VII.

Chérie dormiva, fra la bionda aureola dei suoi capelli, un po' diffusi sul guanciale: la lampada veneziana, presa da un palazzo ducale, ardeva ancora nei suoi foschi vetri di un verde oscuro, quando già il sole era alto. Dormiva, quietamente, con la bocca un po' schiusa e umida, sui denti bianchi e brillanti. In piedi, presso il gran letto a colonne, nello stile di Enrico II, Paolo la guardava dormire. Forse la luce verde dava riflessi lividi a quel volto di uomo, o pure egli era livido? Ella sorrise, nel sonno: mosse lievemente la testa, come se volesse parlare ed egli si chinò su lei, quasi a raccogliere il segreto di quel sogno. Ma, subito, si rigettò indietro: aveva trasalito, come ad un avvertimento interiore. Stava da tempo così: non osava svegliare la placida dormiente, tutta rosea nel suo sonno giovanile, spirante la leggiadrìa delle creature fatte per l'amore e a cui l'amore dà tanto fascino. Ma quell'ombra, quella luce verdastra, quei grandi mobili austeri fra cui la bionda amava di vivere, come a contrasto di quella sua beltà fresca e vivida, lo opprimevano: fuori vi era la luce, vi era il sole ed egli si sentiva soffocare. Due o tre volte, aspettando che ella si svegliasse, gli era venuta una voglia frenetica di fuggire. Scappar via, solo, scappare lontano, andare a gittarsi in un posto deserto, fuori dei viventi, lontano da Chérie, non volendola vedere più, non osando sostenere il suo sguardo! Questo progetto folle e ardente lo riarse, due o tre volte; ma una volontà fuori di lui, almeno egli credeva fuori di lui, lo teneva inchiodato, nella calante mattinata, di fronte a quel letto, innanzi a quella bella donna profondamente presa dal sonno. Che avrebbe detto, ella, trovandosi sola allo svegliarsi? Avrebbe forse creduto a una villania o ad una pazzia? Avrebbe ella supposto che egli fosse andato a uccidersi? Così, egli pensava: e restava, inchiodato, immobile, incapace di dare le spalle a quel caro volto fresco, a quei capelli biondi, sparsi sulla batista dell'origliere; restava, vinto egualmente dal ribrezzo di sè, dalla paura, dalla pietà. A un tratto, l'idea di parlare con Chérie, di dirle qualche cosa, gli fu insopportabile; fissava con occhio attento quella bocca bella socchiusa, da cui sarebbero uscite, forse fra un minuto, le parole di saluto, di interrogazione, a cui avrebbe dovuto rispondere ed ebbe un moto di orrore. Facendo uno sforzo supremo, si voltò, per andarsene, ma urtò in un mobile, qualche cosa tintinnò, Chérie si risvegliò, subito, levando la testa:

—Paolo? Paolo?

Egli si riaccostò al letto, senza rispondere. In silenzio, ella si sollevò sul letto, gli gittò le braccia al collo e con una carezza tutta gentilezza, mise la sua guancia presso alla sua.

—Che fai?—gridò Paolo non sapendo reprimere un brivido di terrore, ma non osando respingerla.

—Ti amo, questo faccio—ella disse, non accorgendosi ancora di nulla—Ho dormito troppe ore…

—Hai sognato?—egli domandò, con una voce strana.

—No: non sogno mai. E tu?

—Non ho dormito, io.

—Allora, tu mi ami di più. Che vergogna per me!

E rise, di un bel riso sonoro. Egli non potette neppure sorridere.
Ella chiese:

—Che hai?

Ma nello stesso tempo, ancora, pose infantilmente la sua guancia presso quella di Paolo: questa volta, egli si rigettò indietro. Una espressione di pena sfiorò il volto di Chérie: ella spalancò i larghi occhi azzurri, interrogando:

—Perdonami—disse Paolo, con una subitanea tenerezza—perdonami… è quel gesto…

Si fermò, sentendo che stava per dire tutto.

—Che gesto?

—Nulla, nulla.

—Mi vuoi bene?

—Sì.

—Molto?

—Immensamente.

—Fino a quando?

—Fino a… sempre!

Ma la voce di lui era monotona, come fosse stata per sempre privata di espressione; e parlava a occhi bassi.

—Apri un poco, perchè io veda la tua faccia—ella chiese, con un lieve sospetto.

—No—egli rispose, immediatamente.

—Vuoi restare all'oscuro?

—Sì, sì.

—Il sole ti piaceva una volta, mi ricordo.

—Non ora, più. L'ombra è amica.

—Tu sei triste, Paolo.

—Un poco.

—E perchè, dunque?

—Forse, perchè sono stato troppo felice—egli rispose, in tono enigmatico.

Ma Chérie credette solo al senso amoroso della frase e fece un moto di soddisfazione.

—Avevi dimenticato la felicità?

—Oh sì!—gridò lui, con accento desolato.

—E adesso, adesso—interrogò Chérie, con ansietà.

Egli non rispose.

—Apri la finestra—chiese lei, di nuovo, curiosa di scorgere bene il volto del suo novello amante.

—No, Chérie, per amor di Dio, non apriamo! La luce mi farebbe morire.

Vi era tanta desolazione paurosa, in questa esclamazione, che Chérie si turbò.

—Spegniamo anche la lampada, allora—ella suggerì, cedendo alla strana emozione di Paolo.

E toccando un bottone, nascosto dietro la cortina di lampasso del letto, la lampada si spense. Ombra perfetta. Stavano, così: egli in piedi, presso la sponda del letto: ella, sollevata sui cuscini, tenendogli le braccia al collo, ma senza stringerlo, senza toccare il suo volto.

—Sei contento, ora?—ella domandò, pianissimo.

—Sono tranquillo.

Un profondo silenzio regnava in quella stanza, piena di tenebre; si udivano i due respiri, quello di Chérie calmo, eguale, lieve come quello di un fanciullo, quello di Paolo Herz più forte, un po' affannoso, talvolta.

—Ti do noia, così—ella chiese dopo qualche tempo, sembrandole che
Paolo avesse il petto oppresso.

—No, cara.

—Mi vuoi bene?

—Sì, cara.

—Ripeti: Chérie, io ti adoro.

—Chérie, io ti adoro.

—Ed è vero? è vero?

Nessuna risposta.

—Paolo?

—Amore?

—Rispondi, dunque!

—A che?

—Ti avevo chiesto, se era vero che mi adorassi.

—Non avevo udito—disse Paolo, con voce anche più sorda.

La donna disciolse il cerchio delle sue braccia, mutamente e ricadde sul letto. Pian piano, nell'ombra egli ne cercò una mano, che giaceva abbandonata sul letto: la strinse, la trovò fredda. Allora cadde in ginocchio, avanti a quel letto, col capo nascosto fra le coltri, singhiozzando senza versare una lacrima, gridando, convulso:

—Ah Chérie, perdonami, perdonami, io soffro tanto, io soffro, io soffro!

E prostrato, con le braccia buttate sul letto, stringendo nervosamente quella mano che si era fatta gelida, con la bocca contro la stoffa della coltre, egli continuò a gemere, a gridare, confusamente, il suo ignoto dolore. Ella non gli disse nulla: aveva distesa l'altra mano e gli carezzava i capelli, così, come a un bimbo che gridi per un male, a cui non vi è rimedio.

—Chérie, Chérie, perdonami, consolami, sono un infelice, sono un miserabile!—seguitava lui, singultando aridamente, battendo la testa sul letto.

—Poveretto, poveretto—disse lei, con un tono vago di pietà, con la sua affascinante voce di canto—Che hai?

—Ho male, ho male, soffro, Chérie soffro come se morissi e come se non potessi morire…

—Dimmi che hai… dimmelo…

—Tanto male, tanto male… Non puoi sapere, Chérie… che male, qui, dentro di me, che mi soffoca…

—Non puoi dirmi il tuo male? Non posso io consolarti, guarirti?

—Vorrei… vorrei che tu potessi!—egli gridò, non osando più nascondere il suo segreto.

—Ma non posso, è vero? Non posso guarirti?—ella chiese, con un po' di malinconia nella cara voce armoniosa.

—L'ho sperato! L'ho sperato…—e pronunziò la frase, la prima volta con un'aspirazione, la seconda con una delusione immensa.

—Dimmi il tuo male, dimmelo—ella mormorò, insistendo, con molta dolcezza, con una certa tristezza.

—Non me lo domandare! Paolo esclamò, con tono di sbigottimento, quasi che l'idea di rivelare la segreta miseria della sua vita gli facesse orrore.

—Non è per curiosità—ella soggiunse, piano. Ti assicuro che non è per curiosità. È per interesse… di te…—e finendo queste parole, leggermente, la voce le tremò.

—Chérie, Chérie, quanto sei buona! Ma non dimandare, te ne prego!

—Forse… ti farebbe bene…

—No, no, lasciami soffrire, così senza conforto, non ne merito, non ne sono degno… tu sei una persona buona, semplice…

—E scema—ella completò, fra l'ironia e la tristezza.

—… io sono un essere malato… cattivo… laido…—egli continuò, con voce sdegnata, quasi parlasse a se stesso e non rispondesse più a lei.

Chérie non rispose. Di nuovo la sua mano si arrestò sui capelli di Paolo Herz, con una carezza fugace. Lo sentì trasalire, allontanandosi. Allora, subito, ella gli disse, con intonazione freddissima:

—Te ne prego, Paolo, apri quella finestra.

