CAPITOLO XX
Voler dipingere il furore che invase Niccolò, Averardo, Lamberto, Vieri e Bindo a questo grido, lo spavento di Fra Benedetto e delle due giovani, l’agitazione di Troilo, che tutt’altro attendeva, sarebbe cosa vana, ma sei pensi il lettore. Averardo saltò sul suo archibuso che avea lasciato in un angolo: arrotava i denti, e con voce strozzata dalla rabbia diceva:
—Maladetta l’ora ch’io mi tolsi dalle mura.—
Gli altri fratelli insieme con Lamberto e Fanfulla avean anch’essi dato di piglio alle loro armi; e quest’ ultimo, senza dar segno di perturbazione nessuna, chè troppo era uso a simili strette, accese alle braci del focolare la corda del suo archibuso, dicendo: «Qui ci vuoi altro che baje»! e tutti insieme stavan per uscire, quando entrarono con impeto cinque o sei uomini del popolo minuto, artefici dell’arte della seta a servigi di Niccolò, dicendogli:
—Messere, siam qui fuori cinquanta compagni, e veniamo per guardarvi la casa e difendervi fino alla morte.—
—Che difendermi? gridò Niccolò, alle mura, alle mura! Chè questo è il giorno che tutti abbiamo a morire per la nostra libertà, ed io voglio esser il primo.—
Ed il feroce vecchio, afferrato un pezzo d’arme in asta ch’ era in un canto, voleva uscire cogli altri e correr anch’ esso alla difesa; se non che tutti si diedero a pregarlo, e fargli forza che restasse, e le figlie più degli altri, ma egli insuperbito, ributtava ognuno prima colle parole, poi cogli urti, esclamando:
—Io voglio morire ad ogni modo!—e senza poter esser persuaso o trattenuto, tirava disperatamente verso la porta, quando giunse correndo un tavolaccino della Signoria, che per parte del gonfaloniere veniva ad annunziare non esser i nemici in Firenze com’ era corsa la voce, ma aver bensì cominciato a combatter le mura, con gran numero di scale, e perciò ordinava che tutti gli uomini da fazione corressero oltr’ Arno verso S. Niccolò ove era cominciato l’assalto.
A quest’ annunzio, visto che le cose non erano ali’ ultima rovina, com’ egli aveva creduto dapprima, si lasciava pur indurre, ma non così subito, a rimanere; e fermatosi sul portone di strada colle mani alzate, disse con gran voce ai giovani che si avviavano:
—Addio figliuoli! Ricordatevi che voi siete cristiani, e cittadini liberi, ed a rivederci forse in Paradiso.—
Essi si perderono parte tra la folla, e Troilo, che avea pur dovuto andarne con loro e mostrarsi volonteroso ed ardito, pensava in cuor suo «Sarebbe bella che tutte le promesse di Baccio finissero stanotte con una buona archibusata!»
Niccolò allora, mandata a combattere anco la maggior parte degli operai che erano venuti ad offerirglisi, ne tenne con se otto o dieci onde l’ajutassero metter in ordine la casa e prepararla a sostenere un assalto. Quel suo primo furore avea dato luogo alla ragione, e poichè la città non era ancor vinta, dispose, mutando proposito, e considerando che le sue povere figliuole potean venir alle mani de’ soldati e dei Palleschi, di fortificarsi e far testa, e quando non potesse, ne gli rimanesse altro scampo, metter fuoco alla casa, ardervisi colle figlie, e salvar così a se la libertà, ad esse l’onore. E Niccolò era muso di farlo.
Serbando le antiche usanze di Firenze, ch’egli non avea voluto mutar in nulla, si trovava aver in pronto i ferramenti, le catene e i legnami, per far il serraglio. Giacevano sotto il portico del cortile, ed in un attimo vennero strascinati in istrada, e disposti in modo che si potessero in un momento porre in opera.
Ciò fatto, mandava uno de’ suoi uomini nelle case de’ Carnesecchi che stavan di fianco a quelle de’ Lapi, separati tra loro dalla via de’ Conti, dicendo si mettessero in ordine che intendeva far il ponte sulla strada, e sollecitando l’opera egli stesso, vide presto uscire dai fori disposti a quest’uso al primo piano di casa sua, lunghe travi che sospinte dagli uomini di dentro venivan introdotte in buchi corrispondenti nella casa de’ Carnesecchi. Su quelle travi furono collocati in più pezzi tavolati che si connettevano tra loro e si fermavano con arpioni, onde venivano a formare un ponte solidissimo capace di sostener uomini e munizioni per opprimere dall’alto i nemici che fossero in istrada.
Mentre Niccolò in mezzo alla via, ove pei lumi posti a tutte le finestre si vedeva chiaro come di giorno, gridando ora agli uni, ora gli altri, e facendo animo a tutti colle parole e colla presenza, ordinava questi apparecchi, nell’interno della casa si trasportavano armi d’ogni sorta dalla stanza ove eran ammucchiate, nei luoghi più vicini a quello ove si doveva combattere, nell’androne cioè, che era contiguo alla porta di strada, e su al primo piano sotto le finestre che mettevano sul ponte. Laudomia, Lisa e la vecchia ajutavano anch’esse la bisogna, e tutte affannate per la fatica, pel correre e per l’agitazione dell’animo, venivan dov’era il bisogno, arrecando fasci di picche, sassi, balestre grandi a staffa, archibusi e munizioni d’ ogni maniera.
