CAPITOLO XVIII.
Le colline che sovrastano a Firenze dalla banda di mezzodì, entrano colle loro falde nella cerchia delle mura, tantochè dalla via de’ Bardi alla porta a S. Giorgio, la città si viene alzando quasi in anfiteatro: fuori della terra sorge gradatamente il poggio ricco d’uliveti, di vigne e di molte case sparse; a mezza costa siede Giramonte; e sulla cresta del giogo d’onde si scende in val d’Ema, sta la Torre del Gallo, ove il conte Piermaria di S. Secondo avea i suoi quartieri, e dove era parimente alloggiato Troilo degli Ardinghelli.
Quell’edilizio non consiste in una sola torre, come parrebbe mostrare il suo nome. Essa s’innalza sull’angolo d’una casa in forma di rettangolo, con un cortile interno circondato da un portico: la torre, alta due volte la rimanente fabbrica, è a molti piani; sulla cima un terrazzo munito di merli, ov’è piantata un’asta colla banderuola di ferro che ha la figura d’un gallo.
All’epoca del nostro racconto il viottolo pel quale vi si giunge dal piano de’ Giullari era chiuso tra due file di cipressi, per mezzo le quali la Lisa e Fanfulla venivan camminando, preceduti da Michele, che con una lanterna illuminava la via. Giunti in casa, e nella camera ove Troilo dormiva, disse il servo:
—Madonna, il padrone m’ha comandato ch’io facessi ogni vostro volere.... già e’ non accadeva... io che gli sto vicino di dì e di notte, so ben io.... infin quando dorme, vedete, egli ha sempre in bocca il vostro nome.... ancora jer notte, senza andar più in là.... lo sentii... credo che sognasse.... e gridava «Io voglio la Lisa mia! Se non la riti trovo io morrò senza manco nessuno!»
È facile l’immaginare quanto dolci suonassero al cuor della giovane i discorsi di quel mariolo. Malgrado la lunga via, ed il disagio sofferto, non le pareva a quel punto sentir più stanchezza, e col bimbo in collo che le dormiva su una spalla andava girando per le camere; e considerando il disordine grandissimo ch’era là dentro, diceva sorridendo a Fanfulla:
—Si vede bene che qui non son donne! Guardate, poverino, egli ha un letto che un cane non ci dormirebbe.—
E nel dir queste parole, dato a Fanfulla il bambino, si poneva sollecita a rassettar le coltri, rimboccar le lenzuola, osservar che pendessero uguali e simmetriche da tutte le parti, con quel fare di superiorità incontrastata che è proprio delle donne in queste occasioni. Rifatto il letto a suo modo si volgeva al resto della stanza, ove non eran che poche sedie ed una tavola, ingombrate in modo di biancheria, panni, guanti ed altre robe, che molte eran cadute a terra. Le sole armi tutte riunite insieme pendevano forbite e lucenti lungo la parete. Era sulla tavola una specie di valigetta mezzo aperta. La Lisa per fortuna non pensò nè a toccarla nè a guardar che cosa contenesse; avrebbe forse in esse trovato materia di gravi obbiezioni alle parole udite poco prima dal servo.
Finito di metter in ordine, e coricato nel letto il fanciullo, diceva, guardandolo dormire riposatamente:
—Oh! vedete, Fanfulla, se questa cosa non par proprio condotta da Dio! Jer notte egli ebbe a morire.... e stasera, con tutto il disagio ed il freddo di questo viaggio.... e’ par che non abbia avuto mai male! Da quanto tempo me lo diceva il cuore, che a venir qui sarebber finiti tutti i miei guai!—
Il seguito di quest’istoria mostrerà quanto sia un bel fidarsi di quel benedetto cuore, che però moltissimi, e le donne più di tutti, ascoltano qual consigliero e profeta infallibile.
