CAPITOLO XXVII.
Nessuno de’ tre non rispose alle suggestive parole di Troilo; chè quelle vecchie volpi poco si fidavan tra loro, e sapevano che non sempre i padroni vogliono che si parli tanto sicuramente delle loro ribalderie, anche tra quegl’intimi che sono pur incaricati d’eseguirle. Onde Baccio, dando una voltata al discorso, diceva:
—A buon conto, del Ferruccio siam liberi, che potea nuocer tanto... io ho scritto la morte del principe a S. Beatitudine, cui dorrà grandemente, son certo, d’un così valoroso signore; ma dacchè la volontà d’Iddio[59] e le sorti della guerra l’hanno tolto di questa vita.... da quel sant’uomo ch’egli è, comporterà in pace una tanta sventura....—
—Ma non siam ancor liberi d’ogni sospetto,.... sig. Malatesta (disse quasi raccomandandosi), qui è tempo di star desti, ed all’erta.... pensiamo che gli imperiali, ora che il principe, e D. Ferrante, come nuovo capitano, non ha grande autorità, pensiamo, per amor di Dio, non abbia a succedere qualche strano scherzo... che ad ogni poco d’occasione quelle genti potrebbero abbottinarsi a voler dar l’assalto, e dove riuscissero, trattar Firenze, come Roma tre anni sono. E se noi dessimo Firenze saccheggiata a S. Beatitudine, sapete che grado ce n’avrebbe.... E potrebbe anco avvenire che l’esercito ributtato dalle mura si risolvesse e s’andasse con Dio, che sarebbe mal peggiore; perchè bisogna pensarvi.—
—E’ par che non ci pensi! rispose Malatesta con impazienza. Orsù, voi, messer Baccio, tornate in campo più presto che voi potete, e fate di trattener quelle genti col dire, che non si vuol in Firenze sentir parlar d’accordi;.... così i soldati spereranno sul sacco, e finchè speran sovr’esso non faranno movimento nessuno. E di questi arrabbiati lasciatene il pensiero a me. E tu, Troilo, e voi, messer Benedetto, pensate che il tempo stringe, e che è venuto il momento di raccogliere il frutto delle vostre fatiche e de’ vostri pericoli. Trovate Cencio e gli altri, e mettetevi in moto, chè ora è tempo rannodar que’ giovani che hanno que’ bei ducati e non li voglion perdere.... io so quel che mi dico.... su loro e non su altri si dee far fondamento. Voi sapete quel che avete loro a promettere.... fate che a me si uniscano ed a me faccian capo.... Eh! soggiungeva poi scrollando il capo e sorridendo, di questi furori di libertà n’ho veduti a guarir parecchi, o coll’oro, o col timore di perderlo!.... e quel vecchione di Niccolò debb’essere d’una pasta diversa d’ogni altro, per dio! che e’ dicono di fiorini egli n’abbia piene le cantine, eppure non si cura di nulla,... su di esso non è da far conto, non è egli vero?—
—Oh! disse Troilo con quel viso di chi ode dire la maggiore stravaganza del mondo. Oh! quanto a Niccolò, se non avete altro moccolo, anderete a letto all’oscuro.... figuratevi! Nemmeno a discorrerne.—
Al Nobili, udendo di quelle cantine piene di fiorini, era venuta l’acqua alla bocca, e
—Per l’amor di Dio, disse, che non succeda il sacco!... Già vi ricorderete, messer Baccio, che sul fatto di Niccolò siam d’accordo... e dacchè ora sembra si venga allo stringere, ho caro rammentarvelo... per dirvela com’è, a far quel che vuole il signor Malatesta, e rannodare, com’egli dice, questa setta de’ grandi, in questi momenti,... non si scherza!... se nulla nulla si cadesse in sospetto, ne va la vita.... io son contento porla a questo rischio, ma a cose finite poi ricordatevi....—
—Sì, sì, già sapete, ve l’ho promesso, disse troncando le parole il Valori, affastidito di questo vile ribaldo.
