CAPITOLO XXIV.


Messer Francesco Ferruccio, che trovammo a veglia in casa di Niccolò ne’ primi giorni dell’assedio, se ne viveva allora in Firenze pressochè dimenticato da’ signori Dieci di Libertà, finchè dovendosi creare un commissario per Prato, ve lo mandarono, per consiglio di messer Donato Giannotti loro segretario, cui sapeva male che un tanto uomo non venisse adoperato quando più bisognava.

Stette in Prato poco tempo; e per contrasti avuti con Lorenzo di Tommaso Sadorini, podestà della terra, venne rimosso e mandato in Empoli, grosso borgo posto quasi nel centro del Val d’Arno di sotto, sulla via di Pisa, a 16 miglia di Firenze, (oggi 18) per l’antica strada che passa pel poggio di Malmantile.

I suoi portamenti in questa commissaria furon quali dovean aspettarsi dalla virtù sua, e dalla sua vita passata. Aggiunse nuove fortificazioni alle mura della terra, che di forti divennero fortissime ed inespugnabili; e quando conobbe di non poter esservi sforzato, si diede a molestare i nemici che tenevano i castelli circonvicini, con frequenti ed ardite fazioni, per le quali venne presto in grandissimo grido, ed ottenne il favore della Signoria e dell’universale.

A questi giorni egli aveva scritto a’ signori Dieci, esponendo minutamente il disegno di nuove imprese che avea in animo di fare: e fra l’altre, quella di S. Miniato al Tedesco, allora occupato dagli Spagnoli. Domandava ajuti di cavalli, ed a quest’effetto Amico d’Arsoli e Jacopo Bichi ebbero l’ordine di cavalcare alla volta d’Empoli con 100[48] uomini d’arme, tra i quali per la ribalderia di Troilo, venne compreso anche Lamberto, che seco trasse Fanfulla e Selvaggia nel modo narrato nell’antecedente capitolo.

Quando giunsero in piazza S. Spirito, trovaron la compagnia già a cavallo, ordinata in battaglia su due file, volta la fronte alla chiesa, la destra un pò in disparte, quattro trombetti, ed innanzi sullo spazzo, i due condottieri Jacopo Bichi ed Amico d’Arsoli, coi loro banderai e due sergenti. Lamberto ed i suoi compagni erano gli ultimi a giungere, e mentre attraversavan la piazza di buon trotto per andar a porsi in fila cogli altri, Amico d’Arsoli gridava loro dietro:

—Animo, animo! perdio!—col dolce modo che conosce chi nel mestier dell’armi ha dovuto ubbidire ad uno di que’ vecchi soldati, rigidi sulla disciplina, che hanno in orrore soprattutto la specie, detta dai Francesi trainards.

Radunata così la compagnia, e fatto dal sergente l’appello per veder se nessuno mancasse, l’Arsoli, tratta la spada, volse il cavallo, dando ad alta voce l’ordine del muoversi.

—Per due dalla destra.... Avanti!—

E così alla sfilata, pel Fondaccio, vennero al ponte alla Carraja, ed alla porta al Prato, d’onde uscirono alla campagna, procedendo verso Signa.

La notte era serena, l’aria sottile e rigida, e splendeva uno stellato scintillante come accade sovente in inverno. I soldati co’ loro mantelli di panno oscuro camminavano di buon passo formando due lunghe file brune sullo sterrato della strada leggermente imbiancato dalla brina, ed il silenzio non era interrotto che da poche parole bisbigliate tratto tratto fra vicini, o da qualche bestemmia scagliata quando un cavallo sdrucciolava, ed il cavaliere lo puniva con un buon pajo di spronate.

Lamberto, giunto all’ultimo in piazza, s’era posto alla sinistra della compagnia, e secondo l’ordine della mossa, si trovava ora alla coda. Questa, per un curioso fenomeno, osservato senza dubbio da quanti tra miei lettori ebbero a militare, debbe sempre, ove voglia tenersi unita alla testa, camminar più veloce di essa. Egli era perciò costretto ogni tanto, cogli altri soldati del retroguardo, a levar il trotto, finchè giungessero alle groppe di quelli che li precedevano: e poi di nuovo a poco a poco restavano addietro, e di nuovo pungendo i cavalli racquistavano la perduta distanza: ma per durare in questa alternativa un po’ a lungo sarebbe stato necessario ch’egli avesse avuto il capo a ciò che faceva, e non istesse, come in effetto stava, col pensiero a Firenze.

