CAPITOLO XXVI.
L’allegrezza sparsasi in Firenze per la sottomissione di Volterra venne presto turbata dalla perdita d’Empoli, chè lasciato dal Ferruccio a guardia di Andrea Giugni e Piero Orlandini, per la costoro viltà venne espugnato e mandato a sacco dagl’imperiali. Condotta a fine quest’impresa, si drizzarono a Volterra guidati dal marchese del Vasto da Inigo Sarmiento ed altri capi, e riunitisi a Fabrizio Maramaldo, strinsero la terra con furore sperando ritoglierla al Ferruccio, che senza punto smarrirsi per le soverchianti forze degl’inimici, o pei sospetti de’ cittadini di dentro, si difese francamente sempre, tantochè alla fine, dopo molta uccisione, disperatisi dell’impresa, se ne levarono.
Allora si vide come il cuore d’un uomo solo basta talvolta, a guisa di favilla che cada su un ammasso di polvere, ad accenderne mille. I fiorentini infiammati dalle rapide ed ardite imprese del Ferruccio (quantunque un nuovo e più terribil nemico si fosse aggiunto a’ loro danni, e la peste scopertasi nel monastero di S. Agata cominciasse a serpeggiare per la città) risolsero non pertanto d’uscir di nuovo contro i tedeschi, che sotto il conte Lodovico di Lodrone alloggiavano in S. Donato in Polverose.
Ripugnando ed opponendosi, come il solito, Malatesta, che non acconsentì se non quando conobbe esser egli solo contro l’opinione dell’universale, venne stabilita quest’impresa ed ordinato s’eseguisse a modo d’incamiciata.
Uscì Stefano Colonna per la porta di Faenza con duemila fanti armati di picche e partigianoni: per porta al Prato Pasquino, Corso col suo colonnello per la porticciuola, Maìatesta lungo la riva d’ Arno con 1500 fanti acciocchè i nemici dal campo non potessero, guazzando il fiume, venire ad offendere a tergo gli assalitori.
Mancavano due ore a giorno, e pel caldo grande erano i nemici immersi nel sonno. Fattosi avanti Pasquino più presto che non volea l’ordine dato, si risentirono le guardie della prima trincera, e levarono il rumore, che udito dal sig. Stefano lo fecero correre all’assalto. Superato ogni ostacolo, e cacciandosi innanzi i tedeschi, che sbalorditi e sonnacchiosi disordinatamente si difendevano, ajutando lo spavento e la confusione gran quantità di trombe da fuoco, che Giovanni da Torino gettava fra loro, giunse colle sue bande ad assaltare il monastero.
Il conte di Lodrone aveva intanto raccolto un nodo di duemila tedeschi, che colle picche spianate attendevano a difendersi da’ furiosi assalti d’Ivo Biliotti (il quale a dir del Varchi, abbassando il capo com’era suo costume, si gettava contro i nemici gridando ai suoi «su, valentuomini, mescoliamci!») e degli altri capitani e giovani fiorentini, che con tanto disperato furore combatterono quella notte da esserne rimasta poi lunga ed alta meraviglia fra quelle vecchie ed agguerrite bande, che mal potevano resistere a tanta furia. Mentre colla peggio de’ lanzi durava ostinata la battaglia, s’era fatto giorno; ed uditosi il romore nel campo del principe, egli aveva spinto una grossa banda di cavalli in ajuto de’ suoi, e dove era ufficio di Malatesta combatterli e ributtarli al guado del fiume, la qual cosa, ogni poco che impedisse il soccorso, avrebbe data vinta l’impresa ai Fiorentini, egli invece, da quel traditore ch’egli era, si ritrasse dentro le mura, e mandò ordinando al sig. Stefano di sonare a raccolta.
Dovettero le milizie, così vilmente abbandonate, ubbidire al comando per non venir tolte in mezzo, e volgendo pur sempre il viso al nemico, che poco avea in animo di molestarle, si ridussero ordinate dentro le porte; e parte avvedendosi alfine dei disegni di Malatesta, si cominciò tra popoli a bisbigliare di tradimento, ed a sospettare del fatto suo.