Egli obbedì, subito. Tutta la gaia luce meridiana entrò nell'austera stanza e la riempì di pulviscolo d'oro. Qual viso era quello di Paolo! Pallido di un pallore terreo e con gli occhi rossi e le tempie rosse, come se invece di lacrime, fosse salita colà un'onda di sangue, con lo sguardo torbido e smarrito, tutti i suoi anni parean passati dalla bella virilità, all'accasciamento e allo sconforto di un'età più lontana. Chérie, sgomenta, si ricordò il bel volto fine un po' consumato, ma leggiadro, ma arso dalla fiamma di una giovanile passione, che ella aveva veduto la sera innanzi. Una notte, dunque, aveva fatto quel cangiamento? Una notte. Egli la guardava, come perduto.

—Va di là—gli disse lei—va in salone. Aspettami.

Gli aveva parlato con più dolcezza, ora: ma sempre come se comandasse.
Senza rispondere, egli volse le spalle ed uscì.

Quando fu solo, fra le piante verdi dalle larghe foglie, di quel salone che era anche una serra, fra quelle sete ricamate di fiori esotici e di animali favolosi, fra quei vasi alti e sottili ove si elevavano dei fiori dal lungo stelo, fra quei mobili molli e profondi, dove pareva così soave sdraiarsi e non pensare, sognare e non dormire, in una luce temperata, ma limpida, coi rumori della città che giungevano assordati, ma giungevano, solo, come indifeso contro il mondo, come con l'anima dolorosa nuda innanzi agli occhi della gente, Paolo Herz ebbe un altro impeto di disperazione, un accesso di follia. Caduto sovra una poltrona, con la faccia fra le mani, tutto il suo essere sentimentale, si contorceva di spasimo e interrotti lamenti escivano dalle sue labbra. La luce, l'aria, la beltà e la pace delle cose intorno, pareva che lo irridessero, che l'offendessero: ed egli si copriva gli occhi per non vedere, si copriva il volto per non farsi vedere. Da chi? Dalla luce, dall'aria, dalle belle e pacifiche cose che lo circondavano. Un bisogno novello, istintivo, di fuggire, come un animale sanguinante, in una tana profonda e sconosciuta lo assalse. L'ora passava, ella sarebbe venuta, adesso: non era più notte: ella avrebbe veduto la sua figura sconvolta: ella avrebbe udito ancora gli urli della sua inesprimibile disperazione.

Ma mentre gli tumultuava dentro il desiderio della fuga, di una fuga lunga, senza termine, la sua volontà mancava di qualunque forza: si sentiva fiacco: si sentiva, meccanicamente, dominato dall'ordine di Chérie:

—Ella mi ha detto: aspettami—pensava, con un pensiero che si manteneva estraneo a tutto l'altro movimento della sua anima.

E aspettava. Ella apparve dopo qualche tempo. Aveva indossato un suo vestito di seta a righe minute bianche e nere, di un taglio assai succinto: e i biondi capelli erano raccolti in un grosso nodo ricciuto, a metà testa, traversati da due spilloni d'oro matto. Ella aveva sempre lo stesso volto sereno e giovanile, ma guardandolo bene, non so quale nova fermezza vi si leggea. Ella andò a lui, gli si sedette dappresso, ma non vicinissima e gli parlò:

—Paolo?

—Chérie?

—Sei più tranquillo, ora?

—Sì.

—Vuoi ascoltarmi? Puoi?

—Sì, sì.

—Tu sei malato, Paolo: tu dicevi il vero, ieri: sei molto malato.

—Molto, molto, molto—diss'egli, con un'insistenza di voce e di espressione, guardandola coi suoi occhi smarriti.

—Vuoi tentare di guarire? Vuoi?—gli domandò lei, con la sua voce cantante e seduttrice.

—Oh non è possibile, non è possibile!

—Tentare, soltanto?

—Oh Chérie, non mettermi alla disperazione!

—Tentare… tentare…

—E come? Come?

—Partiamo insieme—ella le disse, levando il bel viso florido e guardandolo coi suoi grandi occhi nuotanti nell'azzurro.

—Partire, per dove?

—Dovunque, lontano… partire…

—Partire, come, quando?

—Oggi, fra poche ore, insieme.

—Chérie, Chérie, è impossibile!—egli esclamò, dolorosamente.

—Perchè, impossibile? Chi vuol partire, parte!

—Chérie!

—Non sei libero?

—Sì sono libero.

—Non hai tu denaro?

—Sì, sì, ho del denaro.

—Hai qualche obbligo, qualche legame?

—No, nessuno.

—Niente ti vincola?

—Niente.

—Ebbene, parti con me.

—Chérie, Chérie…—gridò lui, come se tutto il suo essere spasimasse.

—Parti con me—ripetette lei, lentamente, con una suggestione continua,—Andremo molto lontano… viaggeremo presto… viaggeremo assai… vedrai tanto mondo diverso… dimenticherai…

—Io porto il mio male in me—soggiunse Paolo, con voce sorda.

—Partiamo, partiamo…—riprese lei, quasi non avesse udito.

—Vuoi tu viaggiare con un agonizzante?

—Non importa—ella rispose, crollando il capo.—Vieni via, Paolo, ti sentirai meglio, il tuo male avrà una pausa.

—Dove, che questo interno tormento non vi sia? Conosci tu questo paese?

—Paolo, io sono una persona che ti vuol bene, non so tante cose. Ti dico, solo: andiamo via. Vedrai… sarò una buona compagna di viaggio… mi fermerò, dove a te piacerà restare… andremo via dai paesi che non ti piacciono… vieni via.

—Qual triste viaggio di nozze tu mi proponi, o Chérie!

—Perchè, triste?

—Perchè lo sposo è morente!

—Morente, di che?

—Di tutto, Chérie.

—Anche di amore?—e lo fissò, negli occhi.

—Anche di amore.—egli rispose, a capo basso.

Ella impallidì un poco: ma si rimise subito.

—Io sarò un'anima tenera per te, Paolo.

—Non ti prendere questo duro incarico, povera creatura; lasciami al mio destino.

—No, no, ti voglio bene, mi sei sempre piaciuto… tentiamo questa salvazione, Paolo…

—Un lugubre compagno di viaggio, Chérie…

—Dimenticherai, dimenticherai…—ella disse, con la sua intonazione malinconiosa, che dava tanto fascino alle sue parole.

—Non dimenticherò, mai—egli dichiarò, aprendo le braccia, con un gesto definitivo.

—Tutto si dimentica—disse Chérie, semplicemente.

—Io non posso.

—Tenta.

—Ho tentato… lo sai… ho tentato—egli disse, con una umiliazione atroce di tutto il suo essere.

—Ebbene?

—Non mi domandare, Chérie! Ella tacque, un poco. Ma poi, ostinatamente, ritornò al suo quieto assalto.

—Partiamo oggi, Paolo.

—No.

—Senti, è meglio che partiamo. Che farai tu, qui?

Egli la guardò, smarrito.

—Che farai questa sera, oggi, domani? Dove andrai? In che posto troverai refrigerio, distrazione, obblìo? Chi ti consolerà?

—Dio! egli esclamò, convulso.

—Senti, vieni via. Fuggi questo paese; fuggi coloro che conosci; fuggi ogni ricordo; fuggi ogni cosa. Oh Paolo, io sono una povera persona sciocca, ma io so, questi dolori che cosa sono, io comprendo, così, che tu sei un infelice, un miserabile… Ne ho visti degli altri… non vi è che partire…

—Gli altri, gli altri! Felici gli altri!

—Sarai felice ancora; vedrai. Ma parti. Solo, qui, non puoi restare.

—Solo? Tu andresti via?

—Si—diss'ella, voltando il viso.—Ho voglia di espatriare.

—Anche tu soffri? Anche tu, poveretta? È possibile?

—No—ella rispose, subito—Non soffro, io. Non sono mica una creatura sentimentale—e sorrise un pochino, fuggevolmente,—Sono un po' malinconica, talvolta: quando mi dicono che ho malato il cuore. In generale, mi annoio spesso. Ora, da qualche tempo, mi annoiavo moltissimo…

Chérie parlava con molta disinvoltura, senza però giungere a dare un'aria di perfetta naturalezza a quello che essa diceva. Le sue mani mettevano in ordine, macchinalmente, degli oggetti di porcellana della Cina, tutti bianchi, in una scansia e così, spesso, ella distoglieva i suoi occhi da quelli di Paolo Herz.

—Tu sei venuto—ella riprese—… io ho subito pensato di partire con te. Giusto… questo ti serve, anche… la cosa sarà utile ad ambedue…

—Tu sei buona—mormorò Paolo Herz, subitamente intenerito.

—Oh, non tanto! Faccio anche il mio interesse… sono una donna interessata…

—Povera Chérie!

—Perchè mi compatisci? Non compatirmi. Va a fare le tue valigie, per partire.

—Così presto?

—Bisogna sempre partire subito, quando si vuol andar via. Se si ritarda, si resta.

—Tu dici che bisogna andar via?—egli chiese, guardandola, coi suoi torbidi occhi pieni d'incertezza.

—Sì, sì, sì.

—Dove andremo?

—Dove ci porterà il primo treno che troveremo, e poi un altro treno; e poi un altro…

—Fin dove?

—Chi lo sa!

—Che faremo, laggiù?

—Niente, Paolo; nulla più di qui.

—Ma io dovrò vivere, pensare, agire, Chérie, comprendi questo? Io sono inetto a ciò, adesso.

