LIBRO SECONDO

CAPITOLO PRIMO Prolago.

Perocchè anticamente gl’infedeli e i pagani e le barbare nazioni, compiacendosi alla reverenza delle virtù morali, i cominciamenti della guerra alle ragioni della giustizia congiugneano, non senza debita ammirazione ne’ nostri tempi, ne’ quali i cristiani, non solamente dalle morali, ma dalle virtù divine ammaestrati nella perfetta fede di Cristo nostro redentore, molti trapassano con disordinato appetito la via eguale della vera giustizia, e seguitando la sfrenata volontà della tirannesca ambizione, non colle debite ragioni, ma con perverse cagioni, con subiti e sprovveduti assalti gli sprovveduti popoli assaliscono, le città e le terre, confidandosi nella loro quiete, per furti, per tradimenti, e per inganni rapiscono, sforzandosi con ogni generazione d’inganni quelle soggiogare, e sottomettere al giogo della loro tirannia; e non meno la cristianità, che le infedeli nazioni, di queste malizie e inganni spesso si conturba. E avvegnachè queste cose senza vergogna de’ laici secolari raccontare non si possono, ne’ cherici, e massimamente ne’ prelati, i quali, invece di Cristo fatti spirituali pastori della sua greggia, diventando rapaci lupi, nelle predette cose sono con ogni abominazione da detestare. E però venendo al cominciamento del secondo libro del nostro trattato, diverse e varie cagioni di questa materia prima ci s’apparecchiano, vinti da onesta necessità, la verità del fatto, con seguire nostra materia, racconteremo.

CAP. II. Come il comune di Firenze usava la pace coll’arcivescovo di Milano.

I Fiorentini avendo per gelosia presa la guardia del castello di Prato e della città di Pistoia, usciti della paura di quelle, si stavano in pace, riputandosi essere in amistà dell’arcivescovo di Milano, perocchè guerra non v’era, e contro a sua impresa i Fiorentini non s’erano voluti travagliare. Con Bologna tenea le strade e i cammini aperti, e le mercatanzie d’ogni parte andavano e venivano sicure. E spesso il tiranno scrivea al comune de’ suoi onori e de’ singulari servigi, come accade ad amici, e il comune a lui, come a reverente signore e caro amico. E con folle ignoranza stava il nostro comune senza sospetto, e per non dare materia di sospetto al vicino tiranno, si guardava di fornirsi di capitano di guerra e di gente d’arme, e appena aveano fornite di guardie le loro castella. Il tiranno, ch’avea fatta la lega con gli altri tiranni d’Italia e con tutti i ghibellini, si venia fornendo di gente d’arme al suo soldo a piè e a cavallo, e vegghiava al continovo contro al nostro comune nella conceputa malizia, attendendo il tempo che a ciò avea divisato. E in questo mezzo carezzava con doni e con servigi i suoi vicini tiranni, per averli più pronti al suo servigio al tempo del bisogno. E si pensava, che ingannando i Fiorentini, e venendo della città al suo intendimento, essere appresso al tutto signore d’Italia. E i rettori della città di Firenze avendo a’ suoi confini il tiranno potente, viveano improvvisi, sotto confidenza degna di biasimo e di grave punizione. Ma così avviene spesso alla nostra città: perocchè ogni vile artefice della comunanza vuole pervenire al grado del priorato e de’ maggiori ufici del comune, ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande procaccio, e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli squittini del comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni e gli antichi, e’ savi e discreti cittadini di rado possono provvedere a’ fatti del comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa molto strana dall’antico governamento de’ nostri antecessori, e dalla loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e in furia spesso conviene che si soccorra il nostro comune, e che più l’antico ordine, e il gran fascio della nostra comunanza, e la fortuna, governi e regga la città di Firenze, che il senno o la provvidenza de’ suoi rettori. Catuno intende i due mesi c’ha a stare al sommo uficio al comodo della sua utilità, a servire gli amici, o a diservire i nimici col favore del comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’ cittadini: e questo è spesso cagione di vergogna e di grave danno del nostro comune, ricevuto da’ suoi minori e impotenti vicini.

CAP. III. Come l’arcivescovo di Milano appuose tradimento e condannò messer Iacopo Peppoli.

