CAPITOLO XXIII.
L’astuto vecchio trovatosi colto ne’ suoi proprii lacci non si perdè d’animo, e dove non valeva la forza pensò valesse la simulazione. Si sforzò di vestire d’un’apparenza di tenerezza, umile e contristata, quel suo bruttissimo volto, che ne divenne più brutto il doppio, e guardando Selvaggia scrollava il capo, e diceva:
—Sì, t’intendo!.... va dunque.... va da Malatesta.... mostragli quel foglio.... fa che mi strappi questo rimasuglio di vita... già non sei venuta per altro; volevi farti padrona di quel poco ch’io ho potuto metter assieme in tant’anni di sudori..... volevi la morte mia.... lo meritavo!.... era stato troppo enorme il mio delitto.... avea voluto levarti dai cenci.... farti viver contenta e ricca, in uno splendido stato.... oh! meritavo la morte.... oh! figliuola.... disse poi alzandosi, ed aprendo le braccia verso Selvaggia, è questo dunque ciò che prepari all’infelice tuo padre?—
—Mio padre voi? disse Selvaggia arretrandosi e sorridendo amaramente. Maestro! voi non m’intendevi poco fa: ora v’intendo io.—
—Non m’intendi? sciagurata... non odi neppur più la voce del sangue?—
—V’è una voce di sangue tra noi, ma a voi non a me tocca l’udirla. Questa voce vi dirà, che mediante questo foglio il sangue vostro è mio,.... è mio, m’avete intesa?.... quello di maestro Barlaam.... non quello di mio padre, che io sola fra i vivi, non l’ebbi mai. Ma rassicuratevi, non venni qui per ispargerlo, non cerco la vostra rovina, tenetevi i vostri tesori.... al prezzo che gli acquistaste sono assai ben vostri.... rimettetevi a sedere ed ascoltatemi. Io incontrai due anni sono un giovane, un angelo, il solo di cui mi caglia, il solo che mi faccia soffrir la vita finchè dura la speranza di ritrovarlo, un uomo.... Ma che vo’ io a parlarvi di lui ora? disse con impazienza, provando nel parlar di Lamberto a maestro Barlaam ugual ripugnanza che il giovane avea mostrata altra volta nel sentire il suo amore accennato da essa.
—In una parola, proseguiva, io venni in Firenze per cercar di lui. Non voglio da voi altro se non che mi ajutate a rintracciarlo, e trovato ch’io l’abbia vi lascio.... e non udrete mai più parlar de’ fatti miei. Ecco i miei patti, maestro!....—
All’udir queste parole il vecchio riprese fiato, e gli parve, come si suol dire, averla per un tozzo di pane. Siccome le sue smorfie di tenerezza divenivano inutili, riprese il suo viso impietrito, e disse:
—T’ajuterò quanto potrò molto volentieri, se non vuoi altro.... sappimi dire il nome di costui... chi egli è.—
Selvaggia, colle più brevi parole possibili, fe’ conoscere al padre il nome, l’aspetto, la condizione di Lamberto; ed egli prendendone appunto, le scrisse su un fogliolino: diede alla figlia poche monete d’argento, ed accomiatandola le disse, si facesse rivedere il giorno dopo, ed intanto si sarebbe dato pensiero del fatto suo.
L’indomani ella vi venne due volte nella giornata ed una terza la sera al tardi, ma non era riuscito ancora a Barlaam di scoprir nulla. «La città è piena di soldati, ci vuol tempo; ho fatto domandare tutti i capitani, se vi è, si troverà.... miracoli non se ne posson fare» diceva egli alla giovane per calmare la sua impazienza.
Troilo e messer Benedetto, che lasciammo per la via, erano intanto giunti al palazzo Serristori: venendo loro negato di entrare da Malatesta, chè a quell’ora non volea veder nessuno, disse il Nobili:
—Andiamone dal maestro.... è cosa di così poco rilievo che già sarà tutt’uno.... una parola ch’egli dica a Malatesta, e’ sarà fatta.—
E così venne alle stanze di Barlaam, col quale era molto domestico. Entrarono, essendosi prima spogliati della cappa di confratelli e buttatala in un angolo, e trovarono il vecchio con Selvaggia, che, vestita com’era da soldato, non riconobbero per donna, e stimarono fosse uno de’ famigliari di casa.
—Addio maestro—disse il Nobili, con un certo suo modo autorevole; e l’ebreo rispose al saluto molto umilmente, come solea usar con tutti, e tanto più con quelli che sapea nella grazia del suo padrone.
—Noi siam venuti a domandarvi un piacere, proseguiva il primo; questo gentiluomo..... egli è quello che venne travestito da frate.... de’ nostri.... di quelli del campo.... vi ricordate?—l’ebreo accennò col capo di sì.
—Egli dunque per una sua faccenda, ed io pure di compagnia, volevamo far motto a Malatesta.... ma ci vien detto ch’egli a quest’ora non ammette visite. Sarete dunque contento in nostro servigio salire un momento da lui, ed esporgli il nostro desiderio.... di che questo giovane ed io molto lo preghiamo.... è un’inezia.... che ad esso non costerà che il volerlo. Si tratta di mandar colle bande di contado un uomo d’arme qui della compagnia del signor Amico d’Arsoli.... e della cagione che noi gli domandiam codesto, gliene parlerò poi a miglior agio quando ci troveremo insieme.—
—E come ha nome questo soldato?—domandò Barlaam movendosi e mostrando cogli atti del volto che non era cosa difficile ad ottenersi.
—È quello che si tiene in casa Niccolò fin da fanciullo... che stette un tempo nelle Bande Nere, col signor Giovanni, ed ora dovrà maritarsi colla Laudomia.... se troverà il momento, ben inteso (e girò un’occhiata a Troilo sorridendo); egli è quel Lamberto..... ben sapete.—
—Ah! disse il maestro, ho capito—ed uscì.