In ogn’altra occasione, quella partenza notturna, per una fazione pericolosa e d’importanza sarebbe stata per esso una vera festa; ma a quel punto (e chi sarebbe tanto severo da condannarlo?) egli si sentiva invece pieno il cuore d’un lutto, d’una mestizia indefinibile, parendogli vedere in quest’improvviso impedimento l’infallibile indizio d’una fatalità che lo perseguitasse: per sè solo poco l’avrebbe curata, ma oramai come separare dal suo destino quello di Laudomia?

Intanto la testa della compagnia, varcato già da un pezzo il ponte a Signa, era giunto ove la strada prende pel poggio verso Malmantile, e serpeggia per un buon tratto chiusa tra gli scoscendimenti della collina vestita di folte boscaglie. Quando Fanfulla s’accorse che stavano per entrare in quelle gole, passo pericoloso, e molto a proposito per tendervi agguati, previde, siccome pratico, che i capitani avrebber voluto prima di porvi il piede rannodare la compagnia, e far precedere esploratori.... Non trovandosi accanto Lamberto, si volse, e lo vide che veniva molto lontano. Torse la briglia, e di galoppo gli si fece incontro, gridandogli:

—Lavorate di sproni, messer Lamberto, se non volete sentirne quattro dall’Arsoli.... in quella bocca di forno dove siam per metterci, non è muso da patire che gli uomini suoi si sbandino....—

Si scosse Lamberto, spinse il cavallo, raggiunsero la compagnia, e con essi Selvaggia, che era rimasta sempre a fianco del giovane senza mai trovar modo e coraggio di scoprirsegli, o dirgli pure una parola. Si rodeva ora d’aver perduta quell’occasione, che s’era procurata con tanto studio e tante fatiche, ripromettendosi di non esser un’altra volta cotanto timida e dappoco: e mentre appunto giungeva a mettersi in fila coi compagni, la truppa, al comando dell’Arsoli, fece alto.

Egli avrebbe avuto mestieri di fanti spediti, onde ricercar le soprastanti macchie, ed assicurarsi il passo:, ma non avea se non uomini d’arme carichi di ferro, che mal potevano arrampicarsi per quell’erte. Gli convenne dunque contentarsi di far precedere otto barbute a guisa d’antiguardo, e quando pensò che potessero aver oramai varcato i passi di maggior pericolo, si mosse col resto delle sue genti ed entrò fra quegli scoscesi gioghi, che nell’oscurità apparivano a modo di masse opache, addentellate in cento bizzarri contorni ove le vette spiccavano sullo stellato del cielo.

La compagnia saliva di buon passo serrata insieme, ed ogni soldato s’era sciolto dal mantello per aver le mani libere e pronte; l’Arsoli ed il Bichi precedevano francamente colla lancia alla coscia, e l’eco ripeteva lo scalpito de’ cavalli, e l’urtarsi a minuto delle staffe e degli stinieri.

Il conversar sommesso, ma tranquillo, che s’udiva qua e là tra le file, mostrava la sicurtà di quelle genti nell’occasione che suol mettere a maggior prova l’animo de’ soldati; cioè quando sovrasta un pericolo oscuro, indefinito, e contro il quale non valgon l’armi o le difese, qual era appunto in quest’occasione, ove una debol mano di nemici avrebbe potuto dall’alto col solo rotolar sassi disfarli senza rimedio.

Ma costoro avean da un pezzo promesso alla patria il sacrificio della loro vita, e la promessa l’attennero quasi tutti a Gavinana, ove l’ossa loro onorate non sono ancora a’ nostri giorni, ridotte in polvere affatto, ed arrestano talvolta ne’ campi la marra del contadino, che non sa quanta virtù, quanta gloria calpesti.

La fortuna che colà gli aspettava, vergognandosi forse di dar loro quivi una morte tenebrosa e senza vendetta, non avea condotto agli agguati nemico veruno, onde passaron liberi; e varcati sotto l’antico castello del Malmantile, scesero su M. Lupo e si trovarono presto fuori di quelle foci, ove incomincia il Pian d’Empoli, allargandosi il Val d’Arno fra più lontane e men aspre colline.