Era in questo tempo rimaso in Bologna messer Iacopo de’ Peppoli, il quale fu traditore con messer Giovanni suo fratello della propria patria, vendendo la città e i suoi cittadini all’arcivescovo, come detto abbiamo, al quale la sua malizia, e il commesso peccato, tosto apparecchiò alcuna penitenza alle sue male operazioni. Che trattando egli con certi tiranni lombardi di fare rivolgere la città di Bologna, l’arcivescovo, o vero o bugia che fosse, sentì che trattato si tenea per lui e per alcuni altri cittadini di Bologna: e la boce corse che trattavano co’ Fiorentini: e questo non ebbe sostanza alcuna di verità. Il tiranno avea voglia di trarlo di Bologna, sicchè ogni lieve ragionamento o materia gli fu assai: e però di presente fece prendere lui e’ figliuoli e alcuni altri cittadini, e condannati gli altri a morte, messer Iacopo per grande servigio condannato a perpetua carcere, e pubblicati i suoi beni alla sua camera, come di traditore, e tolsegli i danari che gli restavano della vendita di Bologna, e le castella che dato gli avea, e il proprio patrimonio: e fattolo venire co’ figliuoli a Milano, incarcerò lui nel castello di... e i figliuoli a Cremona. L’altro fratello che a quello tempo era in Milano non involse in questa sentenza, il quale dissimulando suo dolore rimase in Milano in lieve stato, per passare il tempo alla provvigione del signore, con amaro cuore. Assai tosto ha fatto manifesto qui il divino giudicio la miseria a che sono condotti i traditori della loro patria, i quali per disperato consiglio, i cittadini i quali gli aveano con grande onore esaltati e fatti signori sottopuosono per avarizia al giogo del crudele tiranno: e ora spogliati de’ propri beni, e privati d’ogni amore de’ loro cittadini, in calamitosa prigione danno esemplo agli altri di più intera fede a’ loro comuni.

CAP. IV. Come l’arcivescovo fermò d’assalire improvviso la città di Firenze.

Nel mese di luglio del detto anno, l’arcivescovo di Milano, avendo purgato di sospetto la città di Bologna, per la morte d’alquanti cittadini e per l’incarcerazione di messer Iacopo de’ Peppoli e de’ figliuoli, e accolti e fatti accogliere quasi tutti i soldati oltramontani d’Italia, parendoli venuto il tempo di scoprire a’ suoi collegati ghibellini d’Italia la sua intenzione, ebbe in Milano i caporali di parte ghibellina d’Italia, e conferì con loro di volere sottomettersi il comune di Firenze, e con molte ragioni dimostrò com’era venuto il tempo da poterlo fare col loro aiuto: e ciò fatto, era spento in Italia il nome di parte guelfa. La proposta fu in piacere di tutti. Eranvi caporali, oltre a’ Lombardi, gli Ubaldini, i figliuoli di Castruccio Interminelli e messer Francesco Castracani da Lucca, messer Carlino di Pistoia e’ suoi, il conte Nolfo d’Urbino, i conti di Santafiore e il conte Guglielmo Spadalunga, e de’ ribelli del comune di Firenze alquanti di quelli da Cigliano, e messer Tassino e il fratello discesi della casa de’ Donati. E non volendosi scoprire d’esservi in persona i Tarlati d’Arezzo, il vescovo co’ suoi Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno, e il conte Tano da Montecarelli, ch’erano allora in pace e in amore col comune di Firenze, in segreto vi mandarono catuno segreti ambasciadori con pieno mandato. I quali tutti udita l’intenzione del potente tiranno furono molto allegri, e confortarono l’arcivescovo dell’impresa: aggiugnendo che sentivano i cittadini di Firenze in tanta discordia per le loro sette, e per lo male contentamento del reggimento della città, e Arezzo e Pistoia in sì male stato, che se la sua potenza improvviso a quelli comuni col loro aiuto si stenderà sopra loro, non vedeano che di tutto in breve tempo e’ non fosse signore: e la signoria di Firenze il facea signore d’Italia. E così d’un animo rimasono in accordo col tiranno di fare l’impresa ordinata; e data la fede della loro credenza e di loro aiuto, con grandi promesse lieti si ritornarono in loro contrade, e intesono d’apparecchiarsi di cavalli e d’arme al loro podere. L’ordine fu preso, che quando l’oste dell’arcivescovo fosse sopra i Fiorentini, che gli Ubaldini co’ Romagnuoli assalissono nel’alpe, e i Tarlati Ubertini e Pazzi si rubellassono e assalissono il Valdarno: e il conte Tano da Montecarelli movesse guerra in Mugello. A’ Pisani intendea l’arcivescovo co’ suoi confidenti ambasciadori fare rompere pace a’ Fiorentini, e muovere guerra dalla loro parte: cercando muoverli con sue coperte suasioni, non dimostrando il perchè, in suo aiuto. Ma i Pisani accorgendosi del fatto, nutricavano il tiranno con parole di speranza, e mandarono a lui loro ambasciadori per potere sentire più il vero da che movea quella inchiesta, e per avere più tempo a deliberare. E questo avvenne, perocchè allora la città di Pisa signoreggiava per li Gambacorti, uomini mercatanti e amici de’ Fiorentini. Ma i governatori del comune di Firenze, addormentati e fuori della mente, non procuravano di sentire queste cose, e quello che sentivano mettevano al non calere, e provvisione alla loro guardia non faceano, sentendo che molta gente d’arme s’accogliea in Lombardia, e che Lombardia non era in guerra, ma in lega coll’arcivescovo di Milano. I quali rettori del nostro comune non erano degni di governare il fascio di tanta città, ma di grandi pene delle loro persone, commettendo contro al loro comune pericolo d’irreparabile fallo.