—Non ti capisco—ella mormorò, chinando gli occhi.—Ma qualunque paese sarà migliore di questo.

—Io non posso amarti!—gridò Paolo vincendo la sua ripugnanza a dire una cosa atroce.

Ella lo guardò: sorrise appena: poi disse, con quel suo tono di mistero, che facea parere molto più profonde le cose che ella dicea.

—Chi lo sa!

—Chérie, io sono un infame e un inetto!

—Paolo, Paolo, taci… tu esalti i tuoi nervi… tu aumenti il tuo turbamento…

—Chi tradisce, è un infame, Chérie, non vi può essere pietà, per chi tradisce. Io ho tradito.

—Calmati… calmati—e gli prese le mani, come si prendono le mani di un ammalato, che vaneggia.

—Che vuoi, Chérie, ho tradito, ho commesso un tradimento odioso… io mi sento perduto…

E smorto, sconvolto, egli la fissò, come se non la vedesse, come se non la riconoscesse, come se non fosse stata proprio lei, a essere lo strumento del tradimento.

—Perduto, perduto, perduto…—ripeteva lui, follemente.

—Pace, Paolo, non pensare a ciò…

—Come, non pensare? È lo stesso come dire a chi ha un morto, in casa, di non pensarci più.

—Paolo, chi è morto, dunque?

—Il decoro del mio amore è morto, è morta la sua dignità, è finita la sua forza e la sua saldezza, io ho tradito!

E questo grido, continuò a escirgli dal cuore lungo, aspro; egli non sapeva che ripetere questa parola del tradimento, in tutti i tuoni. Ella lo ascoltò, per un pezzo, meravigliata più che dolente: due o tre volte, le palpebre dei grandi belli occhi azzurri battettero, come per rattenere le lacrime. Ma egli non vide, questo: gittato sovra un divano, battendo la testa sui cuscini, egli esalava il suo dolore e l'orrore di se stesso. Così, vagamente, ella intese che era meglio parlargli del suo strazio e gli chiese:

—Paolo, non era… non era tutto finito?

—Tutto, che? Di che parli?—domandò lui, trasognato.

—L'amore… fra te e Luisa Cima…

Egli levò la testa, a quel nome e con voce tetra:

Tutto non era finito…

—Come? T'amava ella, ancora?

—No. Non mi amava, più.

—Da qualche tempo… mi pare…

—Sì, da vario tempo. Forse, non mi ha mai amato.

—Perchè? Non dire questo… non lo dire di nessuna donna—ella mormorò, con bontà.

—Mai, Chérie, mai! Non la conosci! Non la sai! Mi ha mentito, non mi ha mai amato!

—Tutti mentiscono un poco, nell'amore—ella soggiunse, a occhi bassi, appena appena rimproverandogli, così, la sua menzogna della sera scorsa.

Egli non comprese.

—Poichè non ti amava, da tanto tempo, non eri tu libero?

—No—egli disse, tetramente, Ero legato.

—Come?

—Legato da un giuramento.

—A Lei?

—A me stesso.

—Non ti capisco—ella disse, ancora, guardandosi le perfette mani.

—Io l'amavo…

—Ebbene?

—E l'amo.

—Ah!—diss'ella, senz'altro.

—L'amo sempre, l'amerò sempre, non amerò mai altra donna, è così, nessun'altra!

E si guardò intorno, con occhi fuori, come se qualcuno gli impedisse, gli contrastasse questo amore e che egli fremesse di dichiararlo a tutti quanti. Invece, Chérie lo guardò, con occhi pieni di una grande pietà, una pietà non profonda, forse, ma grande, una pietà che taceva molte cose, ma che per questo era una grande pietà. Adesso, si era seduta e teneva le mani in grembo: la beltà di quel dolce volto non parea fosse stata turbata, solo era piena di una pietà grande: pietà non sapiente, forse, non magistrale, non alta, ma umile, ma tenera, ma femminile. Ella non gli chiese conto della notte: ella sentiva che, egli stesso, si pentiva troppo amaramente di quello che aveva fatto.

—Avevo giurato… avevo giurato di restar fedele a quest'amore solitario… sempre… e avevo tenuto il giuramento… per tanto tempo… e ora, ora, ora!

Si prese la testa fra le mani, per nascondere le lacrime che gli salivano agli occhi.

Vedendo quell'uomo piangere, Chérie si curvò su lui, gli liberò il volto dal velo delle mani, gli passò delicatamente il suo fazzoletto sugli occhi, con un atto materno. E non seppe dire altro che la parola che si dice agli sconsolati, a coloro cui è morto qualcuno:

—Non piangere, non piangere così…

Ma una suprema debolezza aveva atterrato Paolo Herz, sorgente da tutta la sentimentalità quasi muliebre del suo spirito: egli piangeva come un misero, come un bimbo, come una donna, preso, appena appena ogni tanto, da un accesso virile di collera. La istessa pietà di Chérie che egli intravvedeva vagamente, quasi senza intendere da chi venisse e come e perchè, aumentava il suo irrefrenabile dolore.

—Ma non piangere, non piangere tanto, infine…—mormorava lei, seguitando a comprendere poco e non sentendo che la compassione semplice per un dolore grande e ignoto.

—Ah io sono infelice… un povero infelice… il più povero e il più infelice uomo della terra… quello che non ha pane, che non ha tetto, che chiede l'elemosina, nella via, è meno miserabile di me… io ho perduto tutto… tutto è finito…

Chérie pensava, naturalmente. «Ma se ella non lo amava più, da tempo, che cosa è dunque finito? chi ha tradito Paolo?» Però nulla ella diceva, di ciò, intuendo un mistero dell'anima, che non poteva nè misurare, nè apprezzare. Prono sul divano, singultando, Paolo continuava a dire:

—Tutto è finito… tutto è finito.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Fu un pallido uomo, distratto, smemorato, senza volontà e senza forza, quello che seguì Chérie, nel viaggio malinconico che essi intrapresero a traverso l'Europa. Paolo Herz si lasciava condurre, di treno in treno, di città in città, di albergo in albergo, come una creatura inerte, incapace di reagire, poichè era incapace di agire. La loro vita era singolarissima. Tutte le cose esterne del viaggio erano regolate da un servo che prendeva gli ordini da Chérie, alla mattina: e tutto si compiva, senza fretta, senza rumore, con la taciturnità e la compostezza di persone che portano seco un malato. Egli, forse, fisicamente, malato non era; ma tutte le corde dell'energia infrante, spenta ogni iniziativa, il suo spirito era prostrato nell'invincibile abbattimento, da cui non si risorge, salvo una crisi violenta. E niuna cosa e niuna persona, più, poteva dare all'anima e ai sensi di Paolo Herz la scossa che li doveva vivificare o uccidere. Egli si lasciava condurre dappertutto, docile, obbediente, senza mai un atto di ribellione, senza una parola di rifiuto: Chérie regolava la sua vita; e come un fanciullo, come un malato, egli viveva secondo Chérie. Ma, un fanciullo senza sorrisi e un malato senza speranze, obbediva alla bellissima donna, dalla florida chioma bionda e dai begli occhi azzurri: mai gli usciva dalle labbra una parola, che desse segno di una sua risurrezione. In pubblico, veramente, egli non sembrava che un uomo triste senza essere acerbamente addolorato, taciturno per sua elezione, non tetro: egli accompagnava la donna nelle passeggiate, nei teatri, nei pubblici ritrovi, correttissimo, smorto, parlando con lei due o tre volte, in una serata. Non aveva neppure l'aria di annoiarsi: aveva l'aria di vivere, senza vedere e senza sentire la vita.

Ma quando restavano soli, solissimi, in un vagone, in un salotto di albergo, Chérie e Paolo, egli lasciava che la sua fisonomia esprimesse tutta l'angoscia che premeva, perennemente, il suo cuore. Senza dir verbo egli si abbandonava sovra una sedia, esausto dallo sforzo di vivere: tutta la sua orribile miseria, lo mordeva, nella carne e nel cuore; ed egli provava lo spasimo dell'irreparabile.

La donna non gli domandava nulla. Decisa a compire sino all'estremo il suo ufficio d'infermiera ella restava le lunghe ore, accanto a lui, silenziosa, vigile, seduta in una poltrona, così immobile e così taciturna che egli dimenticava perfettamente la sua presenza. Ma ella vegliava! Nel vagone, ella lo vedeva agitarsi, levarsi, aprire e chiudere i cristalli, incapace di trovar pace, seguendo con occhio smarrito la fuga delle campagne e dei villaggi, innanzi al treno, guardando giù, con qualche cosa di disperato, nello sguardo. Nell'albergo, ella lo vedeva inquieto, senza requie, andare e venire, non potendo liberarsi del suo indicile tormento. Sino a tardi, essa aspettava: poi si levava, andava, a lui, gli diceva, dandogli la mano:

—Buona notte.

Macchinalmente egli rispondeva:

—Buona notte.

Ironico augurio! Ella giovane, senza preoccupazione altro che quella pietosa, per il suo amico, stanca del viaggio, si addormentava del suo bel sonno senza sogni: egli combatteva ogni notte una battaglia con l'insonnia. In quelle ore di solitudine, Paolo Herz era avvilito da un profondo senso di degradazione. Il tradimento che aveva commesso, così brutalmente, obbedendo al cieco istinto sensuale che si era avvolto nella luce lusinghiera di un novello, giovane, fresco amore, questo tradimento compiuto con entusiasmo fisico, con un delirio di tutto il suo essere terreno, gli sembrava, ogni giorno più, una deturpazione, una violazione del più prezioso tesoro che egli conservasse nel suo cuore: il suo amore. Si sentiva vile, sporco, cinico, macchiato dall'indelebile peccato della carne, simile a qualunque animale senza intelletto e senza cuore; faceva orrore a se stesso.