Qucll’ardire, quella prontezza medesima che mostrò in codesta notte Niccolò e tutta la famiglia de’ Lapi, apparve spontanea e mirabile in ogni casa di Firenze[44], ed il principe d’Orange, che avea stimato per esser la notte scurissima e piovosa, e la vigilia di S. Martino, trovar le guardie negligenti o sepolte nel vino, ed aveva con questa fiducia all’improvviso assaltato le mura dalla Porta S. Niccolò a quella di S. Friano con gran numero di scale, pensandosi aver la terra per sorpresa, fu invece accolto con tanto furore d’artiglierie, trovò i bastioni così ben provvisti di difensori, che dovette alla fine ritrarsi dall’impresa con vergogna, e con non poca uccisione de’ suoi soldati. Ma se gli fosse pur riuscito di superare le mura in qualche parte, è difficile prevedere che cosa sarebbe avvenuto; e quanto a noi, crediamo che neppur per questo non avrebbe riportato vittoria; chè la milizia s’armò in un attimo, tutti i cittadini corsero oltrarno, e pei quartieri più prossimi al campo, insino ai ponti, ed al di qua per un buon tratto, le vie eran calcate d’ uomini armati; dalle case i vecchi, le donne, i fanciulli avrebbero col gettar sassi, tegoli e qualunque cosa venisse loro alle mani, dato ajuto non piccolo alla difesa, la disperazione avrebbe duplicate le forze e l’ardire d’un popolo che aveva pel passato anche troppo fatto conoscere quanto valesse nelle battaglie cittadine, e forse l’esercito imperiale che d’uomini utili non sommava a quindicimila persone, avrebbe trovato in Firenze la tomba: ma questa generosa ed infelice città era da Dio condannata a più lunghi dolori ed a maggiori castighi.
Dopo brev’ora le bande nemiche, disperatesi affatto di poter vincere, si tolsero dall’impresa, e si ridussero agli alloggiamenti, di dove l’indomani il principe d’Orange partì alla volta di Bologna onde ottenere dall’imperadore e dal papa, che s’eran colà condotti per l’incoronazione, nuovi ajuti di genti e d’artiglierie, senza i quali conosceva impossibile di far profitto nessuno. Le milizie dei quartieri, vedendo passato il pericolo, si divisero tornando ognuno a poco a poco alle sue case: le vie rimasero presto vuote, le finestre si chiusero, i lumi ed i lanternoni de’ soldati scomparvero, tutto ritornò nella quiete e nel silenzio consueto; ed in ogni famiglia i vecchi e le donne rimaste sole in casa, udendo i passi sonanti de’ mariti, de’ fratelli, de’ figli usciti poco innanzi con tanta probabilità di non aversi a riveder più vivi, e che ora tornavan salvi, e dopo aver colla virtù loro respinto il nemico e salvata la città, correvano ad incontrarli con festa, con carezze, e lodi, e abbracciamenti, e lacrime d’allegrezza, non restando di render grazie a Dio che gli avesse tutti campati da una tanta rovina. Quei fortissimi uomini, que’ poveri popolani, tutti trafelati, molli pel sudore, per la pioggia, e taluni pel sangue, deponendo per poco le loro armature, ajutati dalle mogli, dalle sorelle, dai vecchi genitori, che tosto si davano a forbirle e rassettarle per le future battaglie, si riposavano intanto cresciuti di speranze e d’ardire per l’ottenuta vittoria: seduti al fuoco, o ristorandosi di quei cibi, che comportavano le loro scarse facoltà e la strettezza presente, circondati dalla famigliuola rimessa appena da tanto spavento, e che a bocca aperta gli stava ascoltando, narravano i fatti di quell’assalto, l’irrompere de’ nemici, l’armi, l’insegne, le strane fogge, i barbari aspetti che dalle mura benissimo si eran potuti discernere per la moltitudine infinita di lanterne e di torce che portavano i nemici con loro. Descrivevano con parole vivissime il giungere, l’appoggiar delle scale, il salire a furia e tumultuariamente, e poi a un tratto dai fianchi de’ bastioni, ove nelle casematte s’ascondevano cannoni grossi ed artiglierie d’ogni misura, lo scoppiare e lo scagliarsi, come da tante bocche d’inferno, del fuoco di mille tiri, che percuotendo per fianco quelle scale le mandava a fracasso con quanti soldati portavano, tutti in un monte nel fosso: e qui aggiungevano, delle ferite, del sangue, delle strane ed orribili morti di quegli sciagurati, delle grida, dei lamenti, del guizzare dei mal vivi, del fumo che occupava ogni cosa, del tonare e lampeggiare incessante di tante cannonate, e di nuovo tutti insieme lodavano e rendevan grazie a Dio d’averli salvati dalle mani di così feroci nemici.
Quelli tra i difensori che avean riportate ferite venivano medicati con diligenza, i più maltrattati negli spedali, gli altri nelle proprie case, ed intanto si nominavano i compagni, i cittadini rimasti morti nell’assalto;, chi li compiangeva, chi pregava per essi, ma i più portavan loro invidia, tenendo per fermo fossero le loro anime, come quelle de’ martiri, salite immantinente a godere della gloria del paradiso; ed i più divoti e zelanti tra Piagnoni, stimando si fosse avverata in quest’occasione la profezia di Fra Girolamo; che prometteva a’ Fiorentini l’ajuto stesso degli angioli, divenivan sempre più fervidi in quella loro fede, tenendosi sicurissimi all’ultimo di codesti alleati, e non mancò chi affermasse d’aver veduto in aria serafini che colle spade infocate sbaragliavano, e, ad ogni colpo, abbattevano l’intere file nelle bande imperiali.