—Io poi, disse Troilo ridendo, non patteggio a danari... altre cose voglio... e quando sarà tempo vi dirò quel che fa per me, messer Baccio: ora non vi voglio tener a disagio, chè avete altro pel capo.... Questo solo vi dico, che ho passati qui nove mesi in mezzo a prediche e croci, e me n’ avrete a saper grado.—
—Orsù, non è tempo da pazzie ora... bensì vi giuro la mia fede ch’io non mancherò a nessuna promessa ch’io v’abbia fatta, e per avventura potrei attenerla migliorata, ove i vostri portamenti lo meritino.—
—E di tanto ero certissimo, rispose Troilo. Ora, messer Benedetto, andiamo, chè prima di domani ci rimane di molte bisogne da fare, e non vorrei mancare di trovarmi a casa per l’ora delle orazioni,.... chè non avessi ad andar a letto come i cani, a uso vostro... e poi, e poi egli è bene ch’io faccia provvista di divozioni, così n’avrò poi per fin che campo senza avermi a confonder altrimenti, quando non sarò più in casa i Lapi.—
Malatesta s’alzò, ed aperto un cassone ne trasse un sacchetto di danari, e consegnandolo a Troilo, gli disse:
—Questi in mio servigio li darete, uscendo, a Cencio, chè li distribuisca a’ soldati, tanto che ognuno abbia la parte sua; e ditegli che non si lascino senza vino... non troppo però... ch’io non li vorrei ubbriachi. Ora andate e siate accorti e di fede, chè buon per voi. E d’ogni novità fatemi avvertito, che la riuscita o la rovina dell’impresa in questi momenti può dipender da un nulla.—
Troilo ed il Nobili, toltisi di quivi, scesero in cortile e, consegnati a Cencio i danari, uscirono. Dopo pochi passi si separarono, andando ognuno in traccia di quelli che era loro commesso sedurre e trarre al partito di Malatesta.
Mentr’essi attendevano a queste macchinazioni, Niccolò, che aveva abbandonata la piazza insiem colla turba del popolo, si trovava in casa già da qualche tempo.
Affrante le membra dalle cure, dalla fatica, dal dolore amarissimo della rotta e della morte del Ferruccio, dolore ch’egli aveva dovuto comprimere alla presenza del popolo per non disanimarlo, e che perciò appunto avea sentito più cocente di dentro, il misero vecchio entrando in camera s’era buttato sul suo seggiolone, e col capo nelle mani, l’anima ottenebrata da funesti presentimenti, e combattuto tra la speranza e i sospetti circa le profezie del frate, taceva, e tratto tratto metteva lunghi e profondi sospiri.
Seduta un po’ in disparte, colla fronte bassa e le mani intrecciate sulle ginocchia stava piangendo, cheta, la povera Laudomia. Le sue guancie in questi mesi s’eran affilate e fatte pallide, chè quel viver sempre in agitazione, quel dover ad ogni ora temere le giungesse l’avviso che Lamberto era rimasto ucciso, esauriva in lei a poco a poco la vita. Ed ora dopo questa rotta, della quale s’ignoravano i particolari, ed in cui sapeva però quasi 3000 persone aver perduta la vita, rimaner col tremendo dubbio s’egli fosse vivo o morto! Non aver modo di uscirne, non sapere a chi domandarne! «Oh! pensiamo, diceva, s’egli non si sarà gettato nel maggior pericolo! S’egli avrà voluto staccarsi dal fianco del Ferruccio? Oimè! Oimè! ch’io non abbia proprio a vederlo mai più?»
E veniva calcolando, quando sarebbe potuto comparire, ove ancor fosse vivo... poi, pensava alla difficoltà d’entrare in Firenze.... al caso possibile, che fosse vivo bensì ma ferito, abbandonato, chi sa dove, e in mano di chi!
Tutti questi pensieri eran altrettanti aghi arroventati, che le entravano e le rimanevan fissi nel cuore, e per trovar modo di sopportare quell’innestimabili angosce, diceva, vestendosi un po’ di speranza «questa sera ancora può capitare... fino a domani a mezzogiorno... aspetterò. Ma se allora non fosse comparso?» E seguitava a piangere, rattenendo i sospiri e i singhiozzi per non aggiunger dolori al padre, che vedeva attraverso un velo di lagrime, in atto di così profonda afflizione.
E le sarebbe stato pur dolce in quel momento di buttarsi a’ suoi piedi, abbracciarlo, versare nel suo seno a rivi quelle lacrime che raffrenava! ma sempre, in ogni momento, Laudomia pensava ai suoi cari più che a se stessa. A un tratto un dubbio tremendo l’assalse «ch’egli sapesse che Lamberto è ucciso!... e non trovasse modo a dirmelo! e volesse farmelo intendere con quel silenzio, e con quel sospirar profondo!»
La poveretta non potè più rattenersi, si gettò alle ginocchia di Niccolò, e scoppiando in singhiozzi, tutta tremante diceva:
—Oh babbo! L’hanno dunque ammazzato!.... Voi lo sapete... e volete nascondermelo... Oh! sarebbe più crudeltà a tenermi in questo dubbio... Oh! ditemelo... ed ajutatemi a portar anche questo dolore....—
Ed impedita dal pianto a profferir parole, stringeva e baciava le mani del vecchio, che tutto commosso s’affrettava a rassicurarla, affermandole sulla sua fede non saper nulla sul fatto di Lamberto, e facendole animo a sperar bene.
Laudomia sapeva troppo quanto valesse la fede di Niccolò per serbar ombra di dubbio, onde tutta rasserenata, colle mani giunte, alzava al cielo gli occhi lagrimosi, e ringraziando Iddio di questo leggiero conforto, lo pregava le concedesse la vita, la salvezza del suo sposo.