Troilo ed il Nobili, che a lui solo ponean mente, non s’avvidero dell’atto di sorpresa ed allegrezza che fece Selvaggia udendo pronunziare il nome di quello che da tanto tempo cercava. Ma represso quel primo moto, di tutto quanto aveva udito non le rimase presente all’intelletto altra frase fuor di questa «ora dovrà maritarsi colla Laudomia.» Le pareva che queste parole le si fossero infisse nel cuore come altrettante saette, e le passò innanzi gli occhi rapida qual baleno, come una visione di nuove e più spaventevoli angosce che le si preparassero. Rimasta sola coi due venuti, smaniosa di parlar pure una volta ed udir di Lamberto, benchè conoscesse ormai che ogni parola sarebbe stata una nuova fitta, cominciò a dire, frenandosi, e mostrando indifferenza più che poteva:
—Anch’io un tempo fui delle bande del signor Giovanni.... oh! lo conosco bene quel bravo giovane.... ed ho caro che sia ora in Firenze.... ma ditemi?.... com’è? come avete detto? egli prende moglie?....—
—Sì, prende moglie.... cioè.... non così tosto credo io—rispose Troilo con un certo sorriso malizioso.
Selvaggia s’accorse che v’era sotto qualche cosa, e le crebbe la smania di chiarirsene pienamente. Ma come riuscirvi? Potea sperare che costoro volessero tanto fidarsi d’uno sconosciuto da palesargli così al primo i loro segreti?
Pure seguì a maneggiarsi con molta destrezza, ed ottenne gli venisser narrati tutti i casi di Lamberto colla Lisa, e poi colla sorella, ed in fine il matrimonio imminente: ma d’onde quel dubbio che s’avesse ad eseguire? Chi voleva impedirlo? perchè?
Tuttociò le si nascondeva, e non trovava modo a scoprirlo; tornò intanto il maestro con viso allegro, e disse:
—Ho trovato il signore di buona voglia e sul verso di motteggiare.... ed è andata benone... sarà fatto come voi volete.... povero signore, quando que’ suoi dolori lo lasciano in pace egli è tutt’altro... oh! egli è il grand’uomo dabbene.... che Iddio gli dia salute e lunga vita.... anzi m’ha detto vi faccia salir da lui,.... qui per la scaletta, e vi vedrà volentieri. Onde se volete.... ecco....—
Ed in così dire, alzata la portiera del piccol uscio d’onde era venuto, li messe su per la scaletta e li lasciò andare, tornando al suo solito posto, e dicendo a Selvaggia:
—L’uomo è trovato, eh?—
—È trovato—rispose la giovane, e fattasi presso il maestro, e presolo pel braccio, disse prestamente e con un certo raffrenato furore:
—Ora voglio sapere quando deve farsi questo matrimonio; perchè, e da chi si vuole impedirlo, domandatene loro, io sarò nella camera qui appresso.—
—E come diavolo vuoi che faccia a farmelo dire, se volessero tacermelo?—
—Voglio saperlo! v’ho detto—gridò Selvaggia, e scagliando sul maestro un’occhiata che diceva il resto, se n’andò all’oscuro nella camera vicina.
Barlaam si morse le labbra per dispetto di trovarsi a quel modo sottoposto a costei, colla quale ben vedeva non era da scherzare. Ma se correva grandissimo pericolo nel ricusare di contentarla, ne incontrava forse uno eguale nello scoprire il nome, la condizione, i disegni dei due venuti. Le loro pratiche con Malatesta a favore della parte Pallesca, quelle visite notturne e misteriose erano un geloso ed importante segreto sotto una Signoria sospettosa ed avveduta. Come fidarlo a Selvaggia, mezzo pazza a parer suo, e che non avrebbe mancato di palesarlo a Lamberto, uno de’ più caldi fra gli avversarj dei Palleschi? E se per cagion di costei si fossero scoperte codeste frodi, non era egli verisimile che Troilo ed il Nobili ne accusassero lo sconosciuto di quella sera e quindi il maestro? E Malatesta allora che cosa era per fare? Ben lo sapea Barlaam.
Ma, per fortuna sua, egli non avea il suo pari nel saper all’improvviso immaginar un ripiego. Si fece sull’uscio della camera ove s’era ritirata Selvaggia all’oscuro, e le disse:
—Senti: s’io aspetto che costoro tornino.... prima potrebbero andarsene per altra parte.... poi, se anco scendessero di qua, non è credibile volessero tanto a minuto dirmi i fatti loro.... io ho pur voglia di contentarti, figliuola, chè non son quello che tu mi credi: ora dunque salirò sin all’uscio di Malatesta, e vedrò d’origliare che cosa parlano con esso lui.—
—Come volete, purchè lo sappia,—rispose Selvaggia, ed il tristo vecchio salì sorridendo e compiacendosi della sua malizia.
Giunto in un andito oscuro dove avean a riuscire i due, venendo fuori dalla camera di Malatesta, si fermò aspettandoli, senza curarsi d’ascoltare che cosa dicessero, che poco gli caleva saperlo, e lavorando invece col cervello a comporre la novella che voleva poi dire a Selvaggia. Dopo non molto uscirono, ed egli, fattosi sentire così all’oscuro, e presili per la mano, gli avviò per un’altra porta che metteva sullo scalone, dicendo:
—Ad ogni buon riguardo è meglio non vi facciate rivedere da quel soldato ch’io avevo in camera: egli è di casa.... uomo di fede.... ma è giovane sventato.... e poi, meno persone vi vedono è sempre meglio.—
Questa precauzione parve ad ambedue naturale e ragionevole, e, senza curarsi d’altro, salutato il maestro, se n’andarono con Dio.
