CAPITOLO XIX.


A queste rigorose parole, profferite senz’arrestarsi punto con voce concitata ed occhi fulminanti, Bindo avea tentato inutilmente d’opporre qualche sillaba. Venir chiamato codardo da quel solo al quale non potea risponder col ferro gli riusciva troppo dolorosa ed insopportabil cosa, chè quantunque fanciullo non era di meno terribil natura del padre: onde alzato arditamente il viso rispondeva:

—Questo traditore che voi dite, questi che ci ha fatto oltraggio, io me n’andai senz’altra compagnia che la mia spada, in mezzo ai nemici per ammazzarlo. Avrò errato a non chiedervene licenza, ma non fu atto di codardo, credo io. Quand’egli venne a cavarmi di prigione, dormivo. Svegliato all’improvviso, neppur lo riconobbi. Uscii, trovai la Lisa, e seppi da lei che Troilo ravveduto si disponeva a venir con noi, e combatter d’ora innanzi per la libertà di Firenze....—

—Troilo in Firenze?—disse Niccolò con maraviglia grandissima.

—Egli v’è tornato con noi, ha riconosciuto il suo torto, e non ha altro desiderio che di mostrarsi buon cittadino, lavarsi della macchia di traditore e ottener la grazia vostra....—

—La grazia mia! disse Niccolò con sorriso amaro: poi rimasto un momento pensando, proseguiva: cancelli le sue ribalderie passate, torni al suo dovere, ponga la vita per questa sventurata patria, ed allora egli avrà la grazia di Dio che val più della mia.—

—E la vostra insieme—disse Fra Benedetto, che entrando avea udite quest’ultime parole e indovinato, vedendo Bindo, e notando l’alterazione dei visi d’ambedue, a chi si dovessero riferire. Accolto cortesemente da Niccolò, e sedutosi, soggiungeva:

—Io vengo a rallegrarmi con voi di due cose: l’una, che un figlio ribelle ed empio di questa città ritorni ora ravveduto a soccorrerla. D’un tale esempio in questi momenti è da tenere gran conto.... così ce ne fosser molti, ciò crescerebbe a noi riputazione, e la terrebbe ai nemici. L’altra, che Iddio v’abbia aperta una via di tor di mezzo ogni scandalo, e di mostrare che voi trattaste la Lisa con estrema rigidità, non tanto per l’offesa fatta a voi quanto per quella fatta alla patria, col dare la mano di sposa a chi le era nemico. Messer Niccolò, io vengo, com’è mio uffizio, a portarvi parola di pace, e chiedervi perdono per parte di Troilo e della vostra figliuola. Questa sottomissione serve a riparar l’ingiuria che v’hanno fatta: Troilo saprà poi egli ammendar quella ch’ei fece alla patria, e s’egli dapprima vi fece oltraggio, ora v’ha pur salvato Bindo dalla morte. Iddio, giusto e terribile, accoglie chi di cuore si pente, egli fa maggior festa d’un peccator convertito, che di novantanove giusti, messer Niccolò, vorreste voi correggere, infermare i suoi giudizj, mostrarvi più implacabile dell’istessa Eterna Giustizia?—

Il vecchio pensoso non rispondeva nulla, e colla mano alla barba, gli occhi a terra e le ciglia aggrottate, veniva considerando se dovesse tanto fidarsi di se stesso, da concedere che un uomo del quale non avea avuto sin allora il maggior nemico gli venisse alla presenza. Gli pareva cosa tanto enorme, e gli capitava addosso così inaspettata, che era pur naturale vi volesse qualche tempo per avvezzarsi alla sua idea.

Ascoltando il cuore soltanto, avrebbe risposto al frate con un rifiuto netto; ma anche prima d’udirlo, se avesse avuto il tempo di fermar un momento il pensiero, si sarebbe col suo buon giudizio persuaso presto che Troilo, rimesso in patria e divenuto buon cittadino, Troilo, al quale era debitore della vita del figlio, non poteva più trattarsi come Troilo Pallesco; e tosto o tardi, dacchè non si potea però togliere ch’egli non fosse marito della Lisa, sarebbe bisognato perdonargli e riceverlo in grazia.

Udendo com’era passata la cosa, e l’uccisione del soldato, non gli pareva ragionevole il dubitare della sua sincerità, e non essendo il vecchio per natura suo uso a tergiversare, disse finalmente:

—Chi è amico di questo popolo, e combatte per la sua libertà, non può esser mai nemico di Niccolò de’ Lapi. All’ingiuria ch’egli mi fece, ora, lo conosco, è contrapposto un gran beneficio; poi ad ogni modo, a fronte della calamità pubblica, debbon tacere gli odj privati, essi terrebber divisi gli animi, quando più è necessario che si mantengan uniti....