Giacchè poteva Luisa Cima non averlo amato mai, o averlo abbandonato crudelmente, dopo un breve capriccio; poteva egli essersi disperato di questo abbandono, nelle lunghe cogitazioni delle sue ore solinghe; poteva egli aver sentito la fine della sua esistenza di amante; ma questo era un fatto fuor di sè, che egli subiva, che egli pativa, come Gesù sofferse la Passione. In quella orrenda disperazione il suo amore restava puro, schietto, alto: amore doloroso, amore straziato, amore spasimante, ma senza peccato, senza decadenza, senza degradazione. Luisa Cima aveva potuto togliergli la sola felicità della corrispondenza amorosa, gli aveva levato il bacio e lo sguardo, il sorriso e la parola: egli non aveva più un'amante, egli non era più un amante: ma egli era un innamorato! Ciò che viveva nel suo cuore, l'amore, era intangibile: la piccola donna dal viso appena roseo dagli occhi neri, dolci e maliziosi, la perfida donna dai capelli neri, morbidi, fini, lucidi, come se fossero bagnati, poteva infrangere tutto, fare una rovina di tutto, ma non toccare l'amore nell'anima di Paolo Herz. Oh quello era collocato in un posto sicuro, chiuso, messo nell'arca santa che niun mortale può violare, nell'arca del pensiero e del sentimento! Ella avrebbe potuto spezzare la fronte di Paolo Herz, attraversargli il cuore con un pugnale, non vincere quell'idea e quell'affetto. Questo orgoglio aveva sostenuto Paolo, nelle lotte atroci contro l'abbandono: questa fierezza del suo amore, che era suo, che niuno poteva levargli, mai, che niuno poteva nè offendere nè ferire!

Ebbene, egli stesso, volontariamente, aveva aperto la porta del tabernacolo, spezzata la santa reliquia e rovesciato l'altare: egli aveva rinnegato non l'amore di Luisa Cima ma il suo: egli aveva tradito, non Luisa Cima, ma se stesso: egli aveva disperso al vento, per sempre, tutto il suo tesoro. Giammai più, giammai egli avrebbe ritrovato la fermezza fiera, il candore appassionato, la nobiltà ardente, la fedeltà incrollabile, che erano le virtù alte di questo amore. Aveva tradito: aveva tradito. Le parole sacre della passione che sono sacre, sol perchè dette nella sincerità e nella profondità di questo sentimento, egli le aveva dette a un'altra mentendo: le sue labbra avevano baciate, delirando di amore, quelle di un'altra donna, e il suo delirio era falso, era un inganno dei sensi: egli si era dato a una donna e aveva avuto una donna, ma un'altra! Il tradimento era più brutto, più sporco, più laido, perchè compiuto così, non contro l'amante, ma contro l'amore, non contro Luisa, ma contro sè. L'incanto era spezzato; ogni santa magia era distrutta: ed egli era un essere volgare e vile, un essere povero e infelice, una creatura senza dignità e senza orgoglio, senza rifugio e senza conforto.

Oh notti atroci! Egli espiava, in quelle notti, la notte del suo peccato: egli la espiava in tutte le forme, le più crudeli: egli si odiava e si disprezzava: egli che si era creduto grande e puro, innanzi alla perfida Luisa Cima, adesso si sentiva mille volte più basso di lei. Le ragioni naturali della vita erano infrante: i legami che uniscono l'uomo all'esistenza, la speranza nelle cose e negli uomini, la fede in se stesso, erano sciolti, per sempre. Aveva tradito! Possedeva una cosa bella, onesta, superba, e l'aveva insultata e calpestata; da se stesso, aveva espulso dal suo cuore ogni sorgente di tenerezza e di orgoglio e l'aveva contaminata. Traditore, infedele, impuro, egli, in certi momenti, accostandosi allo specchio, nel vedere il suo pallido viso, aveva ribrezzo!

Nelle atroci notti, oramai, una fatale convinzione si faceva posto nel suo spirito. Come uomo, egli era distrutto: distrutto come amante. Mai più, mai più avrebbe potuto accostarsi ad una donna, desiderandola, volendola; l'idea di un simile fatto, gli metteva un terrore folle, la crisi di un ferito che vede il ferro chirurgico. Due o tre volte, ingenuamente, Chérie, che nel suo buon senso, credeva alle forze semplici della vita, lo aveva guardato con gli occhi seduttori, con gli occhi che invitavano: due o tre volte era stata provocante, sperando di guarire così Paolo Herz. Ma aveva visto un tale sgomento in lui, gli era parso così tremante, così pallido, che la donna, non comprendendo più nulla, aveva chinato il capo, un po' umiliata, si era ritirata nella sua stanza, tutta pensosa. Mai più, nessuna donna, dopo Luisa Cima! e mai più, in sè, nessun amore, dopo che egli aveva così ignobilmente tradito il suo. Eternamente solo, solo nel ricordo dell'abbandono e solo con la testimonianza della propria turpitudine: una solitudine senza decoro, senza serenità, senz'ombra di conforto. Confortarsi in chi? In che cosa? Tutto era finito: tutto, anche l'idealità sublime del suo amor solingo. Col tradimento, tutto era finito.

Egli si levava da questi notti con gli occhi cavi e brucianti, con uno smarrimento di coscienza, che lo faceva parer vaneggiante. Chérie lo sogguardava, sempre più sorpresa. Adesso, non si parlavano più. Non si davano neppure la mano. Egli cercava di isolarsi, assorbito dalla sua fissazione sentimentale, uscendone solo per considerare Chérie con spavento, poichè ella era stata la causa del tradimento. Ella domandava a se stessa: «perchè gli faccio paura?» Ma non glielo chiedeva, oramai intimidita e stanca. La infermità morale di Paolo Herz sfuggiva a qualunque cura ella potesse tentare, e la poveretta aveva finito per annoiarsi mortalmente e sovra tutto, per sentirsi inutile e noiosa. Viaggiavano da quattro mesi, insieme: e il tentativo era stato troppo lungo. Una sera, a Vienna, glielo disse:

—Paolo?

—Chérie?

—Non ti pare che sia meglio finire?

—Che cosa?

—Questo viaggio, insieme.

—Ah!… sì.

—Io vorrei restare, ancora, con te—ella aggiunse, gentilmente—ma non serve a nulla.

—Non serve a nulla.

—Me ne vado, allora, Paolo?

—Sì.

—Tu resti?

—Non so.

—Che farai?

—Non so.

—Vuoi che io resti, Paolo?

—No.

—Trovi che ho torto? Che faccio male?

—No, Chérie: tu hai ragione e fai benissimo.

—Mi serbi rancore?

—No: non ti serbo rancore.

—Mi vuoi bene, un poco, allora?—disse ella, scioccamente.

Egli rabbrividì: tremò. E disse:

—No, niente.

Così, si lasciarono.

Dissidio.

—Dunque, mi amate?—ella domandò.

—Io vi amo. E voi?—egli chiese.

—Anche io vi amo.

Ma perchè non erano felici, dopo quella confessione? Perchè quella permanente nube di tristezza in entrambi?

—Avete molto tardato a dirmelo—ella soggiunse.

—Moltissimo. Anche voi, del resto.

—Anche io—ella replicò.—Perchè tardaste tanto?

—Perchè non ero perfettamente certo di amarvi: e non volevo ingannare nè me, nè voi.

—Dubitavate? Non vi piacevo, io, forse?—ella disse.

—Mi piacevate e mi piacete immensamente. I vostri occhi così vivaci e tanto spesso pieni di malinconia, la vostra bocca sempre così fresca e dove il sorriso assume tante forme novelle e bizzarre, mi attirano irresistibilmente: io adoro le vostre perfette mani e quando immagino che esse possano passare sui miei capelli, con una lenta carezza, fremo di un lungo brivido: tutta la vostra persona esercita su me il fascino, che non si vince, dei corpi giovani e belli, fatti per l'amore…

—Ebbene?

—Ebbene, tutto ciò, talvolta, non esiste più. Vengono giorni, vengono periodi, in cui non mi piacete punto. Nè lo sguardo vostro, nè il vostro riso arrivano sino a me; mi sembrano pallidi, smorti, o, forse, io non li sento, sono diventato sordo e cieco alla loro espressione. La vostra persona mi pare quella di un manichino e non la bella forma di una creatura umana. In questi periodi, io potrei stare vicino a voi, voi sola con me, lontani ambedue da ogni rumore, da ogni fastidio, in quella compagnia, infine, che ogni amante ardentemente desidera e io non vi prenderei una mano per baciarla, non vi direi una parola d'amore…

—È strano… è strano…—ella mormorò.

—Vi è di peggio. Debbo io dire anche il peggio? Non vi offendete, voi?

—Non mi offendo. Dite.

—Càpitano dei periodi anche peggiori. Sono quelli in cui tutto in voi mi dispiace. Dopo la indifferenza, un senso di disgusto, d'irritazione tutta fisica. I vostri occhi mi sembrano sfrontati, perversi, sempre duri, come se giammai vena di dolcezza li possa attraversare; la vostra bocca ha qualche cosa di odioso, di sovranamente antipatico, nel parlare, nel sorridere; ogni vostro movimento mi sembra volubile o goffo; e tutta voi, per me, mancate di armonia, siete una dissonanza, urtate i miei nervi e vi debbo fuggire, se non voglio essere maleducato, villano con voi.