Sceso in camera, e chiamata fuori Selvaggia dal suo nascondiglio, le diceva con fare ingenuo:
—Ora so tutto, e ti posso contentare, fortuna però ch’io son salito! chè costoro se ne vollero andare per altra parte.... oh! non v’è sotto quel gran mistero che credevamo.... costoro sono due gentiluomini di Firenze, il vecchio è messer Gabriello Spini, ed il giovane un suo figliuolo, ch’io appena mi ricordavo aver veduto, ed ha nome messer Lodovico. Questo giovine è innamorato di quella che dee sposar Lamberto, e non trovando altra via ora di rompere e sospendere almeno il parentado, ha pensato questo rimedio, di ottenere dal signor Malatesta sia mandato fuori di Firenze, come in effetto sarà mandato domani, chè appunto devon partire per Empoli cento barbute in ajuto del commissario Ferruccio.
Nacque nel cor di Selvaggia un fiero contrasto, a queste parole.
Permettere che il suo Lamberto venisse tradito a quel modo; che soffrisse le terribili angosce (e la misera ne sapeva qualche cosa) che gli si preparavano, le pareva un offendere, un ingannare essa stessa quello pel quale avrebbe sofferto lieta mille dolori, e non poteva darsene pace. Ma dall’altro canto darlo colle proprie mani in braccio alla sua fortunata rivale, figurarselo al fianco d’un’altra, sposo felice, immerso in tutte le gioje dell’amore, ed ella, poveretta, non aver più da lui nemmeno un pensiero, trovarsi di nuovo abbandonata da tutti nella sua prima desolata solitudine!... quest’idea fu troppo enorme, troppo tremenda; Selvaggia spaventata, non potè reggervi, dovette allontanarla ad ogni patto, e, per iscusarsi in parte a’ suoi proprj occhi e transigere con affetti cotanto potenti ed opposti, disse fra sè «io potrò svelar tutto a Lamberto, dirgli ch’egli punisca il mio fallo, che m’uccida, ma prima vederlo, oh sì! ch’io lo veda, ch’io gli parli una volta!...»
Ondeggiante in questi pensieri, era rimasta muta e come assorta per alcuni momenti; preso partito alla fine, si scosse, e disse risolutamente:
—Ora, maestro, due altre cose m’occorron da voi, e poi vi lascio. L’una, ch’io sola sia mandata domani a portar a Lamberto l’ordine di partire. L’altra, che mi provvediate d’un’armatura e d’un cavallo per seguitarlo.—
—D’un’armatura! disse maravigliato il maestro, sei tu pazza affatto? credi tu poter reggere coll’armatura indosso e valerti della tua persona?—
—S’io potrò reggere e valermi della persona voi ve ne avvedrete: e per ora lasciatene il pensiero a me.—
—Oh! dove vuoi tu che trovi codeste cose? esclamò il maestro che si spaventava per la spesa; sai pure che in una terra assediata chi ha cavalli ed armi le tien per sè.—
—Maestro, potrei rispondervi soltanto ch’io n’ho mestieri, e li voglio: ma vi vo’ far riflettere che starebbe in me il torvi altra maggior cosa che non il pregio d’un cavallo e d’un arnese.... e, tenete a mente, ch’io voglio l’elmetto colla visiera che si chiuda.... Ora addio, a domani.—
Uscì Selvaggia, ed il maestro arrabbiato e malcontento dovè pur pensare al modo di levarsi d’addosso costei, e contentarla. L’indomani, appena giorno, si mise in moto, e per virtù di molte diecine di scudi, mandando il malanno a chi gliene faceva spendere, riuscì ad aver pronto per la sera ciò che la giovine gli avea domandato.
Ebbe da Malatesta l’ordine scritto che imponeva a Lamberto di seguire la gente che si mandava ad Empoli, ed ottenne facilmente, sotto varj pretesti, da uno de’ caporali che dovean guidarla, la licenza di dar il carico ad un uomo a sè noto, d’andar per Lamberto, condurlo ove la compagnia faceva la massa, ed uscire di Firenze con essa.
Quella medesima giornata era intanto, per la casa de’ Lapi, e per le donne specialmente, piena di pensieri e di faccende. Laudomia, svegliatasi all’alba col cuore consolato e sereno, si vestì, e copertosi il capo con un velo che le scendeva sino alle ginocchia, se n’andò a’ Servi a far le sue divozioni.
Tornata poi a casa, e lasciatasi vedere al padre, che le fece quella mattina più carezze che non soleva, salì nelle camere, che oggi si direbbe di guardaroba, e, coll’ajuto di M. Fede e della sorella si diede ad ammannire panni, biancherie, e preparar le cose necessarie, con quella sollecita ed operosa premura che nasce nelle profonde agitazioni dell’animo. Lisa, ritornata in sè dopo quel primo momento di dispetto, e temendo forse ancor più, per amor proprio, di darne il menomo segno, prestava il consiglio e l’opera sua in questi preparativi, senza quel diluvio di parole che la gentil metà del genere umano suole impiegare in cotali operazioni, quando non ha la mente occupata da più importanti e più gravi pensieri.
Mona Fede era la sola che sostenesse il dialogo, se piuttosto non si dovea dir soliloquio, e strascinando in qua e in là le sue pianelle, numerando e scegliendo panni, dichè eran coperti e letto e tavole e tutto il mobile della camera, veniva dicendo:
—E pensare che una di casa Lapi abbia a farsi sposa senza che neppure ci sia tempo e modo di farle un po’ di corredo! Fortuna che rimane pure di molta bella roba di M. Fiore vostra madre!... chè quando il frate cominciò a predicare si vestì d’una gammurra scura, e non volle mai più portar altri abiti.—
Poi, tirando non senza fatica un cassone, parte scolpito, parte dipinto al modo del 400, che era in un angolo, simile a quello che vedemmo presso al letto di Niccolò (ambedue avean contenuto il corredo di M. Fiore) lo strascinò a fianco d’una tavola, sulla quale avea messo a parte un monte di robe. Spolveratolo per tutto diligentemente, l’aperse, e, volta a Laudomia, le diceva:
—Ora, se volete scrivere, faremo la nota di tutto quanto pongo qui dentro.
