CRONICA
DI
MATTEO VILLANI
TOMO I.
CRONICA
DI
MATTEO
VILLANI
A MIGLIOR LEZIONE RIDOTTA
COLL’AIUTO
DE’ TESTI A PENNA
TOMO I.
FIRENZE
PER IL MAGHERI
1825
AI LETTORI L’EDITORE
IGNAZIO MOUTIER.
Matteo Villani continuatore della Cronica di Giovanni è reputato inferiore all’ultimo e per la lingua e per lo stile: ma quanto sia ingiusto un giudizio sì decisivo emesso in vari tempi da accreditati scrittori, e sempre ciecamente ripetuto, lo dimostra la medesima opera sua, a coloro che si dilettassero di farne uno studio più diligente. L’accusa datagli di diffuso scrittore è tanto essenzialmente falsa, che sembra pronunziata da uomo mal prevenuto, o che non abbia mai conosciuta l’opera che li piacque di condannare. Ma la cagione primaria per cui pochi fino ad ora si dedicarono a studiare la Cronica di Matteo, è stata certamente la pessima forma con la quale fu sempre pubblicata nelle poche edizioni che ne furon fatte fino a questo giorno. La buona volontà d’un lettore paziente si stanca facilmente alla lettura d’un’opera condotta senz’ombra d’ortografia, e che trovi ad ogni passo periodi intralciati, voci fuor di luogo, omissioni d’ogni genere, e dei versi ancora ripetuti, e in tale stato sono le tre edizioni eseguite dai Giunti in epoche differenti, e che tutte si trovan citate nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. È cosa veramente da deplorarsi con quanta negligenza siano state impresse nel secolo decimosesto molte opere classiche di nostra lingua. L’esperienza di fatto mi fece conoscere, che molti editori di opere di classici antichi scrittori, cominciando poco avanti la metà del secolo decimosesto fino verso la fine di esso, avevano adottato un certo loro particolar sistema di variare a capriccio la lezione dei codici antichi, in quei luoghi che discordavano dalla loro maniera di vedere e d’intendere, sostituendo e togliendo a vicenda voci e talvolta interi periodi, senza altra ragione che il loro singolarissimo sistema. Questo intollerabile abuso di torta critica guastò talmente gli scritti di molte opere classiche, che i giudizi che ne furon fatti di esse da chi s’affidò ciecamente alle stampe del cinquecento senza ricorrere ai manoscritti son da tenersi per inesatti e non veri. Quanta verità possa avere l’accusa che io do agli editori del cinquecento lo mostrerebbero abbastanza l’edizioni di Giovanni e di Matteo Villani eseguite in quel secolo, ma più luminosamente potrò dimostrarlo fra qualche tempo, se la fortuna mi concede il mezzo di dare al pubblico l’opere tutte d’un sommo scrittore, che già da qualche anno m’occupo con paziente studio alla loro emendazione.
Lorenzo Torrentino fu il primo a pubblicare in un volumetto, in Firenze nel 1554, i soli primi quattro libri della Cronica di Matteo Villani, corretti quanto poteva ottenersi in quel tempo da una prima edizione di un’opera che si traeva da antico manoscritto. Filippo e Iacopo Giunti stampatori in Firenze, commessero nel 1562 a Domenico Guerra e Giovan Battista suo fratello stampatori in Venezia l’impressione della Cronica di Matteo, la quale non giunse oltre il cap. 85 del libro nono. Nella dedica che fanno i Giunti al principe don Francesco de’ Medici in data del medesimo anno, vi si leggono lusinghiere promesse di dare l’opera in quel modo appunto ch’ella fu scritta dall’autore, avendone affidata la revisione ad uomini eccellentissimi, che ogni particella e ogni parola accomodarono al luogo suo, ch’ella non uscì forse di mano a Matteo altramente disposta: ma ad onta di sì belle parole, quest’impressione fu reputata scorretta dai medesimi Giunti, i quali nel 1581 la riprodussero più emendata col soccorso d’un codice che allora esisteva presso Giuliano de’ Ricci, premettendovi la medesima prefazione al principe don Francesco senza mutar data. Quest’edizione benchè conti un capitolo di più della prima in fine del libro nono contiene precisamente la stessa materia, non variando che la materiale numerazione dei capitoli. Col soccorso pure del codice di Giuliano de’ Ricci pubblicarono i Giunti nel 1577 in Firenze i tre ultimi libri della Cronica di Matteo, così da loro intitolati, ma che essenzialmente non sono che ventisette capitoli che compiscono il nono libro, e il libro decimo e undecimo; di questi ultimi libri ne fecero un’esatta ristampa nel 1596. La giunta di Filippo comprende gli ultimi quarantadue capitoli dell’undecimo ed ultimo libro. L’ultima edizione, e certamente la migliore della Cronica di Matteo, fu pubblicata nel 1729 in Milano nel decimoquarto volume della celebre collezione degli scrittori delle cose d’Italia di Lodovico Antonio Muratori, procurata ed illustrata da Filippo Argelati. In quest’edizione fu seguitata la stampa dei Giunti del 1581, e il seguito impresso nel 1577; vi furono per altro aggiunte a piè della pagina le varianti lezioni che furono tratte dal cavalier Marmi dal codice Ricci, e da un altro manoscritto esistente allora presso il prior Francesco Covoni; ma queste varie lezioni si trovano per la maggior parte sì inutilmente abbondanti in principio dell’opera, come scarseggianti dopo l’ottavo libro, da muovere ragionevolmente sospetto che il cavalier Marmi si stancasse alla metà del suo faticoso lavoro. In questa edizione fu con tanto scrupolo seguitata la lezione giuntina che vi fu lasciata stare la medesima viziosa ortografia, a danno dei poveri lettori, a’ quali è troppo grave nello studio degli antichi classici questo barbaro sistema, che non è ancora spento del tutto.
Da questo esatto ragguaglio dell’edizioni della Cronica di Matteo e Filippo Villani fino ad ora pubblicate, è facile persuadersi del bisogno di farne una nuova più accurata edizione, ma tal pensiero venuto più volte in mente a uomini di molta dottrina, e amantissimi della lingua italiana, svanì e venne meno allorchè cominciarono a sentire il peso di questa spinosa fatica. Colui che sia nuovo affatto di simili studi non può con approssimazione calcolare il lungo tedio che richiedono i confronti d’opere stampate con i manoscritti, che quasi sempre si trovano tra loro discordi nella lezione, o mancanti, o inintelligibili, e quel che è peggio variati sovente dall’arbitrio d’ignoranti copisti. Abituato com’io sono da molti anni a simili studi, da me intrapresi con vero desiderio di recare con l’opera mia qualche vantaggio agli amatori dei classici nostri, che sì deturpati per la maggior parte erano stati impressi in antico, pubblicai già è un anno la Cronica di Giovanni Villani (alla cui emendazione ebbi l’assistenza un mio carissimo amico) e fin da quell’epoca contrassi verso il pubblico l’obbligazione di dare alla luce ricorretta ed emendata l’opera di Matteo e Filippo Villani, servendomi della lezione del famoso codice Ricci. Questo codice cartaceo in foglio, di non elegante ma buona forma di lettere, è scritto tutto d’una medesima mano; ha in principio una breve nota che ci fa conoscere l’anno in cui fu trascritto, così concepita: Questo libro fu scritto l’anno 1378 da Ardingo di Corso de’ Ricci, e continuamente si conserva in questa casa: e oggi, che siamo alli 6 di maggio 1608, è posseduto da Ruberto di Giuliano de’ Ricci. Su qual documento asserisca questo Ruberto de’ Ricci che il codice sia stato scritto nel 1378 non è da conoscersi tanto facilmente, ma di certo la scrittura è del secolo in cui si vuole che sia stato copiato. Comincia il manoscritto con la tavola delle rubriche o capitoli con le prime voci e i numeri dei capitoli scritti in rosso, che occupano le prime diciotto carte; ne segue poi la Cronica, che comprende carte trecentosettanta, con i titoli de’ capitoli e la serie della loro numerazione in rosso. Questo codice di buona conservazione, non va per altro esente dalla sorte che hanno incontrato la maggior parte dei manoscritti, che per incuria o ignoranza di chi gli ha avuti a mano si trovano oggi mutilati e mal conci, poichè si hanno in esso mancanti le carte 299, e 384; mancava pure la carta 108, che fu sostituita fino dall’anno 1573 da ignota mano. La buonissima lezione che ha questo manoscritto fa chiara testimonianza della diligenza del suo copista, che non deve essere stato di que’ prezzolati emanuensi che in quel secolo flagellarono ogni maniera di scritture, ma uomo al certo di qualche dottrina. E qui mi sia lecito dar tributo d’obbligazione e di riconoscenza all’egregio signor Commendatore Lapo de’ Ricci, che con tanta amorevolezza si compiacque accordarmi l’uso per la presente edizione di questo prezioso codice di Matteo Villani, scritto come parla l’antica tradizione da Ardingo di Corso de’ Ricci, già di sopra menzionato, e che tuttavia si conserva nella biblioteca di quest’illustre famiglia.
Di questo codice adunque mi sono quasi interamente giovato nella presente ristampa di Matteo Villani, come il più corretto e copioso di quanti n’abbia veduti, ed ho solamente avuto ricorso alle varianti del codice Covoni che esistono nell’accennata edizione dell’opera di Matteo eseguita in Milano nel 1729, in quei pochissimi luoghi che manifestamente erano errati. Due codici della libreria Riccardiana e uno della Magliabechiana mi hanno fornito di qualche variante nel corso dell’opera, la poca importanza delle quali mi disobbliga dal far di essi un circostanziato ragguaglio.
La presente edizione della Cronica di Matteo Villani potrebbe ragionevolmente chiamarsi un’esatta copia del codice Ricci, se i pochi luoghi che in esso si trovano errati non avessero domandato il soccorso d’altri codici antichi per rettificarne gli errori. Così avess’io potuto supplire con altri manoscritti alle lagune vistose del codice Ricci, specialmente a quelle che s’incontrano ne’ tre ultimi libri, ma il fatto mi ha dimostrato non esser questo un errore da attribuirsi al copista, ma bensì all’autore medesimo, l’immatura morte del quale gli tolse il modo di dar l’ultima mano all’opera sua, giacchè tutti i manoscritti da me riscontrati, e non in piccol numero, hanno sventuratamente lo stesso difetto, da toglier la speranza a ogni accurato investigatore di rinvenire un giorno ciò che ora invano si desidera. Quei passi per altro, che nell’edizioni eseguite dai Giunti furono tolti per cagione de’ tempi, si troveranno in quest’edizione restituiti al loro luogo, cioè al Cap. 93 del libro nono, e al Prologo del libro undecimo.
Il sistema che ho creduto dover seguitare in quest’edizione è stato il medesimo che servì di norma alla pubblicazione del primo Villani, meno che più libertà mi son preso intorno a’ nomi propri, avendone del tutto banditi gl’idiotismi del tempo, che nulla han che fare con la lingua, e che ad altro non servono che ad essere inciampo e noia al maggior numero dei lettori. L’ortografia ho avuto cura che si presti totalmente all’intelligenza del testo senz’altra regola speciale, semplicizzando più che ho saputo l’andamento del periodo. Finalmente all’ultimo volume vi ho posto l’indice generale, indispensabile ad un’opera di tal natura, e un elenco di voci mancanti nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. In un volume di supplemento riprodurrò le vite degli uomini illustri Fiorentini scritte da Filippo Villani, giovandomi dell’edizione procurata dall’erudito Giammaria Mazzuchelli nel 1747 in Venezia; e così mi compiacerò d’essere stato il primo a riunire in un sol corpo tutte l’opere toscane de’ tre Villani, impresa molte volte progettata e mai condotta a buon termine, per gl’infiniti ostacoli ch’era d’uopo sormontare con lungo e pazientissimo studio.
Il dovere mi obbligherebbe a premettere all’opera alcune notizie intorno alla vita pubblica e privata di Matteo Villani, ma tanto scarsi sono i documenti che lo riguardano, quanto inutili e infruttuose sono state fino ad ora le ricerche di diligenti biografi. Il suo figliuolo Filippo continuatore dell’opera del padre ci ha tramandata l’epoca della di lui morte, la quale avvenne a dì 12 di luglio del 1363, anch’egli come il fratello Giovanni colpito dalla peste che da molti anni lacerava quasi tutta Europa, ma specialmente la misera Italia, senza che gli uomini riparassero a tanto loro esterminio. Il Manni (Sig. Ant. T. 4. p. 75) ci addita due mogli ch’egli ebbe, Lisa de’ Buondelmonti e Monna de’ Pazzi, e alcune altre notizie ci riferisce illustrando l’albero di casa Villani, la più importante è quella che Matteo come ghibellino fu da’ capitani di parte guelfa ammonito. Di Filippo assai ne ragiona il diligentissimo Mazzuchelli nella sua prefazione alle Vite degli Uomini illustri Fiorentini, la quale pubblicherò nel settimo volume di quest’opera, premettendola alle medesime Vite scritte da Filippo, procurando pure d’emendarle con l’aiuto de’ manoscritti, benchè fino ad ora quelli che m’è avvenuto riscontrare non meritano nessuna fiducia per essere troppo moderni, e notoriamente variati dal capriccio de’ loro copiatori.
Se questa mia non lieve fatica d’aver cercato di ridurre a miglior lezione la Cronica di Matteo Villani non incontrerà in particolare l’approvazione dei dotti, riscuoterà certamente il suffragio da tutti quelli che s’esercitano nello studio dei nostri classici antichi, che da un fonte più puro potranno trarre, con minor noia e fatica di quel che far si potesse in addietro, preziosi documenti per l’istoria e per l’incremento della lingua italiana. Così piaccia alla fortuna d’accordare tal’ozio tranquillo ai dotti accademici della Crusca, a’ quali è commesso l’incarico di nostra lingua, che applicar si possano con vero studio all’emendazione di tanti classici, che ripieni d’infiniti errori e mancanze, attendono ancora dalla critica di questo secolo d’essere riprodotti nella loro vera e primitiva forma. Ad alcuni onorevoli Accademici è debitrice la repubblica delle lettere di alcune opere riprodotte nella loro originalità, e di altri se ne desiderano tuttavia le studiose fatiche, ma troppe opere ancora rimangono da emendarsi, e dell’inedite da pubblicarsi, che il loro numero e la loro importanza può giustificare qualunque lamento che se ne faccia. Sia loro di massimo incitamento l’esempio dell’ottimo nostro Sovrano, che da qualche anno si compiacque di farsi membro di quell’illustre Accademia, il quale con munificenza degna di tanto Principe ha pubblicato in quest’anno le opere di Lorenzo il Magnifico, con grandissimo studio da Lui emendate e illustrate.
CRONICA DI MATTEO VILLANI
LIBRO PRIMO
Qui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima il prologo, e primo libro.
Esaminando nell’animo la vostra esortazione, carissimi amici, di mettere opera a scrivere le storie e le novità che a’ nostri tempi avverranno, pensai la mia piccola facultà essere debole a cotanta e tale opera seguire. Ma perocchè la vostra richesta mi rende per debito pronto a ubbidire, e il vostro consiglio aggiugne vigore alla stanca mente; e pensando che per la macchia del peccato la generazione umana tutta è sottoposta alle temporali calamità, e a molta miseria, e a innumerabili mali, i quali avvengono nel mondo per varie maniere, e per diversi e strani movimenti, e tempi; come sono inquietazioni di guerre, movimenti di battaglie, furore di popoli, mutamenti di reami, occupazioni di tiranni, pestilenzie, mortalità e fame, diluvi, incendi, naufragi e altre gravi cose, delle quali gli uomini, ne’ cui tempi avvengono, quasi da ignoranza soppresi, più forte si maravigliano, e meno comprendono il divino giudicio, e poco conoscono il consiglio e ’l rimedio dell’avversità, se per memoria di simiglianti casi avvenuti ne’ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento: e in quelle che la chiara faccia della prosperità rapporta non sanno usare il debito temperamento; rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza l’uscimento cadevole, e il fine dubbioso delle mortali cose. Onde pensando che l’opera puote essere fruttuosa, e debba piacere per li naturali desideri degli uomini, mi mossi a cominciare, per esempio di me uomo di leggieri scienza, ad apparecchiar materia a’ savi di concedere del loro tempo alcuna parte, per lasciare agli altri memoria delle cose appariranno di ciò degne a’ loro temporali, e a’ meno sperti speranza con fatica e studio da poter venire a operazioni virtudiose, e a coloro che avranno più alto ingegno, materia di ristrignere su brevità, e con più piacere degli uditori, le nostre storie. Ma perocchè ogni cosa è imperfetta e vana senza l’aiuto della divina grazia, chiamiamo in nostro aiuto la carità divina, Cristo benedetto; il quale è in unità col Padre e con lo Spirito Santo, vive e regna per tutti i secoli, e dà cominciamento e mezzo e termine perfetto a ogni buona operazione.
CAP. I. Della inaudita mortalità.
Trovasi nella santa Scrittura, che avendo il peccato corrotto ogni via della umana carne, Iddio mandò il diluvio sopra la terra: e riservando per la sua misericordia l’umana carne in otto anime, di Noè, e di tre suoi figliuoli e delle loro mogli nell’arca, tutta l’altra generazione nel diluvio sommerse. Dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono stati alquanti diluvi particolari, mortalità, corruzioni e pistolenze, fami e molti altri mali, che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini per li loro peccati. Tra le quali mortalità troviamo venute le più gravi l’una al tempo di Marco Aurelio, Antonio e Lucio Aurelio Commodo imperadori, gli anni di Cristo 171, la quale cominciò in Babilonia d’Egitto, e comprese molte provincie del mondo. E tornando L. Commodo colle legioni de’ Romani delle parti d’Asia, parea combattesse ostilemente per la loro infezione gli uomini delle provincie ond’elli passavano: e a Roma fece grave sterminio de’ suoi abitanti. E l’altra venne al tempo di Gallo Ostilio Augusto, e Bolusseno suo figliuolo, occupatori dello imperio, e gravi persecutori de’ cristiani, la quale cominciò gli anni di Cristo 254, e durò, ritornando di tempo in tempo, intorno di quindici anni: e fu di diverse e incredibili infermitadi, e comprese molte provincie del mondo. Ma per quello che trovar si possa per le scritture, dal generale diluvio in qua, non fu universale giudicio di mortalità che tanto comprendesse l’universo, come quella che ne’ nostri dì avvenne. Nella quale mortalità, considerando la moltitudine che allora vivea, in comparazione di coloro che erano in vita al tempo del generale diluvio, assai più ne morirono in questa che in quello, secondo la estimazione di molti discreti. Nella quale mortalità avendo renduta l’anima a Dio l’autore della cronica nominata la Cronica di Giovanni Villani cittadino di Firenze, al quale per sangue e per dilezione fui strettamente congiunto, dopo molte gravi fortune, con più conoscimento della calamità del mondo che la prosperità di quello non m’avea dimostrato, propuosi nell’animo mio fare alla nostra varia e calamitosa materia cominciamento a questo tempo, come a uno rinnovellamento di tempo e secolo, comprendendo annualmente le novità che appariranno di memoria degne, giusta la possa del debole ingegno, come più certa fede per li tempi avvenire ne potremo avere.
CAP. II. Quanto durava il tempo della moría in catuno paese.
Avendo per cominciamento nel nostro principio a raccontare lo sterminio della generazione umana, e convenendone divisare il tempo e il modo, la qualità e la quantità di quella, stupidisce la mente appressandosi a scrivere la sentenzia, che la divina giustizia con molta misericordia mandò sopra gli uomini, degni per la corruzione del peccato di final giudizio. Ma pensando l’utilità salutevole che di questa memoria puote addivenire alle nazioni che dopo noi seguiranno, con più sicurtà del nostro animo così cominciamo. Videsi negli anni di Cristo, dalla sua salutevole incarnazione 1346, la congiunzione di tre superiori pianeti nel segno dell’Aquario, della quale congiunzione si disse per gli astrolaghi che Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi e gravi novitadi; ma simile congiunzione per li tempi passati molte altre volte stata e mostrata, la influenzia per altri particulari accidenti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio secondo la disposizione dell’assoluta volontà di Dio. Cominciossi nelle parti d’Oriente, nel detto anno, inverso il Cattai e l’India superiore, e nelle altre provincie circustanti a quelle marine dell’oceano, una pestilenzia tra gli uomini d’ogni condizione di catuna età e sesso, che cominciavano a sputare sangue, e morivano chi di subito, chi in due o in tre dì, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva, che chi era a servire questi malati, appiccandosi quella malattia, o infetti, di quella medesima corruzione incontanente malavano, e morivano per somigliante modo; e a’ più ingrossava l’anguinaia, e a molti sotto le ditella delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti del corpo, che quasi generalmente alcuna enfiatura singulare nel corpo infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in tempo, e di gente in gente apprendendo, comprese infra il termine d’uno anno la terza parte del mondo che si chiama Asia. E nell’ultimo di questo tempo s’aggiunse alle nazioni del Mare maggiore, e alle ripe del Mare tirreno, nella Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera del Mar rosso, e dalla parte settentrionale la Rossia e la Grecia, e l’Erminia e l’altre conseguenti provincie. E in quello tempo galee d’Italiani si partirono del Mare maggiore, e della Soria e di Romania per fuggire la morte, e recare le loro mercatanzie in Italia: e’ non poterono cansare, che gran parte di loro non morisse in mare di quella infermità. E arrivati in Cicilia conversaro co’ paesani, e lasciarvi di loro malati, onde incontanente si cominciò quella pestilenzia ne’ Ciciliani. E venendo le dette galee a Pisa, e poi a Genova, per la conversazione di quegli uomini cominciò la mortalità ne’ detti luoghi, ma non generale. Poi conseguendo il tempo ordinato da Dio a’ paesi, la Cicilia tutta fu involta in questa mortale pestilenzia. E l’Affrica nelle marine, e nelle sue provincie di verso levante, e le rive del nostro Mare tirreno. E venendo di tempo in tempo verso il ponente, comprese la Sardigna, e la Corsica, e l’altre isole di questo mare; e dall’altra parte, ch’è detta Europa, per simigliante modo aggiunse alle parti vicine verso il ponente, volgendosi verso il mezzogiorno con più aspro assalimento che sotto le parti settentrionali. E negli anni di Cristo 1348 ebbe infetta tutta Italia, salvo che la città di Milano, e certi circustanti all’Alpi, che dividono l’Italia dall’Alamagna, ove gravò poco. E in questo medesimo anno cominciò a passare le montagne, e stendersi in Proenza, e in Savoia, e nel Dalfinato, e in Borgogna, e per la marina di Marsilia e d’Acquamorta, e per la Catalogna, e nell’isola di Maiolica, e in Ispagna e in Granata. E nel 1349 ebbe compreso fino nel ponente, le rive del Mare oceano, d’Europa e d’Affrica e d’Irlanda, e l’isola d’Inghilterra e di Scozia, e l’altre isole di ponente, e tutto infra terra con quasi eguale mortalità, salvo in Brabante ove poco offese. E nel 1350 premette gli Alamanni, e gli Ungheri, Frigia, Danesmarche, Gotti, e Vandali, e gli altri popoli e nazioni settentrionali. E la successione di questa pestilenzia durava nel paese ove s’apprendeva cinque mesi continovi, ovvero cinque lunari: e questo avemmo per isperienza certa di molti paesi. Avvenne, perchè parea che questa pestifera infezione s’appiccasse per la veduta e per lo toccamento, che come l’uomo, o la femmina o i fanciulli si conoscevano malati di quella enfiatura, molti n’abbandonavano, e innumerabile quantità ne morirono, che sarebbono campati se fossono stati aiutati delle cose bisognevoli. Tra gl’infedeli cominciò questa inumanità crudele, che le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti, cosa crudele e maravigliosa, e molto strana dalla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni barbare, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella nostra città di Firenze, fu biasimata da’ discreti la sperienza veduta di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitari, e di sana aria, forniti, d’ogni buona cosa da vivere, ove non era sospetto di gente infetta; in diverse contrade il divino giudicio (a cui non si può serrare le porti) gli abbattè come gli altri che non s’erano provveduti. E molti altri, i quali si dispuosono alla morte per servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e assai non l’ebbono continovando quello servigio; per la qual cosa ciascuno si ravvide, e cominciarono senza sospetto ad aiutare e servire l’uno l’altro; onde molti guarirono, ed erano più sicuri a servire gli altri. Nella nostra città cominciò generale all’entrare del mese d’aprile gli anni Domini 1348, e durò fino al cominciamento del mese di settembre del detto anno. E morì tra nella città, contado e distretto di Firenze, d’ogni sesso e di catuna età de’ cinque i tre, e più, compensando il minuto popolo e i mezzani e’ maggiori, perchè alquanto fu più menomato, perchè cominciò prima, ed ebbe meno aiuto, e più disagi e difetti. E nel generale per tutto il mondo mancò la generazione umana per simigliante numero e modo, secondo le novelle che avemmo di molti paesi strani, e di molte provincie del mondo. Ben furono provincie nel Levante dove vie più ne moriro. Di questa pestifera infermità i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale, o per fisica, o per arte d’astrologia non ebbono argomento nè vera cura. Alquanti per guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti, li quali per la loro morte mostrarono l’arte essere fitta, e non vera: e assai per coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ciò aveano presi indebitamente.
Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che aveano avute novelle di que’ paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, nelle parti dell’Asia superiore, uscì della terra, ovvero cadde da cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse e consumò grandissimo paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono, che del puzzo di questo fuoco si generò la materia corruttibile della generale pestilenzia: ma questo non possiamo accertare. Appresso sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo di .... del Regno, uomo degno di fede, che s’era trovato in quelle parti dov’è la città di Lamech ne’ tempi della mortalità, che tre dì e tre notti piovvono in quello paese biscie con sangue che appuzzarono e corruppono tutte le contrade: e in quella tempesta fu abbattuto parte del tempio di Maometto, e alquanto della sua sepoltura.
CAP. III. Della indulgenzia diede il papa per la detta pistolenza.
In questi tempi della mortale pestilenzia, papa Clemente sesto fece grande indulgenza generale della pena di tutti i peccati a coloro che pentuti e confessi la domandavano a’ loro confessori, e morivano: e in quella certa mortalità catuno cristiano credendosi morire si disponea bene, e con molta contrizione e pazienzia rendevano l’anima a Dio.
CAP. IV. Come gli uomini furono peggiori che prima.
Stimossi per quelli pochi discreti che rimasono in vita molte cose, che per la corruzione del peccato tutte fallirono agli avvisi degli uomini, seguendo nel contradio maravigliosamente. Credetesi che gli uomini, i quali Iddio per grazia avea riserbati in vita, avendo veduto lo sterminio dei loro prossimi, e di tutte le nazioni del mondo, udito il simigliante, che divenissono di migliore condizione, umili, virtudiosi e cattolici, guardassonsi dall’iniquità e dai peccati, e fossono pieni d’amore e di carità l’uno contra l’altro. Ma di presente restata la mortalità apparve il contradio; che gli uomini trovandosi pochi, e abbondanti per l’eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come state non fossono, si dierono alla più sconcia e disonesta vita che prima non aveano usata. Perocchè vacando in ozio, usavano dissolutamente il peccato della gola, i conviti, taverne e delizie con dilicate vivande, e’ giuochi, scorrendo senza freno alla lussuria, trovando nei vestimenti strane e disusate fogge e disoneste maniere, mutando nuove forme a tutti gli arredi. E il minuto popolo, uomini e femmine, per la soperchia abbondanza che si trovarono delle cose, non voleano lavorare agli usati mestieri; e le più care e dilicate vivande voleano per loro vita, e allibito si maritavano, vestendo le fanti e le vili femmine tutte le belle e care robe delle orrevoli donne morte. E senza alcuno ritegno quasi tutta la nostra città scorse alla disonesta vita; e così, e peggio, l’altre città e provincie del mondo. E secondo le novelle che sentire potemmo, niuna parte fu, in cui vivente in continenzia si riserbasse, campati dal divino furore, stimando la mano di Dio essere stanca. Ma secondo il profeta Isaia, non è abbreviato il furore d’Iddio, nè la sua mano stanca, ma molto si compiace nella sua misericordia, e però lavora sostenendo, per ritrarre i peccatori a conversione e penitenzia, e punisce temperatamente.
CAP. V. Come si stimò dovizia, e seguì carestia.
Stimossi per il mancamento della gente dovere essere dovizia di tutte le cose che la terra produce, e in contradio per l’ingratitudine degli uomini ogni cosa venne in disusata carestia, e continovò lungo tempo: ma in certi paesi, come narreremo, furono gravi e disusate fami. E ancora si pensò essere dovizia e abbondanza di vestimenti, e di tutte l’altre cose che al corpo umano sono di bisogno oltre alla vita, e il contrario apparve in fatto lungamente; che due cotanti o più valsono la maggior parte delle cose che valere non soleano innanzi alla detta mortalità. E il lavorio, e le manifatture d’ogni arte e mestiero montò oltre al doppio consueto disordinatamente. Piati, quistioni, contraversie e riotte sursono da ogni parte tra’ cittadini di catuna terra, per cagione dell’eredità e successioni. E la nostra città di Firenze lungamente ne riempiè le sue corti con grandi spendii e disusate gravezze. Guerre, e diversi scandali si mossono per tutto l’universo, contro alle opinioni degli uomini.
CAP. VI. Come nacque in Prato un fanciullo mostruoso.
In questo anno, del mese d’agosto, nacque in Prato uno fanciullo mostruoso di maravigliosa figura, perocchè a uno capo e a uno collo furono partiti e stesi due imbusti umani con tutte le membra distinte e partite dal collo in giuso, senza niuna diminuzione che natura dia a corpo umano: e catuno imbusto fu colle membra e natura masculina. Ma l’uno corpo era maggiore che l’altro: e vivette questo corpo mostruoso e maraviglioso quindici giorni, dando pronosticazione forse di loro futuri danni, come leggendo appresso si potrà trovare.
CAP. VII. Come alla compagnia d’Orto san Michele fu lasciato gran tesoro.
Nella nostra città di Firenze, l’anno della detta mortalità, avvenne mirabile cosa: che venendo a morte gli uomini, per la fede che i cittadini di Firenze aveano all’ordine e all’esperienza che veduta era della chiara, e buona e ordinata limosina che s’era fatta lungo tempo, e facea per li capitani della compagnia di Madonna santa Maria d’Orto san Michele, senza alcuno umano procaccio, si trovò per testamenti fatti (i quali testamenti nella mortalità, e poco appresso, si poterono trovare e avere) che i cittadini di Firenze lasciarono a stribuire a’ poveri per li capitani di quella compagnia più di trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro. Che vedendosi la gente morire, e morire i loro figliuoli e i loro congiunti, ordinavano i testamenti, e chi avea reda che vivesse, legava la reda, e se la reda morisse, volea la detta compagnia fosse reda; e molti che non avevano alcuna reda, per divozione dell’usata e santa limosina che questa compagnia solea fare, acciocchè il suo si stribuisse a’ poveri com’era usato, lasciavano di ciò ch’aveano reda la detta compagnia: e molti altri non volendo che per successione il suo venisse a’ suoi congiunti, o a’ suoi consorti, legavano alla detta compagnia tutti i loro beni. Per questa cagione, restata la mortalità in Firenze, si trovò improvviso quella compagnia in sì grande tesoro, senza quello che ancora non potea sapere. E i mendichi poveri erano quasi tutti morti, e ogni femminella era piena e abbondevole delle cose, sicchè non cercavano limosina. Sentendosi questo fatto per cittadini, procacciarono molti con sollecitudine d’essere capitani per potere amministrare questo tesoro, e cominciarono a ragunare le masserizie e’ danari; ch’avendo a vendere le masserizie nobili de’ grandi cittadini e mercatanti, tutte le migliori e le più belle voleano per loro a grande mercato, e l’altre più vili faceano vendere in pubblico, e i danari cominciarono a serbare, e chi ne tenea una parte, e chi un’altra a loro utilità. E non essendo in quel tempo poveri bisognosi, facevano le limosine grandi ciascuno capitano ove più gli piaceva, poco a grado a Dio e alla sua madre. E per questo indebito modo si consumò in poco tempo molto tesoro. E quando veniva il tempo di rifare i nuovi capitani, i cittadini amici de’ vecchi si facevano fare capitani nuovi da loro che avevano la balía, con molte preghiere, e altre promessioni, intendendosi insieme per poco onesta intenzione. Le possessioni della compagnia allogavano per amistà e buon mercato, e le vendite faceano disonestamente. I cittadini ch’erano avviluppati nelle mani de’ detti capitani per li lasci, e per le dote, e per li debiti, e per le participazioni di quelli beni, e per l’altre successioni non si poteano per lunghi tempi spacciare da loro: e ogni cosa sosteneano in lunga contumacia senza sciogliere, se per speziale servigio non si facea. E fu tre anni continovi più grande la loro corte che quella del nostro comune. E avvedendosi i cittadini della ipocrisia de’ capitani, acciocchè più non seguitasse la elezione, che l’uno facesse l’altro, ordinarono che i capitani si chiamassono per lo consiglio. In processo di tempo il comune prese de’ danari del mobile della detta compagnia alcuna parte, vedendo che male si stribuivano per li capitani. E per le dette cagioni la fede di quella compagnia tra’ cittadini e’ contadini cominciò molto a mancare, avvelenata per lo disordinato tesoro, e per gli avari guidatori di quello. E per lo simigliante modo fu lasciato a una nuova compagnia chiamata la compagnia della Misericordia, tra in mobile e in possessioni, il valore di più di venticinquemila fiorini d’oro, i quali si stribuirono poco bene per lo difetto de’ capitani che gli aveano a stribuire. E allo spedale di santa Maria Nuova di san Gilio fu anche lasciato in quella mortalità il valore di venticinquemila fiorini d’oro. Questi lasci di questo spedale si stribuirono assai bene, perocchè lo spedale è di grande elemosina, e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine, i quali sono serviti e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere, e da sovvenire a’ malati, governandosi per uomini e femmine di santa vita.