L’ordine tenuto nel tratto di strada ov’era sospetto di pericolo, si rallentò di nuovo a poco a poco quando la truppa si trovò in luoghi più sicuri ed aperti, e Selvaggia, che non s’era mai spiccata da Lamberto, veniva a bello studio rattenendo la briglia, sperando che il cavallo di lui, lasciato in balìa di sè dal cavaliere, venisse per naturale istinto anch’esso a rallentare il passo, e potesse così di nuovo trovarsi sola col giovane, risoluta questa volta a dirgli.... che cosa? Neppur lo sapeva la poveretta, chè ora mai conosceva troppo lo stato di Lamberto per poter conservare ombra di speranza; e palesare la tremenda passione che la consumava a chi non potea corrisponderle se non con una sterile ed umiliante pietà, era pur cosa dura. Ma l’amore, che viene a patti coll’orgoglio, dovrebbe piuttosto dirsi amor proprio, e tale non era quel di Selvaggia.

—Troverò parole, pensava, e se non ne trovassi, vedrà il mio pianto, la mia disperazione:.... mi getterò a’ suoi piedi, a quelli del suo cavallo, che mi calpesti.... ma ch’io esca una volta di questa vita d’inferno.—

In cotali infermi pensieri le era intanto venuto fatto a poco a poco di rimaner addietro col giovane com’era suo disegno. L’alto silenzio della notte, appena interrotto dal romper lontano dell’acque d’Arno, o dal sordo abbajar de’ cani ne’ circostanti casali, le lasciava udire il frequente respiro di Lamberto, che venendole a paro, senza mai schiudere le labbra, neppur forse s’avvedeva di averla accanto. Essa lo veniva guardando colla speranza che volgesse una volta il viso verso lei e nascesse così occasione di dir una qualunque parola tanto per principiare; ma la speranza fu vana. Eppure parlare bisognava.

Per fissare a sè stessa un termine a quest’incertezze che le facean balzare il cuore in modo ora mai da non potervi reggere, notò un albero un po’ lontano piantato accanto alla strada, e disse «quando sarem là dovrò dir la prima parola.»

Ma giunse all’albero con un battito di cuore che pareva le volesse scoppiare nel petto, aprì le labbra, ne uscì un suono inarticolato, ma non potè formar parola o frase nessuna, e fu cotanto potente il contrasto che l’agitava in quel momento, tanta la smania che l’invase, che non trovando l’inferma natura altro scampo le s’innondarono gli occhi di lagrime, con uno scoppiar di singhiozzi tant’alto, che Lamberto distolto da’ suoi pensieri si volse presto pieno di meraviglia, che tenendo il suo compagno un uomo d’arme, come gli altri, gli pareva il caso assai strano.

—Oh! che cos’è questa? disse tenendo un poco la briglia, e fissando con tanto d’occhi in volto di Selvaggia, che mal potea discernere in quell’oscurità, quantunque avesse la visiera alzata. Ripetè due o tre volte la sua interrogazione senza ottener risposta, e mezzo in sospetto non fosse data la volta al cervello del suo compagno, quando alla fine udì dirsi con voce tutta ansante, e della quale era impossibile non riconoscesse la terribile verità.

—E s’io non ho difesa contro te.... ch’io t’ho fuggito come volesti!.... Se non ho potuto morire.... ed ho dovuto pur ritornarti dinanzi, che colpa n’ho io?.... Io ti seguivo zitta, senza darti noja.... senza aver ardire di dirti una parola.... e mi pareva pure di non esser più sola sulla terra.... e se questa smania ora m’ha vinta, se non ho potuto pianger tanto basso che non mi sentissi, che colpa n’ho io?.... Oramai so tutto.... ho veduto con quest’occhi.... So quel che tocca ad una disgraziata mia pari... ma pensa!.... è l’ultima volta!.... io vorrei.... ti domando....—

E qui non trovando neppur essa che cosa potesse volere o domandare, nè venendole parola nessuna per terminare la frase incominciata, riprese a singhiozzare colla fronte bassa, curva sul collo del suo cavallo, appoggiate le mani al pomo della sella.