CAP. V. Come si mise in ordine il consiglio preso.

L’arcivescovo di Milano, la gente d’arme che avea in diverse parti in Lombardia, in pochi dì la fece venire a Bologna: e fatto capitano messer Giovanni de’ Visconti da Oleggio, il quale per fama si tenea essere suo figliuolo, per addietro capitano de’ Pisani, e prigione de’ Fiorentini nella battaglia che feciono per soccorrere Lucca alla Ghiaia, animoso contro a’ Fiorentini, singularmente per quell’onta, uomo di grande animo, e accompagnato da’ caporali ghibellini lombardi toscani e marchigiani, maestrevoli conducitori di guerra, si pensò prosperamente fornire la commissione a lui fatta per lo suo signore. Il castello della Sambuca, nel passo della montagna tra Bologna e Pistoia, era allora per difetto de’ Fiorentini nelle sue mani, al quale avea di vittuaglia per l’oste grande apparecchiamento; e di questo non s’erano accorti i Fiorentini: e così provveduto, subitamente a dì 28 del mese di luglio, gli anni Domini 1351, mosse colla sua oste da Bologna, e prima fu valicato la Sambuca, e accampatosi presso a Pistoia a quattro miglia, per attendere il rimanente del suo esercito, che i Fiorentini sapessono alcuna cosa, o che avessono avuto pensiero che la forza del tiranno si stendesse sopra loro: ma sentendo questo, subitamente, in que’ due dì ch’e’ nimici attesono la loro gente, i Fiorentini misono gente d’arme a piè e a cavallo in Pistoia, sicchè dentro vi si trovò alla guardia da cinquecento cavalieri e seicento fanti alla venuta dell’oste, messer Giovanni raunata tutta la sua oste e la vittuaglia, a dì 30 di luglio predetto si strinse alla città di Pistoia, credendolasi avere per vane promesse, ma non essendogli risposto come s’avvisava, vi si strinse e posevisi ad assedio. La gente de’ Fiorentini che dentro v’era, faceano di dì e di notte sofficiente e buona guardia, e per questo, se trattato niuno v’era non s’ardì a scoprire, ma tutti i cittadini colla gente de’ Fiorentini insieme attesono alla difesa della città.

CAP. VI. Come gli Ubaldini arsono Firenzuola, e presono Montecolloreto.