CAP. VIII. Come in Firenze da prima si cominciò lo Studio.
Rallentata la mortalità, e assicurati alquanto i cittadini che aveano a governare il comune di Firenze, volendo attrarre gente alla nostra città, e dilatarla in fama e in onore, e dare materia a’ suoi cittadini d’essere scienziati e virtudiosi, con buono consiglio, il comune provvide e mise in opera che in Firenze fosse generale studio di catuna scienzia, e in legge canonica e civile, e di teologia. E a ciò fare ordinarono uficiali, e la moneta che bisognava per avere i dottori delle scienze: stanziò si pagassono annualmente dalla camera del comune; e feciono acconciare i luoghi dello Studio in su la via che traversa da casa i Donati a casa i Visdomini, in su i casolari de’ Tedaldini. E piuvicarono lo studio per tutta Italia; e avuti dottori assai famosi in tutte le facultà delle leggi e dell’altre scienze, cominciarono a leggere a dì 6 del mese di novembre, gli anni di Cristo 1348. E mandato il comune al papa e a’ cardinali a impetrare privilegio di potere conventare in Firenze in catuna facultà di scienza, ed avere le immunità e onori che hanno gli altri studi generali di santa Chiesa, papa Clemente sesto, con suoi cardinali, ricevuta graziosamente la domanda del nostro comune, e considerando che la città di Firenze era braccio destro in favore di santa Chiesa, e copiosa d’ogni arte e mestiere, e che questo che s’addomandava era onore virtudioso, acciocchè ’l buono cominciamento potesse crescere successivamente in frutto di virtudi, di comune concordia di tutto il collegio, e del papa, concedettono al nostro comune privilegio, che nella città di Firenze si potesse dottorare, e ammaestrare in teologia, e in tutte l’altre facultadi delle scienze generalmente. E attribuì tutte le franchigie e onori al detto Studio che più pienamente avesse da santa Chiesa Parigi o Bologna, o alcuna altra città de’ cristiani. Il privilegio bollato della papale bolla venne a Firenze, dato in Avignone dì 31 di maggio, gli anni Domini 1349, l’ottavo anno del suo pontificato.
CAP. IX. Raggiugnimento di principii che furono cagione di grandi novitadi nel Regno.
Avvegnachè nella cronica del nostro anticessore sia trattato della novità sopravvenuta nel regno di Cicilia e di qua dal faro, insino al tempo vicino alla nominata mortalità, nondimeno la nostra materia richiede (acciocchè meglio s’intendano le cose che nel nostro tempo poi seguiranno) che qui s’accolgano alquanti principii che furono materia e cagioni di gravi movimenti. Il re Ruberto rimorso da buona coscienza, avendo con Carlo Umberto di suo lignaggio re d’Ungheria trattato la restituzione del suo reame dopo la sua morte a’ figliuoli del detto Carlo, nipoti di Carlo Martello primogenito di Carlo secondo, a cui di ragione succedea il detto reame di Cicilia, e fermata la detta restituzione con promissione di matrimonio, sotto certe condizioni de’ figliuoli del detto Carlo Umberto, e delle due figliuole di M. Carlo duca di Calavra, figliuolo che fu del detto re Ruberto. E avendo già accresciuto appresso di se il re Ruberto Andreasso figliuolo di Carlo Umberto, e fattolo duca di Calavra, a cui si dovea dare per moglie Giovanna primagenita del detto Carlo, nipote del re Ruberto, acciocchè fosse successore del reame dopo la sua morte; e la detta Giovanna reina, con condizioni ordinate per li casi che avvenire poteano, che l’una succedesse all’altra in caso di mancamento di figliuoli, acciocchè la successione del Regno non uscisse delle nipoti. Vedendosi appressare alla morte, tanto fu stretto dallo amore della propria carne, ch’egli commise errori i quali furono cagione di molti mali. Perocchè innanzi la sua morte fece consumare il matrimonio del detto duca Andreasso alla detta Giovanna sua nipote, e lei intolò reina. E a tutti i baroni, reali, e feudatari e uficiali del Regno fece fare il saramento alla detta reina Giovanna, lasciando per testamento, che quando Andreasso duca di Calavra, e marito della detta reina Giovanna, fosse in età di ventidue anni, dovesse essere coronato re del suo reame di Cicilia. Onde avvenne che ’l senno di cotanto principe accecato del proprio amore della carne, morendo lasciò la giovane reina ricca di grande tesoro, e governatora del suo reame, e povera di maturo consiglio, e maestra e donna del suo barone, il quale come marito dovea essere suo signore. E così verificando la parola di Salomone, il quale disse, se la moglie avrà il principato, diventerà contraria al suo marito. La detta Giovanna vedendosi nel dominio, avendo giovanile e vano consiglio, rendeva poco onore al suo marito, e reggeva e governava tutto il Regno con più lasciva e vana che virtudiosa larghezza: e l’amore matrimoniale per l’ambizione della signoria, e per inzigamento di perversi e malvagi consigli, non conseguiva le sue ragioni, ma piuttosto declinava nell’altra parte. E però si disse che per fattura malefica la reina parea strana dall’amore del suo marito. Per la qual cagione de’ reali e assai giovani baroni presono sozza baldanza, e poco onoravano colui che attendevano per loro signore. Onde l’animo nobile del giovane, vedendosi offendere, e tenere a vile a’ suoi sudditi, lievemente prendeva sdegni. E moltiplicando le ingiurie per diversi modi, dalla parte della sua donna e de’ suoi baroni, per giovanile incostanza, alcuna volta con la reina, alcuna volta con i baroni usò parole di minacce, per le quali, coll’altra materia che qui abbiamo detta, appressandosi il tempo della sua coronazione, s’avacciò la crudele e violente sua morte. Onde avvenne, che per fare la vendetta Lodovico re d’Ungheria, fratello anzinato del detto Andreasso, con forte braccio venne nel Regno non contastato da niuno de’ reali, o da altro barone, se non solo da M. Luigi di Taranto, il quale dopo la morte del duca Andreasso, per operazione della imperadrice sua madre, di M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio, avea tolta la detta reina Giovanna per sua moglie. E innanzi la dispensagione, ch’era sua nipote in terzo grado, temendo il giovane d’entrare nella camera alla reina, confortatolo, e presolo per lo braccio dal detto suo balio, in segreto sposò la detta donna: e in palese fu dispensato il detto matrimonio da santa Chiesa. Il quale M. Luigi si mise a contastare alcuno tempo alla gente del detto re d’Ungheria, venuta innanzi che la persona del detto re. Ma sopravvenendo il re, la reina Giovanna in prima, e appresso M. Luigi, con certe galee in fretta, e male provveduti fuori che dello scampo delle persone, fuggirono in Toscana, e poi passarono in Proenza.
CAP. X. Come il re d’Ungheria fece ad Aversa uccidere il duca di Durazzo.
Lodovico re d’Ungheria giunto ad Aversa, fece suo dimoro in quel luogo ove fu morto il fratello. E ivi tutti i baroni del Regno l’andarono a vicitare, e fare la reverenza come zio, e governatore di Carlo Martello infante, figliuolo del detto duca Andreasso, e della reina Giovanna, a cui succedeva il reame. I reali, ciò furono M. Ruberto prenze di Taranto, M. Filippo suo fratello, M. Carlo duca di Durazzo, che avea per moglie donna Maria sirocchia della reina Giovanna, e M. Luigi e M. Ruberto suoi fratelli andarono ad Aversa confidentemente a fare la reverenza al detto re d’Ungheria; e ricevuti da lui con infinta e simulata festa, stettono con lui infino al quarto giorno. E mosso per andare da Aversa a Napoli con grande comitiva, oltre alla sua gente, di quella de’ reali e del Regno, rimaso addietro, e cavalcando con lui il duca di Durazzo, il re gli disse: menatemi dove fu morto mio fratello. E senza accettare scusa condotto al luogo, il detto duca di Durazzo sceso del palafreno, già conoscendo il suo mortale caso, disse il re: traditore del sangue tuo, che farai? E tirato per forza, come era ordinato, infino ove fu strangolato il duca Andreasso, tagliatali la testa da un infedele Cumino, in sul sabbione dal Gafo fu in due pezzi gittato, in quell’orto e in quello luogo dove fu gittato il duca Andreasso. E in quello stante furono presi gli altri reali, e ordinata la condotta sotto buona guardia, e con loro il piccolo infante Carlo Martello, furono mandati in Ungheria. Il quale Carlo poco appresso giunto in Ungheria morì. E M. Ruberto prenze di Taranto, e ’l fratello e’ cugini furono messi in prigione, e insieme ritenuti sotto buona guardia.
CAP. XI. La cagione della morte del duca di Durazzo.
Questo duca di Durazzo non si trovò che fosse autore della morte del duca Andreasso, ma però ch’egli come molto astuto, avea, non senza alcuna espettazione di speranza del Regno, coll’aiuto del zio cardinale di Pelagorga, procacciato dispensazione dal papa, colla quale ruppe quattro grandi misteri. Ciò furono, violando il testamento e l’ordine e la concordia presa dal re Ruberto, e Umberto Martello re d’Ungheria, ove era disposto che il matrimonio di dama Maria sirocchia della reina Giovanna si dovesse fare, a conservagione della successione del regno colla casa di Carlo Umberto, discendenti di Carlo Martello, in certo caso di morte, o di mancamento di figliuoli alla reina. La quale Maria il detto duca si prese per moglie. E il saramento di ciò prestato per lo detto duca, e per altri reali in sul corpo di Cristo; e la dispensagione di potere prendere la nipote per moglie, la quale si prese e menò di quaresima. E bene che col duca Andreasso si ritenesse mostrandoli amore, nondimeno lungo tempo segretamente fece impedire a corte la diliberazione della sua coronazione. Onde per questo soprastare fu fatto l’ordine e messo a esecuzione il detestabile e patricida della sua morte: e questa fu la cagione perchè il re d’Ungheria il fece morire. Di questa morte, e della carceragione de’ reali nacque grande tremore a tutto il regno. E fu il re reputato crudele non meno per la carceragione degl’innocenti giovani reali, che per la morte del duca di Durazzo.
CAP. XII. Come il re d’Ungheria entrò in Napoli.
Fatta il re d’Ungheria parte della sua vendetta, e ricevuto in Napoli come signore, e ordinato i magistrati, e comandato giustizia per tutto il regno, cominciò ad andare vicitando le città e le provincie. E da tutti i baroni prese saramento per Carlo Martello suo nipote. E nell’anno 1348 quasi tutto il regno l’ubbidia, salvo che in Puglia era contra lui il forte castello d’Amalfi della montagna, il quale si teneva per la reina, e per M. Luigi di Taranto. E questo guardavano masnade italiane con cento cavalieri tedeschi, capitano della gente e del castello M. Lorenzo figliuolo di M. Niccola degli Acciaiuoli di Firenze, giovane cavaliere, e di grande cuore, e di buono aspetto. Non avendo ancora mandato il detto re in terra d’Otranto, nè in Calavra, i giustizieri che v’erano per la reina faceano l’uficio per lei, e non ubbidivano al re d’Ungheria, ed egli non strignea il paese, e però non vi si mostrava ribellione.
CAP. XIII. Come il re d’Ungheria vicitava il regno di Puglia.
In questi dì essendo la mortalità già cominciata nel Regno per tutto, nondimeno il re cavalcava vicitando le terre del Regno. Ed essendo stato in Abruzzi, in Puglia, e in Principato, tornò a Napoli del mese d’aprile del detto anno: e trovati già morti alquanti de’ suoi baroni, sentì che certi conti e baroni del Regno faceano cospirazione contro a lui. E impaurito in se medesimo per la morte de’ suoi, e per la generale mortalità, avegnachè fosse di molto franco cuore, non gli parve tempo da ricercare quelle cose con alcuno sospetto: anzi con savia continenza mostrava a’ baroni piena confidenza. E copertamente (eziandio al suo privato consiglio) intendea a fornire tutte le buone terre e castella del Regno di gente d’arme e di vittuaglia. E con seco aveva uno barone della Magna che avea nome Currado Lupo. Costui aveva il re provato fedele e ardito in molti suoi servigi, e a lui accomandò milledugento cavalieri tedeschi che aveva nel Regno. E un suo fratello, ch’avea nome Guelforte, mise nel castello nuovo di Napoli dove era l’abitazione reale, con buona compagnia, e bene fornito d’ogni cosa da vivere, e d’arme e di vestimento e calzamento, e gli accomandò la guardia di quello castello; e fornì il castello di Capovana, e quello di Santermo sopra la città di Napoli, e il castello dell’Uovo. E tratto del Regno il doge Guernieri Tedesco, cui egli avea soldato con millecinquecento barbute quando entrò nel Regno, non fidandosi di lui, lasciò suo vicario alla guardia del detto reame il detto Currado Lupo; e ’l doge Guernieri malcontento del re, con sue masnade di Tedeschi si ridusse in Campagna.
CAP. XIV. Come il re d’Ungheria partitosi del Regno tornò in Ungheria.
Avendo il detto re ordinata la sua gente e le sue terre in tutte le parti del Regno, le quali e’ possedeva: e ammaestrati in segreto i suoi vicari e castellani di buona guardia, non mostrando a’ baroni del Regno, nè eziandio a’ suoi, che del Regno si dovesse partire, si mosse da Napoli, dove avea fatto poco dimoro, e andonne in Puglia; e ordinata la guardia delle terre e delle castella di là in mano di suoi Ungheri, avendo fatto armare nel porto di Barletta una sottile galea, subitamente, improvviso a tutti quelli del Regno, all’uscita di Maggio l’anno 1348, vi montò suso con poca compagnia, e fece dare de’ remi in acqua, e senza arresto valicò sano e salvo in Ischiavonia, e di là con pochi compagni a cavallo se n’andò in Ungheria. Questa subita partita di cotanto re fu tenuta follemente fatta da molti, e da lieve e non savio movimento d’animo, e molti il ne biasimarono. Altri dissono che provvedutamente e con molto senno l’avea fatto, avendo diliberato il partire nell’animo suo per tema della mortalità, e non vedendo tempo da potersi scoprire contra i baroni, i quali sentiva male disposti alla sua fede, come detto è, e commendaronlo di segreto e provveduto partimento.
CAP. XV. Novità del reame di Tunisi, e più rivolgimenti di quello.
In questo mese di maggio avendo Balase re del Garbo e della Bella Marina prima conquistato il reame di Trenusi, e montatone in superbia ambizione, trattò con Alesbi fratello del re di Tunisi: e fatta sua armata per mare, e grande oste per terra, improvviso al re di Tunisi fu addosso, e senza contasto, avendo il ricetto d’Alesbi, entrò nella città, e prese il re, e di presente il fece morire. E avendo la signoria, non attenne i patti ad Alesbi, il quale partito di Tunisi, e aggiuntosi grande copia d’Arabi del reame, venne verso Tunisi. Il re Balase accolta grande oste andò contro a lui, e commissono insieme mortale battaglia, nella quale morì la maggiore parte della gente del re Balase, ed egli sconfitto si fuggì in Carvano, suo forte castello; e assediato in quello dagli Arabi, per danari s’acconciò con loro, e tornossi a Tunisi. Alesbi da capo co’ gli Arabi tornò sopra Tunisi: ma Balase si tenea la guardia delle terre, sicchè gli Arabi non potendo combattere si tornarono in loro pasture. Avea Balase quando si partì di suo reame lasciato nella città reale di Fessa Maumetto suo nipote, e in Tremus Buevem suo figliuolo. Costoro avendo sentito come Balase era sconfitto e assediato dagli Arabi, senza sapere l’uno dell’altro, catuno si rubellò e fecionsi fare re: il figliuolo in Tremus, e il nipote in Fessa. E sentendo Buevem che Maumetto s’era levato re in Fessa, parendogli ch’egli avesse occupata la sua eredità, propose nell’animo suo d’abbatterlo, e così gli venne fatto, come innanzi al suo debito tempo racconteremo.
CAP. XVI. Come per la partita del re d’Ungheria del Regno i baroni e’ popoli si dolsono.
Sentendo gli uomini e i baroni del Regno la subita partita del re d’Ungheria si maravigliarono forte, non ne avendo di ciò conosciuto alcuno indizio. E molte comunanze e baroni ch’amavano il riposo del Regno, e portavano fede alla sua signoria ne furono dolenti; perocchè non ostante che fosse nato e nutricato in Ungheria, e avesse con seco assai di quella gente barbara, molto mantenea grande giustizia, e non sofferia che sua gente facesse oltraggio o noia a’ paesani, anzi gli puniva più gravemente: e fece de’ suoi Ungheri per non troppo gravi falli aspre e spaventevoli giustizie. E le strade e i cammini facea per tutto il Regno sicure. E avea spente le brigate de’ paesani, delle quali per antica consuetudine soleano grandi congregazioni di ladroni fare, i quali sotto loro capitani conturbavano le contrade e’ cammini: e per questo pareva a’ paesani essere in istato tranquillo e fermo da dovere bene posare. E alquanti altri baroni che male si contentavano, e gentili uomini di Napoli, per la morte del duca di Durazzo, e per la presura de’ reali a cui e’ portavano grande amore, e perchè il re non facea loro troppo onore, gli volevano male, e furono contenti della sua partita. Gli altri se ne dolsono assai, e parve loro che il Regno rimanesse in fortuna e in male stato, e che il peccato commesso della morte del re Andreasso, e l’aggravamento de’ peccati commessi per la troppa quiete de’ paesani, e per la soperchia abbondanza in che si sconoscevano a Dio, non fosse punita, e meritasse maggior disciplina e spogliamento di que’ beni, dai quali procedeva la viziosa ingratitudine, come avvenne, e seguendo nostra materia diviseremo.
CAP. XVII. Come si reggeva la sua gente nel Regno partito il re.
Partito il re d’Ungheria del Regno, la cavalleria dei Tedeschi e degli Ungheri, governata per buoni capitani, con le masnade de’ fanti a piè toscani che aveano con loro, si manteneano chetamente senza villaneggiare i paesani. E rispondea l’una gente all’altra tutti ubbedendo a M. Currado Lupo, cui il re avea lasciato vicario, il quale manteneva giustizia ov’egli distrignea. E gli uomini del Regno benchè si vedessono in debole signoria, non si ardivano a muovere contro ai forestieri, e non parea però loro bene stare. Ma i baroni che non amavano il re d’Ungheria, volevano che la reina e M. Luigi tornassono nel Regno; e l’università di Napoli, co’ gentiluomini di Capovana e di Nido, d’un animo deliberarono il simigliante; e mandarono in Proenza, dicendo che di presente dovessono tornare nel Regno, e fare capo a Napoli ove sarebbono ricevuti onorevolemente, mostrando come i paesani si contentavano male della signoria de’ Tedeschi e degli Ungheri, e che in brieve tempo col loro aiuto sarebbono signori del reame. Aggiugnendo che i soldati Ungheri e Tedeschi si rammaricavano forte, che il re d’Ungheria non mandava danari per le loro paghe, ond’eglino erano di lui malcontenti; e il doge Guernieri colla sua compagnia de’ Tedeschi ch’era in Campagna s’offeria d’essere colla reina e con M. Luigi contro alla gente del re d’Ungheria, in quanto il volesse conducere al suo soldo: promettendo fedelmente per se e per le sue masnade d’aiutarli riacquistare il Regno.
CAP. XVIII. Come messer Luigi si fe’ titolare re al papa, e mandò nel Regno.
Messer Luigi trovandosi in corte di papa marito della regina Giovanna, e non re, gli parve, avendo diliberato di tornare nel Regno, che li fosse di necessità avere titolo di re: acciocchè avendo a governare colla reina le cose del reame, e a fare lettere da sua parte e della reina, il titolo non disformasse, perocchè ancora la santa Chiesa non avea diliberato di farlo re di Cicilia, si fece titolare il re Luigi d’altro reame, il quale non avea, nè era per poter avere. E d’allora innanzi cominciarono a scrivere le lettere intitolandole in questo modo: Ludovicus et Ioanna Dei gratia rex et regina Hierusalem et Ciciliae. E d’allora innanzi M. Luigi fu chiamato re. Il detto re Luigi e la reina Giovanna avendo il conforto del ritornare nel Regno, come detto è, senza soggiorno procacciarono di ciò fare. E trovandosi poveri di moneta, richiesono d’aiuto il papa e i cardinali, il quale non impetrarono. Allora per necessità venderono alla Chiesa la giurisdizione che la reina avea nella città di Vignone per fiorini trentamila d’oro. E nondimeno richiesono baroni, e comunanze, e prelati, limosinando d’ogni parte per lo stretto bisogno. E con molta fatica feciono armare dieci galee di Genovesi, e pagaronle per quattro mesi. E in questo mezzo il re Luigi mandò innanzi a se nel Regno M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio con pieno mandato, il quale trovando la materia disposta al proponimento del suo signore, incontanente condusse il doge Guernieri, ch’era in Campagna con milledugento barbute di Tedeschi, ch’erano in sua compagnia. E ordinato le cose prestamente, mandò sollecitando il re e la reina che senza indugio venissono a Napoli con le loro galee: che essendo nel Regno le loro persone, con l’aiuto di Dio e de’ baroni del Regno, che desideravano la loro tornata, e de’ Napolitani, e del doge Guernieri, cui egli avea condotto con buone masnade, e con le sue galee e’ sarebbono a queto signori del Regno, e non conoscea che la gente del re d’Ungheria a questo potesse riparare, sicchè in brieve al tutto sarebbono signori.
CAP. XIX. Come il re e la reina ritornarono nel Regno.
Avendo il re e la reina queste novelle, incontanente con quei baroni che poterono accogliere di Proenza, e con la loro famiglia, si raccolsono a Marsilia in su le dette dieci galee de’ Genovesi: ed avendo il tempo acconcio al loro viaggio, sani e salvi in pochi giorni arrivarono a Napoli, all’uscita del mese d’agosto del detto anno. E perocchè le castella di Napoli, e quello dell’Uovo, e il castello di Santermo, e ’l porto e la Tenzana erano nella signoria e guardia della gente del re d’Ungheria, non si poterono mettere nel porto, nè in quelle parti; anzi arrivarono fuori di Napoli sopra santa Maria del Carmino, di verso ponte Guicciardi, e ivi scesono in terra; e il re e la reina entrarono nella chiesa di Nostra Donna per aspettare i baroni e l’università di Napoli, che gli conducessono nella città.
CAP. XX. Come il re e la reina Giovanna entrarono in Napoli a gran festa.
I baroni ch’erano accolti a Napoli, aspettando la venuta del re e della reina con la loro cavalleria, de’ quali erano caporali quegli di san Severino, e della casa del Balzo, l’ammiraglio conte di Montescheggioso, quelli dello Stendardo, il conte di Santo Agnolo, que’ della casa della Raonessa, e di Catanzano, e molti altri. I quali forniti di molti cavalli e di ricchi arredi e di nobili robe e arnesi, con loro scudieri vestiti d’assise, e’ gentili uomini di Napoli con loro proprio, apparecchiati pomposamente a cavallo e a piè con molta festa si misono ad andare al Carmino per conducere il re e la reina in Napoli con molta allegrezza; e da parte i Fiorentini e Sanesi e Lucchesi mercatanti che allora erano in Napoli, e Genovesi e Provenzali e altri forestieri, catuna gente per se, vestiti di ricche robe di velluti e di drappi di seta e di lana, con molti stormenti d’ogni ragione, sforzando la dissimulata festa, andarono incontro al re e alla reina. E giunti a loro, e fatta catuna compagnia la riverenza, apparecchiati nobilissimi destrieri, montati a cavallo, addestrati da’ baroni, sotto ricchi palii d’oro e di seta con molte compagnie d’armeggiatori innanzi, in prima il re, a cui andava in fronte il duca Guernieri co’ suoi Tedeschi, smovendo il popolo, e dicendo: gridate viva il signore: e così gridando, fu la parola da molti notata, perchè era a loro nuovo titolo, non dicendosi viva il re, e con ragione dire non lo potevano a quella stagione. E con questa festa il condussono a Napoli; e perchè l’abitazioni reali erano tutte nella forza de’ nemici, il collocarono ad Arco, sopra Capovana, nelle case che furono di messere Aiutorio. E appresso di lui con somigliante festa vi condussono la reina. La gente, benchè sforzata si fosse di fare festa, pure s’avvedea per le molte città e castella che il re d’Ungheria avea nel Regno, e per la buona gente che v’era alla guardia, che questa tornata del re Luigi e della reina Giovanna era piuttosto aspetto di guerra e di grande spesa, e sconcio del paese e della mercanzia e de’ forestieri, che cominciamento di riposo, come poi n’avvenne.
CAP. XXI. Come il re Luigi si fe’ fare cavaliere, e da cui.
Vedendosi il re Luigi, e conoscendo il bisogno che avea di buono aiuto, e veggendo che la maggiore forza de’ suoi cavalieri era nel duca Guernieri, acciocchè per onorevole beneficio più lo traesse alla sua fede e amore, ordinò di farsi fare cavaliere per le sue mani, della qual cosa avvilì se, per onorare altrui. E ordinata gran festa per la sua cavalleria, del mese di settembre del detto anno, si fece fare cavaliere al detto doge Guernieri, ed egli in quello stante fece appresso ottanta altri cavalieri della città di Napoli, e d’altri paesi del Regno. La libertà grande che ’l re dimostrò nel tedesco duca Guernieri tosto trovò vana in colui, come per la sua corrotta fede nel processo della nostra materia al suo tempo racconteremo.
CAP. XXII. Brieve raccontamento di cose fatte per il re d’Inghilterra contra quello di Francia.
Richiede il nostro proponimento, per le cose che avremo a scrivere de’ fatti del re di Francia e di quello d’Inghilterra per la loro guerra, che noi ci traiamo un poco addietro alle cose occorse più vicine, acciocchè quelle che seguiranno abbiano più chiaro intendimento. Essendo il valoroso re Adoardo d’Inghilterra passato in Normandia, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1347, e avendo preso Camoboroso e Saulu e più altre ville, venendo verso Parigi con quattromila cavalieri e quarantamila sergenti, tra’ quali avea molti arcieri, e fatto d’arsioni e di preda gravi danni al paese, s’accampò a Pussì e a San Germano, presso a Parigi a due leghe. Il re di Francia era andato colla sua forza verso Camo per farlisi incontro, e non trovandolo nel paese, si tornò addietro, e accolta molta baronia e cavalieri e sergenti di suo vassallaggio, s’accampò fuori di Parigi con più di settemila cavalieri e sessantamila sergenti: il re d’Inghilterra, sentendo la tornata del re di Francia, si levò da campo scostandosi da Parigi. Il re di Francia con grande baldanza il seguitò con la sua gente, tanto che sopraggiunse il re d’Inghilterra, che andava assai a lenti passi per non mostrare paura: e aggiugnendosi l’una oste all’altra, il re d’Inghilterra vedendosi presso il re di Francia, e quello di Boemia e quello di Maiolica con molti baroni, e con più di due tanti cavalieri che non avea egli, come signore di grande cuore e ardire, di presente s’apparecchiò alla battaglia, intra Crescì e Albevilla. E ordinò tutto il suo carreaggio alla fronte a modo d’una schiera, e di sopra alle carra mise i cavalieri armati, e a piè d’ogni parte i suoi arcieri. E sopravvenendo l’assalto de’ Franceschi, baldanzosi, con grande empito cominciarono la battaglia. Gl’Inglesi fermi al loro carreaggio, con l’ordine dato agli arcieri, senza perdere colpo, di loro saette fedivano i cavalli e’ cavalieri de’ Franceschi. E vedendo gl’Inglesi fediti molti de’ cavalli e de’ cavalieri de’ loro avversari, a uno segno dato ordinate le guardie de’ sergenti sopra il carreaggio, corsono i cavalieri a’ loro cavalli che aveano a destro dietro al carriaggio, e montati e assettati sopra i loro cavalli, con savia condotta vennono alle spalle de’ nimici, ed assalirono i Franceschi con dura battaglia. I Franceschi che erano re e baroni d’alto pregio manteneano la battaglia vigorosamente, la quale durò da mezza nona alle due ore di notte; ove si dimostrarono di grandi operazioni d’armi di valorosi baroni e cavalieri da catuna parte. Ma perocchè i Franceschi e i loro cavalli erano più stanchi e magagnati dalle saette degl’Inglesi, e molti conducitori di loro morti, come fu la volontà d’Iddio la vittoria rimase al re d’Inghilterra, con grande e grave danno de’ Franceschi. Morto vi fu il valente re di Boemia, figliuolo dello imperatore Arrigo di Luzimborgo, e il duca di Loreno, il conte di Lanzone fratello del re di Francia, e sei altri conti, con milleseicento cavalieri grande parte baroni e banderesi, e morironvi ventimila pedoni; fra i quali furono i Genovesi che erano andati là con dodici galee, che pochi ne camparono. Ed il re Filippo di Francia di notte, con sei tra prelati e baroni, e sessanta sergenti a piè, uscì della battaglia, e campò per grazia della notte. Sul campo si trovarono molti cavalli morti e bene quattromila fediti. E fatta questa battaglia a dì 26 d’agosto nel 1347, il re d’Inghilterra poco appresso pose assedio al forte castello di Calese sulla marina, e per assedio il vinse: e fattolo più forte, per avere porto nel reame e nella marina di Francia, lasciato nel paese il conte d’Erbi duca di Lancastro, suo cugino, a guerreggiare, con duemila cavalieri e ventimila pedoni i più arcieri, con grande onore si tornò in Inghilterra. Il conte d’Erbi entrò in Guascogna l’anno appresso, e conquistò più terre di quelle che vi tenea il re di Francia; e rotti in più abboccamenti i cavalieri franceschi, se ne venne cavalcando e predando il paese infino alla città di Tolosa; ma aggravando la mortalità quei paesi, si tornò addietro con grande preda. E fatta tregua dall’uno re all’altro, con grande onore del re d’Inghilterra, posò la guerra per alcuno tempo.
CAP. XXIII. Come gli Ubaldini furo cominciatori della guerra che il comune di Firenze ebbe con loro.