Ma l’avvedersi ed il voler ora riparare era tardo. Malatesta, antiveggendo di lunga mano la possibilità di venir sospettato ed anco scoperto, s’era governato in modo che l’evento non lo cogliesse nè sprovveduto nè disarmato. Conversando co’ più reputati cittadini aveva saputo guadagnarseli, qualunque fosse la loro opinione circa lo stato, «ed ai popolani (usiamo le parole del Busini) dicea della libertà; ai malcontenti, del papa; agli ambiziosi, biasimava questi e quelli, e lodava uno stato di pochi ec.» con siffatte arti essendogli riuscito persuadere ad ogni setta di cittadini ch’egli teneva per essa, non gli mancava mai chi lo difendesse dalle accuse che gli si apponevano nell’universale, come non mancarono alla fine cittadini più ingannati che colpevoli, i quali l’ajutassero a compiere lo scellerato suo tradimento.
Di più, cominciando ad avvedersi che la Signoria dubitava della sua fede, s’era levato dal palazzo Serristori, ed alloggiato invece in casa i Bini[54], sotto colore d’esser più a portata pei bisogni dell’assedio, ma in effetto, per aver più vicina la porta Romana, la di cui torre ben armata e provvista, era in mano d’uomini suoi, e potea servirgli ad un serra serra, come di fatto gli servì. Egli non si lasciò più vedere gran fatto fuori di casa, e quando usciva era bene accompagnato, facendo soprappiù tener bonissima guardia giorno e notte intorno al suo alloggiamento, e, chiamato in Palagio, o non vi volle andare, o se qualche volta v’andò, fece pigliar il portone e le scale da gran numero di suoi soldati, temendo, com’egli diceva, di non fare il salto di Balduccio d’Anghiari[55].
Rassicurato così dal timore di poter essere oppresso, e parendogli oramai preparate le cose, e matura l’occasione, si dispose con nuove frodi a coglierne il frutto. Il Ferruccio, che da Volterra, per la Maremma, s’era condotto a Pisa, e nel quale stava oramai riposta l’ultima speranza della repubblica, avea avuto l’ordine di condursi a Firenze, e non par da dubitare, che ove egli avesse assaltato il campo imperiale nel tempo stesso che le milizie l’affrontassero di verso la città, non fosse riuscito risolvere finalmente l’assedio.
Malatesta, che più di tutti tenea per ferma la riuscita di cotale impresa, ordinò, pel mezzo d’un suo fidato ribaldo, detto Cencio guercio, di abboccarsi segretamente di notte col principe d’Orange sotto le mura fuor di porta Romana, e quali pratiche tenesser fra loro non si seppe mai, ma pare probabile, che il traditore dando notizia al principe della mossa del Ferruccio, gli promettesse di non far atto nessuno contro il campo, mentr’egli fosse andato ad incontrare il commissario, e di cotal promessa gli desse una polizza scritta di sua mano. Il fatto sta che la polizza fu poi trovata in petto al cadavere del principe morto pochi giorni dopo.
Il disegno di Mala testa ebbe pienissimo effetto, e nella rotta di Gavinana, avvenuta poco appresso, l’Orange ed il Ferruccio rimaser morti e svanì l’ultima speranza di salute che rimanesse ai Fiorentini. Il seguito di quest’istoria ci offrirà l’occasione di ritornare sui particolari di quella memorabil giornata, ma prima dobbiam ritrovare gli attori del nostro racconto, che la storia de’ pubblici avvenimenti narrati sin qui, ci conduce ad un’epoca ove i casi della famiglia de’ Lapi, principale scopo del nostro lavoro, ci pajon meritevoli d’una qualche attenzione.
La sera de’ 4 d’agosto era in Firenze un’afa grandissima e l’aria inerte ed infocata appariva ottenebrata e densa per una caligine rossiccia e polverosa che opprimeva il respiro. La spera del sole lambendo l’orizzonte si mostrava purpurea e dilatata pe’ frapposti vapori, e le cime soltanto degli edifizj ne venivan colorite d’una tinta spenta e sanguigna. Tra le quattro massicce colonne che l’animoso ingegno d’Arnolfo di Lapo seppe collocare sulla torre di Palagio, a reggerne il castello, si vide a un tratto la campana grossa del consiglio sulla quale erano in giro scolpite quelle parole: Mentem sanctam, spontaneam ad Dei gloriam, et patriae liberationem (habeto) scuotersi, dondolar lenta, e poscia mostrando la vasta bocca agitarsi più rapida finchè il grave battaglio percosse il primo colpo nella parete di bronzo, ed una vibrazione sonora e prolungata si sparse per l’aria seguita da altre mille; chè oramai si suonava a distesa. Questo suono, che da secoli, ed in tante fortune della città, avea chiamati i cittadini a trattar dell’onor o de’ pericoli della patria, s’udiva questa volta per l’occasione più dolorosa e tremenda che avesse mai minacciato lo stato.