S’era fatto intanto un po’ di rumore al portone, e comparvero poco stante Fra Zaccaria con altri frati, ed insieme alcuni cittadini, tra’ quali due o tre eran de’ Priori. Entravan taciti, salutando appena, e sedevan gli uni dopo gli altri in cerchio attorno a Niccolò, col quale volevan consultare circa i casi presenti, udire quali fossero i suoi pensieri, quali i consigli da proporsi in Palagio, ma venivan meno le parole ad ognuno: in ogni cuore stava impressa la dolorosa sentenza «Per noi non è più rimedio!» e nessuno però voleva concedere a se stesso nè agli altri che si dovesse tenerla irrevocabile, avrebbe voluto parlar di speranza; ma la cercavano invano, ed il silenzio durava.
In quella fu udito picchiare, Laudomia si riscosse, chè ad ogni rumore, ad ogni voce le era avviso fosse Lamberto, ed era in quello stato d’agitazione nervosa per la quale ogni piccolo strepito che venga improvviso fa dare un balzo ed accelera il battito del cuore. Tendea l’orecchio la poverina tutta tremante; udì il portone aprirsi. Chi potrebbe esprimere quel ch’ella provasse, udendo a un tratto la voce di M. Fede esclamare:
—Oh! sia benedetto Iddio mille volte! Voi siete pur vivo, Lamberto!—
Laudomia volle alzarsi e correre all’uscio, ma le ginocchia non la ressero, ricadde seduta, sentendosi alle fauci ed alla fronte quel sottil gelo che precede lo smarrirsi de’ sensi. S’alzarono bensì frettolosi e contenti Niccolò cogli altri, ed in quel mentre entrava Lamberto reggendosi al braccio di Fanfulla, e quanto potè più presto, ch’egli mostrava aver un piede offeso, accostatosi a Laudomia, che gli alzava in viso gli occhi illanguiditi, e gli stendea la mano, le diceva, stringendogliela tra le sue:
—Laudomia mia, lo vedi che pur son ritornato!—
E la voce appassionata del giovane diceva assai più che non sonassero le parole.
In un momento Niccolò e tutti gli furono attorno abbracciandolo e rallegrandosi, e ringraziando Iddio ch’ei fosse salvo, e poco minori carezze facevano a Fanfulla, che tutto contento diceva a Laudomia:
—Non ve l’avevo io detto che ve l’avrei rimenato a ogni modo?—
—Lo puoi dir con verità, esclamava Lamberto, che se non eri tu!.... E s’io son qui, dopo Iddio, lo debbo a te, fratello!—
—Che ci ho che fare io? rispose Fanfulla, son i casi della guerra, ajutami che t’ajuto,..... oggi tu, domani io.... e a buon conto siam qui, ancora buoni da qual cosa.... e, vedete, M. Laudomia, non vi sbigottite se Lamberto strascina quella gamba... non è nulla.... ora vi racconteremo com’è andata.—
Le accoglienze intanto non restavano, e Niccolò, abbracciando replicatamente Lamberto ed il buon Fanfulla, a questo rendeva grazie per ciò ch’egli aveva operato, e che indovinava dalle parole del suo compagno, ed a Lamberto diceva:
—Fra tante calamità almen tu ci rimani! Oh Lamberto, in qual terribile punto ci tocca rivederci!—
L’aspetto de’ due soldati mostrava assai ch’essi avean di fresco avuto parte ad un’aspra ed accanita battaglia. L’armatura a strisce d’oro di Lamberto, già così tersa e lucente, era appannata dalla ruggine e da un velo di polvere: delle penne che ornavan l’elmo non n’era rimasta neppur una, ed appena n’avanzava il segno in due o tre fusti rotti e spogliati. Il bracciale sinistro era rotto, e tenuto insieme provvisoriamente da una funicella, sul petto poi e sui cosciali si scorgea l’impronta di cento colpi, e sul fianco destro l’ammaccatura profonda d’una palla.
Fanfulla anch’esso era conciato, Dio lo sa! non avea elmo in capo, ed invece un cappello, sotto il quale uscivan i capi d’un panno che gli fasciava le tempie, ed i pochi capelli bigi che si vedessero eran tutti impiastricciati di sangue cagliato. Avea fasciato la mano sinistra, e tanto sconnesso e maltrattato l’arnese, che nel moversi crocchiava tutto come una canna fessa.
Madonna Fede, parte afflitta nel veder costoro così malconci, parte rallegrandosi che fossero pur usciti vivi di tanti pericoli, aveva intanto sollecitato ad arrecar qui da bere ed un po’ di vesti per ambedue affinchè si disarmassero, e gli veniva ajutando, insieme con Maurizio, giunto col suo padrone in non miglior arnese.