Laudomia prese l’occorrente, ed appoggiandosi, ritta com’era, alla tavola, colla penna intinta nella destra, veniva scrivendo ciò che la Fede dettava.
—Una cioppa e giornea di dommaschino chermisì con frangie.
—Una cotta di dommaschino alessandrino con maniche fiorite.
—Una cioppa pavonazza ricamata.
—Una gammurra ricamata con seta bianca, con maniche di seta chermisì.
—Questa, mi ricordo, se la mise, e fu la sola volta, per andar a veder entrare re Carlo VIII.... un ometto piccino piccino, biondo e bianco che pareva un fanciullo, e si pensava potersi inghiottir Firenze!..... sì.... sì, Pier Capponi, buona memoria.... gl’insegnò egli la via ritta.... ed anche allora, che tempi!... che diavolerie!....
—Una gammurra di rascia bianca con maniche di dommaschino verde.
—Una giornea di boccacino bianco.
—12 Camicie. 12 Cuffie. 25 Fazzoletti da mano. 25 Benduccie. 2 Sciugatoj larghi.
—Una berretta di velo alessandrino ricamato con perle e ariento.—
—Questa, disse Laudomia, riponila, chè non son questi tempi, nè io in istato da portar cotali fogge.—
—Come volete—rispose M. Fede mettendo in disparte la berretta, poi con un sospiro:
—Povera signorina, vi tocca andare sposa in un brutto momento!.... senza nemmeno un pò di festa!.... Oh, quest’assedio!.... (per poco ch’io nol dissi).... quando finirà?.... e tutt’i guai con esso!....
—Una berretta di dommaschino bianco....
—Ho inteso che messer Niccolò non vuol che si faccian nozze.... non vi sarà nè invito, nè suoni, ed ha fatto sapere agli amici di casa, che non vuol neppure il serraglio[46]. Perchè è lui, gli daranno retta, ch’egli è più ubbidito che il capitan di giustizia.... Forse un altro!....
—Una cappellina di drappo alessandrino e bianco....
—Eh! non andò così la cosa, no, quando tolse donna egli.... io ero bambina... pure, me ne ricordo, e sì ch’era fatta di poco quella legge.... come la chiamavano?.... che so io?.... La legge Santuaria.... per un verso era proprio cosa santa.... chè prima, a furia di spendere in nozze, le famiglie andavan in rovina.
—Un libricciuolo di donna ricamato di perle e fornito d’ariento....
—Eh! se aveste veduto la strada qui avanti alla casa, era tutta coperta d’una tenda di teli rossi e bianchi, retta da stili, e v’era sotto un ricinto di panche coperte d’arazzi.
—Una filza di pater nostri di coralli.
—Una cintola di broccato paonazzo fornita d’ariento.
—Un pajo di calze di rosino.
—Un bacino d’ottone da mano.
—Un boccale a detto bacino.
—Un pettine d’avorio.
—Due borse d’oro e di seta.
—Un anello d’ariento da cucire.
—Uno specchio d’osso intarsiato.
—.... E.... come dicevo.... i trombetti della Signoria sulle scalere di Santa Maria maggiore, e le trombe, co’ pendoni bianchi e ’l giglio rosso in mezzo! e tanti fiori, e tanta mortella... e saranno stati da 200 tra giovani e gentildonne in istrada aspettando fosse ora del desinare.... e che gale! e che ricchezze!... Ma vostra madre M. Fiore ell’era degli Albizzi, e portava 1000 lire di dote!.... e gli Albizzi, prima che messer Rinaldo si rovinasse, era la prima casa di Firenze. Le cose non andavano com’oggi giorno, allora....
—Un pajo di forfici.
—Un pajo di scarpelli da occhielli.
—Nastri di più ragioni, e refe di più colori.
—Una stola bianca lavorata di seta.
—Una coda di cavallo da pettini lavorata di seta[47]....
—Allora Fra Girolamo non avea vietati ancora i desinari, le veglie, le feste che si facean per le nozze.... non avea ordinate le compagnie de’ fanciulli che andasser per le case a domandar l’Anatema, per abbruciare poi tutto in piazza..... Era un sant’uomo! e vero.... ma egli arse pure allora di gran belle robe!.... e messer Niccolò volle che vostra madre desse a codesti fanciulli vesti, cappelliere, e lisci, e liuti, e pitture che valevano di gran centinaja di fiorini.... Poverina! gliene sapea pur male, e non voleva... ma il babbo disse: voglio.... chi potea opporsegli?..... Egli avea un ritratto di M. Fiore per mano del Francia.... una bellezza! parea vivo. Volle che anche codesto si ardesse.—
—Oh! bene, ringraziamo Iddio sempre di quel che abbiamo—rispondeva Laudomia.
—Eh! lo so, povera signorina, voi non avete la mente alle gale ed al sollazzi! Poco v’importa di codeste cose.... ed avete ragione!.... dicevo per dire.... voi divenite donna del più bravo e dabben giovane di Firenze.... e questo vi basta.... e Iddio e la santissima Nunziata vi benediranno, e sarete felice e contenta come meritate.... Oh! sì, vedete, il cuore mi dice che non avrete più guai.... ed io ho sempre veduto che questi presentimenti non isbagliano.—
—Iddio ti senta, Fede:—rispose Laudomia, ed intanto in queste occupazioni venne passando quel giorno, che Lamberto spese anch’esso in dare assetto alle sue cose, nel procurar le carte necessarie al contratto, e nel visitare in Santa Maria Novella il luogo ov’era sepolta sua madre, alla quale, entrando nel nuovo stato, volle consacrare i primi pensieri. Giunta la sera, si riunì la famiglia nella camera di Niccolò, e non tardarono a comparire gli amici invitati, messer Tommaso Grossi notajo, e tutti insieme, a piede (Niccolò avanti cogli sposi e gli altri dietro) si condussero alla chiesa di S. Marco.