—Così?

—Così.

—E poi?

—Poi, non so come, giacchè la transizione mi sfugge, viene il giorno, viene l'ora in cui voi, a un tratto, mi riapparite in tutta la vostra seduzione. Sarà, forse, un vestito che vi va bene; un significato più tenero degli occhi; qualche cosa di più mite nel sorriso; una posa più stanca, più abbandonata del vostro bel corpo; un tocco fuggevole della vostra cara mano nella mia… non so! Allora l'antica incantatrice mi prende, mi riprendo ed io sono suo.

—Solo per questo non eravate certo di amarmi?

—Anche per altre ragioni.

—Vi ascolto.

—Non vi rattristeranno, esse?

—Sì: ma non importa.

—L'istesso fenomeno del mondo fisico, fra me e voi, si è sempre riprodotto nel mondo morale. Vi ho ammirata sempre, lo sapete, perchè il vostro carattere ha qualche cosa di assolutamente personale, perchè sotto il vivido sfavillare dello spirito, ho ritrovato un senso equo della vita, perchè a traverso gli erramenti naturali del cuore, il vostro onore mi è parso buono e perchè in mezzo a tutte le inevitabili influenze di corruzione, avete tanta ingenuità infantile. Ciò è così nuovo in una donna moderna ed è così inaspettato, in voi, che sono stato e sono innamorato della vostra anima…

—Ma non sempre innamorato?

—Non sempre! Ciò che voi dite, in certi momenti, mi pare senza colore e senza sapore, come il cinguettìo di un uccellino senza cervello e io mi domando, se dietro la vostra bianca fronte, havvi veramente un pensiero. Mi sembra che il vostro spirito sia quello comune a qualunque altra donna, senza intelligenza: e che la vostra bontà sia quella debolezza naturale del cuore muliebre, quella volgare impotenza a odiare, a fare il male, che si scambia tante volte, fallacemente, con la bontà. La vostra sentimentalità mi pare insipida e la vostra ingenuità mi fa l'effetto di una puerilità scema…

—Triste!

—Non basta. Dopo ciò arriva, costantemente il periodo della irritazione morale. Allora, sì, allora non solo dubito di amarvi, ma sento che mi diventate così odiosa, che tutto il mio cuore si solleva, si ribella contro di voi. Vi ritengo per una donna completamente falsa, in ogni vostra manifestazione. Fredda, se avete l'aria appassionata; ipocrita, se avete l'aspetto sentimentale; maligna, se scherzate; sleale, se vi abbandonate a delle confidenze; e sovra tutto bugiarda, bugiarda nelle prove di bontà, bugiarda nelle espressioni di equità, bugiarda nella ingenuità, bugiarda nella tenerezza, incapace, incapace di una verità, mai!

—E poi? E poi?

—Improvvisamente il suono della vostra voce, dicente una parola; una lettera scritta da voi ad altri e che io leggo per caso; l'aver conosciuto lo scopo di una vostra passeggiata, di una vostra, visita; il velo delle lacrime nei vostri begli occhi; la morte del sorriso sulle vostre labbra; una impressione simile, un fatto vago e fuggevole, mi ridanno, intiera, tutta la malìa che la vostra anima esercita su me…

—Ma, allora, in tanta incertezza, come siete giunto a credere che mi amate?

—Sentite. Voi sapete che io ho un carattere sentimentale e un temperamento amoroso. L'amore, così, è stato il grande affare della mia vita. Io ho amato varie volte e con entusiasmo, con profondità. Le donne che ebbero tutto me stesso, mi meritavano, non mi meritavano, erano, sovra tutto, degne di tanto amore, io non lo so! So che mi detti ad esse e all'amore, con trasporto. Ebbene, a traverso a questa dedizione della mia persona, dei miei pensieri, dei miei sentimenti, io ho scorto, in un cantuccio del mio spirito, un pensiero solitario, talvolta latente, ma costante: il pensiero di voi. Non già che vi amassi, mentre ne amavo un'altra. No. Ma mi occupavo di voi, ma vi seguivo in tutte le evoluzioni della vostra vita, ma nulla di quello che facevate voi, mi era indifferente. Andando a un convegno d'amore, desideratissimo, se v'incontravo, mi distraevo subito, non per molto, ma mi distraevo: tornando da un convegno d'amore, tranquillo, felice e stanco, se vi rivedevo, per la via, tutto il mio essere aveva una vibrazione. Quando mai mi siete escita di mente? Una curiosità costante di voi, dei vostri fatti, della vostra esistenza ha accompagnato tutti i miei ardori per altre donne, io ho delirato di amore e di dolore, ma non sono mai stato infedele a questo pensiero, a questa curiosità. E se il criterio dell'amore è un abbandono assoluto, incondizionato, se bisogna donarsi tutto, se il lasciare anche una piccola parte di se stesso, è una infedeltà, io ho tradito tutte le donne che ho amate, per voi.

—Per questo soltanto, avete avuto la certezza che mi amavate?

—Non soltanto! Il vostro cuore ha avuto le sue ore di passione, non è vero?

—Sì—ella disse.

—Ne ha avute anche di aberrazione?

—… Sì.

—Quanto ho sofferto, sempre, in queste ore, che gelosia continua, profonda, sanguinante, ho avuto di voi e della persona che amavate! Che tormento lungo e sottile, ad ogni nuovo sospetto, a ogni nuova induzione! Che spasimo segreto, non tanto segreto, però, che non ve ne accorgeste, voi! Dite, ve ne siete accorta?

—Sempre. Ogni volta che ero prossima ad amare qualcuno, l'idea che voi ne avreste sofferto, mi ha turbato molto: qualche volta, vedete, ho rinunciato, perchè sentivo tutta la vostra gelosia.

—Atroce! V'intendevo, io, quando stavate per commettere un altro errore e venivo da voi, e vi parlavo, vi rammentate, vi maltrattavo, talvolta! Ciò vi fermava, lo so. Ma quella volta, quella volta fatale, nulla vi arrestò, nulla poteva arrestarvi ed io che vi amava, forse, dovetti assistere alla vostra caduta. Che orribile cosa, che notti ho trascorse, con questo cruccio nell'anima, vedendovi avvilita, perduta, disonorata, non solo agli occhi del pubblico, che non sarebbe di prima importanza, ma agli occhi miei, agli occhi vostri! Questo, è amore.

* * *

—Voi, dunque, mi amate?—ella domandò ancora.

—Sì. E voi?

—Vi amo.

—Da molto tempo, è vero?—egli chiese.

—Da moltissimo tempo.

—Perchè non me lo avete mai detto?

—Perchè voi siete voi e non un altro.

—Come?

—Ho avuto paura di voi.

—Paura?

—Sì: ho temuto assai di non rendervi felice nell'amore, di non esser felice con voi.

—Triste, triste—egli disse, a sua volta.

—Triste!—ripetette ella, come un'eco—Dal giorno che vi ho conosciuto, sono stata attratta verso voi, continuamente e continuamente respinta, come innanzi a un pericolo sconosciuto. Ho intravveduto sempre, con un senso d'infinita dolcezza, l'idea di appartenervi, l'idea di avervi mio, per tutta la vita, prima come amante, poi, quando la ragione dell'età fosse sopravvenuta, come la migliore vostra amica, come il migliore fra i vostri amici, come l'unico amico. Qual sogno!

—Ebbene?

—Ebbene, ogni volta che la realtà mi pareva si avvicinasse a me, a noi, sempre che questa visione prendeva forma, cominciava a prender forma, un invincibile terrore mi ha impedito di continuare.

—Ma perchè?

—Ve l'ho detto: sospettavo, temevo una reciproca inguaribile infelicità. Troppo diversi fra noi e troppo eguali in alcuni momenti: troppo esigente, io, e certo, troppo esigente, voi; ambedue, spesso, ribelli alle esigenze: innamorati e intanto diffidenti, disdegnosi, chi sa, forse disprezzanti l'uno dell'altro; gelosi e infidi; con un mondo spirituale ora complicato e spaventoso, ora semplice e tormentoso; capaci di ogni sacrificio, ma capaci anche di rinfacciarlo brutalmente e crudelmente; con un passato tumultuoso, ambedue, tumultuoso e risorgente, ahimè, a ogni crisi amorosa; con un dubbio avvenire, senza fede, sovra tutto, senza fede nè in noi, nè nell'amore…

—Questo, formava il vostro sgomento?—gridò, lui.

—Sì—disse lei, piano.

Un minuto di silenzio.

—E come avete vinto questa paura?—egli chiese, rompendo il silenzio.

—Come voi avete vinto il vostro dubbio.

—Cioè?

—Pensando che, infine, vi è una fatalità che lega segretamente le persone che si debbono amare, che si debbono appartenere; e che dopo aver lungamente combattuto, invano, questa fatalità, era ben dolce lasciarvisi andare, senza resistenza, senza forza, oramai, più. Sentendo che vale la pena di rischiare tutte le infelicità, tutti i dolori per un poco di amore, con quella tale persona, tanto desiderata, tanto invocata; sentendo che non si deve morire, senz'aver gustato a quel tale amore che si è troppo sognato e troppo respinto.

—È vero, è vero—egli disse.

—Non avete voi superato il vostro profondo e insistente dubbio, sul vostro amore, proprio per questo?