Avendo narrato de’ fatti de’ due reami, cominciano le novità della nostra città di Firenze. Negli anni di Cristo 1348, essendo gli Ubaldini in pace, ma in corrotta fede col nostro comune, fidandosi nelle loro alpigiane fortezze, cominciarono a ricettare sbanditi del comune di Firenze: e insieme con loro entravano di notte nel Mugello, rubando le case e uccidendo gli uomini, e ricoglieansi nell’alpe con le ruberie. E avendo fatto questo più volte di notte, il cominciarono a fare di dì. E tornando d’Avignone uno Maghinardo da Firenze con duemila fiorini d’oro, gli Ubaldini il seguirono e uccisono, rubandolo sul contado di Firenze. E non volendone fare ammenda alla richesta del comune, i Fiorentini mandarono nell’alpe suoi soldati a piè e a cavallo col capitano della guardia. E stati più dì sopra le terre e sopra i fedeli degli Ubaldini feciono loro gran danno, e senza alcuno contasto si tornarono a Firenze.
CAP. XXIV. Come i fedeli del conte Galeotto si rubellarono da lui e dieronsi al comune di Firenze.
In questo anno, i fedeli del conte Galeotto de’ conti Guidi si rubellarono da lui, perocchè lungamente gli avea male trattati, per sua crudeltà e dissoluta vita: e all’entrata del mese di marzo del detto anno gli tolsono il forte castello di san Niccolò, e tutte le sue terre e tenute intorno a quello, e ’l suo tesoro e arnesi, che n’era fornito nobilmente, e di presente si diedono al comune di Firenze. Il quale, perocchè il detto conte sempre avea nimicato il nostro comune, perocchè era ghibellino, ricevette la fortezza e gli uomini in sua giurisdizione e libera signoria, con quelle solenni cautele che i detti uomini poterono fare; e fecionli popolani e contadini, dando loro per alcuno tempo certe immunità. E ordinata la guardia delle castella nelle mani de’ cittadini, a’ popoli diede podestà che gli reggesse, e messe le castella e gli uomini ne’ suoi registri. Dinominò e intitolò l’acquisto, il contado di san Niccolò del comune di Firenze.
CAP. XXV. Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldini, e presero Montegemmoli e loro castella.
Vedendo i Fiorentini che la latrocina superbia degli Ubaldini non si gastigava per una battitura, feciono decreto, che ogni anno si dovesse tornare sopra di loro, tanto che fossono privati delle alpigiane spelonche. E per questa cagione, il verno furono chiamati otto cittadini uficiali sopra provvedere e fornire la guerra: i quali, del mese di giugno 1349, mandarono l’oste del comune nell’alpe, la quale si dirizzò a Montegemmoli, una rocca quasi inespugnabile: nella quale era Maghinardo da Susinana e due suoi figliuoli, con parecchie masnade di franchi masnadieri, i più usciti di Firenze. Era fuori della rocca in su la stretta schiena del poggio, alla guardia della via ch’andava al castello, una torre forte e bene armata: innanzi alla torre una tagliata in su la schiena del poggio, con forte steccato: e a questa guardia, per voglia di fare d’arme, i caporali de’ masnadieri del castello erano scesi co’ loro compagni: e la gente del comune di Firenze avendo fermo il loro campo, a intendimento di vincere il castello per assedio, e molestarlo con dificii i quali vi faceano conducere, alquanti masnadieri s’appressarono verso la guardia della torre per badaluccare. I valenti masnadieri d’entro, per troppa baldanza, uscirono fuori della tagliata incontro alla gente de’ Fiorentini, badaluccando e facendo gran cose d’arme per lo vantaggio che aveano del terreno. In questo stante i cavalieri de’ Fiorentini montando il poggio per dare vigore a’ loro masnadieri, cominciarono a scendere de’ cavalli, e a pignersi innanzi con fanti e a’ nemici, i quali per non perdere il terreno, con folle prodezza attesono tanto, che i cavalieri e’ masnadieri de’ Fiorentini co’ balestrieri furono mischiati tra loro, innanzi che si potessono ritrarre alla fortezza. E volendosi ritrarre, per lo soperchio de’ loro avversari non poterono fare, che a un’ora con loro insieme non entrassono dentro alli steccati i masnadieri fiorentini, e a loro aiuto erano tratti tanti balestrieri, che non lasciarono a’ nemici riprendere la fortezza della torre: anzi la presono per loro. E ritraendosi i masnadieri degli Ubaldini per loro scampo nella rocca, continuando la battaglia stretta alle mani, entrarono i Fiorentini cacciando gli avversari nel primo procinto. E crescendo della gente dell’oste la loro forza, presono tutto, fuori de’ palagi e torri dell’ultima fortezza, ov’era racchiuso Maghinardo e la moglie, e due suoi figliuoli con loro compagnia: i quali si difenderono vigorosamente. Essendo il dì e la notte combattuti dalla gente de’ Fiorentini, Maghinardo e’ figliuoli, benchè fossero in fortezza da potersi difendere lungamente, conobbono il loro pericolo. E sentendosi male d’accordo per loro quistioni con gli altri Ubaldini loro consorti, si deliberarono di dare la rocca a’ Fiorentini, e di volere essere contro a’ suoi consorti co’ Fiorentini. E fatti i patti, e fermi a Firenze, diedono la rocca libera al comune di Firenze: e il comune prese il saramento della fede promessa, li ricevette in amicizia e cittadinanza, e ordinarono loro la provvigione promessa: e dati loro cavalieri e pedoni si mossono a guerreggiare gli altri Ubaldini. E innanzi che l’oste de’ Fiorentini tornasse, assediò Montecolloreto, e presonlo; e misonvi fornimento e buona guardia. Andarono a Roccabruna ed ebbonla: ed entrarono nel Podere e presono Lozzole per trattato. E per trattato fu dato loro la signoria di Vigiano e di più altre tenute, che appartenevano al detto Maghinardo e a certi altri degli Ubaldini che feciono il comandamento del comune. E andarono intorno a Susinana, guastando le case e’ campi di fuori; e tentando di volerlo combattere, trovarono il castello sì forte e sì bene fornito alla difesa, che lasciarono stare, e andarono a Valdagnello, e dieronvi una battaglia, senza potervi acquistare per la fortezza del sito, e perchè era bene provveduto alla difesa: e però guastarono i campi e le ville d’intorno. E fornito che ebbono tutte le castella che aveano acquistate di vittuaglia e d’arme e di buona guardia, avendo fatto agli Ubaldini e a’ loro fedeli gran danno, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1349, senza alcuno impedimento, sani e salvi con vittoria si tornarono alla città di Firenze.
CAP. XXVI. Come il re di Francia comperò il Dalfinato.
Il re di Francia posandosi nella tregua col re d’Inghilterra, avendo papa Clemente sesto, suo protettore ne’ fatti temporali, perocchè per lui si teneva essere al papato, e amava sopra modo d’accrescere i suoi congiunti, i quali erano uomini del re di Francia, e però il re traeva in sussidio della guerra danari al bisogno; e le decime del reame e tutte grazie che volea domandare il papa senza mezzo l’otriava, trapassando l’onestà del suo pontificato: e perocchè i cardinali erano la maggior parte di suo reame, non si ardivano a contrapporre a cosa che volesse. Era in que’ dì il Dalfino di Vienna uomo molle, e di poca virtù e fermezza. Costui alcuno tempo tenne vita femminile e lasciva, vivendo in mollizie: ed appresso volle usare l’arme: e andò capitano per la Chiesa alle Smirne in Turchia, e dove poteva acquistare onore e pregio, tornò con poca buona fama: e per bisogno impegnò alla Chiesa il Dalfinato per fiorini centomila d’oro: ed essendo morta la moglie, credendo prosperare in abito chericile, sperando in quello divenire cardinale, vendè al re Filippo di Francia il Dalfinato, contro alla volontà de’ suoi paesani, e pagò la Chiesa: e fatto cherico fu dal papa promosso in patriarca.... nel quale finì sua vita spegnendo la fama della casa sua. E il re di Francia, perdendo per la guerra d’Inghilterra in ponente, accresceva senza guerra in levante i confini al suo reame.
CAP. XXVII. La cagione perchè il re d’Araona tolse Maiolica al re.
Vera cosa fu, che il re di Maiolica nella sua infanzia si nutricò co’ reali di Francia, e poi che fu re di Maiolica, essendo dissimigliante a’ Catalani onde traeva suo origine, mostrò d’essere molto scienziato e adorno di bei costumi. Disdegnò di rendere al re d’Araona l’omaggio debito, il quale si pagava con la reverenzia d’un bacio: e schifo della vita catalanesca e di loro costumi, seguiva i Franceschi; la qual cosa il fece sospetto al suo legnaggio. Cugino era del re d’Araona, e la sirocchia carnale avea per moglie, della quale avea figliuoli. Nondimeno il re d’Araona fece apparecchiamento d’arme contro a lui, e trattato occulto co’ cittadini di Maiolica. Per lo quale, essendo egli a Perpignano, e venendo sopra loro il re d’Araona, volendo mostrare di volersi difendere, il feciono venire in Maiolica, mostrando di volerlo atare fedelmente. Venuta la gente col re d’Araona, e scesa nell’isola, accogliendo il consiglio in Maiolica per volere dare ordine alla difesa, essendo tempo da potere scoprire il loro tradimento, feciono dire al loro re, o che facesse la volontà del re d’Araona, o che se n’andasse. Vedendosi tradito da’ suoi cittadini, i quali aveano già abbarrata la città contro a lui, si ricolse in fretta, per campare la persona, in una galea. E partendosi dell’isola, le porte della città furono aperte alla gente del re d’Araona: e data loro la signoria di tutta l’isola, con patto che ella non dovesse tornare per alcuno tempo al loro re nè a’ suoi discendenti.
CAP. XXVIII. Come il re di Maiolica vendè la sua parte di Mompelieri al re di Francia.
Il re di Maiolica essendo cacciato dell’isola da’ suoi sudditi, venuta l’isola nella signoria del re d’Araona, e avendo poco di quello che il suo titolo reale richiedea, disiderando d’accogliere moneta, e d’avere aiuto dal re di Francia, al cui servigio era stato lungamente nelle sue guerre e battaglie personalmente, il richiese con grande istanza d’aiuto, acciocchè potesse ricoverare lo suo, ma da lui non potè avere alcuno aiuto. E stretto da grave bisogno, vendè al detto re di Francia la propietà e giurisdizione ch’avea in comune consorteria col detto re nella metà di Mompelieri, per quello pregio che il re di Francia volle, a buono mercato. E come povero e sventurato re venia cercando modo di riacquistare l’isola di Maiolica. La qual cosa fu cagione della sua finale morte, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. XXIX. Come s’ordinò il generale perdono a Roma nel 1349.
Essendo stato il giudicio della generale mortalità nell’universo per giusta cagione, fu supplicato al papa che nel prossimo futuro cinquantesimo anno la Chiesa rinnovellasse generale perdono in Roma. Il papa Clemente sesto, col consiglio de’ suoi cardinali, e di molti altri prelati e maestri in teologia, trovando che per lo dicreto fatto per papa Bonifazio, ogni capo di cento anni dalla natività di Cristo fosse ordinato generale perdono a Roma, per comune consiglio parve più convenevole, considerando l’età umana che è brieve, che il perdono fosse di cinquanta in cinquanta anni. Avendo ancora alcuno rispetto all’anno Iubileo della santa Scrittura, nel quale catuno ritornava ne’ suoi propri beni: e i propri beni de’ cristiani sono i meriti della passione di Cristo, per li quali ci seguita indulgenzia e remissione dei peccati. E per questa cagione la santa madre Chiesa fece decreto e ordine: che nel prossimo futuro cinquantesimo anno, per la natività di Cristo, cominciasse a Roma generale perdono di colpa e di pena di tutti i peccati a’ fedeli cristiani i quali andassono a Roma, dal detto termine a uno anno, i quali fossono confessi e contriti de’ loro peccati, e vicitassono ogni dì la chiesa di santo Pietro e di santo Paolo e di santo Giovanni Laterano. E le dette visitazioni furono stribuite a’ Romani trenta dì continovi, salvo che quello si omettesse si potesse con un altro ristorare; ed agl’Italiani quindici dì, e agli oltramontani a tali dieci, a tali cinque dì, e meno, secondo la distanza de’ paesi. E nondimeno la Chiesa discretamente provvide, per molti e diversi casi e cagioni che possono avvenire, ch’e’ cardinali e gli altri legati che andarono per lo mondo, e stettono a Roma, avessono autorità di potere dispensare del tempo come a loro paresse. E le lettere furono fatte e mandate per corrieri sotto le bolle papali. In prima per tutta la cristianità, e appresso per suoi legati a predicare per tutto le sante indulgenze, acciocchè ciascuno s’apparecchiasse e disponesse a potere ricevere il santo perdono. In Italia furono mandati due cardinali, quello di Bologna sopra lo Mare, messer Annibaldo di Ceccano, e messer Ponzo di Perotto di Linguadoca vescovo d’Orbivieto, uomo onesto, e di grande autorità, il quale era vicario di Roma per lo papa: fu commessa piena e generale legazione a potere a tutti dispensare il tempo delle dette visitazioni come a lui paresse, ch’era presente continuo nella città di Roma. Lasciando alquanto la santa disposizione del perdono, ci occorrono meno piacevoli, e più gravi cose al presente a raccontare.
CAP. XXX. Come il re di Maiolica andò per racquistare l’isola, e fuvvi morto.
Lo sventurato re di Maiolica non trovando aiuto dal re di Francia, cui egli avea lungamente servito nelle sue guerre, nè dal papa, nè da alcuno altro signore, strignendolo la volontà e ’l bisogno di racquistare l’isola, come disperato d’ogni aiuto, avendo venduta la sua parte di Mompelieri, accattò danari dal re di Francia sopra la villa di Perpignano, ch’altro non gli era rimaso, e condusse cavalieri e pedoni, e dodici galee di Genovesi fece armare al suo soldo, e alcuno navilio di carico; sperando, quando fosse con forza d’arme nell’isola, gli uomini del suo regno tornassono a lui, come forse a inganno gli era dato intendimento, perocchè con alquanti era in trattato. Apparecchiata l’oste, e ’l navilio con le dodici galee armate, del mese di... del detto anno si mise in mare; e senza impedimento arrivò nell’isola di Maiolica, presso alla città a dieci miglia; e ivi scesi in terra, s’accampò con quattrocento cavalieri e cinquecento masnadieri, aspettando che coloro della città con cui avea trattato, e il popolo della terra il volessono come loro benigno e natural signore. Le dodici galee de’ Genovesi avendo messo in terra il re, o che fosse di suo comandamento, per mostrarsi più forte agli uomini dell’isola, o per altre cagioni, si partirono da quella parte ove il re avea posto il campo, e girarono da un’altra parte del’isola; e rimaso il re, e ’l figliuolo, e l’altra gente senza il favore delle dodici galee, della città di Maiolica subitamente uscirono più di seicento cavalieri con grandissimo popolo, e vennero contro all’oste del re per combattere con lui. Il re vedendosi i nimici appresso, potea stare alle difese tanto che tornassero le sue galee: ma con vana confidanza de’ suoi regnicoli, che non dovessero resistere contro a lui, senza attendere punto, si volle mettere alla battaglia, per trarre a fine la sua impresa come la fortuna il menava. E ordinata la sua gente, e confortata a ben fare, mostrando che quivi non era altro rimedio che nel bene operare la virtù delle loro persone, sì fedì tra i nemici, i quali erano cavalieri catalani, maggiore quantità e migliore gente che i suoi soldati, e guidati da buoni capitani, i quali ricevettono il re e i suoi cavalieri francamente, per modo, che in poca d’ora furono sconfitti, e il re morto. Il quale se avessono voluto potieno ritener prigione, ma rade volte in fatti d’arme tra’ Catalani si trova mansuetudine: il figliuolo fu preso, e rappresentato al zio re d’Araona, l’altra gente fu rotta e sbarattata, e l’isola rimase libera al re d’Araona, e Mompelieri e Perpignano al re di Francia.
CAP. XXXI. Come i baroni italiani e catalani per loro discordie guastarono l’isola di Cicilia.
Avendo detto dell’isola di Maiolica, quella di Cicilia ci s’offera con dissimigliante fortuna. Essendo per la mortalità morto il valoroso duca Giovanni, balio e governatore dell’isola di Cicilia, rimaso picciolo fanciullo di dieci anni messer Luigi figliuolo che fu di don Pietro, il quale si fece appellare re di Cicilia, a cui aspettava l’eredità del detto reame. Costui avea due fratelli minori di se, l’uno chiamato Giovanni, l’altro Federigo. E non essendo della casa reale nessuno in età che governasse l’isola per lo fanciullo, discordia nacque tra i baroni: e dall’una parte erano i Palizzi caporali, e con loro teneano quelli di Chiaramonte, e’ conti di Vintimiglia, e i discendenti conti della casa degli Uberti di Firenze, de’ quali era capo il conte Scalore, e con costoro teneano quasi la maggiore parte degl’Italiani dell’isola. E questi si faceano chiamare la parte del re, e a loro segno rispondeano le migliori città della marina dell’isola, Messina, Siracusa, Melazzo, Cefalu, Palermo, Trapani, Mazzara, Sciacca, Girgenti, Taormina, e gran parte delle buone terre e castella fra la terra dell’isola. E dall’altra parte era don Brasco d’Araona caporale con gli altri Catalani dell’isola, e il figliuolo di Giovanni Barresi colla sua casa, genero di don Brasco, e molti altri di Catania, i quali aveano a loro segno alla marina la città di Catania, Iaci, Alicata, Tose, la Catona, e il capo d’Orlando; e fra terra grande numero di città e di castella. E per simigliante modo si faceano costoro chiamare la parte del re. E per le loro divisioni cominciarono a far guerra l’uno contra l’altro. E catuna parte s’armava, e afforzava d’avere seguito di gente dell’isola: e catuno volea governare il reame per lo re, e non potendosi trovare via d’accordo tra loro, cominciarono a cavalcare l’uno sopra l’altro; e dove si scontravano si combatteano mortalmente. E spesso rompea e sconfiggea l’una gente l’altra, e senza misericordia a tenere prigione s’uccidevano insieme, e montando la loro sfrenata mala volontà, cominciarono ad ardere le loro possessioni e le biade ne’ campi, come fossono in terra di nimici; e facendo questo guasto, oggi in una contrada, e domani nell’altra, consumarono il paese senza alcuna misericordia. E seguitando l’uno dì appresso dell’altro questa pestilente furia tra loro, in poco tempo fu tanta tribolazione tra’ paesani, e tanta disfidanza, che lasciarono il coltivamento delle terre, e il nutricamento del bestiame: onde avvenne che quello paese, il quale per antico era fontana viva di grano, e di biade, e d’ogni vittuaglia, a spandere per lo mondo tra i cristiani e tra i saracini, che solo tra loro nell’isola non avea che manicare; e il bestiame per simigliante modo fu consumato e disperso. Per la quale cosa avvenne che l’anno 1349 a Palermo, e a più altre città, per inopia convenne si provvedesse per comune consiglio grano mescolato con orzo, e dare ogni settimana certa piccola distribuizione per testa d’uomo, acciocchè potessono miserevolmente mantenere la loro vita. E non potendosi sostentare i popoli con questa misera provvisione, convenne che il popolo minuto in gran parte per nicistà abbandonasse l’isola, e molti ne fuggirono in Calavra e nel’isola di Sardigna per scampare dalla fame la loro vita. E questa pestilenzia non avvenne a’ Ciciliani per sterilità di tempo avverso, che i campi aveano da Dio la loro stagione fertile, e abbondevole della grazia del cielo. E non era tolto loro il coltivamento da nimici strani, nè per rubellione di loro signorie, nè per odio del paese, ch’era patria de’ suoi abitanti a catuna parte e reame d’uno medesimo re: ma stimasi avvenisse per dimostrazione del peccato della ingratitudine dell’abbondanza di troppi beni, e a dimostrare come è divoratrice senza rimedio d’ogni buono stato la cittadinesca discordia, e il divoratore fuoco della laida invidia.
CAP. XXXII. Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo tolsono moglie.
Era nella mortalità morta la moglie del re Filippo di Francia, madre di messer Giovanni primogenito, Dalfino di Vienna, la quale fu sirocchia del duca di Borgogna, e la moglie di messer Giovanni suo figliuolo, figliuola che fu del re Giovanni di Boemia della casa di Luzimborgo, della quale rimasono quattro figliuoli maschi, che ’l primo nomato Carlo fu duca di Normandia, e il secondo messer Luigi conte d’Angiò, e il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto minore messer Filippo: e tre figliuole, che la maggiore fu reina di Navarra, la seconda monaca del grande monasterio di Puscì, e un’altra piccola nominata Lisabetta. Ed essendo catuno senza moglie, il duca Giovanni trattava di torre per moglie la sirocchia del re di Navarra, ch’era delle più belle giovani e di maggiore pregio di virtù che niun’altra di que’ paesi, e tenevane bargagno. Il re Filippo suo padre sapendo che il figliuolo trattava d’avere questa damigella per moglie, un dì che ’l duca suo figliuolo era cavalcato fuori del paese, mandò per questa giovane: e come fu venuta, senza fare altro trattato la tolse per moglie, perocchè ’l piacere della sua bellezza non gli lasciò considerare più innanzi. Tornato il figliuolo se ne indegnò forte, e alla festa delle nozze del padre non volle essere. Ma passato alcuno tempo, richiamato dal padre, venne a lui. E riprendendolo il re dolcemente, gli disse: caro figliuolo, se voi amavate avere a donna questa damigella, voi non dovevate tener bargagno. Onde egli conoscendo suo difetto, rimase contento. E allora il padre gli diè per moglie un’altra nobile dama della casa di Bologna su lo mare, ch’era stata moglie del duca di Borgogna: della qual cosa i Borgognoni furono mal contenti, essendo rimaso un picciolo fanciullo della detta donna, il quale dovea essere loro duca. E per lo detto maritaggio vendè la donna il governamento del figliuolo con la forza del re, e il re occupò parte della giuridizione di Borgogna, onde i baroni e’ paesani forte si sdegnarono contro al loro re. Ma perocchè il re di Francia per troppa giovinile vaghezza avea offeso il figliuolo e se, poco tempo stette con la sua giovane e vaga donna, che sforzando la natura già senile nella bellezza della damigella, raccorciò il tempo della sua vita, come appresso al debito tempo racconteremo, narrando prima com’egli fu ingannato dagl’Inghilesi.
CAP. XXXIII. Come il re di Francia fu ingannato del trattato di Calese con gran danno.
Il re Filippo avendo l’animo curioso di trarre del suo reame la forza del re d’Inghilterra, il quale teneva il forte castello di Calese in su la marina, non potendo per forza farlo, pensava fornirlo per danari con trattato. Alla guardia di Calese era uno gentile uomo d’Inghilterra, con sue masnade di cavalieri e di sergenti. Il re di Francia il fece tentare se per danari gli rendesse il castello. L’Inghilese avveduto diede orecchie al fatto, e senza indugio il fece segretamente sentire al suo signore; il quale confidandosi nella fede di costui, gli diede per comandamento che menasse saviamente il trattato infino al fatto. Costui seguitò con molta astuzia, tanto, che per la sfrenata volontà che il re di Francia avea di racquistarlo, s’indusse a dare i danari innanzi, attenendosi alla fede del castellano, e dielli, come era il patto, seimila scudi d’oro, di ventimila che per lo patto gli dovea dare, e del rimanente gli fece quelle fermezze che volle, che mettendo dentro nel castello quella gente che il re volesse, in sul ponte compierebbe il pagamento. E così data la fede da catuna parte, il re di Francia commise la bisogna ad alquanti suoi baroni: i quali incontanente forniti di cavalieri e di sergenti d’arme in grande quantità, cavalcarono al castello; e come ordinato era per lo castellano, aperta la porta, e calato il ponte, mise dentro nel castello coloro cui i Franceschi vollono, perchè vedessero a loro sicurtà che dentro non vi fosse altra gente che la sua alla guardia, acciocchè si assicurassono a fare il rimanente del pagamento; e a costoro, com’egli avea provveduto, fece sì vedere, che del nascoso aguato non si avvidono. Onde i Franceschi vinti dalla sprovveduta baldanza, s’affrettarono a fare sul ponte il pagamento del rimanente fino ne’ ventimila scudi d’oro al castellano, ed egli mise dentro nel castello una parte de’ Franceschi, mostrando di volere assegnare loro la fortezza del castello, e l’altra oste s’attendea di fuori. Il re d’Inghilterra, che avea fatto menare questo trattato, era di notte venuto nel castello egli e il figliuolo con buona compagnia di gente eletta e fidata, come a quello affare gli parve competente, i quali si stettono riposti per modo, ch’e’ Franceschi non se ne poterono avvedere. I Franceschi che si credettono senza inganno essere signori del castello, da più parti furono subitamente assaliti dal re e da sue genti. E bene che gl’Inghilesi fossono pochi a rispetto de’ Franceschi, per lo improvviso e subito assalto i Franceschi ch’erano nel castello sbigottirono, e temettono, vedendosi a stretta, e non essendo usi di cotali baratti, per sì fatto modo, che poco feciono resistenza. Gl’Inghilesi di presente, come ordinato fu, presono le vie e le porti, e ’l castellano che si mischiava al cominciamento co’ Franceschi d’entro si rivolse contro a loro. E vedendo i Franceschi che non aveano l’uscita libera della terra, lasciarono l’arme, e arrenderonsi prigioni al re d’Inghilterra. E fatto questo, a’ Franceschi di fuori fu la cosa sì maravigliosa, che fortemente spaventarono. E sentendo questo il re e’ suoi presono ardire, e uscirono fuori addosso agli spaventati, con grandi strida e ardire. E non ostante che i Franceschi fossono presso a dieci per uno degl’Inghilesi, tanta paura gli vinse, che si misono in fuga, e abbandonarono il campo. Ed essendo seguitati alquanto dagl’Inghilesi, che non gli poterono troppo seguitare perchè aveano pochi cavalli, presine e morti alquanti, con doppia vittoria si ritornarono nel castello.
CAP. XXXIV. Come messer Carlo eletto imperadore fu presso che morto di veleno.
Nella cronica del nostro anticessore è fatta memoria, come la santa Chiesa di Roma, sappiendo come Carlo figliuolo del re Giovanni di Boemia era di virtù e di senno e di prodezza il più eccellente prenze della Magna, morto il Bavaro, che lungo tempo in discordia colla Chiesa avea occupato lo ’mperio, non ostante che il re Giovanni vivesse, ordinò di farlo eleggere allo ’mperio. Ed essendo in discordia gli elettori, perocchè l’arcivescovo di Maganza non gli volea dare la boce sua, papa Clemente trovando ch’egli era stato de’ fautori del Bavaro, il privò dell’arcivescovado, ed elessene un altro; il quale avendo il titolo, non ostante non avesse la possessione, come il papa volle diede la sua boce al detto Carlo, e così ebbe piena la sua elezione. Costui eletto era impotente di cavalleria e di moneta a potere mantenere campo ad Aia la Cappella quaranta dì, a rispondere con la forza dell’arme a chi lo volesse contastare, secondo la consuetudine degli eletti imperadori: e però santa Chiesa dispensò con lui questa ceremonia, e levollo dal pericolo e dalla spesa. E in questo servigio la Chiesa prese saramento da lui, che venendo alla corona egli perdonerebbe a’ comuni di Toscana ogni offesa fatta all’imperadore Arrigo suo avolo e agli altri imperadori, e tratterebbegli come amici senza alcuna oppressione. Dopo questo, morto il padre nella battaglia del re di Francia, come detto è, a costui succedette, e fu chiamato re di Boemia. E cercando d’accogliere forza per potere venire alla corona dello imperio, ed essendo poco pregiato e meno ubbidito dagli Alamanni, tenendosi gravati della sua elezione, egli umile si stava chetamente in Boemia aspettando suo tempo. La reina con femminile consiglio volendo attrarre l’amore del marito dall’altre donne, ch’era giovane, avvegnachè assai onesta, gli fece dare a mangiare certa cosa, la quale mangiata dovea crescere l’amore alla sua donna. Nella qual cosa, o erba o altro che mescolato vi fosse che tenesse veleno, come presa l’ebbe, ne venne a pericolo di morte; e per aiuto di grandi e subiti argomenti, pelato de’ suoi peli, ricoverò la salute del suo corpo. Della qual cosa facendo condannare a morte due suoi siniscalchi per giustizia, la reina, parendo che per sua semplice operazione, più che per colpa che avessono, i famigli del loro eletto imperadore fossono per morire innocenti, s’inginocchiò dinanzi al re dicendo, come que’ cavalieri non aveano colpa di quello accidente, ma se colpa c’era, era sua: perocchè per femminile consiglio, volendo più attrarre a se il suo amore, non credendo far cosa che offendere il dovesse, li fece dare quella cosa a bere, ovvero a mangiare: e però, se giustizia se n’avea a fare, ella era degna per la sua ignoranza d’ogni pena, e non coloro ch’erano innocenti. Il discreto signore udite queste parole, considerò la fragilità e la natura delle femmine, e colla sua mansuetudine inchinò l’animo all’errore dell’amore femminile, e con molta benignità perdonò alla reina dolcemente, e liberò i suoi siniscalchi, rimettendogli ne’ loro ufici e onori. Alcuni dissono, che messer Luchino de’ Visconti di Milano il fece avvelenare per tema di perdere la sua tirannia. Ed essendo lo eletto imperadore nel pericolo della morte, si disse che promise a Dio se campasse, che perdonerebbe a chi l’avesse offeso e non ne farebbe alcuna vendetta; e quale che fosse la cagione, l’effetto seguitò, che vendetta nessuna fece.
CAP. XXXV. Come il re Luigi prese più castella.
Tornando a’ fatti d’Italia, il re Luigi fatto cavaliere, e dato alcuno ordine a’ fatti del Regno che l’ubbidia, avvedutosi de’ baroni che teneano col re d’Ungheria, innanzi che volesse procedere a fare altra impresa attese a volere racquistare le castella di Napoli. E prima cominciò al castello di Santermo sopra la detta città, e quello per viltà di coloro che l’aveano a guardia, temendo delle minacce più che della forza della battaglia ch’era loro cominciata, essendo da potersi bene difendere, s’arrenderono al re. E avendo vittoriosamente acquistato questo castello, se ne venne a quello di Capovana, che è all’entrata della città, fortissimo, da non potersi vincere per battaglia. Coloro che dentro v’erano alla difesa cominciarono a resistere al primo assalto; ma inviliti per la presura di quello di Santermo, e più perchè non vedeano apparecchiato loro soccorso, trattaron la loro salvezza, e renderono il castello al re. Avuto il re questi due forti castelli con poca fatica, s’addirizzò al castello dell’Uovo fuori di Napoli sopra il mare, il quale per battaglia non si potea avere, ma era agevole ad assediare, che tutto era in mare, salvo d’una parte si congiungeva con una cresta del poggio, in sul quale il re fece fare un battifolle. Que’ del castello sappiendo che il loro soccorso non potea essere d’altra parte che per mare, e in quello mare non era alcuna forza del re d’Ungheria, innanzi che si volessono recare allo stremo patteggiarono col re, e renderongli il castello. Avute il re prosperamente queste tre castella in poco tempo, fece molto rinvigorire gli animi de’ Napoletani. E vedendo che non v’era rimaso altro che il castello Nuovo a capo alla città, dove era l’abitazione reale, il quale era sopra modo forte e bene fornito, tanto era cresciuta la baldanza, che nel fervore del loro animo con molto apparecchiamento si misono a combatterlo da ogni parte, con aspra e fiera battaglia. Ma dentro v’era Gulforte fratello di Currado Lupo, cui il re d’Ungheria avea lasciato vicario suo, ed era accompagnato di buona masnada, e bene fornito alla difesa, sicchè per niente si travagliarono della battaglia. E certificati che per forza non lo potevano avere, e che Gulforte era fedele al suo signore, presono consiglio d’abbarrare tra il castello e la città, e così fu fatto, e misonvi buona guardia; sicchè fuori che dalla marina il castello era assediato. E poi senza combattere o assalirlo, l’una gente e l’altra si stettono lungamente.
CAP. XXXVI. Come il re Luigi prese il conte d’Apici.
Avendo il re Luigi vittoriosamente racquistato tre così forti castelli, e lasciando il quarto assediato per terra e per mare, con la sua cavalleria, e con le masnade del doge Guernieri si mise a cavalcare sopra i baroni che teneano col re d’Ungheria, e in prima andò sopra il conte d’Apici, figliuolo del conte d’Ariano. Il conte vedendosi venire il re addosso con gran forza d’uomini d’arme, si racchiuse in Apici, e ivi s’afforzò alla difesa come potè il meglio. Il re faceva spesso assalire la terra. Vedendo il conte che non attendea soccorso, e che il castello non era forte da poter fare lunga difesa, s’arrendè alla misericordia del re: il quale trattò d’avere di suoi danari trentamila fiorini d’oro, e rimiselo nel suo stato, riconciliato alla sua grazia.