Troilo frattanto spiccatosi dal Valori se n’era venuto a casa diviato; ed entrando nella camera, ov’era atteso con tanto desiderio, buttò su una sedia cappello e pastrano, e mettendo un respiro libero, disse con grande allegrezza:
—Finalmente eccomi da te! e qui, viva Dio, non avrò più nè commissario, nè principe, nè altro malanno che mi venga ad intorbidare.... ma da quanto vedo (e dava un’occhiata in giro) è facile accorgersi ch’io non son più in balìa di quel disutilaccio di Michele, che mi tiene questa camera com’una stalla. Lisa mia, tu sei sempre a un modo, sempre amorevole, sempre un’angioletta!—
Poi presole le mani, e guardandola fissa nel viso, che per le moltiplici commozioni di quella sera se l’era infocato, e non appariva smunto e sparuto quanto lo era in effetto, le diceva:
—Brava, Lisa mia! Tu m’hai voluto uccellare, è questo quel viso tanto munto, tanto brutto....? un pò dimagrata lo sei, ma ora ti ristorerai d’ogni affanno.—
—Oh! amor mio, dicea la Lisa fuor di se, è proprio vero? Siam proprio riuniti? Mi par un sogno.... mi par d’impazzare certi momenti.... se fosse un sogno, oh, poveretta me quando mi destassi!—
Alzatasi poi, e condotto Troilo vicino al letto, soggiungeva:
—Vedi il povero Arriguccio nostro! Che viso patito, coll’ossicine a fior di pelle! Tu t’aspettavi fosse più grande, più bello eh? Ho fatto assai a tenerlo vivo; non avevo più latte!.... Oh! che giorni, che notti ho passate! ti narrerò tutto, ma ora non voglio pensar che al presente.... il passato è passato, e per sempre!—
Fanfulla, per non turbar quei primi momenti ch’egli stimava egualmente dolci per ambedue, s’era fin qui tenuto in disparte: comparve intanto Michele con un pò di cenetta; sederono tutti e tre, e mangiarono lietamente. Troilo allora volgendosi a chi era stato scorta alla sua donna, e che al viso ardito, al parlare, alle cicatrici ond’era segnato gli pareva uomo diverso da quello che dinotavano i panni ond’era vestito, gli diceva:
—Neppur ho avuto tempo di rendervi quelle grazie che merita la gran cortesia usata da voi alla mia Lisa....—
—Oh! Troilo mio, interruppe essa, egli ha fatto tanto per me, che s’io gli dessi il sangue neppur potrei compensarlo.—
—Sappiate, madonna, rispose Fanfulla, che in tutta la vita mia, vecchio come sono, io non ebbi mai il maggior piacere di questo ch’io provo stasera vedendovi contenta, e ridotta in luogo sicuro con vostro marito. Oh! che diavolo vi vien in mente di parlar di cortesia, di compensi? Con me non ci voglion queste novellate, buone pei cortigiani..... e la prima volta che v’occorra nulla, m’avete a dire «Qua la tua pelle, chè mi bisogna» questo sarà il mio guiderdone.—
A queste parole Troilo stava per rispondere, pensando al tempo stesso venir con bel modo a domandar chi egli fosse, chè pur si sentiva una gran curiosità di saperlo, ma entrò in camera Michele tutto ansante, chè aveva fatto le scale correndo, e disse:
—Messer Troilo! è qui il sig. commissario che vi vuole, e sale da voi.—Il giovane mostrando maraviglia, e contorcendosi sulla sedia con impazienza, diceva:
—È pur una gran cosa ch’io non possa godermi in pace un momento.... questa è pur una gran noja!.... Animo, fagli lume, e fallo entrare. Volto poi a’ suoi commensali, proseguiva: Già sarà per qualche malanno.... non ne mancan mai. Entrate tutt’a due in quella cameruccia e badate a non farvi sentire, che guai se vi vedesse! e’ vorrebbe sapere chi siete.... poi, talvolta da solo a solo potrò sbrigarmene più presto.—
Fanfulla e la Lisa alzatisi in fretta presero un lume e si ritrassero in uno stanzino attiguo.
Poco stante entrò Baccio, e mentre Troilo gli facea riverenza, dicendogli ad alta voce: «Qual buona faccenda vi conduce qui a quest’ora?» con un cenno dell’occhio e della mano gli mostrava che la Lisa era nel camerino.
Baccio rispose con uno sguardo, e, sedutosi, cominciò a parlare, procurando alzar la voce abbastanza da poter essere udito da essa. Affinchè la cosa principale ch’egli voleva fosse ascoltata dalla giovane, paresse venirgli detta a caso, e come si narrerebbe un fatto di poca importanza, disse a Troilo, che il principe l’avea mandato per commettergli un incarico di gran momento, e da tenersi segretissimo, che per allora non voleva dirgli altro, ma si trovasse la mattina appresso armato, a cavallo, sulla piazzetta del Pian de’ Giullari, e sarebbe stato mandato a tal impresa che, riuscendo, buon per lui; moltiplicava poi le carezze e le buone parole con dirgli, ch’egli era molto innanzi nella grazia del principe, e sapendo mantenersela n’avrebbe potuto ricavar onore ed utile grandissimo. Passando poi da questi ad altri ragionamenti, fatti come per ozio, diceva, quasi rammentandosi a un tratto:
—Oh, a proposito, sai! quel giovanotto di stasera.... quello ch’io ho campato dalle forche, ad istanza tua, e’ me ne sa male, ma per lui non c’è rimedio.... quel che non è stato stasera sarà domattina.—
—Oh! come?—disse Troilo.