—Fra Benedetto! voi conoscete Niccolò da cinquant’anni, conoscete i miei pensieri, e quanto abbia curato sempre l’onore di questa povera casa! Io non mi sarei mai immaginato che m’avesse a succedere quello che m’è accaduto!.... Iddio vide ch’io meritavo questo castigo! Ora egli vuole che il sacrificio si consumi, sia fatta la sua volontà...—

E rimasto sopra di se un momento, soggiunse:

—Io perdono a Troilo ed alla Lisa.—-

—Messer Niccolò, disse il frate ponendogli sul braccio una mano: Iddio si ricorderà di queste vostre parole, ed io che vi conosco, come voi dite, so quel che vi costano, e perciò quello che valgono.—

Così dicendo s’alzava per tornare a S. Marco, non vedendo l’ora di portare a Troilo questa buona nuova; Niccolò lo rattenne. Al punto di fare alla patria il sacrificio d’un odio cotanto radicato ed acerbo, al punto di accogliere qual figlio uno di quella parte la quale gli avea sempre contrastato il più impetuoso de’ suoi desiderj, quello di veder Firenze libera e felice, e gliel’avea contrastato con modi ora astuti, ora violenti, ma scellerati sempre, si sentiva bisogno d’un ultimo sfogo, e di versare nel petto d’un amico l’amarezza onde il suo traboccava. Fatto seder di nuovo Fra Benedetto, diceva scrollando il capo, e saettando a quando a quando certe terribili occhiate che mettevano paura al mansueto religioso:

—Sì, gli perdono! L’ho detto, e basta, ma mi costa! non lo nego, mi costa, e molto! Pensate, Fra Benedetto, che non v’è stata sventura, non v’è stato danno o ruina di quante hanno percosso la nostra città, e questa mia casa dal 34[40], quando ritornò Cosimo sino ad oggi, che non ci sia venuta da quei perfidi Palleschi. Per loro l’ossa di messer Cione mio padre giacciono in terra straniera! Per loro non istette che non fossimo preda di re Carlo nel 92! Per loro questo popolo già tanto religioso e costumato, corrotto da pessimi esempi, s’è ridotto di sorte che ormai Firenze è fatta un postribolo! Per loro fu arso e saccheggiato Prato nel 12: da questi sozzi, vituperati ribaldi fu morto quel mirabile e santissimo Fra Girolamo, ed ora non contenti di metter essi le mani violente nel sangue della misera patria, chiamano in soccorso persino i barbari che gli ajutino a lacerarla.... e questo ribaldo papa benedice le spade destinate a trafiggere i suoi concittadini e a desolar quella terra che gli fu madre!.... Non dovrei parlar più di questo Troilo, poichè ho stabilito di perdonargli, ma con voi, Fra Benedetto! da 50 anni siamo amici! Egli è pur forza ch’io lo dica per l’ultima volta, egli m’ha troppo assassinato!—

Tacque un momento; poi con un sospiro disse risolutamente:

—Orsù, questa sera voi farete di condurmeli tutt’a due; voglio che ci si trovino i miei figliuoli, e Lamberto, che anch’esso lo tengo per tale. Io so che le case degli Ardinghelli andarono a sacco, e furon parte rovinate: vo’ mostrargli ch’io non fo le cose a mezzo. Venga ad abitar nella mia finchè egli abbia dove andare.... già ormai questa era troppa casa a sì poca famiglia.—

Fra Benedetto contentissimo dell’ottimo fine di questa pratica, dopo aver grandemente commendata la determinazione cotanto magnanima di Niccolò, tolta licenza se ne tornò a S. Marco, e trovato Troilo, gli fece intendere che la sera istessa l’avrebbe condotto dal suocero, che da quel momento l’accettava per figlio e dimenticava tutto il passato. Non è a dire se il giovine si mostrasse contento e grato al buon frate di cotanto beneficio. Mancava ora che dai magistrati egli venisse liberato dal bando. Fra Benedetto scrisse una lettera ad Alessandro d’Antonio Scarlattini, uno de’ cinque sindachi de’ rubelli; Fanfulla tolse il carico di portarla, e messosi per la via non tardò molto a ricomparire con risposta favorevole, per la quale Troilo ribenedetto potè uscire sicurissimo dal convento a ritrovar la Lisa, che tutta ansiosa lo stava aspettando, e fu per morir dall’allegrezza, udendo con quanta felicità venissero a terminarsi tutti i suoi dispiaceri.

Rimasti così un poco a far festa e rallegrarsi insieme, Troilo se ne uscì dicendo che trovandosi colle sole sue armi, e non avendo panni civili voleva andare a rivestirsi per potersi presentare decentemente la sera, ed avviatosi verso Calimala, veniva per istrada cercando il modo di poter senza dar sospetto trovarsi con messer Benedetto de’ Nobili per dargli la lettera di Baccio, e conferir seco sugl’interessi della parte Pallesca.