Era giunta in Palagio la nuova della rotta di Gavinana, e della morte del Ferruccio; di quello che i Piagnoni chiamavano il nuovo Gedeone, e col quale era spenta ogni speranza di soccorsi di fuori. I volti de’ cittadini calcati in piazza e per le strade che vi mettono, anneriti dal sole e dal fumo di tante battaglie, solcati di cicatrici, ridotti per la farne e gli stenti in forma di teschi ricoperti d’una pelle aggrinzita, erano impressi d’un lutto profondo, disperato, ma indomito e feroce. Dopo tanto combattere, tante vittorie, tante pericolose e pur felici fazioni, al punto di coglierne il frutto, al punto che ognuno s’aspettava udire: «Il commissario è comparso... egli assalta il nemico... egli combatte.... ha vinto.... egli entra per la porta di Faenza....eccolo... siam salvi! Ed invece udir le terribili parole: l’esercito è disfatto ed esso ucciso!» pareva persino impossibile a molti! chè vi son tali vite tanto venerate e gloriose, che non si stima possa una palla o una spada osar di troncarle! Eppure il fatto era certo, la sentenza irrevocabile; l’idea sott’intesa spesso, ma che sempre ed in ogni occasione serviva d’ultimo rifugio alle vacillanti speranze, il pensare, «Ferruccio è vivo!» Questa idea, questo pensiero era a un tratto dovuto uscir d’ogni petto, lasciandovi in sua vece la tremenda certezza d’una rovina imminente ed irreparabile. In che di fatti potea più sperare quel misero assassinato popolo, stretto di fuori dalla soperchiante potenza di Carlo V e del papa, abbandonato da tutti, e travagliato di dentro dalla fame, dalla peste e dal tradimento? Come reggere a più lunghe fatiche, al languire delle mogli, de’ vecchi, dei figliuoli? Come risolversi ad incontrar nuovi pericoli, a protrarre la lunga ed inutile agonia, che certissimamente si sapeva dover riuscire a pessimo fine. Quale potrebbe essere la risoluzione del popolo più generoso, più sofferente, più ardito in cotal estremo, se non quella di cedere alla necessità ed arrendersi?
Quale fu la risoluzione de’ Fiorentini, quale il grido che si levò nell’universale? Difendersi, e sempre difendersi.
Sulla piazza di Palagio, che ancor conservava allora la sua augusta ed antica semplicità, e non era ornata, come oggi, dalla fontana dell’Ammannato, nè dai gruppi di Cellini e di Gian Bologna, s’agitava la turba del popolo, composta d’uomini d’ogni età e d’ogni stato, di vecchi, di soldati e capitani forestieri, d’adolescenti, di frati, di giovani della milizia, quasi tutti più o meno armati, e la fatal nuova narrata in cento modi, con cento commenti diversi, era in bocca d’ognuno, e ne sorgeva un ronzìo cupo e pauroso, interrotto tratto tratto da qualche voce più alta, ora di preghiera, ora d’imprecazione o di bestemmia; e, com’accade tra la moltitudine in siffatte occasioni, si formavan cerchietti intorno a quelli che avean più pronto ed efficace il dire, e se varii erano i rimedi, i modi proposti, il fine era sempre lo stesso: combattere e difendersi.
