CAPITOLO XVII.


Al cominciare di quest’istessa sera, mentre la Lisa con tanto disagio e pericolo usciva di Firenze per cercare di Troilo, egli se ne stava contento e senza pensieri nella villa Guicciardini a cena col principe d’Orange e con un monte di capitani e di gentiluomini, che vi passavano il tempo lietamente quando i doveri militari non li chiamavano altrove: vi trovavan ricca mensa, carte e dadi, e quanti trattenimenti eran comportabili co’ luoghi e col tempo che correva. Quantunque per la grettezza di papa Clemente fosse in quell’esercito gran penuria di danaro, e che i soldati pel difetto delle paghe vivessero nello stento sempre, e spesso s’ammutinassero, i capitani avevan però bastante giudizio per regolar le cose in modo da non patir mai, essi almeno, nè fame, nè sete, ed anzi aver sempre preparata una buona tavola. Su questo punto della tattica militare, sembra che tutti i gran capitani siano andati sempre d’accordo, prima e dopo l’invenzione della polvere, ed il principe d’Orange, che nella sua fresca età di 27 anni era uno de’ più arditi ed esperti di cui faccia menzione la storia, neppur in questa parte non rimaneva addietro dagli altri.

La villa de’ Guicciardini, in buon essere ancora ai nostri giorni, è posta sulla strada che dal pian’ de’ Giullari conduce a S. Margherita a Montici. Essa consiste in due fabbriche a due piani, quadrate e piuttosto nane: due muri merlati le congiungono, e lasciano in mezzo un vano che serve di cortile. Nel muro verso strada è il portone coll’arco e gli stipiti a bugnato. Le finestre del terreno, disposte con bella proporzione ed a piacevoli distanze secondo lo stile Bramantesco, son munite di grosse ferriate, che dal cornicione sovrapposto scendono ad appoggiarsi su un largo davanzale petto da due mensole. Nella fabbrica posta a manca di chi entra pel portone di strada, era alloggiato il principe insieme co’ suoi gentiluomini e paggi, in quella a mano ritta erano i servi colle bagaglie ed i cavalli.

Nel cortile, illuminato dalla luce rossiccia di fiaccole resinose, molti vasi d’agrumi ricoverati ivi da giardinieri della villa per salvarli dall’accetta dei soldati, servivano di rastrello alle alabarde de’ lanzi che tenevan la porta. Fuori di questa, lungo i muri, molti cavalli colle briglie e le selle, guardati da’ valletti, aspettavano i loro padroni. Questi, dandosi allora buon tempo tra i dadi e le bottiglie, vicini ad un buon fuoco, in sale ben riparate, tutte scintillanti di lumi, avean del disagio, del freddo, della noja che soffrivan per loro uomini e bestie, appunto l’istesso pensiero che prende un lord inglese d’una carrozza a nolo che l’aspetti alla porta d’un ballo in un ambiente di 15 gradi sotto lo zero.

Finita la cena, sparecchiata la tavola, vennero le carte ed i dadi. Il principe vestito d’una cappa di velluto cremisi foderata di vajo, sotto la quale non avea altro che farsetto e calzoni di pelle di dante, per poter presto ad ogni bisogno indossare l’armatura, giuocava al Lansquenet con D. Ferrante Gonzaga, il Co. di S. Secondo, Pier Luigi Farnese ed una decina di ufficiali spagnuoli e tedeschi. Egli si teneva davanti un mucchio di fiorini d’oro; ne poneva una manciata ad ogni posta, e comunque la fortuna decidesse, il suo volto rimaneva sempre ugualmente altero ed impassibile; chè gli statuti cavaliereschi, e le massime in vigore tra la nobiltà, volevano si giocasse largamente, si perdesse con indifferenza e si pagasse senza ritardo.

Per osservar queste leggi, un giorno tra gli altri, al dir del Varchi, egli dovè dare a’ suoi compagni di giuoco il danaro che papa Clemente gli avea mandato per le paghe dell’esercito. I soldati morivan di fame, ma il debito d’onore era soddisfatto. Tra i due mali si scelga sempre il minore.