CAP. XXXVII. Come il re Luigi assediò Nocera.
Prosperando la fortuna il re Luigi nelle lievi cose, gli dava speranza di prendere le maggiori, e però si mise di presente con tutta sua gente nel piano di Puglia, e dirizzossi a Nocera de’ saracini, che si guardava per la gente del re d’Ungheria. Ma perocchè la città era grande, e guasta e male acconcia a potersi difendere, sentendo gli Ungheri che dentro v’erano l’avvenimento del re con la sua gente, abbandonarono la terra, e ridussonsi nella rocca di sopra, ch’era larga, e molto forte alla difesa, e ivi ridussono tutte le loro cose. E sopravvenendo il re Luigi, senza contasto con tutta sua gente entrarono nella città: e trovando il castello sopra la terra forte e bene guernito alla difesa, conobbono che non era da potersi vincere per forza di battaglie, e però non tentarono di combatterlo: ma avendo la città in loro balía, afforzarono in ogni parte intorno alla rocca, e puosonvi l’assedio, sperando d’averla, poichè gli Ungheri e i Tedeschi erano per la mortalità malati e mancati, e molti se n’erano iti per lo mancamento del soldo, e non era loro avviso che a tempo potessono avere soccorso; e però tenendo que’ del castello di Nocera assediati, cavalcarono tutto il piano di Puglia infino presso a Barletta; e avendo cominciato a prendere ardire, trovando che Currado Lupo vicario del re d’Ungheria non avea forza d’entrare in campo col re Luigi, nè di soccorrere gli assediati di Nocera, era assai possibile al re di mantenere l’assedio, e di fare tornare l’altre terre di Puglia a sua volontà, cavalcando con la sua forza il paese. Ma il fallace duca Guernieri, ch’avea milledugento cavalieri tedeschi in sua compagnia, conoscendo il tempo che far lo potea signore e trarlo di guerra, si mise a fargli quistione, e non lo lasciò muovere dall’assedio, nè andare all’altre terre per lungo tempo: dando luogo a Currado Lupo avversario del re di potersi provvedere al soccorso, e il re non era potente da se di cavalleria nè di moneta che senza il doge potesse fornire le sue bisogne, e però convenia che seguisse più la volontà corrotta del doge Guernieri che la sua. E non avea ardimento di mostrare sospetto di lui, per paura che peggio non gli facesse, e da se nol potea partire senza peggiorare sua condizione, e crescere la forza e ’l vigore a’ suoi nimici. Ed essendo così intrigato e male condotto, per avere un capo a tutti i suoi soldati, perdè tempo più di cinque mesi al disutile assedio, e diede tempo a’ nimici di procacciare aiuto e soccorso, come fatto venne loro, come appresso racconteremo.
CAP. XXXVIII. Come Currado Lupo liberò Nocera.
Mentre che l’assedio si manteneva per lo re Luigi a Nocera, Currado Lupo, ch’era rimaso alla guardia del reame per lo re d’Ungheria, intese a sollicitare il re, tanto che gli mandò una quantità di danari per ristorare la gente che per la mortalità gli era mancata: il quale di presente cavalcò in Abruzzi, e condusse de’ cavalieri tedeschi ch’erano in Toscana e nella Marca, tanti, che co’ suoi si trovò con duemila barbute: e lasciatine una parte alla guardia delle terre che per lui si teneano, e eletti milledugento cavalieri in sua compagnia, si propose di soccorrere gli assediati del castello di Nocera. Il re Luigi avendo sentito come Currado Lupo avea accolta gente per venire contra lui, di presente mandò il conte di Minerbino, e il conte di Sprech Tedesco, con ottocento cavalieri a impedire i passi, che Currado Lupo co’ suoi cavalieri non potesse entrare nel piano di Puglia. Ma il detto Currado, come franco capitano e sollecito, la notte si mise a cammino, e fu prima, partendosi da Guglionese, valicato i passi ed entrato nel piano di Puglia, che la gente del re fosse a impedirlo, e senza arresto, co’ suoi cavalieri in quello dì cavalcarono quaranta miglia, e la sera giunsono a Nocera in sul tramontare del sole; e perocchè erano molto affaticati della lunga giornata, e i cavalli stanchi e l’ora tarda, se n’entrarono nel castello senza fare altro assalto, o riceverlo dalla gente del re Luigi. E questo avvenne, imperciocchè del subito avvenimento sbigottì forte la gente del re, e specialmente essendo assottigliato l’oste, e non sappiendo che della loro gente andata a’ passi si fosse avvenuto. Il re veggendo la sua gente sbigottita, prese l’arme e montò a cavallo, e confortò francamente i suoi: e sopravvenendo la notte, in persona ordinò buona e sollecita guardia, attendendo il ritorno de’ suoi cavalieri. I nimici ch’erano stanchi intesono a mangiare, e a confortare la loro gente, e dare riposo a’ loro cavalli, per essere la mattina alla battaglia.
CAP. XXXIX. Come il re Luigi rifiutò la battaglia con Currado Lupo.
La mattina seguente, Currado Lupo innanzi che scendessono del castello nel piano, mandò a richiedere il re Luigi di battaglia, e per segno di ciò gli mandò il guanto per lo suo trombetta; il re ricevette il guanto, e con dimostramento di franco cuore e d’ardire, senza tenere altro consiglio promise la battaglia: perocchè la notte medesima il conte di Minerbino e ’l conte di Sprech erano tornati con la loro gente al soccorso del re. Currado avendo la risposta dal re, come accettava di venire alla battaglia, non ostante che il re avesse assai più gente di lui, confidandosi nella buona gente che avere gli pareva, e conoscendo la condizione del doge Guernieri, e forse intendendosi con lui, scese del castello con tutta sua cavalleria, e ancora con gli Ungheri ch’erano nel castello a cavallo, e valicato per una parte della città ch’era in loro signoria, con dimostramento di grande ardire si schierò nel piano dirimpetto alla città, aspettando che il re venisse con la sua gente alla battaglia. E vedendo che non venia, un’altra volta il mandò a richiedere di battaglia. Il re avendo volontà di combattere sommovea i suoi baroni e gli altri cavalieri a ciò fare, con grande istanzia: il doge Guernieri, quale che cagione il movesse, che dubbia era la sua fede, vedendo il re acceso alla battaglia, fu a lui, e con dimostramento di savio e buono consiglio, e con belle parole il ritenne, mostrandogli che folle partito era a quel punto prendere battaglia, allegando che per due cose sole si dovea combattere, l’una per necessità, e l’altra per grande avvantaggio, e quivi non era nè l’una nè l’altra. E forse che il consiglio suo fu più salutevole che malvagio a quel punto, il re vedendo il consiglio del duca, e temendo di non essere seguito nella battaglia da lui nè da’ suoi cavalieri, si ritenne in Nocera, ontosamente schernito da’ suoi avversari, i quali schierati in sul campo faceano vergogna al re, perchè non usciva alla battaglia come promesso avea; e avendo aspettato infino al mezzodì, e trombato e ritrombato per attrarre la gente del re alla battaglia, e veggendo non erano acconci a uscire della terra, si partì di là ordinatamente con le schiere fatte, e dirizzossi verso la città di Foggia, ch’era ivi presso nello piano di Puglia, e in quella, ch’era senza guardia e senza sospetto, s’entrò di cheto, senza trovare alcuno riparo. E trovandola piena d’ogni bene, quivi s’alloggiarono, facendo delle case, e delle masserizie, e della vittuaglia, e delle donne maritate e delle pulzelle la loro sfrenata volontà, e ogni sustanza di quella terra si recarono prima in uso, e poscia in preda. E quivi in prima si cominciò ad assaggiare la preda dello avere del Regno da’ Tedeschi e dagli Ungari, la quale assaggiata vi attrasse da ogni parte i soldati, come gli uccelli alla carogna, in grave danno di tutto il paese, come procedendo per li tempi in nostra materia dimostreremo.
CAP. XL. Della materia medesima.
Essendo Currado Lupo con la sua gente in Foggia, con grande baldanza presa contro al re Luigi, intendendosi col duca Guernieri, afforzò la città di Foggia, per potere contastare al re il ritorno per la via del piano in Terra di Lavoro. E così fece lungamente, crescendo continuamente la sua gente di cavalleria e masnadieri, perchè viveano di prede, e avanzavano sopra i paesani non usi di guerra, nè provveduti alla loro difesa. Il re avendo scoperto come dal duca Guernieri non potea avere servigio che utile gli fosse, e che fidare non se ne potea, stato due mesi a Nocera senza alcuno frutto, con grande abbassamento di suo stato e onore, poichè Currado Lupo entrò in Puglia, prese suo tempo, e girando la Puglia, dilungandosi da’ nimici ch’erano in Foggia, entrò in Ascoli, e ivi stato pochi dì se ne venne a Troia, e di là per Terra beneventana si tornò a Napoli senza contasto.
CAP. XLI. Come morì il re Alfonso di Castella.
In questo anno, del mese di marzo, morì il re Alfonso di Castella, lasciando Pietro suo figliuolo legittimo, nato della reina sirocchia del re di Portogallo, d’età di quindici anni, e sette suoi fratelli nati di donna Dianora, grande e gentile donna di Castella, la quale il detto re amò sopra la reina, e tennela ventiquattro anni. Morto il re, don Pietro fu coronato del reame, ed essendo troppo giovane, i maggiori baroni per tre anni ebbono a governare il reame. E venuto il re Pietro in età di diciotto anni, con malizia, e con senno e con ardire, di gran cuore prese il governamento di suo reame, e trassene i baroni, e cominciò aspramente a farsi ubbidire; perocchè temendo de’ suoi baroni, trovò modo di fare infamare l’uno l’altro, e prendendo cagione, gli cominciò a uccidere colle sue mani, e in breve tempo ne fece morire venticinque: e tre suoi fratelli fece morire e la loro madre, e gli altri perseguitò: ed eglino valenti e di gran seguito e ardire si ridussono in loro castella, e feciono al re aspra guerra. E ora fu, che l’uno di loro, ch’era conte di... in uno abboccamento ebbe prigione il re, e consentì che si fuggisse per grande benignità, e in fine si partì di Spagna, e tornossene col fratello in Araona.
CAP. XLII. Come il doge Guernieri fu preso in Corneto dagli Ungheri.
Tornato il re Luigi a Napoli, non avendo potuto acquistare in Puglia alcuna cosa, ma peggiorata la sua condizione, acciocchè le terre e’ baroni di sua parte non prendessono troppo sconforto della sua partita, mandò in Puglia il doge Guernieri con quattrocento cavalieri, e commisegli la guardia di coloro che teneano con esso lui, e che raffrenasse la baldanza de’ suoi avversari. Il duca si mosse con sua compagnia, e con lui mandò il re alquanti confidenti toscani, tra’ quali fu messer Iacopo de’ Cavalcanti di Firenze, pro’ e valente cavaliere. Costoro entrati in Puglia si ridussono in Corneto. Il fallace duca pensava, che stando dalla parte del re non potea predare nè avanzare come l’animo suo desiderava, e vedendo la materia acconcia, e già cominciata per Currado Lupo e per gli Ungheri, trovò modo, volendo coprire il suo tradimento, come fatto gli venisse senza sua palese infamia. E per venire a questo, essendo presso a nimici più possenti di lui, si stava senza alcuno ordine e senza fare guardia il dì e la notte, anzi non lasciava serrare le porti della città, e andavasi a dormire con tutta la sua masnada. Onde avvenne, come si crede ch’egli avesse ordinato, che Currado Lupo con parte di sua gente una notte vi cavalcò, e trovate le porte aperte, e senza difesa e guardia, s’entrò nella città: e trovando il doge e’ suoi cavalieri dormire ne’ loro alberghi, tutti senza dare colpo di lancia o di spada ebbe a prigione, loro e’ loro cavalli e arnesi, senza che niuno ne fuggisse; e avuti i forestieri a prigioni furono signori della terra, e fecionne, come di Foggia, la loro volontà: e il dì seguente con grande gazzarra ne menarono i prigioni e la preda a Foggia, dove faceano loro residenza. Ed essendo il duca Guernieri prigione in Foggia, si fece porre di taglia trentamila fiorini d’oro; e mandò al re che ’l dovesse ricomperare in fra certo tempo, e dove questo non facesse, disse gli conveniva essere contro a lui in aiuto del re d’Ungheria: e però gli protestava, che se il riscatto non facesse, non gli farebbe tradimento venendo contro a lui dal termine innanzi. Il re Luigi avendo conosciuto per opere i suoi baratti, avvegnachè conoscesse che per cupidità di preda e’ sarebbe contro a’ suoi agro nimico, innanzi il volle suo avversario, potendo contro a lui scoprirsi alla sua difesa, che averlo traditore dalla sua parte, e però nol volle riscuotere. Onde egli trasse a se tutti i Tedeschi di sua condotta, e da Currado Lupo fu fatto il terzo conducitore della sua oste, renduto a lui e a’ suoi l’armi e’ cavalli e gli arnesi. Messer Iacopo de’ Cavalcanti, perocchè altra volta era stato preso, e lasciato alla fede, fu ritenuto, e ultimamente per mandato del re d’Ungheria, per corrotto saramento, vituperevolemente fu impiccato.
CAP. XLIII. Come i Fiorentini presono Colle.
I Colligiani avendo ripreso in loro giuridizione il reggimento libero della loro terra, poichè ’l duca d’Atene fu cacciato di Firenze, che per lo detto comune n’era signore, volendo mantenere la loro libertà, non lo seppono fare, anzi cominciarono a setteggiare, e volere cacciare l’uno l’altro, e alcuna parte trattava coll’aiuto di grandi e possenti vicini d’esserne tiranni. E scoperto tra loro il trattato, si condussono all’arme: e stando in combattimento dentro, il comune di Firenze per paura che tirannia non vi si accogliesse, subitamente vi mandò il capitano della guardia che allora tenea in Firenze, con trecento cavalieri e con assai fanti a piè, e improvviso vennono a’ Colligiani in su le porti e intorno alla Prateria, del mese d’aprile gli anni 1349. E sentendo i Colligiani la gente de’ Fiorentini alle porti, e tra loro grave discordia dentro, viddono, che volere a’ cittadini di Firenze, che ivi erano mandati per loro bene, fare resistenza era impossibile, e il loro peggiore, perocchè se l’una setta si fosse messa alla difesa, l’altra si sarebbe fatta forte col comune di Firenze, e arebbono abbattuta la setta contraria, sicchè per lo loro migliore, di comune concordia apersono le porti, e misono dentro la gente del comune di Firenze. E come dentro vi furono, i terrazzani lasciarono l’arme che aveano prese per la loro divisione, e ragunati al consiglio, conobbono, che il comune beneficio della loro comunità era di dare la guardia di quella terra al comune di Firenze, e altrimenti non vedeano di potere vivere in pace e in riposo senza sospetto l’uno dell’altro. E però diliberarono solennemente tutti d’uno animo e d’una concordia, che ’l comune di Firenze avesse in perpetuo la guardia di quella terra; e il comune la prese, e ordinò dentro senza quistione i loro ufici, comunicandoli discretamente tra’ loro terrazzani, a contentamento di catuna parte; e appresso di tempo in tempo v’ordinò il comune di Firenze la guardia de’ suoi cittadini, e i rettori di quella, mandandovegli da Firenze ogni sei mesi successivamente.
CAP. XLIV. Come i Fiorentini ebbono Sangimignano a tempo.
Nel detto anno e mese d’aprile, recata la terra di Colle a guardia del comune di Firenze prosperamente, innanzi che il detto capitano con sua gente a piè e a cavallo tornasse a Firenze, essendo il comune di Sangimignano per simile modo in grande divisione per cagione del loro reggimento, onde forte si temea non pervenisse a tiranno, il comune di Firenze vegghiando con sollecitudine a mantenere la libertà di Toscana, fece comandamento al capitano e a’ cittadini consiglieri ch’erano con lui ch’andassono a Sangimignano, e senza fare alcuno danno, o atto di guerra, domandassono per lo comune di Firenze la guardia di quella terra, acciocchè il comune loro e ’l nostro vivessono di ciò più sicuri, che non si potea vivere vedendogli in setta e in divisioni. Il capitano con quella gente se n’andò a Sangimignano, e fece il comandamento del comune di Firenze, standosi fuori della terra senza fare danno niuno. E fatta la richesta, quegli di Sangimignano ebbono sopra ciò diversi consigli, e dibattutosi fra loro più giorni, che l’uno volea e l’altro no, in fine avvedendosi che le loro discordie erano pericolose, e che non erano potenti a mantenere libertà; vedendo il pericolo delle divisioni e sette che aveano tra loro, e che lo sdegno del comune di Firenze potea risultare in loro maggiore pericolo, per comune consiglio diedono per tre anni a venire il governamento e la guardia di quella terra al comune di Firenze, con patto che il comune vi mandasse di sei mesi in sei mesi uno cittadino popolano di Firenze per capitano della guardia, e un altro per podestà alle loro spese; e così deliberato, misono di gran concordia dentro la gente del comune di Firenze. E ricevuti i rettori, cominciarono a vivere tra loro in molta concordia e pace, e catuno intendeva a fare i fatti suoi, dimenticando le cittadine contenzioni e gli altri sospetti che gli conturbavano, e il capitano co’ suoi cavalieri e col popolo tornò a Firenze ricevuto a onore, del detto mese d’aprile.
CAP. XLV. Di tremuoti furono in Italia.
In questo anno, a dì 10 di settembre, si cominciarono in Italia tremuoti disusati e maravigliosi, i quali in molte parti del mondo durarono più dì, e a Roma feciono cadere il campanile della chiesa grande di san Paolo, con parte delle loggi di quella chiesa, e una parte della nobile torre delle milizie, e la torre del conte, lasciando in molte altre parti di Roma memoria delle sue rovine. Nella città di Napoli fece cadere il campanile, e la faccia della chiesa del vescovado e di santo Giovanni maggiore, e in assai altre parti della città fece grandi rovine, con poco danno degli uomini. Nella città d’Aversa, essendo i caporali de’ Tedeschi e degli Ungheri, con molti conestabili e cavalieri, a consiglio nella chiesa maggiore, non determinato il loro consiglio uscirono della chiesa, e come furono fuori, la chiesa cadde, e per volontà di Dio a niuno fece male. La città dell’Aquila ne fu quasi distrutta, che tutte le chiese e’ grandi difici della città caddono, con grande mortalità d’uomini e di femmine; e durando per più dì i detti tremuoti, tutti i cittadini, ed eziandio i forestieri, si misono a stare il dì e la notte su per le piazze e di fuori a campo, mentre che quello movimento della terra fu, che durò otto dì e più. Ed erano sì grandi, che in piana terra avea l’uomo fatica di potersi tenere in piede. A san Germano e a monte Cassino fece incredibili ruine di grandi difici, e dell’antico monistero di santo Benedetto sopra il monte del poggio medesimo, che pare tutto sasso, abbattè buona parte; il castello di Valzorano del poggio rovinò nella valle, con morte quasi di tutti i suoi abitanti. Nella città di Sora fece degli edifici grandissime ruine, e così in molte altre parti di Campagna e di terra di Roma, e del Regno e di molte altre parti d’Italia, che sarebbono lunghe e tediose a raccontare. Per li quali terremuoti si potea per li savi stimare le future novità e rivolgimenti di que’ paesi, le quali poi seguitarono, come il nostro trattato seguendo si potrà vedere.
CAP. XLVI. Come sommerse Villacco in Alamagna.
In questo medesimo tempo, essendo all’entrare della Magna sopra una valle una città che ha nome Villacco, in sul passo, con alquante villate e castella che teneano bene dodici miglia, a’ confini della Schiavonia, questa terra con le sue ville e castella per gli terremuoti s’attuffò nella valle, con grande danno di morte de’ suoi abitanti. E perocchè il luogo è sul passo del Friuli e Schiavonia, e paese ubertuoso, e i suoi alberghi tutti si fanno di legname, che ve n’ha grande abbondanza, fu tosto rifatto e abitato. Innanzi che l’anno fusse compiuto dal suo rifacimento, per fuoco arse tutta la terra, che fu a pensare non piccolo giudicio de’ suoi abitanti. Ma per lo fertile luogo e utile per lo passo, in brieve tempo fu redificata la terra più bella che prima.
CAP. XLVII. De’ fatti del Regno.
Del mese di maggio del detto anno, sentendo il re Luigi crescere fortemente nel Regno la forza del re d’Ungheria, fece comandamento a tutti i suoi baroni che teneano con lui che si sforzassono d’arme e di cavalli, e ragunassonsi in Napoli per resistere a’ loro avversari, che aveano per la presa di Foggia e di Corneto presa superchia baldanza in Puglia, e accolti molti Tedeschi d’Italia, per vaghezza delle prede del Regno, più che per soldo ch’elli avessono. I baroni vedendo il comune pericolo di loro stato e di tutto il Regno, feciono gente d’arme, e ragunaronsi a Napoli più di tremila cavalieri ben montati e bene armati; e ancora non era venuto il conte di Minerbino, che avea con seco trecento barbute. Currado Lupo, che avea con seco il duca Guernieri, e ’l conte di Lando, e messer Giovanni d’Arnicchi, Tedeschi grandi maestri di guerra, e con grande seguito di soldati tedeschi, avieno accolti tutti gli Ungheri del Regno, ch’erano più di settecento, in grande fede al loro signore: e ancora erano ragunati con loro masnadieri italiani assai, tratti per guadagnare, sentendo che la forza del re era ragunata a Napoli, di presente fornì di guardia tutte le terre sue, e co’ sopraddetti caporali, e co’ loro cavalieri tedeschi e ungheri, milleseicento o più, e con briganti a piè, acconci a guadagnare, sperando abboccarsi co’ ricchi baroni del Regno, si partirono di Foggia, e senza fare soggiorno o trovare resistenza se ne vennero infino ad Aversa, città di Terra di Lavoro, presso a Napoli a otto miglia, la quale in quel tempo non era murata: e per mala provvedenza non era guardata, avvegnachè malagevole fosse a guardare, perchè era molto sparta, ma avea il castello molto grande e forte. Currado Lupo con la sua cavalleria senza contasto s’entrò nella terra, la quale era doviziosa e piena d’ogni bene. Ed essendo altra volta stata all’ubbidienza del re d’Ungheria, non si pensarono essere trattati in ruberia e in preda dal vicario del re, e però si trovarono ingannati. I Tedeschi e gli Ungheri come furono dentro cominciarono a fare delle cose, vi trovarono da vivere a comune con i cittadini, con più temperanza e ordine che fatto non aveano in Foggia, perocchè vi aveano più a stare. E incontanente cavalcarono per lo paese e per li casali dintorno per farsi ubbidire, e recare il mercato derrata per danaio; e chi non gli ubbidia di recare della roba ad Aversa sì la rubavano e ardevano. E in fine, ora per una cagione, ora per un’altra, tutti erano rubati, e cominciarono a cavalcare fino presso a Napoli, ed a non lasciare a’ foresi portare alcuna roba in quella terra, che a giornata solea abbondare della molta roba delle terre e casali di fuori, ed ora niuno v’andava, che d’ogni parte erano rotte le strade e i cammini, onde la città cominciò ad avere carestia, e convenia che per mare si fornisse. Il re Luigi avea baroni e cavalieri assai in Napoli, ma per buono consiglio riteneva i suoi baroni con il volonteroso popolo che non uscissono contro a’ nimici a loro stanza, e attendea maggiore forza di sua gente di dì in dì, e pensava che i nimici per le ruberie fatte a’ paesani venissono in soffratta, e volea a sua stanza e a suo tempo andare sopra i suoi nimici e a suo vantaggio, e non alla loro richiesta, e questo era salutevole e buono consiglio. Ma dove la fortuna giuoca più che ’l senno, la gente vi corre.
CAP. XLVIII. Come la gente del re d’Ungheria sconfisse i baroni del Regno.
Vedendo i capitani della gente del re d’Ungheria che la baronia del Regno era accolta a Napoli contro a loro, e non si movea nè mostrava in campo per le loro cavalcate, si feciono loro più presso a Meleto quattro miglia presso a Napoli; e quivi stando, cominciarono a dare voce che discordia fosse tra’ Tedeschi e gli Ungheri, e seguendo loro malizia s’armarono, e acconciarono il campo come se dovessero combattere insieme; e avendo tra loro mezzani gli Ungheri, come malcontenti d’essere con Currado Lupo, dierono voce di volersene tornare in Puglia. I giovani baroni che sentivano di presso le novelle de’ loro nimici, e’ baldanzosi cavalieri napoletani credendo che la discordia fosse tra gli Ungheri e’ Tedeschi come la boce correa, non accorgendosi del baratto, e parendo loro che per difetto di vittuaglia e’ non potessono più stare nel paese, quasi come la preda uscisse loro tra le mani aspettando, fremivano nell’animo d’uscire fuori, e correre sopra i nimici; e contradicendo il re e ’l suo consiglio la furiosa presunzione de’ giovani baroni e de’ pomposi Napoletani, in furia s’apparecchiarono dell’arme. E montati sopra i loro destrieri e buoni cavalli, che n’erano bene forniti, e con ricchi arredi e nobili sopransegne, colle cinture dell’oro e dell’argento cinte, in grande pompa, avendo fatto loro capitani messer Ruberto di Sanseverino, e messer Ramondo del Balzo, valenti baroni, e il conte di Sprech Tedesco, e messer Guiglielmo da Fogliano, ordinate loro battaglie, contradicendolo il re in persona, uscirono di Napoli, e addirizzaronsi a’ nimici. Il cammino era corto, e il paese piano, sicchè in poca d’ora furono giunti al campo, ove trovarono di costa a Meleto nella spianata schierati i nemici, i quali aveano sentito il furioso movimento de’ ricchi baroni e cavalieri del Regno, e aveano con savio provvedimento fatte tre schiere. Vedendo la folle condotta de’ loro avversari, s’allegrarono, e’ baldanzosi regnicoli sì diedono francamente nella prima schiera, la quale, per ordine fatto a maestria, s’aperse, e lasciò valicare, e mescolare tra loro la cavalleria del Regno, non ostante che assai fussono più di loro; e reggendo a testa la seconda schiera e intrigata la battaglia, il conte di Lando, ch’era da parte colla sua schiera, tornò un poco di campo, e venne loro alle reni, e combattendoli dinanzi e didietro, avvegnachè v’avesse di valorosi cavalieri, per la loro mala provvedenza in poca d’ora con non troppa asprezza di battaglia gli ebbono vinti, e sbarattati e richiusi tra loro per modo, che la maggior parte co’ loro capitani furono presi, e pochi ne morirono. Quelli che poterono fuggire ne fuggirono, e non furono incalciati, perchè erano presso alla città, e i loro nemici n’aveano assai tra le mani a guardare, sicchè non si curarono d’incalciare gli altri. Questa propriamente non si potè dire battaglia, ma uno irretamento da pigliare baroni e cavalieri di grandi ricchezze. I presi furono tra conti e baroni venticinque de’ maggiori del Regno, con molti ricchi cavalieri napoletani di Capovana e di Nido, e nobili scudieri e grandi borgesi e baroncelli del Regno, i quali erano tutti bene montati. E come i capitani de’ Tedeschi e degli Ungheri ebbono raccolti insieme i prigioni e la preda, con grande festa e sollazzo d’avere acquistato grande tesoro senza fatica, gli condussono ad Aversa; e messi i baroni e’ cavalieri in sicure prigioni, l’altra preda divisono tra loro. E questo fu a dì sei di giugno 1349.
CAP. XLIX. Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia da’ nimici.
Dopo la detta sconfitta la gente del re d’Ungheria avendo presa grande baldanza, cavalcavano ogni dì infino a Napoli per tutte le contrade circostanti alla città, senza trovare alcuno contasto. Ch’e’ cavalieri ch’erano in Napoli, e quelli che scamparono della sconfitta, tutti tornarono in loro paese, e i Napoletani non ebbono più ardire di montare a cavallo contra i nimici; per la qual cosa assai picciola gente spesso entravano con grande ardire tra santa Maria del Carmino e il Santolo, rubando e facendo preda in sul mercato; e per questo avvenne che per terra non v’entrava alcuna vittuaglia, e però convenne che per mare vi venisse d’altre parti, e montasse ogni cosa, fuori del vino, in grande carestia. Vedendo i Napoletani nella forza de’ loro nemici tutto il loro contado, temendo delle loro vendemmie, e per avere alcuna posa, diedono a Currado Lupo e a’ suoi compagni ventimila fiorini d’oro, e messer Ramondo del Balzo, e messer Ruberto da Sanseverino, e il conte di Tricario anche della casa di Sanseverino, e il conte di santo Angiolo, e un altro barone, ch’erano presi, si ricomperarono fiorini centomila d’oro, e gli altri baroni del Regno e cavalieri si ricomperarono fiorini cinquantamila, e’ cavalieri e scudieri di Napoli si ricomperarono altri cinquantamila fiorini: e il conte di Sprech Tedesco, e M. Guiglielmo da Fogliano e’ soldati forestieri, tolto loro l’arme e’ cavalli, furono lasciati alla fede. E trovandosi questa gente del re d’Ungheria fornita d’arme e di cavalli, e pieni d’arnesi, e abbondante d’ogni bene, questi danari, e molti gioielli d’oro e d’ariento, riposono nel castello d’Aversa senza partire, acciocchè niuno avesse cagione di partirsi del paese. E per accogliere maggiore tesoro, i danari del riscatto, e del tempo della vendemmia, furono pagati, e queto il paese mentre che le vendemmie durarono, secondo la loro promessa, e passato il tempo ricominciarono la guerra come prima, aspettando danari freschi dal re e da’ Napoletani, come appresso seguendo si potrà trovare.
CAP. L. Come si fe’ triegua nel Regno.
Il papa e’ cardinali avendo sentita la rotta de’ baroni del Regno, e che ’l paese si guastava, mandarono nel Regno M. Annibaldo da Ceccano cardinale legato di santa Chiesa, a procacciare di conservare il reame, acciocchè la discordia de’ due re non guastasse quello ch’era di santa Chiesa. Il cardinale giunto a Napoli trovò il re e’ Napoletani in male stato, e i paesi di Terra di Lavoro guasti, rubate le castella, le ville, i casali, e vedendo che la forza de’ Tedeschi e degli Ungheri guastava tutto, si mise a cercare via d’accordo, e andava dall’una parte all’altra, ma poco frutto di concordia seppe fare. Onde il re e’ Napoletani avvedendosi che il cardinale non facea loro profitto, si condussono a cercare eglino con loro confidenti. E mandarono a Currado Lupo e agli altri caporali ad Aversa, e in fine vennono con loro a concordia, che dovessono lasciare in mano del cardinale Aversa e Capova, e tutte le terre e castella che teneano dal Volturno di Tuliverno in verso Napoli, per tutta Terra di Lavoro e di Principato, e facendo questo avessono contanti centoventimila fiorini d’oro. Le terre furono lasciate nella guardia del cardinale, e i danari furono pagati del mese di gennaio 1349. Allora vidono il conto de’ danari che aveano raunati, e trovaronsi in contanti più di cinquecento migliaia di fiorini d’oro, i quali di molta concordia si divisono a bottino. E’ caporali dividitori furono, Currado Lupo, e il doge Guernieri, e il conte di Lando, e M. Gianni d’Ornicchi, e alcuni altri. E oltre a questo tesoro, e oltre a molti destrieri, e ricchi arnesi e armadure che catuno avea, ebbono parte di molte vasellamenta d’argento, e di croci e di calici e d’altri ornamenti delle chiese che avieno spogliate, e ornamenti delle donne, e drappi e vestimenta di grandissima valuta, de’ quali erano pieni, avendone spogliate parecchie città, come detto abbiamo. Costoro sopra modo ricchi, passato il Volturno, si diliberarono di partirsi del Regno, e tutti, fuori che Currado Lupo, e fra Moriale e gli Ungheri, che si ritennono per lo re d’Ungheria nel Regno, si partirono e menandone molte donne rapite a’ loro mariti, e molte altre che non aveano marito, cosa strana e disusata tra’ fedeli cristiani; e ricchi delle loro rapine, quali si tornarono in Alamagna, e altri si sparsono nell’italiane guerre: e per questo modo il Regno ebbe alcuno sollevamento dalle ruberie e dalla guerra, che catuno si posava volentieri. E dandoci alquanto triegua le novità dello sviato Regno, ci s’apparecchia nuova e lieve cagione, della quale surse come di picciola favilla fuoco di smisurata grandezza.