Messer Benedetto stava appunto di casa in una delle vie che da Calimala sboccano sul corso degli Adimari. Troilo, passando davanti all’uscio suo, lo trovò chiuso:, alle finestre non era persona. Andò innanzi alle sue faccende, e in una bottega di sarto vicina pochi passi trovò panni quali s’usavano in quel tempo da’ soldati: una cappa chiamata alla spagnuola, cioè colla cappuccia di dietro, calza tagliata al ginocchio con cosciali fregiati di velluto, ed in capo un tocco. Scelse colori oscuri pensando «questo zazzerone[41] di Niccolò, mi troverà più a suo modo così.» Quando fu rivestito, legò tutte insieme le sue armi, dicendo avrebbe mandato per esse, e mentre attendeva ad assettarle, venne appiccando ragionamento col sarto per veder di scoprire dove messer Benedetto si riparasse, che non avrebbe voluto entrargli in casa così alla scoperta, ma neppur s’arrischiava domandar di lui direttamente; perciò, dopo un lungo giro di parole, compose una sua novella, che veniva di Bologna per una lite che gli era mossa da certi mercanti, e gli conveniva cercar di un dottor di legge per consiglio, e pregava finalmente il sarto se ne conoscesse alcuno valente glielo insegnasse. Questi, come Troilo sperava, propose tra primi Messer Benedetto, e disse che se non lo trovasse in casa, era sicuro incontrarlo alla stamperia del Giunta, in faccia alle scalere di Badìa[42], o all’osteria del Porco, o in sulla bottega di Benvenuto Orafo in Mercato nuovo.

Troilo vi si condusse, e trovò sulla porta molti giovani ed omaccioni tutti della milizia dei quartieri, che ogni giorno vi praticavano, dilettandosi di veder lavorare il Cellini, ed intrattenendosi con esso, chè s’era messo in ordine anch’egli sotto il suo gonfalone, e diceva tante gran cose, che pareva volesse egli solo ingojarsi l’esercito imperiale. Quando Troilo vi capitò, era tra loro un gran bisbiglio, perchè Benvenuto s’era partito di nascosto d’ognuno e correva voce fosse tornato a Roma. Chi diceva che bisognava farlo raggiungere, chi voleva gli fosser saccheggiate le sue robe, altri gridava «E’ converrebbe impiccarlo» ed i più, concordavano che si dovesse bandire; questo subuglio venne a proposito per Troilo, che vide messer Benedetto tra costoro, e potè accostarsegli senza che alcuno ponesse mente al fatto suo. Fattosegli dappresso, disse, guardando il cielo: «Domani pioverà» (era accordo fatto tra il Valori e messer Benedetto, che questa frase servisse a fargli riconoscere coloro che venivano da parte del primo, e de’ quali potea fidarsi) messer Benedetto si scosse a queste parole e gli venne in mente fosse Troilo appunto, che da molti giorni aspettava: guardandolo attentamente gli parve ravvisarlo, chè non s’era imbattuto più in lui da molti anni, ed anche allora non lo avea conosciuto se non di veduta.

Trattosi seco un po’ in disparte, e saputo ch’egli era desso, gli diceva:

—Non è bene che noi pratichiamo insieme.... ma per poterci parlare sicuramente ti farai scrivere tra’ fratelli della buca di S. Girolamo[43]: io vi vo ogni sabato ed ogni vigilia di festa: per riconoscerci, che tutti colà siamo col viso coperto dal cappuccio, avverti ch’io farò un segno di croce colla mano nuda e mi metterò il guanto tossendo tre volte: tu mi ti accosterai dicendo «egli è freddo.» Ora scostati, e se mai c’incontreremo in luogo pubblico, non far le viste di conoscermi.—

Troilo gli diede la lettera di Baccio e senz’altra parola si separarono.

Messer Benedetto, cui tardava leggerla, corse a casa, si chiuse nel suo scrittojo a pian terreno, ed apertala, trovò che dapprima l’ammoniva star cogli occhi addosso a Troilo, il quale di carattere leggiero e facile a lasciarsi aggirare, correva rischio di venir sottomesso, e forse mutato dall’autorità di Niccolò; gl’indicava poi la traccia da seguirsi d’accordo con Troilo pel vantaggio generale della parte, e finiva colle seguenti parole: «E quando la città sia in mano nostra, che o prima o poi lo sarà, senza manco nessuno, lascio a voi la cura che Niccolò non ci possa fuggire: e non dico altro, ch’io so a chi lo raccomando.»

—Non dubitare!—Disse il Nobili buttando la lettera sotto il camminetto ed osservando che tutta venisse ridotta in cenere.