Nessuno più di Niccolò potea vantarsi d’avere intera e vivissima questa fede nel frate, e se non era forse intimamente persuaso (avea troppo senno per giungere a tanto) che dovessero apparir visibilmente angioli a difender Firenze, fondava però, sulle parole del Savonarola, la speranza, per non dir la certezza, d’uno speciale ajuto celeste pel quale sempre sarebbe stato respinto il nemico. Eppure avea potuto creder possibile che fossero entrati in città!
Quando, cessato il romore e svanito il pericolo, egli fu ritornato in camera colle figliuole, sedutosi al focolare, veniva col pensiero riandando tutto il successo di quella sera, e sospirando diceva: «Modicae fidei! quare dubitasti?» Parole usate spesse volte da Fra Girolamo, e ch’egli ora applicava a sè stesso, dolendosi d’aver potuto vacillare un momento.
Mentr’egli stava in questi pensieri, Lisa e Laudomia, ritte contro le impannate delle finestre, aspettavano con impazienza il ritorno de’ giovani, non senza agitazione e timore, che fosse avvenuta loro qualche disgrazia. Ma svanì presto ogni sospetto; e verso la mezzanotte tornaron tutti, eccetto Averardo, che quasi mai veniva a casa a dormire, e non voleva altra camera che le cannoniere de’ bastioni, nè altro letto che la nuda terra; e quella letizia, quell’ebbrezza che ci siamo ingegnati dipingere accennando il ritorno delle milizie dei quartieri alle case loro, riempie parimenti la casa de’ Lapi quando, Bindo pel primo, e poi gli altri, entrando tutti allegri, e gettando in un angolo con fracasso i loro pesanti archibusi, ancora anneriti dal recente sparare, e con un odore di polvere arsa che empiè tosto la camera, si posero intorno a Niccolò ed alle giovani, raccontando anch’essi a loro modo, con festa grandissima, e con ardite e concitate parole, la gloriosa sconfitta data all’armi imperiali. E narrando a gara le loro prodezze, e quelle degli amici e de’ cittadini più noti, veniva a saper Niccolò che Bindo avea toccata un’archibusata nel lato manco del corsaletto, ed il fanciullo, pur ripetendo che non era nulla, e mostrando non doversene far caso, scintillava d’allegrezza negli occhi, mostrando l’ammaccatura che era rimasta impressa nel ferro, e diceva in cuor suo, «son pur soldato anch’io!» Vieri narrava, come Lamberto avesse fatto cadere un sasso grandissimo con tanto giudizio e fortuna su una scala piena da cima a fondo d’assalitori, che tutta l’avea vuotata, proprio, diceva egli, come a sfrondar un ramo pieno di foglie secche: e presa poi la scala vuota pei due capi che giungevano ai merli l’avea rovesciata nel fosso, ed ucciso e storpiato con essa buon numero di nemici. Tutti poi lodavan Troilo per la sua prodezza, e Bindo più degli altri, chè avea combattuto al suo fianco, e vedutogli menar le mani in modo, che molti imperiali e Palleschi, se avessero saputo da qual mano uscivan i colpi che li ferivano, avrebber potuto dire, che Troilo recitava la parte di Piagnone un po’ troppo al naturale. Egli difatti s’era portato da soldato ardito e valoroso, chè si trovava condotto a tale da non poter fare altrimenti; rodendosi però internamente di dover correre rischio d’uccider alcuno de’ suoi amici o di venirne ucciso, mandava divotamente il canchero a Baccio Valori che l’aveva messo a questo sbaraglio, e se l’avesse scoperto tra nemici, non è certo che si fosse potuto trattenere dal fargli coll’archibuso parer poco felice la sua invenzione di mandarlo in Firenze.
Alle lodi espresse da Bindo, che Niccolò udì con mostra di contento grandissimo, parendogli sempre più confermarsi da’ portamenti di Troilo, l’intera sua mutazione, e l’amore per la parte che voleva la libertà ed il governo popolare, questi rispondeva, simulando modestia e compunzione:
—Messer Niccolò, qual merito si può avere a combatter con qualche ardire quando si fa per una causa cotanto santa, e si conosce per segni manifesti che Iddio sta per noi! E se non, paresse.... se non temessi parer troppo facile a prestar fede a certe cose nelle quali conviene pure andar cauti assai.... ardirei quasi asserire d’aver veduto questa notte gli angioli che dalle mura ributtavano i nemici.—Il mariuolo sapeva ch’era quest’opinione tra Piagnoni, ed aveva fra popoli in quella notte stessa uditone bisbigliare come di cosa veduta da molti nell’assalto:
—Iddio può tutto, rispose Niccolò, e ciò sarà forse vero: ma meritan tanto i nostri peccati? A ogni modo siam certi, che Dio si farà scudo alla debolezza nostra, e dove non giungeranno le forze umane, giungerà col suo braccio Egli. Di tanto si fece mallevadore il B. Fra Girolamo, ed i suoi miracoli ci fanno sicuri ch’egli era inspirato da Dio.... Figliuoli, riprese dopo breve pausa, io vi fui stasera cagione di scandalo, mostrai di dubitare!.... ho fatto errore, e stimo mio debito farvelo conoscere, affinchè non ne prendiate mal esempio, e duriate invece sempre più saldi in quella fede colla quale potremo alla fine ottenere vittoria.—
In un uomo qual era Niccolò, una confessione tanto candida doveva produrre gran senso; ma egli era di que’ tali che son capaci di sacrificar tutto al vero e prima di tutto se stessi.
