CAPITOLO XXV.
Tostochè l’Arsoli ed il Bichi ebbero dato sesto alla compagnia, si condussero dal commissario, e con esso andò anche Lamberto, che aveva da Niccolò (ci scordammo accennarlo) avuto l’incarico di fargli riverenza per parte sua e narrargli quegli ultimi suoi casi.
Il Ferruccio era alloggiato nella casa del Comune in Piazza, e lo trovarono che li aspettava in una sala al primo piano ove le pareti eran tutte coperte di gigli e di marzocchi, e su in alto, sotto il soffitto intorno, si vedevan dipinte l’arme de’ podestà che avean retta la terra, tra quali fu il vincitore de’ Ciompi Michele di Lando. Il commissario sedeva presso una gran tavola ov’era costume render ragione. Salutò i nuovi arrivati, che entrarono ancora tutti armati quali erano venuti di Firenze. Ad un suo cenno sedettero e disse l’Arsoli:
—Questi, sig. commissario è messer Lamberto, che voi conoscete di nome se non di veduta.—
—Ah! rispose Ferruccio facendogli festa col viso, ho caro conoscervi ch’io non ho il maggiore amico di messer Niccolò, e so quanta stima egli faccia di voi.—
Lamberto allora, fattigli prima i saluti del suocero, gli venne narrando tutto il caso di Troilo, e com’egli avea lasciato il campo e datosi tutto alla parte Piagnona. Disse poi il suo matrimonio colla Laudomia, il motivo ed il modo ond’era stato interrotto, e vedendo che il Ferruccio gli prestava grandissima udienza, gli narrò dell’oscuro avviso ricevuto per via, di non so quali insidie tramate contro di essa, chiedendogli insieme licenza di spedire un uomo apposta a Firenze affinchè potessero guardarsi ed investigar la realtà e l’ordine di questa trama.
—Io vi do questa licenza molto volentieri, e se il servigio della città lo concedesse, vi direi andate in persona; ma una buona spada val tant’oro quanto pesa, a questi giorni, e non posso privarmene; conosco che dev’esser una gran passione per voi, messer Lamberto, lasciar una tale sposa per torre invece la lancia.... almeno così suppongo... (disse sorridendo) chè io di queste cose poco me n’intendo, ed alla vita mia non ebbi mai tant’agio ch’io potessi pensar a donne... A ogni modo, un par vostro saprà aver buona pazienza, chè ora i nostri amori hanno ad essere cogli archibusi e le bombarde.—
—Quanto a questo spero mostrarvi che so il mio debito, e che il mio primo amore è della patria e non d’altri.—
Così rispose Lamberto, con un viso ardito che non lasciava dubitare ch’egli mentisse; fatta poscia riverenza al Ferruccio si tolse di quivi, trovò presto d’un cavallaro che fu contento portar a Firenze la lettera per Laudomia. La scrisse Lamberto più presto che potè, ed in essa le narrò distesamente tutto l’accaduto in quella notte senza ommetter sillaba di quanto era stato discorso tra esso e Selvaggia. Dopo aver molto raccomandato che facessero in modo di scoprire se quest’insidie eran vere, oppur supposte da costei per puro dispetto, mostrando, quanto a sè, propendere per quest’opinione, entrava a deplorare e mostrar rammarico dell’aspro modo da lui tenuto con quell’infelice, svolgendone insieme a Laudomia i motivi, e mostrando poi alla fine in quanta agitazione d’animo si trovasse al presente sul fatto di costei.
La passione che provava per questo accidente la seppe esprimer benissimo, e forse troppo, chè scrivendo in furia, e coll’animo preoccupato, non ebbe campo di pesare e calcolar molto le parole, e l’effetto che sarebber per produrre su quella che con mente più tranquilla le avrebbe lette. Si faceva in ultimo a pregar Laudomia, volesse metter subito gente in moto, mandar sulla strada d’Empoli, ed in quelle vicinanze, per iscoprire che ne fosse stato di Selvaggia; ed avendo avuto a dire tante cose, col tempo che lo stringeva, conchiuse la lettera in modo più tronco, che al certo non avrebbe fatto, se la cosa non fosse stata di tanta premura.
Com’ebbe scritto, piegò la lettera in quattro, come s’usava in quel tempo, e traforatala, la chiuse con una funicella, della quale fermò i capi con un sigillo.
Partì il cavallaro, e seppe così ben pungere un cavalletto che avea sotto, che verso le ventidue scavalcava al portone de’ Lapi.
