CAPITOLO XXI
Nel dir queste parole Niccolò s’era fatto grave nell’aspetto; rimasto sopra di se un momento, proseguiva:
—Dacchè siam venuti su questo ragionamento, sappi ch’io fo capitale di te pel tempo in cui non sarò più di questo mondo. Averardo è animoso, amante della patria, ma soverchio feroce: ed il furore suole offuscar la prudenza: Vieri, buon cittadino e valente anch’esso, ma leggiero: Bindo è fanciullo. Ed ora questo Troilo ci s’aggiunge.,.. io non diffido di lui.... ma egli era Pallesco; i suoi maggiori ed esso, insino a ieri, furon sempre nemici nostri e di questo stato.... egli è seme di traditori!.... Forse ho io il torto di porre innanzi cotali sospetti.... A ogni modo m’hai a promettere, che pel futuro, tu, Lamberto mio, avrai di questa casa e de’ miei figliuoli quelle cure che io ebbi di te fanciullo, e spenderai a loro benefizio il senno e la prudenza di che per avventura sei fornito meglio di loro. Me lo prometti, Lamberto?—
—Oh, babbo, ma pensate s’egli accade ch’io vi faccia codesta promessa! Quel poco ch’io sono, e tutto il bene ch’io ho, non lo tengo forse da voi e da’ vostri..., e potreste dubitare....—
Gli occhi ed il viso del giovane esprimevano tanta passione nel dir queste parole, che Niccolò riprese tosto:
—Tu dici il vero, non occorron promesse tra noi.... io ti leggo in cuore, ed ove tu legga altrettanto nel mio, vedrai quanta fede io riponga in te... se ti parlai a quel modo fu soltanto affinchè le mie parole ti rimanesser poi sempre più vive e presenti nella memoria. Ora dunque ascoltami: tieni a mente, che questa casa venne in qualche riputazione, e si mantenne onorata e sicura attenendosi alla nostra santa religione ed alla libertà di questo stato popolare; le quali cose non è possibile che stieno l’una senza l’altra. Religione senza libertà, non sarà religione, ma frode ed ipocrisia. Cristo re nostro non morì forse egualmente per tutti? Non volle egli che ci tenessimo in conto di fratelli? non maledisse forse i violenti, i superbi, coloro che s’innalzano sulle rovine dei deboli, che occupano il loro avere, i loro diritti, che li costringono a porre in proprio benefizio le fatiche e la vita? E quelli che operano in codesto modo chi sono eglino, se non i nemici della religione ed al tempo stesso della libertà? Quel che più nuoce poi si è, che queste male operazioni le cuoprono col manto della fede. Quali furono i portamenti dei Medici e di tutti i Palleschi? Quale il loro intendimento nell’edificare conventi, stabilir regole di frati, dotar chiese ed ospedali? Il fatto l’ha dimostrato.
Libertà poi senza religione, se pur fosse possibile stabilirla, non potrebbe durare, e saria spenta da qualunque tra’ cittadini salisse in maggior grado degli altri, o per ricchezze, o per potere, o per ingegno ed astuzia, che non avendo il freno della religione, non sarebbe schivo dal farsi ingiusto e violento, ed occupar lo stato.
Sia dunque sempre vostro primo pensiero mantenerle ambedue, chè ove queste sian salve, sarete salvi ancora voi, e non altrimenti.
