CAPITOLO XXII.
Durante questi ascosi colloquj, s’era fatto notte chiusa, e la camera rischiarata soltanto dal lumicino della lampada, era in una semi-oscurità che in tutt’altro momento avrebbe avvertito i due giovani a provvedersi di maggior lume, ma in quel momento non se n’avvedevano. La famiglia s’era già radunata al pian terreno nella stanza di Niccolò per le orazioni della sera, e mancando Lamberto e Laudomia, Vieri s’era fatto a piè di scala per chiamarli; la sua voce si fece udire, e risuonò per tutta la casa, ma non all’orecchio de’ due chiamati, che non s’accorsero di nulla, e Vieri, non dandosene maggior pensiero, ritornò al fuoco cogli altri, mentre Lamberto proseguiva:
—Oh cara! non sai in quanto travaglio vivessi per queste immaginazioni!.... ora vo’ dirti tutto.... chè nulla vi debb’essere in me che non ti sia palese....— E qui le narrava di Selvaggia, della memoria che glie n’era rimasta, della pietà che pur ancor ne sentiva, e mentre parlava, veniva osservando attento e pauroso, qual impressione producesser le sue parole sul volto di Laudomia. Quando non gli rimase nulla ad aggiungere, diceva:
—Ora sai tutto, amor mio. Ti par egli ch’io avessi motivo di tenermi immeritevole del tuo celeste amore? Ti sembro io degno ancora d’un tuo pensiero? Oh, non tardar a rispondere, Laudomia mia!—
Ed aspettava coll’ansia d’un reo che dubiti udire la sentenza del capo.
Il viso di Laudomia, sul quale dapprima era apparsa una leggiera nube, si rasserenò, mentre con un pò di sospiro (forse pensando che il cuor di Lamberto non sempre era stato di lei sola) rispondeva:
—Dimmi, caro, se codesta donna non fosse stata cotanto vile, se tu potessi amarla senza vergogna, l’avresti cara più di Laudomia tua?—
Lamberto si cacciò le mani a’ capelli non trovando parole per esprimere l’orrore che provava d’un cotal dubbio, ma l’atto ed il volto dissero assai, onde la giovane proseguiva:
—Ora dunque, Iddio accetta pure i cuori che prima non eran suoi! Egli pur si contenta di succedere ad altro amore! Ed io, inferma e debol creatura, non dovrei contentarmene? Dovrei levar più alte le mie pretese? Ah no! Lamberto. L’orgoglio mio non giunge a tanta pazzia.... Non mi dolgo del passato, neppur n’avrei motivo.... ma l’avessi anco, più non vi penso.... Ma l’avvenire! Oh Lamberto! l’avvenire!—
E qui giunse le mani in atto d’umil preghiera, dicendo:
—Vedi, Lamberto, io sono una timida, una debol creatura, che tutta s’affida all’amor tuo; per esso io saprò trovar forza ed ardire in ogni caso della vita travagliosa cui ci facciamo incontro, in questi tempi d’ire e di sangue: nessun pericolo, nessuna sventura potrà mai ridurmi a tale che tu debba arrossir di me.... tanto promisi a Dio, al babbo.... e tanto saprò mantenere.... ch’io mi sento d’esser cristiana, nata d’un popolo libero, e figlia di Niccolò.... Ma, Lamberto, d’una sola cosa ti prego.... non amar mai che me sola!... io, vedi, mi sento di poter esser forte contro ogni sventura, ma contro questa!.... oh, non lo sarei! La vita di noi donne è tutta nel cuore, sai.... Per noi l’amore non è un trastullo.... non un sollievo da cure maggiori! Quel cuore che mi donasti è oramai il mio solo tesoro, l’unico mio pensiero; non rapirmelo, Lamberto, fin che son viva!—
Quel che sentì in cuore il giovane a queste tenerissime parole, non potè esprimerlo fuorchè baciando mille volte quella mano che, abbandonata tra le sue, oramai più non gli fuggiva. Dopo un poco, rialzando a un tratto il capo e cercandosi in seno, ne cavò la lettera della madre, che sempre avea seco, e, fattala leggere a Laudomia, che la bagnò di lagrime di tenerezza, la riprese, e disse:
—Tu vedi qual cuore avesse per te la povera mamma mia; tu vedi com’essa mi benedisse all’ultima ora; ora dunque ascoltami, se mai io potessi esser tanto sciaurato da farti torto sol d’un pensiero, questa benedizione si volga....—
Ma non potè finir la parola, chè la mano di Laudomia gli si posò sulle labbra vietandogli di più parlare.
—Oh! Lamberto, non dir di queste parole, Iddio le riprova.... mi basta leggerti in cuore.... oh! sì, vi leggo che il nostro amore non finirà neppure in cielo, ove ci ameremo pur sempre, immersi nell’amor santo di Lui che ci creò per farci in eterno beati.—
E gli occhi suoi si levarono al cielo con quello sguardo di paradiso, che nacque talvolta sotto il gentil pennello di Guido Reni.