—Che vuoi? Il principe non so da chi ha saputo la cosa; e’ dice che non è per sopportar questi assassinamenti.... tanto più, quando gli hanno detto ch’egli è figliuolo d’un Piagnone, di quel Niccolò de’ Lapi.... (A questa parola un grido soffocato s’udì nella cameruccia vicina); «quell’arrabbiato, egli ha ordinato, s’impicchi domattina...» e quando ha detto voglio... già sai, è tutto inutile; per un verso e’ dice bene, se non si castigasse l’insolenza di costui, avremmo sempre a guardarci la vita contro questi traditori.... anzi, come il carcere costaggiù presso la villa è pieno, il giovinetto è stato condotto a questa Torre, e chiuso per stanotte sotto la volta qui al terreno.—
Troilo allora con grandissima istanza si poneva a pregar il Valori che volesse interceder per lui e trovar modo a salvarlo.
—Ascoltami, rispondeva Baccio asciutto asciutto, tu daresti del capo nel muro. Ma se vuoi dar retta a me, di questo fatto non t’impicciare, che una tanta premura pel figlio d’un Piagnone, non mi sa troppo di buono. Io ti voglio bene, e però non dirò nulla, ma avverti a quel che tu fai, Troilo!—
Così dicendo s’alzò, ed uscito seco scese le scale; quando furono in parte da non poter essere uditi dalla Lisa si cacciarono a ridere, e Baccio diceva:
—Hai tu inteso il grido, quando dissi Niccolò de’ Lapi? io ho colto dove posi la mira. Or bene, eccoti qua cento scudi d’oro, e la lettera, sii avveduto, chè buon per te; già feci motto qui al conte Piermaria che dirà ai suoi uomini d’obbedirti in tutto, e preparati a far questa difficile impresa, degna d’un paladino della Tavola Rotonda... e potrai dire a Niccolò «Ecco il figliuol vostro liberato per virtù del mio fortissimo braccio! miglior salvocondotto non lo potresti avere.... e sappimene grado. Addio.»
Troilo, risalito in camera, trovò la Lisa, che tutto sossopra e piangendo gli si buttò al collo esclamando:
—Oh Dio, Dio! che ho io inteso? C’è qui un mio fratello?.... e si vuoi farlo morire? Oh, dimmi presto! chi è? come?... per qual cagione? non si potrà salvarlo! ma qual è, qual è de’ miei fratelli?—
—È Bindo, rispose Troilo, mostrando anch’esso grandissimo turbamento, pur troppo è Bindo,.... benedetto ragazzo!.... è stato tutto per volerti troppo bene,.... e però gli perdono, e vorrei salvarlo a costo....—
E qui si batteva la fronte col pugno in atto disperato; poi narrava alla Lisa tutto il fatto, soggiungendo:
—Io non t’ho detto nulla.... prima, neppur v’è stato tempo.... poi, lo tenevo campato, e speravo domattina poternelo mandar libero a Firenze.... ma ora, come si rimedia.... oh Dio, Dio! che orrenda cosa!—e colle mani ne’ capelli dava in nuove smanie.
—Come si rimedia? gridava la Lisa disperata, ma in qualche modo si rimedia!.... si trova una via.... ce ne sono tante.... Ma non capisci che Bindo non può far questa morte.... che non è possibile.... che sarebbe un orrore troppo grande.... per cagion mia.... il suo sangue mi cadrebbe sul capo a me.... a te.... sul capo di quel povero bambino che è là! Ma non è vero che non c’è rimedio.... oh! sì, Troilo.... dimmi che c’è.... che l’hai trovato.... siete due uomini, ci son io.... io.... io sola farò per tre.... oh! ma è troppo.... che io avessi all’anima anche il sangue di questo fanciullo! è troppo, è troppo....—
—Chetati Lisa, in nome di Dio,—diceva Troilo abbracciandola.
—Chetatevi, diceva Fanfulla, chè con queste smanie si farà poco frutto.... pensiamo... e forse... mi son trovato in peggiori imbrogli!.... ma vedete, col gridar non si fa nulla.—
—Non grido, rispondeva la giovine tutta tremante, no, ecco, sto zitta.... v’ubbidisco.... ditemi voi quel che debbo fare.... ma salvatemi Bindo.... non è egli vero che l’avete trovato il modo?... oh! se sapeste, una povera donna che è già con tanti rimorsi, ed ora avrò anche questa uccisione... oh, ma parlate una volta! non avete cuore, non avete pietà nessuna!...—
Troilo s’era posto a sedere col capo tra le mani. Alzato in piedi ad un tratto, e presa pel braccio la Lisa disse risolutamente.