Ma non i soli Palleschi sono i nemici da temersi. Io veggo serpeggiare un rumore per la città che mi tiene in sospetto. La setta di Niccolò Capponi, la setta de’ grandi, che vorrebbe ristretto in pochi il reggimento, se venisse a farsi più potente, potrebbe arrecare a questo popolo altrettanto danno di quello che si teme da’ Palleschi e dai nemici di fuori. Per ora costoro mostrano tener pel popolo: ma sarà egli da fidarsi di loro? in ogni tempo, e presso tutti i popoli, i grandi per nobiltà e ricchezza ebber sempre volto l’animo a ristringer lo stato, sperando così accrescer codesti beni, o goderne meglio e più sicuramente; e per questi motivi nelle mutazioni e ne’ contrasti cittadineschi inclinaron sempre piuttosto alla tirannide che alla libertà. E converrà aver loro gli occhi addosso, Lamberto. Io ne tenni già ragionamento con questi nostri uomini di stato, e gli ho trovati nella medesima opinione. Ora ho voluto farne motto anche con te, affinchè un giorno, quando abbi ad esercitare alcun magistrato (allora, la Dio grazia, sarà sciolto quest’assedio, la città viverà libera e felice, ed io non vi sarò più) quando t’avvenisse esser de’ rettori del popolo, ti torni a mente questo ricordo di Niccolò, e lo usi in beneficio della patria. E sappi, Lamberto, che in popolo omai corrotto, quale è il nostro pur troppo, le buone leggi ed i buoni ordini poco giovano, anzi nulla, ove non si vieti ai grandi ed ai ricchi di ristringersi e far setta tra loro. Che vale in fatti, che ad eleggere i magistrati, i rettori, e tutti coloro che debbon fare e mantener le leggi, si richieggano i voti d’uomini liberi, se questi si vendono, e se i petenti li comprano?
Però, te lo ripeto, guardati da costoro, che sono i più pericolosi nemici del viver libero, che da principio non si possono frenare perchè non apertamente colpevoli, ed alla fine perchè troppo potenti.
Nelle parole del vecchio era una tal effusione di confidenza, che Lamberto, parte maravigliato, parte commosso, non batteva palpebra, e tutto riverente lo stava ascoltando:, a questo punto però non potè tenersi di non esclamare:
—Dio mio! se voi foste all’ultim’ora non potreste parlare altrimenti.... oh! perchè tenermi cotali discorsi? Io non son tale d’aver mai in Firenze autorità nessuna, ma ciò dovesse pure avvenire un giorno, avanzerà tempo, la Dio mercè, perchè possiate reggermi ed ammonirmi al ben fare co’ vostri consigli.
—Forse ci avanzerà questo tempo che tu dici: ma ci potrebbe anco venir meno. Ti voglio a buon conto dar questi ricordi oggi, che più che mai mi sembri divenuto mio figlio: mio buon Lamberto, lo veggo, t’attristan le mie parole.... ti fanno il senso d’un’ultima dipartenza, m’è caro il tuo amore, lo sa Iddio, ma questo è tempo di virili pensieri, non di deboli affetti; prima o poi tutti dobbiamo andarcene, ed il quando poco importa: ma assai importa a me che la morte non mi colga tanto improvviso ch’io non abbia disposto tutto quanto è in poter mio a pro della città e di questa mia casa. Or va, che Dio ti benedica mille volte!—
Lamberto uscì dalla camera pieno il cuore di gratitudine, e, se era possibile, di più alta venerazione per Niccolò; pieno del pensiero di Laudomia, e formando mille disegni sul modo d’aprirsele una volta interamente. Non avrebbe tardato un momento a cercar di lei; se non che giunse in quella l’avviso, che dovesse, ognuno per non so che motivo di non grave importanza, raccogliersi in piazza sotto il suo gonfalone, per la qual cosa i giovani di casa i Lapi uscirono, e per tutto quel giorno più non poteron tornare.