CAP. LI. Di novità di barbari di Bella Marina.
Tornando alquanto nostra materia a’ fatti de’ barbari, in questo tempo Buevem figliuolo di Balese della Bella Marina, a cui come addietro è narrato, il detto Buevem avea rubellato il regno di Tremusi, sentendo che Maometto suo cugino gli avea rubellato Fessa e il suo reame, liberò di servaggio mille cristiani, e misegli a cavallo e in arme, e accolse suo oste di quindicimila cavalieri, e di gran popolo di Mori a piè, e andonne verso Fessa, contro a Maometto, il quale trovò provveduto con venticinquemila cavalieri e di grande popolo, e fecelisi incontro fuori della città di Fessa, e non troppo lungi della città commisono aspra battaglia, nella quale morirono grandissima quantità di saracini da catuna parte; in fine, come piacque a Dio, per virtù de’ cristiani Maometto fu sconfitto, colla sua gente morta e sbarattata, ed egli si rifuggì nel castello di Villanuova, ove Buevem il tenne assediato sei mesi senza speranza di poterlo avere per la grande fortezza; e però argomentò di fare fuggire da se un grande caporale de’ cristiani con sua masnada, e mostrando di perseguirlo per uccidere, si fuggì a Maometto nel castello, il quale conoscendo la prodezza e senno de’ cristiani, pensò di difendersi meglio, avendo costui dal suo lato, e però gli fece onore e grandi promesse, perchè avesse materia d’aiutarlo e d’esser leale. Costui mostrandosi agro nimico di Buevem, alcuna volta uscì fuori percotendo il campo, e ritornando con onore. Il re Buevem mostrando che onta gli fosse cresciuta per la fuggita del malvagio cristiano, ordinò di volere combattere il castello. Maometto sentendo ciò s’ordinò alla difesa: e avendo presa confidenza nel conestabile cristiano, gli accomandò la guardia d’una porta del castello. E venendo il re alla battaglia, il traditore gli aperse la porta, ed entrato dentro con grande sforzo, preso Maometto, e incarcerato, in pochi dì il fece morire. E andato a Fessa, fu ricevuto come re e loro signore, e fu coronato re di Morocco, e della Bella Marina e di Tremusi in poco tempo, essendo il padre a Tunisi, il quale tornando poi contro al figliuolo per lo regno, gli avvenne quello che a suo tempo diremo.
CAP. LII. Come Balase tornando per lo suo reame contro al figliuolo ebbe grande fortuna, e poi fu avvelenato.
Balase avendo acquistato il reame di Tunisi, e perduto quello di Bella Marina e di Tremusi, di che Buevem suo figliuolo s’avea fatto coronare, fece in Tunisi re un altro suo figliuolo, e con sei galee armate, e una nave di Genovesi carica di grande tesoro ch’avea tratto di Tunisi, del mese d’ottobre del detto anno, si mise in mare per tornare nel suo reame: confidandosi, che essendo con sua persona nel paese, i suoi sudditi l’ubbidirebbono, non ostante che il figliuolo avesse la signoria. E avendo lasciato il suo nuovo re in Tunisi, poco appresso la sua partita gli Arabi entrarono in Tunisi, e uccisono questo figliuolo rimaso, e fecionne re il nipote del re di Tunisi, cui Balase avea morto; e ’l detto Balase essendo in mare, una fortuna il percosse, e tutte e sei le sue galee ruppe, e tutti gli uomini perirono, salvo il re con alquanti compagni che camparono in su uno scoglio: e indi levato da certi pescatori fu portato a Morocco, ove riconosciuto, fu ricevuto come loro signore. La nave col suo tesoro messasi in alto pelago arrivò in Ispagna, e il re Pietro s’appropiò il tesoro. Balase essendo ubbidito in Morocco e nel paese, di presente accolse di suoi baroni, e con grande oste andò contro a Buevem suo figliuolo, inverso Fessa; e cominciato a guerreggiare, veggendo Buevem che i suoi baroni cominciavano a ubbidire al padre, disperandosi della difesa, argomentò con incredibile tradimento. Egli avea seco una sua sirocchia giovane fanciulla figliuola di Balase, costei ammaestrò di quello ch’egli volle ch’ella facesse: la quale si partì da lui, mostrando mal suo volere, e tornò al padre, il quale la vide allegramente, ed ella lui, come caro padre, e commendatola della sua venuta, la tenea intorno a se come figliuola. Ma la corrotta fanciulla osservando la malizia del fratello, ivi a pochi dì avvelenò il padre. Finito Balase il corso della sua vita, e delle sue grandi fortune prospere e avverse, Buevem suo figliuolo rimase re della Bella Marina, e di Morocco e di Tremusi; ma poco appresso i Mori gli rubellarono Tremusi, ma egli di presente vi mandò grande oste, e racquistò tutto. E montato in grande potenzia, per forza si sottomise il reame di Buggea e quello di Costantina, e’ loro re mise in prigione. E incrudelito, per ambizione di reggere la signoria con meno paura, in brieve tempo fece morire venticinque suoi fratelli di diverse madri. Ed esaltato sopra tutti i Barberi, cominciò a usare senza freno la sua lussuria, e gli altri diletti carnali, ove si riposa la gloria di quelli saracini; e a un’otta avea trecento mogli e grande novero di vergini, le più nobili e le più belle de’ suoi reami: e quando gli piaceva, usava con quella che l’appetito della sua concupiscenza richiedeva, e quella mettea nel numero delle sue mogli. Uomo fu ridottato sopra gli altri signori, e aspro punitore di giustizia; e con grande guardia e con molto ordine governava i suoi reami. A’ cristiani mercatanti facea grande onore, e volentieri gli ricettava in suo reame.
CAP. LIII. Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna.
Essendo conte di Romagna messer Astorgio di Duraforte di Proenza, il quale avea per moglie una nipote di papa Clemente sesto, o che più vero fosse sua figliuola, il papa l’amava, e intendeva a farlo grande. Costui il dì della Pasqua di Natale del detto anno, mostrando familiarità co’ gentiluomini di Faenza, gli fece invitare a pasquare seco. Ed essendo a desinare, riscaldati dalla vivanda e dal vino, messer Giovanni de’ Manfredi dimestico del conte gli disse: in cotale mattina per cagione di padronatico, ci è debitore il vescovo di Faenza di mandare una gallina con dodici pulcini di pasta, e con carne cotta: e quando questo e’ non fa, a noi è lecito mandare alla sua cucina, e trarne la vivanda, e ciò che in quella si trova. La gallina non è venuta, e però piacciavi che con vostra licenza noi possiamo usare la ragione del nostro padronatico. La domanda fu indiscreta, essendo in casa altrui, che non era certo che il vescovo avesse fallato; e il conte con poco sentimento, non considerando il pericolo della novità, concedette quella licenza follemente. Il vescovo avea fatto suo dovere, e avea mandata a casa messer Giovanni d’Alberghettino la gallina e i pulcini, a cui l’anno toccava quello onore, e la donna per un suo scudiere l’avea mandata al marito al palagio del conte; ma per comandamento fatto a’ portieri per lo conte che alcuno non vi lasciassero entrare, se n’era tornato a casa. Nondimeno messer Giovanni, ch’avea avuta la licenzia dal conte, disse a’ suoi famigli: andate, e chiamate de’ nostri amici, e dite loro rechino le scuri, ed entrate nel vescovado: e se le porti non vi sono aperte, colle scuri l’aprite, e della cucina del vescovo gittate fuori vivanda, e ciò che vi trovate dentro. Costoro andando agli amici di messer Giovanni diceano: togliete le scuri, e venite con noi. Coloro ch’erano invitati che togliessono le scuri non sapendo la cagione, pigliarono anche l’altre armi, e l’uno confortava l’altro: e così armati traevano a casa messer Giovanni. Le masnade del conte a piè e a cavallo che il dì avieno la guardia, temendo di questa novità, trassono a casa messer Giovanni, e cominciarono mischia contro a coloro vi trovarono armati. I terrazzani si difendeano non sappiendo la cagione del fatto: la gente traeva da ogni parte a romore. Sentendosi la novità al palagio dov’erano i convitati, facendosi il conte alle finestre, vidde a piè del palagio uno Franceschino di Valle, grande amico di messer Giovanni Manfredi, a cui commise che andasse da sua parte a comandare alla sua gente e a’ cittadini che lasciassono la zuffa e non contendessono insieme. Costui disarmato andò a fare il comandamento da parte del conte. La gente del conte, che conosceano costui amico di messer Giovanni, presono maggiore sospetto, e rivolsonsi contro a lui, e volendogli uno dare della spada in sulla testa, parando la mano al colpo gli fu tagliata: e seguendo i colpi contro a lui, fu morto, e in quello stante tre altri amici di messer Giovanni vi furono tagliati e morti. Per la qual cosa, al matto movimento aggiunto la vergogna e il danno, generò fellonia e sdegno in messer Giovanni, e conceputo nel petto, propose nella mente di tentare cose quasi incredibili a poterli venire fatte, secondo il suo piccolo e povero stato, le quali per molto studio copertamente, come vedere si potrà appresso, condusse al suo intendimento.
CAP. LIV. Come messer Giovanni Manfredi rubellò Faenza alla Chiesa.
Messer Giovanni Ricciardi de’ Manfredi avendo conceputo il tradimento ch’egli intendea fare, cominciò segretamente a dare ordine al fatto: e avvennegli bene, che il conte sopraddetto andò a corte a Vignone. E per alcuno sentimento di gelosia, per sicurtà menò con seco messer Guglielmo fratello carnale del detto messer Giovanni, come per grande confidenza di sua compagnia, e lasciò vececonte un Provenzale di poca virtù, con trecento cavalieri a sua compagnia. E oltre a ciò, lasciò fornite le fortezze della città e le castella di fuori. Messer Giovanni de’ Manfredi con molta stanzia tenea grande familiarità col vececonte, e con singulare studio traeva a se l’amore e la benivoglienza de’ cittadini. E come gli parve tempo, cominciò a mettere copertamente fanti in Faenza a pochi insieme, e feceli ricettare a’ suoi confidenti. E seppe sì fare, che in poco tempo ebbe nella città cinquecento fanti forestieri a sua petizione, innanzi che il vececonte o alcuno se ne fosse accorto. Ma discordandosi da lui messer Giovanni dello Argentino suo consorto, per via di setta, sentì come in certa contrada nel contado, gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo non si trovavano, e non si sapea dove fossono. E per questo sospettando di tradimento, fece sentire al vececonte, com’egli sapea che gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo in cotale e in cotale parte non si ritrovavano, perchè temea che in Faenza non apparisse novità; il visconte avendo con messer Giovanni singolare amicizia e confidenza, non volea intendere di lui alcuno sospetto, ma provvedea al riparo. E appressandosi il tempo che il fatto si dovea muovere, la cosa si venia più scoprendo. Allora il visconte ingelosito mandò a fare richiedere degli amici di messer Giovanni: costoro andarono prima a messer Giovanni a sapere quello ch’avessono a fare. Messer Giovanni disse loro: tornatevi a casa, e armatevi co’ vostri parenti e amici, e levate il romore. Ed egli co’ cittadini con cui egli si confidava, e co’ fanti che avea messi in Faenza s’andò ad armare, e accolto il suo aiuto, uscì delle case armato, e fecesi forte a’ suoi palagi. Levato il romore, il visconte fu a cavallo co’ suoi cavalieri e con fanti appiè soldati, e dirizzossi alle case di messer Giovanni, ove sentiva la gente armata. E giunto al luogo, trovando messer Giovanni co’ suoi armati cominciò a combattere con loro fortemente. Messer Giovanni co’ suoi si difendeva virtudiosamente, sostenendo il dì e la notte, senza perdere della piazza. La mattina messer Giovanni prese una parte della sua gente, e misesi sul fosso della città, onde attendea soccorso da alcuni suoi amici di fuori, e sforzandosi il visconte di levarlo di quel luogo, non ebbe podere. La gente venne, e misono un ponte, ch’aveano fatto però, sopra il fosso, e atati da quelli d’entro valicarono senza contrasto, e furono trecento fanti di Valdilamone, e altri amici di messer Giovanni, e due bandiere di quaranta cavalieri che vi mandò il signore di Ravenna. Il Provenzale sbigottito per codardia, avendo la maggior parte de’ cittadini in suo aiuto, e tutte le fortezze della città in sua guardia, e l’aiuto delle masnade di santa Chiesa a cavallo e a piè, ed essendo vincitore, standosi fermo, tanta viltà gli occupò la mente, ch’egli abbandonò le fortezze della terra, e la libera signoria ch’egli avea nelle sue mani, e tutto il suo onore, e non stato cacciato, abbandonò la città, e fuggissi a Imola colla sua gente, ove per reverenzia di santa Chiesa fu ricevuto, e raccettato mansuetamente. E abbandonata per costoro la città di Faenza e le sue fortezze, messer Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi ne rimase libero signore. E incontanente si collegò col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e co’ signori di Bologna, che temeano della Chiesa, perchè per tirannia teneano le città contro al volere della Chiesa, e segretamente davano aiuto e consiglio a messer Giovanni, acciocchè Faenza e Romagna non rimanesse all’ubbidienza della Chiesa. Questo appresso si dimostrò manifestamente, come leggendo nostro trattato si potrà trovare. E questo rubellamento avvenne a dì 27 di febbraio del detto anno.
CAP. LV. Come il capitano di Forlì prese Brettinoro per assedio.
Del mese di maggio seguente, gli anni Domini 1350, il capitano di Forlì vedendo che la Chiesa avea perduta Faenza, essendosi collegato co’ tiranni di Bologna, con quello di Ravenna e di Faenza, che desideravano al tutto svegliere la Chiesa di Romagna e la sua forza; conoscendo il tempo fece suo sforzo, e andò ad assedio al castello di Brettinoro, ch’era molto forte e bene fornito. E ivi stando lungamente, la Chiesa non lo soccorreva per avarizia, ma scrivea a’ signori di Bologna, i quali amavano che si perdesse, e ai comuni di Toscana, che aiutassono al conte di Romagna a soccorrerlo senza darli forza di gente d’arme. E stando d’oggi in domane a speranza dell’aiuto degl’Italiani, non avendo alcuna forza da se, il conte si trovò ingannato. Il capitano stringeva gli assediati con ogni argomento, i quali disperati di soccorso, in prima i terrazzani s’arrenderono al capitano, e appresso quelli della rocca la dierono per danari, che bene la poteano lungamente difendere. Ma la viltà del non sentire apparecchiare soccorso gli fece affrettare a trarre il loro vantaggio.
CAP. LVI. Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono.
Negli anni di Cristo della sua natività 1350, il dì di Natale, cominciò la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a Roma, facendo le vicitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica di santo Pietro, e di san Giovanni Laterano, e di santo Paolo fuori di Roma: al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse di cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione e umilità seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non erano sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri in gregge, e a turme grandissime, stavano la notte a campo stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane il vino e la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne, che i romei volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse.
Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e aiutava l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni in Terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano morti e presi, aiutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè secondo il fatto, assai furono sicure le strade e’ cammini tutto quell’anno. La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a numerare: ma per stima di coloro ch’erano risedenti nella città, che il dì di Natale, e de’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino alla pasqua della santa Resurrezione, al continovo fossono in Roma romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia. E poi per l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo pieni i cammini il dì e la notte, come detto è. Ma venendo la state cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per lo disordinato caldo; ma non sì, che quando v’ebbe meno romei, non vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaia d’uomini forestieri. Le vicitazioni delle tre chiese, movendosi d’onde era albergato catuno, e tornando a casa, furono undici miglia di via. Le vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la turba a piede e a cavallo, che poco si poteva avanzare; e per tanto era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a catuna chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parea. Il santo sudario di Cristo si mostrava nella chiesa di san Pietro, per consolazione de’ romei, ogni domenica, e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo grande e indiscreta. Perchè più volte avvenne, che quando due, quando quattro, quando sei, e tal’ora fu che dodici vi si trovarono morti dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per cavallo il dì uno tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due, secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. I Romani per guadagnare disordinatamente, potendo lasciare avere abbondanza e buono mercato d’ogni cosa da vivere a’ romei, mantennero carestia di pane, e di vino e di carne tutto l’anno, facendo divieto, che i mercatanti non vi conducessono vino forestiere, nè grano nè biada, per vendere più cara la loro. Valsevi al continovo uno pane grande di dodici o diciotto once a peso, danari dodici. E il vino soldi tre, quattro, e cinque il pitetto, secondo ch’era migliore. Il biado costava il rugghio, ch’era dodici profende comunali, a comperarlo in grosso, quasi tutto l’anno, da lire quattro e soldi dieci in lire cinque: il fieno, la paglia, le legne, il pesce, e l’erbaggio vi furono in grande carestia. Della carne v’ebbe convenevole mercato, ma frodavano il macello, mescolando e vendendo insieme, con sottili inganni, la mala carne colla buona. Il fiorino dell’oro valeva soldi quaranta di quella moneta. Nell’ultimo dell’anno, come nel cominciamento, v’abbondò la gente e poco meno. Ma allora vi concorsono più signori, e grandi dame, e orrevoli uomini, e femmine d’oltre a’ monti e di lontani paesi, ed eziandio d’Italia, che nel cominciamento o nel mezzo del tempo: e ogni dì presso alla fine si faceano delle dispensagioni, del vicitare le chiese, maggiori grazie. E nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma, e non avesse tempo a potere fornire le visitazioni, rimanesse, senza la grazia, senza indulgenzia de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenzia. E così fu celebrato questo anno del santo giubbileo la dispensagione de’ meriti della passione di Cristo, e di quelli della santa Chiesa, e remissione de’ peccati de’ fedeli cristiani.
CAP. LVII. Perchè s’intramesse il dificio d’Orto san Michele.
Era cominciato innanzi alla mortalità il nobile edificio del palagio sopra dodici pilastri nella piazza d’Orto san Michele, per farvi granai per lo comune, acciocchè si stesse in continua provvisione di grano e di biada, per sovvenire il popolo al tempo della carestia. Ma avvedendosi il comune, che il minuto popolo era ingrassato e impoltronito dopo la mortalità, e non volea servire agli usati mestieri, e voleano per loro vita le più care e le più dilicate cose che gli altri antichi cittadini, e con questo disordinavano tutta la città, volendo di salario le fanti, femmine rozze e senza essere ausate a servigio, e i ragazzi della stalla, il meno fiorini dodici l’anno, e i più sperti diciotto e ventiquattro l’anno: e così le balie, e gli artefici minuti manuali, volevano tre cotanti o appresso che l’usato, e i lavoratori delle terre voleano tutti buoi e tutto seme, e lavorare le migliori terre, e lasciare l’altre: pensarono i nostri rettori con buono consiglio, di mettere ordine alle cose, e raffrenare i soperchi con certe leggi, ma per cosa che fare sapessono, a questa volta non vi poterono porre rimedio, e convenne che a Dio si lasciasse il corso e l’addirizzamento di quelli soperchi, i quali ancora nel 1362 durano, poco corretti, o mancati. Perocchè l’abbondanza del guadagno corrompeva il comune corso del ben vivere, pensarono che più utile era raffrenare lo ingrato e sconoscente popolo la carestia, che la dovizia. E allora si rimase coperto d’un basso tetto l’edificio del palagio d’Orto san Michele. E il comune avendo bisogno, raddoppiò la gabella del vino alle porte, e dove pagava soldi trenta il cogno, lo recò in soldi sessanta. E chi vendesse vino a minuto, dovesse pagare de’ due danari l’uno al comune. E dinuovo puosono soldi due a ogni staio di farina che si logorasse nella città, e danari quattro alla libbra della carne, e che lo staio del sale si vendesse per lo comune lire cinque e soldi otto. E non vollono che provvisione di grano o di biada si facesse per lo comune, ma in contradio ordinarono, che tutto il pane vendereccio si facesse per lo comune, e vendessesi caro: e quale fornaio ne volesse fare per vendere, pagasse d’ogni staio soldi otto di gabella al comune. Queste furono cose di grande gravezza; ma tanto era l’utile che traeva d’ogni cosa il minuto popolo, che meno se ne curavano che i maggiori cittadini.
CAP. LVIII. Come la Chiesa mandò il conte per racquistare la contea di Romagna.
In questo anno 1350, parendo al papa e a’ cardinali, con vergogna di santa Chiesa avere perduta la signoria e la propietà di Romagna, ordinarono di volerla racquistare per forza; e avendo papa Clemente sesto volontà d’accrescere onore e stato a messer Astorgio di Duraforte, conte di Romagna, suo parente, il fece capitano della gente che la Chiesa intendea di mettere in arme a questo servigio. Il quale accolse quattrocento cavalieri gentiluomini in Proenza, e fece suo maliscalco messer Rostagno da Vignone della casa de’ Cavalierri, pro’ e ardito e valoroso cavaliere. E la Chiesa gli ordinò uno tesoriere, che ricogliesse i danari, e convertissegli ne’ soldi e negli altri bisogni che occorressono alla guerra, a volontà del conte. E innanzi che il conte si movesse di Proenza, fece a Firenze e a Perugia soldare ottocento cavalieri e mille masnadieri di buona gente d’arme. E oltre a ciò, il papa con molta istanza fece richiedere i tiranni di Lombardia, catuno per se, e i comuni di Toscana, che dovessono aiutare al conte racquistare Romagna. L’arcivescovo di Milano gli mandò cinquecento barbute: messer Mastino della Scala glie ne mandò dugento: i tiranni di Bologna glie ne mandarono dugento: il marchese di Ferrara cento; i comuni di Toscana non vi mandarono loro gente. Il conte di Romagna avendo i suoi cavalieri e masnadieri, e questo aiuto, a dì 13 di maggio del detto anno si partì d’Imola, e addirizzossi al ponte san Brocolo; ed essendo il ponte molto afforzato e bene guernito di gente alla difesa per lo signore di Faenza, a dì 15 del detto mese, con aspra e dura battaglia combatterono la fortezza e vinsonla, che fu assai prospero cominciamento. E rafforzata la bastita del ponte, e messovi le guardie per difendere il passo, con tutta sua cavalleria s’addirizzò a Salervolo, uno castello presso a Faenza a cinque miglia, il quale non era murato, nè fortezza, nel luogo, che avendolo vinto fosse grande acquisto. E ivi puose l’assedio, lasciando per mala provvisione di porsi a Faenza, ch’era male fornita e poco intera alla difesa, e i cittadini non amavano la signoria del nuovo tiranno, e però fu reputato pe’ savi follemente fatto. Il tiranno di Faenza, messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi, che stava in grande paura della città, sentendo posta l’oste a Salervolo, fu molto contento, e prese cuore alla difesa; e di subito mise masnadieri in Salervolo, che avea soldati in Toscana, sperti a sapere guardare le castella, i quali francamente difesono la terra di molte battaglie che ’l conte vi fece dare, durandovi l’assedio dal dì 17 di maggio, fino a dì 6 del prossimo mese di luglio, senza lasciarsi avanzare alcuna cosa.
CAP. LIX. Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali.
Seguita il processo de’ traditori, che si provvedeano con molta sagacità a ingannare l’uno l’altro, e catuno infine con la sua parte dell’impresa rimase disfatto e ingannato. E dell’attizzamento di questa maladetta favilla crebbe fuoco, il cui fumo corruppe tutta Italia, e offuscò gli occhi a’ liberi popoli, e ottenebrò la vista de’ sacri pastori, e fu cagione di nuovi avvenimenti di signori, e di grandi e gravi revoluzioni di stati, come seguendo a’ loro tempi racconteremo. Per questa impresa della Chiesa, i tiranni di Bologna, che allora erano messer Giovanni e messer Iacopo di messer Taddeo di Romeo de’ Peppoli di Bologna, avendo occupata la città alla Chiesa di Roma sotto certo censo, ed essendo in grande stato e pompa nella signoria, temeano che la Chiesa non racquistasse la signoria di Romagna; e dall’altra parte si tenea dissimulando per lo conte, che per lo loro caldo e favore messer Giovanni Manfredi avesse rubellata Faenza alla Chiesa, e che segretamente atassono a mantenere la difesa. E però il conte, che era più sperto in coperta malizia, che in aperta prodezza o virtù, continovo attendeva a tendere suoi lacci, come i tiranni i loro, e mostravansi insieme con molta confidanza e grande amistà, e davansi aiuto e consiglio l’uno all’altro, coperto di frode e di dolo.
CAP. LX. Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo dal conte a messer Giovanni.
In fra ’l tempo già detto dell’assedio di Salervolo, crescendo continuo la forza del conte per lo sussidio de’ danari della Chiesa, e dell’amistà che giugnea in aiuto al conte, messer Giovanni de’ Peppoli, per tenere in tranquillo il conte e farli perdere tempo, cominciò un trattato, di voler riducere messer Giovanni Manfredi di Faenza all’ubbidienza di santa Chiesa: e mandò a dire al conte che volea essere in ciò mezzano, facendo a santa Chiesa riavere suo diritto e suo onore. Il conte, ch’era di natura e di studio malizioso, si mostrò molto contento di voler seguire questo trattato, mostrando in questo, e nell’altre cose, volersi reggere per suo consiglio, dicendo, che così aveva in mandato dal santo padre: e nondimeno sapea al certo, che per operazione de’ signori di Bologna, e del capitano di Forlì, e co’ loro danari, al presente era entrato il doge Guernieri con cinquecento barbute alla difesa di Faenza. E dato lo intendimento a messer Giovanni, acciocchè seguisse il trattato, egli con sollecitudine mandava in Faenza suoi ambasciadori, e nell’oste al conte, e mostravasi già il trattato venire a concordia. Allora il conte mandò a dire a messer Giovanni a Bologna per li suoi medesimi ambasciadori, che innanzi che fermasse la concordia, volea essere personalmente con lui in Bologna, o dovunque gli piacesse, per dare compimento a questo, e ragionargli d’altre segrete cose, che dal santo padre avea in commissione di conferire con lui: e però mandasse a dire dove e’ volea ch’egli venisse, che avuta la risposta, con piccola compagnia subito sarebbe a lui.
CAP. LXI. Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso.
Messer Giovanni de’ Peppoli signore di Bologna, avendo dal conte dimostramento di tanta libertà, e sentendo che il papa l’amava e davali molta fede, prese sicurtà per lo trattato ch’egli menava, e perchè aveva nell’oste del conte dugento suoi cavalieri, e avea grande amistà con molti altri conestabili dell’oste. E volendo mostrare al conte com’egli era fedele di santa Chiesa, per ricoprire le sue coperte operazioni fatte contro a quella, secondo la malizia del conte, pervenne a sua volontà: e contro al consiglio di messer Iacopo suo fratello, di presente prese in sua compagnia de’ maggiori cittadini di Bologna, e di suoi soldati trecento cavalieri, e promettendo al fratello che non passerebbe Castel san Pietro, si mise a cammino. Ed essendo giunti la mattina a buon ora a Castel san Pietro, come il peccato conduce, e le fini de’ tiranni s’apparecchiano per non pensato sentiere, come si vide a Castel san Pietro non attese la promessa al fratello, ma volendo improvviso e tosto giugnere al conte, cavalcò senza arresto: e prima fu giunto al padiglione del conte, che sapesse che vi dovesse venire; e scavalcato, il conte il ricevette con grande festa, mostrandogli ne’ sembianti amore fraternale; e molto s’allegrava con lui della sua cortese venuta. E questo fu a dì 6 di luglio in sulla nona, che ’l caldo era grande. Innanzi fece venire vini, frutte e confetti, per fare rinfrescare lui e la sua brigata ch’erano ivi; e in questo soggiorno, veggendosi il conte tra le mani il tiranno di Bologna, o ch’egli avesse prima pensato il tradimento, o che subitamente l’animo il tirasse all’inganno, bevendo e mangiando insieme in grande sollazzo, mandò il suo maliscalco a fare armare cavalieri e masnadieri cui egli volle, dando voce di fare assalto a quelli di Salervolo. E come furono armati, fece promettere a’ conestabili paga doppia e mese compiuto, acciocchè non si mettessono alla difesa del signore di Bologna. Messer Giovanni che avea bevuto e mangiato, e preso rinfrescamento a volontà del conte, attendea che il conte gli parlasse: e non vedendo che ne facesse sembiante, disse a quelli ambasciadori che quella ambasciata gli aveano portata, che dicessono al conte che si dovea diliberare; e già cominciava a dubitare. Il conte rispuose, che attendeva il suo maliscalco, che di presente vi sarebbe, e fornirebbono loro parlamento. Ancora erano le parole, quando messer Rostagno maliscalco dell’oste giunse colla gente armata al padiglione del conte ove messer Giovanni attendea, e fugli intorno: e apparecchiatogli uno cavallo de’ suoi, disse: messer Giovanni, montate qui su: e immantinente vi fu posto più tosto che non vi sarebbe montato, e senza contesa o difesa, di salto fu menato prigione a Imola. Uno suo famiglio cominciò a gridare e a piagnere, dicendo: oimè, signore mio: e di presente gli fu morto a’ piedi. E giunto in Imola, fu messo nella rocca, e ordinatogli buona guardia. I cittadini di Bologna, e tutta la compagnia che avea menata di Bologna, e i dugento cavalieri che avea tenuti nell’oste in servigio del conte, in quella medesima ora, come preda di nimici vinta in battaglia, furono presi, e rubato loro l’arme, e’ cavalli, e arnesi, e i soldati così rubati furono cacciati del campo; e i cittadini di Bologna furono tenuti prigioni alquanti dì, e manifestato per tutto il grande tradimento, furono lasciati. E messer Giovanni rimase in prigione: il quale, dappoichè pervenne alla tirannia di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, nè a’ suoi cittadini, nè a’ Fiorentini, nè all’altre città di sua vicinanza: e però forse degnamente con tradimento fu punito della sua corrotta fede.
CAP. LXII. Come il conte scoperse l’altro trattato che avea con messer Mastino.
Non ostante che il conte tenesse trattato con messer Giovanni de’ Peppoli, avea trattato con messer Mastino della Scala, che venendo egli sopra la città di Bologna gli darebbe mille cavalieri in aiuto infino a guerra finita. Onde essendo venuto fatto al conte d’avere messer Giovanni a prigione, prese grande speranza d’avere Bologna con l’aiuto di messer Mastino. E significatoli il fatto, e domandatoli l’aiuto promesso, a dì 10 di luglio, del detto anno 1350, si levò da Salervolo, e venne a Imola con tutta l’oste. E come uomo di poca discrezione e provvedenza promise un’altra volta paga doppia e mese compiuto a’ suoi cavalieri, se per forza pigliassono Castel san Pietro. I quali cavalieri di presente andarono al detto castello, che non era fornito di gente nè provveduto alla difesa, e senza trovarvi resistenza in poca d’ora l’ebbono preso, che non vi morirono quattro persone. E così in meno di dieci dì i soldati del conte ebbono per vituperose cagioni guadagnate due paghe doppie e due mesi compiuti, che montarono un grande tesoro: e non parea che il conte se ne curasse, se non come avesse a distribuire il tesoro di santa Chiesa. Le quali promesse follemente fatte, con l’altre follie della sua pazza condotta, al fine rendè il merito a santa Chiesa della provvisione di sì fatto capitano, chente la disciplina della guerra richiede. Ed essendo il conte con l’oste a Castel san Pietro, messer Mastino gli mandò ottocento cavalieri, per compiere i mille che promesso gli avea, ov’egli venisse all’assedio di Bologna, come detto è addietro.
CAP. LXIII. Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa.