Per la sala alcuni, o seduti su larghi seggioloni a bracciuoli, o passeggiando innanzi e indietro, conversavano, ridevano, parlavan di caccia, d’amore, di fatti d’arme, di quistioni, di duelli, in una camera vicina, molti de’ più giovani attendevano a schermire, ed in quel momento, fatto un cerchiello, badavano ad un assalto di spada e pugnale, nel quale Troilo ed Alessandro Vitelli mostravano egual destrezza, quantunque il primo fosse dai più giudicato averne la meglio.

Per le sedie e per le tavole stavan buttati alla rinfusa i cappelli, gli elmi, i guanti, le spade ed i pastrani de’ convitati; dal muro dipinto a fresco, e scompartito in molte storie chiuse in cornici di stucco a bassorilievo, pendevano armi, pennoni, bandiere ed arnesi da guerra d’ogni maniera: ed i chiodi che le reggevano, piantati senza riguardo nelle pitture, le avean tutte scrostate e guaste.

Nell’un de’ lati s’apriva un largo ed alto cammino la di cui cappa sporgeva molto innanzi, e posava su due figure di cacciatori ritte contro gli stipiti, le quali tenevansi alla bocca una cornetta; il cornicione che reggevano col capo e con un braccio era pieno di bellissimi fogliami, d’animali e mascherine; ed al di sopra due ninfe giacenti tenevan ritto tra loro uno scudo sul quale eran le tre cornette de’ Guicciardini.

Un uomo di mezzana statura, che mostrava nella persona una vecchiaia anticipata, sedeva su un seggiolone al fuoco: solo, tutto assorto ne’ suoi pensieri, pareva non s’accorgesse, o non si curasse, delle risa, del chiasso che si faceva intorno a lui. Vestiva il lucco ed il cappuccio fiorentino, e col gomito appoggiato ad uno de’ bracciuoli reggendosi la gota col pugno chiuso, guardava fisso il serpeggiar della fiamma, ed a seconda dei pensieri che lo travagliavano, ora aggrottava le ciglia, ora così un poco scrollava il capo, e talvolta a fior di labbra sorrideva, ma il suo ridere esprimeva tutt’altro che allegrezza. Era costui messer Baccio Valori commissario pel papa all’esercito imperiale. Uomo di acuto ingegno, pratico delle cose di stato, avido di potere e tenuto astutissimo. Egli dovette però accorgersi, dopo alcuni anni, che la più sottile astuzia sta nell’esser uomo dabbene, poichè non riuscì alla fine a salvar il suo collo dalla scure di Cosimo I.

Dalla riuscita dell’impresa di Firenze dipendeva l’adempimento delle sue ambiziose speranze, o la sua totale rovina. Se la città veniva espugnata e sottoposta al giogo mediceo, egli saliva ai primi gradi, otteneva onori e ricchezze, egli allora era il buono, il prudente, l’amico dell’ordine e delle leggi. Se in vece il popolo vinceva e conservava la sua libertà, egli rimaneva col bando di ribelle, spogliato dell’avere, e nella dispregiata condizione del traditore deluso.

Ma per riuscire le difficoltà eran molte e gravissime. Egli doveva tenere il campo abbondante di munizioni e vettovaglie, mentre al papa per un lato incresceva lo spendere, ed il principe per l’altro non era buon massajo, come vedemmo, neppur di quei pochi danari che tratto tratto venivan pagati dalla camera apostolica. Nell’animo di Clemente VII si era inoltre generato il sospetto che il principe d’Orange allo stringer de’ conti, intendesse far per sè l’acquisto di Firenze, ed il Valori aveva l’incarico di tenerlo d’occhio per isventare al bisogno le sue macchinazioni[38]. E finalmente, la parte de’ Piagnoni, che s’era sperato sbigottire col solo accostar l’esercito alle mura, si vedeva ora invece tanto cresciuta d’animo, e tanto pronta alla difesa, che si poteva ragionevolmente dubitare del fine di questa guerra.

Stimando cosa importantissima aver in Firenze chi lo tenesse avvisato giorno per giorno delle risoluzioni dalla parte nemica, s’era ingegnato mantenere corrispondenza secreta con molti Palleschi: ma da costoro, sospetti al reggimento, era o tardi o male informato, e giovavano poco o nulla. Avrebbe potuto fare gran fondamento sopra Troilo, il quale, se una volta gli veniva fatto d’entrare in casa Niccolò, ed affiatarsi con esso, si sarebbe trovato per dir così nel cuore della parte Piagnona, ed a portata di conoscerne i pensieri e le risoluzioni più secrete.