—L’odio ch’egli avea contro Niccolò era nato molti anni addietro da questa occasione: esercitando, messer Benedetto, non so che magistrato, ebbe voce di non aver serbato le mani nette. Niccolò, al quale era noto non esser quest’accusa senza fondamento, udendolo in una pratica scagliarsi con troppo aspre parole contro un cittadino caduto nel medesimo sospetto, lo riprese dicendogli «che a volersi far tanto sicuramente accusatore altrui conveniva esser puro.» Il Nobili, che sapeva di non esserlo, tacque, ma se la legò al dito: e da quel simulatore grandissimo ch’egli era, seppe far tanto che, rappacificato seco Niccolò, lo persuase a prestargli molte migliaja di scudi, coi quali potè dar sesto alle cose sue, e turar la bocca a chi l’accusava. Per mostrarsi grato, a uso dei ribaldi pari suoi, cercava ora la rovina di Niccolò, non tanto per rubargli quei danari ch’egli aveva di suo, quanto colla speranza d’ottenere, giungendo allo stato i Palleschi, parte delle sue spoglie, e forse tutte: chè finito l’assedio, costoro patteggiarono insieme gli esilii e le morti, ognuno de’ proprj nemici, nel modo istesso che Ottavio, Antonio e Lepido usarono al loro ritrovo nell’isola del Reno.

Troilo intanto se n’era tornato a casa per aspettar l’ora d’andar a S. Marco e levar Fra Benedetto e condursi tutti di compagnia a casa i Lapi, ove anche Fanfulla (ci scordammo di dirlo) dovea venire per volere del suo superiore, affinchè potesse al caso, render testimonianza di tutto il fatto della Torre del Gallo. Quando Lisa lo vide comparire tutto rivestito in un modo che dava buonissima grazia e sveltezza alla persona, ed insieme avea una certa gravità composta, e senza affettazione, disse tosto: «Oh quanto stai bene, Troilo mio!» poi indovinando l’intenzione sua nella scelta de’ colori, aggiungeva:

—Come ti vidi partito mi sovvenne ch’io ti avrei dovuto ammonire a non porti indosso troppe gale come usano questi soldati, chè al babbo poco gli vanno a sangue; non dovevo io sapere, pazzarellina, che il mio Troilo non ha mestieri di queste saccenterie, e sa molto meglio di me quello che si conviene? Oh! lasciamiti guardare!.... volgiti.... ora, così.... Oh, chi è bello come te in Firenze?—

Troilo, che n’era persuaso, quanto essa almeno, depose sulle sue labbra un bacio, nel quale senza la benda ch’ella aveva sugli occhi, avrebbe potuto ravvisare meno tenerezza che degnazione: ma non era ancor venuto il giorno in cui doveva conoscerlo.

—Ora senti, proseguiva la Lisa, sedendogli sulle ginocchia, postogli un braccio al collo, mentre coll’altra mano gli veniva ravviando ora la barba, ora i capelli, ora le pieghe del vestito. Senti amor mio, io vorrei avvisarti.... ecco lei che fa la saccentina, dirai.... lo so, non hai bisogno dei miei avvisi.... ma pure lo sai il proverbio, ne sa più un pazzo di casa sua, che non un savio dell’altrui.... ed io conosco il babbo.... vedi.... così alla prima e’ mette paura.... eh, tu ridi!.... non a te, lo so.... ma pure non vorrei che ti venisse così improvvisa quella sua guardatura... e poi.... lo capisci anche tu, egli ha avuto ragione d’adirarsi con esso noi.... potrebbe dire qualche parola un po’.... un po’.... che so io? Ma tu, non è egli vero? Sarai buono per amore di Lisa tua.... pensa che anch’essa ha tanto sofferto, poverina.... ed ho sofferto volentieri; son contenta ora, tornerei a soffrir il doppio, purchè sia con te, purchè non mi sii tolto..... questo dunque ti volevo dire,..... tu non te l’hai avuto per male, non e vero? e col babbo, qualunque cosa dica, tu saprai comportarla.... e....—

—Io ti taglio la parola in bocca, Lisa mia. Tu mi fai torto. Credi tu ch’io possa trovarmi a questo passo, e non aver preveduto tutto? e non essermi armato a soffrir da Niccolò persino gli oltraggi?—

—Oh, sii tu benedetto! M’hai tolto un gran peso dal cuore.... ed io che non ardivo dirtelo!.... Oh! chi ti vede tanto bello.... non sa quanto sei buono!—

In così dire gli si abbandonò sul collo senza più parlare, e rimase così per alcuni momenti. Alzandosi poi, ed asciugandosi gli occhi, diceva:

—Ora convien pensare al povero Arriguccio... vorrei aver come vestirlo un po’ a modo!... povero innocente, non ha che quella poca vestuccia! Pure m’ingegnerò.—

