CAPITOLO XXVIII.
La notte che tenne dietro a questa torbida giornata fu pe’ Fiorentini piena d’inquietudine, di sospetti e d’apparecchi, nell’aspettazione de’ gravi casi che essi prevedevano per l’indomani. In quell’ore stesse ove, particolarmente ne’ gran caldi, suole il sonno vincere ogni cura e la memoria di ogni travaglio, Firenze rimase desta. A girar per le strade non s’incontrava persona, ma il chiarore che traspariva qua e là dalle finestre, i rumori, le voci che s’udivano nell’interno delle case, assai mostravano che quel disgraziato popolo sentiva appressarsi l’ultima scena della lunga e sanguinosa tragedia, e nelle sue viscere ribollivan più fervidi gli umori e le passioni di parte, le speranze, i desiderj, vicini ormai ad essere irremissibilmente appagati o delusi.
Il popolo minuto, la maggior parte cioè de’ cittadini, che in cotali casi suole operar sempre con prontezza e lealtà, senza secondi fini e senza raggiri, e per questo appunto viene spesso a pagar lo scotto a pro degl’ipocriti o degli astuti, si preparava in quell’ore notturne a venir francamente l’indomani all’ultima prova dell’armi, sperando vittoria, e rassegnandosi a comprarla colla vita di molti.
Bello ed augusto spettacolo sarebbe stato a poter penetrare il segreto delle povere case popolane, veder gli apparecchi di quel gran sacrificio. Veder quegli uomini disporsi tranquilli a morir per la patria, ed a quali patti? con quali speranze? di mutar sorte, e divenir ricchi vincendo? No: il loro stato, ben lo sapevano, non potea cambiarsi, la povertà e la fatica eran la parte che loro sarebbe toccata dopo, come prima. Ma non facean questi calcoli, neppur li pensavano; essi amavan la patria, come s’ama una madre, l’amavan d’amore, era stato per loro il primo pensiero dell’infanzia, dovea esser l’ultimo della vecchiaja, essi davan la vita per lei con quel cuore stesso con che un’amante la spende per l’amata, senza cercare altro premio che la gioja stessa di morire per salvarla.
Quali e quanto fervide saranno state in quella notte le preghiere delle madri e delle spose! Quante lagrime sparse in segreto! Quanti voti, quante promesse a Dio d’anime innocenti e cadute d’ogni speranza che non fosse in Lui! La fantasia si smarrisce immaginando l’infinita varietà di casi che dovea offrire l’interno di tante famiglie, pensando i severi conforti de’ vecchi, l’animoso e confidente sperare de’ giovani, l’onorato ed irremovibil proposito di tutti; ma il cuore si stringe considerando poi che in quell’ore istesse v’eran in Firenze cittadini che vegliavan disegnando come potessero scampar soli dal comune naufragio, redimere la loro vita a prezzo di tradimenti, le loro ricchezze a prezzo del sangue o della libertà de’ loro fratelli.
V’eran pur troppo costoro, ed eran la setta dei grandi, quella di che facea capitale Malatesta, e che Troilo ed il Nobili avean avuto, come vedemmo, l’incarico di sollevare.
Essi ebbero a durarvi poca fatica, chè oramai le cose eran mature, ed il privato interesse poteva più d’ogn’altro rispetto in uomini che, sul primo, s’eran però mostrati pronti ed accesi pel comun bene. Ma essi eran ricchi; avean che perdere, e Niccolò dubitando di loro, non avea preso errore.
Troilo ed il Nobili, lasciato Malatesta, venner dunque raggirandosi, e trovando uno ad uno quei grandi; e, come portava l’occasione, con parole e promesse più aperte riuscirono a staccarli affatto dalla causa del popolo e risolversi a quegli estremi partiti, che presero poi di fatti, e furon cagione dell’ultima rovina della città.