Sotto la tettoja de’ Pisani, dirimpetto alla Ringhiera, era più che altrove, accalcata la folla, più riverente l’attenzione, e non turbato il silenzio; e dal centro di quel nodo di popolo sorgeva di tutto il capo l’alta e venerabil presenza di Niccolò, che colla mano in alto, e movendo in giro lo sguardo sicuro, diceva:
—Sì, popolo mio, l’esercito è disfatto.... messer Francesco è morto... E che perciò?.... Oh! sta a vedere che il braccio di Dio si sarà raccorciato, che la sua mano avrà perduta ogni forza per la morte d’un uomo!.... Sta a vedere che l’Onnipotente sarà ora in impaccio a trovar modo d’ajutarci? che gli dorrà d’essersi troppo impegnato, d’averci troppo promesso!.... Ah, di poca fede!... (esclamava più alto) di poca fede! Chi muove, chi fuga, o dà vittoria agli eserciti se non Iddio? e quand’egli vi rimane, quand’egli per bocca del suo profeta v’ha giurato di star per voi, di salvarvi, vi turba il fallito soccorso di poche braccia?.... Sappiatemi dire di quante ebbe mestieri Iddio per ammazzar Sennacherib ed il suo esercito? Di quante per salvar Betulia? Speravate negli uomini; conoscete una volta che in Lui, in Lui solo dovete sperare, che ha promesso difendervi, che ha promesso (lo sappiam pur tutti) di mandar persino i suoi angioli a combatter per voi[56]. Vi voleva l’estremo pericolo affinchè più chiara apparisse la sua gloria!.... Il pericolo è giunto, è immenso.... A terra le fronti dunque (ed egli, e tutto il popolo cadde in ginocchio) Iddio, gridiamo tutti, Iddio! Cristo re nostro, in te solo oramai confidiamo! a te sta ora il confondere i tuoi nemici, onde non dicano con ischerno «Ecco come gli ajuta il loro Dio!» A noi sta il combattere, ed il morire, se morire sarà mestieri!... su dunque, esclamò rialzandosi, su dunque, all’armi, alla battaglia, e giuriam tutti di morire mille volte prima che arrenderci una!—
Durante questa parlata, chi levava le mani in alto in atto di preghiera, chi si batteva il petto, chi fremeva, chi singhiozzava, e all’ultime parole del vecchio scoppiò, come il tuono, un urlo feroce, discordante, di mille voci, che in mille modi ripetevano il proposto giuramento, ed a quel grido così alto ed improvviso tenea poi dietro un cupo e lungo mormorìo pieno di concitate parole, di minacce, di strane e tremende proposte, e molte voci s’udivano scagliarsi qua e là esclamando: Ah, traditor Malatesta! e pareva appunto quel brontolar sordo e lontano che s’ode fra monti dopo il primo scoppio del tuono. Questa scena, che accadeva qui sotto la loggia de’ Pisani, intorno a Niccolò, si ripeteva uguale in altre parti della piazza, ove qua e là da molti frati di S. Marco, e dal Fojano e dal Fivizzano più di tutti, si arringava coll’impeto e col proposito stesso, onde a seconda del dire di codesti popolari oratori, non appena finiva il grido e lo schiamazzo in un lato, che cominciava in un altro.
Crebbe poi l’agitazione, se era pur possibile che crescesse, per questo fortuito accidente: un povero fanciullo del popolo minuto, il quale, come si seppe di poi, da più mesi era rimasto abbandonato, senza ricovero nessuno, essendogli morto in battaglia il padre, lanajolo, e la madre di fame, avea notato, stretto dalla necessità, un luogo sul lato del Palazzo verso la dogana ove sboccava a fior di terra un acquajo che veniva di su dalle cucine della Signoria, e per esser così un poco fesso il condotto, il misero fanciullo s’era accorto di certe erbe che colle lavature delle stoviglie cadevano per quel canale, ed ingegnandosi di dilatare la rottura, poi ricopertala alla meglio onde altri non se n’avvedesse e non gli rapisse quel suo solo ed ultimo bene, veniva qui sulla sera ogni giorno, e trovava, fermata in certe cannucce che avea disposte in traverso del condotto, una piccola quantità di bucce di frutta, d’ossicini, di legumi e d’altre immondezze, colle quali sosteneva la sua povera vita. Questa sera v’era venuto come il solito, tutto sfinito, chè al povero fanciullo quel tristo pasto bastava appena appena per non morire, ma reggendosi a’ muri pure v’era venuto. Ma quel giorno, in Palagio, pel sottosopra della nuova arrivata, o non s’era pensato a desinare nè a cena, o, comunque fosse, per quell’acquajo non era stata buttata cosa veruna, ed il povero sventurato orfanello, che appena avea più un soffio di vita, non trovò nulla, e caduto boccone presso l’acquajo diede in un pianger basso e fioco; nè trovato altro modo d’ajutarsi, cavando lungo il muro coll’ugne, ne strappava pochi fili di gramigna che vi crescevano, tutti arsicci, e se li cacciava in bocca, e mentre si sforzava colle indebolite mascelle di masticarli, fu visto cader sul fianco, stirare un momento le consunte membra, e rimaner immobile.