Gli Ubaldini, ch’erano in pace col comune di Firenze, sentendo l’oste dell’arcivescovo sopra Pistoia, avendo fatto loro sforzo, e avuto cavalieri del tiranno, improvviso a’ Fiorentini apparirono nell’alpe, e corsono a Firenzuola, che si redificava pe’ Fiorentini, ma non era ancora cinta di mura, nè di fossi nè di steccati, ma incominciata, e dentro v’erano capanne per alberghi, e lieve guardia per tener sicuro il cammino, sicchè senza contrasto la presono e arsono: e andaronsene a oste a Montecolloreto, nel quale era castellano per lo comune di Firenze uno popolano de’ Ciuriani di Firenze, giovane poco scorto degl’inganni delle guerre. Costui vedendosi assediato, e dando fede alle parole de’ nimici, i quali diceano come Firenze era per arrendersi al signore di Milano, si condusse mattamente a patteggiar con loro: che se in fra ’l terzo dì non fosse soccorso, darebbe la rocca: e per istadico diede un suo fratello. I Fiorentini ch’aveano l’animo a guardare quella fortezza, cercarono di soccorrerla, e trovato uno conestabile valente con venticinque masnadieri, promise d’entrare innanzi al termine nel castello; e di presente si mise in cammino: e tanto procacciò per suo ingegno e virtù, che innanzi il termine fu nel castello, ma non potè entrare nella mastra fortezza, che si guardava per lo castellano, e ’l castellano avendo questo soccorso si potea difendere per lungo tempo da tutta la forza ch’avessono potuta fare gli Ubaldini, perocchè il luogo era fortissimo e bene fornito: ma essendo (come egli follemente avea messo il fratello nelle mani de’ nimici, i quali minacciavano d’impiccarlo se non rendesse la rocca) vinto dall’amore della carne, non volle ricevere il soccorso, anzi diede la rocca a’ nimici. E salvate le persone da’ nimici, condotto a Firenze, e giudicato traditore del comune, per la sua dicollazione e di due suoi compagni diede esemplo agli altri castellani di più intera fede al loro comune. I mallevadori che dati avea di rassegnare la rocca al comune convenne che pagassono lire ottomila com’erano obbligati.

CAP. VII. Come gli Ubertini, e’ Tarlati, e i Pazzi assalirono il contado di Firenze.

Messer Piero Sacconi co’ suoi Tarlati usciti d’Arezzo, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini co’ suoi consorti, e Bustaccio co’ Pazzi di Valdarno, per lungo tempo stati in pace e in protezione col comune di Firenze, sentendo l’avvenimento di messer Giovanni Visconti da Oleggio con grande forza d’arme sopra Pistoia, si ragunarono con tutto loro sforzo di gente d’arme a piè e a cavallo a Bibbiena; e dall’arcivescovo aveano avuto dugentocinquanta barbute, acciocchè potessono fare maggiore guerra. Di presente, improvviso a’ Fiorentini, cominciarono a cavalcare sopra loro, e sopra i conti Guidi, amici e fedeli del comune di Firenze, e oggi correvano in una contrada e domane in un’altra, uccidendo e predando, e facendo aspra guerra. I Fiorentini vedendo d’ogni parte le subite e sprovvedute tempeste venire sopra loro, e sentendo gli amici diventati nimici, ebbono paura non piccola, mescolata di grande sospetto, e i provveduti rettori del comune non sapeano che si fare. E così era la città di forza e di consiglio spaventata, e molto piena di paura e di sospetto per modo, che non veggendo nè per atto nè per consiglio alcuna cagione di sospetto cittadinesco, non si fidava l’uno del’altro, e non si provvedea al comune riparo per via di consiglio in que’ primi cominciamenti.

CAP. VIII. Come i Fiorentini mandaro ambasciadori al capitano dell’oste.