Mona Fede venne ad aprire: prese la lettera, e con gran festa corse nella camera di Niccolò ove egli si trovava colle figlie, ed a caso v’era anche Troilo. Laudomia, conosciuto dalla sopraccarta chi le scriveva, disse tutta allegra ed un poco arrossita:
—Oh! povero Lamberto, già m’ha scritto!—e principiò a leggere. A mano a mano che leggeva le si vedea tratto tratto mutar viso, mostrando ora maraviglia, ora mestizia, ora compassione, ed in ultimo parve sulla sua fronte serena si stendesse persino l’ombra d’un sospetto.
—Gran cosa è questa! disse alla fine tutt’altro che tranquilla in volto; e porgendo la lettera a Niccolò, soggiunse:—Ora vedete voi quel che convenga fare.—
Niccolò la prese, ma parve che quella lettura facesse sull’animo suo tutt’altro effetto, e piuttosto lo rallegrasse.
—Egli è il gran giovin dabbene, disse alla fine, che vuoi ch’io ti dica? bisogna far quel ch’egli consiglia.... non vedo altra via.—
Voltosi poi a Troilo, col quale s’era ogni giorno più venuto addomesticando, e tanto maggiormente ora di lui si fidava, dopo aver veduto con quanta prontezza si fosse proposto di partir in iscambio di Lamberto, gli disse, pur guardando Laudomia, quasi le domandasse licenza:
—Con buona pace di Laudomia, io voglio che leggiate questa lettera.... vedrete che cuore abbia il nostro Lamberto.... e che se volevate andar alle archibusate per lui, la cortesia non era sprecata.—
Troilo, nel vedere che de’ suoi disegni ne dovea pur esser trapelato qualche cosa, non potè a meno di non far un arresto, ed in cuore trasecolava, non potendone immaginare il come, tanto più in così breve spazio di tempo. L’atto che gli sfuggì, fu dagli astanti interpretato in tutt’altro senso, e l’attribuirono ad una natural maraviglia d’un caso cotanto strano, ed egli, vedendo che la lettera non nominava persona, si venne presto rassicurando.
—Non v’è dubbio nessuno, disse alla fine, bisogna far ciò ch’egli dice. Lasciatene il pensiero a me, ch’io troverò chi saprà benissimo disimpegnare quell’incarico. Date qua quella lettera, ch’io tenga a mente i segnali di codesta donna, perchè possa riconoscersi, e s’ella non è sotterra si troverà.—
Così dicendo uscì, mentre Niccolò, tutto lieto, gli gridava dietro:
—E così? non te lo dicevo io, che a trovarne un altro come quel giovin dabbene vi sarebbe da fare?—
Laudomia, uscita anch’essa poco dopo Troilo, salì in camera e vi si chiuse. Non sapeva, o non voleva dirsi il perchè, ma non si sentiva il cuore a modo suo: e provando una cotale indefinibile ripugnanza ad esaminarlo a minuto in quel momento, attese a non so che sue faccende per aver in che occupare il pensiero.
Ove la buona giovane avesse voluto scendere a questo esame, sarebbe forse d’un in un altro pensiero venuta a far molte osservazioni su questa tanto calda pietà di Lamberto, sulla troppo laconica conclusione della sua lettera, avrebbe provato forse il desiderio d’esser sola a sentire tanta compassione per le costei sventure.... Dio sa quante cose avrebbe trovate in quel suo povero cuore! non volle tuttavia troppo scrutarlo in quel momento.
Ma il seme caduto una volta nel solco ha egli bisogno d’altri ajuti? lavora solo, germoglia in silenzio, e quando dà segno di sè spuntando dal suolo ha già messo le barbe.
Troilo intanto s’era dato da fare per trovar di questa Selvaggia, che, in modo per esso tanto inconcepibile, parea informata de’ suoi disegni; e certo nè Lamberto, nè persona al mondo avea in quel momento maggior desiderio di lui che si rintracciasse. Spedì gente, e fece far tutte le inchieste possibili, e vi volle a ciò un pajo di giorni, ma fu inutile, non se ne potè saper nuova.
Visto alla fine che si dava in non nulla, ne fu scritto a Lamberto (e la lettera la portò Maurizio, che trovato un altro cavallo raggiunse così il suo padrone) il quale, se ne rimanesse afflitto e malcontento, non è da dire. Egli intanto, seguitando la fortuna del Ferruccio a Volterra, a Pisa ed in ultimo a Gavinana venne passando un tempo, durante il quale lo stato di Laudomia e degli altri attori di questa istoria non ebbe a provare notabile alterazione. Gli ultimi casi che afflissero poi la casata de’ Lapi, e coi quali verrà a concludersi il nostro racconto, sono strettamente legati a quelli della città, ed all’intero ed ultimo esterminio della libertà fiorentina: ci conviene dunque con largo e rapido pennello dipingere ad eterna infamia dei vincitori, ed a gloria eterna de’ vinti, la sua dolorosa agonia, e come alla fine rimanesse spenta del tutto.