Notato l’atto da alcuni per caso, gli si fecero accosto, vollero sollevarlo da terra, e trovarono che era morto; e da un frate che s’imbattè costì fu portato via per mezzo la piazza, mentre appunto per le parole di Niccolò e degli altri era il popolo più infiammato, e gli animi più commossi. Il pietoso spettacolo di quel morticino portato in collo a quel modo, colle braccia e le gambe spenzolate, la testa arrovesciata, le labbra livide ed imbrattate dai succhi verdi di quell’erbe, che ancor teneva strette tra denti serrati dall’ultima convulsione, scosse i cuori di que’ poveri popolani, che in quell’infelice vedevan raffigurata la sorte de’ loro figliuoli, e di loro stessi.
—Se s’ha a morire a quel modo, gridavano alcuni, moriam piuttosto d’archibusate!—Ah cane! Ah rinnegato Chimenti!, diceva un altro, ah! traditore, assassino della tua patria!....—E Bindo, che si trovava fra costoro, diceva adirato:
—Ma ditelo voi: di tante volte che siam usciti contro i nemici, fummo vinti, ributtati una sola? Non tornammo sempre in Firenze perchè così ci parve di fare, o (per esser più veri) per difetto di quel traditore di Malatesta? Eh! gridiamo tutti che si vuoi uscire a combattere, mettiamoci d’accordo noi, e converrà bene che i signori su in Palazzo s’accordino anch’essi al nostro volere.—
Per queste parole, e per tante cause riunite, sempre più si faceva terribile ed alto il tumulto e le grida del popolo che chiedeva battaglia, e molti, spingendosi su per le scalere che sorgono sotto la ringhiera ed il portone di Palagio, mostravano voler far forza alla guardia, per entrare e turbar le deliberazioni della pratica radunata. Si potea scorger da lontano l’onda della turba che si sollevava da un lato, e l’agitarsi disordinato delle picche de’ soldati che s’ingegnavano raffrenarla: ma a rimettere un po’ d’ordine in questa confusione corse a un tratto tra la folla la voce, che era vinto il partito d’assaltare le trincere. A questa nuova si levaron mille grida di viva i Signori!—Viva il marzocco! E nel modo istesso che in mare al cader del vento, cade presto, ma non subito, la superbia del flutto, così, ancora per breve spazio durò il frastuono e l’agitazione, ma poi a poco a poco, anco per esser oramai notte chiusa, si venne diradando la folla, scemaron le grida e il susurro, e movendosi allegri i cittadini, pieni di nuova speranza, tornaron alle loro case, lasciando la piazza muta e deserta.
Insieme cogli altri, e misto tra quelli che venivan per Vacchereccia e Mercatonovo, camminava anche Troilo, tirando verso Ponte Vecchio. Dacchè non ci siam più occupati de’ fatti suoi, egli s’era occupato anche troppo della scellerata bisogna per la quale era venuto in Firenze, e vendutosi a Baccio Valori, quantunque sul primo si portasse assai rimessamente e di malavoglia, come accennammo, parte per un resto di ripugnanza a totali ribalderie, parte per trovarsi affastidito della vita che gli conveniva menare, avea poi a poco a poco, calpestando ogni scrupolo, saputo guadagnar benissimo il prezzo del suo tradimento.
Dal tetto della casa de’ Nobili, quando l’occasione lo richiedeva, veniva facendo cenni a quelli del campo con panni e biancherie, di giorno, e con lumi la notte: avea tenuto mano ad una segreta corrispondenza tra Baccio e Malatesta, e portava le lettere in una balestriera fuor di porta a S. Gallo, ove un messo del campo di notte segretamente veniva per esse. Instrutto da Malatesta, chè oramai si fidava di lui interamente, s’era addimesticato coi giovani della milizia, e con quelli spezialmente che appartenendo alla setta di Niccolò Capponi, ed essendo de’ grandi, concorrevano bensì col resto del popolo alla difesa, ma nutrendo sempre in cuore l’antica gelosia contro la plebe, e mantenendo il sospetto non venisse il reggimento a cadere unicamente nelle sue mani, offrivan appiglio a chi si volesse staccare dal comune interesse, come di fatti avvenne.