Ma prima di sera Laudomia già s’era trovata da sola a solo col padre, il quale non le nascose il ragionamento ch’egli avea tenuto con Lamberto, e, pieno d’allegrezza, la fe’ sicura dell’amor suo. Sul volto di Laudomia apparve una luce di gioja così serena, così pura a quelle parole, che ben mostrava quanto divina cosa sia l’amore quando nessuna colpa lo macchia, nessun timore l’attrista, nessun rimorso lo turba. Essa alzò al cielo gli sguardi umidi, giungendo le mani e stringendosele al seno in atto tenero e riconoscente, e nel suo cuore la gratitudine verso Dio, l’amore per Lamberto si fusero in un solo affetto, ineffabile ed ardente, che per un momento cangiò il di lei pallore in un leggiero incarnato, mentre con voce tremula disse:
—Povero Lamberto! lo sapevo!—
Niccolò se la strinse al cuore e la baciò in fronte, poi soggiunse:
—Io però non volli scoprirgli quel ch’io t’avevo letto nell’animo, nè dirgli che tu l’amassi.—
Laudomia gli alzò in viso gli occhi, e, tutta attonita, disse in modo cotanto ingenuo e candido che mosse il vecchio ad un sorriso:
—Oh, perchè non dirglielo, s’egli è pur così vero? povero Lamberto! egli l’avrebbe avuto caro.—
—L’avrà più caro assai udendolo dalla tua bocca—rispose Niccolò, poi, presa una mano della figlia tra le sue, proseguiva con un affetto che sul suo volto, abitualmente severo, riusciva più commovente:
Laudomia mia, tu sei giunta al passo più grave ed importante della vita d’una donna. In questa occasione, più che in ogni altra, ti gioverebbe aver viva tua madre, ma, poveretta! tu l’hai perduta!... dal cielo almeno ella ti benedica e preghi per te; e s’io non sapessi pienamente far le sue veci, l’amore grandissimo ch’io ti porto, o meglio forse la di lei mente, di lassù m’ispirino que’ consigli e que’ pensieri che più fanno ora al tuo caso. Tu vedi in quanti pericoli s’avvolga questo popolo; in giorni più lieti, l’essere sposa ad un uomo come Lamberto ti prometterebbe una vita piena d’allegrezza. In questi invece io prego Iddio, ed egli sa con che cuore! di farti contenta, di raccogliere sul mio capo ogni sventura, purchè s’allontani dal tuo, ma sarà ascoltata la mia preghiera?.. nei casi dunque che minacciano la nostra città, armati di fortezza, Laudomia, chè forse e’ ti farà mestieri, sta preparata ad ogni fortuna, e ferma l’animo in modo che tu sappi in tutte mostrarti degna della tua fede, della tua patria, di quel sangue che ti corre nelle vene, e ch’io vi trasfusi, la Dio grazia, libero ed onorato....—
Qui il vecchio si fe’ ad un tratto scuro nel volto, serrò le ciglia, ed alzando il pugno chiuso in atto di minaccia, esclamava:
—Ah, Lisa! Lisa! Se non eri tu, questo vanto sarebbe più pieno!....—
Sentì in quella sulla sua mano gelida il tocco delle labbra tiepide di Laudomia, vi sentì il caldo d’una stilla di pianto.... ricompose il volto, e proseguì:
—E per mostrarti degna figliuola di Dio, e di Firenze, può nascer tale occasione che ti costi assai caro, Laudomia! Il primo tuo pensiero, il primo tuo affetto tra le creature viventi debb’essere d’or innanzi Lamberto, ma devi pure ad esso anteporre Iddio e la patria, che in certo modo fanno una cosa sola, poichè il bene dell’una, non mai va disgiunto dal volere dell’altro. Pensa, figliuola, che viviamo in tempi ove per la salute pubblica, quel Lamberto che ami, che sarà presto il padre dei tuoi figli, il tuo solo sostegno, l’unico conforto che ti rimanga dopo me, dovrai vederlo cacciarsi tra le ferite e le morti con occhio sereno! dovrai tu stessa spingerlo ne’ maggiori pericoli! pensar ogni volta che ti lascerà, sarà forse l’ultima! e non piangere, non dolerti, non tornar troppo agli abbracci, alle carezze, non dirgli di quelle parole che sgorgan pronte ed impetuose dal cuore in tali occasioni, ma che scuotono, rendono men sicuro l’ardire, perchè troppo rammentano le dolcezze della vita quando appunto più importa l’averla in dispregio.