Il nostro quadro riuscirà pallido e senza vita, posto a fronte di quello lasciatoci dal Varchi nella sua storia, ricca di tanto colore e di tanta azione. Se avessimo a dar un consiglio al nostro lettore gli diremmo (tanto più s’egli è italiano) di leggerla da capo a fondo. Ma se invece si trattasse di una lettrice? Chè anche le donne italiane vorremmo sapesser le glorie della nostra comune patria per poterle presto narrare a’ loro bambini.... Come sperare che non si sbigottisse al solo vedere quel grande in folio della bella edizione di Colonia, con quella carta ingiallita, e la sua barbara ostinazione a non andar mai a capo?
Alle nostre lettrici consacriamo dunque specialmente queste pagine, e possa il nostro desiderio di risparmiare loro un po’ di fatica e di accender più viva la fiamma dell’amor patrio in cuori cotanto gentili, dar potenza alla nostra penna e procacciarle favore.
A pochi giorni dopo l’inutile assalto dato dal principe d’Orange alle mura di Firenze, la Lastra, forte castello, molto a proposito per assicurare la strada d’Empoli, venne in potere degli imperiali, i quali avuta la terra a patti che fosser salve l’avere e le persone, entrati appena, scannarono il presidio, che s’era arditamente difeso a buona guerra come chiedeva l’onore ed il servigio della città.
S’alzò in Firenze un grido d’indegnazione e di vendetta alla nuova dell’atroce caso, e del danno sofferto; e la milizia, che ardeva di venirne una volta a più stretto combattere, trovò il suo capitano Stefano Colonna pronto a guidarla contro il nemico. Ordinò s’uscisse una notte con circa mille fanti, armati quasi tutti d’arme in asta e spadoni a due mani, con pochi archibusieri, avendo in animo di cader inaspettati addosso agli imperiali e non combatter se non corpo a corpo. Contenta la cosa con Malatesta, dapprima lo trovò contrario al suo disegno. Voleva il traditore che la città si consumasse a poco a poco negli stenti d’un lungo assedio, e queste ardite fazioni, conoscendo egli l’ardore e l’animo di quelle milizie, gli facean temere non riuscissero una volta a rompere il campo nemico. Per non iscoprir troppo il suo disegno dovette nondimeno acconsentire.
La notte dell’11 dicembre, oscura e piovosa, uscì Stefano Colonna dal bastione dietro S. Francesco, in mezzo alle sue lance spezzate con una zagaglia in mano, avendo ad ogni soldato fatto mettere una camicia sopra il corsaletto, affinchè si riconoscessero nell’oscurità. Come avessero affrontato il nemico, dovevano uscire da varie porte altre genti ad un cenno d’artiglieria dato da Mario Orsino dal bastione di S. Francesco, e Malatesta s’era riserbato di sonare a raccolta con un corno quando lo stimasse opportuno.
Assaltata improvvisamente la guardia del colonnello di Sciarra Colonna a Santa Margherita a Montici, la misero in tanto disordine, che dopo breve e mal composto combattere, e molta uccisione de’ nemici, li posero in rotta; e seguitando il loro vantaggio, pur sempre combattendo, si spinsero innanzi, non più taciti e nascosti, ma con alto fracasso di grida, di tamburi e di trombe, tantochè levatosi tutto il campo a rumore ed in arme, correndo qua e là il principe e gli altri capitani per riparare e far testa, e rannodare i disordinati e i fuggiaschi, cominciarono gl’imperiali anch’essi a combattere francamente. Parve tempo allora a Mario Orsino di dare il cenno convenuto, e sparate due grosse artiglierie sboccarono dalle circostanti porte le bande a ciò ordinate, e per più lati furiosamente assaltarono il campo, tantochè il principe non sapendo ove volgersi, chè da ogni parte si vedea venir addosso nuovi nemici, si gettava ov’era più stretta la mischia, disperatamente combattendo, e fattosi oramai morto e disfatto: e sicuramente la cosa sarebbe riuscita com’egli s’aspettava, tanto mirabilmente la milizia fiorentina stringeva le vecchie ed agguerrite bande tedesche e spagnuole, se Malatesta, vedendosi a un pelo di perdere in un momento il frutto de’ suoi tradimenti, non avesse fatto rimbombare il suono del corno (veramente allora sinistro e doloroso) che strappando la vittoria di mano a que’ prodi e generosi cittadini li chiamava a raccolta.
Si ritrassero sparsi ed a stento, e ritornarono con bell’ordine senza venir seguiti o molestati dal nemico, al quale parea averne troppo miglior mercato che non sperava.