Troilo, senza scoprirsi, e mostrandosi anzi acceso più degli altri per la parte Piagnona, avea però saputo con grand’arte seminar tra loro di quelle parole che inveleniscon gli animi più sollevati, e li spingon destramente verso que’ propositi che non s’oserebbe esprimere allo scoperto. Mostrandosi pensoso, sopra ogni cosa, del bene della città, diceva talvolta, stando sopra di sè e sospirando: «Si vincerà, si scioglierà l’assedio, non v’ha dubbio nessuno, ma poi?...» e qui una reticenza, ed a chi lo stimolava si spiegasse, aggiungeva con voce grave «poi... faccia Iddio che questo popolo non si levi in troppa superbia, non voglia cose disoneste.... non abusi della vittoria.»
Con queste ed altre somiglianti insinuazioni, ed anco per esser egli gentiluomo, era venuto in grazia de’ grandi, e coll’arti medesime appropriate ai diversi umori che dividevano i cittadini, era generalmente ben veduto, ed avuto in grande stima da tutti, e Niccolò stesso, malgrado la sua vecchia esperienza, e non ostante gli antichi sospetti, s’era ora del tutto rassicurato sul fatto suo, ed interamente si riposava sulla sua fede.
Trovatosi Troilo in piazza questa sera tra il popolo avea fatto come gli altri; gridato, urlato, Battutosi il petto come il più arrabbiato Piagnone, ma insieme era venuto attentamente notando gli atti ed i visi di quelli fra i cittadini che sembrava partecipassero a que’ furori, più per non cader in sospetto del popolo che perchè tale fosse realmente la loro opinione, e quando la turba si cominciava a sciogliere, avendo veduto un cerchiello di giovani fermati un po’ in disparte sotto la loggia dell’Orgagna, fra quali era il Morticino, Alamanno de’ Pazzi, Daniele degli Alberti, Giannozzo de’ Nerli e molti altri de’ primi di Firenze, ch’eran di quegli appunto ch’egli andava sobillando, s’era accostato a loro, e dopo molti ragionamenti coi quali magnificava l’ardito proposito d’andare a combattere, e si protestava pronto a morir mille volte per la libertà, faceva poi intendere destramente che maggior gloria sarebbe stata a’ grandi l’abbracciar questo partito, che ai popolani: poichè vincendosi lo stato rimaneva in balìa de’ popolani, e perdendosi, o i nemici, espugnata la città, l’avrebber posta a sacco, ed i ricchi perdean più de’ poveri; o si veniva agli accordi, ed ai ricchi sarebbe toccato pagar le taglie che senza dubbio verrebbon poste a’ cittadini per punire una troppo ostinata e pazza difesa, onde a ogni modo i grandi ci perdevano, ed il popolo ci veniva ad acquistare: e finiva dicendo: «Tanto maggior virtù sarà per voi il combattere!»
Ma quei giovani, conoscendo ch’egli diceva il vero, ed a fronte del danno, poco curandosi di tanta virtù, stavano ingrugnati senza rispondere, e Troilo in cuore godeva, vedendo così ben riuscirgli le sue malizie.
Questi suoi aggiramenti furon molti più che non si scrivono, bastandoci aver accennato quali fossero il suo animo e le sue frodi.
Uscito egli dunque di piazza, e venuto al Ponte Vecchio, che già era notte, si condusse al palazzo di Malatesta. Le bocche delle vicine strade, e quella di Via Maggiore, di dove era venuto, eran prese dalle guardie, che riconosciutolo lo lasciaron passare, e, giunto al portone, che trovò chiuso e guardato da molti soldati, fu messo dentro, e s’avviò per cercare di maestro Barlaam, che soleva segretamente introdurlo da Malatesta.
Attraversando il cortile illuminato da molte torce vide nel lato, in fondo, e collocato in modo che dal portone aperto potesse vedersi anco da chi passava in istrada, vide, dico, un asino sparato, ed appiccato pei piè di dietro, come s’usa de’ vitelli e de’ manzi ne’ macelli.
Con questa vista voleva Malatesta dar ad intendere al popolo ch’egli pativa non men degli altri gli stenti di quell’assedio, e si cibava di quella vil carne: se ciò fosse vero lo vedremo tra poco.
Nel nuovo alloggiamento del capitan generale, maestro Barlaam s’era allogato alla meglio, ed in modo però d’esser sempre, per certi bugigattoli segreti, a portata del suo signore. Anche qui le sue camere eran terrene, ma non avendovi per la sua officina quelle comodità che gli offeriva il palazzo Serristori, era ancora colle sue robe per aria, ammucchiate in disordine negli angoli della camera che occupava.