La patria ne’ suoi pericoli assai chiede agli uomini, ma più forse talvolta alle donne. Agli uni il sangue e la vita propria, alle altre quella de’ loro cari. Gli uni incontran la morte nel fervor della battaglia, agli occhi de’ cittadini e de’ nemici, bollenti di furore, d’amor patrio e di gloria; le povere donne, sole, chiuse nel silenzio della casa, debbono udir lontano il fragor de’ colpi, gli urli dei combattenti, pensare: in questo punto forse cade il marito, il padre, il fratello.... tra gli uni e le altre chi ha più mestieri di fortezza, di sicurtà d’animo?.... Tu piangi, povera Laudomia?.... Non per sbigottirti od affliggerti io ti ho dipinti i cimenti ai quali sarai posta, ma perchè sappi quali sono i doveri d’una donna: d’una moglie in una città libera, perchè li pensi, li mediti, conosca quanto siano sacri ed importanti, fermi l’animo e lo disponga ad adempierli virtuosamente, e ti sostenga il nobil pensiero, che a mantener la libertà di un popolo, a produrre azioni grandi e generose, hanno grandissima forza le donne, purchè sappiano e vogliano usarla; e tu, son certo, vorrai e saprai.—
—Oh! sì, sì, padre mio.... io non mancherò.... questo mio pianto non è per poco animo.... sono figliuola vostra. Certo.... non mi vo’ far più brava di quel che sono.... pensar che Iddio mi dona oggi Lamberto.... e forse domani....—
Qui la voce della giovane fu troncata da un singhiozzo represso, le sue labbra sporgevano chiuse e tremolanti, finchè riuscì ad aprirle ad un sorriso dicendo:
—Ma non dubitate di me, babbo! Iddio mi darà forza.... e dacchè voi tenete pur le donne buone da qualcosa, non sarà Laudomia vostra che vi torrà di codesta opinione.... già non siamo a questo mondo per godercela, ma per patire come e quando piace a Dio.—
—Ora hai detto bene, figliuola, che in questa vita la vera, la sola sapienza, sta non nell’affannarsi col tener dietro ad un fantasma di felicità, che quanto più s’insegue tanto più s’allontana, ma nel racchetar l’animo nell’idea del patire. E siccome rassegnarsi a patir senza compenso è contrario ed impossibile alla nostra natura, chi vuol trovar quiete quaggiù e regger al peso de’ mali che ci opprimono, non ha altro ajuto se non la speranza d’un compenso futuro. Se questa speranza sola guidasse gli uomini, il mondo non sarebbe in mano de’ violenti, degli ambiziosi, degli iniqui, e la libertà oppressa presto risorgerebbe.
—Ma, diceva sorridendo il vecchio, io ti volevo parlare di te, delle cose tue, ed invece io ragiono di cose di stato! che vuoi? la mia vita sta presso il suo termine; mi preme il pensiero della patria, e la mente mi corre, contro mia voglia, talvolta ad esprimer quel solo. A ogni modo, anco sul fatto tuo, t’ho detto abbastanza e mi sono accorto che m’hai inteso molto bene. Ora sta di buona voglia, e piaccia a Dio di non porti a troppo ardui cimenti.—
Questo dialogo era accaduto mentre, come dicemmo, non era in casa se non Niccolò colle figlie. Lisa, che era in camera col suo bambino, si vide comparir Laudomia col viso commosso, le palpebre umide: s’avvide che qualche novità doveva esser nata; l’interrogò premurosa, e seppe dalla sorella i suoi pensieri, le sue speranze, è tutto quanto, poco innanzi, aveva discorso col padre. Laudomia parlava coll’affetto caldo ed espansivo che nasce dal bisogno d’aprirsi con quelli che si amano, e di metterli a parte delle gioje, de’ secreti del cuore, ed era troppo intenta a ciò che diceva, troppo agitata, ed anco forse troppo ingenua per avvedersi del senso che le sue parole producevano sull’animo della sorella.