Senza aspettar risposta alle sue parole, egli diede commiato ad ognuno, accennando all’ora tarda ed al bisogno che doveano aver di riposo, e rimasto solo, aperse il priorista sul quale soleva scrivere le cose notabili che venivano accadendo alla giornata, e dopo avervi descritto l’accidente di quella sera, ed aver poi di nuovo caldamente raccomandato a Dio la città, la famiglia e se stesso, il vecchio entrò nel letto e presto s’addormentò.
Ma sotto quell’istesso tetto, non a tutti riusciva quella notte prender sonno così subito.
Lamberto, salito nella sua cameruccia che aveva abitata sin da fanciullo, ed era per lui piena di tante memorie così dolci un tempo, ed ora così acerbe, chiamò il suo servo che l’ajutasse disarmarsi, e mentre Maurizio gli veniva prestando i suoi servigi, ogni tanto alzava gli occhi in viso al padrone, il quale non poteva a meno di non mandare tratto tratto qualche sospiro. Lo svizzero allora scrollava il capo soffiando; chè, non parendogli bene d’entrar egli pel primo su quelle cose che supponeva agitassero l’animo di Lamberto, sperava con cotali atti di condurlo a cominciar egli in qualche modo; ma quest’arti non gli riuscivano e già gli avea tratto di dosso l’arnese senza che avesse mostrato por mente a que’ suoi atti, nè profferita parola.
Maurizio allora si poneva ad asciugare e forbire con un panno l’armadura, che pezzo per pezzo veniva appiccando a certi chiodi fissi nel muro. Quando fu al pugnale, lo trasse dal fodero per nettar la lama, ed ora guardandola a striscio di luce per veder ove abbisognasse di ripulitura, ora strofinandola, osservava pur sott’occhio che viso facesse Lamberto, il quale si veniva spogliando per entrare in letto, e stava tutto scuro e malinconico. Vistolo a quel modo non si potè più tenere, e diceva, senz’alzar gli occhi dal suo lavorío:
—Io sapere tofe starebbe pene questa pella lama!—
—E dove?—domandò Lamberto sorridendo a fior di labbra, chè già mezzo indovinava la mente di Maurizio.
—Starebbe pene nella putelle di messer Droile.—
—Pazzo! mettila, mettila nel fodero, e vattene a letto.—
—Io anterò. Ma messer Droile hafer fiso di traditore,..... quello non galantuomo!.... io star pofere soltate, pofere servitore, non potere parlare... ma questa sera folefa dire «Non pefer fine, messer Lamperte, non pefere.... Ma io, soggiungeva scrollando il capo con un certo suo fare curioso, io però non hafer pefute!»—
Lamberto parte sgridandolo, parte ridendo di quella sua tedesca maniera, e dicendogli che un buon sonno l’avrebbe guarito da’ suoi furori, lo mandò a dormire, ed egli v’andò, ma ripetendo sempre «Io però non hafer pefute» ed il motivo pel quale tanto gli premeva stabilire questo fatto lo vedremo poi.
Coricatosi Lamberto, non istette forse mezz’ora, che provando una smania insopportabile, buttò giù le gambe dal letto, e messosi indosso un poco di veste andò verso la finestra, ed apertala, si pose appoggiato co’ gomiti sul davanzale a respirare l’aria libera. Quella vita di sacrificio che s’era promesso di fare, cominciava duramente per lui. Pensi ognuno come dovea sentirsi il cuore trovandosi in quella stessa casa d’onde era partito pochi anni innanzi, pieno d’amore e di speranza, e beato per tante illusioni! vedendosi accanto il terrazzo medesimo ove Lisa gli avea data quella rosa, troppo fedel simbolo della sua costanza. Per essa s’era scostato da Laudomia, avea incontrato fatiche e pericoli, lasciata la madre, (ed era stato per sempre!) per essa avea negata una parola di conforto a quell’infelice che trovò in riva al Po, a quella Selvaggia che suo malgrado, tornandogli tratto tratto alla mente, e ponendovisi a paragone della Lisa, gli facea dire: «Per qual cagione Iddio perdona egli ogni peccato, e gli uomini ne perdonano alcuni soltanto? Romper la fede data, tradir patria e parenti, dovrà trovare scusa e perdono? E non dovrà un’infelice tradita essa dal padre stesso, e strascinata suo malgrado alla colpa, trovar più misericordia nè pietà nessuna? Questa, viver vita miserabile tra gli scherni e gli oltraggi: quella, venir accolta, onorata oramai al paro d’ogni altra, ed esser contenta e felice?».... Pensare ch’essa era al piano disotto, in braccio a quello pel quale l’avea così bruttamente tradito, che bisognava pur sopportarlo, ch’egli avea dovuto perdonare ad ambedue, costretto da così strane ed improvvise circostanze, che a riflettervi pareano un sogno! Tutto ciò era peso soverchio, era troppo amaro calice per Lamberto, il quale non aveva imparato ancora, che ogn’anno aggiunto alla vita dell’uomo passa portandone seco una speranza, e lasciando in suo luogo un dolore. Egli era ancora in quell’età, ove si crede che la felicità sia una cosa lontana forse e difficile a raggiugnersi, ma però reale, ottenibile, la condizione ordinaria, per dir così, della vita; e la sventura invece un’eccezione. Dovendo ora dimenticare il passato, rinunziare ai disegni, ai desiderj di tant’anni, si consolava pensando «io ebbi disgrazia, e non seppi guidarmi» e si confortava colla lusinga di poter meglio ordinare il suo avvenire: i consigli della madre, venerandi per esso come ordini divini, stimava gl’indicassero la via sicura per giungere alla felicità, a quella quiete contenta del cuore, dalla quale si sentiva cotanto lontano. Si volgeva colla mente a Laudomia, ch’egli sin da fanciullo, come dicemmo, avrebbe amata prima di Lisa, se non gli fosse parsa troppo alta e divina cosa, nella quale neanche adesso non avrebbe ardito fermare il pensiero se non gli avessero fatto animo i conforti materni e le accoglienze di Niccolò; cercava di figurarsi una vita nuova tutta riempiuta dal suo amore, ma correndo colla fantasia dietro queste immagini, il cuore pareva arrestato da un ostacolo che Lamberto stesso non poteva definire, sul quale ripugnava ad arrestare la riflessione, quasi temesse che esaminandosi nel profondo, potesse trovarvi cosa che gli troncasse ad un colpo ogni nuova speranza, distogliendola dall’ubbidire alla madre, facendolo immeritevole dell’amore angelico di Laudomia.