—Sì, perdio, v’è il rimedio.... uno solo, e bisogna adoperarlo. Lisa! io ti sacrifico più che la vita! stanotte fra tre ore.... quando tutti dormono, rimane soltanto un uomo di guardia al portone.... so la camera di quello che ha la chiave del carcere..., con questa daga l’ammazzo:.... all’altro faccio lo stesso.... se la cosa mi riesce, e non può fallire, domattina saremo tutti salvi a Firenze.—
La Lisa non potè formar parole, ma gli si buttò tra le braccia, stringendolo e baciandolo pel petto e per la faccia dove le veniva: quando si fu racchetata, Troilo se la fece seder vicina, poi proseguiva:
—Da gran tempo, Lisa mia, io mi sentivo spinto a lasciar questo campo. I miei maggiori furon tutti Palleschi, ed anch’io lo era, venni a questa guerra, onde i Medici fosser rimessi, ma non pensando mai che questo bastardo di questo papa volesse, com’ora si è conosciuto, la total rovina della patria nostra. Non è ora il tempo di spiegarti a minuto quali siano stati i miei dubbj, le mie incertezze; quanto sia stato contrastato dall’amor di parte per un verso, dell’amor tuo e della città nostra per l’altro. Questo solo ti dico, che mi sono risoluto in tutto combatter per Firenze e non contr’essa, e quest’occasione presente io la credo mandata da Dio per darmi l’ultima spinta.
—Oh! non dir altro, Troilo mio, ch’io non reggerò a tanta allegrezza. Che potrà dir il babbo quando conosca questo tuo proposito.... Oh Dio! questa è una felicità troppo grande.... e quel poverino cacciato dal nonno, che non avea più nè casa nè tetto!... questa è opera tua, Dio grande, benedetto! Io non meritavo tanto bene.—
—Ora, disse Fanfulla, che tutto si mette per la buona via, non gettiamo il tempo in ismanie ed in allegrezze, e pensiamo all’essenziale.—
—Sì, sì, disse la Lisa; e volgendosi a Troilo tutta contenta soggiungeva: sai, ove accada dover menar le mani per salvarci, questo, che ti par un paltoniere con quel sajaccio logoro (e batteva colla mano sulla spalla di Fanfulla) questi, vedi, si sa ingegnare anche lui.—
Ed aprendogli i panni sul petto gli scopriva il giaco ond’era armato. Troilo, l’andava squadrando con maraviglia, ed essa:
—Vuoi che ti dica chi è? Niente meno che Fanfulla da Lodi, uno de’ tredici di Barletta, e il più bravo di tutti....—
—Voi mi fate troppo onore, madonna.—
—Che ne dici? ho io avuta buona compagnia a venir qui?—
Troilo, che avea inteso nominare costui per uno de’ più arrischiati demonii che fossero allora tra’ soldati, e sapeva benissimo tutto il fatto di Barletta, si mostrò contentissimo di conoscerlo, e d’aver un tanto ajuto, ma nel suo interno pensò: «Qui ci vorrà gran giudizio.» Dapprima non sapendo chi si fosse, e tenendolo un qualche bottegajo di Firenze, avea divisato condurlo seco alla finta uccisione del carceriere, pensando: Egli rimarrà indietro pauroso, e vedendomi menar il pugnale narrerà ch’io veramente l’abbia morto, e me n’avrà maggior fede egli, e quanti l’udranno in Firenze raccontar questo fatto; ora, saputo chi egli era, disse «S’io lo conduco meco egli è muso da tagliarmi a pezzi tutta la guardia della porta, e succeda poi quel che vuol succedere.» Perciò, quando Fanfulla, imbaldanzito sempre più per le lodi della Lisa, e contento d’aver da fare qualcosa dell’arte sua, disse:
—Messer Troilo, quantunque sia opera non troppo lodevole dare a chi non se l’aspetta, pure in questo caso, che esce dagli ordinarj, se volete, io v’ajuterò a spacciar uno di que’ ribaldi, ed anche tutti e due.—
Troilo lo ringraziò, dicendogli: non esser prudenza andar più d’uno a questo fatto, che tutto dipendeva dal non esser sentiti, e perciò ne lasciasse ad esso solo il carico, come a pratico della casa, e del resto non dubitassero.
Era un’ora dopo la mezzanotte, e fra tre ore avean risoluto por mano all’impresa, calcolando di poter esser sul far del giorno già assai ben lontani dal campo. Troilo, avendo a dar sesto a tutto quanto occorreva perchè la cosa andasse netta, persuase alla Lisa di gettarsi sul letto a riposare il poco tempo che le rimaneva. La giovane se ne sentiva grandissimo bisogno ed acconsentì. Quando si fu coricata, Troilo la coperse col suo mantello ed uscì promettendo sarebbe tornato più presto che potesse; aggiungendo non istesse in pena se avesse tardato, chè senza alcun fallo, per l’ora stabilita, sarebbe venuto a levarla.