Lisa la veniva ascoltando con un sorriso ch’ella cercava di rendere affettuoso e compiacente; sa il lettore che testina avesse costei. Colta all’improvviso, si sentì punger proprio, come si suoi dire, ove le doleva, dal pensiero che l’amore di Lamberto era svanito assai più presto che non era ragionevole, e non era dunque stato quale essa se l’era figurato e le parea meritare. Quest’idea riusciva doppiamente dolorosa al suo amor proprio, perchè non potea non iscorgere quanto abbietto fosse il motivo che la produceva, non v’è maggior dispetto per i superbi che venir condotti a trovarsi bassi e ridicoli nella propria opinione, e questo dispetto si dipinse amaro e cocente sul volto di Lisa. Durò un momento; e Laudomia per fortuna, non se n’avvide, chè la sorella più per ingannar se stessa, che per ingannarla (almeno così ci giova sperare per onor suo) le profuse mille espressioni e mille carezze, passato appena quel primo momento, e facendo ogni opera per persuadersi ch’ella sentiva grandissima premura per la felicità de’ nuovi sposi, ch’ella era sopra modo contenta di quest’unione, riuscì alla fine a parere, e fosse ad essere, sincera e naturale nelle sue dimostrazioni.
A due sorelle, a due giovani, in tali occasioni non mancano le parole: e qui furon molte; piene di progetti, di disegni, di disposizioni per l’avvenire, e non le ripeteremo, per l’ottima ragione che al lettore annojerebbe il leggerle ed a noi lo scriverle.
Si lasciarono alla fine abbracciandosi e rallegrandosi insieme, ed appena uscì Laudomia, che tornato a casa Troilo salì dalla moglie.
Chi l’avesse veduto per le scale dovea dire, costui del mestiere che gli tocca fare n’ha proprio piene le tasche. Veniva su lentamente dondolandosi ad ogni scalino con un fare svogliato, e si strascinava dietro una grande alabarda, che tenendola impugnata da capo presso il ferro, veniva col calcio picchiando sul ciglio d’ogni gradino. Giunto sul pianerottolo, gonfiò a un tratto le gote lasciandone tosto uscire il fiato, che durò un bel pezzo, tanto s’avea pieni i polmoni, e con certe ciglia alte ed inarcate, cogli occhi a terra e la testa su una spalla, canterellando a mezza voce, appiccò ad un chiodo l’alabarda accanto all’uscio di camera sua, si sfilò una rotella che aveva in braccio, volle deporla ritta appoggiata al muro, ma sdrucciolò e venne a terra, senza ch’egli si chinasse per raccoglierla; poi entrò ov’era la Lisa sforzandosi di fare il miglior viso che potesse, e facendosi animo col dir tra sè: «Su, Troilo, coraggio; tutta questa seccaggine non sarà senza premio!»
—Credevo s’uscisse a combattere, disse baciando in fronte la giovane così a fior di labbra, ma è stata soltanto una rassegna, ed altra novità non v’è.—-
—La c’è bene in casa, invece—rispose Lisa.
—Ed è?—
—Lamberto sposa Laudomia.—-
—Ah! eh!.... Come?.... oh! n’ho piacere.—
Poi fissando la Lisa in volto, e conosciuto ottimamente i suoi pensieri, soggiungeva, godendo d’esercitare la sua cattività naturale:
—Oh, bella davvero!.... Proprio, non l’avrei indovinata!... Chi avrebbe pensato che costoro s’amassero? Bisogna dire che se l’intendessero da un pezzo.—
Lisa si morse le labbra, e si strinse nelle spalle; e Troilo avanti:
—Davvero ci ho gusto... che a dirtela, di quel povero Alberto.... Lamberto voglio dire.... me ne sapeva male.... quantunque non avessi avuto intenzione di fargli dispiacere.... pure ero stato cagione di disturbargli il suo amore.... e nessuno più di me doveva avergli compassione, chè io so quanto vale il tesoro ch’egli ha perduto....—
E qui trovandosi alle spalle della Lisa tirò fuori dalla bocca un palmo di lingua.