Ma alla momentanea, benchè vivissima allegrezza, prodotta dal ritorno de’ due uomini d’arme, prevalse ben presto nel cuor degli astanti il doloroso e dominante pensiero della rotta del commissario Ferruccio. Così abbujandosi di nuovo a poco a poco gli aspetti eran tornati al primo silenzio, e soltanto mentre Lamberto e Fanfulla si disarmavano, venivan dicendo qualche interrotta parola, tutta piena di rammarico, di maraviglia e di lodi grandissime sulla terribile fazione di Gavinana; ed appena disarmati, diceva Niccolò con un sospiro, nel quale il dolore appariva temperato da virile fermezza:
—Ora, dacchè a Dio piacque così, narrateci tutto almeno!—
Lamberto allora battendo insieme le palme, ed alzandole congiunte insieme, esclamava, tutto infiammato in viso:
—Ah! un eroe come il Ferruccio non vi fu, non vi sarà mai più al mondo!.... e l’età nostra sciagurata non era degna d’un tal uomo, e pensar che tanta virtù sia finita alle mani di quel disonorato marrano traditore di Maramaldo! E non aver potuto nè impedirlo, nè farne vendetta?.... Eh, ma saprà ben farla Iddio! la faranno gli uomini finchè dura il mondo, finchè la virtù, l’onore, l’amor di patria varranno più che la codardia e il tradimento!—
Dette queste parole con impeto grandissimo, a un tratto, mutando voce ed aspetto, proseguiva con amaro sorriso:
—Oh, appunto, egli ha mestieri delle mie lodi!—
Poi, rimasto un momento a pensare, come per raccoglier le idee, diceva con voce bassa e dolorosa:
—Ecco dunque come andò la cosa. Avrete saputo ch’egli s’ammalò a Pisa quando appunto avea avuto l’ordine di Palagio di mover le genti verso Firenze. Perdemmo tredici giorni, chè tanto penò a risanare. E quella, per dio, fu la nostra rovina!.... basta; come a Dio piacque, uscimmo una notte per la porta di Lucca. Eravam venticinque bandiere. Intorno a tremila fanti, e non s’aggiungeva a 500 cavalli. Ma gente.... lo può dir Fanfulla.... gente che.... e poi s’è veduto a Gavinana che genti erano.... ma sotto il Ferruccio chi non sarebbe stato soldato!.... Di munizioni poi non se ne discorre, egli avea provveduto a tutto. Polvere, scale, ferramenti, biscotto:.... v’eran trombe da fuoco, moschetti da porsi sui cavalletti, e mille cose.... Si prese verso Pescia, e per istrada un’ordine! una disciplina! parevan una regola di frati.... dicon delle Bande nere!.... Fanfulla, l’abbiam vedute.... Di’ un po’ tu se queste avean loro invidia?—
Fanfulla rispose coll’atto della bocca, che significava grandissima affermazione.
—Dunque si prese verso Pescia, e, come costoro della terra ci negarono il passo, ci volgemmo al castello di Medicina, ove s’alloggiò. E l’indomani a Calamecca. La mattina di S. Stefano poi, che fu l’ultimo giorno di quel grand’uomo, si salì sul poggio, e si dovea andare al Montale. Ma arrivati che fummo alle Lari, quei due ribaldi cancellieri, il capitan Pazzaglia e ’l Melocchi.... quello che chiamano il bravetto, gli si misero attorno pe’ nostri peccati (chè non pensavan costoro al servizio della città, ma valersi di noi per disfare i Panciatichi) e tante gliene dissero, che in vece d’andar diritto, come dicevo, al Montale, egli si lasciò pur condurre a S. Marcello, e, sappiate, che della rovina dell’impresa furon cagione que’ due vituperati ribaldi, e non altri, e ne starò a paragone con chi si vorrà!,... chè quegli arrabbiati della montagna di Pistoja non si curano che rovini il mondo, purchè riescano a scannare uno della parte nemica; e messer Francesco, Dio gliel perdoni, non dovea mai prestar il suo ajuto a que’ pazzi furibondi.... Basta, non tocca a me il giudicare quella grand’anima.... avrà avuto i suoi motivi. Egli, dolendosi che i popoli gli si mostravan nemici e gli negavan vettovaglie, disse coll’Arsoli «E ci converrà alla fine sforzar qualche terra!» Ed anco, bisogna dire, che que’ Cancellieri avean promesso un ajuto di mille uomini, che mai si videro.