È pur una gran fortuna che sia negato all’uomo conoscer il futuro! Que’ pochi momenti di felicità che si godono di quando in quando e ci ajutano a sopportare i dolori della vita, sarebber perduti, o almeno ridotti a un piccolissimo numero. La povera Lisa, che dopo tanto soffrire si riposava ora col suo bambino sul letto di suo marito, che avea temuto non riveder mai più, o rivedendolo, esserne ributtata; che godeva dell’impensata gioja di ritrovarlo, non solo amorevole e fedele, ma di vederlo deciso ad abbandonare quella parte per la quale sarebbe stato sempre nemico a suo padre ed alla città, se avesse potuto legger nell’avvenire, conoscere il cuore di quello che ora le era cagione di tanta dolcezza, si sarebbe scagliata fuor di quel letto come da un nido di vipere, e anche questo poco conforto, questa breve pausa, sarebbe stata negata a quella misera, cui rimaneva pur ancora tanto a soffrire.
Essa invece, ignara del futuro, si sentiva finalmente, dopo tante procelle, nascer in cuor una calma serena e confidente; le pareva agevole, ridotti che fossero a Firenze, riacquistar la grazia del padre pel mutamento di Troilo, del quale pensava fosse dovuto a lei tutto il merito, e sperava dover anzi trovar presso Niccolò maggior favore di prima. Il cuore le prometteva ogni bene, e la poverina, secondo il solito, gli dava retta. Abbandonandosi tutta a questi sogni di felicità, si veniva a poco a poco addormentando, mentre Fanfulla seduto all’altro capo della camera, volgendole le spalle, s’era posto a recitar salmi ed orazioni, memore degli ultimi ricordi di Fra Benedetto. Per vincere il sonno, che pure l’aggravava, si teneva sulla vita, senza appoggiarsi, colle mani intrecciate fra la ginocchia pronunciando sotto voce bensì, ma spiccato e presto presto; poi, a poco a poco, il moto della labbra diveniva meno rapido, le palpebre gli s’abbassavano, il capo e la persona s’andava sbilanciando in avanti, finalmente perdeva l’equilibrio del tutto, ma riavendosi tosto, riprendeva la prima posizione, col muover delle labbra, ed in questa alternativa veniva passando un tempo che Troilo impiegava ben altrimenti.
Sceso dalla sua camera andò in quella del conte di S. Secondo, posta al terreno, e, come a persona intrinseca ed alla quale non eran celate le deliberazioni anche importanti del papa e del commissario, gli fa palese tutto quel che si stava preparando, onde meglio colorire la sua andata a Firenze, richiedendolo al tempo stesso volesse agevolargli questo suo disegno. Il Conte udì il tutto, nè gli parve trovar nulla da mutare a questa trama, fuorchè una sola cosa che non gli finiva di piacere, ed era il dar ad intendere alla Lisa e al suo compagno di aver ad ammazzar due uomini, e che ciò non fosse vero, almeno per uno, e per ragione adduceva, che potea benissimo per mezzo di qualche prigione, o in altro qualsivoglia modo, venirsi a saper a Firenze questo fatto, e che nessuno v’era rimasto ucciso, e ciò verrebbe talvolta a generar sospetti sulla sincerità di Troilo, e sulla cagione che gli avea fatto abbandonare il campo.
Questi conosceva che l’obbiezione non era senza fondamento, ma rimaneva sospeso, senza poter immaginare come fosse possibile riparare a quest’inconveniente. Il conte lo tolse d’impaccio dicendogli: «che tra suoi uomini ve n’era uno grandissimo amico d’Anguillotti da Pisa[39], che l’avea confortato fuggirsi, ed egli sapendo certissimo che gli aveva promesso di far le sue vendette, s’era risoluto comandare al suo sergente, che alla prima fazione gli facesse dare un’archibusata per levarselo d’innanzi, ed aggiungeva: senza tenerlo più a disagio, te lo farò metter di guardia al portone, e così avanzerà tempo di quello che già in cuore gli avevo promesso. Un po’ prima un po’ dopo sarà tutt’una per lui.»
—Quando sia così, e che a voi non importi, anzi abbiate motivo di mandar costui alla morte, conosco anch’io, che la cosa si farà con maggior apparenza di verità.—
Quanto al carceriere, che il conte Pier Maria non volea s’uccidesse, essendo uomo da fidarsene, lo fe’ chiamare, e in presenza di Troilo l’avvertì, che nella notte questi sarebbe entrato in camera sua per la chiave; se fosse venuto solo gliela desse, ed allora non era difficoltà, se (per preveder tutti i possibili) avesse avuto un compagno, Troilo fingerebbe di piantargli un pugnale nel petto, ed egli mostrasse di dar i tratti senza gridare, come accade a chi è ferito in parte molto vitale.