Vedendosi i Fiorentini con tanta forza e da cotante parti assalire dal signore di Milano, senza avere con lui alcuna guerra o conturbagione di pace, elessono alquanti cittadini, e mandaronli ambasciadori nel campo a messer Giovanni da Oleggio, capitano dell’oste sopra a Pistoia, i quali essendo giunti nel campo, furono ricevuti dal capitano assai cortesemente. E secondo la commissione a loro fatta da’ priori e da’ collegi del nostro comune, domandarono messer Giovanni, con ciò fosse cosa che tra l’arcivescovo suo signore e ’l comune di Firenze fosse pace e niuno sospetto di guerra, perchè venuto era ostilmente come contra suoi nimici sopra il comune di Firenze, non avendo prima annunziato al comune la sua guerra secondo i patti della pace, salvo che per una breve lettera, mandata per lui poichè fu sopra Pistoia: la quale senza precedente cagione di nostro fallo, disse: non avete voi voluto osservare la pace, e però vi facciamo la guerra: la quale non era nè onesta nè debita cagione; e però siamo mandati dal nostro comune a sapere la verità di questo movimento. Udito il capitano la loro ambasciata, raccolse il suo consiglio, e appresso rispose altieramente in questo modo. Il nostro signore, messer l’arcivescovo di Milano, è potente, benigno e grazioso signore, e non fa volentieri male ad alcuna gente, anzi mette pace e accordo in ogni luogo ove la sua potenza si stende; è amatore di giustizia, e sopra gli altri signori la difende e mantiene: e qui non ci ha mandati per mal fare, ma per volere tutta la Toscana riducere e mettere in accordo e in pace, e levare le divisoni e le gravezze che sono tra’ popoli e’ comuni di questi paesi. E perchè a lui è pervenuto e sente le divisioni discordie e sette, e le gravezze che sono in Firenze, le quali conturbano e aggravano la vostra città e tutti i comuni di Toscana, ci ha mandati qui affinchè voi vi governiate e reggiate in pace e in giustizia per lo suo consiglio, e sotto la sua protezione e guardia; e così intende volere addirizzare tutte le terre di Toscana. E dove questo non si possa fare con dolcezza e con amore, intende farlo colla forza della sua potenza e degli amici suoi. E a noi ha commesso, ove per voi non si ubbidisca al suo buono e giusto proponimento, che mettiamo la sua oste in sulle vostre porti e intorno alla vostra città, e che ivi tanto manterrà quella, accrescendola e fortificandola, continuamente combattendo d’ogni parte il contado e il distretto del vostro comune col fuoco e col ferro, e colle prede de’ vostri beni, che tornerete per vostro bene alla volontà sua. Udendo gli ambasciadori la superba risposta del capitano e del suo consiglio, non parve che luogo e tempo fosse di quivi stendere più loro sermone: e però domandarono sicurtà fino a Bologna per potere andare al signore di Milano, come aveano in commissione dal loro comune, la quale il capitano non volle dare. E però si tornarono a Firenze, e spuosono a’ signori e al consiglio quello ch’aveano avuto dal capitano dell’oste per risposta della loro ambasciata, per la quale l’animo de’ cittadini di Firenze crebbe più in disdegno che in paura.

CAP. IX. Come l’oste si levò da Pistoia e puosesi a Campi.

Essendo stata l’oste del tiranno otto dì sopra la città di Pistoia, e mancata la speranza d’avere la terra, per la buona guardia e sollecita che ’l dì e la notte vi faceano i Fiorentini: e il somigliante di Prato, nelle quali terre erano le tre parti della gente d’arme che allora aveano i Fiorentini, essendo la città di Firenze quasi rimasa senza aiuto di soldati forestieri, e non avendo capitano di guerra: messer Giovanni da Oleggio col consiglio de’ caporali ghibellini ch’avea con seco, i quali stavano solleciti a sentire il fatto del nostro comune, e sentivano essere dentro grande sospetto e poco consiglio, e minore forza d’arme che in Pistoia e in Prato, con molte verisimili suasioni mossono il capitano subitamente a stringersi sopra Firenze colla sua oste: il quale essendo uomo di grande ardire, e animoso contro a’ Fiorentini, sentendosi accompagnato da molti buoni capitani di guerra, e da cinquemila barbute, e da duemila altri cavalieri, e seimila masnadieri a piede, non bene provveduto di vittuaglia, sperando nel contado di Firenze farsene abbondevole, come mostrato gli era, a dì 4 d’agosto del detto anno subitamente levò il campo da Pistoia, e per la strada dritta e piana senza arresto valicata la terra di Prato, condusse la sua oste in sull’ora del vespero a Campi, Brozzi e Peretola, improvviso, non che a’ Fiorentini, ma agli uomini di quelle ville e contrade, per la qual cosa non poterono campare alcuna cosa, fuori che le persone, e di quelle vi rimasono assai. Il capitano per non conducersi al tardi, e perchè il luogo era albergato e pieno d’ogni bene, fermò il campo a Campi. Della villa di Campi e d’altre d’intorno raccolsono grano e biada e carnagione assai, e molte masserizie e letta de’ paesani: e intesono a starsi ad agio e a rinfrescare la gente di vivanda, della quale intorno a Pistoia aveano avuto disagio. E dato l’ordine al campo di buona guardia di dì e di notte, provviddono che ogni cavalcata che si facesse verso la città di Firenze avesse riscossa di mille cavalieri il meno. E incontanente cominciarono a cavalcare per lo piano, prendendo e raccogliendo il bestiame e la roba che rimasa v’era senza trovare riparo, e alcuna volta si stesono infino alle mura della città di Firenze. I Fiorentini sentendo questa subita venuta dell’oste sopra la città, e la baldanza presa d’aversi lasciato dietro Pistoia e Prato, sbigottirono disordinatamente, non trovandosi forniti nè provveduti al riparo. E i rettori del comune per lo fallo commesso dell’abbandonata provvisione non sapeano che si fare; e molto temeano che fossono venuti così baldanzosi a istanza de’ loro cittadini d’entro. E in questa contumacia e sospetto si stette insino che manifesto apparve per l’operazione de’ cittadini grandi e popolani grassi, che catuno era in fede al suo comune: e levata la nebbia che teneva intenebrata la mente del popolo e del comune, presono più ardire, e feciono trarre fuori i gonfaloni, e andarono coll’arme alle porti, e fecionle serrare di verso la parte d’ond’erano i nimici; e ordinarono guardie di buoni cittadini, facendo il dì e la notte fare buona guardia. E armarono le mura di ventiere, e le più deboli parti feciono afforzare per difendere la città, che di mettere gente in campo a quell’ora non aveano podere.