Entratovi Troilo lo trovò che attendeva a dar loro sesto, ed in questa bisogna lo veniva ajutando Selvaggia. Lo salutarono ambedue, come s’usa con chi da un pezzo è di casa. Da quando lasciammo Selvaggia sulla strada d’Empoli erano scorsi di molti mesi, come sa il lettore, ed in questo frattempo, quantunque non le fosse avvenuta cosa d’importanza, è però bene, a maggior chiarezza di quest’istoria, diciamo di lei quattro parole.
Maestro Barlaam vedutala ricomparire così tosto, e quando meno l’aspettava, chè essa era venuta difilato a scavalcare da lui, s’era molto maravigliato, e mentre stava in sospetto non venisse costei a tempestarlo con nuove richieste e nuovi furori, fu rassicurato tosto da essa, che gli disse risolutamente aver ormai mutato d’animo, pensieri e desiderj; aver scoperto finalmente quanto poco meritasse il suo amore quello sciaurato pel quale avea durate tante fatiche, e tanto sofferto: narrò come l’avesse trattata, e quali parole di scherno avesse dovuto sentire, e giurando di volersi a ogni modo vendicare, profferiva al padre di volerlo servire d’or innanzi in ogni cosa, e non ubbidir se non lui, purchè l’ajutasse ad ottenere questa tanto desiderata vendetta. Mostrandosi poi nei modi non più altiera e feroce come prima, ma docile e dimessa, come colei che era a un tratto caduta d’ogni speranza; e considerando il maestro, che un animo sicuro come il suo poteva però talvolta venirgli molto a proposito pe’ suoi fini, l’accolse benignamente, e le disse, che era molto contento si fosse messa sulla via ragionevole, e quanto al vendicarsi, ch’ella gli desse campo a pensare, e lasciasse capitar l’occasione, e poi forse farebbe in modo ch’ella rimanesse contenta. Senza voler dir altro, nè fidandosi ancora del suo giudizio, la venne intrattenendo, finchè trovatala sempre uguale a sè stessa, e sempre più accesa nel volersi vendicare di Lamberto, un giorno le svelò, ridendo, tutte le pappolate che le avea date ad intendere quella prima sera che s’era trovata con Troilo e messer Benedetto, de’ quali, dicendole ora i veri nomi e lo stato, soggiunse: che non gliene volle dire allora, per sospetto, che trovandosi essa con Lamberto non gli rivelasse ogni cosa.
Avendo essa poi varie volte occasione di trovarsi con Troilo, ed affiatandosi seco, a poco a poco erano spesse volte venuti sul discorso di Lamberto, e mostrando Selvaggia passione grandissima nel parlar di costui e non minor desiderio di fargli dispiacere, Troilo, visto che la cosa faceva per lui, avea soffiato in questo fuoco, pensando che nessuno al mondo avrebbe potuto tenergli il fermo, ed ajutarlo ne’ suoi disegni, quanto questa cotanto offesa ed adirata donna. Ed avendo da essa, e parte dal padre, avuto notizia della sua vita passata, e conosciuta la sua arrischiata e terribil natura, rimase persuaso che in cuore di siffatta tempra l’odio e la sete di vendetta per l’amor vilipeso dovean produrre effetti sicuri e tremendi, e che nel suo disegno di toglier Laudomia a Lamberto non potea trovare ausiliario che più efficacemente di lei lo soccorresse.
Non sapeva ancora, a dir il vero, in che l’avrebbe potuta adoprare; ma prevedendo in nube il fin dell’assedio, ed il momento in cui la casata de’ Lapi si troverebbe oppressa cogli altri popolani, pensava: «Capiterà bene una qualche occasione! e fra due anime, come Selvaggia ed io, che vogliam risolutamente la cosa stessa, sarà gran che, se non ci vien fatta!»
—Presto, presto, maestro, disse dunque Troilo entrando e senza risponder al saluto, conducetemi dal sig. Malatesta, chè si sta mettendo di gran carne a bollire, e qui non è tempo da perdere!—
Barlaam gli s’avviò innanzi e, mentre Troilo usciva con esso, diceva, volto a Selvaggia:
—Sta di buona voglia anche tu, chè se egli non ha voluto far alle braccia con qualche archibusata, dovrebbe star poco a comparire il nostro messer, e allora a noi, n’avremo ognun la sua parte.—
E via senz’aspettar risposta.