Stati così un momento, risorse nel cuor di Laudomia il pensiero di Selvaggia: i suoi rimorsi, la sua miseria l’avean commossa, volle udirne i casi più a minuto, ed alla fine diceva, quasi sbigottita:
—Oh poveretta!.... oh, che scellerati si trovano!.... che orrende cose succedono a questo mondo!.... che cosa non ha dovuto soffrire, e non dovrà forse soffrire ancora quella poverina! Oh! sì... amarti, caro, e non aver ombra di speranza!.... dev’esser orrendo! Ma almeno si potesse saper dov’è! rintracciarla, recarle qualche conforto.... farle provare una volta la dolcezza d’essere amata, se non d’amore, d’affetto, d’amicizia almeno!—
—Dov’ella sia ora, Dio solo lo sa.... (non lo direi con altri.... ma con te, Laudomia mia, posso dir tutto....) mi sta in mente ch’ella non abbia a perder la mia traccia.... che vuoi? s’io non corrisposi al suo amore, le parlai almeno con riguardo, e mostrandole compassione, avvezza, come era, a trovarsi sempre tra insulti o scherni, le parve d’aver una volta incontrato chi avesse viso e viscere d’uomo.—
—Oh, quanto l’avrei caro se la ritrovassi!.... io, vedi, son fatta così.... saper che la mia felicità rende cotanto infelice una povera creatura.... mi stringe il cuore... avrei bisogno, in certo modo, di farmelo perdonare.... di risarcirla in qualche maniera. Oh Lamberto!.... troviamola! Io le sarò amica! non avrà più a dire che nessuno al mondo non le ha voluto mai bene!—
—Un angelo come te non c’è neppure in paradiso!—disse Lamberto fuor di sè, e sulla fronte di Laudomia, soave e puro come il petto d’una colomba, fu colto dal giovane il primo bacio dell’amore.
Niccolò in quella, vedendo che Lamberto e Laudomia non comparivano, mezzo s’addette di ciò ch’era dovuto accadere. E per chiarirsi, rattenne Vieri, che s’era mosso per chiamarli di nuovo, e volle andar per essi egli stesso. Salì, ed al primo venne all’uscio di Laudomia, che era socchiuso, tantochè potè entrare senz’esser sentito, udir l’ultime parole, e veder l’atto di Lamberto.
Fu così contento il buon vecchio vedendo adempirsi il suo maggior desiderio che, contro la natura sua, posto per un momento sullo scherzare, fe’ risentire i due giovani, ripetendo le parole che nell’ultimo colloquio gli avea detto Lamberto.
—Oh, io non merito l’amor di costei! Io non son degno dell’amore di quell’angelo!.... Povero Lamberto! anch’io principio a dubitare non abbi ragione!—
Poscia, ripreso il suo solito viso, pieno però di dolcissimo affetto, strinse in un solo abbraccio i due giovani che, sorridenti e parte arrossiti, si eran levati in piedi, e tenutili così un poco, li trasse presso l’Immagine, e fattili inginocchiare, pose ad entrambi le mani sul capo, dicendo:
—Oh, figliuoli miei! voi che foste sempre buoni, ubbidienti; che siete la dolcezza e l’onore della mia vecchiaja, io vi benedico. Benedico il vostro amore, i vostri figliuoli sin d’ora, e chi verrà da essi! Quand’io non sarò più con voi.... e sarà presto.... rammentate Niccolò padre vostro, ricordate l’amore ch’egli vi portava, la benedizione ch’egli oggi vi diede, e se volete che Iddio la confermi dal cielo, amatevi sempre come ora v’amate.... ma prima ancora amate Iddio, la patria vostra, e così ci verrà concesso alla fine d’esser per sempre riuniti tutti nella celeste.—
Tacque, nè dai due giovani venne per alcuni minuti profferita parola, compresi, com’erano, da un senso di religiosa venerazione e di tenera gratitudine per le parole udite. Alla fine, Niccolò, il primo, si mosse, dicendo:
—Ora andiamo chè ci aspettano.—E scesi insieme vennero nella sua camera, ove gli altri individui della famiglia, che avean dalla Lisa udito che cosa si trattasse, sorridendo, notarono una tinta più accesa del solito sulle guance di Laudomia, e sul volto di Lamberto, abitualmente mesto, una cotal effusione d’allegrezza tutta espansiva, che appariva eguale, e parea ancor più nuova sulla severa fronte del vecchio. Mentr’egli era uscito per cercar di loro, eran comparsi i soliti amici che venivan a veglia, e Fanfulla tra gli altri, chè era ormai fatto di casa come la granata.