—Sì.

—Così ho superata la mia paura—confermò lei.

* * *

Ma le parole sincere che essi avevano pronunziate, stavano fra loro, nell'aria, intorno a loro nelle loro menti, nei loro cuori: quello che non si erano mai detto, ora lo sapevano. E altre parole più intime, più cocenti, anche più sincere, le più sincere fra tutte, quelle che stanno chiuse nell'intimo del cuore, che sono la verità istessa dell'anima, il grido ultimo, essi intravedevano, in una rivelazione indistinta, ma dolorosa. E il silenzio fra loro si fece tragico; e si fece tragicamente lungo, ognuno di essi assorbito dal proprio pensiero, da una agitazione muta ed estrema. Forse in quell'assorbimento, ognuno si pentiva di aver parlato, ognuno s'incolpava di aver dichiarato il segreto del proprio spirito, tristemente e inanemente; ma le parole erano state dette, avevano vibrato nella voce, avevano ondeggiato nell'aria, ognuno le aveva udito palpitare nel proprio cervello. Impossibile tornare indietro. Ella fu, che interruppe, per la prima, il silenzio: e la sua voce la scosse, come mai udita; ed egli fu scosso da quella voce, come inaspettata.

—Voi, mi amate?—ella domandò.

Egli non rispose: pensava.

—Mi amaste? mi amate?—richiese, ella, subito.

—Non so—egli disse.

—Non potete saperlo?

—Non posso.

—Non potete esser più forte del vostro dubbio?

—No. E voi, mi amate?

—Forse—ella disse,—ma non debbo amarvi.

—Non osate?

—Non oso.

Ancora, il silenzio.

—Addio, dunque, Massimo.

—Addio, Maria.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

L'attesa.

Nella notte purissima e chiara il plenilunio scintillava. Dalla terrazza del mio albergo io vedeva a destra, a sinistra i campi arati che dormivano sotto la tranquilla luce lunare; in capo alla viottola fiancheggiata di querciuoli, dopo una discesa di cinquanta passi dall'albergo, dormiva, tutta bianca, con due finestre nere, la piccola stazione; lontano, dopo una spiaggia deserta, dormiva la grande linea dell'Adriatico. Dietro le mie spalle, inerpicato sulla collina, il paesello dormiva. La profonda pace della notte era intorno a me. Io solo vegliavo, inquieto, febbricitante, esaltato, passeggiando su e giù, mentre la mia ombra si allungava, si accorciava, scompariva, mentre nulla poteva calmarmi. Io aspettava lei. Da tre giorni io l'aspettava nell'unico albergo, in quella piccola stagione intermedia, che niuno conosce. Ella doveva venire, passare con me una giornata e partirsene. Io l'aspettava.

Per questa giornata io fremeva ed impallidiva da due mesi, lavorando, ridendo, vivendo sotto l'imperio dell'idea fissa. Da due mesi ella palpitava come un uccello morente, nel disordine delle sue lettere; da due mesi, noi mentivamo atrocemente alle persone che ci erano state più care. Ogni azione, ogni pensiero, ogni speranza erano concentrate in quella giornata luminosa e ardente. Per andare, io ingannava un'altra donna, mia madre, mia sorella, i miei amici; io faceva venti ore di viaggio, io rimaneva sei giorni nell'albergo del paesello: per venire ella ingannava un uomo, ingannava suo padre, i suoi fratelli, i suoi cognati, sua suocera, i suoi servi, i suoi amici, si esponeva a viaggiar sola, bella e graziosa, per trenta ore di viaggio, in mezzo ai pericoli, venendo ad un pericolo di morte. Che importava tutto questo?—Io l'amava e l'aspettava, ella veniva a me perchè m'amava. L'ultima settimana prima del giorno, era stato un turbine quello che ci aveva travolti; eppure, in tanto disordine di ogni cosa brillava netta, lucida, matematica tutta la combinazione del viaggio. Io conosceva a mente il mio itinerario ed il suo, e lo ripeteva sottovoce, come se avessi potuto dimenticarlo. Quei nomi di paesi, quelle ore ritornavano macchinalmente sulle mie labbra. Eppure una orribile paura mi accompagnava di sbagliare un treno, di non trovarmi, di perdere la testa, e due ore innanzi io era alla stazione, fingendo leggere, disinvolto, bevendo dei grandi bicchieri d'acqua per calmare la mia febbre. Chi ha viaggiato con me? Non so, guardavo in volto le persone senza vedere nulla. Sentivo nelle orecchie un rumorìo di voci, uno stridìo di ferro, squilli di campanelle, fischi, ma non comprendeva nulla. Non ho dormito mai, mai. Mi assopivo, talvolta nell'abbandono, nella stanchezza dei nervi troppo tesi, ma l'anima vegliava, un sussulto mi scuoteva. Quanti giornali ho trascorso, quanti libri ho sfogliato? Non mi ricordo. So che arrivato al paesello, dove ella doveva venire, mi son sentito stringere il cuore. Forse, non sarebbe venuta. Che ne sapeva io? Era così strano il modo come ci eravamo amati, così singolare il modo come ci amavamo! Non mi conosceva, non la conoscevo. Da un momento ad un altro, lei che non era nulla, era diventata tutto per me. Che donna era? Forse, non sarebbe venuta. Forse l'avrebbero trattenuta. Invano cercavo dominare questo senso invincibile di sgomento. Pure l'albergatore, un cortese e famigliare, uomo che non vedeva mai nessun forastiero, non si accorse di nulla; è vero, io era pallido, gli occhi miei vagavano, distratti, le mie mani avevano la febbre, ma sorridevo, scherzavo anche. Nei tre giorni avevo visitato il paesello, la sua chiesa gotica, la sua manifattura di lana sopra un fiumicello là, presso: ma i paesani che si volgevano a guardare questo viaggiatore tranquillo ed attento, non sapevano niente della lotta spaventosa che mi rodeva. Con un vetturino facevo lunghe passeggiate in carrozza e mi lasciavo narrare i suoi guai, tutte le vicende della sua vita. Anche la cameriera dell'albergo ed il servitore mi avevano fatte tutte le loro confidenze; essi avevano trovato un placido ascoltatore che approvava col capo, senza capire, rosicchiato, minato, tormentato da un sol pensiero. Diventavo stupido. La notte smorzavo il lume nella mia stanza, passeggiavo sul terrazzo, guardando la via ferrata.—Verrà di là—pensavo fra me. E come un'allucinazione mi prendeva, mi pareva che sbuffante e rumoreggiante il treno arrivasse col suo occhio verde e col suo occhio rosso che mi guardavano, che una potenza malefica m'inchiodasse sul terrazzo, ch'io vedessi di lontano la diletta dell'anima affacciarsi allo sportello, cercarmi, non trovarmi, ricadere indietro, disperata, ripartirsene senza che io, nella più orribile contrazione del dolore, potessi fare un passo o dare un grido. L'incubo si sedeva sul mio petto, me desto. Erano state lunghe, eterne quelle ore dei tre giorni, io le aveva vedute avanzare pigre e stanche, ma le ore dell'ultima notte, chiamate invano, supplicate invano, non venivano. Ella doveva arrivare alle sei del mattino. Dalle otto della sera prima, io agonizzava nell'impazienza. Non una lettera, non un telegramma. Non poteva farmene, non doveva farmene, avevamo stabilito così. Viaggiava lei verso me? Dove era lei in quel momento? Calcolando, potevo saperlo. E se non venisse? Tutte le più alte, le più inflessibili deduzioni matematiche sono capovolte da un picciolissimo fatto. Passeggiavo, fumavo, morsicchiando la mia sigaretta, lasciando che si spegnesse, gittandola nella via, accendendone un'altra. Nella sera, ad uno ad uno si spegnevano i lumi del paesello. Passò un treno alle nove; era un diretto, non fermò. Alle dieci un altro; fermò per due minuti; era l'ultimo. La stazione era il mio faro, la mia compagnia. Illuminata, mi riscaldava il cuore come un raggio di sole. Certo i due impiegati, i facchini, il capostazione dovevano essere molto stanchi, poichè smorzarono subito e se ne andarono a letto. Mi parve di rimanere solo, abbandonato, in un deserto, senza luce, senz'acqua. Rientrai in camera, tutto angustiato. Dinanzi ad una fioca stearica d'albergo, in piedi, fremendo, rilessi le sue lettere inquiete, agitate, febbricitanti, che mi davano la follia. Sarebbe venuta. Sarebbe venuta la regina di Saba nei dômi azzurri della mia fantasia. Io le tendeva le braccia, ella veniva. Poi mi mettevo a pensare se quel salottino e quella camera d'albergo erano degne di ricevere la sua persona. Piccole stanze, messe con un lusso un po' rustico, un po' cittadino. Ma come Cristo, vi erano tutte le stazioni della Passione. Gliele avrei fatte vedere: Vedi, qui ho pianto, pensando che tu non saresti venuta. Qui ho sperato che questo calice mi sarebbe risparmiato. Qui ho agonizzato, nel dubbio della mia fatale Getsemani. Qui ho singhiozzato, credendomi tradito da te. Qui ho disperato, credendo che non saresti più venuta. Questa è stata la mia tomba per tre giorni. E qui, qui, amore mio immenso, sono risorto.—E pieno di una esaltazione, uscivo sul terrazzo a gesticolare, come un lungo burattino preso da pazzia. Forse, non sarebbe venuta. Mi sedetti in un angolo, appoggiando le braccia sul muretto, e il capo sulle braccia. Ma non dormivo, no. La boccettina del cloralio era quasi vuota sulla mia tavola. La vuotai. Mi distesi sul letto per dormire. Non dormivo. Presi un libro: le Massime di Larochefoucauld. Tristi massime, ironiche massime, piene di realtà. Ma la passione è fuori della vita reale. Mi conturbarono. Fumai di nuovo. Avevo la gola secca, le fauci riarse, le guaucie mi bruciavano. Prendevo le sue lettere, profumate, fresche, e me le metteva sul volto, sperando averne qualche refrigerio.