Rimasti così d’accordo, Troilo, nel prender commiato, domandò al conte:
—Posso servirvi di nulla in Firenze? Ora ch’io divengo setajuolo, se vi bisogna velluti, broccati, sciamiti, voi non mi farete torto eh? E vi potrò dir presto quanto stanno il braccio.—
—Addio, addio pazzo. Ma se in un pajo di braccia di quale stoffa tu vorrai, mi mandassi il capo d’Anguillotto, chi me lo portasse avrebbe una mancia che lo ristorerebbe del disagio: digli però, che se il pane non gli è venuto a noja, faccia di non venirmi nelle mani.—
Troilo uscì, e andò alla stalla ov’era il suo cavallo, gli pose sella e briglia, e gl’involse l’ugne in certi stracci, onde il cavarlo fuori non fosse sentito sul lastrico; ed avendo così preparato tutto, risalì in camera, e trovò Lisa e Fanfulla addormentati: si pose pianamente a sedere, e rimasto così una mezz’ora, quando gli parve il momento risvegliò l’una e l’altro, e disse: «ora è tempo, prepariamoci.»
La Lisa fu tosto in piedi, e preso il fanciullino gli pose, così addormentato com’era, il seno in bocca, onde svegliandosi non gridasse. Troilo s’armò, ajutato da Fanfulla, poi prese una lanterna, che copriva col pastrano, s’avviarono tutti e tre giù per la scala, in punta di piedi, e, giunti al basso sotto il portico del cortile, disse Troilo: «Aspettatemi qui, io vo per la chiave.» Voleva Fanfulla ad ogni patto venire ad ajutarlo, dicendogli sotto voce: «gli metterò due dita al collarino, che vi so dire l’azzitteranno subito» onde il giovane conobbe sempre più quant’importasse l’andar solo, e con gran difficoltà riuscì pure a liberarsi dal suo troppo zelante compagno, dicendogli; «no, no, rimanete, piuttosto, se volete ajutarmi, quando mi vedrete tornare, intanto ch’io cavo di prigione il giovinetto, voi gettatevi sull’uomo di guardia, e fate che il primo colpo sia l’ultimo.» Si mosse senza aspettar risposta, e dopo tre minuti, ricomparve, alzando il braccio per mostrar la chiave. Fanfulla s’era intanto accostato muro muro sin presso il portone, come un tigre che sta per iscagliarsi sulla preda, e teneva nuda in mano una mezza spada larga, pesante e che radeva: veniva a trovarsi tre passi lontano dal soldato di guardia, il quale appoggiate le due braccia sulla bocca dell’archibugio, di tanto in tanto abbassava il capo sonnecchiando, e scopriva così un palmo di collottola. Vide venir Troilo, dette uno slancio menando un rovescio, e la testa del soldato cadde da un lato, il corpo dall’altro. Fanfulla forbita la spada sull’erba, la ripose nel fodero, e levando in ispalla l’archibugio del morto, se n’andò colla Lisa innanzi sotto i cipressi, in luogo coperto ed oscuro, ad aspettare. Troilo era sceso intanto nel carcere, e trovato Bindo addormentato, lo svegliò, e gli disse di seguirlo: il fanciullo, che avea creduto si venisse per ammazzarlo, si mosse contento, e fu presto al fianco della sorella, che con grandissima maraviglia riconobbe ed abbracciava, e che avvertendolo prima ben bene a non alzar la voce, gli diede a conoscere, con brevi ma caldissime parole, l’accaduto, ed il proposito fermato da Troilo, facendone ambedue, per quanto il luogo lo concedeva, maravigliosa festa. Comparve allora Troilo col cavallo a mano, e taciti, alla sfilata, presero tutti insieme la strada che conduce a Baroncelli, di dove avean intenzione, passando dietro Bellosguardo, di venire a riuscire sulla strada di Pisa, e varcato Arno sul Ponte a Signa, condursi per porta al Prato a Firenze.
Camminando con gran riguardo, e colla precauzione d’evitare i luoghi ove alloggiavano bande di soldati, giunsero, senza cattivi incontri, dopo due ore di viaggio, sulla strada di Pisa.