Niccolò diede alla brigata la nuova del parentado concluso, e seguirono gli abbracci, i rallegramenti, gli augurj, la festa insomma che si suol fare in cotali occasioni. Il contratto venne fissato pel domani a sera nella chiesa di S. Marco, secondo l’antico costume fiorentino; chè agli sposi, non meno che al padre, non pareva di frapporre maggior indugio. Egli disse a tutti quanti eran presenti, che gl’invitava ad un pò di cenetta, che si sarebbe fatta tornando di chiesa, non quale, diceva, avrebbe voluto in quest’occasione, ma quale le presenti calamità lo concedevano. Voltosi a Fra Benedetto da Faenza, lo pregava fosse contento benedir egli questo matrimonio, che si sarebbe fatto tra tre giorni nella chiesa medesima.
—Oh Lisa! Che n’è di Troilo, che non è qui stasera?—disse volgendosi alla figlia che stava lavorando presso una tavola in disparte.
Lisa rispose, ch’egli s’era scritto quel giorno stesso alla buca di S. Girolamo, e v’era andato, nè potrebbe ritornare che sul tardi.
—Bene sta—disse Niccolò, che non era in quel momento disposto a dar ascolto a sospetti, nè inclinato a male interpretazioni, e godendosi nell’allegrezza di trovarsi fra suoi cari, in quel momento non pensò più a Troilo, nè ad altro, e così venne passando quella sera.
Ma Troilo pur troppo pensava bene a loro.
Ritornando a casa con quel suo fardelletto, e rimessosi in buona colla moglie, che, poveretta! era rimasta tutta sbigottita ed in grandissimo travaglio, dandosi tutta la colpa di quel bisticcio, il primo nato fra loro dacchè erano insieme, aspettò che imbrunisse, e messosi indosso l’abito di fratello si mosse verso porta S. Gallo, ov’era l’oratorio della confraternita. Giuntovi, e fattosi conoscere alla porta dall’anziano di guardia, fu messo dentro, e scese per molti gradini in una chiesuola, che per esser sotterra veniva chiamata buca. Si trovò sotto una vôlta bassa, lunga, partita in croce da grosse e rilevate spine di pietra rozza ed affumicata dal lungo arder delle torce. Il pavimento di lastre larghe, era sparso d’avelli, sui quali stavan scolpite l’effigie di guerrieri, di cittadini, vestiti con lunghe tonache, ed il basso rilievo era quasi spianato pel lungo stropiccio de’ piedi. Sull’altare, in fondo, ardevan alcune candele dinanzi all’immagine di S. Girolamo, dipinta su un trittico d’antica maniera, tutto pieno di dorature e d’intagli: e moltissimi voti che, secondo l’uso del tempo, consistevano in fantocci grandi al vero rappresentanti figure di divoti d’ambo i sessi coi loro abiti al naturale, pendevan nel vano appiccati alla vôlta. Questa popolazione aerea, simile in tutto, fuorchè nel moto, a quella che le stava sotto i piedi, avea un non so che di strano, e, vista in massa scura contro il chiarore dell’altare, pareano fantasmi evocati dalle sottoposte tombe. Voci basse e nasali e strascinate cantavan le ore canoniche dietro l’altare, e per la chiesa, inginocchiati muro muro contro una spalliera di legno, oravano molti fratelli chiusi nell’abito, e colla buffa calata sugli occhi.
A Troilo, avvezzo ai balli, alle cene, ai sollazzi d’ogni maniera, e che ai suoi giorni non era stato forse dieci volte in chiesa, parve proprio, scendendo quivi, d’essersi calato in sepoltura. Venne avanti con riguardo di non sdrucciolare, chè il pavimento era grommato d’una muffa umidiccia, a modo delle cantine, e, fermatosi, diceva guardandosi intorno:
—A pensar che per andar in paradiso e’ convien pigliare questa razza di scorciatoje!... Pazienza!.... anche questa tocca a te, messer Troilo!.... Ah, Baccio cane!... ci rivedremo, se piace a Dio!... E ora, come si fa a riconoscere quel poltrone di messer Benedetto in mezzo a que’ sacchi di carbone tutti compagni?.... Lasciami un pò guardare.... Quello costà tutto rannicchiato che par che covi?... Sì.... le zucche marine!.... è più alto un braccio... Oh! quell’altro là con quel groppone trionfale, come un cavallo da giostra?.... È lui senz’altro.—
Fattosegli dappresso s’inginocchiò al suo fianco, e, dato e ricevuto il segno combinato fra loro, trovò ch’egli s’era apposto, e cominciarono a voce bassa a bisbigliare insieme. Troilo, per ottenere più sicuramente e più presto il suo intento, venne al primo a mezza spada, e, senza preamboli, disse a messer Benedetto, che in nessun modo egli non si sentiva più di rimanere in Firenze a far quella vita di frate, ch’era una seccaggine, che non sarebbe stato vivo dopo una settimana, e però ne facesse avvertito messer Baccio, ch’egli si voleva partire a ogni modo.