CAP. X. Come l’oste ebbe gran difetti a Campi e a Calenzano.

Avvenne, che stando l’oste a Campi, per mala provvisione, tutto il bestiame ch’avrebbe dato con ordine lungamente carne all’oste, in pochi dì si straziò e consumò. E in quello tempo era sformato caldo e secco grande, e tutte mulina di quelle contrade erano state sferrate e guaste; per la qual cosa, benchè l’oste avesse del grano, non potea fare farine, ed erano in grande soffratta di sale. E la vittuaglia di quel piano cominciò a mancare, e quella che venia da Bologna per scorta era spesso in preda de’ cavalieri ch’erano in Pistoia. E per questo avvenne, che in pochi dì all’oste mancò il pane e il sale: e non aveano che manicare, se non carne, e di quella poca, e cocevanla col grano, che farina non aveano. Da niuna parte del contado di Firenze aveano mercato, e cavalcate non poteano stendere in parte onde recare potessono fornimento al campo, perocchè tutte le circustanze aveano sgombrato e ridotto nella città. Onde cominciarono a sentire fame, e il caldo li consumava e affliggeva forte i corpi degli uomini; e il maggiore sussidio ch’avessono era l’agresto e le frutta non mature: e poco tempo v’aveano a stare, che senza essere contastati da’ Fiorentini veniano in ultima disperazione. I loro capitani e conducitori vedendosi a questo pericolo, diedono voce di volersi strignere alla città, e per forza valicare nel piano di san Salvi. I Fiorentini temettono di questo: e non trovandosi gente d’arme da potere contradiare il passo a’ nimici, feciono una tagliata dal ponte della porta a san Gallo infino alla costa di Montughi: e ivi misono molti balestrieri e popolo alla guardia, con ordine di soccorso se bisogno fosse. L’altra voce diedono di tornarsene per lo piano d’ond’erano venuti verso Pistoia; i Pistolesi per questa tema ruppono i passi, e abbarrarono i cammini con fossi e con alberi. E per questo i Fiorentini più temeano che non valicassono nel piano di san Salvi, e per questa cagione afforzarono di bertesche e di steccati la rocca di Fiesole, e fecionla guardare; e nondimeno tutto il contado da lunge e d’appresso feciono sgombrare da quella parte. I capitani dell’oste vedendosi a cotanto disagio, non ardirono di strignersi più alla città, anzi levarono il campo, a dì 11 d’agosto del detto anno, e traendosi addietro si puosono a Calenzano. I Fiorentini stimando che se n’andassono, sonarono le campane del comune a stormo; e il popolo volonteroso a cacciare chi fuggisse s’armò, e alquanti mattamente senza ordine e senza capitano uscirono della città: ma sentendo che i nimici non fuggivano, tosto ritornarono dentro dalle mura. Ma di questo nacque la voce per lo contado e scorse per tutto, che se n’andavano per la Valdimarina; e di stormo in stormo si mossono i contadini senza ordine o comandamento del comune, e occuparono le montagne sopra la Valdimarina d’ogni parte, e furono loro tanto innanzi all’ora del vespero, che forte feciono temere e maravigliare i nimici, ch’aveano intenzione di valicare nel Mugello per quella via. Come i capitani ebbono fermo il loro campo sotto Calenzano in sulla Marina, feciono combattere la pieve e certa fortezza ov’era raccolta la vittuaglia de’ paesani, e presonle a patti, salve le persone: e anche presono il castello di Calenzano, che non era murato nè difeso, e in questa tenuta trovarono alcuno rinfrescamento. Fino a quell’ora non aveano fatta alcuna arsione: stando ivi, uno grande conestabile tedesco si stese a Pizzidimonte, e fuvvi morto da’ villani; e per questa cagione vi cavalcarono e arsonlo, e appresso alcuna altra villa intorno a Calenzano. E feciono provvedere i passi per valicare in Mugello, ch’ogni altro viaggio era loro, in stremità del pane, più pericoloso a pigliare.