Pel resto del cammino non v’era altro pericolo fuorchè d’incontrare qualche mano di scorridori; ma se erano imperiali Troilo aveva il nome di quella notte, se fiorentini, Fanfulla si dava a conoscere, ed in ogni modo eran certi di non capitar male, perciò lieti e contenti di un così buon successo si fermarono un momento per lasciar riposar la Lisa, poi messala a cavallo, tirarono innanzi verso Signa: passato quivi il ponte, per S. Donato si condussero finalmente, a levata di sole, sani a salvi a Firenze. Bindo, per la via era venuto camminando alla staffa della Lisa, udendola raccontare i suoi casi, e tutto il successo di quella sera, e non è da dire se essa magnificasse il valore e la bontà del suo sposo; il quale, per salvar la vita d’un suo fratello, avea, a suo credere, rinunziato alle splendide speranze che avean accennate le recenti parole di Baccio, e che da quel tristo erano state dette col solo fine di far apparire maggiore il sacrificio di Troilo, e metterlo così in maggior vista di Niccolò, della sua famiglia e della parte Piagnona. Il giovinetto, pien di gratitudine pel suo liberatore, non si potea saziar di lodarlo, e diceva: che senza dubbio Niccolò, e per un tanto servigio, e per essersi tolto dal combatter la patria, venendo invece ad ajutarla, l’avrebbe accettato in grazia, e si sarebbe così posto fine una volta a tanti dispiaceri: Troilo, che indovinava quali dovessero esser i discorsi della Lisa, e li stimava utilissimi ai suoi bisogni, per darle maggior campo, si teneva addietro con Fanfulla, al quale con lunghi ragionamenti mostrava d’aver seguito sin allora a malincuore la parte Pallesca, tiratovi da una certa fatalità, e dall’esempio de’ suoi maggiori, ma che d’or innanzi voleva esser buon fiorentino, e tra ch’egli era bel parlatore, tra che l’altro era uomo alla buona e lontano dai sospetti, gli riuscì facilmente tirarlo interamente dalla sua, tantochè, prima ancora d’aver messo piede in città, potea già vantarsi d’avervi tre persone che renderebbero testimonianza al suo valore, al suo eroismo, ed alla sincerità della sua conversione politica.
Entrati per porta al Prato, quando furono al fine di borgo Ognissanti, la compagnia si divise. Bindo prese per Parione, e gli altri per lung’Arno. Ma prima di lasciarli, il giovanetto, dopo aver ringraziato Troilo, e dettogli che da lui riconosceva la vita, gli promise che avrebbe con ogni studio e ad ogni suo potere procurato che venisse accolto in casa con quell’onore e quell’affetto che meritavano i suoi virtuosi portamenti.
Troilo, giunto alla porta della città, s’era chiuso nell’elmo, per non esser riconosciuto prima di aver ricomprato il bando di ribelle, pel quale, non avendo egli salvocondotto alcuno, era lecito ad ogni uomo il manometterlo. Ora, accompagnata Lisa in casa la Niccolosa, ove dimorasse frattanto che le faccende s’assestavano, non parendogli d’andare addirittura al magistrato sui ribelli e confinati, prese partito di ripararsi con Fanfulla in S. Marco, ove poteva rimaner sicurissimo, mentre si sarebbe operato ch’egli venisse liberato dal bando.
Giunti ambedue alla porteria, disse Fanfulla mentre picchiava:
—La meglio sarà andare a Fra Benedetto; egli è più amorevole di tutti, e senza dubbio si prenderà a petto questa faccenda.... Quando può far piacere egli va a nozze.... chè di quest’altri frati non si può dir così di tutti.... e molti hanno sempre a mente la notte che fu dato l’assalto al convento, e per loro un Pallesco e il diavolo è tutt’una cosa.—
In quella il portinaio aprì, e riconosciuto il suo antico amico e compagno, disse levando le braccia:
—Oh, ben venga il nostro Fra Bombarda! Era un pezzo che non ci venivi, e quasi quasi si cominciava a dubitare.—
—Eccomi vivo e sano, la Dio grazia, rispose Fanfulla, e non vengo solo.... ho bisogno di far motto a Fra Benedetto.... vedi qua, ho fatto un novizio.—
Il portinajo guardando Troilo tutto armato, che gli si vedevan a malapena gli occhi, diceva, mentr’essi s’avviavano:
—Un novizio del tuo taglio! se non erro. Eppure, col vento che tira, e’ farà più bisogno corazze che tonache.
Saliti, trovaron il buon vecchio nella sua cella, sul solito seggiolone, col suo S. Agostino aperto davanti, coi soliti occhiali sul naso, proprio come Fanfulla l’aveva lasciato l’ultima volta, che pareva non si fosse mai mosso. Entrando, e vedendolo, non potè a meno di non pensare in cuor suo: «Domando io se questo si chiama vivere! Tanto sarebbe nascer fungo!» Baciata poi la mano al suo superiore, che con modi amorevoli l’accoglieva, e s’era alzato così un poco per abbracciarlo, gli presentava Troilo, dicendogli chi egli era, narrandogli tutti i diversi accidenti pei quali era qui venuto, la liberazione di Bindo, la risoluzione presa di accostarsi alla parte Piagnona, e la sua riunione colla Lisa, alla quale non mancava ormai se non l’assenso di Niccolò.