E messer Benedetto, a dirgliene quante sapeva per persuaderlo, e fargli mutar proposito, e l’altro sempre più duro: pure, alla fine, dopo molto disputare, si lasciò fuggir di bocca, ch’egli si sarebbe contentato di rimanere, ma ad un patto «Qualunque sia, purchè cosa fattibile, vi sarà accordato» rispose tosto il Nobili.
—Ora dunque ascoltatemi, disse Troilo. Voi vi avete ad adoperare in modo col sig. Malatesta che dentro domani Lamberto, quell’uomo d’arme della compagnia del signor Amico d’Arsoli, che è alloggiato in casa di Niccolò, sia mandato fuor di Firenze colle bande di contado, o dove vogliono, chè poco m’importa, purchè mi si levi d’innanzi.—
—Se non vuoi altro, figliuolo, e’ sarà subito fatto,—rispose il Nobili cui parve averne bonissimo mercato.
—Anzi, proseguiva, mi vien in mente, dacchè siamo mascherati a questo modo, la meglio sarà che andiamo insieme da Malatesta, come sia finito l’uffizio. Ora taci, e fatti in costà per non dar sospetto.—
Troilo, tutto contento, si rise in cuore della costui sciocchezza, nel credere avesse intenzione daddovero di torsi da un’impresa alla quale cominciava invece a prender gusto: e tiratosi un po’ lontano si pose il capo fra le mani, fingendo di pregare, e ruminando invece le sue ribalderie.
Passò così un pajo d’ore, che per la posizione incomoda, e pel dolor delle rotelle, cui toccava per la prima volta di portar tutto il peso del corpo, gli parvero quattr’ore almeno. Alla fine s’accorse che le candele dell’altare si spegneano una ad una. Alzò il capo, e vista scomparir l’ultima fiamma sotto lo spegnitojo, rimase nelle tenebre, se non che, dietro l’altare, un lumicino mandava appena un debole albore.
S’accorse allora come d’un’ombra, che andando in volta lungo il muro si fermava, ed ogni fratello facendo l’atto di porgerli non so che, si fece più presso a messer Benedetto per domandargli che volesse dire codesto, quando, giunto a lui l’uomo che andava in giro, gli pose in mano un certo negozio di legno lungo due palmi, che allo scuro non potè conoscer che cosa fosse: ma al tatto, sentendo certe funicelle a nodi che pendevano dall’un dei capi, scoprì d’aver fra le mani una disciplina.
Fu per lanciarla dietro a quello che glien’avea fatto dono, pure si trattenne; ed il Nobili, che lo tenea d’occhio, gli disse sottovoce: «Fa come fo io.» Troilo badava a guardare: vide messer Benedetto che, spogliatisi uno ad uno tutti i panni sopra la cintura, rimase colle braccia e le spalle nude, e presa la disciplina cominciò a battersi, e, si può credere, con più strepito che danno, e tutti gli altri fratelli facendo lo stesso venivano intanto recitando il Miserere.
Troilo si sentì montar una tale stizza d’essersi lasciato cogliere a questa baratta, della quale messer Benedetto non gli avea fatto parola, che, presa la disciplina, senza spogliarsi altrimenti, disse: «ora me la paghi senza aspettar domani.» E datosi a picchiare all’impazzata per le panche e pei muri, n’appoggiò un pajo delle cattive sulle spalle di messer Benedetto, che lo fecero accorto quanta differenza passi dal far la disciplina colle proprie mani, o con quelle d’altri. Il percosso si volse come una vipera, e Troilo, ridendo sotto i baffi, si scusò sull’oscurità e sulla poca pratica ch’egli avea di cotali esercizj.
Alla fine, verso le quattr’ore di notte, dato fine all’uffizio ed al picchiare, cominciarono i fratelli a partirsi alla sfilata; e quando la chiesa fu vuota anche i nostri due ribaldi, risaliti in istrada, s’avviarono verso il palazzo di Malatesta al Renajo dei Serristori.
Giacchè ci è dato di fornire d’un salto, ed in un attimo, quella strada, che per costoro richiese una mezz’ora di tempo e di molti passi, li precederemo col nostro lettore alla meta della loro via, e ci poseremo, aspettandoli, in certe camerette a pian terreno, delle quali, per una scaletta segreta, si comunicava colla stanza da letto di Malatesta, abitate da maestro Barlaam, suo medico ed astrologo, del quale speriamo non si sia dimenticato il lettore, quantunque da un pezzo non glien’abbiamo fatto parola. Un ospite nuovo, già comparso esso pure nel nostro racconto, s’era presentato ventiquattr’ore innanzi in questo quartiere: ma prima d’occuparci de’ suoi fatti presenti, è necessario riempire la lacuna che lasciammo nel racconto de’ suoi casi passati.