A mezza navata era stata posta una tavola con suvvi un tappeto, ed intorno intorno seggioloni e sgabelli: pochi candelieri illuminavano la chiesa, ove Niccolò e la sua comitiva, ricevuti alla porta da Fra Benedetto e Fra Zaccaria, entrarono, ed appresso una moltitudine d’operaj dell’arte della seta, di soldati conoscenti di Lamberto, e di popolo minuto, che allogandosi lungo le pareti faceano cerchio intorno alla tavola ove dovea farsi il contratto.
Quella moltitudine era tenuta in rispetto ed in silenzio dalla presenza di Niccolò, e soltanto s’udivan sommessamente bisbigliare tratto tratto poche parole, che venivan dette tra vicini all’orecchio, tutte piene di lodi e di maraviglie per la bellezza, pel soave ed augusto contegno della sposa, che era tale in quel punto da fissare tutti gli sguardi e soggiogar tutti i cuori.
Vestita di bianco, con un lungo velo fermato sulla fronte da una ghirlanda di fiori di melarancio, nel passare tra tanti sguardi, nel moversi, nel sedere al luogo che da Fra Benedetto le venne indicato, appariva in lei una certa maestà senza orgoglio, una timidezza senza impaccio, una gioja temperata da così celesti pensieri, che tutti gli astanti guardandola si sentivan sottomessi, direi quasi all’adorazione.
Niccolò sedeva sul seggiolone posto nel mezzo della tavola volgendo le spalle alla porta. Alla sua destra la sposa, poi Lisa e Troilo co’ fratelli: alla sinistra Lamberto, gli amici che dovean servir di testimonj, e tra gli altri Fanfulla; su un lato i due frati ed il notajo, il quale, levatosi in piede, cominciò a leggere il contratto in questa forma:
Anno 1529 die 23 Novemb.; Lambertus quondam Petri de populo S. Joannis de Florentia, recepit a D. Laudomia, filia Nicolai, quondam Cionis. de eodem populo S. Joannis de Florentia, sponsa dicti Lamberti, nomine dotis Libras 1010. Florent. parv. scilicet Libras 863 in uno Podere cum domibus et habituro in populo d. Gavinana. Et libras 88 et solidos 10, in uno casolari posito in populo S. Laurentii de Florent. 1. d. Croce di via. Et libras 59 in pecunia et aliis rebus mobilibus ec., ideoque propter nuptias, et vice Morgincap secundum usum Civit. Florentiae praedictus Lambertus fecit praedictae D. Laudomiae donationem de ipsius bonis libras 30 Flor. Parv.
Actum Florentiae testibus ec.
Postea incuntinenti coram dictis testibus, Lambertus et D. Laudomia, per mutuum consensum inter se intervenientem et anuli dationem et receptionem, matrimonium ad invicem contraxerunt. Ego Thomas Grossi, quondam Francisci, de pago Bellanensi Imperiali auct. Iudex atque Notarius publicus rogatus scripsi.
Lamberto, che non s’era immischiato nella compilazione di questo contratto, e neppur sapeva che cosa contenesse, sentì al cuore il gentil pensiero di Niccolò, di fargli dono, a titolo di dote, della casetta ove sua madre avea passato i suoi ultimi anni: gettò un’occhiata di gratitudine al vecchio, un’altra più tenera a Laudomia, ed intanto il notajo, preso un bacile sul quale erano due anelli, si mosse per venir a presentarlo agli sposi affinchè li barattassero fra loro.
Nella circostante folla si vedevano, come dicemmo, di molti soldati, senz’arme la maggior parte, o soltanto col corsaletto od il giaco, come quelli che non erano sull’andare a combattere. Tra essi, in prima fila, e soltanto pochi passi lontano dagli sposi, da più persone, sin dal principio della cerimonia, n’era stato notato uno il quale, per esser coperto d’acciajo da capo a piedi, colla visiera calata, per la sua totale immobilità, per una certa impostatura insolita, richiamava tratto tratto gli sguardi curiosi di chi gli avea già posto mente una volta.
—Egli crede star sulla mura all’archibusate, e non in chiesa, diceva uno—E’ pare ch’egli abbia freddo, o la febbre! Egli trema tutto!—osservava un altro.
Quando il notajo ebbe presentato agli sposi gli anelli, e che essi, accostatisi, a vicenda se li scambiarono, volsero a un tratto il capo, e l’intera adunanza con loro, ad un poco di rumore levatosi intorno a quell’uomo tutto di ferro. I suoi vicini avean udito come una voce indistinta e soffocata risuonare nel concavo dell’elmetto, s’era mutato sulle gambe in qua e in là due o tre volte, quasi perdesse l’equilibrio, tantochè taluno temendo non cadesse, l’avea retto per le braccia e per le spalle. Una voce poco lontana disse, abbastanza alto da poter essere udita:—Egli era trebbiano eh?—e molti sotto i baffi a sghignazzare. Poi un altro:—Ell’è pure una gran vergogna, venir in chiesa con quella poca cotta!—E così ognuno diceva la sua. Allora il soldato, scagliata in giro un’occhiata, che si vide balenar pe’ buchi della visiera, aprì la folla cogli acuti gomiti dell’armatura, e tra il mormorìo di chi gli brontolava dietro, si tolse di là ed uscì di chiesa. La cosa si quietò subito, e nessuno si curò più di lui.