Alla voce, e più ancora alle appassionate parole, Lamberto riconobbe Selvaggia, e sentì darsi una botta al cuore, ben prevedendo in quale impaccio fosse per trovarsi. Non avendo ad offrirle nessuna specie di conforto, avrebbe comprato ad ogni prezzo il poterla sanare di quel pazzo ed inutile amore, e per la pietà appunto che sentiva di lei, non v’era cosa che non avesse fatta per ritornarla in pace con sè stessa, e vederla tranquilla e felice. Già prima di quest’incontro, prevedendolo tra le cose possibili, era venuto fra sè stesso considerando quale condotta gli convenisse tenere venendo il caso, pel meglio di quell’infelice; ed avea ragionato così: «S’io le lascio vedere la pietà che m’inspira, e prendo a consolarla con modi amorevoli ed umani, quel suo cuore cotanto ardente, serberà sempre nell’intimo una qualche speranza: tenendomi buono e generoso, m’amerà più che mai. Mi trovi invece duro, superbo, incredulo al suo patire (il rimedio sarà amaro, doloroso per essa ed altrettanto per me!) ma passato quel momento la stima si cangerà forse in dispregio, l’amore in odio.... non penserà più a me dopo qualche giorno, e potrò dire d’averle fatto il solo bene ch’era in mia mano.»

Non vorremmo asserire che questo ultimo risultato non destasse un po’ di rammarico nel giovane, senza ch’egli stesso se lo confessasse, ma comunque fosse, egli era incapace di quel puerile e brutto sentimento che i Francesi chiamano coquetterie, e che non germoglia soltanto nel cuor delle donne; tutto ben ponderato, stabilì dunque di seguire questo suo divisamento, e la botta al cuore che accennammo più sopra fu quella appunto che sente chi, avendo fermata da un pezzo una risoluzione spiacevole ad eseguirsi, vien sorpreso all’improvviso dalla necessità d’adempirla.

—Orsù, Lamberto, disse per rinfrancarsi mentre Selvaggia parlava, pensa al vero bene di questa poveretta, e non a te ed al tuo piacere.—

Quand’ebbe finito, benchè sentisse lacerarsi l’anima da que’ suoi disperati singhiozzi, prese a dirle, simulando, quanto poteva, freddezza ed ironia:

—Ma non sai tu, Selvaggia, che è proprio peccato non sii nata ai tempi del re Arturo, e della Tavola Rotonda?... chè quest’incontri di notte, questi amori infelici, sarebbero stati molto meglio nella selva Ardenna, presso qualche fontana incantata, che non sulla strada maestra d’Empoli, in mezzo a questi campi ancora pieni di fusti di saggina.—

A queste parole il singhiozzar della giovane s’era fermato a un tratto. Lamberto ne prese buon augurio per la riuscita del suo disegno, e proseguiva:

—Siamo nel 1529, Selvaggia mia cara, ed io sono un povero soldato, alla buona, come tutti gli altri, e non un cavalier errante, e non mi chiamo nè Amadigi, nè Galaor, che son morti e sotterrati da un pezzo, Dio gli abbia in pace. Oh! che domin ti metti in capo.... ben inteso, volendo esser persuaso che tu non vogli la baja del fatto mio.... non sai tu ch’io già sono come avessi moglie, e mi convien tenere il cervello a casa e star pe’ fatti miei, e non aver il capo a queste avventure da paladini e da romanzi?—

—Io credevo, da quella sera in poi, là in Lombardia, in riva al Po, ti fossero usciti codesti grilli, e pensavo avessi trovata buona ventura, e, a dirti il vero, ero lungi mille miglia dal pensare al fatto tuo.... e invece eccola qui lei un’altra volta, fresca com’una rosa, e rieccoci da capo!—

La povera giovane, quasi insensata pel dolore all’udir questo amaro parlare, taceva cupa col capo basso, e Lamberto, col cuore anch’esso come si può pensare, pure, facendosi forza, soggiungeva:

—Orsù, Selvaggia, è tempo di far senno; e già tant’è, se non vuoi farlo tu, lo farò io. Tutte queste scene, queste commedie non si sa in che diano, e se vorrai che questa sia stata l’ultima, io l’avrò caro assai. Io non ti posso far bene nessuno.... lasciami dunque in pace, che Dio ti benedica mille volte, e addio.—