E, preso il bambino sulle ginocchia, gli veniva ravviando i capelli, acconciando i panni, e mentre attendeva a questa bisogna, sentiva l’oriuolo di Palagio suonar le 22 e mezza. Alle ventitrè dovean muoversi; l’avvicinarsi di quell’ora desiderata prima con tanta smania, ora le metteva in cuore un indefinibile terrore, sentiva farsele più rapido il batter de’ polsi, mille sospetti, mille paure le si affollavano nella fantasia, ora volgeva il cuore a Dio con una breve e fervida preghiera, ora baciava il fanciullo, ora volgeva gli occhi a Troilo, cercando di trovar nella sua vista un po’ di forza, un po’ di coraggio, sperando d’incontrare un suo sguardo che la confortasse: ma egli era seduto col gomito appoggiato sul davanzale d’una finestra, il suo viso era immobile volto verso strada, Dio sa a che cosa aveva il capo a quell’ora. La povera Lisa avrebbe accolta un’occhiata, in quel momento, come un benefizio, ma non l’ebbe, e suonaron le 23.

Sentì un momento quasi mancarsi le ginocchia; ma le scorrea nelle vene il sangue di Niccolò, e perciò questo momento di debolezza passò come un lampo. Recatosi in collo il bambino s’alzò, chiuse gli occhi pregando Dio d’ajutarla, poi si mosse arditamente con Troilo e s’avviarono verso S. Marco senza profferir più una sola parola per tutta la strada: e trovati alla porta del convento Fra Benedetto e Fanfulla che gli aspettavano, tutti di compagnia presero la strada, e dopo non molto picchiarono al portone de’ Lapi.

Niccolò avea frattanto fatti avvisare i suoi figliuoli affinchè si trovassero in casa a quell’ora, e dato a Laudomia il carico di preparare una camera per la sorella e il cognato ove stesser col loro bambino comodamente. Quand’essa ebbe ammannito tutto quanto occorreva, scese e trovò Niccolò seduto sul suo seggiolone, ed i suoi figli Averardo, Vieri e Bindo in piedi all’intorno, tutti armati; v’era anche Lamberto, e Niccolò gli diceva:

—Lo conosco, figliuol mio, quanto t’ha a parer duro veder costui in casa mia. Che poss’io dirti? Egli è marito di Lisa!... egli viene a combatter con noi!..... Egli m’ha pur campato Bindo dalla morte! potevo io negargli il perdono? potresti tu negarglielo? Ti volli ora presente a questo fatto perchè ti conosco saldo d’animo.... e in tutti i modi vi sareste pur dovuti rivedere prima, o poi... e ciò forse ti riuscirà men grave accadendo qui in nostra presenza.—

—Padre mio, rispose Lamberto, di tutto quanto vi verrà bene di risolvere sul fatto mio ora, e per l’avvenire, voi non v’avrete mai a scusar meco. A me basta che mi vogliate tener per figliuolo, e quanto al resto, io farò di mostrarmi sempre maggior d’ogni fortuna.—

—Tu parli da uomo, Lamberto!.... poi scrollando il capo, soggiungeva: Lisa, Lisa, tu fosti pur pazza!—

Averardo allora, uomo ruvido, feroce, di pochissime parole, e che non aveva altro pensiero fuorchè delle cose della guerra, disse con malumore:

—E le pazzie delle donne tocca a noi a scontarle.... perciò non tolsi mai donna.... ora io vo’ sperare che questi sposi non vorranno indugiar troppo.... non gli aspetterò un pezzo, alla croce di Dio. S’è visto oggi in campo un gran rimenarsi... non vorrei s’entrasse in ballo, ed io non esservi!—

Vieri, che all’opposto del fratello era di quegli uomini ch’hanno la felicità d’esser sempre beati, anche fra le malinconie e le sciagure, tanto che neppur pareva nato de’ Lapi, diceva ridendo:

—Eh! non dubitare; se anche perdessimo una qualche archibugiata, non ce ne vorrà mancar per questo.... di tal derrata ce n’è abbondanza, la Dio grazia.... così la ci fosse di starne e fegatelli, e di buon trebbiano. Ho veduto dalle mura che governo hanno fatto delle vigne sul poggio sopra Arcetri, ve n’è rimasto quant’io n’ho sulla palma della mano. Se è così per tutto, avremo a bere trebbian di carrucola.—

Niccolò non rispose nulla, ed Averardo, senza far nemmen l’atto di sorridere, disse mezzo stizzito:

—Beato te, che la ti va sempre per un verso.—

—Mi va! mi va! Già lo sai ch’io voglio aspettare a star ingrugnato quando sarò nella bara, chè ora non ci conosco profitto nessuno. Eh via! stiamo di buona voglia, che forse forse la finirà meglio che non pensate. E tu, Lamberto, rallegrati che hai pur fuggito il gran brutto rischio.... è mia sorella la Lisa, ma non importa, avresti avuto per donna una pazzerellina, e di costoro n’è gran dovizia in Firenze; sarai sempre a tempo.—

Mentre erano in questi ragionamenti comparve la fante M. Fede, e distesa una tovaglia di bucato su una tavola, vi depose un vassojo con due fiaschi di vino; venne Maurizio, il famiglio di Lamberto, quello ch’egli avea tratto dall’Adda, portando i bicchieri ed un piatto di confetti, chè in quel tempo in Italia ogni riconciliazione voleva il bere, come anche oggi giorno nelle province meridionali di essa, ove sono frequenti risse sanguinose fra contadini: e ci sovviene aver assistito ad una di queste paci, ove due che s’erano voluti ammazzare il giorno innanzi, vennero condotti tutti malconci e colle ferite fasciate, a bere insieme: e ci fu detto, che dopo quest’atto non vien neppur in mente di dubitare, che non si siano vicendevolmente perdonato.