Era immaginario o reale quest’ostacolo? Qual era? Neppur Lamberto, lo ripetiamo, avrebbe saputo rispondere a tali questioni; pensi dunque il lettore, se potremmo rispondervi noi! Ma forse vi risponderà per tutti il seguito di quest’istoria, ed ora lasciando il giovane ondeggiante tra suoi dubbj, troviamo gli altri abitatori di casa Lapi, che in quella notte a nessuno, fuorchè alla Lisa, non mancavan cure moleste e pensieri pungenti.
Laudomia, dopo aver condotti ed alloggiati gli sposi nella loro camera, s’era chiusa nella sua, che rimaneva di sotto a quella di Lamberto, e postasi ad un inginocchiatojo sul quale stava un’immagine di Nostra Donna, del beato Angelico da Fiesole, pregava tutta raccolta; e dai pensieri di Dio scendeva a quelli della patria, del padre, della sorella, implorando per tutti la celeste bontà, e ringraziandola d’averli salvati dall’ultimo pericolo. A vederla in orazione in atto composto, colle mani giunte, le palpebre abbassate, tanto pura ed onesta nel volto, si sarebbe pensato che quello della Vergine fosse ritratto dal suo. Dopo alcuni minuti s’alzò, e scioltasi la veste, si trovò presto nel suo lettuccio, tenendo, nel deporre o mutar panni, tali modi, che nessun occhio, per quanto fosse pudico, vedendola in quel momento non avrebbe dovuto volgersi altrove, chè il pudore in essa non era studio, neppur virtù; era natura.
In breve prese sonno, ma non istette molto a venir destata da uno strepito, che al primo svegliarsi non sapeva d’onde nascesse, tosto però s’accorse esser passi nella camera di sopra, e naturalmente i suoi pensieri si volsero a Lamberto, ricordando una ad una tutte le circostanze che a lui si riferivano sin dalla loro infanzia: fermando con delizia la mente a quell’epoca ov’egli aveva a lei consacrato il primo pensiero d’amore: chè Laudomia era modesta, ma al tempo stesso sagacissima, e s’era allora benissimo accorta qual fosse per lei il cuore del giovane, quale la cagione che l’impedì di scoprirsi, e come poi a poco venisse preso dai modi più facili della sorella, alla quale ella aveva così tosto sacrificato ogni pensiero di sè, solo per procurarle ciò che stimava la maggiore tra le venture. Ma ora che le cose eran tanto mutate, le pareva nella serie de’ tanti accidenti avvenuti, scorger come una traccia disposta da Dio per unirla poi finalmente a quel solo col quale si sentiva di poter esser felice.
Un discorso tenutole da Niccolò la stessa sera dell’arrivo di Lamberto la raffermava in queste idee, e la persuadeva che le era lecito aprire il cuore alla nuova speranza. Egli, presala per la mano, quando furon rimasti soli, le avea detto: «Laudomia, io non ho pensiero che tanto mi stia a cuore, e tanto mi tenga in travaglio nei rischj di quest’assedio, quanto quello della tua sicurezza e del tuo bene. Da più di un anno tu hai rifiutato molti parentadi che ti s’offrivano, assai onorevoli. Avrai avute le tue ragioni, nelle quali non m’intrometto; ma ora, lo vedi, io son vecchio, mille pericoli ti circondano; vorrei pur vederti appoggiata a tal braccio, che ti potesse guidare e difendere. Io ho pensato a Lamberto per te? Ora sta a te il pensarvi. S’io ti comandassi di dargli la tua mano, m’ubbidiresti?»
Laudomia, che non confondeva il pudore colla simulazione, gli avea risposto, arrossita bensì un poco, ma schietta ed ingenua: «Babbo, v’ubbidirei e ci avrei poco merito.»
Contentissimo Niccolò, veniva d’allora in poi considerando come potesse condurre a termine questo suo desiderio, e si disponeva, calmata che fosse l’agitazione che aveva turbato Lamberto al trovar, ritornando, le cose sue tanto mutate, di muovergliene parola egli stesso. Laudomia adunque ripensando ora in cuore i disegni del padre, diceva: «beata me che rifiutai codesti parentadi!» e volgendosi col cuore alla Nostra Donna di Frate Angelico, che tanto vivamente le raffigurava la divina madre della purità, la pregava chiamasse sul suo cuore la benedizione del Cielo, l’accogliesse sotto il suo manto, e sempre la mantenesse illibata in ogni atto ed in ogni pensiero; e facendo per se queste preghiere, sentiva di farle al tempo stesso anche per Lamberto, col quale le pareva ormai aver una vita, un interesse, un desiderio solo.