Passata così quella notte, l’alba desiderata, o temuta, ma sicuramente spiata da tanti, appariva finalmente chiara e limpida dietro i poggi dell’Incontro e di Vallombrosa. Quando i suoi raggi cominciarono a penetrar nelle case, e ad esser visibili malgrado la luce rossiccia de’ lumi, si fece in ogni famiglia quasi un’ultima dipartenza, successero gli abbracci, i pianti, i caldi e rapidi colloquj delle mogli, le benedizioni de’ vecchj e de’ padri, ed a poco a poco si sparse un rombo per la città, un rumor cupo, di voci, di passi, di porte che s’aprivano e serravano a furia, ed uscendo i cittadini armati dalle case, per raccogliersi ai loro gonfaloni, ricambiavan l’ultimo addio, l’ultime occhiate co’ loro congiunti, colle donne, co’ bambini che lasciavan lacrimosi sugli usci.
A levata di sole la piazza era già, non meno del giorno innanzi, calcata di popolo, ed i Signori radunati in consiglio, quando si vide di verso Vacchereccia giungere una compagnia d’uomini a cavallo, alla cui testa veniva Cencio Guercio e si drizzava al Palagio. Giunto al portone fra l’ondeggiare ed un non troppo amico mormorare della folla, scavalcò; e salito nella sala ov’era radunata la pratica, espose con arroganti parole il messo pel quale era stato mandato da Malatesta.
Il traditore neppur in quella notte non avea perduto tempo, e conoscendo l’universale repugnante più che mai agli accordi, ed acceso invece a tentar ancora il combattere, avea mandato in campo a Don Ferrante Cencio sopraddetto, con un altro, i quali ne eran ritornati con una bozza di capitoli pei quali, in sostanza, venissero bensì rimessi i Medici, ma rimanesse però libera la città.
Con questa bozza venne dunque Cencio ai Signori, dicendo: «come Malatesta li confortava accettarla, e gli ammoniva, dacchè eran pure spacciate le cose loro, non volessero l’intero esterminio di Firenze, moltiplicando poi parole di tanta alterigia, che il gonfaloniere fu per fargli metter le mani addosso.» Tardi avvedutasi la Signoria dell’error suo nel commettersi alla fede di quel ribaldo, che ora tanto sfacciatamente scopriva il suo tradimento, udendo anche il rumore che s’era levato in piazza, e le grida del popolo che chiedeva battaglia, diede con altrettali e più superbe parole commiato a Cencio, imponendogli, dicesse a Malatesta (trascriviamo il Varchi) «Che la Pratica per ispraticare oggimai questa tante volte proposta, e determinata consulta, aveva di nuovo per ultima risoluzione deliberato, che onninamente si combattesse; il perchè essi come Signori gli comandavano, e come cittadini lo pregavano per l’onor suo e per la salvezza loro che desse ordine a cavar fuori i suoi soldati, perchè eglino dalla parte loro erano preparati, ed aveano preste e in punto tutte le cose da lui chieste e dimandate, e qualcuna di più.»
Malatesta intanto, tutto pieno d’ansia e di sospetti, moltiplicando intorno a se le guardie dei suoi perugini e de’ soldati côrsi che gli eran devoti, aspettava la risposta di Palagio, ora bravando, ora promettendo a’ suoi, e raccomandandosi gli tenessero il fermo. Quando Cencio gli ebbe riferito le parole de’ Signori, conosciuto non rimanergli altro scampo, si risolse, com’avea disegnato, domandar licenza, e dimettersi dal grado di capitan generale prima che ubbidire a quel comando, chè potea fargli perder il frutto di tante frodi: non ch’egli credesse la sua licenza venisse accettata, sperava al contrario vincer così la costanza de’ Fiorentini, e costringerli, trovandosi senza capitano, a calare agli accordi.
Egli dunque scrisse una lunga lettera alla Signoria con parole e ragioni oscure ed avviluppate (chè di chiare e schiette non ne avea) sforzandosi mostrare aver egli onoratamente e con fede adempiuto all’ufficio di capitano, e dato ogni opera affinchè la città si liberasse di quell’assedio, il fatto aver dimostrato che il suo consiglio di non uscire a combattere era stato buono, ed a quello più che mai volersi attenere, ora che per le tante perdite erano sceme le forze de’ cittadini, e di troppo inferiori a quelle degl’inimici; non potergli patir l’animo di concorrere egli alla rovina di così nobile città, seguendo l’opposta opinione, e dacchè pure le loro Signorie avean deliberato mandarla ad effetto, voler piuttosto domandar buona licenza, lasciar l’ufficio, e partirsi.