Dal terrazzo, vestito, tutto pronto, cavando l'orologio nella penombra della luna tramontata e del giorno che sorgeva, vidi aprirsi una ad una le case dei contadini. Nell'albergo, dormivano ancora. Pure, sapendo che col treno delle sei e mezzo aspettavo mia moglie, si alzarono. Mi nascosi, vergognandomi di farmi vedere così premuroso. Ma dalla finestra, vedevo sempre la stazione, che s'era svegliata anche lei. Sotto la porta, un facchino si stirava le braccia. Uscii, non ne potevo più. Nel crepuscolo mattinale la serva spazzava, in basso, la stanza da pranzo. Le dissi che andavo a passeggiare. Sorrise. Non capii quel sorriso. Ero inebetito. Come l'ora si appressava, cresceva in me la sicurezza che non sarebbe venuta. Non viene, non viene—mormoravo. Me ne andai sulla via maestra, parallela alla via ferroviaria. Andavo incontro al treno, come un pazzo, come un bambino. Poi la via maestra faceva un gomito; tornai indietro, alla stazione. Presi una tazza di caffè, poi un vermouth nel piccolo caffè, parlai col padrone. Era l'alba, ma grigia. Forse il sole non sarebbe uscito, forse essa non sarebbe venuta. Anzi era certo che non veniva. Aspettavo per scrupolo di coscienza, quasi per dovere. Avrei potuto andarmene, perchè non veniva. D'un tratto odo un debole fischio, un suono di campanella, mi precipito fuori, in tempo per vedere un treno nero, bagnato d'umidità. Il sangue, mi va al cuore, ma oso domandare:

—È il diretto?

—No, è un merci. Ci vogliono tre quarti d'ora pel diretto.

—È segnalato alcun ritardo?

—No, per ora.

Ella non verrà. Me ne vado nel giardinetto della stazione dove crescono le rose delle quattro stagioni ed i gelsomini cremisi, in ritardo. Una lucertola mi guarda con i suoi occhietti sospettosi, una buona, simpatica e nervosa lucertola. Vorrei narrarle la mia disperazione, perchè ella non verrà. Un carabiniere è ritto sotto la porta; non mi guarda. Vorrei dirgli quanto son disperato, poichè ella non verrà. Gli ultimi minuti; prima che il treno arrivi, io li vivo triplicatamente, giunto al culmine di ogni sensazione. Viene il treno, la campanella è stridula, le orecchie mi tintinnano. Il sole appare vittorioso all'orizzonte e il fumo bianco della macchina s'indora. Ella non vi è. Non mi avanzo, rimango immobile, morendo in piedi. Scendono contadini dalla terza classe; dei signori una vecchia, un bambino dalla seconda. Ella non vi è. D'un tratto, lontano, nella penultima carrozza di prima classe, allo sportello non fa che apparire e scomparire un volto smorto.

Mi trovo la forza di aprire la portiera. In una mano ghiacciata, è appoggiata una manina tremante. Non ci parliamo, ma ci guardiamo, camminiamo accanto. Quei due esseri pallidi, senza voce, tremanti come bimbi, sono un uomo a trent'anni forte e coraggioso, una donna di spirito e di coraggio. Alla porta le faccio una domanda insulsa, inutile.

—Hai il biglietto?

Lo ha, me lo mostra. Passiamo. Ce ne andiamo nel polverìo della via, senza osare di darci il braccio. L'albergatore dalla soglia, ci sorride. Ella sorride con gli occhi pieni di lagrime, io non sento che il profumo acuto dei suoi guanti, il suo profumo…

* * *

Tu hai potuto dimenticare, io ho potuto dimenticare. Poichè questo caso mostruoso, inaudito, è stato possibile, sogghigniamo e diciamo pure che la vita nella sua più alta espressione, che è l'amore, non è che un vano e miserabile sogno.

Zig-Zag.

Io conosco un curioso signore che possiede, in un cassetto sempre chiuso di una sua scrivania, un piccolo museo amoroso, vale a dire quella tale raccolta di oggettini insignificanti per sè, ma espressivi per la persona che li riunì, a testimonianza e a ricordo dei suoi fatti d'amore. Sin qui, ciò è molto comune: giacchè è collezionista di tal genere, chiunque sia un poco sensibile, un poco sentimentale, chiunque si sia abbastanza occupato dell'amore, nella sua vita. Cassetti, cofanetti, scrigni che serrino simili preziosità tutte personali, si trovano dapertutto, anche nelle case di donne molto austere e di uomini molto serii: il bisogno di provare a se stessi che si conobbe l'amore, che si ebbe un passato tenero e passionale, determina la conservazione di tali memorie. E il curioso signore sarebbe un signore qualunque, somigliante a un altro qualunque signore e a moltissimi altri signori qualunque, col suo cassettino, ermeticamente chiuso: ma la sua singolarità è questa. Egli ha due piccoli musei. Il primo è custodito nel cassetto superiore, a destra dell'antica scrivania, il secondo nel cassetto superiore, a sinistra del medesimo mobile: cassetti eguali, che si aprono con la medesima chiave: la chiave, non grande, è sospesa all'anello dell'orologio, ma sempre nascosta nel taschino del panciotto. Del resto, il curioso signore apre assai raramente i due musei dell'amore; bisogna che egli si trovi in una di quelle lunghe giornate di pioggia autunnale, senza voglia di fare nulla di bene o male, senza desiderio di vivere: o in una di quelle dolci notti solitarie e insonni, fervide di fantasmi nell'anima: o in qualche minuto di convulsione spirituale, in cui tutto nel presente può dare la disperazione e solo il passato può dare la calma. In queste rarissime occasioni, il curioso signore cava la chiave e schiude il primo cassetto; ma quando le sue mani hanno toccato, i suoi occhi hanno visto, il suo naso ha aspirato, allora egli, subito, apre anche il secondo. Più tardi, molto più tardi, quando la lenta e penosa rassegna dei due musei è compiuta, uno dopo l'altro egli serra, con un cheto girare di chiave, i due cassetti; il trattamento sentimentale è di una perfetta eguaglianza e di una assoluta giustizia.

Nel primo cassetto stanno i ricordi delle donne che egli ha amate. Vi è una cintura di seta, molto scolorita; apparteneva a una bellissima donna quarantenne di cui egli si era innamorato, verso i venti anni. Questa donna era stata molto amica di sua madre e veniva spesso in casa, sempre vestita con grande eleganza, un po' imbellettata, moltissimo profumata, con certi fruscî inebbrianti di gonne di seta, lasciando vedere i suoi piedini calzati di calze di seta trasparenti e di minute scarpette. Il giovanotto l'aveva amata con grande timidezza dapprima, fuggendola, nascondendosi dietro le porte, per guardarla, tremando di gioia o di terrore, se ella gli toccava la mano: la passione, sensuale, del resto, facendosi più violenta, egli era giunto alla dichiarazione, alla lettera di amore, alle insistenze disperate. Questa donna lo aveva respinto, ostinatamente: prima aveva avuto l'aria di non accorgersi di lui, poi lo aveva avvilito con una continua illusione, con un continuo disprezzo. Per avere quella cintura egli l'aveva fatta rubare da un servo compiacente: la signora aveva creduto a una dispersione, e il folle innamorato passava le sue notti covrendo di baci roventi quella molle seta, cingendosela al collo, fingendo che fossero le braccia della donna inutilmente amata. Costei, a un certo punto, era partita: egli aveva spasimato ancora un pezzo, e infine si era consolato.

Sempre nel primo cassetto, delle donne amate da lui, vi era un fazzolettino di battista, con una iniziale: un B lungo e sottile. Apparteneva, questo fazzolettino, a una cara, pensosa, triste donna di cui egli aveva portato l'amore, nel cuore, circa due anni. Bionda, pallida, alta, ella aveva la flessibilità e le fragilità delle creature sparenti: ella amava un amico del mio curioso signore, o il curioso signore, per un seguito di circostanze, era intermediario fra il suo amico lontano e questa donna. La assenza rendeva infelice quell'amore, ma lo esaltava: il curioso signore passava le sue ora accanto a quella donna, Beatrice, parlando di colui che era diviso dai mari e dai monti, ma che era adorato da colei. A parlare sempre di amore, a essere sempre in contatto con una passione così profonda e così costante, a udire tutte le manifestazioni di quell'anima così schietta e così salda femminile, egli si era innamorato. Ma con un coraggio eroico, aveva taciuto questo suo amore, che era completamente senza speranza: aveva seguitato a vivere accanto a Beatrice, portandole notizie dell'amante lontano, leggendole le sue lettere, leggendo il giornale di questo amore che ella scriveva, piamente, con una fedeltà cristallina, inebriandosi di amore non corrisposto, ribevendo le proprie lacrime, soffocando ogni singhiozzo, reprimendo ogni pallore rivelatore, pur di poter tenere quel posto preferito di confidente. A un tratto, gli ostacoli fra Beatrice e il suo lontano amico erano caduti: la parte del curioso signore era finita: si sentì soverchio, inutile: si strappò allo spettacolo dei due ricongiunti, felici. Quando aveva chiesto quel fazzolettino? Una sera in cui ella aveva pianto per il dolore dell'assenza: le lacrime che avevano bagnato il fine tessuto, erano state versate per l'altro.