CAP. XI. Come i rettori di Firenze abbandonarono il passo di Valdimarina.

La necessità delle cose da vivere, l’un dì appresso l’altro già tornata in fame, strignea l’oste del Biscione, che così si chiamava allora, a partirsi del piano, ove senza speranza di potersi allargare, di pane erano affamati. I cittadini di Firenze, a cui era commessa la provvisione della guerra, ch’erano oltre a’ priori e a’ collegi diciotto tra grandi e popolani, sapeano bene il difetto ch’aveano i nemici, ma non aveano capitano, e da loro non sapeano la maestria della guerra, conobbono per lo comune grido, che agevole era a tenere loro il passo che non entrassono nel Mugello per la Valdimarina, che per natura il luogo era stretto, e’ passi aspri e forti, da tenergli poca gente con loro sicurtà da tutta l’oste: e vidono manifesto, che dove questa via s’impedisse loro, convenia che si partissono, tornando addietro da Pistoia sconciamente. Ma la tema della boce che non passassono a san Salvi, ch’era quasi impossibile, fece al comune non riparare a quel passo. Ma un gentile scudiere alamanno, il quale in quel tempo per lo comune era capitano in Mugello, da se medesimo commise a uno della casa de’ Medici, il quale era in sua compagnia, ch’andasse a provvedere al passo, e diegli dugento fanti e cinquanta cavalieri. La commissione fu debole a cotanto fatto: nondimeno se il cittadino fosse stato valoroso, e avesse voluto acquistare onore, molto agevole gli era a guardare quel passo, perocchè i Mugellesi sentendo che il capitano mandava a guardare quel passo, con grande animo di ben fare trassono da ogni parte allo stretto ov’era venuto il provveditore. Ed essendo nel luogo, viddono che il passo si difendea senza dubbio, a grande sicurtà de’ difenditori, per la fortezza naturale di quelle valli, onde conveniva l’oste de’ nemici valicare a piede, e uomo innanzi uomo, che a cavallo insieme non v’era modo da poter valicare. Ma il cittadino deputato a quel servigio disse a’ Mugellesi che gli conveniva essere altrove, e quivi per niuno modo si potea ritenere. Onde i Mugellesi ch’erano tratti coraggiosi alla difesa, vedendo come colui cui doveano avere per capitano a quella guardia si partiva, perderono ogni vigore: e partito il capitano, tornarono a casa, e cominciarono a fuggire il loro bestiame, e le loro famiglie e masserizie, maledicendo il comune di Firenze e’ suoi governatori, con giusta cagione della loro fortuna.

CAP. XII. Come l’oste del Biscione valicò il passo, e andò in Mugello.