Con pensieri tanto diversi e lontani da questi quanto lo può esser l’inferno dal paradiso, l’anima d’un traditore da quella d’un angiolo, Troilo anch’esso vegliava accanto alla Lisa, che sola, a quell’ora, trovandosi aver raggiunto il sommo de’ suoi desiderj, e stimando la sua felicità stabilita per sempre, dormiva tranquilla e riposata. Non sapeva, poveretta, che certi errori, giammai non sfuggono al castigo neppure nella vita presente! ch’esso indugia talvolta, ma posto da Dio sulla traccia del reo non la perde più d’occhio, e lo coglie dopo lunghi anni, quand’egli forse neppur più si ricorda d’averlo meritato!
Troilo intanto, che aveva alle mani troppo diffidi bisogna per potersi addormentare così al primo, e conosceva necessario pensare e ponderar molto ogni sua azione nell’arduo passo a cui si trovava, veniva dicendo tra se stesso: «Eccomi dunque in casa!.... l’entrare è andato benone, sta a vedere come se n’uscirà!.... corpo di Fra Girolamo e di tutti i domenicani! che muso ha quel vecchione! me gli sono inginocchiato davanti come un bambino! questa, per tutti i santi, non l’avrei mai immaginata. L’avessero a sapere in campo starei fresco, vorrebbero rider poco! E quell’altro Alberto, Adalberto, che so io.... stava là ritto ritto che pareva avesse inghiottito il braccio che gli serviva anni sono, a misurar le rascie, e mi faceva cert’occhi!.... È capace immaginarsi di mettermi paura! Ora che ha la spada accanto, gli pare d’esser divenuto qualche gran cosa! e mi ricordo.... quant’anni saranno?.... che lo vedevo a bottega sul canto di Vacchereccia a innaspar seta co’ fattorini.... ma io dico così che son proprio commedie!.... Alberto! s’è messo un nome, questo poltrone, come fosse de’ duchi di Brandeburgo! Se non era che mi tocca aver pazienza, quasi quasi stasera gli insegnavo io.... Gli ho rubata l’innamorata! se non ha altro con me.... eccola qui, se la venga pure a prendere.... gli ajuterò una mano se gli bisogna, e sopra mercato.... via, muoja l’avarizia.... gli darò anche quel bambino, che se è vero che i maschi tengono dalla madre, dovrebbe, quando fosse fatto grande, aver più del setajuolo che del gentiluomo.»
Così dicendo, volgeva sulla povera Lisa, che gli dormiva accanto col suo bambino, un’occhiata piena di noja, e della sazietà che provava omai grandissima di quell’infelice.
Ad alcuno fra’ miei lettori, o le mie lettrici, se avrò la fortuna d’averne, parrà forse impossibile che un cuore umano possa giungere a tanta perversità. Beati loro! hanno la fortuna di non conoscere tutte le vergogne della nostra natura!
Proseguendo poi il corso delle medesime idee, soggiungeva: «Dice pur bene quell’altro di Ferrara, quel poeta....
Che non v’è soma da portar più grave
Come aver donna quando a noja s’ave.
Ed io... Dio sa quanto tempo mi toccherà a godermi questo diletto!.... e di giunta, aver sempre sotto i baffi quella sua bella sorellina, che par un giglio appena sbocciato.... non si potrebbe?... trovar modo?.... Eh! giudizio, messer Troilo.... che qui non si scherza! non ci mancherebbe altro, che il vecchio, o que’ grugni di lupi manari de’ fratelli se n’ avvedessero!.... eppure, a non voler morire di seccaggine in questo mortorio, bisognerà ajutarsi in qualche modo, e così, per far ora trovar qualche trastullo.... la cosa è difficile, è vero... ma alle cose facili, in fatto di donne, Troilo non ci s’è messo mai.... e se mi riuscisse, m’avrebbe a far di berretto più d’ uno, là in campo; che le figlie di Niccolò de’ Lapi son altra maggior cosa che non quelle loro sguajate di che si vanno vantando tutto giorno!....Insomma, vedremo! me ne son riuscite dell’altre; fa che nulla nulla quest’assedio s’allunghi, e col tempo e la pazienza.... e se questi arrabbiati seguitano a dir davvero, come nell’assalto di stasera, e’ ci sarà da spingere.... eppoi, io credo che quando i nostri saranno in piazza, e’ converrà loro mettere il campo sotto questa casa, a volerla avere.... hai veduto come lavora qui il nostro messere!.... In un baleno, il serraglio, il ponte, la casa piena di picche, d’archibusi, di balestre, che pareva il mastio di castello al tempo del sacco[45]. E messer Baccio, che lo vuol vivo nelle mani! bisognerà discorrer con Niccolò!»
Verso il fine di queste parole il ribaldo avea cominciato a sbadigliare e stirarsi, chè gli era pur venuto sonno: stette un altro poco pensando, e ruminando più di tutto sul fatto di Laudomia (che davvero ci duole figurarci la sua pura immagine dipinta nella mente di questo sciagurato, ma il raggio del sole si riflette pure nel più sudicio pantano senza macchiarsi), poi s’acconciò sul guanciale e presto rimase addormentato.