Questa cotanto onorata fazione accrebbe animo grandissimo a’ Fiorentini e desiderio d’uscir di nuovo contro i nemici, e fece accorto Malatesta, che cosa dovesse aspettarsi se non trovava modo d’attraversare ed impedire appunto che uscissero. È cosa da non potersi credere, con quanti pretesti, con quanti inganni e rigiri egli riuscisse sino all’ultimo dell’assedio in questo suo scellerato proposito, in modo che o la milizia non ottenne d’esser condotta a combattere, o se l’ottenne, furono dal traditore ordinate le cose in modo, che senza profitto si venisse consumando finchè la fame, le ferite e le morti l’avesser ridotta a tale di poterne disporre com’era suo disegno.
È difficile concepire come i Fiorentini non s’avvedessero d’esser venduti. Ma di cotali accecamenti è piena la storia de’ popoli e de’ governi, e furon sempre precursori ed indizj della loro rovina.
Venuto intanto il tempo di raffermare o mutare il gonfaloniere, cadde l’elezione su Raffaello Girolami invece del Carduccio, e fu l’ultimo che sedesse in Palagio.
Le speranze de’ soccorsi de’ confederati s’andavan sempre più dileguando, finchè s’estinsero del tutto. Francesco I, che per iscusarsi di non ajutare i Fiorentini, aveva addotto il pretesto di voler prima riavere i suoi figli rimasti statichi in Ispagna; riavuti che gli ebbe non mutò proposito, ed abbandonando questi suoi alleati, i più antichi e fedeli che avesse la corona di Francia in Italia, scrisse a Stefano Colonna suo soldato, di partirsi da loro, e richiamò il suo ambasciatore presso la repubblica, non curandosi di tal codardo operare purchè si tenesse amico l’imperatore. Vecchia peste d’Italia, fidarsi alle promesse di Francia o (per esser più veri) degli ambiziosi che se la giuocano a palle.
Ma per trovar l’esempio di tale perfidia pur troppo non occorse questa volta varcar l’Alpi.
I Veneziani anch’essi calpestando le promesse e i capitoli della Lega, fecero soli accordo con Cesare, e venutane la nuova a Firenze, ove non era sospetto veruno[49], i cittadini commossi gridavano per le piazze e per le strade, la loro essere stata lealtà veneziana[50]; ma questi nuovi ed inaspettati colpi della fortuna, non solo non raffreddarono il proposito di difendersi de’ Fiorentini, ma v’aggiunsero anzi l’impeto d’un nuovo sdegno e del nobile orgoglio di bastar soli contro tanti nemici.
Per contrastare all’estremo pericolo si risolsero partiti estremi, e talvolta crudeli, come fu quello circa i beni de’ Palleschi.
Vennero creati cinque ufficiali, detti Sindachi de’ rubelli, e, vinta una legge che sarebbe lungo riferire minutamente, ma che in sostanza poneva la mani sui loro averi, accordando facoltà di venderli e persino di costringere arbitrariamente i cittadini a farsene compratori, ove non se ne fossero offerti spontaneamente; e, ciò che più ripugna ad ogni giustizia, avendo anche effetto sulle cose passate, e potendosi per essa, render nulli molti anteriori contratti ove paresser fittizj. Legge barbara, è vero: ma, al cospetto della giustizia di Dio, chi parrà più colpevole? il Papa che volea la rovina di Firenze, o’ Fiorentini che, ridotti all’ultima disperazione, non avean altra alternativa fuorchè prender questi ingiusti partiti, o perire?
Ed alle insopportabili spese della guerra, neppur bastando codesta provvisione, si dovette presto por mano agli ori ed agli argenti delle chiese e de’ privati, i quali con mirabil prontezza portarono il loro vasellame; e le donne le collane, gli smanigli e i giojelli alla Zecca, ove si coniò una nuova moneta del valore di mezzo ducato con suvvi il giglio e le parole S. P. Q. F., e sul rovescio Jesus Rex noster et Deus noster.
Nel donare ai bisogni della patria gli ori e gli argenti, si può pensare se Niccolò rimanesse addietro dagli altri cittadini. Persin l’urnetta che conteneva le ceneri del Savonarola! volle dar anche quella, e le ceneri le raccolse diligentemente e le chiuse in una delle borse di seta e d’oro ch’eran nel corredo di Laudomia, ch’ella offrì volonterosa, e che si collocò nella nicchia ov’era dapprima il cofanetto.