Finita la cerimonia, i frati fecero sgombrare tutti coloro che non erano della famiglia de’ Lapi, o loro consorti ed amici. Mentre questi aspettavano che si fosse interamente sciolto quel nodo di popolo, che uscendo occupava la porta, messer Niccolò diceva a Fra Benedetto, sospirando un poco, eppure sereno in volto:
—Iddio m’ha colpito con grandi flagelli in questa chiesa.... in quest’istesso luogo! Ora la sua misericordia vuole che vi trovi in compenso la maggior consolazione che potessi provare prima di morire! Sia lodato il suo santo nome!.... Odi, Lamberto, figliuol mio! Nel darti oggi Laudomia, io credo, io spero averti fatto quel maggior dono che per me si poteva.... ov’io creda il vero, sappi ch’io adempio ad un grand’obbligo, alla promessa ch’io feci a tuo padre su questi stessi marmi che calchiamo, bagnati, tant’anni sono, col suo sangue ch’egli sparse per me. Vedi.... vien qua.... vedi tu la pietra bianca di quest’avello, ell’era rossa del sangue di tuo padre, quella terribil notte in cui sostenemmo l’assalto per difendere il glorioso Fra Girolamo, e sperando camparlo.... Ma Iddio pe’ nostri peccati aveva stabilito altrimenti.... Qui, io solo, ravvolto tra nemici, io morivo al certo.... ma Piero tuo padre volle morir per me! Possa l’anima sua valorosa veder dal cielo ch’io t’abbraccio, t’accetto per figliuolo, e sciolgo così la mia promessa!—Possa egli serbar immacolato e felice l’amore che vi giuraste, far sì ch’egli vinca sempre nel vostro cuore ogn’altro affetto.... e ceda soltanto all’amore augusto e santo che voi dovete alla patria ed alla sua libertà.—
—Faccia Iddio che sieno salve ambedue; disse a voce bassa Laudomia, ed in cuore soggiunse: «Ed il mio Lamberto con esse»!—
Parve tempo allora a Niccolò di partire, e salutati i frati e ringraziatili, disse a Fra Benedetto che tra due giorni sarebbero ritornati per la benedizione nuziale; e coll’ordine medesimo, col quale erano venuti, tutti insieme s’avviarono a casa.
Mona Fede intanto, non del tutto ubbidiente ai voleri di Niccolò, s’era ingegnata di adornare nel miglior modo possibile le camere terrene; e nella prima, che serviva di passo per andar a quella da letto, aveva apparecchiato per la cena molto pulitamente, con molti fiori e molti lumi, ajutata da Maurizio famiglio di Lamberto. Mentre gli sposi erano in S. Marco, e ch’essa attendeva a quest’apparecchio tutta premurosa, temendo non le capitassero addosso prima d’averlo finito, era stato picchiato al portone di strada «Proprio ora ci capitano!» avea detto brontolando, quando non ho per ajutarmi altri che questa tartaruga! e, lasciata a Maurizio la bisogna di asciugar certi piattelli che si trovava in quel momento tra mani, corse ad aprire: dopo mezzo minuto era già ritornata, e strappando di mano al servo lo sciugamani, che veniva adoprando non troppo a suo modo, diceva:
—Non si può aver un minuto di bene con questi soldati!.... era un uomo d’arme.... colla visiera calata come andasse a giostrare.... e’ voleva Lamberto!.... Sì! aspetta!.... proprio e’ vuol dar retta a lui ora!.... Gli ho detto ch’egli è in S. Marco, e gli ho chiuso l’uscio in viso....—
E senza più pensarvi seguitava a correre innanzi e indietro per le sue faccende, colle pianelle calzate sulle calcagna, e l’andare svelto come avesse vent’anni: tantochè, quando sentì per istrada il bisbiglio e lo scarpiccio della brigata che ritornava, aveva accesa appunto l’ultima candela, e da Maurizio era stato intorno alla mensa collocato l’ultimo sgabello.
Corse a spalancare il portone per esser la prima a dare il ben tornato agli sposi, parendole cosa importantissima, secondo la teoria sugli augurj, che tornando in casa la prima volta dopo essersi dati gli anelli, udissero parole di felice presagio. Più volte aveva teso l’orecchio, se que’ benedetti leoni, che in tante occasioni le avean servito a legger così maravigliosamente, a parer suo, nell’avvenire, si sentissero ruggire, ma la Dio grazia tacevano.
Giunta sul limitare, mentre tirava il chiavistello, s’accorse però che la granata era stata lasciata dietro l’uscio (cattivo augurio secondo l’opinione delle donne in Firenze) e che in terra proprio sul passo, v’era per caso due paglie in croce.
—E’ si sarebbe rotte le braccia, quel disutilaccio, a dar una spazzata!—disse dando di piglio alla granata e spazzando; raccolta poi colla destra una di quelle paglie se la buttò dietro la schiena sulla spalla sinistra, e con questo potente scongiuro si sentì rassicurata sulla sorte futura de’ nuovi sposi.
—Felicità, e salute per cent’anni, signorina: disse la vecchia a Laudomia, osservando di pronunziare queste parole appunto in quella che la sposa varcava la soglia; e volle baciarle la mano, ma ebbe invece un abbraccio, al quale corrispose tutta amorosa e riverente, e così entrati gli uni dopo gli altri, diceva Niccolò:
—M. Fede, io non avevo detto di far tanta luminiera!—
Ma il rimprovero venne corretto da un sorriso, e, passato innanzi, andò a sedere al fuoco sul suo seggiolone, attorno al quale si raccolse la famiglia aspettando d’esser chiamati in tavola.