—Sì, addio, e per sempre, rispose fuor di sè la giovane, nel cui cuore lo sdegno e l’orgoglio offeso per un momento, sopraffecero l’amore; ma sappi prima.... anima di serpe, chè altro non sei.... sappi che Iddio è giusto.... e ti pagherà colla moneta che meriti, e ti domanderà conto di me, che non m’avea messa al mondo perch’io fossi il tuo trastullo.... ed anch’io, per Dio eterno! ho un cuore, ho un’anima, ho forma umana, e non sono una biscia, un demonio. Sappi che nessun re, nessun principe ha mai posseduto tesoro che valesse il cuore di quest’infelice, che era tuo, e che non meritavi, disgraziato! e non ti bastava respingerlo, hai voluto avvilirlo, insultarlo.... insulti? oltraggi? a me? e credi esser da tanto? credi poter rider di me cui devi la vita? Sì, sappilo, io, e non altri.... là sulla capitana di Spagna, alla battaglia di Salerno... io ricevei nel petto il ferro di quella picca che dovea passarti il cuore.... io, per salvar la tua vita, vissi ne’ dolori, nella miseria, nella disperazione.... ed ora credi che possa un tuo oltraggio salire tant’alto che mi tocchi? Io t’ho compassione, chè Iddio ti prepara quel che tu meriti, e prima di quel che pensi.... e son io che te lo dico, e sappi che quella tua donna, ora, in questo momento, mentre ti parlo, è forse già dove tu non vorresti.... e t’hanno fatto partire solo per aver agio di tortela, e tu, pazzo, non hai saputo scoprire la trappola, ed io conosco chi te l’ha tesa, e so tutto, e non te lo voglio dire, chè ove ti fossi portato con me in altro modo sarei stata da tanto d’avvisarti di tutto, e persino, vedi, disgraziato, che cuore ha Selvaggia! sì, persin d’ajutarti; ed ora, se mi facessi a pezzetti minuti come teste d’aghi non lo saprai. No, no, non lo saprai, e quella tua Laudomia, nè Dio, nè diavoli non la potrebber salvare. Dì, sciagurato, te lo senti ora anche tu l’inferno nel cuore? ve lo senti una volta? Ebbene, abbivilo per sempre, e ora anch’io ti dico addio.—

E voltar il cavallo, cacciargli furiosa gli sproni ne’ fianchi, e partir di carriera rapidissima verso Firenze, fu quanto il dire, Iddio m’ajuti, e dopo due secondi neppur più s’udiva lo scalpitar del cavallo.

Lamberto agitatissimo per le parole udite, per l’oscuro pericolo minacciato a Laudomia, si volse a furia anch’esso per raggiugnerla e fermarla, ma quando il suo cavallo ebbe dato due o tre slanci, conosciuto la cosa impossibile, ed anco rattenuto dal pensiero, ch’egli non poteva in modo nessuno disertar la bandiera, rattenne il freno, e tutto doloroso riprese il suo cammino.

Un momento di riflessione bastò tuttavia a tranquillarlo sull’imminenza del pericolo: in Firenze, in casa di Niccolò, Laudomia non avea che temere, e si persuase che (fosse pur vera la trama scopertagli da Selvaggia) non poteva mai produrre effetto così pronto, e che queste minacce erano state usate da essa per effetto di sdegno soltanto, per fargli dispiacere e metterlo in sospetto: ed in ciò s’apponeva. Tuttavia, pensò tosto, ad ogni buon riguardo, di trovar modo onde far sapere a Laudomia ed al padre quel che avea udito, stessero in sull’avviso, e cercassero se fosse possibile di chiarire il fatto, e risolse, appena giunto ad Empoli, spedire un uomo apposta a Firenze a tal effetto.

Con questi pensieri parte si rassicurava, e seguendo la sua via, sempre riflettendo a quanto aveva udito, finiva col calmarsi interamente, persuadendosi ognor più della vanità delle costei parole; così di pensiero in pensiero venne considerando quanto compassionevol fosse il fatto di quell’infelice che egli avea cotanto aspramente ributtata, pel suo meglio, è vero, ma pure, gli pareva ora che il modo fosse stato troppo crudele; temeva che con quella natura così sfrenata facesse, Dio sa, che cosa: e non poterlo impedire, non poter nemmeno sapere, per lungo tempo forse, dove, come fosse capitata! e se le accadesse qualche disgrazia, doverne aver poi l’eterno rimorso! Stette in due un momento di chieder all’Arsoli licenza di tornare addietro, ma ci stava dell’onor suo il domandarla? Eran questi gli insegnamenti di Niccolò, di porre innanzi a tutto il pensiero della patria?