Stefano Colonna, al quale Malatesta molto umilmente si raccomandò quel giorno onde non gli facesse contro e l’ajutasse, s’accomodò piuttosto a favorirlo, o perchè così gli fosse stato commesso dal re di Francia, del quale era soldato, o per qualsivoglia altra cagione: il fatto sta che a questa protesta anch’egli appose la sua firma, ed appena scritta la mandarono in Palagio.
L’indegnazione e lo sdegno che si destò tra’ Signori nel leggerla, e nel veder ormai tanto aperto il vituperato animo di quel traditore, è cosa impossibile a dirsi; e senza frapporre indugio, tutti bollenti d’ira, posero il partito, ed a tutte fave nere lo vinsero, che s’accettasse la licenza di Malatesta; venne tosto scritta una risposta nella quale, senza scendere a recriminazioni ed a lagnanze, che mal poteano stare colla dignità della repubblica, gli si accordava però la sua domanda con parole troppo più onorevoli che egli non avrebbe meritate.
Andreolo Niccolini e Francesco Zati, ambedue commissarj, ebbero il carico di portar questo scritto a Malatesta, e condussero con loro Leo Paolo da Calignano, notajo, chè ne facesse pubblica fede.
Il popolo, che aspettava impaziente il fine di quelle pratiche, vide accostarsi al portone del palazzo tre muletti condotti dai tavolaccini della Signoria, e poco stante comparvero i Commissarj sopraddetti, e montati a cavallo s’avviarono con due mazzieri innanzi, tra il bisbiglio della folla, ove già correva la voce dell’importante e strana commissione alla quale venivan mandati. Giunsero al capo di via Maggio, ov’eran le prime guardie di Malatesta, che s’aprirono per lasciarli passare, ma con brutte parole ed occhiate in cagnesco davan loro indizio dell’accoglienza ch’eran per ricevere dal capitano. Scavalcati finalmente in cortile, salirono, e lo trovarono nella sala ove era solito dar le udienze, seduto su un seggiolone, circondato dalle sue lance spezzate, con un viso stravolto ed altiero, che non mutò al giungere de’ Commissarj, ed appena con un piccol moto del capo corrispose al loro saluto.
Se questi non si sbigottirono trovandosi nelle mani di tanti, che a quel punto ben potean dirsi nemici, vedendo i visi di que’ suoi ribaldi tanto volti al male, e sapendo qual messo arrecavano, convien dire, che assai fossero d’animo sicuro. Si disposero ad adempiere arditamente al loro ufficio, ed il Niccolini, cavato fuori lo scritto, cominciò a leggerlo ad alta voce.
Ma non ebbe appena profferite le prime parole, che Malatesta alzandosi furibondo gli corse addosso, e sguainato il pugnale lo ferì malamente in più parti, e l’avrebbe ucciso se le sue lance stesse, considerando l’enormità del caso, e temendone forse ancor più le conseguenze, non gliel’avessero levato di mano; ovvero, se la debolezza del suo braccio non avesse reso i colpi mal sicuri e di poca offesa. Allo Zati, veduto il compagno a questi termini, fallì un momento l’ardire, e domandò la vita a Malatesta, che accecato dall’ira, anche a lui s’avventava, e che pur si rattenne dal manometterlo.
A quel tumulto si levò il rumore grandissimo per tutta la casa, nel cortile ed in istrada, e dai soldati (che in quell’età ad ogni poca d’occasione, pensavano subito a far bottino) venner tolte le mazze d’argento de’ mazzieri, le mule, e perfin la cappa del ferito Commissario, che tolto di là da Alamanno De’ Pazzi fu amorevolmente soccorso e fatto medicare. Intanto Malatesta, che il furore, la rabbia, il sospetto di dover in un punto rinunziare a tante speranze, avean tratto di senno, s’aggirava fulminando; e gridava «Non esser Firenze stalla da muli, e voler egli salvarla a dispetto de’ traditori.»