Par infiammar sempre più l’universale, e fargli parer men gravi tanti sagrifizj, s’univano i conforti e le pompe della religione, non restando i frati di S. Marco, il Fojano, ed il Fivizzano più degli altri, di predicare nelle chiese e per le piazze, tenendo i modi, e seguendo lo spirito del Savonarola, e le loro calde ed ispirate parole, rese più valide dalla austerità del costume, che in essi splendeva purissimo, non ebber poca parte nel forte e costante operare del popolo di Firenze, e conoscendo codesti frati quanto possano le cose strane e non aspettate, a commovere la moltitudine, usavano spesso atti teatrali, come fu quello del Fojano, che orando in consiglio, dopo una lunga e concitata diceria, fece comparire uno stendardo sul quale era dipinto da un lato Cristo vittorioso con molti soldati abbattuti a suoi piedi, e dall’altro la croce, e porgendolo al gonfaloniere finì pronunziando le miracolose parole udite già da Costantino, e che gli predicevano la vittoria.
L’impulso dato con questi mezzi a uomini già infiammati di libertà e di gloria, si palesava non solo nelle fazioni ove molti concorrevano a combattere, ma eziandio in onorati fatti di persone private.
Un soldato accortosi un giorno che i nemici facevan cattiva guardia ad una trincera, si mosse solo dalle mura, ed arrampicatosi sul terrapieno della medesima giunse a strappare un’insegna che v’era piantata sull’alto, e fra una grandine d’archibusate potè tornare con essa illeso fra suoi.
Lo spirito de’ paladini dell’Ariosto, e de’ molti romanzieri di quell’età, appariva trasfuso ne’ soldati d’ambe le parti, e partorì disfide e duelli combattuti con tutte le formalità e le pompe cavalleresche. Per un trombetto venuto dal campo, un gentiluomo de’ nemici fece offerire agli assediati la battaglia a cavallo, che venne accettata dal capitano Primo da Siena.
Allo scontrarsi, questi ruppe la sua lancia sulla corazza dell’avversario e con un’acuta scheggia del mozzicone rimastogli lo ferì un poco in un braccio; mentre l’altro pose il ferro all’arcione del nemico, e lo passò, benchè fosse ferrato, ma senza suo danno, sfuggendogli per soprappiù la lancia di mano nell’urto, onde fu stimato averne la peggio.
Ma d’assai maggior momento fu il duello tra Lodovico Martelli e Giovanni Bandini, narrato dal Varchi colle più minute circostanze: vorremmo poter trascrivere tutt’intera la descrizione, ma ci trattiene la sua lunghezza[51], ed anco per non parere si voglia ingrossare questo volume di cose già pubblicate.
Il fatto si può tuttavia ridurre in poche parole.
I due giovani sopraddetti, erano stati già un tempo rivali d’amore per la Marietta de’ Ricci moglie di Niccolò Benintendi, la quale pareva favorisse il Bandini.
Trovandosi ora questi in campo, gli fu mandato dal rivale un cartello per provargli ch’egli era traditore, poichè armata mano veniva contro la patria. Si scusò il Bandini adducendo, che per visitare gli amici v’era venuto, e non per combattere; ma non ammessa dall’avversario la scusa, si stabilì venire alla prova dell’arme, e dal Bandini, per purgarsi dalla taccia che gli veniva apposta d’esser più astuto che animoso, fu scelto combattere senz’altre arme difensive che una manopola di maglia nella destra, spada e pugnale.
Dante da Castiglione s’aggiunse al Martelli come secondo: e Bertino Aldrovandi[52] al Bandini.
Combatterono a Baroncelli, ove in oggi è il Poggio Imperiale. Dante d’una stoccata nella bocca uccise Bertino. Il Bandini ferì Lodovico sulla fronte, d’onde il sangue che grondava, togliendogli la vista, dovette arrendersi, e portato in Firenze, in breve, molto malcontento della mal sostenuta impresa, uscì di vita.
Volto poi l’animo de’ Fiorentini ad operazioni di maggior frutto, nè potendo più Malatesta raffrenare la loro smania d’uscire contro il nemico, ordinò di condurli dove fosse impossibile che facessero gran frutto, e venissero invece esposti ai maggiori pericoli. Ottaviano Signorelli, colle più animose e meglio ordinate bande, uscito di Porta S. Pier Gattolini assaltò le trincere di M. Uliveto, difese da Baracone alla testa delle migliori fanterie di Spagna, mentre da Porta S. Friano, Bartolommeo dal Monte e Ridolfo d’Assisi conducevano altre genti alle spalle degli inimici. Anche in quest’occasione la milizia fiorentina si portò arditissimamente, e morto il capitano spagnuolo sopraddetto, per poco non misero in rotta i migliori soldati che fossero allora in Europa: ma ingrossando sempre più quei del campo per gl’incessanti ajuti di genti fresche, mandate dal principe a riparare le perdite sofferte, convenne alla fine alla milizia ritrarsi, e senza confusione veruna ritornarono in città lasciando gran numero de’ loro sul campo, tra i quali Lodovico Macchiavelli, figlio del celebre Niccolò.