Costretto da queste riflessioni a tirar innanzi, si volse a pregar Dio, vietasse per sua misericordia, che quell’infelice fuor di senno venisse a qualche rovinoso partito.

Mentre il buon Lamberto veniva formando questi voti, il cavallo di Selvaggia tormentato dagli sproni che gli lavoravano nelle carni vive, atterrito dall’agitarsi furioso del cavaliere che si sentiva sul dorso, divorava la via colle nari aperte e sanguigne, la coda tesa, l’occhio spaventato, sperando sottrarsi a chi tanto fuor d’ogni misura lo maltrattava: la povera bestia crebbe la rapidità del suo correre fin dove gli giunsero le forze, ed in pochi minuti si trovò di nuovo tra’ que’ poggi ove la strada è più ripida e malagevole: qui, non potendone più, si parò sulle quattro zampe tutta molle di sudore ed ansante, e si pose imbizzarrita e feroce a giocar di schiena per torsi di dosso questa insopportabile tribolazione.

Cominciò allora combattersi la più pazza, la più ostinata disfida che si vedesse mai tra cavaliere e cavallo. Il primo colle ginocchia serrate, saldo in arcione come vi fosse legato, dovea pur seguire l’impulso che gli comunicavano le violenti scosse dell’animale, che lo gettava qua e là, come accade ad un albero di salde radici e di pieghevol cima quando il vento l’investe. Erano slanci, saltimontoni, impennate, e lanciandosi il cavallo a un tratto ora in questo, ora in quel lato, teneva tutta la via, e andò a un pelo più volte di non traboccare fuori del muricciuolo che sorge sul ciglio della strada ove il dirupo si scoscende a perpendicolo. Nessuno era spettatore di questa strana battaglia, che durò un buon poco, finchè per istracchi vi poser fine.

Il cavallo tutto trafelato si fermò a un tratto, agitate le ginocchia da un tremito che pareva ogni momento avesse a cadere. Selvaggia si pose la mano alla fronte, che grondava di sudore, e riprendendo fiato anch’essa, si guardò intorno ed in alto, vide che l’alba già tingeva le vette de’ poggi d’una luce azzurra, e nello spazio di cielo che avea sul capo trapassava intanto un volo di corvi, crocitando sull’ale. Stette un momento guardandoli coll’occhio spalancato e fisso, poi, fosse vacillazione di mente, od effetto convulso, diede in uno scroscio di risa spaventoso ed alto che fece rimbombare quella solitudine.

Si ricordò in quel momento d’aver veduto talvolta sui campi di battaglia stormi di codesti uccelli svolazzare lieti e loquaci tra i cadaveri, e tutti in faccende, fare a loro modo festa grandissima della ricca cena che trovavano nelle loro viscere, ed accecata dall’odio che provava in quel momento contro tutti gli uomini indistintamente, dal desiderio di vendetta contro quella razza spietata, cagione d’ogni suo danno, disse, pur seguitando a ridere, tenendo dietro coll’occhio a quegli aerei passeggeri, finchè l’ultimo si nascose dietro le rupi.

—Oh, Dio vi benedica mille volte, o corvi!—

Le venne in mente allora di scavalcare, e saltata a terra, si sdrajò sulla ripa della strada e vi rimase immobile, colla mente in quello stato, che potrebbe paragonarsi al crepuscolo, non oscurata al punto di non conoscere il suo stato presente, e non tanto chiara da poterne dar retto giudizio.

La terra, sulla quale giaceva, era coperta d’una grossa brina, che presto si sciolse in acqua tutta attorno al suo corpo. La poveretta ardeva di febbre.

Quel freddo, quel breve riposo, dopo un poco parvero ristorarla, e le sembrò che la densa caligine dalla quale le veniva ottenebrato l’intelletto pian piano si venisse diradando.