Il disordine e le grida duravano grandissime, ed era ormai palese ad ognuno esser le cose condotte a tal estremo, che la forza sola avrebbe deciso chi dovesse rimaner signore di Firenze, il Palagio o Malatesta; e questi non ebbe tanto offuscato dall’ira l’intelletto da non comprendere ch’era tempo non di parole e braverie, ma di pronto ed animoso operare.
Erano intanto ritornati in piazza lo Zati, il notajo, co’ mazzieri svaligiati, e tutti disordinati ne’ panni e nella persona, ed il popolo maravigliato li vide passare per entrare in Palagio, e saputo appena l’accaduto, si levò un ruggito d’ira e grida di vendetta tanto smisurate che ne rimbombaron i monti e la valle dell’Arno, ed il gonfaloniere insuperbito, e giurando di voler vendicar a ogni modo l’offesa repubblica, gridava a’ suoi sergenti gli venisser arrecate l’armi e preparato il cavallo, onde, alla testa di tutto il popolo, andar contro Malatesta, e veder, com’egli diceva, se un traditore potesse star solo contro tutta Firenze. L’ordine fu eseguito in un baleno: venner l’arme, venne al portone un gran palafreno da lancia, bardato, e tutto sparso de’ gigli fiorentini; ed il popolo a quest’apparecchi si metteva in ordine anch’esso a furia, e si vedeva la turba agitarsi, dividersi, ravvolgersi in sè stessa, correndo ognuno a schierarsi sotto il suo gonfalone, preparando l’armi, accendendo, gli uni dagli altri, le funi degli archibusi, ed a quest’armeggio s’udiva un fremer cupo ed incalzante di voci che rassomigliava alla romba sotterranea foriera del terremoto. Ad accrescer e superar tanto frastuono s’aggiungevano a un tratto i tocchi della campana grossa, che in pari circostanze aveva molte volte battute l’ultime ore de’ traditori; le sonore, profonde oscillazioni del bronzo percosso, piovendo dall’alto sulla turba, vibravano in ogni cuore, v’accendevan nuove faville, come suole fare ai cavalli in battaglia lo squillar delle trombe, chè quel suono, in così fatto punto, ed in così estremo pericolo, non pareva se non la voce stessa della patria che chiamasse i suoi figli, e implorasse ajuto.
Fra i gonfaloni de’ quartieri che disposti intorno alla piazza a larghe distanze ondeggiavano al vento, si notava il Lion d’oro di S. Giovanni, e nella prima fila era Niccolò co’ suoi giovani. Il feroce vecchio, sordo a mille preghiere, al pianto delle figlie, allo sconfortar degli amici, aveva voluto quel giorno trovarsi cogli altri ove eran per decidersi l’ultime sorti di Firenze. Se non col braccio, pensava, ed a ragione, giovar coll’esempio; e qual piede avrebbe potuto arretrarsi, qual cuore vacillare, alla presenza sicura e veneranda d’un tant’uomo?
Deposto il lucco, egli vestiva un lucente giaco di maglia, aveva accanto la spada, in mano una picca, ed invece del cappuccio un cappello di ferro, di sotto al quale gli usciva l’onorata canizie, e coprivagli il collo, mentre sul petto gli scendeva, ugualmente candida e folta, la barba. Il suo busto non più curvo dagli anni, stava eretto sulle reni, e si piantava saldo su due gambe, alquanto aduste ma di valida e bella proporzione: il suo sguardo lampeggiava d’un fuoco di gioventù, ed un insolito vampo gli coloriva le guancie. Malgrado il tumulto e i diversi pensieri che occupavan le menti, molti avevano fissi gli occhi in esso, e se lo mostravan gli uni agli altri, con parole d’affetto, di maraviglia e venerazione mentr’egli immobile volgeva in giro l’occhio tranquillo ed altero nel quale si leggeva un irremovibil proposito, ed intanto l’ombra errante del gonfalone che gli sventolava sul capo, ora lo copriva spegnendo il lampo delle sue armi, ora guizzando lontana le lasciava scintillar di nuovo ai raggi del sole.