Il cattivo esito di questa fazione servì a Malatesta per mostrare che egli non avea il torto quando disapprovava che s’uscisse a combattere, e non fu bastante ad aprir gli occhi a’ Fiorentini sui suoi nascosti disegni, chè anzi, mostrando egli grandissimo desiderio di ottenere il grado di capitan generale delle milizie forestiere, del quale avea sin allora esercitato l’ufficio, senza averne espressamente il titolo, la Signoria si risolse contentarlo, non avendo potuto ottenere da Stefano Colonna che per sè medesimo l’accettasse.
In presenza di tutto il popolo radunato in piazza, collocati in ringhiera il Gonfaloniere colla Signoria fu dunque solennemente dato a Malatesta il bastone di capitan generale. In segno di festa s’era inghirlandato il marzocco posto sull’angolo di palazzo, e postagli sul capo una corona d’oro. Ed il prelibato traditore, come il Butini chiama piacevolmente Malatesta, riccamente vestito, e con una medaglia nel berretto, sulla quale era scritto Libertas, disse una sua lunga orazione per ringraziare il popolo, e profferirsi pronto a metter la vita per difendere la sua libertà, con tutte le solite novellate di giuramenti e di promesse, che hanno sempre ingannato e sempre inganneranno la moltitudine.
Mentre questo traditore, conducendo, senza che se n’avvedessero, i fiorentini alla mazza, otteneva cotali onori, altri traditori di più basso stato eran in diversi modi perseguitati e puniti, chè d’ordinario a’ meno ribaldi tocca sopportar que’ castighi, che i maggiori sanno con più sottile astuzia evitare.
Ad alcuni capitani che si fuggiron di Firenze colle loro bande furon poste addosso di grosse taglie, e contraffatta la loro persona con fantocci di cenci, vennero impiccati per un piede alle forche sul bastione di S. Miniato verso Giramonte alla vista de’ nemici, ed un cartello che avevano al collo mostrava in lettere da speziali, scritto il nome di ognuno, per fuggitivo, ladro e traditore.
Andrea del Sarto li dipinse poi sulla facciata della Mercatanzia in Condotta, quantunque desse voce che l’opera fosse di Bernardo del Buda suo discepolo, per non acquistarsi nome di pittore d’impiccati.
Un frate di S. Francesco, Vittorio Franceschi, per soprannome fra Rigolo, morì sulle forche per aver inchiodato artiglierie, e Lorenzo Soderini, fece l’istessa fine, convinto d’essere spia di Baccio Valori.
Intanto la carestia, non ostante le cure e gli sforzi de’ rettori, andava sempre crescendo. Dopo aver ne’ primi mesi consumato il grano e l’altre biade buone da far pane si cominciò a macinar legumi, e beato chi ne poteva avere.
E basti a dar un’idea de’ prezzi cui eran salite le migliori grascie, il dire, che la carne de’ cavalli ammazzati nelle scaramucce si vendeva due grossoni la libbra, quella d’asino un carlino, un gatto quaranta soldi, ed un topo un giulio, e finito l’assedio pochi ve ne rimasero.
Sul primo la difficoltà delle vettovaglie non era molta, chè dai contadini n’eran portate in città di continuo, allettati da’ grossi guadagni che vi trovavano, ed essendo la città rimasta aperta per molti mesi dalla banda di Fiesole. Ma quando un corpo di Tedeschi ebbe occupato S. Donato in Polverose, tennero cura grandissima che nulla potesse entrare in Firenze, e furon cotanto orribili le torture colle quali straziavano que’ poveri contadini che cadeano nelle loro mani, che presto non si trovò più chi fosse tanto ardito da porsi all’impresa. Il Bentivoglio, soldato nel campo imperiale, descrive nella satira seconda (citata anco dal Pignotti) l’atroce fatto d’un povero contadinello che fu colto mentre conduceva a Firenze un asino carico di biada e fieno. Da otto spagnuoli gli vennero al primo recise le parti nascoste, e poi messolo allo spiedo l’arrostiron vivo, a fuoco lento, pillottandolo come s’usa colla cacciagione.
Ma neppur la fame non abbatteva ancora ne’ Fiorentini il costante proposito di difendersi, e le nuove che di giorno in giorno venivan giungendo delle frequenti e fortunate imprese del commissario Ferruccio, rendevan anzi questo proposito più fermo che mai. Egli s’era reso padrone di S. Miniato, come aveva promesso, salendo il primo sulle mura, che furon vinte per iscalata: ed essendosi frattanto, ribellati i Volterrani, e datisi al papa, egli fece istanza alla Signoria di venir mandato a sottometterli; premendo d’usar prestezza onde non avesser tempo di sforzare il commissario Bartolo Tebaldi, che, ritiratosi nella rocca, gagliardamente si difendeva.