Quando Selvaggia, dalla prora della galera di D. Ugo di Moncada, ove combatteva per difender Lamberto, fu travolta nel mare ferita e mal condotta, (il lettore l’avrà, senza dubbio riconosciuta in quel soldato dal morione) dopo la prima impressione del freddo dell’acqua, non sentì più nulla, perdè la memoria ed i sensi; e quando rinvenne, si trovò racchiusa in un luogo oscuro, angusto e fetente, stesa sulla paglia e stivata tra feriti e moribondi. Le venne in mente d’esser uscita dal mondo e trovarsi nelle pene dell’inferno: ma raccolte a poco a poco le forze mentali, ed ascoltando il rumore sordo e confuso che si faceva sopra il suo capo di passi risuonanti su un tavolato, e lo strepito a scosse uguali e prolungate, prodotto dall’andar e tornar de’ remi, s’accorse d’esser nel fondo d’una galera, le ritornò la memoria della passata battaglia, ed obbliando il suo stato, le sue ferite, gli acuti dolori che soffriva, corse colla mente a Lamberto, e disse sospirando:
—Oh! me l’avranno ammazzato!....—
La ferrea tempra di questa donna non potè stare contro un tal pensiero: poveretta! si mise a piangere come un bambino. Dopo aver pianto un pezzo, diceva fra sè, in un momento di terribile disperazione:
—Come deve essere spietato!... astuto!.... quel demonio che da quando nacqui mi è sempre stato sopra accanito!.... e mi seguita dappertutto!.... in pace.... in guerra.... fin nel profondo del mare.... non c’è modo a fuggirlo!.... Ma io voleva morire questa volta.... domandavo tanto? Morire!.... ma per Lamberto, ma per salvargli la vita.... Oh sì!... appunto! anche questa era troppa gioja per Selvaggia! Una gioja!.... una che è una! non l’ha da provare.... mai.... mai! Ma chi sono io? diceva alla fine dando in uno scoppio di pianto dirotto e sconsolato. Chi sono io?.... sono un serpe? una fiera?... Che cosa ho fatto prima di nascere? che delitto commisi?... T’ho io pregato di mettermi a questo mondo, Dio terribile che mi creasti?....—
Queste tremende smanie, aumentando i mali fisici di Selvaggia, la spinsero di nuovo nel primo letargo: vi stette, immemore di sè e de’ suoi dolori, Dio sa quanto tempo! Ritornandole poi l’uso de’ sensi, si vide un cappuccino inginocchiato accanto, che le andava bagnando le tempie d’aceto. Penò un pezzo a poter parlare; appena le riuscì di farsi intendere, domandò:
—Dove siamo?—
—Sulla santa Marta, figliuolo, rispose il buon frate, nell’acque di M. Cristo, e diretti a Gaeta.—
—Oh! ditemi, soggiungeva ansiosa facendo forza di sollevar il capo: la capitana spagnuola?.... sulla quale si combatteva quando fui rovesciato in mare?—
—A picco, figliuolo; che Dio abbia in pace tante povere anime.—
—Ed anche lui?... anche Lamberto?.... anche quel bravo giovane?.... quello che tutti gli uccideva lui solo.... Oh! ditemelo? anch’esso?—
—Che volete ch’io sappia? non so di chi mi vogliate parlare, ne son morti tanti! che a saper il nome di tutti ci vuol altro! Quel che posso dirvi è, che la galera cadde sul fianco, chè una cannonata l’avea sfondata sott’acqua.... e quanto dir un’avemmaria, la bandiera di Spagna, che stava in cima all’albero maestro, scomparve nel mare.—
—Oh! me l’hanno ammazzato!—ripetè due volte l’infelice con voce debole e profonda, e rimase muta, immobile, senza mostrar di udire o di curare nè i conforti, nè gli ajuti del frate.
Giunta la galera a Gaeta, tenuta allora pei Francesi, vennero sbarcati i feriti, e Selvaggia cogli altri, ed ammucchiati in certi magazzini, sudici, malsani, del porto. Se il lettore ha veduto (e se non l’ha veduto, meglio per lui!) un ospedal militare in tempo di guerra, se il suo piede ha calcato la paglia trita e fetida che serve di letto a centinaja di feriti, ravvolti in tutte le sozzure della miseria, egli può farsi un’idea dell’orribil luogo nel quale fu ridotta la poveretta, e tenga a calcolo che, trecento anni sono, cotali ospedali eran di molto peggiori de’ nostri.
Parrebbe che la natura, formando certe esistenze d’uomini predestinate al patire, avesse cura (più crudele forse che provida) di rafforzarle con una complessione ad ogni prova: al modo istesso che, il costruttor di navi, ricuopre di rame, e rende più validi i fianchi di quelle destinate ad affrontar le tempeste ed i ghiacci del polo.
Una tal complessione avea sortito Selvaggia, ed i dolori, le malattie, gli stenti ne’ quali venne languendo per più d’un anno, non valsero a torla di vita. Non del tutto chiuse, dopo alcuni mesi, le sue ferite, fu levata a braccia (chè in piedi non potea stare) dalla paglia dell’ospedale per dar luogo ad altri feriti, e lasciata sul lastrico d’una strada, ove sarebbe morta di fame, se da caritatevoli persone non fosse stata raccolta, e soccorsa, finchè a gran pena, e dopo molto tempo, non potè riacquistar forza e salute.