Sulla ringhiera di Palagio era intanto comparso il gonfaloniere coperto di tutte armi; e montato a cavallo, si mosse, preceduto dal grande stendardo del popolo, che con bell’ordine, quartier per quartiere, si veniva mettendo in fila per tenergli dietro: le trombe della Signoria sonavano; sonavan le campane di Palagio, e quelle di molte chiese; spesseggiavan le grida di Viva il marzocco! viva il Palagio! Morte ai traditori! Morte a Malatesta! e pareva la terra tremasse percossa da tanti passi, le mura si scuotessero al rombo di tante voci, al suono di ferri che s’urtavano nella calca, al grave rotolare de’ carri d’artiglierie che venivan avviati per Vacchereccia, onde abbattere al bisogno le mura e le porte del palazzo di Malatesta.
Ma prevedendo questi la rovina che stava per venirgli addosso, s’era oramai provveduto dell’ultima e più scellerata difesa che gli avanzasse, ed al tempo stesso della più terribile e sicura che si potesse immaginare, contro la quale il popolo di Firenze non ne avea rimedio. Il traditore avea fatto entrare Porro Stipicciano da Castel di Piero ne’ bastioni con le sue genti, e mandato Margutte da Perugia alla Porta a S. Pier Gattolini, che ruppe e spezzò a furia, cacciandone il capitano Altoviti che l’aveva in guardia, e volgendo al tempo stesso verso la città le artiglierie collocate sul torrione della porta medesima.
Il campo imperiale, avvertito da Malatesta di questi accidenti, s’era intanto levato in arme e si apparecchiava, ad un suo segnale, a scendere ed entrare nella città, e le feroci bande tedesche e spagnuole, agitando le picche, mandavan grida d’allegrezza stimando imminente il sacco di Firenze, i guadagni, le rapine, le uccisioni, gli stupri, la meta infine delle loro lunghe e contrastate speranze.
Rassicurato così Malatesta alle spalle, e forte oramai di tutto l’esercito imperiale, poteva, quanto a sè, ridersi della furia del popolo, ma una gravissima cagione lo sforzava a non spinger le cose all’estremo, e far sì che il popolo si ritraesse senza opporgli gli ajuti di fuori, e pel solo timore de’ medesimi. Questa cagione era il dubbio, anzi la certezza, che entrando tumultuariamente in Firenze le bande del campo, ed appiccando la zuffa in città non venisse questa saccheggiata e distrutta, contro la mente espressa del papa, che la voleva invece intera e piena delle sopravanzate ricchezze.
Malatesta dunque spedì all’incontro delle torme del popolo alcuni suoi uomini, che le trovarono sul Ponte Vecchio, e dissero al gonfaloniere ed ai signori, che se venissero avanti d’un passo, l’intero esercito imperiale sarebbe messo dentro le mura, e da alcuni cittadini, che eran stati testimonj dell’occupazione di porta S. Pier Gattolini, fu confermata la verità del fatto, ed esser oramai in potestà di Malatesta il mandare ad effetto le riferite minacce; ed al tempo stesso, entrando costoro tra i Signori e tra que’ primi del popolo che seguivano, e prendendo le mani or degli uni or degli altri, ed esortando, e pregando, e piangendo, confortavano la turba a ritirarsi, e non voler tentar Iddio e la fortuna in un’impresa ormai disperata, e che non poteva partorire se non la rovina e l’eccidio universale. Ma in que’ petti cotanto accesi non potè lo sdegno dar così tosto luogo alla ragione, ed il messo di Malatesta, eccitando più che mai la generale indegnazione accrebbe la sete di vendetta, e la voglia di muovere all’assalto, più che non la frenasse:, ma furon tante e tali le parole di que’ cittadini che s’erano messi di mezzo, e tanta l’evidenza, che ormai nessuna forza al mondo non poteva salvare quello sventurato popolo, che alla fine il Gonfaloniere e la Signoria, dolenti e disperati d’ogni ajuto, e maledicendo la sorte, la crudeltà del papa, ed i traditori che n’erano stati strumento, diedero pure al popolo il comando di tornar addietro, e sciogliere l’ordinanza.