Abbiam la fortuna di poter offrire al pubblico la lettera propria del Ferruccio alla Signoria, colla quale le rese conto del suo operato in questa occasione.
Alli Dieci della guerra[53].
Noi arrivammo qui alli 20 a ore 21 ed avemmo ad entrare nella fortezza a colpi d’artiglierie; e quando fummo tutti arrivati al ridotto d’essa feci saltar dentro tutte le fanterie e trar la sella a tutti li cavalli, ed ad uno ad uno li messi nella cittadella, faccendo dar ordine subbito a rinfrescarli alquanto, ma non trovai con che, chè a premere tutta la fortezza non vi si trovò più che sei barili di vino con tanto pane che ne toccò un 1/2 per uno e non più, e vi giuro a Dio che se io non aveva avuto avvertenza di far pigliare ad ogni uomo pane per due giorni, e così portar meco due some di sale e 25, o 30 marraioli con picconi ed altre cose che fanno mestiere ad espugnare una Terra, ed una soma di polvere fine da archibusi, che io non ci avrei trovato modo che li vincitori non fussero stati vinti senza combattere. Rinfrescati alquanto li feci metter a battaglia, e feci aprire la porta di verso la Terra ed a bandiere spiegate li assaltai da tre lati, ed in tutti tre trovammo un intoppo di trincee che a volerle passare vi morirono 50, o 60 uomini de’ più segnalati che fussero nelle bande fra delle nostre e delle loro; nè si mancò per questo di non passare, e passati li pigliammo insieme con la piazza di S. Agostino, dove avevano fatto il fondamento loro, e quello che ci dette più molestia fu l’essere combattuti da tre bande per aver loro traforato le case di sorte che passavano d’una nell’altra et offendevano senza poter essere offesi. Le forze de’ nemici fecero alquanto temere le nostre fanterie, per esser due mezzi cannoni a ridosso di quelle trincee su detta piazza, e spararono due volte per uno con qualche danno nostro. Vedendo io con gli occhi questo, fui forzato di fare di quelle cose che non era l’offizio mio, e così imbracciai una rotella, dando coltellate a tutti quelli che tornavano indietro. Finalmente saltai su quel riparo con una testa di cavalli leggeri armati di tutt’arme, con una picca in mano per uno, insieme con parecchie lance spezzate che io ho appresso di me, et insignoritosi del riparo cominciarno a pugnare innanzi, e guadagnammo la piazza con l’artiglierie et con grande occisione di loro togliendo loro due insegne, et vi morì un capitano, et così ci volgemmo a combattere casa per casa tanto che c’insignorimmo del tutto. Assalicci la notte nè si potè andare più innanti, ed eravamo in modo stracchi che nessun fante poteva stare in piè. Feci tirare quelle artiglierie che avevamo lor tolto, sotto la fortezza, et mettervi le sentinelle, et lasciai a guardia della piazza il sig. Cammillo con tre altri capitani, e così ci stemmo sino a questa mattina, dove di nuovo riordinai le genti et le messi in battaglia per dare l’assalto. Trovammo che avevan fatto tutta notte bastioni et attraversate le strade con certi pezzi d’artiglieria grossa, nè per questo si temeva, che andava alla volta loro. Impauriti d’aver perduto parte della terra et vedendo tanti morti per le strade, e d’esser fuggiti quelli tanti tristarelli che ci erano Fiorentini con il gran Ruberto Acciaioli padre di tutti, accennarono di voler parlamentare, e così detti la fede al Commissario Taddeo Guiducci, et se altri della Terra venissino parlare con me volendomi domandare quello che io desiderassi. Risposi loro che volevo la terra per li miei Signori o per forza o per amore, et che volevo che fusse rimesso nel petto mio quel bene et quel male che avevasi a fare alli Volterrani; et loro mi chiesero tempo di due ore per poter far consiglio con gli uomini della Terra, et che verrebbono con pieno mandato. Non lo volsi fare perchè vedevo che mi volevan tenere a bada fino a tanto che il soccorso che era per via comparisse. Detti lor tempo sinchè tornassero loro dentro le trincere, con far loro intendere che se fra una mezz’ora non tornavano con risoluzione di quello che avevo loro imposto, che io farei prova di acquistare quel resto con l’arme in mano come ho fatto sino a qui. Et così se ne andorno et tornarno fra ’l tempo, e di più menarno con loro il capitano Gio. B. Borghesi che era colonnello di tutti li altri capitani. Arrivati a me si buttorno in poter mio, et che li Volterrani si rimettevano in tutto e per tutto in me e nella mia discrezione. Et così li accettai promettendo la fede mia di salvare la vita al commissario et a tutti li fanti pagati, et tanto ho osservato; et subbito li feci passare in ordinanza per mezzo delle bande nostre et metterli fuori della Terra. Et perchè Taddeo Guiducci mi pareva nel tempo che noi siamo di troppa importanza a lasciarlo, l’ho ritenuto appresso di me con animo di non li fare dispiacere nessuno, avendogli data la fede mia, et ancora se l’è guadagnata con fare qualche opera che mi è piaciuta. Onde io prego le SS. VV. che gli voglino perdonare fino a quello che io gli ho promesso, che, come di sopra ho detto, gli detti la fede mia di non lo far morire.
