegli sciolti, la veste ricca e lunga sino ai piedi, e che suppone più che non mostri le forme della persona, le sottili colonne e gli archi d’un portico sotto il quale sono collocate le due figure: dinanzi a quest’immagine chinò la fronte Niccolò, e, giunte le mani, si trattenne ad orare per alcuni momenti, chiedendo il celeste ajuto per l’impresa alla quale era per porsi; ed ove gli venisse prosperamente eseguita, fece voto erigere una chiesa a tutte sue spese in onore della Vergine: poi, un tratto alzati gli occhi in alto, gli venne veduta al sommo dell’arco sul quale posa l’incavallatura del tetto del dormitorio, la maladetta impresa de’ Medici, postavi da Cosimo il vecchio, fondator del convento.
Quello stemma gli parve quasi una funesta visione, quasi il tristo segnale d’una fatalità che lo perseguitasse, ne distolse lo sguardo con isdegno, e toltosi di costì, si volse a man ritta, ed alla distanza di poche celle trovò quella di Fra Zaccaria da Fivizzano.
I due amici s’abbracciarono senza dir parola; ed il frate ben s’avvisò che la venuta di Niccolò, a quell’ora tarda, non fosse senza grave cagione.
—Possibile, gli disse guardandolo fisso, e tenendogli ancor le mani sugli omeri ove le avea posate, nell’abbracciarlo, possibile che ci rimanesse ancora qualche speranza?—
—Negli uomini poca, Fra Zaccaria, ma io n’ho di molta in Dio, io son venuto qui stanotte perchè non posso credere ch’Egli ci abbia al tutto abbandonati, che nell’ira sua egli abbia al tutto risoluta la nostra rovina.... non posso persuadermi che il nostro santo martire abbia derelitto questo misero popolo.... e non l’ajuti, non lo difenda dal Cielo contro i tiranni, com’egli fece vivendo in terra tra noi.... Oh sì! io lo credo certissimo, questa è una prova, una terribil prova che Iddio permette onde far esperienza della nostra fede.... usciamone vincitori.... non lasciam ch’essa si scuota, che si smarrisca.... non ci scandalizziamo al cospetto dell’abbominazione, e, viva Dio!.... ch’egli non verrà meno a’ suoi fedeli.... non gli darrà in mano de’ suoi nemici, e dopo la tribolazione, dopo la prova, seguirà il gaudio e la vittoria....—
Dopo queste parole, alle quali corrispondevano pienamente i pensieri e i desiderj dell’ardito frate, che in essi era infiammato quanto Niccolò, e per esser nel vigor dell’età lo superava di forze, spiegò il vecchio il suo disegno; disse: che avea mandato i suoi giovani onde vedessero di ravvivare le cadute speranze de’ Piagnoni, si rannodassero, e facessero di condurli quella notte al convento, onde consigliarsi sui partiti che si potessero abbracciare, e paresser migliori in quell’estremo, e distendendosi in molti ragionamenti, non durò fatica ad infondere nel frate il suo spirito, la fiducia, la costanza che lo animava, e risolsero andar tosto dal superiore, Fra Benedetto, e farlo avvertito di ciò che si stava ordinando.
Trovarono il povero vecchio già in letto, e se si sbigottisse all’udire l’arrischiato proposito di Niccolò, non è da dirlo, chè assai si può immaginare, conoscendo la natura sua timida e mite; privo di forza morale, egli era avvezzo ad abbandonarsi in balìa dell’altrui, e tanto più seguì questo partito nella presente occasione, tanto pericolosa e difficile, per la quale si sentiva non aver nè rimedi, nè consigli, e molto meno ardire.
Le sue parole furon piene di sospiri, di rammarichi e di dubitazioni; la conclusione fu di rimettersi in tutto al giudizio di Niccolò, pregando Iddio volesse proteggere la città ed il convento contro la rovina e l’esterminio che loro soprastava.
Lasciato così Fra Benedetto, Niccolò scese in chiesa ad aspettare, e Fra Zaccaria andò di cella in cella a destare ed avvertire i frati, incominciando da quelli de’ quali maggiormente si fidava, e così a mano a mano si risentì tutto il convento, ed uscendo i frati per gli anditi, e parlando tra loro di questa novità, si vedevano, o camminare a due, a tre insieme avviandosi verso la chiesa, o far cerchielli e discorrere quali mesti e pensosi, quali arditi e loquaci, co’ loro tonacelli bianchi, e molti con bugie o stoppini accesi in mano che illuminavano a sott’insù quelle loro fisonomie, la più parte severe e veramente virili, e che pel distacco tagliente del chiaro-scuro apparivan più che mai piene d’angoli, di rughe e d’incavi.
I lumi, il bianco delle tonache e de’ muri, facean parer più oscura in alto l’incavallatura rozza, comecchè ottimamente disposta, del tetto che copre il dormitorio; avendo le sottoposte celle, con un curioso modo di costruzione, un soppalco loro proprio che le ristringe e le preserva dal freddo.
In breve tutta la famiglia del convento, che sommava quasi a duecento frati, fu radunata in chiesa: ed alla maggior parte di loro, che da quaranta circa, avean in molte occasioni avuto gran parte ne’ casi e nelle deliberazioni di stato, che eran usi ai pericoli, ai rivolgimenti, ai contrasti cittadineschi, non facea maraviglia nè recava spavento questo notturno e misterioso consesso, chè in quell’età anche gli uomini appartenenti alle classi ordinariamente meno ardite, avean però sempre un non so che di fiero e d’armigero, che il progresso della civiltà ha poi cancellato dalla società d’oggi giorno.
Intanto ad un oriuolo posto in fondo al dormitorio, in una stretta ed alta cassa di noce oscuro nella quale si moveva il pendolo, e pendevano i contrappesi, suonò la mezzanotte; poco stante la suonò l’oriuolo di sagrestia, poi quello del campanile; era l’ora fissata, e poco potean stare i primi a comparire. Fu mandato un frate ad aspettare all’uscio dell’orto in via del Maglio, ammonito ad aprire a chi dicesse, com’era il convegno, S. Marco e libertà.