Quella fermata della testa del popolo sul Ponte Vecchio produsse in tutta la folla un rigurgito, per dir così, nel senso opposto alla direzione che prima seguiva, e si vide correr per essa a mano a mano quel moto ondulato che si comunican tra loro le anella ond’è composto il corpo de’ bruchi, ed al tempo medesimo correva addietro, di bocca in bocca, la voce dell’ostacolo incontrato, e sul primo era ripetuta senza variazioni o commenti, ma poi andando avanti, soffriva di strane trasformazioni, ed alla fine tra un bisbiglio pieno di terrore, e che sempre più incalzava, si veniva da tutti affermando, esser entrati dal lato opposto i nemici in Firenze, e tutto l’Oltrarno venuto già in potere degli imperiali, che avean dato principio all’uccisioni ed al sacco.
Dall’estremo ardire suol facilmente la moltitudine passar all’estremo scoramento, tanto più quando si vede minacciata da un pericolo oscuro, contro il quale non conosce difese, e che perciò appunto viene dalla fantasia fatto maggiore della verità. Alla cura dell’utile comune, succede allora quella delle private cose, e da que’ cittadini che disperavano ormai salvar la patria, occorse più vivo alla mente il pensier delle mogli, de’ figli, della famiglia, ad ognuno sovvenne de’ suoi cari lasciati inermi tra le domestiche mura; ognuno già se li figurava manomessi da tedeschi e dagli spagnoli del campo: correre tosto alla loro difesa fu il pensiero che invase ciascuno, e sciolse in brevi momenti quell’ordinanza cotanto calcata.
Correvan qua e là i cittadini per le strade, per le piazze, pe’ chiassi, parendo a tutti mill’anni riveder l’uscio di casa, e tremando trovarlo già sconficcato, trovar già dentro i soldati imperiali; avean i volti bassi, i petti ansanti, gli occhi lagrimosi, e ciascheduno, secondo la natura sua, o si volgeva a Dio, e con pregare interrotto ne implorava l’ajuto, o l’imprecava con tremende bestemmie; e chi si scagliava contro il papa, chi contro Fra Girolamo, chiamandolo ciurmadore, e maledicendolo per averli ingannati. Ed a poco a poco spargendosi per le case e per le famiglie lo spavento, si levava per tutto un pianto, un lamento di donne, di bambini, e quelle che si trovavan sole in casa, nè vedean ricomparire i loro uomini, avvisandosi d’ogni peggior danno, e che già fossero stati morti, ed insieme udendo le grida ed il pianger delle vicine, uscivan di senno affatto e, tolti a furia in braccio i piccoli bambini, trascinandosi dietro i più grandicelli, che tutti sbigottiti afferravan loro la gonna, venivan fuori delle case, e vagando per le strade, cercavan d’una qualche chiesa per ripararvisi; e deposti sulle predelle degli altari i bambini, colle braccia in croce, e parendo loro ogni tratto sentirsi ne’ capelli le mani de’ soldati, gridavano a Dio misericordia.
Nè a tutte le famiglie, che pur l’avrebber voluto, riusciva ripararsi intere ne’ luoghi santi, chè in molte, come suoi accadere, erano infermi da malattie o da ferite, inchiodati ne’ letti, o vecchi ridotti dagli anni ad una eguale impotenza di muoversi od ajutarsi, ed allora sorgeva un nuovo e più doloroso contrasto tra il desiderio di porre in salvo chi potea fuggire, e l’ambascia di abbandonar soli ed indifesi quelli che sarebbe bisognato trasportar con molte braccia e molto tempo: e da questa varietà d’accidenti ne nacquero atti stupendi di fortezza, di carità, di pietà filiale, ove la prontezza dell’anima aggiunse forze soprannaturali a persone deboli e languenti, e si videro giovani donne riuscire a levarsi in collo o padre, o madre cadenti, e giungere tutte affannate e sfinite a deporli sulle scalee di qualche chiesa, ove da pietose braccia eran raccolti e trasportati a piè degli altari. A fronte di cotesti atti virtuosi, altri se ne videro brutti e nefandi, ed in molte madri lo spavento e la cura de’ figli spegnendo ogni altro affetto, lasciavan le case aperte, ed entrovi abbandonati quelli che non avean forza a seguirle, e talvolta accadde che non da soldati nemici, ma dalla feccia de’ ribaldi della città venisser commesse ruberie ed assassinamenti su quei miseri derelitti.