Ma poco sperava da questo giovine. Quantunque avesse promesso a Malatesta di porsi a tale impresa, come vedemmo al capitolo VI, quantunque neppure al Valori istesso non avesse disdetta la sua parola, si mostrava però tutt’altro che smanioso di osservarla: ora trovava un pretesto, ora un altro, moveva mille dubbj, e non si sapeva risolvere a barattare la vita del campo un po’ dura talvolta, ma pur libera, piena di licenza e condita dai piaceri di cui godeva nella casa del principe, col viver uggiuso e malinconico d’una città assediata, piena di prediche, processioni e discipline, ove appunto gli sarebbe toccato abitare nella casa più austera, e sotto l’uomo più temuto e più rigido della parte Piagnona.

Se dunque Baccio Valori, con tanti pensieri pel capo, col contrastar continuo a tanti diversi umori, vivea malissimo contento, e se ne stava solo e malinconico, senza partecipare all’allegrezza ed ai solazzi che l’attorniavano, non è da farne maraviglia, invece è da ringraziare Iddio, che in questo mondo si duri più fatica talvolta a far il birbone che ad esser galantuomo.

In quella, posto fine al giocar di spada, una frotta di que’ giovani entrarono nella sala, e facendo tra loro non so che baje, se ne vennero a furia e schiamazzando verso il cammino, e trascorrendo all’impazzata, urtarono malamente il seggiolone sul quale sedea Baccio. Egli si volse stizzito e brontolando, mentre Troilo accostandoglisi, diceva ridendo:

—Non v’adirate messer Baccio, e cacciate codesti pensieri, chè il viso ogni giorno vi s’allunga d’un braccio.... non sapete voi che cent’anni di malinconia non pagano un quattrin di debito?—

—Tu sei un gran pazzo, e se attendessi ad altro che a queste bajate, e’ sarebbe pure il tuo meglio. Ora siedi qui un momento, chè dovresti però esser stracco al diavoleto che avete fatto finora.—

—Stracco? Mai, messer Baccio, e se volete che tiriamo quattro stoccate, voi ve n’avvedrete.—

—Non m’affastidir il cervello col malanno che Dio ti dia,.... ch’io non ho il capo a motteggi.—

Poi con miglior viso ed in suono quasi di preghiera seguitava:

—E a Firenze insomma, quando pensi d’andarvi? Tu promettesti pure al sig. Malatesta ed a me!.... Sia pure quanto ci bisognerebbe averci un uomo da potersene fidare!....—

—Aspettate messer Baccio, rispose il giovine strascinando un altro seggiolone vicino al suo, e sdrajatovisi colle gambe tese e le braccia aperte, ho già capito, che avete sullo stomaco un sermone e volete liberarvene.... Eccomi qua, son pronto a riceverlo, vi sentirete meglio dopo.... dite pur su, ora che ho assaggiato questo seggiolone vi so dire ch’io non mi moverò di quel pezzo.

—Tu scherzi, Troilo, e s’io parlo è per il tuo bene.—E postagli una mano sulla spalla guardandolo fisso, seguitava, abbassando la voce:

—Ah, pazzo che sei! Ma non sai tu che un’occasione come questa di guadagnarsi la grazia di papa Clemente e de’ signori Medici, molti la comprerebbero ad ogni prezzo: ed avrebbero a gran ventura che capitasse loro alle mani, e tu....—

—Ed io.... ed io non la rifiuto, rispose Troilo, dimenandosi sul seggiolone con mostra d’impazienza, siete curioso anche voi... È presto detto andar a Firenze, da Niccolò.... eccomi qua, son diventato Piagnone! Sì.... e lui senz’altro mi crederà.... mi metterà in casa.... saprò tutto.... troverò subito modo di farvi sapere i suoi secreti.... eh! messer Baccio, voi viaggiate per le poste....—

—Che vi sia qualche difficoltà non lo nego: ma gli affari del mondo non si fanno da sè.... e convien durar fatica e farli noi. E se tu non te ne dai maggior pensiero di quello che n’abbi preso sin ora, al sicuro rimarremo sempre aspettando la manna ci caschi dal cielo.... se non vi fossero difficoltà e pericoli neppur ti sarebbero stati promessi i ricchi premj....—

—Oh! quanto a questo, interruppe Troilo, io li avrò molto ben guadagnati. Pensa che diletto!.... abitare con Niccolò!.... sarà tutt’uno come stare di casa alla buca di S. Antonio. A proposito, e’ converrà che mi rimetta in esercizio di dir orazioni.... bisognerebbe aver alla mano qualche passo, qualche profezia del Frate, ora, ora: una me la ricordo.