—Ora ringrazio Dio ch’io vedo ch’egli non s’è buttato al tutto al disperato.... ed anche per te n’ho piacere, Lisa mia. Capisco, col tuo buon cuore doveva esser una spina.... ed ora devi provare un gran sollievo a vederlo contento, e che ha saputo così ben far uso della ragione, e consolarsi....—
—Oh! quanto a me son contentissima—- disse Lisa asciutto asciutto.
Troilo se le piantò davanti e, fissandola, disse:
—Eppure, a veder che viso fai, e’ parrebbe che fossi tutt’altro che contenta. Hai forse qualche altra cosa, qualch’altro dispiacere....—
—Io, non ho nulla.... mi pare d’essere come il solito.—
—Oh! come il solito no, Lisa mia. Perchè non dirmi addirittura: «non te lo voglio dire?» A ogni modo ti si vede in viso il dispetto un miglio lontano.—
—Ma che dispetto vuoi tu che abbia?.... e con chi?—
—Questo appunto è quello che ti domandavo... chè da me non lo so indovinare.... ma qualunque cosa sia, mi piace che in questo momento il veder felice tua sorella, Lamberto consolato e contento, ti dovrebbe rallegrare in modo da farti scordar ogn’altra cosa.—
Lisa a queste parole, delle quali conosceva la profonda ironia, senza che le fosse concesso lo sfogo di potervi risponder direttamente, fu presa da un tal impeto d’impazienza, che battè il piede in terra, s’alzò, e ripetendo due o tre volte: «Ma se dico che non ho niente!» alla fine, come i bambini cattivi, si mise a piangere.
Troilo, godendo intieramente di questa scena, che, come diremo or ora, serviva ai suoi fini, la stava guardando con mostra di grandissima maraviglia, e badava a dire:
—Io non capisco.... ma che cos’hai? Ma che è accaduto?
—Ma non ho nulla, non è accaduto nulla.... anche tu vieni qui con un certo viso, mi guardi a un certo modo.... e poi: che cos’hai.... e di certo hai qualche cosa.... e non me lo vuoi dire.... tu mi faresti uscir de’ termini.... ch’ell’è pure una gran noja....—
—Noja! mi piacque la parola! che è quanto dire: levamiti d’innanzi. Se non vuoi altro, saremo presto d’accordo.—
In così dire volse le spalle alla giovane, che mutata a un tratto, e sbigottita all’idea d’aver isdegnato quello che pur cotanto amava, si mosse frettolosa per rattenerlo; ma fu inutile, e Troilo con una strappata liberò il braccio ch’ella gli avea preso ed in quattro salti si trovò in istrada. Udito appena il matrimonio di Lamberto, era venuto in mente allo sciaurato d’impedirlo a ogni modo, chè ove s’eseguisse andava a monte affatto ogni disegno ch’egli avesse fatto sopra Laudomia: disegno appena abbozzato, che conosceva benissimo d’assai difficile esecuzione, ed al quale avrebbe forse potuto rinunciare: ma vederla ora in mano d’un altro, diede nuova forza al suo malvagio appetito, presa la cosa in gara, e conoscendo che non era da perder tempo, seppe profittar dell’occasione per far nascer la contesa colla moglie, or ora accennata, per la quale l’uscir di casa ed il lasciarla così tosto sola parve cosa naturale.