Ora quelli tra’ cittadini che ritornando in casa la trovavan vota, e fuggita la sbigottita famiglia, si davano a domandarne pel vicinato, a cercarne qua e là per le strade, e ritrovatala, parte rampognando, parte compiangendo l’improvvida fuga, la riducevano di nuovo d’onde s’era partita; chè la città s’era per cura della Signoria un poco rassicurata quanto all’imminenza del sacco, ed era stato posto ad ogni ponte un gonfalone di guardia, per difendersi da chi venisse d’Oltrarno, onde nel cuor di molti l’improvviso terrore avea già dato luogo ad una nuova speranza, e tra’l popolo radunato in piazza, quantunque nè tanto nè così ardito come prima, s’udivan pure di molte voci che di nuovo chiedevan battaglia. Ma ve n’eran anco non pochi chiedenti gli accordi; poi tra cittadini alcuni, che più la patria e la libertà stimavano, che non la vita, concorrendo al marzocco che era sul canto di Palagio, s’abbracciavano a que’ ruvidi macigni che gli servon di base, gli innondavan di lacrime, li coprivan di baci, giuravan voler difender fino all’ultimo quella venerata repubblica, voler morir mille volte prima che disertarla.
Dove potea esser Niccolò se non quivi, se non il primo ed il più infiammato di questi? Poteva egli anche a quest’estremo, ammettere il solo dubbio che Firenze avesse a cadere? Poteva egli credere Fra Girolamo un impostore, le sue profezie una menzogna?
Ritto a piedi del Leone, circondato da’ suoi e da molti cittadini, egli veniva tratto tratto con gravi ed infiammate parole comunicando ad ogni cuore quella fede, quella costanza, che nel suo rimanevano inconcusse, e neppure quando il sole cominciò a declinare all’occidente, e quando alla fine, calato sotto l’orizzonte, cominciarono a comparir le stelle, non volle lasciar quel luogo malgrado le istanze de’ suoi, che non potevan patire avesse a sopportar tanti disagi, e temendo nella notte avessero a succeder nuovi accidenti, od i Palleschi cogliesser l’occasione di far novità e levar il rumore, ricusò ostinato di andarsene a casa, e tratti dal suo esempio, molti cittadini passarono anch’essi in piazza l’ore del sonno. È facile immaginare quali poteron essere per l’universale, quanto dolorose, piene di sospetti, di spavento per i mali estremi che s’aspettavano dall’indomani, e quando, dopo la mezzanotte, un alto silenzio era succeduto a tanto rumore, e non s’udiva in piazza se non i passi delle sentinelle, il lamento de’ gufi appollajati in cima della torre, e di quando in quando il batter delle ore. Niccolò, cedendo alla stanchezza, cominciò a declinar la fronte su un letto composto de’ mantelli de’ suoi figli, e s’addormentò col capo basso alla base del marzocco, mentre essi muti e pensosi vegliavano al suo fianco. Due ore prima di giorno, la luna che era in sul finire, venne a poco a poco mostrandosi pallida e scema sugli edifizj verso oriente, ed illuminò d’una luce alabastrina il volto del vecchio addormentato. Lamberto gli avea tolto pianamente il cappello di ferro, e, per difenderlo dall’umido rezzo della notte, gli avea tirato sul capo il lembo d’uno di que’ mantelli, e l’augusta e placida serenità sparsa sui lineamenti di Niccolò, il suo respirar largo e profondo mostravano che sulla nuda terra, nell’estreme sventure, e tra i maggiori pericoli è pur concesso trovar sonno e riposo all’uomo forte ad incontaminato.... Resta a saper se in quella notte, in quelle ore medesime, l’avranno trovato uguale ne’ loro letti di piuma, di seta e d’oro, Carlo V e Clemente VII.