—In somma, in un pajo d’ore fummo a S. Marcello. Quei della terra, veduto venirsi addosso quella rovina, avean sollecitato chi a sgombrar le loro robe, chi a chiudersi e fortificarsi nelle case, e molti s’eran ridotti nel campanile. E dall’altra parte della terra, su per la costa del Cerreto, era una processione di donne, di fanciulli, di vecchi che s’ingegnavano campar da quella rabbia, e tutti con qualche fagotto in capo, carichi de’ loro fanciullini e di quante masserizie di casa avean potuto raccorre e portare, e tirandosi dietro qualche asinello, pur carico, o qualche loro vaccarella od altro bestiame, si vedevano ora sì ora no tra i gruppi de’ castagni e si sentivan insino le voci e i pianti delle donne e de’ bimbi... ed io venivo poco indietro da que’ due ribaldi Cancellieri, e vedevo che ridevano tra loro, con una rabbiosa allegrezza negli occhi, pascendosi di quel doloroso spettacolo, e venivano instando onde sollecitasse, e dicevan presto, presto, che non ci fuggan tutti!.... Ah! vi giuro ch’io non so che santo m’ha tenuto di non dar loro della spada in sul capo, che avrei tolto un gran puzzo dal mondo.... e, dicevo io, pensare che stiamo con tanti nemici addosso, e Tedeschi, e Spagnuoli, e mille diavoli, che anderà a finire.... Dio lo sa! E con chi la pigliamo? con que’ poveri disgraziati contadini....
E chi son essi? Italiani.... E chi siam noi? Italiani. Ah! pel vero Dio, che s’egli ci flagella, e’ ci fa molto bene il dovere.... e lo può dir Fanfulla, che gliene dissi subito «questo principio poco mi piace, invece di pregar Dio che ci dia vittoria, far questi brutti assassinamenti!....» Non dubitate, che troppo fui profeta!
In somma, che volete? appena nella terra, addosso tutti, casa per casa a sfondar le porte, ammazzar quanti potevano, e dalle finestre l’archibusate fioccavano, e si combatteva per tutto, per le strade, nell’interno delle case, per le scale, di camera in camera, che que’ miseri, disperati d’ogni pietà volevan almen morire vendicati, e que’ due maladetti parevan diventati cento, non potevo voltar l’occhio in un luogo che non ve li vedessi, e facean cose che non so come la terra non s’aprisse.... l’ho veduto io con quest’occhi il Melocchi che nella casa d’un suo particolar nemico avea trovato un bimbo di pochi mesi.... venne in piazza.... l’avea per una gamba.... e rideva all’impazzata, lo rotò due volte e lo scagliò in una casa che ardeva!.... ancora sento l’acuto vagito di quell’innocente!.... oh Dio! Dio, e potevi dar vittoria a cotali assassini?.... Io, non potendo impedire, e non volendo vedere cotali ribalderie, mi tolsi di là e Fanfulla meco, e andammo alla porta verso Gavinana ad aspettar che finissero quegli orrori..... a un tratto, chi vedo? il Melocchi suddetto che veniva correndo con due altri, e mi dice: «Andiamo, andiamo, presto, dietro quelli che fuggono, che li arriveremo!»... Gli ci avventammo come due mastini... «se tu non ti levi di qua, sozzo ribaldo!» gli dissi, e s’egli replicava una parola era morto. Così si ritrasse e que’ poveretti poteron scampare.
Intanto avean posto fine al loro furore, chè si sentivan le campane di Gavinana sonare a furia a martello, ed il Ferruccio, avvisandosi fossero i nemici, veniva mettendo in ordine le sue genti. Egli era, cogli altri capitani, nella casa de’ Mezzalancia[60] fuor della porta di Pistoja, e quel campo che sorge dall’altra parte della strada su per la costa, era tanto stivato di soldati che non si vedea che un ferro[61].
S’era fatto un tempo scuro; ed acqua a bigonce: fu ordinato che le genti si ristorassero e mangiassero, ed il Commissario uscito fuori coperto di tutte armi, fuorchè il capo, parlò ai soldati com’egli sapeva parlare: e poi bevve, e siccome pioveva sempre, disse ridendo: «Il tempo ci ajuta: e ci inacqua il vino perchè non andiamo ubbriachi a combattere» E fu pur troppo l’ultimo ch’egli bevve.
Era costì apparecchiato quel suo cavallo bianco, quel turco che comprò dall’Albanese: vi salse, e colla spada ignuda si mosse egli con quattordici bandiere e facea l’antiguardo; il retroguardo eran quindici, guidati dal sig. Gian Paolo. Io venivo con questi e seguivo Amico d’Arsoli, e Fanfulla andava col Ferruccio.
Venne intanto di Gavinana l’avviso che gl’imperiali eran molti più di noi, e li guidava il principe in persona. Dice Fanfulla, che Ferruccio udito questo non potè tenersi di non esclamare: «Ah traditor Malatesta!» chè non si potea supporre volesse l’Orange lasciar cotanto sprovvisto il campo sotto Firenze, se non fosse stato sicuro di non venir molestato da Malatesta.
Forse in cuor suo dubitò allora Ferruccio della giornata, ma al di fuori mostrandosi pieno di baldanza s’affrettò a giungere a Gavinana.