Laudomia, che era uscita un momento colla sorella per torsi il velo e la ghirlanda dal capo, tornò; e sedutasi presso Lamberto, cominciò a parlar seco quelle intime ed importantissime inezie, che nascono e si moltiplicano all’infinito tra chi si vuol bene; ed intanto, Troilo, la Lisa, i fratelli e gli amici facean crocchio un po’ in disparte per non dar soggezione agli sposi. Tutti i visi eran sereni, tutte le bocche sorridenti, e quelle camere stesse, tutte scintillanti di lumi, ripulite, adornate con maggior cura, apparivan più gaje, e parevan promettere per quella sera una veglia piacevole, lieta, e dissimile per conseguenza dalle consuete, piene di pensieri malinconici e pungenti; quando vennero picchiati due colpi al portone, e poco stante comparì sulla porta della camera un uomo tutto di ferro, che rimase un momento immobile guardandosi intorno, non senza maraviglia degli astanti, de’ quali molti ravvisarono il soldato che s’era poco prima fatto vedere in S. Marco, e non potevano immaginare chi fosse, o che cosa cercasse.
—Che ci arrechi, valentuomo? Domandò Niccolò, e l’altro, con voce che mal s’udiva, suonando chiusa nell’elmo, disse, volgendosi a Lamberto, e porgendogli un foglio suggellato:
—Per parte del Capitan Generale.—
Lamberto, lasciando il posto che occupava al fianco di Laudomia, s’alzò prendendo il foglio, ed apertolo, vi lesse di doversi armare sull’attimo, montar a cavallo, seguire chi gli avea recato quest’ordine, ed unirsi alla compagnia che si faceva sulla piazza di S. Spirito per andare ove importava pel servigio della città.
Che cosa provasse il giovane leggendo quel comando così assoluto in tal momento, lo immagini il lettore.
Laudomia, che fissa e sbigottita gli tenea gli occhi in viso mentre stava leggendo, vide farglisi accese le gote, e si mosse verso lui spaventata: egli, guardandola con mesto e tenero sorriso, come per rassicurarla, porse il foglio a Niccolò, che osservando ora gli uni ora gli altri, cominciava ad entrare in qualche sospetto.
Lo lesse due volte, mentre tutti da lui solo pendevano, ed alla povera Laudomia ogni secondo pareva un secolo; alla fine, levato al cielo lo sguardo sicuro ed infiammato, diceva:
—Sì, mio Dio! ma almeno sia salva Firenze! e mentre pronunziava queste parole, la timida Laudomia, immemore d’ogni rispetto, si gettava su quel foglio, lo strappava di mano al padre, ed in un lampo già l’avea letto. Rimase un momento coll’occhio basso, inchiodato su quello scritto, poi alzandolo umido e supplichevole in viso ora al padre ora a Lamberto, pareva implorasse il conforto d’un po’ di speranza, cercasse scoprirvi un’ombra di possibilità d’eludere quel comando, di sottrarvisi in qualche modo. Ma invece sulla fronte d’ambidue, lesse irrevocabile la sentenza che la condannava a nuove ed infinite angosce: ed educata, com’era, da Niccolò, rinunziò del tutto alle concepite speranze, e rimase muta e lagrimosa, ma rassegnata.
Saputasi alla fine la cosa anche da’ circostanti, ne mostrarono tutti grandissimo travaglio.
—Oh! come può star codesto, diceva Vieri, se la tua compagnia, Lamberto, non doveva uscir di Firenze?—
Il giovane si stringea nelle spalle, chè esso pure ne era stato fatto sicuro, ed avea perciò creduto poter attendere liberamente a queste nozze.
—Non vi sarrebbe modo, soggiungeva Lisa, di fargli dare lo scambio?—
Troilo allora facendosi avanti, disse risolutamente:
—Ed io voglio esser quello.... Lamberto.... fratello!.... e voi, messer Niccolò, non m’avete a negar questa grazia.... non è ragione ch’egli debba lasciar la sposa, ed andare, Dio sa dove, in un momento come questo.... Corro dal signor Malatesta, e torno con la licenza d’andar io in suo luogo....—
Ed il mariuolo, che sapeva di poter in quest’occasione far gran pompa di generosità, con poca spesa, si movea per uscire; ma Lisa di nascosto gli diede una tirata alla falda della cappa, e Lamberto in palese l’arrestò pel braccio, e come leale ed ignaro del simulare, credette sincera la profferta di Troilo, e gliene seppe grado.
—Io ti ringrazio, fratello, disse guardandolo con affetto (e fu la prima volta) io ti ringrazio, ma non ci starebbe l’onor mio.... tu sai quale sia il debito del soldato.... ma di questa tua profferta io me ne ricorderò.—E gli strinse la mano.
—La patria prima di tutto, figliuoli! disse con gran voce Niccolò. Ubbidir cecamente e non cercar più in là.... Lamberto, Laudomia.... io ve l’aveva detto.... me n’incresce insino al cuore.... ma questo non è tempo di sospiri.... è tempo d’ardito e franco operare.—
Poi, presa pel braccio Laudomia, e chinandosele all’orecchio, le diceva:
—Ricordati di quel mio discorso.... mostrarsi forte, serena.... non tornar troppo agli abbracci.... non dir di quelle cose che vanno al cuore troppo diritte....—
E la povera Laudomia col viso basso, accennava di sì col capo, chè sentendosi imminente lo scoppiare dei singhiozzi, non s’attentava di parlare.
Durante questi contrasti, l’uomo di ferro era rimasto sempre immobile appoggiato allo stipite della porta; se non che una volta s’era fatto innanzi due passi come per voler parlare, e poi, quasi mutato pensiero, era tornato al luogo di prima. In quel punto la generosa Selvaggia non potendo reggere alla vista del dolore di Lamberto, del pianto, persino della sua rivale, s’era risoluta venir avanti, palesarsi, palesar tutto. Ma la forza d’eseguire il nobil proposito, di rinunciare a veder da solo a sola Lamberto, a ragionar seco una volta ancora, le era mancata ad un tratto «Sarà breve.... sarà l’ultimo questo dolore!» disse fra sè stessa, e riprese il primo disegno.