Dopo il breve dialogo che abbiamo narrato, si erano tutti ammutoliti, che in quei momenti ove abbondano i pensieri vengono meno le parole. La fante soltanto bisbigliava sommessamente col famiglio per dirigere l’apparecchio, e tratto tratto dava un’occhiata ai suoi padroni, chè si moriva di voglia d’appiccar discorso sul ritorno della Lisa e mostrar l’allegrezza che ne sentiva; vedendoli tutti ingrugnati, quando appunto, secondo essa, avrebbero dovuto confortarsi e far buon viso, non sapea darsene pace, ma poi s’acquetava colla solita riflessione che usava applicare a tutti i casi superiori alla sua intelligenza, ed ove entrassero signori e ricchi, e diceva fra se stessa: «già, hanno le loro fantasie! È inutile, bisogna lasciarli stare.»

Maurizio invece, sotto l’apparenza fredda e riposata degli uomini boreali, si rodeva di dover far onore ed accoglienza a quello che aveva fatto così brutto torto al suo padrone, pel quale sentiva l’affetto esclusivo, scevro d’ogni pensiero d’utile proprio, che, a vergogna dell’umanità, ha nel cane il più perfetto modello. E quando M. Fede gli disse tutta contenta:

—Vedi Maurizio, di questi fiaschi ce n’è pochi in Firenze! gli avevo riposti,... pareva che il cuore me lo dicesse, a che dovevan servire!—

Egli rispose scrollando il capo:

—Questo fostro messer Droile, io piuttosto harchibusata, che picchieri di fino!—

In quella s’udì picchiare, e tutti si scossero. Corse la Fede ad aprire, e dietro di lei si slanciò Laudomia, non tanto per abbracciar più presto la sorella, come per non lasciar ch’entrasse sola dal padre: Bindo anch’esso si fece incontro a Troilo per introdurlo. Aperto appena l’uscio, le due sorelle si trovarono abbracciate stringendosi co’ visi e coi petti, e rimasero così senza profferir parola, quanto il dire un’avemmaria: scioltesi alla fine, Lisa prese in collo il bambino, che era stato fin qui portato dal marito, e si mosse con Laudomia che con una mano la teneva per un braccio, coll’altra le cingeva la vita. Fra Benedetto andava innanzi, dietro Troilo con Bindo, Fanfulla veniva l’ultimo.

Niccolò si preparò per riceverli in piedi accanto al suo seggiolone con una mano su un bracciolo, e l’altra pendente lungo la coscia. Stava col petto aperto, le spalle ritte, avea l’occhio grave, non lieto, ma sereno. Da un lato Averardo, scuro ed austero in viso, colla sinistra sull’elsa, la destra dietro le reni, dall’altro Lamberto, che se dovè mai ringraziar Iddio d’avergli data un’anima forte, fu per certo in quell’ora. Vieri anch’esso, prese un contegno serio e conveniente. Appena Fra Benedetto fu sull’uscio, cominciò a dire, venendo pur avanti seguìto dagli altri:

—Messer Niccolò, ecco qui la vostra figliuola, ecco messer Troilo, che sanno d’aver bisogno del vostro perdono e vengono a domandarvelo,... pronti ora, e sempre, a far tuttociò che voi vorrete.... e sperano che gli vogliate accettare nella grazia vostra, e tenerli in conto di figliuoli amorevoli ed ubbidienti.—