Mentre camminava, egli, che non era punto in collera, quantunque n’avesse fatto le viste, diceva tra se ridendo:
—Quest’amoroso sdegno non lo darei per un fiorino! alla fediddio, ch’egli non potea venir in miglior punto! Ora, messer Troilo; a noi, a saperlo usare! Prima di tutto, trovar modo di mandar Lamberto a cento mila paja di diavoli.... E come? questo, domando io.—
Gli sovvenne in quel punto del Nobili; di quel che gli avea detto circa la buca di S. Girolamo, del modo di potergli parlar segretamente, e pensò potersi valer di costui. In pochi minuti fu all’ufficio della confraternita suddetta, e, dato notizia di sè ad uno di quegli anziani, che conoscendo Niccolò e la casata sua, avea udito bisbigliare di tutto quanto era accaduto a quei giorni, ottenne facilmente di venire scritto tra’ fratelli. Pagò que’ pochi danari che vi volevano per l’ammissione, diede la ben entrata allo scaccino, e ricevuto l’abito della compagnia ne fece un fardelletto, col quale si mosse tutto allegro per ritornarsene a casa.
In questo frattempo Lamberto cogli altri giovani v’eran già ritornati. Questi salì in camera, si disarmò frettoloso, parendogli mill’anni di trovar Laudomia, alla quale, fatto ora mai sicuro e confidente, ardeva l’aprir una volta il cuore, e rifarsi del lungo silenzio, dell’incertezze, delle pene sofferte, scese al piano di sotto, non senza aver prima posto maggior cura del solito onde il suo vestire, i capelli, la barba, avesser miglior garbo possibile, e persino (già in certi momenti siam tutti a un modo) gettò nell’uscire di camera un occhio così alla sfuggita su una spera che era appiccata alla parete, ma nel punto istesso, fatto accorto di quel suo donnesco pensiero, rise di sè, e tirò innanzi.
Giunto all’uscio di Laudomia lo trovò socchiuso, picchiò piano piano chiamandola a nome, chè pure gli batteva il cuore assai bene; siccome nessuno rispondeva, spinse la porta ed entrò; la camera era vuota. Quantunque vi fosse stato parecchie volte, gli parve questa la prima, si sentì correr per le vene un leggier fremito non mai provato sin allora, e rimase un momento girando intorno lo sguardo sulle pareti, sul mobile tutto nitido, ordinato e ben disposto, che assai mostrava da qual gentilmano ne fosse tenuta cura. L’aria della stanza era profumata d’un certo misto dell’odor de’ fiori che ornavano l’immagine della Vergine, e della fragranza delle biancherie di bucato che coprivano il letto. La luce del giorno ormai presso all’imbrunire, cadeva languida sul pavimento sotto le finestre; e la sua tinta azzurrina si sfumava nel chiarore rossiccio diffuso dalla lampada che ardeva sopra l’inginocchiatojo.
Lamberto fattovisi dappresso fissava gli sguardi su quella Madonna, che non gli era mai sembrata di bellezza cotanto divina; considerava a minuto quel, per dir così, santuario de’ pensieri più ascosi della sua Laudomia, que’ fiori, que’ libri di preghiere, que’ cuscini che mantenevan l’impronta della persona ne’ luoghi ove si soleva appoggiare. Tutte queste cose, che per ogni altro sarebbero state mute e senza vita, per esso in quel punto aveano e senso e voce, che dolce e potente al tempo stesso, gli scendea ne’ segreti del cuore.
Tutto immerso ne’ suoi appassionati pensieri, Lamberto, quasi senz’avvedersene, piegò le ginocchia innanzi all’immagine, appoggiando al cuscino un braccio, sul quale posava la fronte. Le troppe celeri e potenti vibrazioni del suo cuore si venivan rallentando, e si perdevano in un indefinibile e placido assopimento dell’intelletto, quando sentì sulle sue spalle il posarsi d’una mano ed all’orecchio suonarsi dolce la voce di Laudomia, che gli diceva:
—Tu qui, Lamberto? E per chi preghi?—
Il giovane alzò il capo volgendosi, e che cosa provasse in quel punto, come rimanesse incontrando lo sguardo di quelle pupille umide che tanto pietosamente lo guardavano, si può immaginarlo, ma non esprimerlo. Senza mutar luogo, prese tra le sue mani quella di Laudomia, e posandovi le labbra tutto tremante, rispose:
—Io veniva per pregar te; e di qual preghiera, e con che cuore, lo sai Laudomia!—
—Sì, lo so—disse la giovane, ma gli occhi suoi diedero più piena e più dolce risposta: senz’aggiunger altra parola, s’inginocchiò anch’essa al fianco di Lamberto, che sempre le teneva la mano, ed affissati gli occhi nel volto della Nostra Donna, dopo breve silenzio, diceva:
—Oh, Maria! Se il cuor di Lamberto dovesse venirmi mai tolto, fammi prima morire!....—
E ambedue tacquero, chè il parlare era impossibile a quel punto, ed inutile tra due cuori trasfusi a un tratto l’uno nell’altro, colla rapidità di due fiamme che vengan poste a contatto.