Finchè avea tenuto per certo di dover morire, l’idea di lasciar la vita senza riveder Lamberto, senza saper più nulla di lui, avea reso più grave e disperato il suo male: ma appena sentì rinascersi le forze, appena le tornò in cuore un pò di vita, riprese la speranza ch’egli non fosse morto nella battaglia, che le potesse riuscire ancora di ritrovarlo, e questa speranza fu per essa la miglior medicina.
Per quanto cercasse informarsi dai soldati, dai viandanti che passavan di Gaeta, giammai le venne fatto d’udir parola che la togliesse a tanta incertezza, o le potesse dar indizio dove fosse capitato: e quando qualcun di nuovo le veniva innanzi, e dopo averlo interrogato si trovava un’altra volta delusa nelle sue speranze, la poveretta ripetea sospirando:
—Me l’hanno ammazzato!....—
Alla fine, sentendosi forte assai bene, tolse una mattina commiato da chi tanto amorevolmente l’aveva soccorsa, e sola, a piede, con un bastoncello, e senz’altro bene che que’ pochi panni che aveva indosso, e certi danari donatile da que’ suoi benefattori, prese animosa per le gole d’Itri la via di Roma. Avea udito dell’assedio che s’era stretto intorno a Firenze. «S’egli è vivo, vi sarà anch’esso» diceva «s’egli non v’è.... sarà segno ch’io posso oramai uscir di vita.... ma almeno morrò ov’egli è nato, sull’uscio di casa sua.... questa consolazione almeno me la lasceranno?.... Oh Dio! fa che non passi allora qualcuno che mi riconosca e dica: costei è Selvaggia la cortigiana, che forse sarei cacciata anche di là....»—
In cotali pensieri, variando continuamente supposizioni e progetti, veniva camminando tacita e sola. Le due prime giornate fece di molte miglia, poi le sue ferite le principiarono di nuovo a dolere, e dovette riposarsi a lungo e più sovente. Passò Terracina, le paludi, i colli di Velletri e d’Albano, battuta ora dalle piogge d’autunno, ora sfinita dalla stanchezza, ora trafitte le membra da acuti dolori, ma sempre soccorsa dalla speranza, portata dal desiderio di Firenze, ove dovea trovar fine alla lunga e travagliosa incertezza. Dopo dieci giorni di viaggio entrò una sera in Roma per porta S. Giovanni. Vi si trattenne alcuni giorni per riprender un po’ di forza, e poi di nuovo avanti, e per Viterbo, Radicofani e Siena, dopo un mese, dacchè avea lasciato Gaeta, giunse finalmente alle porte di Firenze.
Entrata in porta S. Gallo (avea dovuto, lasciando la via diritta, condursi quivi per un lungo circuito, onde evitare il campo imperiale), si buttò a giacere sotto la vôlta stessa della porta, non tanto per riposarsi, chè la sua ferrea complessione s’era più che altro rafforzata nelle fatiche del viaggio, quanto per pensar al modo di trovar Lamberto, chè in una città così vasta, ove non era mai stata, piena di tanti soldati e tanto popolo, conosceva la cosa non molto agevole. Egli è soldato, pensava; dunque, chiedendo del capitano che comanda le milizie, di ragione, dovrei poterlo scoprire. Appiccato ragionamento con alcuni di que’ gabellieri, le fu detto che il capitano de’ Fiorentini era il sig. Malatesta Baglioni, signore di Perugia.
Si scosse a questo nome, e n’avea motivo, come vedremo più innanzi. Rimase pensosa un pezzo; diceva alla fine: «Egli avrà seco mio padre!... Mio padre qui?... e posso vederlo fra pochi momenti!»
E stette ancora un buon poco battagliando con sè stessa: poi a un tratto alzandosi risoluta, disse: «Sarà forse pel mio meglio. Andiamo.» E domandando agli uni e agli altri la sua via, giunse, che già era fatto notte, al portone de’ Serristori.
Maestro Barlaam frattanto era solo nel suo scrittojo, che dovremmo piuttosto chiamare officina, essendo il luogo ove, coll’ajuto di due fornelli e di gran quantità di pentole, alberelli, lambicchi e storte componeva rimedii, stillava acque, che mantenevano o dovean mantenere la vacillante salute del suo padrone. Il magro e misero carcame del vecchio ebreo era avvolto nella classica vesta da camera, o robbone di velluto logoro, foderato di pellicce; senza il quale, grazie ai pittori e narratori di storie che ci precedettero, è impossibile di figurarsi l’alchimista.