Partiti li soldati imperiali, presi la piazza, e messi a guardia dell’artiglierie tutti li cavalleggeri, et le guardie alle porte, et spartiti li quartieri, che questa volta non furono ne’ borghi, feci mandare un bando che ciascheduno Volterrano fusse trovato con l’arme cadesse in pena delle forche. Oggi farò descrizione di esse et ne li priverò del tutto a causa che non possino più adoperarle contro di noi, come questa volta hanno fatto. Anche oggi si farà bando per vedere tutte le portate del frumento, che intendo che ce n’è gran copia, et le farine che ci fussero fatte et altre grane rimetterò nella cittadella con più prestezza che si potrà, et tutte le artiglierie mandate da Andrea Doria, che pare che l’abbin fatto a posta per renderci il contraccambio. Di quelle di Ruberto prese l’artiglierie son due cannoni di libbre 70 di palla per ciascuno et due colubrine che mai veddi le più belle artiglierie et meglio condotte, et 1/2 cannone et un sagro che fanno il numero di sei pezzi grossi con palle 80, con qualche poco di polvere et salnitri; et domani che saremo alli 28 manderò un trombetto alle Pomerance et uno a Monte Catini, et di quello che seguirà per il prossimo li darò avviso.
Quando parrà tempo alle SS. VV. quelle mi daranno un cenno che io cavalchi per la volta di Maremma a liberare Campiglia, Bibbona, Buti et tutto il paese, et se ne caccerà quelli ladroni di strada che vi si trovano accasati, et quando io intenderò la passata di Fabbrizi per la volta di Pisa, non mancherò di mandare quelle forze, che per me si potrà a quella volta; nè mancherò di mandare a Empoli una banda a causa si renda più sicuro, ancorchè si trovi assettato dall’arte che le donne con le rocche lo potrebbono guardare. Nè altro ho che dire, salvo che pregare quelle che mi voglino consentire la sede data al Guiducci, et questo voglio che sia il premio di tante mie fatiche.
15 luglio 1530.
Li nomi di quelli tristarelli usi a sollevare li popoli a partito vinto son questi:
Agnolo di Donato Capponi.
Giuliano Salviati et un certo Giovanni di.... de’ Rossi.
Lionardo Buondelmonti fratello del cavaliere, e
Ruberto Acciaioli, padre di tutti.
Sforzati così i Volterrani tornarono sotto il giogo de’ Fiorentini; e giogo veramente si potea dire, poichè privati d’ogni libertà, ed anco poco ben trattati, non avean parte veruna alle deliberazioni di Stato. Gl’ingiusti modi tenuti con loro non meno che con Pisa, Pistoja e l’altre città del dominio, impedì che nel comune pericolo essi andassero di buone gambe alla difesa, ed anzi accrebbero l’impaccio, dovendosi impiegare molte forze a tenerle soggette. Tanto è vero che l’oppressione de’ deboli genera faville, le quali covano ignote e sprezzate per lunga stagione, ma scoppiano pure alfine in incendio, e consumano l’oppressore.
Di questa verità Firenze ne offerì un tristo esempio, nè la giusta ammirazione che c’ispira la sua ultima difesa, c’impedirà di riconoscer le colpe e gli errori che contribuirono alla sua rovina. Si crederebbe, che fra gli uomini di stato d’allora correva questa sentenza: Pisa si dee tener colle fortezze e Pistoja colle parti? Si crederebbe, che la crudele astuzia di attizzare gli odj, pei quali le parti Cancelliera e Panciatica, empievan di sangue il piano e la montagna di Pistoja, si potesse chiamare ragion di stato? e si credesse accorto non solo ma lecito ed onorevole l’usarla? Se in questo furono accorti i Fiorentini, il fatto lo mostrava all’ultimo dell’assedio, quando, se Ferruccio fosse potuto giungere sotto le mura di Firenze, era quasi impossibile non la salvasse: ma egli, parte ingannato, parte persuaso dal capitan Melocchi di S. Marcello che pensava a distruggere i Panciatichi suoi nemici più che a liberar Firenze, si trattenne tanto, che potè in mal punto essere assaltato e rotto, come vedremo, dagli imperiali. Ecco qual frutto colsero i Fiorentini di sì loro sottile ed accorta ragion di stato!