Noi altri intanto coi cavalli del retroguardo prendemmo un po’ al disotto a destra della terra, per andar contro quelli del principe, e camminando quanto più si poteva veloci e serrati (chè son luoghi ove a maneggiar uomini d’arme è cosa malagevole) udivamo nell’interno del castello le archibugiate, e le grida della zuffa attaccata già dal Commissario. Allora anche noi, avanti, per venir alle mani, e passammo quel piccol torrente che v’è. Di là tra castagni v’era un po’ di largo, e così ci urtammo coi cavalli del Bicherini, con Herrera e Rosciale, e l’Albanese co’ suoi stradiotti, e non fummo mescolati mezz’ora che, ajutati dagli archibusieri che avevam con noi, li cominciammo a ributtare, ed essi non troppo ordinatamente venivan perdendo terreno.
Non per dir che ci fossi anch’io, ma s’è fatto il potere, ed il sig. Amico, povero vecchio, combattè quel giorno com’avesse venticinqu’anni. Così sempre serrando i nemici girammo intorno alle mura, e venimmo a riuscire dall’altra parte della terra, in quel luogo che si chiama Vecchietto, ove gl’imperiali cominciarono sparpagliati a fuggire: il principe vedendo i brutti portamenti de’ suoi si spinse innanzi in que’ campi che dicon le Vergini: di qua, di là dal castello, da ogni parte veniva in quel luogo una grandine d’archibugiate, ma egli, da quel franco signore ch’egli era, niente, e avanti! e in quella che s’avventa al Masi colla spada in alto, lo vedo piegarsi da un lato, e poi giù disteso in terra: sul primo pochi de’ suoi se ne avvidero, chè il fumo occupava ogni cosa.... ma a un tratto, ecco il suo cavallo, un bel bajo, tutto coperto di cojame bianco, venir giù a salti sbuffando che parea un leone, e passar come un razzo, e sparir nel folto del castagneto rompendo e fracassando rami e quanto trovava.,.. Per que’ suoi poltroni fu come avessero veduto il demonio, ed invece di scagliarsi alla vendetta, via tutti a rotta di collo verso Pistoja, e i nostri dietro, e gridavam Vittoria da farci scoppiar la canna, chè il Ferruccio udì le grida di dietro e credette aver vinto.
L’Arsoli allora tutto ansante, fulminando per gli occhi l’allegrezza della vittoria, disse a me e ad un altro «Presto, addietro alla porta Papiniana, e se il Commissario può darmi 50 cavalli, fateli passar qui affinchè ributtino quelli che volessero girar la mura e coglier i nostri alle spalle, mentre io seguito costoro che fuggono» Diede di sproni e via di carriera, e noi addietro come saette; ben conoscevo quanto importasse far presto, chè vedevo comparir lontane molte bandiere di lanzi, intere e ordinate all’assalto. Mentre galoppiamo per que’ greppi, fu a un tratto come la terra mi si sfondasse sotto, e ’l cavallo ed io sottosopra, giù pel pendìo tra i cespugli e le macchie finchè ci fermammo in un cavo, io sotto, lui addosso, immobile, e la gamba ritta che avevo presa la sentii a un tratto tutta molle e calda, era il sangue del cavallo che, trapassato da una palla, credo morisse per aria. E non mi potevo nè movere, nè ajutare, e sentivo mancarmi l’anelito, nè potevo capir perchè, avendo solo una gamba presa sotto; riflettendovi dopo, credo che nel momento appunto ch’io caddi mi dovette passar dappresso al viso due dita, una palla di cannone, e sapete che ciò basta a levar il respiro per un pezzo.
Io puntavo le mani qua e là, e mi sforzavo di riaver la mia gamba, ma tutto era inutile, e mi toccò aver pazienza. Intanto il mio compagno era giunto al Commissario, e Fanfulla venne comandato per guidar que’ 50 cavalli ove aveva detto l’Arsoli. Li vidi venire, e formarsi in battaglia in un largo che mi stava sopra a pochi passi, di dove ero caduto, loro non vedevan me, chè ero ficcato fra i cespugli, e gridare non potevo; io li osservavo, ed ho potuto allora conoscere che conto fa qui il nostro Fanfulla dell’archibusate. Figuratevi ch’egli era col cavallo dinanzi la fila de’ suoi uomini, e sentivo che, vedendo certi soldati giovani far gobbe le spalle al fischiar delle palle, diceva «Animo ragazzi, non è nulla, quelle che fischiano son già passate» e inforcato, ritto fra gli arcioni, pareva fosse sulla piazza d’un alloggiamento a far scuola a’ soldati, e non in battaglia, e veniva loro dando molti insegnamenti, ed in quella il suo cavallo toccò un’archibusata di striscio in una spalla e si piegò tutto da un lato, ed egli serio serio, senza scomporsi, diceva facendolo muover di passo «Quand’un s’accorge che il cavallo è ferito, è regola di non lo lasciar fermo; sente più il dolore, se un nervo è offeso si può irrigidire: si fa muovere pianamente, così, e venirlo toccando un po’ di sprone.»