Florentia renovabitur e poi flagellabitur... no, tutt’al rovescio.... Si principia col bastonabitur, e qui ci ha azzeccato.... Ah! e poi.... vi par egli uno scherzo? andarmene, Dio sa per quanto tempo, a far, niente meno, il marito innamorato e fedele. Se il papa è galantuomo per questa sola merito il cappello!—

—Eh via! tristaccio, che costei, ho udito dire, è pur bella di molto: ed ora è un pezzo che non la vedi, e ti parrà quasi una novità.—

—Sì, quasi, bene avete detto!—

—E poi confortati, che quando saremo padroni di Firenze, e’ sarà d’uopo di metter giudizio, ti troverò io una fanciulla, di tal casata, e con tanta dote, che me ne saprai il buon grado. Oh! insomma.....—

—Insomma andrò, andrò. Già è tutt’una... son condannato a udir sermoni; qui, da voi, in Firenze, da’ frati. Se non foss’altro, per variare, voglio udire i loro, chè i vostri, messer Baccio mio buono, mi son cominciati a venir a noja assai bene.—

A questo punto molti di que’ gentiluomini si ristrinsero intorno al cammino. Essi sapevano che da qualche tempo il Valori tentava inutilmente di spinger Troilo a questa nobil impresa, e n’era stato tra loro spesse volte ragionato, e motteggiato non poco. Ora Troilo, dopo aver annunciato che finalmente s’era risoluto partirsi, disse:

—Sarà però bene fare un pò di prova del discorso ch’io terrò in Consiglio grande per celebrare la mia conversione.—

E salito in piedi sul seggiolone, con voce flebile e nasale cominciò così:

—Un raggio della divina grazia, signori osservandissimi, un raggio della grazia celeste, prestantissimi magistrati, sceso su questo indegno capo per intercessione del nostro beato e santo Fra Jeronimo, venne, popolo eccellentissimo, lanajoli, setajoli, speziali nobilissimi, beccai, muratori, tintori, conciatori, illustrissimi ed eccellentissimi, venne finalmente a diradare quelle tenebre per le quali miseramente camminando, ingannato dagli scellerati esempj e consigli di quell’empio, ribaldo, pravissimo e detestabile uomo, d’ogni nefando, turpe ed abbominevole peccato di messer Baccio Valori....—

A queste parole si levò tant’alto lo schiamazzare ed il ridere, che il sermone venne interrotto, ed i giuocatori affastiditi si volgevan di mal umore, ma il Principe fece ben presto cessar il fracasso, alzando il capo e pronunciando con voce forte questo solo monosillabo:

—Paix!—

Il quale fece in un attimo acquetare ogni rumore; tantochè potè udirsi chiarissima la voce d’un servo che disse d’in sulla porta:

—Messer Troilo! un fanciullo domanda di voi.—

—Fallo entrare,—rispose il giovane senza mutar luogo; e venne tosto introdotto un ragazzo, il quale disse:

—Una donna, che vorrebbe parlar con voi due parole tosto, vi manda dicendo, che v’aspetta qui sulla strada di Baroncelli.—

Troilo scese in fretta dal suo pergamo dicendo: —Signori, il sermone a un’altra volta.... le dame non s’hanno a far aspettare.—Poi con viso serio aggiungeva:—È però una gran seccaggine che queste benedette donne abbiano a venir fino in campo a darmi noja.... Eh! ma.... le compatisco....—

E dato un gran sospiro:

—Ecco quel che accade ad essere un bel giovane... Andiamo, fanciullo, mettiti avanti ed insegnami la via. I suoi compagni gli davan la baja e lo complimentavano sulla sua ventura, ed il Valori gli diceva, seguitandolo verso l’uscio:

—Sta a vedere ch’è la Lisa!—

—Sarebbe cacio sui maccheroni; ora s’io mi appongo, e se quest’occasione ti si para innanzi, sappi usarla chè buon per te!—

Troilo uscì, ed invece della Lisa trovò Bindo, il quale più volonteroso che savio, s’era posto in animo di far le vendette della sorella fin dal giorno della sua cacciata di casa, nè mai fin allora s’era trovato libero di mandare ad effetto questo suo disegno.