Infra queste sopraddette tempeste, messer Iacopo de’ Peppoli ch’era rimaso in Bologna sentendo preso il fratello, e che l’oste del conte avea preso Castel san Pietro, e venia sopra lui a Bologna: e come messer Mastino signore di Verona e di Vicenza s’era scoperto suo nimico, non sapea che si fare; ma come la necessità intrigata dalla paura argomenta, mandò per soccorso al signore di Milano, e al marchese di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte onde sperava avere alcuno aiuto o consiglio; e mandate le lettere e’ messaggi, richiese con grande istanza i cittadini di Bologna, che a questo punto soccorressono al suo e al loro pericolo. I quali già domati dal servile giogo della tirannia, essendo venuto il tempo della franchezza, per povertà d’animo, e per li loro peccati, non furono degni di cotale beneficio, che senza contasto a quel punto era in loro potenzia di tornare in libertà. E aveano il comune di Firenze vicino nimico della tirannia, il quale per la libertà di quel popolo avrebbe prestato loro aiuto e favore, e riparato allo assalto del conte, con giusta cagione di pace e di concordia con la santa Chiesa, disposto che il tiranno fosse della tirannia. Ma perocchè ne’ popoli più regna corso di fortuna che libertà d’arbitrio, per apparecchiarsi alle debite pene de’ peccati, per li quali l’empio tiranno regna, fu accecato il loro intendimento: e mollemente s’apparecchiarono alla difesa per paura del tiranno, combattuti nell’animo dall’apparecchiata libertà. In questo stante l’arcivescovo signore di Milano sentì la presura di messer Giovanni, e scoperto l’animo di messer Mastino, mandò al conte suoi ambasciadori dolendosi dell’ingiuria fatta a messer Giovanni suo amico, e di sua lega e compagnia, dimandando che di presente il dovesse liberare: e quando questo non facesse, mandò comandamento a’ suoi capitani e a’ suoi cavalieri che erano al servigio del conte, che di presente si dovessono partire da lui. Il conte rispuose di non volerlo lasciare perocchè sapea al certo ch’egli avea fatta rubellare, la città di Faenza alla Chiesa di Roma, e come tenea trattato col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e con quello di Faenza, di rompergli l’oste a un dì nominato, e di prendere lui a grande tradimento: e però avea preso il traditore, e intendea tenerlo a volontà del papa e di santa Chiesa. E però fu comandato a’ cavalieri dell’arcivescovo si dovessono partire. Ma i cavalieri, e’ loro capitani, che aveano promesse dal conte di due paghe doppie e di due mesi compiuti, non si vollono partire, e rimasono cassi dal soldo dell’arcivescovo; e il conte con lo sfrenato animo, non guardandosi innanzi, gli condusse al soldo della Chiesa, facendo debito sopra debito. E riveduta sua gente, si trovò a Castel san Pietro con tremila barbute e con grande popolo di soldo.
CAP. LXIV. L’aiuto che messer Iacopo accolse per guardare Bologna.
Stando il conte colla sua oste a Castel san Pietro, e cavalcando il contado di Bologna, l’arcivescovo di Milano mandò di presente trecento cavalieri in Bologna, per aiuto della guardia d’entro. E cominciò a pensare, che mantenendo messer Iacopo nella città, a poco insieme conducerebbe lui e la terra in tali stremi, che agevolemente all’ultimo ne diverrebbe signore, come in fine fatto gli venne. Messer Malatesta d’Arimino, ch’era allora nemico di santa Chiesa, vi venne in persona, e dato conforto a messer Iacopo, gli lasciò dugento cavalieri de’ suoi, e tornossene in Romagna. I Fiorentini per niuno modo vi vollono mandare alcuna gente per riverenzia della Chiesa, ma incontanente vi mandarono ambasciadori a cercare se tra loro e il conte potessero metter pace o accordo; e più volte andarono da Bologna al conte senza fare alcuno frutto tra le parti. Messer Iacopo vedendosi più l’uno dì che l’altro infiebolire, condusse il doge Guernieri ch’era in Faenza con cinquecento barbute; il quale volendo andare a Bologna, convenne che valicasse per lo distretto del comune di Firenze nell’alpi, ove lieve era a impedire per li stretti passi, ed egli era nimico del comune, e andava contro a santa Chiesa. Trovossi che fu fattura de’ priori che allora erano all’uficio senza sentimento degli altri cittadini; della qual cosa in Firenze ne fu grande ripitio, ma fatta la cosa si rimase a tanto, e il doge passò senza impedimento, e con tutta sua compagnia se n’entrò in Bologna.
CAP. LXV. Del male stato che si condusse la città di Bologna, e di certi trattati che allora si tennono.
Come il duca Guernieri co’ suoi cavalieri fu in Bologna, prese per suo abituro una contrada, e in quella volle le case, e le masserizie, e quello che in esse trovò da vivere, come se egli avesse presa la terra per forza: e non era chi osasse parlare contro a suo volere. Gli altri soldati all’esempio di costui cominciarono a fare il simigliante. I nimici di fuori cavalcavano ogni dì intorno alla terra, pigliando gli uomini, e predando le ville del contado, venendo spesso fino alle porti. Per la qual cosa la città cominciò a sentire grandissimi disagi e carestia d’ogni bene, e i cittadini oppressati dentro e di fuori, non sapendo che si fare, e non trovando accordo col conte per ambiziosa superbia, messer Iacopo e’ cittadini di Bologna, di grande concordia, e d’uno consentimento, vollono dare la guardia di Bologna libera al comune di Firenze, disponendosi al tutto di volere lasciare la signoria messer Iacopo, sperando che ciò fatto, colla Chiesa non mancherebbe accordo. E nel vero questa era salutevole via: ma certi cittadini popolani di Firenze della casa ... che aveano in quel tempo stato in Firenze, ed erano per la Chiesa al servigio del conte e del tesoriere, per loro spezialità avvisandosi, che venendo Bologna alle mani della Chiesa, come speravano, e’ ne sarebbono governatori, e farebbonsene ricchi e grandi; e per questa cagione smossono i loro amici cittadini grandi e popolani: ed eglino medesimi essendo a consigliare quello ch’era grandezza e stato del loro comune, e riposo di tutta Italia, si opposono al contradio, dicendo, che il comune n’offenderebbe troppo il papa, e’ cardinali e la santa Chiesa. Ed essendo favoreggiati da’ loro amici, ebbono podere di non lasciare imprendere al comune di Firenze questo servigio, e commisono grande materia di molto male a tutta Italia, e non pervennono alla loro corrotta intenzione. I Bolognesi disperati di questo, ove riposava tutta la loro speranza, e ’l conte montato nella cima della sua superbia, coloro non sapevano più che si fare, e il conte credendo senza contasto venire al suo intendimento d’avere la città per forza, essendo stato infino al settembre a Castel san Pietro, volle muovere l’oste, e porsi su le porti di Bologna; e sarebbegli venuto fatto, tanto erano i cittadini oppressati da’ soldati d’entro, e in disagio di tutte le cose da vivere, le quali al continuo montavano in disordinata carestia, e non aveano capo a cui i cittadini e’ forestieri ubbidissono, ma come la mala provvedenza del conte meritò, i soldati mossono quistione come appresso diviseremo.
CAP. LXVI. Come i soldati mossono quistione al conte, e fu loro assegnato messer Giovanni Peppoli.
La mala provvedenza del conte di Romagna avendo moltiplicata gente d’arme al suo soldo, e promesse paghe doppie e mesi compiuti per niente, e dalla Chiesa non aveva i danari, come la sua follia avea stimato: i soldati conoscendo loro tempo, essendo a pagare di parecchi mesi di loro propi soldi, senza le promesse del conte, dissono, che di quel luogo non si partirebbono, se prima non fossono pagati de’ loro soldi serviti, e delle paghe doppie e mesi compiuti che promessi avea loro. Il quale soldo, colle promesse fatte, montava centocinquanta migliaia di fiorini d’oro. Il conte vedendo che la Chiesa non gli mandava danari, se non a stento, e a pochi insieme, temette che i soldati, ch’erano tutti di concordia, a uno volere non lo pigliassono, trattò con loro d’avere termine da fare venire loro danari, e diede loro in pegno messer Giovanni de’ Peppoli, e certi Bolognesi che avea prigioni a Imola, e Castel san Pietro, e quello di Luco, e quello di Doccia, ch’egli avea acquistati in sul Bolognese: e fu con loro in accordo, come avessono la possessione di tutto, allora cavalcherebbono, e porrebbonsi a campo stretto alla città di Bologna. Il conte fece dare loro i prigioni e la guardia delle castella, e avutole, volea che cavalcassono. I soldati colla corrotta fede, usati de’ baratti, dissono che ’l pegno non era buono, e non voleano cavalcare nè partirsi da Castel san Pietro. Messer Giovanni de’ Peppoli sentendo questo, di presente ebbe de’ conestabili, e trattò con loro di dare contanti fiorini ventimila d’oro, e per stadichi i suoi figliuoli e quelli di messer Iacopo suo fratello, e certi cittadini di Bologna per lo rimanente, ed elli li liberassono di prigione. L’accordo fu fatto con assentimento del conte, se infra certo tempo la Chiesa non avesse mandati i danari. Venuto il termine, e non i danari, i soldati presono fiorini ventimila contanti, e gli stadichi promessi, e lasciarono messer Giovanni, il quale tornò in Bologna, e il fratello e la parte loro furono più forti, e signori di potere fare della città a loro senno, senza la volontà e consiglio de’ loro cittadini, perocchè messer Giovanni era molto temuto, e sapeva bene essere co’ soldati ne’ fatti della guerra.
CAP. LXVII. Come messer Giovanni tenne suoi trattati della città di Bologna.
Tornando messer Giovanni in Bologna, e lasciati a’ soldati della Chiesa gli stadichi promessi, trovò la città in molto male stato per le cagioni già dette, e non vide modo come difendere si potesse, e conobbe che perdere gli convenia la signoria di Bologna in breve tempo. I cittadini di Firenze, che desideravano l’accordo di quella città colla Chiesa, sentendo tornato in Bologna messer Giovanni, vi mandarono de’ loro cittadini più solenne ambasciata, i quali da’ tiranni furono ricevuti a onore, e di loro volontà trattarono accordo col conte, e condussono il trattato a questo punto. Che i tiranni lasciassono al tutto la signoria della città e contado, e renderla alla Chiesa di Roma per lo modo usato: ch’ella tornasse al governamento del popolo, e avere continuo i rettori della Chiesa, e pagare il censo consueto; e al presente voleano ricevere nella città il conte con cinquecento cavalieri, e riformare doveano loro stato al popolo, per quelli cittadini che ’l comune di Firenze vi mandasse a ciò fare. Il conte che avea provati i rimprocci de’ soldati, e il pericolo che correa con loro, dichinava le corna della sua superbia, e acconciavasi alla detta concordia. Ma come pomposo e vano, si strinse al consiglio di questo partito che potea pigliare con messer Guglielmo da Fogliano, e con messer Frignano, figliuolo bastardo di messer Mastino, e altri conestabili che v’erano per messer Mastino, i quali non v’erano tanto per onore di santa Chiesa, quanto per loro vantaggio, per cui faceva la guerra, e speravano con loro malizia conducere la città di Bologna piuttosto in mano del loro signore, che del conte e della Chiesa di Roma, i quali dissono al conte: tu vedi che i signori di Bologna non possono più, e la città è condotta a tanta stremità dentro, che delle mani tue non puote uscire: e però non pensare a questi patti, che noi te ne faremo libero signore colla spada in mano. Il conte pomposo, pieno di vanagloria, con lieve testa, non pensò i casi che occorrono nelle guerre, e per le vane promesse de’ fallaci adulatori ruppe il trattato menato per gli ambasciadori del comune di Firenze fedelmente, a onore e a beneficio di santa Chiesa, e a ricoveramento di riposo al fortunoso stato di quella città. Vedendo i tiranni la sconcia volontà del conte, si pensarono con tradimento de’ loro cittadini e della loro patria venire a un altro loro intendimento, già mosso per la malizia e per lo sdegno di messer Giovanni; e però, acciocchè più copertamente a’ loro cittadini potessono fare l’inganno, dissono che al tutto erano diliberati mettere Bologna nella guardia del comune di Firenze. E a questo i Bolognesi e grandi e piccoli di buona voglia s’accordarono, e sotto questa concordia elessono tre de’ maggiori cittadini di cui il popolo faceva maggiore capo, e quasti tre con altri compagni, e con pieno mandato, mandarono a Firenze con diversi intendimenti. Il popolo credendosi racquistare libertà e pace sotto la protezione del comune di Firenze, e i tiranni avendone tratti i caporali del popolo, pensarono senza contasto, come fatto venne loro, di venire a loro intendimento, di potere vendere la città e i suoi cittadini all’arcivescovo di Milano. Gli ambasciadori in fede e con grandissima affezione vennono a Firenze, e spuosono la loro ambasciata, solennemente dinanzi a’ signori, e a’ loro collegi, e a molti altri grandi e buoni cittadini di Firenze, richiesti e adunati per la detta cagione. E il dicitore fu messer Ricciardo da Saliceto, famoso dottore di legge, e la sua proposta fu: Ad Dominum cum tribularer clamavi, ec. E con nobile ed eccellente orazione, e con efficaci ragioni e induttivi argomenti, conchiuse la sua dimanda, a inducere il comune di Firenze a prendere la guardia della città e de’ cittadini di Bologna. I governatori del comune di Firenze già aveano alcuna spirazione del trattato ch’e’ tiranni di Bologna aveano col signore di Milano, e comprendevano che questi ambasciadori fossono mandati a inganno: nondimeno per non aversi a riprendere, in quello consiglio deliberarono di mandare solenni ambasciadori di presente a corte per trovare accordo col papa, e in questo mezzo di mandare cavalieri, e de’ suoi cittadini alla guardia di Bologna, per contentare il popolo. Ma l’altro dì vegnente fu manifesto a’ signori di Firenze e agli ambasciadori di Bologna, che i tiranni l’aveano per danari venduta all’arcivescovo di Milano; e fu per lettera de’ tiranni detti comandato agli ambasciadori, che non si dovessono partire di Firenze senza loro comandamento; allora fu al tutto la cosa palese, e seguitò il fatto come appresso racconteremo.
CAP. LXVIII. Secondo trattato di Bologna.
Messer Giovanni de’ Peppoli avvelenato di sdegno della sua presura, vedendo che però perdea la tirannia di Bologna, avendo con non piccola fatica recato Messer Iacopo al suo volere, e vota la terra de’ caporali di cui temea, e fortificata la guardia nella città, avendo segretamente tenuto trattato coll’arcivescovo di Milano, coll’impeto del suo dispettoso cuore, ebbe podere di vendere la città e’ suoi cittadini della sua propria patria, e da cui avea ricevuto esaltamento della sua signoria e onore, e niente per loro difetto del suo caso, cosa molto detestabile a udire. Costui vedendo che ’l suo trattato era scoperto, cavalcò di presente a Milano, e fermò la maledetta vendita per dugentomila fiorini, de’ quali si dovea dare certa parte a’ soldati della Chiesa per riavere gli stadichi che avea loro lasciati per liberare la sua persona, e a lui e al fratello dovea rimanere in loro libertà il castello di san Giovanni in Percesena, e Nonandola e Crevalcuore. E tornato lui, manifestata la vendita, i Bolognesi grandi e piccoli si tennono soggiogati di giogo d’incomportabile servaggio, e molto si doleano palesemente e in occulto l’uno coll’altro; e innanzi che la terra si pigliasse per lo signore di Milano grande gelosia ebbono i traditori della patria, e molto vegghiarono e di dì e di notte alla guardia della città. Ma i vili e codardi cittadini non ardirono di levarsi contra a’ tiranni, nè a muovere romore nella terra: che se fatto l’avessono, leggiermente coll’aiuto del comune di Firenze, a cui dispiaceva la vicinanza di sì potente tiranno, sarebbe venuto fatto di tornare in libertà. Alcuna trista vista ne feciono mollemente, e in fine si lasciarono vendere e sottoporre al duro giogo, del mese d’ottobre gli anni di Cristo 1350.
CAP. LXIX. Come l’arcivescovo di Milano mandò a prendere la possessione di Bologna.
Come l’arcivescovo di Milano ebbe fermo il patto della compera di Bologna con messer Giovanni, non guardò con alcuna reverenzia o debito di ragione che la città fosse di santa Chiesa, ma cresciuto nella tirannesca superbia subitamente fece apparecchiare messer Bernabò suo nipote, figliuolo di messer Stefano, valente uomo e di grande ardire, e con millecinquecento barbute di soldati eletti il mise a cammino, e mandollo a pigliare la tenuta di Bologna. Sentendo questa venuta il doge Guernieri, ch’era in bando dell’arcivescovo di Milano, con tutta sua masnada si partì di Bologna; e standosi fuori della città, accogliea gente senza soldo per fare una compagna. Messer Bernabò giunto alla città entrò dentro senza alcuno contasto co’ suoi cavalieri, e con trecento che prima avea alla guardia di Bologna vi si trovò con millecinquecento barbute: e prese la tenuta e la guardia della città e delle castella di fuori, e appresso convocò i cittadini a parlamento, e per forza fece loro ratificare la vendita fatta per i tiranni, e dinuovo aggiudicarsi fedeli dell’arcivescovo e de’ suoi successori. E l’obbligazioni e le carte e il saramento fece fare il meglio seppe divisare; e questo fu fatto all’uscita del mese d’ottobre 1350. E così ebbe fine la tirannia della casa di Romeo de’ Peppoli, grandi ed antichi cittadini di Bologna, i quali erano stati onorati e fatti signori da’ loro cittadini, dalla cacciata del cardinale del Poggetto legato del papa, i quali aveano loro signoria mantenuta assai dolcemente co’ cittadini. Essendo di natura guelfi, per la tirannia erano quasi alienati dalla parte, e i Fiorentini, amicissimi di quello comune, trattavano in molte cose con dissimulata e corrotta fede; e perocchè a’ traditori della patria tosto pare che Iddio apparecchi la vendetta, in breve tempo seguitò a messer Iacopo e a messer Giovanni, per addietro tiranni di Bologna, pena del peccato commesso, come seguendo nostra materia racconteremo.
CAP. LXX. Come capitò il conte di Romagna e l’oste della Chiesa.
Il conte di Romagna ventoso di superbia, e incostante per poco senno, il quale cotante volte potè avere con grande sua gloria e onore di santa Chiesa la città di Bologna, e non volutola se non colla spada in mano, secondo il consiglio de’ malvagi compagni, vedendola nelle mani del potente tiranno, vorrebbe avere creduto al consiglio de’ Fiorentini. Non però dimeno, perocchè per tutto questo la città non era allargata di vittuaglia, ma piuttosto aggravata, e’ soldati erano per gli stadichi che aveano, per li ventimila fiorini ricevuti, allargati di speranza, e messer Mastino che dell’impresa dell’arcivescovo era dolente a cuore, offerendo al conte tutto suo sforzo di gente e di prestare danari alla Chiesa, confortò il conte a seguitare l’impresa. Il conte per questo si recò a conducere il doge Guernieri con milledugento barbute, uscito di Bologna, e raccolta gente come detto è. Messer Mastino anche vi mandò di nuovo de’ suoi cavalieri, e danari per comportare i soldati. E il conte fatte grandi impromesse a’ soldati mosse il campo da Castel san Pietro e venne con l’oste a Budri, in mezzo tra Bologna e Ferrara, e di là valicarono ad Argellata e a san Giovanni in Percesena, e ivi stettono dieci dì aspettando danari, con intenzione di porsi presso a Bologna dalla parte di Modena, per levare ogni soccorso a messer Bernabò: il quale era dentro in grande soffratta di vittuaglia e di strame, e male veduto da’ cittadini, e però stava in paura e non s’ardiva a muovere. Onde la città era a partito da non poter durare: e per forza convenia che tornasse alle mani della Chiesa, se il pagamento o in tutto o in parte fosse venuto a’ soldati. Ma chi si fida ne’ fatti della guerra alla vista delle prime imprese de’ prelati, e non considera come la Chiesa è usata a non mantenere le imprese, spesso se ne truova ingannato. E’ non valse al conte scrivere al papa, nè mandare ambasciadori, nè tanto mostrare come Bologna si racquistava con grande onore di santa Chiesa, assai potè dolere la vergogna, che l’arcivescovo di Milano facea d’avere tolta Bologna, che danari debiti a’ soldati, per vincere così onorevole punga, venissero da corte. Per tanto i soldati non si vollono strignere a Bologna, anzi di loro arbitrio mossero il campo e tornarono a Budri, e ivi ch’era luogo ubertuoso, e che ’l marchese dava copioso, si misono ad attendere se i danari de’ loro soldi e dell’altre promesse venissero: e ivi dimorarono infino a dì 28 di gennaio del detto anno, e però i danari non vennono. Per la qual cosa al conte parea male stare, e per paura di se consentì a’ soldati che trattassero d’avere le paghe sostenute e le paghe doppie promesse per lui da messer Bernabò, condotto in parte per la sua mala provvedenza, che altro non poteva fare; rimanendogli alcuna vana speranza, che se messer Bernabò non si accordasse con loro, che gli farebbono più aspra guerra, ma il tiranno s’accordò di presente ad accordarli e pagarli, e riavere le castella e li stadichi; e questo fornì de’ danari della compra che avea fatta di Bologna. In questo medesimo trattato, condusse settanta bandiere di Tedeschi e Borgognoni soldati della Chiesa al suo soldo. Ed essendo assediato, in cotanto pericolo ricolse gli stadichi, riebbe le castella, ruppe l’oste de’ nimici, liberò la città dell’assedio, e in uno dì mise in Bologna in suo aiuto de’ cavalieri della Chiesa millecinquecento barbute; e tutto gli avvenne per l’avarizia de’ prelati di santa Chiesa, e per la forza e larghezza della sua pecunia. Il doge Guernieri colla sua compagna si ridusse in Doccia, e la gente di messer Mastino e del marchese di Ferrara si tornarono a’ loro signori: e il conte povero e vituperato del fine della sua impresa si tornò co’ suoi Provenzali in Imola, e Bologna si rimase sotto il giogo del potente tiranno, mettendo in paura tutta Italia, e spezialmente la parte guelfa. Abbiamo stesamente narrato il processo di questa guerra per esempio del pericolo che corre de’ folli e ambiziosi capitani: e come per troppa superbia spesse volte volendo tutto si perde ogni cosa: e a dimostrare come è folle chi ha fidanza de’ danari della Chiesa far le imprese della guerra. Ancora questa rivoltura di Bologna fu cagione d’apparecchiare a tutta Italia, per lunghi tempi, grandi e gravi novità di guerre, come seguendo nostro trattato si potrà vedere.
CAP. LXXI. Come i Guazzalotri di Prato cominciarono a scoprire loro tirannia.
Tornando a’ fatti della nostra città di Firenze, il nobile castello di Prato ci dà cagione di cominciare da lui, nel quale la famiglia de’ Guazzalotri erano i migliori e più potenti, e la loro grandezza procedeva perocchè erano amati sopra gli altri di quella terra dal comune di Firenze: ed essendo guelfi, portavano fede e ubbidienza grande al nostro comune. Vero è che quello comune vedendosi in libertà e in vicinanza de’ Fiorentini, per tema che alcuna volta non si sommettessono al comune di Firenze aveano provveduto, come si racconta nella cronica del nostro antecessore, di darsi a messer Carlo duca di Calavra, figliuolo del re Ruberto, e a’ suoi discendenti in perpetuo, con misto e mero imperio, ed egli così gli prese. Nondimeno si manteneano in fede e amore del comune di Firenze. Avvenne che morti gli antichi e savi cavalieri della casa de’ Guazzalotri, i quali conoscevano la loro grandezza procedere dal comune di Firenze, rimasonvi giovani donzelli: i quali trovandosi nella signoria di quella terra, mancando allora il governamento della casa reale per le fortune del Regno, cominciarono i giovani a trapassare l’ordine e il modo de’ loro antecessori nel governamento di quel castello, conducendolo a modo tirannesco. Della quale tirannia spesso veniva richiamo a’ priori di Firenze, e il comune per lo antico amore che portava a quelli di quella casa mandava pe’ caporali, tra’ quali il maggiore e il più ardito e riverito da tutti a quelle stagioni era Iacopo di Zarino, e riprendevanli e ammonivano parentevolemente per riducerli alla regola de’ loro maggiori. Ma i giovani caldi nella signoria e poco savi, e inzigati da mal consiglio, non seguendo il consiglio de’ Fiorentini, l’un dì appresso all’altro più dimostravano atto tirannesco per tenere in paura più che in amore i loro terrazzani. E per dimostrare in fatto quello che aveano nella mente, feciono di subito pigliare due Pratesi, l’uno era uno buono uomo ricco, vecchio e gottoso, l’altro era un giovane notaio ricco, onesto e di leggiadra conversazione a cui i Guazzalotri a altro tempo aveano fatto uccidere il padre, e a questi due appuosono, che voleano tradire Prato, e darlo a’ Cancellieri di Pistoia. Sentendo questo il comune di Firenze mandò per Iacopo di Zarino, e per gli altri caporali de’ Guazzalotri, e pregarongli che non seguissono questa novità, e che i presi dovessono lasciare: perocchè manifestamente sapieno ch’elli erano innocenti: tornarono a Prato, e contro alla preghiera del comune di Firenze strussono gl’innocenti al giudicio: e sentendosi in Firenze, il comune vi mandò ambasciadori e lettere; ed essendovi gli ambasciadori del comune, e avute le lettere che gli richiedeano che non giudicassono a torto g’innocenti, i tirannelli per male consiglio s’affrettarono, e feciongli morire in vergogna del comune di Firenze, nella presenza de’ suoi ambasciadori. E fatto a catuno tagliare la testa, occuparono i loro beni indebitamente.
CAP. LXXII. Come i Fiorentini andarono a oste a Prato, ed ebbonne la signoria.
I Fiorentini vedendo la novità delle guerre d’Italia che da ogni parte s’apparecchiavano con tiranneschi aguati, e come avieno la nuova vicinanza del potente tiranno di Milano che teneva Bologna, e così messer Mastino, e vedeano che i Guazzalotri, congiunti per sito alle porti della città di Firenze, cominciavano a usare tirannia, pensarono che se possanza di grande tiranno s’appressasse loro, come s’apparecchiava, che della terra di Prato poco si poteano fidare. E però con buono consiglio, subitamente e improvviso a’ Pratesi, del mese di settembre gli anni Domini 1350, feciono cavalcare le masnade de’ cavalieri soldati del comune, con alquanti cittadini e pedoni delle leghe del contado, e d’ogni parte si puosono a campo intorno a Prato, e senza fare preda o guasto, domandarono di volere la guardia di quella terra. I Pratesi smarriti del subito avvenimento, e non provveduti alla difesa, e avendo nella terra molti a cui la novella tirannia de’ Guazzalotri dispiaceva, senza troppo contasto furono contenti di fare la volontà del comune di Firenze. E sicurati da’ cittadini che danno non si farebbe, dierono al comune di Firenze liberamente la guardia di Prato, rimanendo a’ terrazzani la loro usata giurisdizione. E il comune prese il castello dello imperadore e misevi castellano, e fece la terra guardare solennemente.
CAP. LXXIII. Come i Fiorentini comperarono Prato, e recaronlo al loro contado.
Avendo il nostro comune la guardia di Prato presa contro la comune volontà de’ terrazzani, pensò che se mai tornasse in libertà, che i giovani in cui mano era rimasa la signoria con provvedenza la guarderebbono e la recherebbono a tirannia lievemente: e però sentendo il re Luigi e la reina Giovanna ereda del duca di Calavra, tornati di nuovo nel Regno, e che erano in fortuna e in grande bisogno, e governavansi per consiglio di messer Niccola Acciaiuoli nostro cittadino, feciono segretamente trattare di comperare la giurisdizione ch’aveano in Prato. E trovando la materia disposta per lo bisogno del re e della reina, e bene favoreggiata da messer Niccola detto, il mercato fu fatto, e pagati per lo comune fiorini diciassettemila e cinquecento alla reina, come fu la convegna, per solenni privilegi e stipulazioni pubbliche dierono al comune di Firenze ogni ragione e misto e mero imperio ch’aveano nella terra di Prato e nel suo contado. E come il comune ebbe la ragione di questa compera, improvviso a’ Pratesi mandò alcuna forza a Prato e prese la tenuta di nuovo, e fece manifestare a’ Pratesi come la terra e il contado e gli uomini di quel comune erano liberi del nostro comune per la detta compera, e mostrar loro i privilegi e le carte; e questo fu del mese di... nel detto anno. E presa la tenuta, incontanente levò le signorie, gli ordini e gli statuti de’ Pratesi, e recò la terra e il contado a contado di Firenze, e diede l’estimo e le gabelle a quello comune come a’ suoi contadini, e diede loro quelli beneficii della cittadinanza e degli altri privilegi ch’hanno i contadini di Firenze: e ordinovvi rettori cittadini con certa limitata giurisdizione, recando il sangue e l’altre cose più gravi alla corte del podestà del comune di Firenze. Della qual cosa i Pratesi vedendosi avere perduta la loro franchigia, generalmente si tennono mal contenti, ma poterono conoscere per non sapere usare libertà divenire suggetti: e per la provvisione fatta di non venire alla signoria de’ Fiorentini, con quella in perpetuo furono legati alla sua giurisdizione.
CAP. LXXIV. Come i guelfi furono cacciati dalla Città di Castello.
In questo anno, essendo ne’ collegi del reggimento di Perugia insaccati per segreti squittini gran parte de’ ghibellini, de’ quali a quel tempo n’erano i più all’ufficio, per operazione di Vanni da Susinana e degli altri Ubaldini della Carda, ch’erano cittadini della Città di Castello, fu messo in sospetto de’ Perugini la casa de’ Guelfucci, antichi cittadini e guelfi, ed altri guelfi, apponendo loro che trattavano di dare la Città di Castello a’ Fiorentini, e aggiungendovi alcuna altra cagione, mossono il reggimento di Perugia, senza cercare la verità del fatto, a fare cavalcare a Castello tutti i loro soldati, e per forza cacciarono i Guelfucci di Castello e certi altri, i quali di queste cose non erano colpevoli, e non si guardavano. Come gli Ubaldini ebbono fornita la loro intenzione, tutti si vestirono di bianche robe, e andarono a Perugia colle carte bianche in mano, offerendo al comune di fare tutta la sua volontà: scrivessono, ed elli affermerebbono. Ma poco stante, entrato a reggimento il nuovo uficio del loro priorato, uomini i più guelfi, s’avvidono dello inganno che il loro comune avea ricevuto, di cacciare i caporali di parte guelfa di Castello per malo ingegno degli Ubaldini, e in furia arsono e ruppono i sacchi de’ loro ufici, e di nuovo riformarono la città, mettendo ne’ sacchi per loro squittini cittadini guelfi, e ischiusonne i ghibellini; e di presente rimisono i Guelfucci nella Città di Castello, e confinaronne gli Ubaldini.
CAP. LXXV. Come morì il re Filippo di Francia.