A queste parole Fanfulla disse sorridendo:
—Che volete? vedevo certi giovani di prima barba, che quel psst delle palle vicin all’orecchie pareva li disturbasse, e volevo che capissero che non è da farne caso.... n’ho sentite tante io, eppur son qui ancora.—
Niccolò e gli altri sorrisero così un poco, e Lamberto proseguiva:
—Insomma, non ci fu mai verso di riaver la mia gamba, che oramai mi doleva forte e la sentivo tutta intormentita, e dubitavo fosse rotta: e quando mi pareva mi tornasse in petto tanto fiato da poter chiamare in mio ajuto, ecco venir di verso Gavinana un balestriere correndo, e richiamando addietro Fanfulla e la sua gente in ajuto del Commissario, chè que’ lanzi veduti da noi poco prima, invece di prender di sotto, avean imboccata la porta Peciana, e rinnovata nella terra la battaglia colle genti del Ferruccio, stanche dal lungo combattere con quelle del Maramaldo, che aveano sconfitte. Io vidi partir Fanfulla e dovetti rimaner così senza poter far altro, e poco dopo sentii nel castello levarsi un tremendo grido, con tanto spesseggiar d’archibusate che pareva un tuono continuo e che la terra s’aprisse, ed io mi disperavo di non poter ajutar in nulla.
Poi, dopo un’ora, a poco a poco si fecero meno spessi i tiri, e sempre più diradandosi finiron poi affatto, e solo sentivo nel castello un ronzìo cupo come in un nido di calabroni: a sera poi capitò Fanfulla, che m’ajutò; egli vi potrà dire come andassero le cose dentro la terra, chè vide tutto.
—Così non avessi veduto! disse Fanfulla. Quando venni richiamato addietro.... Eh! badate ch’io non so discorrere come Lamberto, e ve la narro come posso.... Quando dunque giungemmo alla porta Papiniana, feci scavalcar ognuno.... per quelle vie torte e strette, meglio su due gambe che su quattro, dico io.... Dunque a piedi, colle picche innanzi, e ben serrati, eccoci in piazza. Che volevate vedere? I morti a mucchi, il sangue a rigagnoli per tutto, come l’acque ne’ temporali: e dalla via che mette a porta Peciana era già sboccata la prima bandiera de’ lanzi, e tutta la strada, che sale un poco, si vedea piena zeppa di picche, e venivan avanti da maladetti. Il Commissario, tutto già ferito e pesto, che fa? la gente sua era in gran parte morta o ferita. Arrendersi? sì, le zucche fresche!... si chiama attorno tutti i capitani e caporali, ne fa una fila, e tutti insieme a capo sotto, dentro in quella battaglia di lanzi! E lui vi s’era buttato il primo, vedete! E al capitan Goro, che volle passargli innanzi per riparargli la persona, afferrò un braccio ruggendo com’una fiera, e lo tirò addietro. Eh! è un pezzo che vedo picchiare, e ho visto picchiare davvero più d’una volta, ma un cozzo come quello che diede il nostro squadrone (chè c’eravamo uniti anche noi agli altri) nella fila dei lanzi, in quarant’anni, per la Madonna, è stato il primo!
E sotto! tutti co’ denti serrati, che quasi non si vedea lume, si lavorava co’ pugnali e co’ coltelli, e talvolta ad afferrarsi e lottare, e andar sottosopra, e rialzarsi, e più se n’ammazzava, e più ne ricompariva, e tanto pensavo uscirne vivo, come esser fatto papa.... Presto eran per mancarci proprio le forze di reggerci in piedi non che di combattere.... era un caldo! e l’armatura parea foco espresso.... Allora l’Orsino, che sempre era accanto al Ferruccio, e lo vedeva ansante, pieno di sudore, di polvere, e gocciolava sangue per tutto, sento che gli dice «Non ci vogliamo arrendere sig. Commissario?»
—No! grida lui con un urlo strozzato, e parve che gli tornassero le forze a un tratto, e si caccia, più diavolo che mai, nel folto dei lanzi, che cominciano a tentennare. Figuratevi noi allora! Ci scagliamo come mastini, e mena, e spingi, e avanti, ributtandoci, a viva forza, scavalcando cadaveri, e tutti imbrodolati di sangue, riuscimmo a un tratto fuor di porta, e vistomi all’aperto m’accorsi che avevam rotti i lanzi, chè a dirvela, per quella via stretta non ci vedevo più, e non sapevo dov’ero, e mi sentivo la testa intronata, chè n’avevo toccata una sul capo, e ’l sangue mi velava la vista. Basta, fuori che fummo si fece un po’ di largo, mi nettai un po’ gli occhi, ed i nemici aprendosi alquanto, vidi il Commissario cacciarsi in una casetta vicino alla cappella delle vergini, e io dietrogli, e dico: «Finchè ne vuoi tu ne voglio anch’io.»