Se Troilo fosse andato solo forse gli sarebbe riuscito, ma egli nell’avviarsi fe’ cenno a quattro soldati di tenergli dietro, e la cosa finì appunto nel modo narrato alla fine dell’antecedente capitolo.

Quando il giovinetto fu menato prigione e si trattò d’impiccarlo, Troilo avrebbe potuto di leggieri campargli la vita, dicendo una parola all’ufficiale che aveva la cura di mantener quieto il campo, e punir i disordini e le risse. Fu anzi sul punto di risolversi, poi disse fra se:

—Lascialo impiccare! ciò potrà per avventura liberarmi da questa maladetta andata in Firenze.—

—A quel poltrone di Baccio non verrà più in capo, cred’io, mandarmi in casa di chi avrà avuto il figlio impiccato per cagion mia.—

Così lasciato la piazza s’avviava lentamente verso la villa Guicciardini. Ma Baccio, che dubitava potesse da questo fatto nascere occasione favorevole a’ suoi disegni, e che non era uomo a trascurare le piccole cose, sapendo che dalle piccole nascon talvolta le grandi, non s’era contentato d’aspettare il suo ritorno, ma uscito poco dopo ne veniva verso piazza, e s’imbattè in uno di quei soldati che avendo ajutato a prender Bindo se ne tornava narrando il caso a chi veniva con lui.

Il Valori domandando con premura che fosse accaduto, e saputa appena la cosa, e che si stava per impiccare il figlio di Niccolò, si cacciò a correre quanto poteva, e giunse per fortuna appunto in quella che il povero fanciullo con un piè sul primo scaglione stava per salire il secondo.

Parve a tutti cosa grandissima vedere il Commissario del campo comparire in quel luogo, aprendosi a furia la strada tra le genti colla voce a colle spinte, onde il carnefice soprastette all’esecuzione, ed il Valori, fatto sciogliere e liberar dal laccio il giovinetto, che pure aveva il viso bianco come un panno lavato, gli fece animo con umane parole, dicendogli non dubitasse di nulla, e presolo per la mano lo condusse fuori di quella calca.

—Questa sola mancava! diceva Baccio tra’ denti, pensando al pericolo corso di mandar per la morte di Bindo tutto il suo disegno a monte; e siccome i tristi tra loro si conoscono, sospettò al primo qual fosse stato il calcolo di Troilo nel permettere questa uccisione. E tirando pur sempre verso la villa, con Bindo per la mano, diceva in cuor suo:

—Troilo, Troilo! Tu sei volpe giovane! ed io volpe vecchia; se me l’appicchi mio danno!... ma io mi conforto che l’andrà a mio modo e non al tuo.—

Giunto in casa consegnò ai suoi servi il giovinetto onde lo confortassero con cibo e vino, e gli preparassero un letto; ed egli, rassicuratolo di nuovo con amorevoli carezze, se ne tornò nella sala ove poco stante comparve anche Troilo.

—Se non ero io, disse Baccio battendogli sulla spalla, a quest’ora tuo cognato tirava de’ calci al vento.... ora ringraziami, ch’io t’ho campato d’un gran pericolo, che insieme con quel fanciullo sarebbero morte tutte le tue speranze di guadagnarti la grazia del papa.—

—In verità ch’io v’ho un obbligo grandissimo, rispose Troilo con un viso marmoreo, (se l’espressione è lecita) sul quale era impossibile scorger traccia di quel che realmente pensava in quel momento. Impossibile ai più; ma non a Baccio, che benissimo indovinò i suoi pensieri, e sotto i baffi si rise di lui.