Mentre il frate parlava, la Lisa tutta tremante, retta da Laudomia, s’era venuta accostando, ed alfine cadde ginocchioni a’ piedi del padre, col viso basso, nascosto in parte da quello del suo bambino, che al veder tanta gente nuova si stringeva colle sue manine alla madre. Troilo anch’esso aveva posto a terra un ginocchio, un po’ più addietro. Nel prepararsi col pensiero a questa scena, aveva proposto di non iscender ad atto cotanto umile: inginocchiarsi avanti ad un setajolo! Avrebbe tenuto pazzo, e deriso chi gliel avesse suggerito. Ma all’entrar in quella camera, l’alta e maestosa figura del vecchione popolano, l’autorità veneranda che appariva sulla sua fronte e in tutta la persona; il senno, la fortezza che gli splendeano negli sguardi; tuttociò l’aveva turbato, l’aveva vinto in modo, che cadutagli ad un tratto ogni superbia, e trovatosi tanto piccolo, tanto basso e spregevole a petto a quell’uomo, fu quasi, senza saper come, da una incognita ed invincibil forza prostrato a’ suoi piedi. Sentì in quel momento venirsi meno l’ardire di dar opera al brutto tradimento: gli era sembrato che la prima occhiata del vecchio l’avesse penetrato fino nel profondo del cuore, n’avesse tosto conosciuto lo scellerato mistero, per poco non gli abbracciò le ginocchia, confessando ogni cosa, ed implorando perdono. Ma a condurlo a quest’atto non potea bastare la sola commozione di quella prima vista, senza che vi s’unisse uno di quegl’impeti virtuosi che ferman talvolta anco i ribaldi sull’orlo del precipizio: ma di quest’impeti non era capace l’anima di Troilo.

Anzi gli sovvenne in quel momento di Baccio Valori, de’ suoi amici del campo, gli parve vedersi innanzi i loro visi che ridessero della sua dappocaggine e lo schernissero; si raffermò più che mai ne’ suoi primi pensieri, e conosciuto che dal non recitar perfettamente la sua parte in quell’occasione potean generarsi sospetti sul fatto suo, e seguirne la total rovina della sua impresa, compose il viso e la persona, e s’armò per parlare in modo che la simulazione riuscisse perfetta.

Quanto a Niccolò, aveva alla vista di Troilo, provata inestimabile passione, ma premendola in cuore, gli piantò gli occhi in viso per veder pure che faccia avesse quest’uomo che gli era stato cagione di tante perturbazioni. «È bello, non si può negare!» disse fra se, poi tosto soggiunse: «Come mai potè la Lisa innamorarsi di costui!» Che se era piaciuto agli occhi di Niccolò, era stato ributtato dal suo cuore. Ma non fece caso di questo giudizio, stimandolo effetto dell’odio che gli aveva sin allora portato, e non l’ebbe appena veduto piegare il ginocchio, che gli disse:

—Alzatevi, messer Troilo! Lisa, alzati, ed ascoltatemi.—

Rimessisi in piedi ambedue, Niccolò proseguiva:

—S’io v’apersi là porta di casa mia non fu con animo di dirvi di male parole, o farvi rimproveri sulle cose passate. Per quanto s’attiene a me, ed all’ingiuria che voi m’avete fatta, io son contento perdonarvela liberamente, e vi prometto cancellarla in tutto e per tutto, così Iddio cancelli i miei peccati. Ma voglio che sappiate, messer Troilo.... e ve lo dico ora a viso aperto, per non dover mai più per l’avvenire entrare in questo discorso,.... voglio che sappiate, che se voi non tornavi in Firenze; se invece di venir a difendere la libertà di questo popolo, come, da quanto mi è stato detto, voi avete in animo di fare....—

—E’ v’hanno detto il vero, messer Niccolò, ch’io non ho altro desiderio...—

—E così voglio credere.... Ma lasciatemi dire. Se dunque all’opposto voi fossi rimasto coi nemici della patria nostra, tenete per fermo, messer Troilo, che Niccolò de’ Lapi prima d’accettarvi per genero si sarebbe lasciato tagliar a pezzi. Ma ora, se Firenze ha fatto guadagno d’un buon soldato, d’un difensore di più, non solo v’accetto per genero, ma benedico tutti i miei dispiaceri, che alla fine vengono a riuscire a beneficio della nostra città. Io non farò differenza d’or innanzi tra voi, e gli altri miei figliuoli; ma è dovere che sappiate, ch’io ho giurato ad essi, e così giuro a voi, per quelle ceneri che voi vedete là in quella nicchia (e le indicava col braccio alzato e l’indice teso) e furon raccolte ancor calde dal rogo d’onde l’anima santa di Fra Girolamo volò in paradiso, vi giuro, che se mai per vostra mala fortuna v’accadesse di mancare in qualsisia modo al debito di buon cittadino, vi saprò giungere, o io col ferro, o quell’Iddio che ascolta, e rafferma sempre la maledizione d’un padre, colla sua vendetta.—

Troilo a queste parole si sentì correr un freddo per le vene, ma, a somiglianza del reo, che posto alla colla si sforza di parer franco, e non dir parola che possa tradirlo, rispose arditamente e con quanta veemenza gli fu possibile:

—Ed io, messer Niccolò, a patto d’esser da voi tenuto per figliuolo d’or innanzi, accetto sul mio capo questo sacramento che voi fate; e coll’ajuto di Dio, e del beato Fra Girolamo, ch’io voglio d’or innanzi per solo avvocato e protettore, io mi confido che non sia per avvenirmene male nessuno.—