E costì da capo ricominciamo a sonare,.... ma eram rimasti una decina e non più, e ora ne cadeva uno or un altro, ma senza rinculare un passo, e si combatteva sull’uscio, alla fine, eran più di cento che spingevano, e di peso ci portaron dentro, e ci montaron addosso, che ognun di noi n’avea quattro alla vita; allora il Ferruccio, che pel sangue perduto e la stanchezza era venuto a terra e non potea più muover gambe nè braccia, e non parea vivo che dal fulminar degli occhi e dal ruggito che gli usciva tratto tratto di gola, povero signore!.... fu preso da uno spagnuolo, e io da un altro, e così finì; eramo quattro vivi.
Quello spagnuolo che ebbe il Ferruccio voleva nasconderlo, ma venne un ordine di Maramaldo che gli fosse condotto. Lo misero a sedere su due picche in croce, e lo portarono in piazza.
Maramaldo, vinto ch’egli ebbe, s’era riparato in quella casa sull’angolo della chiesa: uscì sul ballatojo innanzi l’uscio, al quale s’ascende per due gradinate, mentre appunto le salivano i soldati che portavano il Commissario,... glielo buttarono ai piedi, rimase stramazzato, reggendosi però su un braccio, colla fronte alta e più feroce che mai.—
Qui Fanfulla tacque per un momento. Poi, fatto grave e addolorato nell’aspetto (cosa tanto fuori della natura sua) disse, scrollando il capo:
—Darei quel poco sangue che m’avanza per non aver veduto ciò che sto per narrarvi!....—
E dopo un’altra pausa, riprese.—Maramaldo gli si accosta e gli dice: «Ci sei una volta! mercante poltrone!» Ma Ferruccio non gli lascia finire la parola e lo mente per la gola, com’egli fosse sano ed armato, e non ridotto com’era, e mentre si dicean villania, vedo Maramaldo colla destra venirsi frugando dietro le reni finchè trova il manico del pugnale, lo sguaina, e l’alza a un tratto sul viso al Ferruccio, io lo guardavo proprio negli occhi.... non li mosse, vedete! non li volse, com’ho da render l’anima a Dio! ed ebbe due volte la lama nella gola, e disse, morendo e borbogliando pel sangue che gli usciva di bocca: «Vil poltrone, tu ammazzi un uomo morto!»
Io perdio avea le mani legate da que’ marrani, chè coll’ugne e co’ denti l’avrei vendicato. E codesti si chiaman capitani di soldati? capi d’assassini piuttosto! vergogna di quanti fanno il mestiere!
Io fui condotto in una casa poco discosto, e da quello che m’avea preso venni raffigurato, ed io riconobbi lui, chè fummo insieme nell’esercito di Borbone, era un certo Valesco..... e mi dice: «Oh, chi pensava mai che fossi qui!» e cominciamo a discorrere, e per dirla in breve, m’usò di molta cortesia, chè gli dissi: «Vedi, che taglia vuoi tu che ti paghi? a scorticarmi tutto non ne caveresti un ducato.»
Insomma, e per l’antica amicizia, e perchè a dirla, tutti i soldati che da vent’anni sono in sulle guerre d’Italia li conosco uno a uno, e non per merito mio, ma tutti mi voglion bene, mi lasciò andare: bensì gli ho promesso, che se potrò metter insieme un po’ di denari qualche cosa gli darò. Ho paura però che aspetti un pezzo.
Allora pensai a Lamberto: Dio sa com’è capitato!.... era già fatto sera, e i soldati nella terra attendevano a far buona cera, bere e giocare, e metter a sacco le case, insomma, quel che si suol far sempre. Io me n’uscii zitto zitto e misi in animo di trovar Lamberto vivo o morto.... e pensavo a voi M. Laudomia.... come vorresti tornarle dinanzi senz’esso! dicevo. Comincio a cercare per que’ greppi (era uno stellato chiaro) pieni di morti e moribondi, e chi si lagnava, chi bestemmiava Dio e i Santi, chi vedendomi passare si raccomandava.... ma che potevo in fare? Dicevo «raccomandati a Dio, fratello» e passavo avanti, chè a voler dar retta a tutti non bastava un mese. Insomma, dopo un par d’ore, chè credetti più volte, tanto mi doleva la ferita del capo, e mi sentivo rotto e stracco, di cascar anch’io, per non rizzarmi più; alla fine, dico, te lo trovo in quel fondo, e, la Dio grazia, vivo «Ajutiamoci Lamberto, chè la festa è bell’e terminata» e gli racconto tutto. Ora, come riuscimmo tra tutt’e due a movere quel cavallo morto, e poi a trovar modo di condurci fin qui, poco importa il narrarlo; il fatto sta che ci siamo, e che se credevo riveder Firenze, possa rompere il collo.—