Non molto dopo, quando mancava un’ora all’incirca al far del giorno, si destò Niccolò, chè aveva, come accade ai vecchi, il sonno breve, e l’ebbe quella notte più del solito, non potendo esser tanto padrone di se stesso che il pensiero d’aver Troilo in casa non gli riuscisse molesto, e pieno d’indefinibili sospetti: ma quando voleva chiarirne l’origine, non la sapeva trovare, e si perdeva in mille dubbi, ognun de’ quali era lieve per se stesso, ma tutti insieme uniti si facean gravi e lo metteano in pensiero. La sua riunione colla Lisa, il ritorno in Firenze ed alla parte popolare, erano stati coloriti in modo di togliere ogni adito alla diffidenza, ma i ribaldi, per quanto siano sottili ed astuti, hanno però sempre in fronte un marchio indelebile, (Dio ne sia lodato e ringraziato) che in modo più o meno evidente, li tradisce: e la frode, per quanto s’ingegni coprirsi o celarsi colle veste della verità e della schiettezza (ci si perdoni la strana espressione) ha sempre indosso un tanfo che la fa riconoscere: ma poco giova, chè gli uomini dabbene pel timore d’ingannarsi, e di far torto a chi fosse innocente, non consentono a questi indizj, cercan prove; ed il birbone intanto gliela ficca, come pur troppo accadde a Niccolò, il quale pensando e ripensando ai portamenti di Troilo, non pensava dove intaccarlo, e dovea ridursi a dire «sarà immaginazione, o forse per l’odio gli portavo da tanto tempo.... ma non mi finisce di piacere.»
Poi, come animoso, e che non avrebbe temuto di cento uomini, non che d’ uno, soggiungeva: «Alla fine sarà quel che Dio vuole, ed il tempo chiarirà ogni cosa» e per distogliere la mente da queste angosciose idee cominciò a vestirsi, chè già a molte chiese veniva suonando l’ave maria del giorno. Fatta poi la sua preghiera, innanzi alla nicchia ov’ eran le ceneri di Fra Girolamo, accese alla lampada, che v’ ardeva dì e notte, una candela, ravvivo il fuoco del cammino, e sedutosi si diede a pensare come potesse venir presto a capo del suo disegno di maritar Laudomia a Lamberto, parendogli, quando ciò gli avvenisse, aver provveduto, per quanto si poteva in quel tempo, al bene ed alla salvezza della figliuola. Risolse anzi di non metter tempo in mezzo ed aprir al giovine l’animo suo quel giorno istesso: stava però in due, o di parlargli o di scrivergli, prese partilo alla fine di averne seco ragionamento, stimando così più facile lo scoprire l’intimo de’ suoi pensieri, chè non avrebbe voluto facesse forza in nessun modo al proprio cuore, spinto forse dal desiderio di compiacerlo.
Intanto a poco a poco s’era fatto giorno, e Niccolò sentiva su in alto della casa, madonna Fede che andava trafficando per le sue faccende: fattosi dappiede alla scala, la chiamò, e le disse, che le mandasse Lamberto, come fosse desto: egli era già in piedi e vestito, onde scese tosto e si presentò al vecchio, che fattoselo seder vicino, e guardandolo amorevolmente, dopo alcune parole, come per avviare il discorso, gli disse:
—Ora ascoltami, Lamberto: Se questa città non fosse in tanto pericolo, come essa è, o tu non fossi di casa, come tu sei, nè più nè meno ormai degli altri miei figliuoli, io non sarei mai per dirti cotanto apertamente quello che ti dirò or ora. Ma questi rovinosi tempi non comportano indugio, nè con te accade far troppi rigiri di parole, chè assai ci conosciamo l’un l’altro. Tu sai, ed io non lo dimentico, l’obbligo grandissimo ch’io ebbi a Piero tuo padre; e ti devi rammentare, che volendotene dare quella maggior prova ch’io potevo, ed essendomi avveduto del tuo amore per la Lisa, io ti tenni un giorno tal discorso da farti conoscere quanto l’avevo caro.
Iddio poi volle tribolare te e me, e le cose sono andate come tu sai. Ma fatti animo, chè forse è stato pel tuo meglio: che tu meriti altra donna che codesta pazzarella. Io ti tengo di troppo alto pensare; perchè io dubiti ti possa esser rimasta in cuore la menoma favilla di quell’amore che le portasti, dopo i modi ch’ella ha tenuto con te.