Egli aveva tutti i vizj delle razze lungamente perseguitate, ed insieme quelle doti, direi quasi virtù, che loro concede la natura, onde non rimangano affatto senza difesa contro i loro oppressori: avaro, astutissimo, incapace di provar mai in nessun’occasione, o per chi si sia, il senso della pietà e della compassione, senz’altra cura che di sè stesso, senz’altra mira che il proprio interesse. Ma questo medesimo concentrarsi di tutte le facoltà morali nelle stretta periferia del suo solo individuo, l’avean dotato d’una mirabile rapidità di concetto nell’ordire i suoi disegni, d’una tenacità imperturbabile nell’eseguirli, e d’una prudenza calcolatrice, dissimulata e paziente per rivolgere e guidare a’ suoi fini gli uomini coi quali si trovava aver che fare. La sua mente fredda, e lucidissima insieme, potea paragonarsi ad una scacchiera, sulla quale le mosse sien rare, ponderate, frutto d’un disegno impenetrabile e sicuro.
In tempi ove gli agi, i comodi, la sicurezza della vita erano il frutto per lo più della nascita, dell’ardire e della forza materiale, egli, privo di tutti questi doni, figlio, per soprappiù, d’una razza sprezzata e maladetta, avea saputo coll’ingegno e coll’astuzia procurarsi quei beni, che per altre vie gli venivan ricusati dalla condizione sociale d’allora. Egli era giunto a sottomettersi Malatesta; ed all’ombra della sua potenza viveva vilmente, è vero, ma ricco e sicuro. Un momento di sdegno, un capriccio del suo padrone, potea però fargli perder tutto, e la vita insieme: chè l’ebreo ben sapeva di non essere amato, e che quelle carezze, que’ riguardi che gli si usavano, eran soltanto perchè si credeva non poter far senza di lui.
Conosceva Malatesta inclinato al sospetto, terribile nell’ira, implacabile soprattutto nella vendetta; e, continuo studio della sua vita era il mantener saldi ed interi i fili della rete in cui lo tenea avviluppato, far che non se n’avvedesse, e lo tenesse invece per servitore leale, affezionato, ed incapace mai di usar seco simulazione o tradimento.
Mentr’egli seduto ad una tavola leggeva un Averoe manoscritto in carta pecora, al lume d’una piccola lucerna, s’alzò la portiera dell’uscio che metteva in cortile, ed un soldato entrando, disse:
—Maestro, v’è fuori un giovane che cerca di voi.—
E prima che il vecchio avesse tempo a rispondere, entrò Selvaggia, si fermò sull’uscio, ed il soldato se n’andò pe’ fatti suoi.
—Chi siete voi?—disse Barlaam stringendo le ciglia, e mettendo la mano scarna tra i suoi occhi e la fiammella della lucerna per veder meglio chi tanto sicuramente entrava senz’ambasciata.
Selvaggia soprastette un momento a rispondere. Provava un’ indicibile passione alla vista di chi era prima e scellerata origine di tutte le sue sventure. Pure, venuta avanti lenta lenta, ed appoggiate le mani alla tavola si lasciò guardare un momento, poi con sorriso amaro diceva:
—Ho mutato viso eh? dacchè m’avete venduta.... e con quello che ho al presente sarei cattiva merce....—
Il vecchio allora la raffigurò, e senza che si potesse, dalla sua voce, dal volto, da gesto nessuno trarre il menomo indizio dell’impressione prodotta in lui da questa comparsa improvvisa, disse con impassibile tranquillità:
—Ah!.... sei tu Selvaggia?
La giovane allora punta dalla freddezza di questo sciagurato, alzò la fronte, intrecciò le braccia sul petto, e riprese con voce e modo risoluto:
—Sì, son io. Ora ascoltatemi, maestro Barlaam: in tutti i giorni, in tutte le ore trascorse in questi anni passati dal momento che mi lasciaste sola quella notte.... in quella stanza con colui.... non v’è mai nato in mente il pensiero «Dio m’avea data una figlia! Che n’ho io fatto?» Non v’è mai accaduto essere destato nel sonno dalla sua immagine? Non l’avete veduta vituperata, schernita, coperta d’oltraggi, raminga di terra in terra? Non v’è mai venuto in mente il dubbio.... essa forse è nuda, forse ha fame, forse giace inferma, e non ha chi le porga un sorso d’acqua? chi l’ajuti? ditemi, non l’avete provato mai un momento di rimorso pensando agli immeritati dolori ch’essa soffriva per cagion vostra?—
Selvaggia tacque un momento aspettando risposta, ma visto che il padre, immobile ed impassibile, cogli occhi sul suo manoscritto, non dava segno nessuno di voler parlare, proseguiva con passione sempre crescente:
—E questa miseria, questi mali ch’io v’ho enumerati, credete voi che siano stati i soli o i peggiori? Non vi nacque mai il sospetto, che quest’infelice che voi condannavi al delitto, alla vergogna, avesse forse invece sortito dalla natura un anima sdegnosa d’ogni viltà, un cuore capace di virtù e d’amore? Che quest’amore potesse divenire un giorno un bisogno per essa come l’aria che si respira? Che diventasse il suo pensiero incessante, la sua vita, l’unico ed ardentissimo suo desiderio? Che si trovasse per cagion vostra, incapace, indegna d’ottenerlo, e morisse disperata maledicendovi? Ditemi.... non vi venne mai questo pensiero?.... movetevi.... rispondetemi, per Dio!....—gridò forsennata percuotendo sulla tavola co’ pugni serrati.