Fanfulla frattanto, che avea visto prepararsi il supplizio del giovinetto, e poi capitar ivi con tant’impeto il commissario stesso a liberarlo, gli tenne dietro, quando uscì dalla folla, e giunse all’alloggiamento del principe un momento dopo ch’egli v’era entrato. Un famiglio pregato da Fanfulla andò nella sala ov’era la brigata, e disse a Troilo:

—Sta qui fuori un uomo.... pare uno zingano, che dice avrebbe a farvi motto, per parte d’una gentildonna di Firenze.... e non vuoi dir chi sia....—

—Oh! insomma, rispose Troilo, io credo che stasera e’ voglian la baja del fatto mio! digli che vada al bordello lui ed essa....—

—No, no, aspetta, interruppe il Valori, e preso sotto braccio il giovane lo strascinò fuori dicendogli: Eh, non andar tanto a furia! udiamolo prima. Giunti nell’anticamera ov’era Fanfulla, Baccio fece le viste di andare oltre, e si nascose dietro una portiera d’arazzo per poter udire ogni cosa. Fanfulla, fatta riverenza a Troilo, gli disse come una gentildonna, ch’egli dovea molto ben conoscere, s’era partita da Firenze apposta per venirlo a trovare, e che l’aspettava poco discosta. Interrogato poi dal giovane chi fosse, che cosa volesse, Fanfulla, con fare ambiguo e mezzo ridendo, gli diceva:

—Chi sia e che cosa voglia voi lo vedrete.... e non v’avrete a pentire d’aver preso questo poco disagio di venir dove lei....—

—Oh, parlami chiaro!.... senti, uom dabbene, io ho certi sospetti....dimmi, è ella la Lisa, figliuola di Niccolò de’ Lapi?—

—Voi vi siete apposto, rispose Fanfulla, che credette legger sul viso di Troilo pensieri favorevoli alle speranze della Lisa; venite dunque, chè la poverina v’aspetta come un’angelo del cielo. Mentr’egli parlava, il Valori, che gli rimaneva dietro le spalle, alzata la portiera badava a far cenno a Troilo che andasse presto, ond’egli disse «moviamoci dunque» e preceduto da Fanfulla uscì della villa, senza prender seco altra compagnia, per esser la donna, al dir della sua guida, appiattata là dentro l’ultima casa dalla terra ed a pochissima distanza.

Sarebbe cosa difficilissima voler determinare quale fosse l’animo di Troilo in quel momento. I misteri del cuore umano sono tanto profondi, ed il bene vi si trova misto col male in un modo così inestricabile, che riesce talvolta assai arduo il giudicare anche i maggiori ribaldi. Forse al punto di por mano irremissibilmente a quest’opera tenebrosa la sua coscienza mandava l’ultimo grido. L’idea di riveder quella misera che avea tanto patito per lui, che tutta si rimetteva nell’amor suo: d’accoglierla fra le sue braccia, e quel suo stesso confidente amore farlo servir di rete ove rimanesser colti i suoi più cari, e cadessero così in mano de’ loro implacabili nemici, tutto ciò era talmente vile ed orrendo, che non era possibile, per quanto fosse ribaldo, vi si accingesse con animo freddo e tranquillo. Ma la voce del suo buon angelo non potè farsi dar retta da lui tutto invaso dal desiderio d’una grandezza futura, che tratto tratto gli s’affacciava vivissimo; dall’orgoglioso pensiero che gli persuadeva esser male assai leggiero l’ingannar una fanciulla popolana quando n’andava lo stato e la fortuna d’un gentiluomo. Quel momento d’incertezza e di rimorso, se pure n’ebbe, passò come un lampo: fermò l’animo anticipatamente per non lasciarsi commovere da qualunque cosa potesse udir dalla Lisa, e per acquetarsi interamente, diceva in cuor suo: «Che gran danno avrò io poi fatto a costei? aver un fanciullo da un gentiluomo! quasi ciò non accada ogni giorno! ma io non farò come molti altri, e le darò tanti danari che bastino a trovarle un marito suo pari.»