Si vide innanzi agli occhi Lamberto come fosse presente, udì il suono delle sue parole, quasi le profferisse di nuovo, e disse, con quel riso sinistro che non essendo in armonia coll’espressione degli occhi e del resto del viso, sembra piuttosto uno stiramento convulso delle labbra:

—Oh, oh! rider di me!.... Anche gli scherni? Bada al fatto tuo, valentuomo.... chè la cosa potrebbe andare a rovescio alla fine, ed a me toccasse ridere, a te piangere!... Così m’ajutasse il demonio come mi saprei ajutare, se nascesse l’occasione!... e vorrei vederlo quest’uomo perfetto, colla sua gran virtù, colla sua prodezza, che par che tutto sia fango a petto a lui, e quella sua donna, quell’angiolo, quella gran cosa, vorrei vederli, che saprebber dire se toccasse loro domandar pietà colle braccia in croce, a chi? a Selvaggia, alla cortigiana! alla vile, alla pazza, alla sciagurata!—

Si morse il dito, ed alzandolo minaccioso lo scrollava, dicendo:

—Tutti contro me? Sia come volete. Io contro tutti!.... Chi ha più lino farà più tela!.... e la vedremo. Hai veduto sin ora come tratti l’amore?... All’odio adesso! vedrai com’io scherzo.... vedrai se me n’intendo di vendetta.... lasciamici pensare appena due minuti.... eh! io non voglio tener con te i modi soliti.... un par tuo, tanto dappiù d’ogni altro, non debb’esser trattato come un del volgo....—

E col capo basso, le guance e gli occhi lividi ed infossati, stette fissa ruminando mille progetti che, per dir così, si vedean passare sul suo volto come su un cielo burrascoso trasvolano le nubi in cento fantastiche e diverse forme, cacciate dal vento.

Si scosse alla fine come invasa a un tratto da una nuova idea: alzò il capo e lo tenne immobile piegandolo un poco su un lato, nell’atto di chi tende l’orecchio, quasi desse ascolto tutta intenta alla voce che le parlava all’anima, poi disse:

—Questa sarebbe la maggior di tutte. Oh, mi riuscisse!.... ma avrò poi cuore che basti a condurla sino al fine?—

E da quel petto, ove bolliva tanto furore, uscì pure un sospiro. Forse le parve il nuovo progetto troppo doloroso ed enorme.... forse in quel momento la memoria del suo amore le spicciò viva dal cuore, come accade talvolta se si voglia soffocare sotto le ceneri un fuoco ardentissimo, che una falda di fiamma si fa strada, guizza e splende un momento, e poi scompare.

Poco importa del resto lo scoprir ora la cagione di questo sospiro, che probabilmente verrà palesata a chi avrà la pazienza di finir quest’istoria; fatto sta, che dopo averlo messo dal petto due o tre volte si chiuse il volto colle palme, e da chi in quel momento l’avesse considerata, si sarebbe potuto supporre, dal moto delle spalle, che piangesse. Stata così un pezzo, di seduta ch’ell’era, si lasciò andar supina, e rimase pur sempre colle mani sul volto, immobile, finchè dopo lungo tempo, anche le braccia, quasi perdessero ogni forza, caddero a terra distese lungo la persona.

Apparve allora il suo viso pallido, affilato, rallentati i muscoli dalla contrazione dell’ira, ma serbando tuttavia l’impronta della terribil tempesta ch’era passata su quell’anima desolata. Rendeva in un modo l’immagine d’una campagna spazzata da un tremendo turbine, dopo il quale sulla terra solcata dall’acqua, sugli alberi divelti e coricati, sulla natura tutta si stenda un silenzio, una calma attonita e sbigottita.

Alla fine, lenta lenta si rimise seduta, poi a fatica, chè si sentiva le membra tutte rotte e sfinite, s’alzò in piedi: venuta al suo cavallo gli acconciò le briglie, ed afferrato il crine e l’arcion di dietro mise il piede alla staffa, e, datasi l’andare due o tre volte, non senza stento si trovò in sella.

Prese verso Firenze, curva la persona, col capo caduto sul petto, in atto di tanto scoramento, che non parea possibile fosse quella di prima: e neppure il cavallo, dal mutar lento e strascicato delle gambe, dal collo e dalle orecchie cadenti, non parea quel medesimo che avea poco innanzi menata tanta tempesta.

Alla prima giravolta della strada scomparvero ambidue, e, col permesso del lettore li lasceremo andare al loro viaggio, chè Lamberto ci aspetta alla porta d’Empoli colla compagnia.

Il sole levato di poco, colla sua luce radente, tingeva già di rosato la bianca veste di brina che scintillava sul dosso delle colline, sugli alberi e sui tetti, lasciando le parti non illuminate in una tinta diafana ed azzurrina, quando il soldato di guardia sulla torre sovrapposta alla porta della terra, vide venir di lontano la compagnia, e riconosciuto il giglio nello stendardo, diede l’avviso che era comparso l’aspettato soccorso, e la nuova ne fu tosto arrecata al Ferruccio.