Stando la tregua, rinnovellata più volte tra il re di Francia e il re d’Inghilterra, poche notabili cose degne di memoria furono in que’ paesi. Ma il detto re Filippo di Francia, avendo per troppa vaghezza tolta per moglie la nobile e sopra bella dama figliuola del re di Navarra, e levatala al figliuolo come abbiamo narrato, tanto disordinatamente usò il diletto della sua bellezza, che cadendo malato, la natura infiebolita non potè sostenere, e in pochi dì diede fine colla sua morte alla sollecitudine della guerra, e a’ pensieri del regno e ai diletti della carne. E morto in Sanlisi, fu recato il corpo in Parigi, e fatto il reale esequio solennemente nella presenzia de’ figliuoli e de’ baroni del reame, e sepolto co’ suoi antecessori alla mastra chiesa di san Dionigi, a dì... gli anni Domini 1350. Immantinente appresso nella città di Rems fu coronato del reame di Francia messer Giovanni suo figliuolo primogenito, e la moglie in reina, e ricevette il saramento e l’omaggio da tutti i baroni e da tutti gli altri feudatari del suo reame e dell’altro acquisto. Questo Filippo re di Francia fu figliuolo di messer Carlo Sanzaterra, e fu uomo di bella statura, composto e savio delle cose del mondo, e molto astuto a trovar modo d’accogliere moneta, e in ciò non seppe conservare nè fede nè legge. E sentendosi molto in grazia e temuto da papa Giovanni ventiduesimo, per l’openione che sparta avea disputando della visione dell’anime beate in Dio, la cui openione per li teologi del reame di Francia era riprovata, e perchè il collegio de’ cardinali erano tutti quasi fuori de’ Catalani, di suo reame, e per questa baldanza ebbe animo d’ingannar santa Chiesa, sotto la promessa di mostrare di volere fare passaggio oltre mare per racquistare la Terra santa: e per questo domandò per cinque anni le decime del suo reame a ricogliere in breve tempo, non avendo l’animo al passaggio, come appresso l’opere dimostrarono. E nel suo reame mutò spesso e improvviso monete d’oro, peggiorandole molto e di peso e d’oro: per le quali mutazioni disertò e fece tornare i mercatanti di suo reame di ricchezza in povertà: e’ suoi baroni e borgesi assottigliò d’avere per modo, che poco era amato da loro per questa cagione. Onde apparve quasi come sentenzia di Dio, che avendo egli cotanta baronia e moltitudine di buoni cavalieri, i quali solieno essere pregiati sopra gli altri del mondo in fatti d’arme, non s’abboccavano in alcuna parte con gl’Inghilesi, che non facessono disonore al loro signore: ove per antico gli aveano in fatti d’arme sopra modo a vile. E molte singulari gravezze sopra la mercatanzia e sopra uomini singulari mise, onde molti mercatanti forestieri n’abbandonarono il reame; e non ostante che spesso fosse percosso dal bastone degl’Inghilesi, al continovo il re accrescea il suo reame per le infortune degli altri circustanti baroni, e per l’aiuto de’ suoi danari. Lasciò due figliuoli il re: messer Giovanni e messer Luigi duca d’Orliens: e quattro nipoti figliuoli del re Giovanni: il maggiore nominato messer Carlo Dalfino di Vienna e duca di Normandia, l’altro nominato Luigi duca d’Angiò, il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto messer Filippo piccolo fanciullo: e tre femmine: la prima moglie del re di Navarra, la seconda monaca del grande monistero di Puscì, e la terza nominata Caterina, picciola fanciulla, la quale fu poi moglie di messer Giovan Galeazzo de’ Visconti di Milano, come a suo tempo diviseremo.
CAP. LXXVI. Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano.
In questo anno, avendo saputo il papa e’ cardinali come l’arcivescovo di Milano per loro mandato non s’era voluto rimuovere dell’impresa di Bologna, ma contro a loro volontà, e in vitupero della Chiesa, avea presa la città e rotta l’oste della Chiesa e del conte, furono molto turbati. E ricordandosi come l’arcivescovo era stato infedele, e rinvoltosi nella resia dell’antipapa e fattosi suo cardinale, e poi tornato all’ubbidienza di santa Chiesa era ricevuto a misericordia da papa Giovanni ventesimosecondo, e riconciliato, il fece vescovo di Novara, e poi per Clemente sesto promosso e fatto arcivescovo di Milano, e ora ingrato era tornato nella prima eresia, di non volere avere riverenzia nè ubbidire a santa Chiesa: rinnovellarono contro a lui e contro a’ suoi nipoti i processi altre volte fatti per papa Giovanni predetto, e feciono richiedere l’arcivescovo, e messer Galeazzo, e messer Bernabò, e messer Maffiuolo di messer Stefano Visconti, e assegnarono loro i termini debiti che s’andassono a scusare, e gli ultimi termini perentori furono a dì 8 d’aprile 1351. Infra il termine del detto processo vedendo il papa e’ cardinali per la loro avarizia, in vituperio, delle loro persone e in contento di santa Chiesa, tolta tutta la Romagna e la città di Bologna, volendo con ingegno unire in lega e compagnia gli altri tiranni lombardi, col comune di Firenze e di Perugia e di Siena, e colla Chiesa medesima, per potere con maggiore forza resistere al potente tiranno, mandò in Italia il vescovo di Ferrara, cittadino di Firenze della casa degli Antellesi, con pieno mandato a ciò ordinare e fermare: il quale giunto in Toscana, mandò a’ signori di Lombardia e a’ comuni predetti, che a certo termine catuno mandasse suoi ambasciadori alla città d’Arezzo a parlamento. E innanzi che il termine venisse, il detto legato andò in persona a messer Mastino e al marchese di Ferrara, e al comune di Perugia e di Siena a sporre la sua ambasciata, e tornò a Firenze, avendo sommossi i detti comuni e signori a venire in loro servigio e di santa Chiesa alla detta lega, perocchè catuno si temeva della gran potenza del’arcivescovo. E messer Mastino, che gli era più vicino, con sollecitudine confortava i Lombardi e’ comuni di Toscana che venissono alla lega e a fare sì fatta taglia, che all’arcivescovo si potesse resistere francamente. E del mese d’ottobre vegnente gli ambasciadori d’ogni parte furono ragunati ad Arezzo; quelli di messer Mastino e de’ Fiorentini v’andarono con pieno mandato; i Perugini mostravano di volere lega e taglia, ma d’ogni punto voleano prima risposta dal loro comune, e i Sanesi faceano il somigliante, per li quali intervalli, gli ambasciadori stettono lungamente ad Arezzo senza poter prendere partito. E questo avveniva perocchè a’ Perugini e a’ Sanesi parea che la forza dell’arcivescovo non potesse giugnere a’ loro confini, e volevano mostrare di non volersi partire dal volere di santa Chiesa e de’ Fiorentini. E in questo soggiorno, l’arcivescovo di Milano temendo che la Chiesa non si facesse forte coll’aiuto de’ Toscani e de’ Lombardi, mandò a messer Mastino messer Bernabò suo genero, pregandolo che si ritraesse da questa impresa: e grandi impromesse al comune di Firenze faceva d’ogni patto e vantaggio che volesse da lui: e con queste suasioni cercava disturbare la detta lega: ma invano s’affaticava con questi tentamenti, che di presente tutti si piovicavano nel parlamento, e’ Sanesi s’erano ridotti al segno de’ Fiorentini, ed era preso, che se i Perugini non volessono essere alla lega, che si facesse senza loro. E avendo questo protestato loro, attendendo l’ultima risposta, la quale dilungavano con nuove cagioni di dì in dì, andandovi in persona oggi l’uno ambasciadore e domane l’altro, essendo gli altri ambasciadori per fermare la lega e la taglia senza loro, come a Dio piacque, sopravvenne la novella della morte di messer Mastino, per la quale cosa si ruppe il parlamento senza fermare lega, e catuno ambasciadore si tornò a suo comune e signore; della qual cosa tornò grande ripetio a’ comuni di Toscana. E benchè i Fiorentini e i Sanesi non fossono cagione di questo scordo, nondimeno peccarono in tanto aspettare i Perugini: che grande utilità era al comune di Firenze, che confinava col tiranno, avere in suo aiuto il braccio di santa Chiesa e del signore di Verona, e di Ferrara e di Siena. Ma quando i falli si prendono ne’ fatti della guerra sempre hanno uscimento di privato pericolo: e però gli antichi maestri della disciplina militare punivano con aspre pene i mali consigliatori, eziandio che del male consiglio conseguisse prospero fine. Ma ne’ nostri tempi, i falli della guerra si puniscono non per giustizia, ma per esperienza del male che ne seguita, come tosto avvenne a’ detti comuni di Toscana, come seguendo appresso ne’ suoi tempi dimostreremo.
CAP. LXXVII. Come il tiranno di Milano si collegò con tutti i ghibellini d’Italia.
Avvenne in questo anno, come l’arcivescovo di Milano sentì rotto il trattato della lega mosso per lo papa, e morto messer Mastino di cui più temea, gli parve che fortuna al tutto fosse con lui, e prese speranza di sottomettersi Toscana, e appresso tutta l’Italia. E però procacciò di recare a se il gran Cane della Scala cognato di messer Bernabò, e vennegli fatto per la confidenza del parentado. E perchè essendo giovane e nuovo nella signoria non facea per lui la guerra di sì fatto vicino, e però lievemente venne a concordia e legossi con lui, e promise d’aiutare l’uno l’altro nelle loro guerre. Sentita questa lega gli altri tiranni lombardi tutti si legarono coll’arcivescovo, non guardando il marchese di Ferrara perchè avesse antico amore e singolare affetto col comune di Firenze; e così tutti i tirannelli di Romagna feciono il simigliante, e que’ della Marca. E il comune di Pisa per patto li promisono dugento cavalieri, e non volendo rompere patto di pace a’ Fiorentini l’intitolarono alla guardia di Milano. E in Toscana s’aggiunse i Tarlati d’Arezzo, non ostante che fossono in pace e in protezione del comune di Firenze, e il somigliante di Cortona: e gli Ubaldini, e’ Pazzi di Valdarno, e gli Ubertini, e de’ conti Guidi tutti i ghibellini, e quei di Santafiore, e molti altri tirannelli ghibellini, i quali segretamente s’intesono coll’arcivescovo, non volendosi mostrare innanzi al tempo, per paura che i comuni guelfi loro vicini nol sapessono. Questa lega fu fatta e giurata tosto e molto segretamente, perocchè vedendo i ghibellini la gran potenza dell’arcivescovo, e sappiendo che la Chiesa non avea potuto fare la lega, e che i tiranni tutti di Lombardia s’erano accostati a dare aiuto all’arcivescovo, pensarono che venuto fosse il tempo di spegnere parte guelfa in Italia, e però senza tenere pace o fede promessa catuno s’accostò col Biscione, e vennesi provvedendo d’arme e di cavalli per essere alla stagione apparecchiati. In questo mezzo l’arcivescovo per meglio coprire l’intenzione sua amichevolemente mandava al comune di Firenze sue lettere, congratulandosi de’ suoi onori, e profferendosi come ad amici, e con questa dissimulazione passò tutto il verno, e mostrava d’avere l’animo a stendersi nella Romagna. E il comune di Firenze per non mostrare in sospetto l’amicizia che dimostrava a’ Fiorentini, non si provvedeva di capitano di guerra nè di gente d’arme, e le strade di Bologna e di Lombardia usava sicuramente colle mercatanzie de’ suoi cittadini; e i Milanesi e’ Bolognesi e gli altri Lombardi faceano a Firenze il somigliante senza alcuno sospetto: perocchè il malvagio concetto del tiranno e de’ suoi congiunti si racchiudea ne’ loro petti, e di fuori non si dimostrava, per meglio potere adempiere loro intenzione.
CAP. LXXVIII. Come fu assediata Imola dal Biscione e altri.
In questo medesimo verno, messer Bernabò, ch’era in Bologna vicario per l’arcivescovo, costrinse i Bolognesi, e mandò a porre l’oste a Imola i due quartieri della città: ed egli v’andò in persona con ottocento cavalieri, e fecevi venire il capitano di Forlì colla sua gente a piè e a cavallo, e vennevi messer Giovanni Manfredi tiranno di Faenza colla sua forza, e il signore di Ravenna e gli Ubaldini, e assediarono Imola intorno con più campi. Guido degli Alidogi signore d’Imola, guelfo e fedele a santa Chiesa, avendo sentito questo fatto dinanzi, e richiesto i Fiorentini e gli altri comuni e amici di santa Chiesa d’aiuto, e non avendolo trovato, per la paura che catuno avea d’offendere al Biscione, come uomo franco e di gran cuore s’era provveduto dinanzi che l’assedio vi venisse di molta vittuaglia; e per non moltiplicare spesa di soldati elesse centocinquanta cavalieri di buona gente d’arme e trecento masnadieri nomati, tutti di Toscana, e con questi si rinchiuse in Imola; e fece intorno alla città due miglia abbattere case chiese e quanti difici v’erano, perchè i nimici non potessono avere ridotto intorno alla terra; e così francamente ricevette l’assedio, acquistando onore di franca difesa, insino all’uscita di maggio gli anni Domini 1351. In questo stante al continovo si mettea in ordine sotto questa coverta d’Imola di potere improvviso a’ cittadini di Firenze assalire la città: e approssimandosi al tempo, di subito fece levare l’oste da Imola e lasciarvi certi battifolli, i quali in poco tempo straccati, senza potere tenere assediata la città, se ne levarono e lasciaronla libera.
CAP. LXXIX. Come il capitano di Forlì tolse al conticino da Ghiaggiuolo e al conte Carlo da Doadola loro terre.
In questo medesimo tempo, il capitano di Forlì disideroso d’accrescere sua signoria, e avventurato nell’imprese, non vedendosi avere in Romagna di cui e’ dovesse temere, co’ suoi cavalieri venne subitamente sopra le terre del conticino da Ghiaggiuolo, di cui non si guardava, e con lui venne l’abate di Galeata, da cui il conticino tenea certe terre, e non gli rispondea com’era tenuto. E parve che fosse una maraviglia, che avendo buone e forti castella e bene guernite a grande difesa, tutte l’ebbe in pochi dì. E con questa foga se n’andò sopra le terre di Carlo conte di Doadola, e quasi senza trovar contasto tutte le recò sotto la sua signoria. Egli era a quel tempo in lega col signore di Milano, e però non trovò il comune di Firenze, benchè il conticino fosse stato suo cittadino, ch’aiutare lo volesse contro al capitano.
CAP. LXXX. Come nella città d’Orbivieto si cominciò materia di grande scandalo.
In questo anno 1350, reggendosi la città d’Orbivieto a comune appo il popolo, erano i maggiori governatori di quello stato Monaldo di messer Ormanno, e Monaldo di messer Bernardo della casa de’ Monaldeschi; Benedetto di messer Bonconte loro consorto, per invidia e per setta recati a se due altri suoi consorti, trattò con loro il malificio, che poco appresso gli venne fatto; perocchè del mese di marzo del detto anno, uscendo amendue i Monaldi sopraddetti del palagio del comune dal consiglio, Benedetto co’ suoi due consorti s’aggiunsono con loro, e senza alcuno sospetto, i due Monaldi, che al continovo il dì e la notte usavano con Benedetto, s’avviarono con lui ragionando; e avendo il traditore l’uno di loro per mano, nel ragionamento, in sulla piazza, il fedì d’uno stocco, e cadde morto; l’altro Monaldo vedendo questo cominciò a fuggire: Benedetto sgridò i compagni, i quali il seguirono, e innanzi che potesse entrare in casa sua il giunsono e uccisonlo. Morti che furono costoro, Benedetto corse a casa sua e armossi; e accolti certi suoi amici, co’ suoi due consorti corsono la terra: e non trovando contasto, entrarono nel palagio del comune; e aggiuntasi forza di cittadini di sua setta, Benedetto si fece fare signore, e cominciò a perseguitare tutti coloro ch’erano stati amici de’ suoi consorti morti; e montò in tanta crudeltà la sua tirannia coll’audacia de’ suoi seguaci, che cacciati molti cittadini, in piccolo tempo, innanzi che l’anno fosse compiuto, più di dugento tra dell’una setta e dell’altra se ne trovarono morti di ferro. Onde il contado e il paese d’intorno se ne ruppe in sì fatto modo, che in niuno cammino del loro distretto si potea andare sicuro.
CAP. LXXXI. Come la città d’Agobbio venne a tirannia di Giovanni Gabbrielli.
Avendo narrato delle nuove tirannie che si cominciarono in Toscana, ci occorre a fare memoria d’un’altra che si creò nella Marca in questo medesimo anno, la città d’Agobbio, la quale in quel tempo avea sparti per l’Italia quasi tutti i suoi maggiori cittadini in ufici e rettorie. Giovanni di Cantuccio de’ Gabbrielli d’Agobbio, essendo co’ suoi consorti in discordia per una badia di Santacroce, si pensò che agevolemente si potea fare signore e della badia e d’Agobbio, trovandosi nella città il maggiore, e non guardandosi i suoi consorti nè gli altri cittadini di lui. E non ostante che fosse guelfo di nazione, considerò che tutti i comuni e signori di parte guelfa di Romagna, e di Toscana e della Marca temeano forte del signore di Milano, ch’avea presa di novello la città di Bologna, e provvidde, che dove i Perugini o altra forza si movesse contro a lui, che l’aiuto dell’arcivescovo non gli mancherebbe. E avendo così pensato, senza indugio accolse cento fanti masnadieri, e con alquanti cittadini disperati e acconci a mal fare, i quali accolse a questo tradimento della patria, subitamente corse in prima alle case de’ suoi consorti, e affocate e rotte le porti, prese messer Belo di messer Cante, e messer Bino e Rinuccio suoi figliuoli, e Petruccio di messer Bino e quattro altri piccioli fanciulli, e tutti gli mise in prigione; e rubate le case, vi mise il fuoco e arsele. E fatto questo, corse al palagio de’ consoli rettori di quello comune: e non volendo il gonfaloniere darli il palagio, corse alle case sue e arsele in sua vista. E tornato al palagio, disse agli altri consoli, che se non gli dessono il palagio altrettale farebbe delle loro; onde per paura gli aprirono; e preso il palagio, vi lasciò sue guardie, e corse la terra. I cittadini sentendo presi i consorti di Giovanni, di cui avrebbono potuto fare capo, si stettono per paura, e niuno si mise a contastarlo. E così disventuratamente coll’aiuto di meno di centocinquanta fanti fu occupata in tirannia la città d’Agobbio in una notte, la quale avea seimila uomini d’arme. Ma i peccati loro, e massimamente le ree cose commesse per le città d’Italia per le continove rettorie ch’aveano gli uomini di quella città, li condusse in quelle, e nella disciplina della nuova e disusata tirannia. E per le discordie della casa de’ Gabbrielli a quell’ora non avea la città podestà, nè capitano nè altro rettore. Avevavi alcune masnade de’ Perugini, i quali Giovanni ne cacciò fuori; e ’l dì seguente, avendo cresciuta la sua forza dentro, se ne fece fare signore; e di presente, come potè il meglio, si fornì di gente, e di notte facea sollecita guardia, e fortificava la sua signoria.
CAP. LXXXII. Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste ad Agobbio.
Sparta per lo paese la nuova signoria d’Agobbio, messer Iacopo, ch’era capo della casa de’ Gabbrielli, e allora era capitano del Patrimonio per la Chiesa, co’ suoi cavalieri, e con aiuto d’alquanti suoi amici, di subito cavalcò a Perugia; e il comune di Perugia, che si sentiva offeso per lo cacciare della sua gente d’Agobbio, a furore di popolo si mosse a cavalcare popolo e cavalieri con messer Iacopo, e puosonsi a oste intorno alla città d’Agobbio. Vedendo Giovanni di Cantuccio, nuovo tiranno, che il comune di Perugia, e messer Iacopo e altri suoi consorti con forte braccio l’avieno assediato, e che da se era male fornito a potere resistere, e de’ suoi cittadini d’entro non si potea fidare, sagacemente mandò nel campo a’ Perugini suoi ambasciadori, i quali da parte di Giovanni dissono: Signori Perugini, Giovanni di Cantuccio ci manda a voi a farvi assapere, com’egli è di quella casa de’ Gabbrielli, che sempre furono amatori e fedeli del vostro comune, e così intende d’essere egli; e intende che ’l comune di Perugia abbia in Agobbio ogni onore e ogni giurisdizione che da qui addietro avere vi solea, e maggiore, e vuole rendere i prigioni; ed e’ si partissono dall’assedio, e mandassono in Agobbio que’ savi cittadini di Perugia cui elli volessono, a mettere in ordine e riformare il governamento del comune, e ricevere i prigioni. La profferta fu larga, e’ Perugini più baldanzosi che discreti, confidandosi follemente alla promessa del tiranno, elessono ambasciadori ch’andassono a ricevere i prigioni e riformare la città, e misongli in Agobbio: e di presente si levarono da campo della terra e tornaronsi in Perugia, e lasciarono messer Iacopo a campo colla gente d’arme ch’avea della Chiesa, il quale rimase all’assedio più dì partiti i Perugini; pensando coll’aiuto de’ suoi cittadini d’entro potere da se alcuna cosa, o se la fede di Giovanni fosse intera co’ Perugini, potere tornare in Agobbio. Gli ambasciadori de’ Perugini entrati in Agobbio, con grandissima festa, e dimostramento di grande amore e confidanza furono ricevuti da Giovanni. E cominciolli prima a convitare e tenerli in desinari e in cene, e tranquillarli d’oggi in domane; e strignendolo gli ambasciadori, disse che volea prima vedere partito messer Iacopo dall’assedio. Messer Iacopo s’avvide bene dell’inganno, ma stretto dagli ambasciadori perugini, acciocchè a lui non si potesse imputare cagione che per lui seguitasse la discordia, si partì dall’assedio e tornossi nel Patrimonio. Gli ambasciadori di Perugia, partitosi messer Iacopo, con più baldanza strigneano Giovanni, di rivolere i prigioni, e ordinare il reggimento della guardia della terra, com’egli avea promesso. Il tiranno vedendosi levato l’assedio, tenea con più fidanza gli ambasciadori in parole, e trovando nuove cagioni a dilungare il tempo, gli tenea sospesi. Ma vedendo che oltre al debito modo gli menava per parole, per sdegno si partirono d’Agobbio, e rapportarono al loro comune l’inganno che Giovanni avea fatto. A’ Perugini ne parve male: ma non trovarono tra loro concordia di ritornarvi ad oste. Nondimeno il nuovo tiranno, pensandosi più gravemente avere offeso il comune di Perugia, non ostante che fosse per nazione e per patria guelfo, si pensò d’aiutare co’ ghibellini. E mandò ambasciadori a messer Bernabò ch’era a Bologna, dicendo: che volea tenere la città d’Agobbio dal suo signore messer l’arcivescovo: e pregollo che gli mandasse gente d’arme alla guardia sua e della terra; il quale senza indugio vi mandò dugentocinquanta cavalieri, e appresso ve ne mandò maggiore quantità, parendoli avere fatto grande acquisto alla sua intenzione. Giovanni da se sforzò i suoi cittadini per avere danari, e fornissi di gente d’arme a piè e a cavallo; e vedendosi fornito alla difesa si dimostrò palesemente nimico de’ Perugini, come appresso seguendo nostro trattato racconteremo.
CAP. LXXXIII. Come cominciò l’izza da’ Genovesi a’ Veneziani.
Essendo cresciuto scandalo nato d’invidia di stato tra il comune di Genova e quello di Vinegia, tenendosi ciascuno il maggiore, cominciamento fu di grave e grande guerra di mare. E la prima cagione che mosse fu, che avendo avuto i Genovesi guerra e briga con Giannisbec imperadore nelle provincie del Mare maggiore, a cui i Genovesi aveano arsa la Tana e fatto danno grande alla gente sua, per la qual cosa i Genovesi non potieno colle loro galee andare al mercato della Tana, anzi facevano a Caffa porto, e per terra vi faceano venire la spezieria e altre mercatanzie, con più costo e avarie che quando usavano la Tana. I Veneziani dopo la detta briga s’acconciarono coll’imperadore, e alla Tana andavano con loro navili e colle loro galee per la mercatanzia, e traevanla a migliore mercato, la qual cosa mettea male a’ Genovesi. Per la qual cosa richiesono i Veneziani, e pregaronli che si dovessono accordare con loro a fare porto a Caffa, e darebbono loro quella immunità e fondaco e franchigia ch’avieno per loro: e facendo questo, l’arebbono in grande servigio; ed essendo in concordia, non dottavano che Giannisbec si recherebbe a far loro ogni vantaggio che volessono, per ritornarli al mercato della Tana: e questo tornerebbe in loro profitto, e in onore di tutta la cristianità. I Veneziani non vi si poterono per alcun modo recare, anzi dissono, che intendeano d’andare con loro legni e galee alla Tana e dove più loro piacesse, che della briga che i Genovesi aveano coll’imperadore non si curavano. Per la quale risposta i Genovesi sdegnarono, e dispuosonsi dove si vedessono il bello, di fare danno a’ Veneziani in mare, e i Veneziani a loro; e d’allora innanzi, dove si trovarono in mare si combatteano insieme, e in trapasso di non gran tempo feciono danno l’uno all’altro assai. E sentendo catuno comune come la guerra era cominciata in mare tra’ loro cittadini, ordinarono di mandare a maggiore riguardo e più armati i loro navili grossi che non solieno. E per non mostrare paura nè viltà l’uno dell’altro non si ristrinsono del navicare.
CAP. LXXXIV. Come quattordici galee di Veneziani presono in Romania nove de’ Genovesi.
Avvenne che andando in questo anno alla Tana quattordici galee di Veneziani bene armate, come furono in Romania s’abboccarono in undici galee de’ Genovesi ch’andavano a Caffa, sopra l’Isola di Negroponte, e incontanente si dirizzano colle vele e co’ remi in verso loro. I Genovesi vedendole venire, l’attesono arditamente, e acconciaronsi alla battaglia. E sopraggiungendo le galee de’ Veneziani, combatterono insieme. E dopo la lunga battaglia, i Veneziani sconfissono i Genovesi: e seguitando la fuga, delle undici galee ne presono nove, e le due camparono, e fuggirono in Pera. I Veneziani avendo questa vittoria, trovandosi presso all’isola di Negroponte, acciocchè non impedissono per tornare a Vinegia il loro viaggio della Tana, tornarono a Candia, e ivi scaricarono la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e misonla nel loro fondaco, e tutti i prigioni incarcerarono: e i corpi delle galee de’ Genovesi lasciarono nel porto, pensando d’avere ogni cosa in salvo alla loro tornata, e allora menar la preda della loro vittoria a Vinegia con grande gazzarra; e fatto questo seguirono il loro viaggio. Ma le cose ebbono tutto altro fine che non si pensarono, come appresso diviseremo.
CAP. LXXXV. Come i Genovesi di Pera presono Negroponte, e riebbono loro mercatanzia.
Le due galee di Genovesi campate dalla sconfitta, e venute a Pera, narrarono a’ Genovesi di Pera la loro fortuna. E sentito per quelli di Pera come le quattordici galee di Veneziani erano passate nel Mare maggiore, e come i Genovesi prigioni, e la mercatanzia e i corpi delle loro galee erano in Candia; non inviliti per la rotta de’ loro cittadini, ma come uomini di franco cuore e ardire, di presente avendo in Pera sette corpi di galee le misono in mare, e quelle e le due de’ Genovesi della sconfitta, e quanti legni aveano armarono di loro medesimi, e montaronvi suso a gara chi meglio potè, fornendosi d’arme e di balestra doppiamente; e senza soggiorno, improvviso a’ Veneziani di Candia, i quali non sapieno che galee di Genovesi fossono in quel mare, furono nel porto. I Veneziani co’ paesani, volendo contastare la scesa a’ Genovesi in terra nel loro porto, tratti alla marina, per forza d’arme e dalle balestra de’ Genovesi furono ributtati; e scesi in terra i Genovesi di Pera, e romore levato per la città, tutti trassono i cittadini alla difesa, per ritenere i Genovesi che non si mettessono più innanzi verso la terra. Ma poco valse loro, che con tanto empito di loro coraggioso ardire i Genovesi si misono innanzi, che coll’aiuto delle loro balestra rotti que’ della terra, e fuggendo nella città, con loro insieme v’entrarono. Come si vidono dentro, affocando le case, e dilungando da loro i cittadini co’ verrettoni, gli strinsono per modo, che già erano signori della terra; ma pervenuti alla prigione la ruppono, e trassonne tutti i loro cittadini presi; ed entrarono nel fondaco, e tutta la mercatanzia presa delle nove galee de’ Genovesi, e quella che dentro v’era de’ Veneziani presono, e caricarono ne’ corpi delle loro nove galee prese nel porto, e su le loro; e rimessi i prigioni in su le galee, pensarono che tanto erano rotti e sbigottiti gli abitatori di Candia, che agevole parea loro vincere la terra, ma vincendola e convenendola guardare, convenia loro abbandonare Pera, e però si ricolsono alle galee, e con piena vittoria si ritornarono a Pera. E a Genova rimandarono le nove galee racquistate per loro, e gli uomini e la mercatanzia, con notabile fama di loro prodezza e di varia fortuna.
CAP. LXXXVI. Come fu morto il patriarca d’Aquilea, e fattane vendetta.
In questo anno, del mese di giugno, messer Beltramo di san Guinigi patriarca d’Aquilea, cavalcando per lo patriarcato, da certi terrieri suoi sudditi, con aiuto di cavalieri del conte d’Aquilizia, ch’era male di lui, fu nel cammino assalito e morto con tutta sua compagnia, e senza essere conosciuti allora, coloro che feciono il malificio si ricolsono in loro paese. Per la qual cosa rimaso il patriarcato senza capo, i comuni smossono il duca d’Osterich, il quale con duemila barbute venne, e fu ricevuto da tutti i paesani senza contasto, e onorato da loro. E vicitato il paese infino nel Friuli, sentendo che ’l papa avea fatto patriarca il figliuolo del re Giovanni di Boemia, non illigittimo ma ligittimo, si tornò in suo paese. E poco appresso, il detto patriarca venne nel paese, e fu con pace ricevuto e ubbidito da tutti i comuni e terrieri del patriarcato. E statovi poco tempo, certi castellani il vollono fare avvelenare, e furono coloro ch’avieno morto l’altro patriarca, avendo a ciò corrotto due confidenti famigliari. Onde egli scoperto il tradimento, messer Francesco Giovanni grande terriere, capo di questi malfattori, con certi altri castellani che ’l seguitavano, furono da lui perseguitati senza arresto, tanto che si ridussono a guardia nelle loro fortezze, e ivi furono assediati per modo, che s’arrenderono al patriarca. Il quale prima abbattè tutte loro castella, le quali erano cagione della loro sfrenata superbia, e al detto messer Francesco, con otto de’ maggiori castellani fece tagliare le teste, e un’altra parte ne fece impendere per la gola. Per la qual cosa tutto il paese rimase cheto e sicuro, e il patriarca temuto e ubbidito da tutti senza sospetto o contasto.
CAP. LXXXVII. Come il legato del papa si partì del Regno, e il re riprese Aversa.
Tornando alle novità del regno di Cicilia di qua dal Faro, come è narrato, fatto l’accordo dal re Luigi a Currado Lupo e agli altri caporali ch’erano sotto il titolo del re d’Ungheria in Terra di Lavoro, le città e le castella che teneano in quella furono assegnate alla guardia del cardinale messer Annibaldo da Ceccano, salvo le torri di Capova. Il cardinale non trovando tra le parti accordo, per dare materia al re Luigi che si potesse riprendere le città e le castella che a lui erano accomandate, si partì del Regno e andossene a Roma, ove da’ Romani fu male veduto; perocchè dispensava e accorciava i termini della vicitazione a’ romei, contro all’appetito della loro avarizia, onde più volte standosi nel suo ostiere fu saettato da loro, e alla sua famiglia fatta vergogna, e assaliti e fediti cavalcando per Roma. Onde egli sdegnoso si partì, e andossone in Campagna; e nel cammino morì di veleno con assai suoi famigliari. Dissesi che ad Aquino era stato avvelenato vino nelle botti, del quale non ebbono guardia, e bevvonsene: se per altro modo fu non si potè sapere. Rimasta la città d’Aversa e la guardia del castello a certi famigliari del cardinale in nome di santa Chiesa, il re Luigi vi cavalcò con poca gente, e fecesi aprire le porte del castello senza contasto, e misevi fornimento o gente d’arme alla guardia. E incontanente la città, ch’era troppo larga e sparta da non potersi bene difendere, ristrinse, facendo disfare tutte le case e’ palagi che fuori del cerchio che prese rimanieno; e delle pietre fece cominciare a cignere quella di buone e grosse mura: e a ciò fare mise grande sollecitudine, sicchè in poco tempo, innanzi l’avvenimento del re d’Ungheria nel Regno, le mura erano alzate per tutto sei braccia intorno alla terra. E fatto capitano messer Iacopo Pignattaro di Gaeta, valente barone, di trecento cavalieri e di seicento pedoni masnadieri, gli accomandò la guardia della città d’Aversa e del castello; e nella terra fece mettere abbondanza di vittuaglia, perocchè di quella terra, più che dell’altre, si dubitava alla tornata del re d’Ungheria. In quel tempo Currado Lupo non sentendosi forte di cavalieri, che s’erano partiti del Regno, s’era ridotto a Viglionese in Abruzzi, e gli Ungheri in Puglia, e guardavano il passo delle torri di Capova, aspettando il loro signore.
CAP. LXXXVIII. Come il re d’Ungheria ritornò in Puglia conquistando molte terre.