Il tempo stringeva. Lamberto chiamò il suo famiglio:
—Maurizio, va a sellare i cavalli... torrai la lancia nuova di cerro... e nell’uscire, insegna a questo valentuomo il luogo ov’è il mio arnese, egli, in sua cortesia, e per avanzar tempo, m’ajuterà armarmi.... non è egli vero? (soggiungea vôlto a Selvaggia). In grazia.... non per comando, va con costui, ed arrecami l’arme.... ben vedi i momenti che m’avanzano, son pochi.... non vorrei buttarli... se hai mai provato (soggiungea sorridendo) che cosa sia voler bene.... tu saprai quel che vuol dire.—
Selvaggia, col cuore ridotto, come si può immaginare, ma contenta pure d’ubbidire, si mosse dietro Maurizio col passo più fermo che potè; e ritornò poco dopo, coll’arnese di Lamberto tutto in un fascio; lo depose in terra, si preparò a vestirnelo, e per potersi maneggiar meglio nell’affibbiargli le corregge, si tolse ambo i guanti di ferro.
Mentr’essa sollecitava da un lato, Laudomia anch’essa dall’altro ajutava la bisogna, e nessuno diceva parola. Vieri, ponendo mente alle mani dello sconosciuto soldato, veniva intanto pensando come mai un uomo d’arme può egli mantenersi le mani così belle e dilicate! Ma nè Laudomia nè Lamberto non avean il capo allora a simili osservazioni.
In quel momento di tristezza e di silenzio generale, si sentì per istrada nascer lontano lo strepito d’un cavallo che batteva il lastrico di gran trotto. Laudomia si fermò ascoltando «Oh, fosse mai un messo del capitano che mutasse l’ordine!.... Tuttociò nascesse da qualche errore?.... fosse stato uno scherzo per farmi paura?»—Ed il cavallo veniva innanzi: giunto al portone si fermò a un tratto. «Vien proprio qui» disse Laudomia cresciuta di speranza.
Non pensava, poveretta, che la stalla ove Lamberto tenea il suo cavallo era un po’ lontana, e che era Maurizio, il quale dopo averlo sellato; per far più presto, l’avea condotto di trotto. Entrato in quella il famiglio, disse che i cavalli eran all’ordine, e addio l’ultima speranza di Laudomia.
Lamberto, armato da capo a piedi, e tutto scintillante d’acciajo e d’oro, colla visiera alta, ed il viso pallido ma sicuro, abbracciò Niccolò, e tutti gli altri senza parlare: voleva abbracciare anche Fanfulla, ma appena giunta Selvaggia e saputo l’ordine che arrecava, egli era scomparso senza dir addio a nessuno; Lamberto girò intorno lo sguardo, e non vedendolo, disse: «Mi saluterete anche Fanfulla.» Non avea finito di dirlo, ch’egli entrò col fiato grosso come di chi è venuto correndo.
Egli avea indosso il corsaletto, i cosciali ed il bacinetto de’ fanti, ed un partigianone in mano.
—Malann’aggia chi ha piantato il Renajo dei Serristori tanto lontano! disse soffiando per riprender l’anelito, e a voler correr il palio col corsaletto le gambe di Fanfulla sono un pò stagionate.... non importa, anche questa l’hanno fatta.... insomma, messer Lamberto, non c’è rimedio, bisogna andare.... ero corso così per vedere se volevano mandar me invece, che io non lascio nessuno addietro a piangere... ed a questo mio cuojo, una sforacchiata più o meno, è poco male! ma non c’è verso.... e io allora subito addosso la corazza.... questo finocchio in mano.... e son qua.... e vengo con voi in villa. Se non vi curate d’esser in compagnia d’un povero fante.... che.... dopo un certo caso.... fo il mestiere a piedi.... ma prima di morire.... basta!... E, sentite, M. Laudomia, messer Lamberto non ha mestieri l’ajutino cacciarsi le mosche dal naso, ma non importa.... voglio esser io a rimenarvelo qui vivo e sano.... e sappiate che io so quel che vi dico, e voi lo rivedrete a ogni modo.—
Laudomia corse al buon Fanfulla colle mani giunte, e per poco l’abbracciava, chè le sue parole le parvero venir dal cielo.
—Oh! a piedi voi non verrete,—disse Lamberto.
E volle togliesse il cavallo del suo famiglio a ogni modo. Niccolò fece in fretta cercare d’un arnese da cavaliere, e ne presentò Fanfulla, al quale parve esser tornato vivo ed all’onor del mondo, vedendosi fuori di quella maladetta fanteria che avea tanto in uggia.
Così venuti tutti insieme al portone trovarono Selvaggia in sella: vi saltò alla sua volta Fanfulla, senza quasi toccare staffa, e non potè trattenere un ah! d’allegrezza, quando si sentì guizzare fra le cosce un cavallo, e d’altri spiriti che non era il suo vecchio Grifone.
Laudomia era venuta sin qui senza profferir parola per non disubbidire al padre, solo si stringeva al braccio di Lamberto, abbandonata di tutto peso; all’ultimo, disse a voce bassa ed interrotta «Dio ti difenda!» Poi chiuse gli occhi, sentì sulla sua mano imprimersi tremanti le labbra del suo sposo; poco stante udì i tre cavalli partir di galoppo, si sentì allora abbracciare, e si trovò il capo sul petto di Niccolò, che stringendola con tenerezza, le disse:
—Son contento di te, figliuola. Ora puoi piangere.—
E la poverina diede in un pianto dirotto.