Il commissario, già in piedi da un pezzo (chè era assai difficile trovarlo a letto a qualunque ora si cercasse) attendeva poco lontano a far riparar non so che ad un bastione. Udita la nuova, venne sollecito ad incontrarli, e, fatto calare il ponte, alzare la saracinesca, ordinò s’aprisse la porta.

Entraron le genti, con le trombe sonanti alla testa, precedute dai due capitani, che sfilando innanzi al commissario lo salutarono coll’atto della persona e l’abbassar della lancia.

Il Ferruccio, alto di corpo e tutto nerbo, vestito d’una cappa bruna con istivali grossi ed un berretto, che da un lato gli cadeva sull’occhio, stava a vederli passare, piantato sulle due gambe un poco aperte, intrecciate le braccia al petto, la fronte alta ed austera, sotto la quale lampeggiava quel suo sguardo sicuro che pel color delle pupille e lo sporger del sopracciglio, era simile a quello dell’aquila.

Con un rapido abbassar del capo corrispose al saluto de’ condottieri, mentre accennando colla mano ordinava loro di distendergli innanzi in battaglia la compagnia sulla piazzetta che si trovava entrata appena la porta. I soldati, che avean legati i mantelli sulle groppe, e s’eran rassettati alla meglio, apparivan bella e buona gente e bene a cavallo: ed al comando dell’Arsoli, dato un po’ di volta per la piazzetta, si schierarono in linea. Si fece innanzi il Ferruccio, pur sempre colle braccia all’istesso modo, ed accostatosi ai due capitani, posti nel mezzo ed un poco innanzi dagli altri, diceva loro con voce sonora e quel parlar tronco che tanto può sui soldati:

—Bella compagnia! uomini, cavalli, armi, tutto bene. Li vedremo all’opera e presto, che, viva Dio! non aspettavo altro. Li farete rinfrescare, poi v’aspetto all’alloggiamento.... Di Firenze già nulla di nuovo? L’assalto del principe lo seppi colle lettere di jeri. Avrà veduto che anche i mercanti se n’intendono di far bastioni e sparar artiglierie. Ora due parole ai vostri soldati.—

E, voltossi alla truppa che gli stava dinanzi immobile ed in silenzio, disse con un sorriso:

—Questi marrani spagnuoli qui del contado, hanno di maladette gambe che a raggiungerli m’era fatica, voi farete la bisogna, valentuomini, con buoni sproni e dodici braccia di lancia assaggeremo loro le reni, se piace a Dio. Pensate che tutti combattiamo per la patria, e per questa santa causa non risparmierò nè la mia vita nè la vostra, ve ne avviso. Io saprò far il debito di capitano, dacchè i nostri signori m’hanno fatto degno di tanto onorato comando. Voi pensate a far quello di valenti soldati, chè usando altri modi io non sarei per sopportarlo.

—Ora attendetevi a riposare, chè non vi lascerò un pezzo colle mani in mano... e, viva il marzocco! viva la repubblica!—

A questo grido rispose la compagnia ed il popolo, che in folla le s’era radunato all’intorno; e mentre i soldati scavalcavano disponendosi a condurre a mano i cavalli all’alloggiamento, dicevan tra loro:

—Codesto si chiama discorrere!—E non gli trema la lingua in bocca!—È un diavolo costui, che non avrebbe soggezione dell’imperatore.—Ohe! e’ pare che converrà arar diritto con quel muso.—S’egli ha il ruzzo di menar le mani, e noi non vogliamo altro.—

Ed un di loro volgendosi a Fanfulla che veniva zufolando sotto i baffi, com’era suo costume, mentre buttava le staffe sulla sella, gli diceva:

—E che ne dice il nostro Fra Bombarda?—

—Fra Bombarda dice: Quando tu avessi il fiasco alla bocca, ed il commissario ti dicesse basta, fa di non ne mandar giù una goccia di più, se vuoi che la via del pane ti rimanga aperta. Che di musi me n’intendo, e n’ho visto più d’uno uscir di sotto il morione, colle setole dure abbastanza, ma come codesto n’ho visto due altri soli sinora, quello del sig. Giovanni, e quell’altro del gran capitano. E per ora non dico altro.—

Ed intanto la compagnia venne presto alloggiata ne’ quartieri già preparati.