Un nuovo disordine, preparato però da lunghe macchinazioni, sorgeva intanto ad affrettare e render più dolorosa l’agonia della repubblica.
La setta de’ grandi, risolutasi affatto a staccarsi dal resto del popolo, concorse armata alla prim’alba sulla piazza di S. Spirito, in numero di quattrocento giovani delle prime case di Firenze, «sprezzando» secondo le proprie parole del Varchi «la religione del sagramento, tante volte ed in tanti modi fatto da loro.»
Scelsero codesto luogo per esser prossimo alle case di Malatesta, e poter così soccorrerlo all’uopo, e venire soccorsi: sforzare il Palagio agli accordi, ed averli tali che potessero salvare il loro grado e le loro ricchezze, era il fine al quale tendevano. Corse a questo rumore Bernardo da Verrazzano, Commissario della milizia del quartiere, e si studiò con buone parole ricondurli al dovere, mostrando loro di quanta importanza fosse che in quel pericolo si mantenessero unite le volontà di tutto il popolo, che potrebbe così ottenere capitoli più ragionevoli e confacenti alla comune utilità, ove all’opposto le scissure e le disunioni, dando maggior animo a’ nemici, gli avrebber resi meno trattabili e più insolenti.
Ma furono sparse al vento le sue parole, chè anzi ributtato e minacciato villanamente, mancò poco non venisse ammazzato dal Morticino degli Antinori, che toltolo di mira coll’archibuso, già appressava al draghetto la fune accesa, ed avrebbe dato fuoco, se da’ circostanti non fosse stato rattenuto e ripreso.
Venuta la nuova in Palagio di questo ammutinamento, la Signoria, che oramai navigava per perduta, ed in tanti e così diversi pericoli che la minacciavano non sapeva più che farsi, nè come riparare, spedì pure per tentare ogni prova, il Rosso de’ Buondelmonti, Commissario della milizia di S. Maria Novella, a pregarli che non volessero l’ultimo strazio della repubblica, colle ragioni medesime addotte già senza frutto dal Verrazzano, e che pur senza frutto furono udite per la seconda volta, rispondendo costoro non voler per l’innanzi riconoscere altra signoria nè altro signore che Malatesta.
Disperatosi allora il Buondelmonti di potere svolger costoro, a lui si condusse pregandolo, per parte della Signoria, volesse colla sua autorità far partire que’ giovani da S. Spirito, e se questa domanda gli venisse accordata, lo può immaginare il lettore; chè anzi già avea mandato Malatesta a que’ cittadini abbindolandoli colle solite promesse d’uno stato di pochi, quale essi desideravano, e profferendosi pronto ad ajutarli e sostenerli, ed al Commissario della Signoria, disse alla fine aperto, ch’egli stava con quelli di S. Spirito e non conosceva altri che loro.
Questa ribellione de’ grandi, quantunque pel loro scarso numero non paresse cosa di tanta importanza, fu però il colpo che dopo altri mille decise finalmente la caduta della repubblica di Firenze; nel modo istesso che ad abbattere un’antica e ben radicata quercia, quando pel lavoro di molte scuri tentenni già recisa sul calcio, basta alla fine un urto leggero.
Vennero in piazza i giovani di S. Spirito fatti oramai sicuri, e crescendo d’insolenza, e s’attelarono in arme sotto la tettoja de’ Pisani, guardando in cagnesco i Piagnoni che avean dirimpetto, schierati sotto la ringhiera, e se, come parve probabile, avessero attaccata la zuffa, sa Iddio a qual rovina sarebbe stata condotta la città: ma l’ordinanza di questi s’era d’assai assottigliata, chè alla sfilata s’eran partiti molti, conoscendo oramai che il più contrastare alla fortuna sarebbe stato di puro danno, e volere, non morire essi per la patria, ma che la patria perisse per loro o per la loro ostinazione.