Trovò Malatesta in un suo salotto appartato, ed avea finito di cenare allora allora; era ancora seduto a tavola, avendo dinanzi in certi piattelli gli avanzi della vivanda, che alle ossa appariva essere stata composta di capponi ed uccellami, e non d’asino. Appoggiato col gomito al bracciolo del seggiolone e stuzzicandosi i denti, tenea bassa la fronte, ed il lume della lucerna che ardeva in mezzo alla mensa gli percuoteva sulla cotenna tirata e scolorita del cranio, che rifletteva quel raggio come fosse d’avorio ingiallito.
Gli sedevan di contro messer Benedetto de’ Nobili, e Baccio Valori, che molte volte, durante l’assedio, con grandissimo suo disagio e pericolo era venuto segretamente a visitarlo[57]. Tutti e tre alzarono il viso verso Troilo, che aspettavano con grande impazienza, per udire che novità vi fosse; e Malatesta, che volea parer d’animo sicuro, quantunque gli errasse sulla fronte e nella guardatura un sospetto inquieto, e non senza qualche spavento, disse, sforzandosi di sorridere:
—Che tu sii il ben venuto!.... Orsù, e che ne dicono i Piagnoni del loro Gedeone?—
—Dicono.... dicono.... (rispose Troilo scrollando il capo coll’atto che significa «non è tempo da motteggi») Dicono ch’e’ faranno senz’esso..... ed hanno il diavolo addosso più che mai.—
—E con esso si stieno, rispose Malatesta, alzando le spalle con disprezzo. A buoni conti questa mosca dal naso ce la siam saputa cacciare. E in piazza, che si fa?
—In piazza e stato l’inferno, e ancora mi duol l’ugola pel grand’urlare,.... chè a far il Piagnone ci vuol canna e polmoni.... ve lo dico io!.... In somma, il nostro vecchione, ed i frati, e’l Fojano, e tutti, a predicare, e dagli! a chi più ne diceva, chè non avrebber voluto Fra Girolamo per ragazzo. E il popolo era com’andasse a nozze: schiamazzi, urli, battersi il petto; e la conclusione è stata: che se non si spargeva la voce che in Palagio era vinto il partito di uscir a combattere, io credo che que’ diavoli tagliavan a pezzi la Signoria.
—Ed ora?—
—Ora tutti a casa a prepararsi per la festa di domani.—
—Oh, oh! il marzocco arriccia il pelo da maladetto senno questa volta! E se a me non piacesse l’uscire?—
—Farebbon qualche diavoleto, ho paura, e vorrebbero sforzarvi.—
—E s’io chiedessi licenza, e li lasciassi ingegnarsi da loro, con quest’esercito addosso, che non pensa e non sogna altro che sacco?—
—Al modo come sono infiammati, e come gli ho veduti stasera, io non vorrei giurare che v’avessero a lasciar finir la parola, e pensassero i fatti loro farseli da se.—
—Quando fosse così, vedremmo un bel gioco, alla croce di Dio!—
E l’occhio del traditore lampeggiò di quella rabbia diabolica che accende uno scellerato se scorga possibile il perdere in un punto il frutto di lunghe frodi.
Baccio allora, che non avea il capo a far il bravo, e stava con una vecchia paura addosso che non tentava dissimulare, diceva:
—Ma e gli altri, e la setta di Niccolò[58] che fanno? che dicono? E’ pare che in Firenze non sian più se non Piagnoni?—
—Che volete che facciano! Fanno come gli altri. Chi avesse voluto dir una parola in contrario, era bravo stasera, e poteva far conto di tornar a casa colle budelle nella berretta. Tuttavia, anche stasera qualche cosa s’ è fatta.... via.... rassicuratevi. E s’io non erro, a un serra serra molti gonfaloni tentennerebbero, e molti di questi che hanno le casse molto ben foderate di ducati avrebber caro che non finissero per le mani de’ bisogni, e de’ lanzi; e perciò terrebbono più presto per gli accordi e pel sig. Malatesta, che vuoi le cose oneste, ed ha promesso loro di molte volte uno stato di pochi, che sarebbe appunto il fatto loro.... Non è egli vero, sig. Malatesta? Io credo che il papa non vorrà farvi parer bugiardo, e sarà contento dar loro uno stato di pochi—E sorridendo con malizia, aggiungeva—Ed anzi, per mostrarsi largo nel mantenere i patti, vorrà che sian pochi fin dove si può giungere, e se a questo modo lo stato finisse in un solo non istarà a guardarla tanto pel sottile.—