Quando riebbero entrambi, dopo lunga pausa, la facoltà di discernere e di parlare, Laudomia impotente a reggersi più sulle ginocchia si lasciò andare su un seggiolone che avea vicino; un appassionato ed onesto languore le velava gli sguardi, che cadendo teneri e lenti sul suo caro, pur tuttavia inginocchiato a’ suoi piedi, gli narravano la sua felicità colla sicurtà confidente e ingenua d’un amore innocente. Pareva ad ambedue esser nati ad una nuova vita, trovarsi in un mondo diverso, sto per dir quasi, aver mutato natura ed essenza; nessuna memoria del passato, nessun affanno dell’avvenire; un intendersi scambievole, senza parlarsi, ed al tempo stesso un bisogno di parlarsi, e dirsi tratto tratto l’uno all’altra «Ma tutto ciò non è un sogno?.... Ma è proprio vero?» Ed intanto la mano candida di Laudomia sfuggendo ai troppo ardenti baci del giovane, gli si posava sulla fronte, e facea debol forza per tenerlo lontano.
Poi, ravviando a poco a poco le idee, e rannodando i pensieri, i casi della vita passata colla felicità presente, ricordavano mille inezie della fanciullezza, i primi pensieri, i primi moti del cuore nell’adolescienza, si chiedevano e davano spiegazioni scambievoli di parole rimaste oscure, d’atti, di sguardi, e di cento minuzie passate molt’anni addietro, ma vive sempre e presenti alla memoria del cuore: e nel tener questi cotanto intimi ragionamenti, Lamberto frammetteva ad ogni frase nomi d’amore dolcissimi, coi quali chiamava Laudomia in modi sempre diversi: nomi che non si possono ripetere, profanati come furono e resi ridicoli dai poeti arcadi, buona memoria, e dagli sciocchi, ma che perciò non son meno un bisogno, uno sfogo dell’anima quando essa prova troppo più che non può esprimere colle parole consuete.
—O mia Laudomia, diceva il giovane, mio dolce, mio solo pensiero, tu ora mi fai accorto del mio errore passato... io, che credevo d’aver provato che cosa fosse amore!.... Oh! non pensavo mai potesse giungere a tanto.... vedi.... soltanto un’ora fa, io mi struggevo pensando, che avea potuto volgermi alla Lisa.... mi parea d’aver fatto troppo gran torto al tuo amore.... che fu il primo, il solo della mia vita, ora me n’avvedo degno di un tal nome.... ora conosco che credetti amar altri.... ma non fu vero.... Oh! quanto mi conforta questo pensiero.... non fu vero!.... non amai se non te sola, di quell’amore che sola tu meriti, che solo è tuo, e lo è stato sempre nell’intimo del cuor mio, e sempre lo sarà finchè viva!.... Ma puoi tu comprender quanto quest’idea mi ridoni la vita?... Pensar ch’io non son macchiato di quella colpa che mi faceva indegno dell’amor tuo? Che lo sguardo celeste della mia Laudomia può scendere su me sereno, il suo pensiero posarsi sul mio cuore senza cader troppo basso?—