—Io credo che tu abbi il diavolo addosso! disse il maestro arretrando un poco il suo seggiolone, e mezzo insospettito non volesse costei manometterlo. Simulando tuttavia sicurezza, proseguiva:
—Dimmi un poco, Selvaggia, chi credevi tu d’essere? la figlia di qualche principe? Non lo sai che sei nata in terra di cristiani da un ebreo mendico? che i ricchi, i signori hanno più stima de’ loro bracchi che de’ figli della nostra razza? che questa vergogna che tu vai dicendo non la potevi fuggire e v’eri destinata dall’utero di tua madre? E perchè vivessi almeno negli agi io t’avevo data a chi ti poteva far ricca e felice? E se tu non hai saputo governarti, se ti sei fatta cacciar via, che colpa n’ho io? e che cosa vieni a rompermi il capo con queste tue novellate e questi tuoi furori?—
—E chi v’avea detto ch’io avessi bisogno di viver negli agi? Chi v’aveva domandato tesori? Non v’è altro bene che l’oro a questo mondo?—
—Orsù, Selvaggia, se tu seguiti a far la pazza a questo modo, con un fischio fo venir qui quattro soldati che ti mettano in istrada, e quando avrò detto ch’io non so chi tu sia, avrò detto tutto. Se invece vorrai prender la buona via.... Se t’occorron danari....—
Ed un pronunziar più lento di quest’ultima frase lasciò conoscere quanto costasse al vecchio avaro.
—Io non venni qui per danari, seguitava a gridar la Selvaggia, mostrando nella voce e nella guardatura un’esaltazione sempre maggiore; venni qui perchè ho l’inferno nel cuore.... perch’io non posso viver senz’esso, perchè vo’ rivederlo ad ogni costo... perchè spero ancora, prima ch’io muoja, di trovar un cuore che non sia per me di bronzo!.... amore! oh, lo so, non è per la povera Selvaggia!.... Ma un po’ d’affetto.... oh! l’otterrò s’io ritrovo Lamberto....—
—Oh, insomma, disse Barlaam risoluto, stendendo la mano verso un fischietto d’ottone che era sulla tavola, io non t’intendo....—
Selvaggia afferrò quella mano, e mutando a un tratto l’espressione, quasi feroce, della sua fisonomia, disse con fredda e sinistra ironia:
—Non m’intendete? aspettate un momento, che io vi parlerò una lingua che intenderete.... Se vi serve la memoria! (e fate che vi serva, chè v’importa!) vi ricorderete che prima di vendermi a quell’uomo che poi m’ebbe là in quel castello del Friuli.... m’avevate promessa a Malatesta.... soldato allora de’ Veneziani... egli era sui principii e non troppo ricco... ed il prezzo ch’egli potea darvi era minore di quello offertovi da quell’altro... però all’altro mi desti, facendo credere a Malatesta ch’io fossi stata rapita da certi soldati. Non credevi eh? che ne sapessi tanto?.... voi ora direte ch’io non ho prove per convincerlo del vostro inganno... ma qui sta il vostro errore.... voi non foste avveduto, maestro! nella fretta, e pel timore non vi fuggisse di mano il vantaggioso mercato, voi scriveste un foglio al mio compratore, dicendogli come stava la cosa, e pregandolo fosse contento tenermi nascosta finchè Malatesta si fosse partito colla compagnia da que’ contorni, e così fu fatto.... Malatesta non seppe, nè sospettò di nulla, ed anzi, salito poi a maggior fortuna, v’accettò fra suoi famigliari, e vi fece ricco come siete al presente. Questo foglio vivendo io libera e sciolta nella casa di costui, lo trovai un giorno, e mi parve cosa che meritasse di esser serbata.... non pensando però mai dovesse venire un tempo che m’avesse a servir tanto.... io l’ho con me, maestro! ed affinchè non crediate che io mi vanti, vedete s’è vero.—
In così dire si trasse di seno il foglio e lo squadernò agli occhi del vecchio rimasto atterrato a quella vista.
Ben sapeva che Malatesta non era uomo a perdonagli quel tratto se gli fosse venuto a cognizione.
—Maestro Barlaam! disse Selvaggia lasciandogli libera la mano, che avea sempre tenuta ghermita durante il suo discorso, ora chiamate i vostri soldati, fatemi cacciar via, più non vi trattengo.... avreste mutato pensiero?.... m’avreste intesa questa volta?—