Mentre Troilo veniva camminando con questi pensieri, la Lisa, che aspettava col cuore tremante da una mezz’ora in circa, stimando invece fosser già trascorse due ore almanco, stava timorosa di qualche nuova disgrazia. Sul punto di riveder quello che avea cotanto amato, il suo cuore, cacciando tutt’i sospetti, s’era inebbriato della sola idea di giunger pur una volta ad essere tra le sue braccia. Ma la poverina s’affliggeva pensando: «Dio sa come mi troverà! I dispiaceri, lo stento m’hanno tanto consumata!.... Oh! che cosa pagherei d’esser bella come era una volta!» E per fare almeno tutto il possibile, si veniva racconciando alla meglio i capelli, e spogliatasi una vestaccia che s’era messa per aver sembianza di zingana, rimaneva coi panni che si trovò aver indosso quando uscì della casa paterna, i soli che possedesse dappoi, e procurava disporli con buon garbo più che potesse: e in tutti questi rassettamenti usava gran riguardo di non far rumore, temendo a ogn’ora di venire sentita o scoperta.

Finalmente ode passi d’uomini sulla strada, tende l’orecchio rattenendo l’anelito; i passi s’accostano, varcano una siepe, e si dirigono alla sua volta: l’oscurità impediva di discernere chi li movesse, ma ben tosto udì la voce di Fanfulla che diceva:

—State di buona voglia, madonna, eccolo lui in persona.—

La giovane si volle alzare, ma le forze le mancarono, cadde sulle ginocchia, dicendo:

—Oh! Troilo mio, t’ho pur riveduto prima di morire!—

Il giovane raccoltala da terra se la stringeva al petto, con parole di tanta tenerezza, così appassionate, che la Lisa per poco non gli rimase in braccio svenuta.

Conoscendo noi l’animo di chi le proferiva non ci regge il cuore di riferirle.

Il buon Fanfulla a quegli atti strofinandosi le palpebre colla mano ruvida, diceva:

—Sta a vedere che mi metto a piangere.—

Così passato quel primo momento, Troilo si recava in collo il fanciullino facendogli infinite carezze, mentre la Lisa attaccatasi al braccio del giovane e stringendosi a lui, gli diceva:

—Io, che temevo mi sgridassi d’esser venuta così di notte con questo bambino!.... sciagurata, io doveva pur conoscerti, Troilo mio! perdonami, ch’io ti feci questo torto. Oh! ma ora non pensiamo più a nulla. Ci siam trovati! Non ci sono più guai per la povera Lisa tua, tutto è dimenticato.... Era tempo!.... Ho sofferto tanto, sai!... ti racconterò poi!.... Ma ora non ci penso più.—

E in così dire avviatisi tutti e tre per tornare in paese, seguitava la Lisa con voce più bassa:

—No, non ci penso più, che l’animo si muta in un momento.... ma il viso è un’altra cosa... quello della povera Lisa ti piacque un giorno! oh, quanto ti parrà diverso! Non ti sbigottire, Troilo mio.... vedi, ora che ho il cuore tanto contento.... in poco tempo.... tornerò come prima.... abbi pazienza qualche giorno... e quando mi sarò rimessa, se piacerà a Dio che pur mi trovi bella, io ti dirò: «È tutta opera tua, amor mio!» Oh, poveretta me! Pensare che or ora mi vedrai in viso!....—

—Via, pazzerella, che sogni son questi, rispose Troilo sorridendo, tu mi fai torto, e se non cacci codesti pensieri io m’adirerò.—

La povera Lisa paurosa di dir cosa che l’offendesse tacque all’istante, e stringendosi al suo braccio, soggiunse soltanto:

—Oh, amor mio, hai troppo ragione! ed io son pazza a diffidare di te.—

In quella giunsero alla villa.

Baccio intanto, ammonito da quanto era successo poco prima rispetto a Bindo, a tener d’occhio gli andamenti di Troilo, neppur in questa sua seconda uscita non l’avea perduto di vista.

Lo trovarono in mezzo alla via, ed accostatosi a loro senza mostrar di conoscere la Lisa e Fanfulla, o di curarsi di loro, disse a Troilo:

—Soprastate un momento, ch’io debbo dirvi cosa che importa.—

Troilo disse pianamente alla giovane:

—Costui è il commissario del campo.... non vorrei avesse a sospettar chi tu sia.... chè qui si sta in gran gelosia de’ Piagnoni, e di chi ha che far con loro.... Fatti dunque in costà tu e quest’uom dabbene, ed aspettatemi tanto ch’io gli abbia fatto motto.—

La Lisa volonterosa d’ubbidire, si staccò dal suo braccio, e passo passo se n’andò in là nella parte più scura della strada, e Troilo avvicinatosi al Valori, questi gli disse pieno d’allegrezza:

—È la Lisa?—

—È dessa.—

—Ora dunque, riprese Baccio, sappi che per dar miglior colore alla tua partita dal campo, n’ho pensata una.... e non mi par cattiva..... Basta, ora non è il tempo di mettersi in troppi discorsi.... Era qui or ora il tuo servo.... trova mezzo di mandarla con esso lui al tuo alloggiamento, e tu rimanti qui, e discorreremo.—

Troilo ritornato alla Lisa le disse:

—Per cosa che molto importa io non posso venir teco, vanne tu coll’uomo che or ora ti manderò, e non dubitare. Se t’occorre nulla, comandagli, ed egli ti provvederà d’ogni cosa.... Addio Lisa, sta di buona voglia, ch’io penerò poco a raggiungerti.—

Lasciatala in così dire, trovò un suo famiglio per nome Michele, quello stesso che, vestito da prete, l’avea ajutato a fingere il suo matrimonio, e gl’impose conducesse la Lisa alla Torre del Gallo ov’egli alloggiava, e la servisse di quanto le potrebbe bisognare in quel primo momento.

Disse il servo:

—Ponete mente, messere, che costei non mi avesse a riconoscere.—

—Eh! non c’è paura, rispose Troilo, prima ell’era tanto sbigottita questa mattina, che neppur ti vide in viso: poi, è passato tanto tempo, ed ora in abito così diverso e con quella gran barba che ti lasciasti crescere, nemmeno il diavolo ti ravviserebbe. Oh! va, va, e non dubitare.... nel parlarle abbi cura soprattutto di dirle quante pappolate ti verranno in capo, per farla sicura ch’io non penso, non ho pensato, e non penserò che ad essa.—

—Io ho inteso... Insomma, far con questa, come si va facendo con tutte l’altre vostre ganze.—

—Appunto.—

Il servo si mosse ed il ribaldo padrone raggiunse il Valori, e tornati nella sala, sedettero insieme al fuoco. Disse Baccio:

—Ora ascoltami bene, chè ormai se tu saprai fare, la cosa non può fallire: ho riflettuto che se tu vai a Firenze colla Lisa non per questo ti verrà fatto d’entrar in casa di Niccolò. Convien tu abbia un qualche merito con esso lui. A quest’effetto Bindo ci servirà maravigliosamente.—

E qui gli venne spiegando il nuovo inganno che avea immaginato, del quale dovendo il lettore veder tra poco l’esecuzione, sarebbe superfluo il discorrere adesso. Rimasero inoltre d’accordo de’ segni che Troilo avrebbe potuto fare dai tetti della casa di messer Benedetto de’ Nobili, della cifra da usarsi ove accadesse il corrisponder per lettere, fissarono il luogo ove queste sarebber lasciate, e prese da uomini che non doveano così neppur incontrarsi; e questo modo di corrispondere avea il vantaggio grandissimo che, venendo a cader nelle mani de’ nemici uno di tali messi, anche volendo non poteva svelare chi l’avesse mandato. Aggiunse poi Baccio moltissimi consigli, promesse e conforti, e tra i quali l’ammonì a far gran capitale dei Frati di S. Marco, e tenersi con loro più che potesse, stimando, com’era il vero, che avessero autorità grandissima sull’animo di Niccolò.

—Io ti darò una letterina pel Nobili, che potrai cucirti ne’ panni, o nascondere agevolmente altrove. Orsù dunque, Troilo, mostrati valentuomo, va col nome di Dio, che a pensare qual guadagno avrai a fare con così poca fatica, davvero ch’io t’ho invidia. Or ora alla Torre del Gallo ci rivedremo, ti porterò danari che bastino pel tuo trattamento mentre sarai costà: intanto fa buona cera con madonna, e tienla allegra, chè quest’allegria d’ora l’avrà a scontar anche troppo.... ed io non son di que’ tristi che godono di far patire senza utile alcuno.—

Troilo dovette pur dire in cuor suo: «Tu sei il gran ribaldo!» S’alzò, disse addio al Valori, e preso commiato dal principe s’avviava al suo alloggiamento, considerando per via quanto fosse ben pensata la nuova frode che gli avea comunicata il Valori, e sentendo per lui quella riverente ammirazione che provano i birboni per chi è più birbone di loro.