—Egli, proseguiva, non vorrà ributtare chi gli ha campato il figliuolo.... ma se pure bisognasse, noi siam venuti a richiedervi d’un poco di favore. Se voi vorrete parlargli, egli non vi potrà dir di no.—
Troilo allora, trattosi l’elmo, e mostrandosi in viso tutto raumiliato e contrito, cominciò a parlare con tanta passione ed apparenza di verità del suo amore per la Lisa, del dolore col quale ricordava la vita passata, del proposito fermato di renderla migliore in avvenire, in una parola, seppe così bene far del Piagnone, che Fra Benedetto rimase pienamente convinto della sua sincerità, e promise di far tutto il possibile onde aggiustar i fatti suoi con Niccolò e colla Signoria.
—Qui non c’è da metter tempo in mezzo, disse alzandosi, e prendendo in un angolo un suo bastoncello; voi trattenetevi in convento.... Fra Giorgio!.... quantunque abbiate ora più del soldato che del frate, siete però di casa: vi lascio dunque in custodia questo gentiluomo..... fatelo rinfrescare, e mi confido tornarmene fra non molto con lieta novella.... Quel buon Niccolò! diceva alzando gli occhi al cielo, egli è pure il grand’uom dabbene.... un po’ ruvidotto alle volte, non si può negare.... ma uno di quelli della stampa antica.... il maggior amico che abbia questo convento.... vorrei vederlo in pace una volta.... sarebbe tempo, che n’ha avuto de’ dispiaceri!.... Sì, sì, speriamo bene; ora la cosa è ridotta al punto che, per onor di mondo, egli non può voler altro di quello vorremo noi.—
Uscito dal convento, ed affrettando i passi quanto glielo concedeva la vecchiaja, fu in breve al portone de’ Lapi. In casa non era che Laudomia, il padre, e, giuntovi da pochi momenti, il giovinetto Bindo, pel quale, non avendone avuto notizia dal giorno innanzi, erano stati in grandissima apprensione. Appena arrivato, era subito ito da Niccolò. Egli l’aveva accolto con faccia turbata, e con aspre parole, dalle quali traspariva però l’allegrezza che egli sentiva, di vedersi davanti sano e salvo quello tra i suoi figli che solo gli sapea far dimenticare talvolta la sua consueta rigidità; e pel quale vedendolo in così tenera età esporsi a tanti pericoli, tremava più che per gli altri.
Questi, per quell’intimo senso che rende accorti i fanciulli de’ pensieri e dell’inclinazione de’ loro parenti, temeva meno d’ognuno la collera e la faccia severa di Niccolò, e sapendo con destrezza governarsi secolui ne’ momenti di burrasca, senza cercar ora di scusarsi, gli domandava perdono di essersi messo, senza sua licenza, ad una così difficile impresa; ma, diceva, non aver potuto reggere al desiderio di vendicar ad un tempo la città e la sorella: e narrandogli ingenuamente tutto quanto gli era succeduto, quando fu a raccontar che già stava col laccio alla gola salendo la scala del patibolo, il povero vecchio, ch’era pure stato in vita sua, saldo a cotante scosse, non potè non lasciarsi cader colle braccia sul collo del figlio, ed una tinta rosata ravvivò per qualche momento il pallore abituale delle sue guance.
E con impaziente smania domandò chi l’avea liberato. Udì il nome di Baccio Valori, e fatto scuro nel volto, disse fra sè stesso: «Dio mio, sia fatta la tua volontà!» chè vi volle un atto di rassegnazione assai potente per fargli sopportare l’idea di aver un cotant’obbligo a quel traditore; seguitò Bindo a dir della sua prigionia e dell’inevitabil morte alla quale era destinato.
—Ma, soggiungeva, da questa m’ha campato? —Troilo.—
A tali parole, a questa nuova vergogna, Niccolò non si potè più tenere:
—Troilo, tu dici, Troilo t’ha campata la vita?.... Ma Dio mio, Dio mio, che cos’ho io fatto che tutte l’onte s’abbino a cumular sul mio capo! E tu, codardo, non iscegliesti morir mille volte?.... Non lo sai che si muore? che la morte o prima o poi non si può fuggire?... ma che l’infamia si può fuggire.... e che è infamia il tener la vita da chi ha tradita la patria.... da chi ha vituperato quel sangue che ti corre nelle vene, da chi ha calpestato nel fango questi capelli bianchi?.... e co’ suoi portamenti ha detto a te, ai tuoi fratelli, e a tutti noi, che siamo un branco di vili, e quest’onta ce l’ha scritta in fronte, sulle mura di questa casa, sullo scudo che tenete in braccio, e che io vi diedi senza macchia ed onorato? Tuttociò non lo sapevi?..... e mi torni vivo alla presenza?