Il terzo ricordo, fra quelli delle donne che egli aveva amate, era un ritratto, una fotografia grande, sbiadita, con una dedica i cui caratteri anche si erano scolorati. Rappresentava una donna di un ventotto anni, forse, dalla fisonomia capricciosa e seducente: certi grandi occhi con le ciglia molto lunghe: un nasino troppo piccolo: una bocca ridente: una massa di capelli bruni, ondulati. Era vestita in un costume bizzarro, da ballo mascherato, cioè trifoglio: aveva una gonnella un po' corta, di raso bianco, su cui era applicato un gran trifoglio di velluto nero: sul bustino di raso bianco, sul petto, era ricamato un trifoglio nero, di perline: e la gran collana di perle era rialzata, al collo, da un trifoglio di brillanti. Anche sui bei capelli ondulati, ella aveva un diadema di gemme e una specie di cappellino o di cappellone di velluto nero, a tre foglie, che ella portava come una cornice, come un'aureola. La dedica diceva: Charles, je t'adore—Mimì. Il curioso signore, appunto, si chiamava Carlo, ed ella Mimì, un nome vero o falso, chi sa! Falsa senza altro, era la frase della dedica, giacchè Carlo, infatti, aveva adorato Mimì, ma Mimì non aveva adorato lui, nè amato, nè niente. Così, senza una ragione al mondo! Ella aveva avuto molti altri amanti, ad alcuni aveva voluto del bene, non era una creatura arida: ma a Carlo, pur dandosi, ella non aveva concesso nulla. Si era data per gentilezza, per compassione, per distrazione, per ozio, perchè, anche, era inutile negarsi, anche perchè Carlo era un amante generoso. Ma amore, Mimì, per Carlo, mai! Oh egli lo sapeva bene, a malgrado le pietose e scaltre menzogne di Mimì, che egli gittava invano la sua passione, la sua salute, il suo tempo, il suo denaro: la donna si dava, ma egli non era amato. Tante volte, glielo diceva, a Mimì: le chiedeva, perchè essa non potesse volergli bene, un poco volergli bene d'amore, naturalmente. Ella si rattristava, perchè era buonina: rispondeva, senza aver il coraggio di mentire: non so. Un sacrifizio costante, una fedeltà rigorosa, una passione sempre eguale, il denaro, i viaggi, non arrivarono a fare di Mimì, l'amante di Carlo, l'innamorata di Carlo. Periodo febbrile, morboso, della sua esistenza: male atroce di cui aveva sofferto e di cui, ogni tanto, soffriva ancora, non per la donna, che aveva obliata, ma per l'amore che era stato respinto, offeso, ferito mortalmente. Le ferite dolgono pure quando sono guarite.

Il secondo cassetto superiore, a sinistra, nell'antica scrivania di Carlo, contiene un altro piccolo museo amoroso. Sono i ricordi delle donne che hanno amato il curioso signore.

Il primo, fra essi, è un crocifisso di argento, oscurato dagli anni e come consunto dai mistici baci di una pura bocca orante: non è un crocifisso di quelli che portano sospeso al collo, da un cordoncino, le persone pie; è di quelli che si tengono attaccati al muro, presso il letto, e innanzi ai quali ci s'inginocchia, pregando. Esso apparteneva a una fanciulla, Grazia, che era un po' parente e un po' amica di Carlo. Molto gracile, molto sensibile, molto impressionabile, dedicata assai alle cose del cielo, quella povera creatura aveva nutrito, segretamente, una tenerezza innocente per Carlo. Lo aveva egli compreso? Aveva egli misurato l'intensità di questa tenerezza? Chi sa! Ella aveva sempre taciuto questo suo sentimento, mentre se ne struggeva: e se anche qualche cosa n'era trapelato, sino a lui, la vita lo trascinava troppo nel suo vortice, perchè egli corrispondesse a questo affetto. Questa Grazia, per la sua salute per le sue inclinazioni, sembrava più fatta per il chiostro che per il mondo, e più per la morte che per il chiostro. Di fatti, un giorno, chetamente morì. Il crocifisso fu mandato a Carlo dai parenti perchè ella volle così. Probabilmente, ella aveva tentato di ricondurre alla fede un'anima errante: probabilmente aveva esalato tutto il suo amore, in quel dono. Egli non divenne un credente: ma si accorse di essere stato amato, troppo tardi, e conservò preziosamente il crocefisso.

Un altro oggetto d'amore, era un paio di forbici da ricamare, molto fini, taglientissime, col manico di oro; erano servite a una donna per tagliarsi le due lunghe, folte, bellissime trecce nere, per gittarle ai piedi di Carlo, inutilmente. Costei era tanto brutta! E sgraziata e antipatica, inoltre! E di animo bizzarro, capriccioso, insopportabile, insieme a ciò! Carlo la guardava con ripulsione; lo faceva degli sgarbi; le diceva delle impertinenze; le dimostrava in tutti i modi il disgusto che ella gli ispirava. Ma ella lo amava. Goffa, non giovane, brutta, vestita grottescamente, nervosa, nevrotica, piena zeppa di difetti fisici e morali, ella lo amava e lo perseguitava con questo amore. Erano tali o tante le frenesie che questa donna commetteva, nell'ebrietà del dolore, che tutti si erano accorti di questo amore; si burlavano di Carlo, ne ridevano e aumentavano il ribrezzo che egli aveva per lei. La fuggiva, ella lo raggiungeva; la scacciava, ella ritornava; la ingiurava, ella piangeva, ma non si guariva. Una ossessione. Una notte ella si fece trovare nella sua stanza e per sei ore, otto ore, lo tenne sotto le preghiere, le minaccie, i singhiozzi, i gridi di un amor desolato, disperato: ella fu volta a volta, volgare e sublime, grottesca e nobilissima, orribile a vedersi e trasfigurata dalla passione; a un certo punto, ella sciolse i suoi capelli, la sola bellezza che possedesse, e in un impeto di follia, li tagliò. Invano egli tentò strapparle le forbici, le afferrò le mani, si ferì; ella seguitò a tagliare, cieca, perduta, gittando le sue trecce a lui, rimanendo mutilata, deforme, esausta; egli l'aveva messa fuori, egualmente, dandole i suoi capelli morti oramai, disdegnando persino questo grande sacrificio ed ella era fuggita, a capo chino anche più brutta e più infelice. Dopo, più tardi, egli aveva saputo che ella era in preda a una grave malattia di nervi; poi, più nulla. Quando aveva ripensato, dopo tanti anni, a quell'amore, aveva voluto conservare le forbici di quel sacrificio.

Il terzo ricordo era un pacchetto di lettere, quaranta o cinquanta, forse: molto minutamente scritte, con una calligrafia lieve e volante, che pareva riempisse di alucce il foglio. Portavano, tutte, solo la data del giorno, non l'anno, una firma: Eva. Chi era, dunque, costei? Egli non lo aveva mai saputo. Aveva cominciato a ricevere queste lettere, un bel giorno: venivano dalla posta: una, due per settimana: talvolta, quindici giorni senza venirne: talvolta, due di seguito, un giorno dietro l'altro. La donna si manteneva in incognito, nè faceva nulla per esser conosciuta: ma si comprendeva che fosse giovane e bella e che non fosse libera. Il suo amore per Carlo pareva generato da un incontro, da una conversazione e che si fossero ripetuti incontri e conversazioni; ma nessun dato preciso veniva a chiarire questa ombra, in cui ella si avvolgeva. Forse, se Carlo avesse fatto uno sforzo, se avesse moltiplicato le indagini, egli avrebbe scoperto la verità: ma una sola volta lo tentò e le lettere sparirono, per qualche tempo. Del resto, lo aveva tentato debolmente, senza nessuna volontà di sapere il vero: in fondo, poco gli premeva questa solitaria e misteriosa sua corrispondente. Di nuovo le lettere apparvero, l'amore sembrava più forte, più ardente: si vedeva la lotta di un'anima che vorrebbe realizzare il suo sogno. Carlo partì, per un viaggio improvviso: tornò dopo due mesi: vi erano tre lettere, pressanti: la terza gli dava un convegno in una via, ed era di un mese e mezzo prima. E niente altro. Veramente, egli non ebbe rimpianti, occupato altrove, distratto.

* * *

Infine egli aveva molto amato: e molto era stato amato. Ma non era stato corrisposto mai: e mai aveva corrisposto. Non è curioso, ciò? Forse, non è neppure curioso.

Si è pubblicato:

Luigi Capuana La Sfinge—-Un volume
in 16° L. 2.50

Laura Gropallo In hora mortis—Un
volume in 16° di pag. 263. 3.50

Luciano Zùccoli—Roberta—Romanzo.
Elegante volume in 16° 3.50

Pompeo Bettini—Poesie. Un volume
diamante 2.—

In preparazione:

Teresah—Il campo delle ortiche—Poesie

Domenico Oliva—Note letterarie

Matilde Serao—Il peccato

Jack la Bolina (A. V. VECCHI)—Ricordi di fanciullezza

Luigi Capuana Il braccialetto

E. A. Butti L'apostata