Ora dunque, senza allungarla di più, pensa Lamberto, che un’altra figliuola mi rimane, pensaci: ed insieme sappi, che Niccolò chiuderebbe gli occhi in pace, se morendo potesse riposarsi nell’idea che Laudomia non resta sola, e senz’appoggio, in tempi così tristi.... Io sono schietto con te.... più forse che non si converrebbe ne’ casi ordinarj.... Siilo tu con me,.... non parli tu col padre tuo? con quello che non avrà bene nè riposo finchè non ti veda contento?—
La commozione di Lamberto, che era venuta sempre crescendo a mano a mano che Niccolò parlava, non ebbe più misura a queste parole dette in suono così tenero; gli prese una mano, se la strinse alle labbra, e rimasto così un momento rispose:
—Oh! pensate s’io non voglio essere schietto con voi!.... e vi dirò tutto addirittura.... senza neppur ringraziarvi prima come dovrei....—
E qui cominciando da’ quei primi tempi, quando avea, ancor fanciullo, donato a Laudomia l’amor suo, gli facea l’istoria degli affetti, delle impressioni diverse che avea provate sino al momento del suo ritorno: dipingeva il rammarico, la terribile angoscia sofferta, pensando a sua madre; narrava del ragionamento avutone con Fra Zaccaria, della lettera ch’ella gli avea lasciato, ed aggiungeva:
—Oh sì! Il primo, il sommo de’ miei desiderj, la sola speranza ch’io scorgessi nel futuro, fu tosto di poter ottenere quel bene di che voi mi parlate. Ma coll’animo in tanta agitazione, tenevo questa speranza per illusione, ne diffidavo come d’un inganno. Oh! per giungere a tanto,.... perchè venga meno anco il conforto dello sperare bisogna pur esser misero! Vedevo difficoltà, ostacoli in tutto.... tremavo d’aprire di nuovo il cuore a quest’affetto,.... (s’io mi trovassi deluso, pensavo, sarebbe troppo!....) A quest’affetto che, ora lo conosco, è stato il primo, il solo della mia vita che mai potrà cancellarsi.... io credetti averlo volto altrove.... oh, come mi sono ingannato!.... mi pare ora come se mi destassi da un lungo sonno.... Oh! ma chi può dirsi degno di Laudomia...? di quell’angiolo! chi potrebbe tanto presumere di sè da sperarne l’amore!—
Da molto tempo Niccolò non avea provata gioja eguale a quella che sentiva in questo momento. Le calde parole del giovane gli mostravano che l’adempimento del suo desiderio non sarebbe costato nè a Laudomia nè a Lamberto, ed avrebbe anzi stabilita la felicità d’ambedue. Gli venne sulle labbra di dirgli «consolati dunque ch’ella t’ama» si rattenne però, frenato da un cotal senso d’alterezza, da un riguardo per la figlia, che non ardiremo chiamare eccessivo; e pensò: «Ormai la cosa non può fallire: sarà miglior partito lasciar che s’intendano tra loro.» Posta di poi una mano sulla fronte al giovane, gli diceva sorridendo:
—Eh via! ti pare? Un soldato par tuo dubitare tanto di se?... Tutti due alla fine siete miei figliuoli, non è dovere ch’io favorisca più l’uno che l’altro, e perciò ti dico: se merita il tuo amore, tu meriti il suo.—
—Oh, che dite mai! rispose Lamberto scrollando il capo, e rimase pensoso.
Ma s’egli amava Laudomia, come in effetto l’amava più di quel che sel pensasse egli stesso, a che rimaner sospeso e pensoso? Se da quello che ci siamo ingegnati descrivere sin qui sul fatto di Lamberto, ha potuto il lettore comprenderne l’animo e la natura nobile, e dilicata fino allo scrupolo, non troverà strani i pensieri che in quel momento lo combattevano.
Appunto perchè l’amor di Laudomia era il primo ch’egli avesse provato, il solo che meritasse veramente di riempire un cuore qual era il suo, e perchè ora risorgeva più possente dopo le vicende che l’avean bensì represso, ma estinto non mai, stava il valoroso giovane più timoroso di non avere ad offrirle un cuore tanto puro, tanto immemore d’ogni altro affetto, quant’ella gli pareva meritare.
Rammentando Selvaggia ed i suoi pietosi casi, si sentiva ancora commovere sin nel profondo, e questa giusta compassione, degna d’ogni anima gentile, questa premura (come non sentirla!) che provava per una infelice che tanto disperatamente s’era abbandonata all’amor suo, il povero Lamberto le scambiava con affetti d’altro genere, e sospirando pensava: «Sarei io tanto sciagurato d’offrire a Laudomia un cuore ove rimanesse vestigio dell’immagine d’una....» e non poteva sostenerne l’idea nè compiere la frase.
Agitato la sera antecedente da queste angustie non era riuscito a superarle, nè a distinguere il reale dall’immaginario, chè il giudicare è incerto ed offuscato quando le passioni sono in tempesta. A questo punto però la gioja intima ed immensa, provata alle parole di Niccolò, fu come un raggio che gli rischiarò l’animo, e dovette avvedersi quanto profondamente vi fosse radicato l’amor di Laudomia. Così dopo un momento rasserenatosi tutto in viso, si volse a Niccolò che attento lo guardava non senza maraviglia, e gli disse:
—La troppa opinione appunto che avete di me è quella che mi pone in pensiero.... ma qualunque io mi sia, meritevole o no della grazia vostra, voglio che voi mi conosciate meglio.... che sappiate tutto.... mi parrebbe tradirvi se vi tenessi celato un solo pensiero.... voi poi siate mio giudice....—
Lamberto allora narrando sin dal principio tutto quanto si riferiva a Selvaggia, apriva interamente il suo cuore a Niccolò, mostrandogliene con intera schiettezza i dubbj, i timori, gli affetti; ed il vecchio, che dall’esperienza d’una lunga vita trascorsa tra vicende ed uomini d’ogni maniera, aveva conosciuto quanto sian rari quelli che in fatto d’amore e di donne danno retta agli scrupoli, s’avvide quanto gran tesoro verrebbe a posseder Laudomia divenendo donna di chi pareva proprio formato da Dio sul di lei stesso modello. E quando il giovane ebbe posto fine alla sua, si può dir confessione, gli prese il capo tra le mani, e, baciatolo in fronte con effusione di tenerezza, gli disse:
—Va, che s’io avessi dovuto crearti apposta, per farti sposo di Laudomia, io non avrei saputo immaginare la metà di quel che tu vali.... io leggo nel tuo cuore più che non vi leggi tu stesso.... tu ami Laudomia.... e se di quell’altra sventurata non sentissi pietà non saresti quel Lamberto che sei... Orsù, sta di buona voglia, e se saprai (come non ne dubito) rendere a Laudomia accetto il tuo amore, sappi insieme, che prima di morire potrò aver ancora per cagion tua un momento di bene, in mezzo a tanti mali che ci minacciano.... chè io, vedi, non sono ormai per campare un pezzo, ma di ciò non ho un pensiero, quando sia certo che tu rimani a guardia e a consiglio di questa mia casa: chè io mi fido di te, più che d’ogni altro, Lamberto!—