In questo anno, Lodovico re d’Ungheria sentendo che la sua gente avea sconfitto a Meleto i baroni del re Luigi e i Napoletani, e aveano molti a prigioni: essendo sollecitato per lettere e per ambasciadori da’ comuni e da’ baroni che teneano nel Regno la sua parte che ritornasse, diliberò di farlo. E di presente mandò innanzi de’ suoi cavalieri ungheri con certi capitani in Ischiavonia, perchè di là passassero in Puglia. E quando gli sentì passati, subitamente con certi suoi eletti baroni, con piccola compagnia, si mise a cammino, e prima fu alla marina di Schiavonia che sapere si potesse della sua partita: e trovando al porto le galee e i legni apparecchiati, vi montò suso; e avendo il tempo buono, valicò in Puglia a salvamento, assai più tosto che per i paesani non si stimava. E sentita la partita sua in Ungheria, grande moltitudine d’Ungheri il seguitarono, valicando di Schiavonia in Puglia in barche e in piccoli legni armati sì disordinatamente, che se il re Luigi avesse avute due galee armate senza fallo gli avrebbono rotti e impediti per modo, che non sarebbono potuti passare: ma come furono passati, il re Luigi vi mandò tre galee armate che vi giunsono invano. Ed essendo il re d’Ungheria in Puglia, ragunò la sua gente insieme, e trovossi con diecimila cavalieri. In que’ dì il conte di Minerbino, il quale s’era ribellato dal detto re, si racchiuse nella città di Trani, alla quale il re andò ad assedio. E vedendosi il conte senza speranza di soccorso e disperato di salute, col capestro in collo e in camicia uscì della città, e gittossi ginocchione in terra a piè del re domandandoli misericordia. Il re d’Ungheria dimenticati i baratti e’ falli del conte benignamente gli perdonò, e rimiselo nel suo stato: e lasciato nelle città e castella di Puglia quella gente che volle, venne in Principato. La città di Salerno essendo in cittadinesche discordie gli apersono le porte, e ricevettonlo a onore: e ivi si riposò alquanti dì; e messo suo vicario nella città e castellano nel castello, se ne venne a Nocera de’ cristiani; e in quella se n’entrò senza contasto. Il castello era forte e bene fornito alla difesa, ma invilito il castellano, per codardia l’abbandonò. Il re il fece prendere e guardare alla sua gente. E partito di là venne a Matalona, nella quale entrò senza contasto. E tutte le città e castella di Terra di Lavoro feciono il suo comandamento, salvo la città di Napoli ed Aversa. E poi il detto re con tutto suo sforzo se ne venne ad Aversa, del mese di maggio nel detto anno, e credettelasi avere alla prima giunta, ma trovossi ingannato, perocchè era città di mura cinta, e bene che fossero basse, era imbertescata e fornita di legname alla difesa; e dentro v’erano i cavalieri e i masnadieri che la difendevano virtuosamente; e assaggiata per più volte dall’assalto degli Ungheri, con loro dannaggio, il re conobbe che non la potea vincere per forza, e però vi mise assedio, e strinsela con più campi per modo, che da niuna parte vi si poteva entrare.
CAP. LXXXIX. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia.
In questo tempo dell’assedio d’Aversa, il doge di Genova e il suo consiglio, conosciuto loro tempo, armarono dodici galee e mandaronle nel porto di Napoli, e diedono il partito a prendere al re e a alla reina, dicendo in questo modo: il doge di Genova e il suo consiglio ci hanno mandati qui a essere in vostro aiuto, in quanto voi rendiate liberamente al nostro comune la città di Ventimiglia, la quale è di nostra riviera, avvegnachè di ragione fosse della contea di Provenza. E se questo non fate, di presente abbiamo comandamento d’essere contro a voi, e di servire il re d’Ungheria. Il re e la reina vedendosi assediati per terra dalla grande cavalleria del re d’Ungheria, a cui ubbidia tutta la Terra di Lavoro, e di mare convenia che venisse tutta loro vittuaglia, e da loro non aveano solo una galea: pensarono che se i Genovesi gli nimicassono in mare erano perduti, e però stretti dalla necessità deliberarono di fare la volontà del doge e del comune di Genova, avendo speranza dell’aiuto di quelle galee molto migliorasse la loro condizione. E incontanente mandarono a far dare la tenuta della città di Ventimiglia al comune di Genova. E le dodici galee non si vollono muovere del porto di Napoli, nè fare alcuna novità infino a tanto che la risposta non venne dal loro doge, come avessono la tenuta della detta città. Avuta la novella, non tennono fede al re Luigi nè alla reina di volere nimicare le terre che ubbidivano al re d’Ungheria, nè essere contro a lui; anzi si partirono da Napoli, e presono altro loro viaggio.
CAP. XC. Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa dal re d’Ungheria.
Stando l’assedio ad Aversa, il re d’Ungheria facea scorrere continovo la sua gente fino a Napoli e per lo paese d’intorno d’ogni parte, e tutti i casali e le vicinanze l’ubbidivano, e mandavano il mercato all’oste. A Napoli per terra non entrava alcuna cosa da vivere, e però avea soffratta d’ogni bene, salvo che di grechi e di vini latini. E se il re d’Ungheria avesse avute galee in mare, avrebbe vinta la città di Napoli per assedio più tosto che Aversa: perocchè non aveano d’onde vivere, se per mare non veniva da Gaeta e di Roma con grande costo. Nel cominciamento, l’oste del re d’Ungheria fu abbondevole d’ogni grascia, per l’ubbidienza de’ paesani: ma soprastando l’assedio, il servigio cominciò a rincrescere, e l’oste ad avere mancamento di molte cose, e spezialmente di ferri di cavalli e di chiovi. E i nobili regnicoli vedendo che il re in persona con diecimila cavalieri non poteva prendere Aversa, debole di mura e di fortezza e con poca gente alla difesa, cominciarono ad avere a vile gli Ungheri, e trarre le cose loro de’ casali, e la vittuaglia non portavano al campo come erano usati. E per questo le masnade degli Ungheri andavano a rubare oggi l’uno casale e domane l’altro, e spaventati i paesani, la carestia e il disagio montava nell’oste. Il re temendo che la vittuaglia non fallasse nel soggiorno, deliberò di combattere la città con più ordine e con più forza ch’altra volta non avea fatto, come appresso diviseremo.
CAP. XCI. Della materia medesima.
Vedendo il re d’Ungheria mancare la vittuaglia all’oste, ebbe i capitani e’ conestabili de’ suoi Ungheri e Tedeschi che v’erano a parlamento: e disse come grande vergogna era a lui e a loro essere stati tanto tempo intorno a quella terra, abbandonata di soccorso e imperfetta di mura, e non averla potuta prendere; e ora conoscea che per lo mancamento della vittuaglia il soggiorno non gli tornasse a vergogna; e però gli richiedeva e pregava ch’elli confortassono loro e i loro cavalieri, ch’elli adoperassono per loro virtù, che combattendo la terra si vincesse: ch’egli intendea di volere che la battaglia da ogni parte vi si desse aspra e forte, sicch’ella si vincesse. I capitani e’ conestabili di grande animo e di buono volere s’offersono al re, e il re in persona disse loro d’essere alla detta battaglia. Quelli d’entro che sentirono come doveano essere combattuti con tutta la forza di quella gente barbara, non si sbigottirono, anzi presono cuore e ardire e argomento alla loro difesa. Gli Ungheri e i Tedeschi sprovveduti d’ingegni da coprirsi e da prendere aiuto all’assalto delle mura, fidandosi negli archi e nelle saette, da ogni parte a uno segno fatto assalirono le mura. E il re in persona fu all’assalto, per fare da se, e per dare vigore agli altri. E data la battaglia, e rinfrescata spesso, per stancare i difenditori, e fatto di loro saettamento ogni prova, ed essendo da quelli della terra in ogni parte ribattuti, coll’aiuto de’ balestrieri e delle pietre e della calcina gittata sopra loro, e delle lanci e pali e d’altri argomenti, non ebbono podere di prendere alcuna parte delle mura, ma molti di loro morti e più fediti, e infino fedito il re, con acquisto d’onta e di vergogna si ritrassono dalla battaglia. Que’ d’entro avendo combattuto francamente, confortati e medicati di loro fedite, presono delle fatiche riposo.
CAP. XCII. Come il conte d’Avellino con dieci galee stette a Napoli, e Aversa s’arrendè al re.
Stando l’assedio ad Aversa, la reina Giovanna non essendo bene del re Luigi, perchè volea essere da lui più riverita che non le parea, perocchè era donna e reina del reame, e il marito non era ancora re, a sua ’stanza fece in Proenza al conte d’Avellino, capo e maggiore della casa del Balzo, armare dieci galee, e all’uscita di giugno nel detto anno giunse nel porto di Napoli colla detta armata, atteso per soccorso, del quale aveano gran bisogno. Ma il conte pieno di malizia, conoscendo il bisogno del re Luigi, e poco curandosi della reina, mostrandosi di volere trattare suo vantaggio, colle sue galee si teneva in alto sopra il porto di Napoli. E per trarre vantaggio e mantenere l’armata, ordinò che ogni legno o barca che nel porto volesse entrare o uscire pagasse certa quantità di danari, e per questo modo aggravava i Napoletani, e faceva loro più grande la carestia della vittuaglia. E stando in questo modo, trattava domandando vantaggio al re Luigi, e il re gliel’otriava quanto sapea domandare, per avere l’aiuto di quelle galee, aggiugnendo i prieghi della reina, mostrando come con quelle galee poteano racquistare le terre di quella marina, onde seguirebbe loro grande soccorso. Ma per cosa che fare sapesse non potè smuovere il conte a dargli l’aiuto di quell’armata, anzi si partì di là, e per potere agiare la ciurma in terra s’apportò al castello dell’Uovo: e cominciò a trattare col re d’Ungheria di volergli dare per moglie la sirocchia della reina, che fu moglie del duca di Durazzo, e il re avvisato gli dava intendimento, per volere quelle galee tenere in contumace de’ suoi avversari. E stando il conte in trattati e di là e di qua, non si potea conoscere che facesse la volontà della reina, nè che fosse ribello al re Luigi, o in che modo si potesse giudicare essere col re d’Ungheria, tenendo colla sua malizia ogni parte sospesa. Al re Luigi e ai Napoletani fece danno, alla reina non accrebbe baldanza: ma al re d’Ungheria, per lo suo trattare, fece piuttosto avere Aversa: che sentendo gli assediati i trattati del conte, affaticati lungamente alla difesa d’Aversa, pensando che il re d’Ungheria rimanesse nel Regno, benchè ancora si potessono difendere alcun tempo, presono partito di trattare per loro. E messer Iacopo Pignattaro loro capitano, essendo regnicolo, e di natura mobile alla nuova signoria, tosto s’accordò col re, ed ebbe sotto titolo di loro soldi moneta dal re d’Ungheria, e rendégli la città d’Aversa: il quale incontanente v’entrò dentro con tutta sua cavalleria, e non lasciò fare a’ cittadini alcuna violenza o ruberia. E questo fu del mese di settembre del detto anno. Manifesto fu che questa vittoria venne agli Ungheri a gran bisogno, perocchè già era sì stracca la gente, per lungo disagio e per la carestia, che poco più vi poteano stare, e il partire senza averla vinta tornava al re e alla sua grande cavalleria ontosa vergogna.
CAP. XCIII. Come il re d’Ungheria e il re Luigi vennono a certa tregua.
Avendo non ispedite guerre, ma piuttosto avviluppamenti di quelle narrate de’ fatti del regno di Cicilia, seguita non meno incognito e avviluppato processo nelle seguenti successioni di que’ fatti; ma cotali chenti alla nostra materia s’offeriranno, con nostra scusa gli racconteremo. Avuta il re d’Ungheria la città d’Aversa, alla quale lungo tempo s’era dibattuto con tutta la sua grande oste, e non l’avea potuta nè per forza nè per assedio acquistare, essendo debole città di mura e da poca gente difesa, si pensò che l’altre maggiori e più forti città che si teneano contro a lui sarebbono più malagevoli a conquistare, e per esempio d’Aversa troverebbe maggiore resistenza; e i suoi baroni aveano già compiuto con lui il termine del debito servigio, e a volerli ritenere al conquisto del Regno bisognava che desse loro danaro, che n’avea pochi, e del Regno non ne potea trarre, essendo in guerra: vide che il re Luigi, i baroni, e quelli che si teneano dal suo lato erano disposti di stare alla difesa delle mura: e però mutò l’animo agevolmente disposto a trovare accordo, col quale con meno sua vergogna si potesse partire del Regno. E dall’altra parte il re Luigi era a tanto condotto, che non che potesse con arme resistere al nimico, ma di mantenere bisognose e necessarie spese di sua vita era impotente; e se non fosse che l’animo de’ Napoletani concorrea a lui e alla reina alla loro difesa, non arebbono potuto sostenere. E per questa cagione era atta la materia da catuna parte a venire alla concordia con piccolo aiuto d’alcuni mezzani. Onde alcuno prelato di santa Chiesa, il quale era dal papa mandato nel Regno, e il conte d’Avellino, che avea da ogni parte puttaneggiato, coll’aiuto d’alcuno altro barone, movendosi a cercare se potessono trovare via d’accordo, con piccola fatica vi pervennono alla cavalleresca, in questo modo. Che triegue fossono fatte infino a calen di aprile, gli anni Domini 1351, con patto, che chi avesse nel Regno dovesse sicuramente tenere sue città, castella e ville in pace tutto il tempo detto. Che la questione che si faceva contro alla reina Giovanna della morte del re Andreasso, si dovesse commettere nel papa e ne’ cardinali: e dove fosse trovata colpevole, dovesse perdere il reame, e tornasse libero al re d’Ungheria: e dove ella non fosse giudicata colpevole della morte del marito, ma liberatane per sentenza del papa e del collegio de’ cardinali dovesse rimanere reina del detto regno. E il re d’Ungheria le dovea rendere tutte le città, castella e baronaggi che vi tenea, riavendo da lei per le spese fatte per lui fiorini trecentomila d’oro, per quello modo e termine competente che ordinato fosse per la santa Chiesa; e per patto catuno re si dovea partire personalmente, e la reina del reame. Per la fermezza d’attenere l’uno all’altro questi patti non ebbe altro legame, che la fe e la scrittura e la testimonianza de’ mezzani. Il re d’Ungheria che avea d’uscire del reame maggior voglia, prese l’onesta cagione d’andare in romeaggio a Roma al santo perdono; e in Puglia alle terre della marina lasciò de’ suoi Ungheri alla guardia con loro capitani, e fornì di buona guardia tutte le sue tenute in Terra di Lavoro; e a Capova e Aversa, e per l’altre terre e castella circustanti lasciò suo vicario messer fra Moriale cavaliere friere di san Giovanni di Provenza, valente e ridottato cavaliere, con buone masnade di Provenzali, di cui il detto re molto si confidava; e a Viglionese e a Lanciano e nell’altre terre che tenea in Abruzzi lasciò vicario messer Currado Lupo, franco cavaliere, con sue masnade di Tedeschi a quella guardia. E ordinato ch’ebbe la guardia delle sue terre nel Regno si mise a cammino per andare a Roma: e incontanente il re Luigi per mostrare di volere uscire del Regno, e tenere i patti, si partì da Napoli colla reina, e venne alla città di Gaeta in su’ confini del reame, e ivi attendeva che il re d’Ungheria si partisse d’Italia e tornasse in suo reame, com’era in convegna; e ciò fatto, il re Luigi e la reina Giovanna doveano fuori del reame attendere la sentenza di santa Chiesa. I Gaetani ricevettono il re Luigi e la reina Giovanna in Gaeta con grande onore: e provviddongli di loro danari per aiuto alle spese, che n’aveano grande bisogno. Ed ivi si fermarono con animo e intenzione di non uscire del Regno, bene che promesso l’avessono, parendo loro che il dilungamento da quello, al bisognoso e lieve stato ch’aveano, fosse pericoloso al fatto loro. Il re d’Ungheria seguì a Roma suo viaggio, e avuto il santo perdono senza soggiorno se ne tornò in Ungheria.
CAP. XCIV. Come il conte d’Avellino diè al suo figliuolo per moglie la duchessa di Durazzo.
Il conte d’Avellino, il quale colle sue galee era rimaso sopra Napoli al castello dell’Uovo, vedendo i fatti del Regno rimasi intrigati per lungo tempo, essendo rimasa la duchessa di Durazzo sirocchia della reina, vedova, nel castello dell’Uovo, chiamata Maria, non ostante che ’l detto conte fosse suo compare, ma per quello mostrando più familiarità, con piccola compagnia andò al castello per vicitarla, innanzi alla sua partita; la duchessa con buona confidanza gli fece aprire liberamente il castello, ed egli con due suoi figliuoli e colla sua famiglia armata v’entrarono: e entrati, fece prendere la guardia delle porti e delle fortezze d’entro. Ed essendo colla duchessa, disse che volea ch’ella fosse moglie di Ruberto suo figliuolo, e per forza le fece consumare il matrimonio: e di presente la trasse del castello con tutti i suoi arnesi, e misela nella sua galea, per menarla in Proenza. Il re Luigi ch’era in Gaeta sentì di presente questo fatto, e egli e la reina ne furono molto turbati. E seguendo il conte suo viaggio per tornare in Proenza con tutte le galee, quando furono sopra a Gaeta l’otto entrarono nel porto, e i padroni e’ nocchieri e le ciurme scesono in terra per pigliare rinfrescamento. Il conte colla duchessa e co’ figliuoli rimasono fuori del porto in due galee, e attendevano l’altre che prendevano rinfrescamento per seguire loro viaggio. Il re Luigi cautamente fece venire a se i padroni e’ nocchieri dell’otto galee, e fece segretamente armare de’ Gaetani e stare alla guardia, che non potessono senza sua volontà tornare alle galee. E fatto questo, disse: pensate di morire se non fate che le due galee dov’è il conte, e i figliuoli e la duchessa, venghino dentro nel porto a terra; e alle minacce aggiunse amore e preghiere: e ritenuti de’ caporali cui egli volle per sicurtà del fatto, lasciò gli altri tornare alle galee: i quali di presente s’accostarono alle due galee del conte, che di questo fatto, come il peccato l’accecava, non s’era avveduto, e di presente l’ebbono condotte a terra dentro al porto. Allora il re mandò a dire al conte che venisse a lui. Il conte si scusò che non potea perocch’era forte stretto dalle gotte. Il re acceso di furore e infiammato d’ira, per l’ingiuria ricevuta della vergogna fatta al sangue reale, e de’ suoi gravi e pericolosi baratti, non si potè temperare nè raffrenare il conceputo sdegno: ma prese certi compagni di sua famiglia, e armati, in persona si mosse: e giunto al porto, montò in su la galea dov’era il conte. Venuto a lui, in brieve sermone gli raccontò tutti i suoi tradimenti, e la folle baldanza che lo avea condotto a vituperare il sangue reale: e detto questo, senza attendere risposta, con uno stocco il fedì del primo colpo; e incontanente n’ebbe tanti, che senza potere fare parola rimase morto in su la galea. La duchessa di presente fu tratta di galea, e collocata colla sua famiglia e co’ suoi arnesi in uno ostieri in Gaeta, e i due figliuoli del conte furono messi in prigione. Lasceremo ora de’ fatti del Regno, che stando le triegue non v’ebbe cosa degna di memoria, e ritorneremo alla nostra materia degli altri fatti d’Italia, e della nostra città di Firenze.
CAP. XCV. Della grande potenza dell’arcivescovo di Milano, e come i Fiorentini temeano di Pistoia, e quello che ne seguì.
In questo medesimo tempo, tra il fine del cinquantesimo ed il cominciamento del milletrecentocinquantuno, i Fiorentini cominciarono forte a temere della città di Pistoia, la quale per cittadinesche sette era divisa e in male stato. E la casa de’ Panciatichi, che non erano originali guelfi, in que’ dì aveano cacciato della città messer Riccardo Cancellieri e i suoi naturali, guelfi, di quella terra, e antichi servidori del comune di Firenze: e messer Giovanni Panciatichi s’avea recato in mano il governamento di quella terra, e per sembianti mostrava d’essere amico del comune di Firenze. I Fiorentini sentendo l’arcivescovo di Milano, il quale in quel tempo avea sotto la sua tirannia ventidue città, tra in Lombardia e in Piemonte, e di nuovo avea contro la volontà di santa Chiesa presa la città di Bologna, la quale confinava col loro comune, temeano forte che Pistoia per le cittadinesche discordie non pervenisse nelle sue mani, e però voleano la guardia di quella terra. E quanto che messer Giovanni si mostrasse amico del comune di Firenze, con diverse e nuove cagioni tranquillava e metteva indugio col seguito de’ cittadini della sua setta, che il comune di Firenze non avesse la guardia, raffrenando l’appetito de’ Fiorentini, col sospetto del potente vicino. Nondimeno i Pistolesi guelfi pur vollono che il comune di Firenze v’avesse dentro alcuna sua sicurtà, e consentirono che i Fiorentini mettessono in Pistoia messer Andrea Salamoncelli, uscito di Lucca loro soldato, con cento cavalieri e con centocinquanta masnadieri alla guardia di Pistoia, alle spese del comune di Firenze, con patto espresso, che il detto capitano co’ suoi cavalieri e fanti giurassono di mantenere quello stato che allora reggeva Pistoia, contro il comune di Firenze, e ogni altro che offendere o mutare il volesse. I Fiorentini vedendo che meglio non si poteva fare senza grave pericolo, benchè conoscessono che questa non era la guardia che bisognava, acconsentirono, e misonvi il capitano e la gente d’arme sotto il detto saramento: e con molte dissimulazioni e lusinghe manteneano quella città, ritenendo i cavalieri in Firenze senza mutazione infino al primo tempo.
CAP. XCVI. Come certi rettori di Firenze vollono prendere Pistoia per inganno.
Era per successione de’ rettori di Firenze di priorato in priorato la sollecitudine di mettere rimedio alla guardia di quella città, e non trovandosi da potere fare altro che fatto si fosse, alcuni allora rettori del nostro comune, con più presunzione che il loro consiglio non permettea, provvidono di fare tra loro segretamente d’avere per non leale ingegno la signoria di quella terra; e com’ebbono conceputo il non debito fatto, così per non discreto nè savio modo il vollono mettere a esecuzione, e sotto altro titolo accolsono i soldati del comune a piedi e a cavallo, e mossonne delle leghe del contado: e avendo a questa gente dato ordine alla notte che si doveano muovere, vollono provvedere di mutare di Pistoia il capitano ch’avea giurato a’ Pistolesi, ch’era troppo diritto e leale cavaliere di sua promessa, e scambiare le masnade sotto il titolo della condotta, acciocchè potessono senza contasto dentro meglio fornire la loro intenzione: e a ciò fare mattamente si confidarono a uno ser Piero Gucci, soprannomato Mucini, allora notaro della condotta, il quale era paraboloso e di grande vista, e poco veritiere ne’ fatti. Questi promise di fornire la bisogna chiaramente, e d’avvisare del fatto alcuni conestabili confidenti: e preso a fornire il servigio, i poco discreti rettori del comune ebbono la promessa di colui come se la cosa fosse ferma e certa; e per questo la notte ordinata, a dì 26 di marzo gli anni Domini 1351, feciono cavalcare i cavalieri e’ pedoni ch’aveano apparecchiati, e con loro messer Ricciardo Cancellieri, colle scale provvedute alla misura delle mura, e a Pistoia furono la mattina innanzi dì, ed ebbono messe le scale, e montati de’ cavalieri e de’ pedoni in su le mura, e scesine dentro una parte, avvisando d’avere l’aiuto de’ soldati del comune di Firenze che v’erano dentro, come era loro dato a divedere, pensavano a dare la via agli altri e farsi forti, e tutto era senza contasto, perocchè i cittadini si dormivano senza sospetto. E i soldati del comune che dentro v’erano non aveano sentimento nè avviso alcuno, perocchè il notaio, a cui la bisogna fu commessa, fu trovato in Prato nell’albergo a dormire. Messer Ricciardo essendo co’ suoi in sulle mura si scoperse innanzi tempo, facendo gridare viva il comune di Firenze e messer Ricciardo. I Pistolesi sentendo il rumore credettono fosse opera di messer Ricciardo loro sbandito, il quale aveano in gran sospetto; e però co’ soldati de’ Fiorentini insieme furono all’arme, e trassono alle mura francamente ad assalire coloro che dentro erano scesi: e feditine alquanti, tutti gli presono, e allora di prima seppono che questa era fattura de’ Fiorentini; e tutti co’ soldati de’ Fiorentini insieme intesono sollecitamente a guardare la terra il dì e la notte. E la folle impresa, mattamente condotta per li rettori di Firenze, generò in Pistoia grave e pericoloso sospetto, e in Firenze molta riprensione. Il notaio, a cui i signori aveano commessa la bisogna, fu preso a furore di popolo e menato alla podestà, e avrebbe perduta la persona, se non che il grande fallo ch’aveano commesso i suoi comandatori, perchè non gravasse loro difesono lui. E di questo seguì quello che appresso diviseremo.
CAP. XCVII. Come i Fiorentini assediarono Pistoia ed ebbonla a’ comandamenti loro.
Quando i Fiorentini s’avvidono del pericolo, ove l’indebita impresa de’ loro rettori gli aveva messi, di recare a partito i Pistolesi, per la nuova ingiuria ricevuta, d’aiutarsi colla forza del vicino tiranno: temendo che questo non avvenisse, non per animo di volere di quella città alcuna giurisdizione fuori che la guardia, per gelosia che al tiranno non pervenisse, di presente diliberarono che la città si strignesse per forza e per amore tanto che la guardia solo se ne avesse, per loro sicurtà, e del nostro comune, e altro non volea; e senza indugio alla gente che andata v’era s’aggiunse cavalieri, quanti allora il comune ne aveva, e fanti a piè. E per decreto del comune si diè parola agli sbanditi che catuno facesse suo sforzo, e alle sue spese menasse gente nell’oste in aiuto al comune di Firenze secondo suo stato, e dopo il servigio fatto sarebbe ribandito d’ogni bando. Per la qual cosa in tre dì furono intorno a Pistoia ottocento cavalieri e dodicimila pedoni, e ristrinsonla d’ogni parte con più campi, sicchè di loro contado nè da altra amistà dentro non poterono avere alcuno soccorso o aiuto. E di Firenze vi s’aggiunse sedici pennoni, uno per gonfalone, co’ quali andarono duemila cittadini quasi tutti armati come cavalieri, e molti ve n’andarono a cavallo; e giunti nell’oste con loro capitani, feciono dirizzare intorno alla città otto battifolli. In Pistoia aveva a questo tempo millecinquecento cittadini, o poco più, da potere con arme difendere la terra, oltre alle masnade a cavallo e a piè che dentro v’erano a soldo de’ Fiorentini, i quali si stavano senza fare novità dentro o guerra di fuori: per la qual cosa al gran giro della città parea che così pochi cittadini non la dovessono potere difendere. E per questa cagione i Fiorentini aveano speranza di vincerla per forza, quando con loro non si potesse trovare accordo. I Pistolesi d’entro, uomini coraggiosi e altieri, con dura faccia intendeano dì e notte alla loro difesa: e perch’erano pochi a tanta guardia quanta il dì e la notte convenia loro fare, uscirono delle loro case, e vennono ad abitare intorno alle mura: e le mura armarono di bertesche e di ventiere, e dentro uno largo corridore di legname, e fornironlo di pietre e di legname e di pali da gittare, e di travi sopra i merli: e feciono a piè delle mura intorno intorno molti fornelli con caldaie, per apparecchiare acqua bollita per gittare sopra coloro che combattessono: e apparecchiarono calcina viva in polvere per gittare, e con ferma e aspra fronte mostravano volere difendere la loro franchigia; la qual cosa era degna di molta lode, se per antichi e nuovi e continovi esempli, della loro cittadinesca discordia non fosse contaminata. E addurandosi di non volere prendere accordo col comune di Firenze, soffersono il guasto di fuori de’ loro campi; e vedendo i Fiorentini che più s’adduravano, diliberarono che la terra si combattesse; e per levare loro la speranza del contradio, comandarono a messer Andrea Salamoncelli, capitano e conestabile de’ cavalieri e de’ pedoni che dentro v’erano a soldo del nostro comune, che ne dovesse uscire, e così fu fatto; per la qual cosa la nostra oste s’accrebbe, e a loro mancò la speranza: e ordinati di fuori ponti e grilli, e castella di legname e altri fornimenti da combattere le mura, acciocchè con più sicurtà si potesse intendere alla battaglia, cinsono di buono steccato dall’uno battifolle all’altro. I Pistolesi vedendo la disposizione de’ Fiorentini, e pensando, eziandio che si difendessono, non poteano bene rimanere, cominciarono più a temere. In questo mezzo ambasciadori da Siena v’entrarono, mandati dal loro comune per trovare accordo, e come che s’aoperassono conferendo colle parti, manifesto fu che peggiorarono la condizione, e inacerbirono gli animi e dentro e di fuori. E dato il dì della battaglia, e da ogni parte apparecchiata, i guelfi di Pistoia, ch’erano la maggiore forza della città, s’accolsono insieme con pochi ghibellini, ed essendo al consiglio, ricercarono con l’animo più riposato il pericolo a che si conducevano, per contrastare a’ padri loro, il comune di Firenze, la guardia loro e della città, la quale doveano con istanza domandare a’ Fiorentini che la prendessono, volendo mantenere la città a parte guelfa, e in più sicuro e pacifico stato che non erano. E così parlato, misono il partito a segreto squittino, e vinsero che la guardia della città fosse messa liberamente nel comune di Firenze, e che dentro vi mettesse gente e capitano alla guardia quanto al detto comune piacesse; e che dentro alla città in su le mura si facesse un castello alle spese de’ Fiorentini, per più sicura guardia, e che oltre a ciò avessono la guardia di Seravalle e quella della Sambuca. E messi dentro de’ cittadini di Firenze in quel dì, ogni cosa di grande concordia si recò in buona pace; e dentro vi misono il capitano e’ cavalieri e’ pedoni che i nostri cittadini vollono, e presono la tenuta, e ordinarono la guardia di Seravalle: e per fretta e mala provvidenza indugiarono di mandare per la tenuta della Sambuca nel passo dell’alpe, la quale quando poi vollono, senza difetto de’ Pistolesi, non poterono avere: onde poi ne seguì cagione di grande pericolo a’ Pistoiesi e al nostro comune, come leggendo per innanzi si potrà trovare. Fatta la detta concordia, i Fiorentini levarono il campo e arsono i battifolli, e ordinatamente con gran festa tornò tutta la bene avventurata oste nella nostra città, all’uscita d’aprile, gli anni di Cristo 1351. E pochi dì appresso vi mandò il comune di Firenze de’ suoi grandi cittadini con pieno mandato, i quali riformassono al piacere de’ cittadini di Pistoia lo stato e il reggimento di quello comune; e rimisonvi messer Ricciardo Cancellieri e’ suoi, con pace de’ Panciatichi, fortificata e ferma con più matrimoni dall’una famiglia all’altra.
CAP. XCVIII. Come il re d’Inghilterra sconfisse in mare gli Spagnuoli.
Nel tempo delle tregue del re di Francia e di quello d’Inghilterra, gli Spagnuoli, i quali usavano colle loro cocche e navili di navicare il mare di Fiandra, cominciarono a danneggiare i navili d’Inghilterra, e a rubare in corso le loro mercatanzie; e seguitando con più forza la loro guerra, per più riprese feciono agl’Inghilesi onta e danno assai. Il re d’Inghilterra non potè dissimulare questa ingiuria, che senza cagione di guerra gli Spagnuoli gli aveano fatta, e però accolse suo navilio, e in persona con due suoi figliuoli assai giovani si mise in mare per andare in Spagna. Il re di Castella che sentì l’armata del re d’Inghilterra, fece suo sforzo d’armare molte navi, e abboccaronsi coll’armata d’Inghilterra nella vicinanza delle loro marine, e commisono aspra e fiera battaglia, della quale il re d’Inghilterra ebbe la vittoria, con grande danno degli Spagnuoli e delle loro navi. E fatta la sua vendetta, con piena vittoria si tornò in Inghilterra. E qui finisce il nostro primo libro, anni di Cristo 1351.