—E così credo anch’io, rispose Niccolò, poi soggiunse, additando l’un dopo l’altro i suoi figli; questi Averardo, questi e Vieri, Bindo, e questi è Lamberto....—

A questo nome Troilo si scosse, che sapeva tutto quanto era passato fra esso e la Lisa: essa abbassò gli occhi ed impallidì. Niccolò, rimasto un momento come riflettendo, soggiunse, guardando Lamberto, che rimaneva immobile e gli si veniva intorbidando lo sguardo:

—Lamberto! Niccolò ha perdonato!.... Orsù, figliuoli, ascoltatemi!.... son io che parlo! (e nel profferire queste parole la faccia del vecchio divenne accesa, e la voce terribile). Si tratta di Firenze! si tratta della patria e non di noi! Alle sue ingiurie pensiamo e non alle nostre! Ci sta sul capo l’ultima rovina, e potremmo aver altro pensiero che del suo pericolo? Unione! concordia! per Dio! chè le città divise furon sempre preda d’ogni nemico, e lo sa Firenze, lo sa tutta Italia. Contro i nemici della libertà nostra, contro i traditori e i ribelli a questo stato popolare si volgan gli odj, le forze e l’armi di tutti: ma chi si ravvede sia accolto come fratello. Ricordatevi di Lorenzo dei Medici venuto a morte.... il beato Fra Girolamo gli offerse misericordia e perdono al solo patto che restituisse lo Stato che ingiustamente teneva, ed al popolo la sua libertà. Rifiutò il perdono, e morì da quell’empio e ribaldo ch’egli era: ma stava in lui l’ottenerlo, nè il nostro santo maestro glielo avrebbe negato, ove avesse dato segno di penitenza e restituito il mal tolto. Così non si nieghi da noi. Come ci ajuterà Iddio, se ostinati seguitiamo ad offenderlo?—

—Oh! messer Niccolò, disse Fra Benedetto giungendo le mani, sono sante queste parole! Oh, fosse qui presente tutta Firenze ad ascoltarle!—

Il vecchio allora voltasi alla fante le fece un cenno, ed essa, venuta avanti con Maurizio, si fermarono innanzi a Niccolò presentandogli il vassojo col vino ed i bicchieri; ed esso empiutili, fe’ che ciascuno prendesse il suo, e così tutti bevvero. Poi Niccolò pose le mani sulle spalle di Troilo, lo baciò in bocca (com’era costume nelle paci) baciò la figlia ed il bambino, e tutti, gli uni dopo gli altri, fecero scambievolmente lo stesso.

Volle Niccolò che anche madonna Fede ed il famiglio, bevessero. La fante ubbidì tosto, ed accostandosi alla Lisa col bicchiere in mano, le disse:

—Madonna, io lo sapevo, che questo giorno doveva venire, e.... non per vantarmene.... ma m’ero botata a’ Servi di digiunare ogni sabato, perchè Dio e la santissima Nunziata ci facessero questa grazia.—

—Io t’avrò dunque quest’obbligo,—rispose Lisa sorridendo.

Ma non fu mai possibile di far bere Maurizio, che alle istanze della fante rispose sempre «Non hafer sete!» e neppur a Lamberto non venne fatto di vincerlo, onde spiccandosi dall’impresa, gli disse ridendo, Vieri:

—Se tu avessi saputo che non amasse il vino, conveniva lasciarlo bere l’acqua dell’Adda.—

Maurizio ingrugnato non rispose, e se n’andò brontolando e ripetendo fra se stesso: «Harchipusata, e non picchier di fino!»

La brigata intanto senza badargli s’era seduta in cerchio attorno al fuoco; le due sorelle vicine, Laudomia con Arriguccio sulle ginocchia, Troilo accanto alla Lisa tenendola per la mano, Fra Benedetto allato a Niccolò, e tutti con modi più sciolti venivano entrando in varj ragionamenti, quando a un tratto vennero scossi, ammutolirono, e teser l’orecchio all’udire un tocco della campana grossa del Consiglio, e poi due e tre e quattro, e via via sempre con maggior furia sonare a stormo, e quasi ad un tempo risponder tutte le campane della città, con un fremito, un rombo lontano che pareva venisse per l’aere dall’alto, e nascesse da turbe che mandasser grida e facesser tumulto in distanza; poi qua e là si fecer sentire colpi d’archibuso, e poco stante scoppi più forti d’artiglieria; ed intanto il fragore pareva si venisse accostando, le vie s’empievano di gente, di romore, di grida, s’aprivano e si serravano a furore porte e finestre, e pareva insomma che la città tutta si fosse per qualche grave ed impensato accidente levata in arme: e facendosi d’ora in ora più frequente il correr de’ popoli per le vie, e più alto il bisbiglio, s’udì sotto le finestre passar correndo una frotta d’uomini, ed una voce gridare: «Arme, arme, popolo e libertà!.... I nemici sono in Firenze!»