I capitani dell’oste che si vedeano in gran bisogno d’uscire del luogo dov’erano stretti dalla fame, seppono di presente come il passo era abbandonato da’ Mugellesi, e però incontanente mandarono innanzi masnadieri eletti, e buoni balestrieri a prendere il passo: e senza arresto levarono il campo, a dì 12 d’agosto del detto anno, e misonsi loro appresso. In sul passo erano rimasi alquanti fanti del paese, i quali di loro volontà attesono i masnadieri de’ nemici; e alle mani con loro, li ributtarono indietro. Ma vedendosi pochi e senza soccorso, e vedendo i nemici che riempieano le coste de’ poggi e le valli d’ogni parte, abbandonarono il passo, e i nemici di presente il presono, e l’oste senza contrasto o pericolo valicò, facendosi grandi beffe del comune di Firenze, parendo a catuno di servo essere divenuto signore. E pensando alla viltà ch’avevano trovata ne’ Fiorentini, a non avere fatto tenere e difendere quel passo, e al poco provvedimento che mostravano ne’ fatti della guerra, crebbe la loro superbia. E poichè si viddono essere valicati senza contrasto nel piano di Mugello, presono fidanza d’essere signori di tutto il paese senza contrasto, e quel dì medesimo cavalcarono a Barberino, e a Villanuova. Barberino era forte e bene fornito alla difesa, e molta roba v’era dentro raccolta delle vicinanze, ad intendimento di difendersi, tanto ch’avessono soccorso da’ Fiorentini. Ma Niccolò da Barberino, antico castellano e de’ nobili di quella terra, avendo la fede corta al comune di Firenze, se n’andò al capitano dell’oste, e senza consiglio de’ suoi castellani, a suo vantaggio trasse patto, e rendè il castello a’ nemici, e misonvi la loro guardia, e la vittovaglia che v’era fece dare all’oste. Villanuova, e Gagliano, e Latera, e altre terre circustanti, che non erano di gran fortezza, nè guardate da gente d’arme del comune di Firenze, feciono il comandamento del capitano dell’oste, e dieronli il mercato. Trovandosi la gente affamata in paese largo e dovizioso e pieno d’ogni bene, soggiornarono volontieri più dì, per prendere conforto delle loro persone, e a’ loro animali, che tutti n’avevano gran bisogno. Ma chi ha ne’ fatti della guerra il tempo da avanzare, e per riposo lo indugia, tardi il racquista; e così avvenne a costoro per lo detto soggiorno, come appresso diviseremo.

CAP. XIII. Come il conte di Montecarelli si rubellò a’ Fiorentini e venne al capitano.

Il conte Tano di Montecarelli rompendo la pace ch’avea col comune di Firenze, essendo con gli altri ghibellini collegato coll’arcivescovo, avendo in prima per inganno, per mala provvedenza del castellano, ritolta a’ Fiorentini la rocca di Montevivagni, nella quale era a guardia uno popolare figliuolo di Piero del Papa, il quale fu però condannato per traditore, come sentì l’oste del Biscione nel Mugello, fece suo sforzo di cavalieri in piccolo numero, e in persona con i suoi compagni a cavallo e con dugento fanti venne nell’oste, e in Montecarelli mise la guardia per l’arcivescovo e le sue insegne; e mentre che l’oste stette in Mugello fu a nimicare il comune di Firenze, e a dare il mercato all’oste, e ricetto in Montecarelli a’ nemici del comune.

CAP. XIV. Come si fornì la Scarparia e il Borgo.

Avvenne come l’oste del tiranno fu valicata nel Mugello, e dilungata dalla città, a’ Fiorentini parve al tutto essere fuori di sospetto, e ritornò loro il vigore e la virtù dell’animo a consigliare e a provvedere a’ rimedi. E in quello stante che l’oste si riposava a Barberino, misono nella Scarperia Iacopo di Fiore conestabile tedesco, uomo leale e valoroso, il qual era capitano del Mugello. A costui dierono dugento cavalieri eletti di buona gente, e trecento masnadieri esperti in arme, de’ quali quasi tutti i conestabili furono Fiorentini, uomini di grande pregio in fatti d’arme. E fornirono la terra di molta vittuaglia, e d’arme, di balestra, e di saettamento, e di lagname e di ferramenti, e di buoni maestri da fare ogni dificio da offendere e da difendere; e fornita d’ogni cosa bisognevole per un anno, al detto capitano e conestabile accomandarono la guardia e la difesa di quello castello. E per simigliante modo e forma fornirono il Borgo a san Lorenzo, e Pulicciano, e altre fortezze. E mandarono armadure, saettamento e balestra, e ammonirongli di buona guardia, confortandogli che a ogni bisogno avrebbono aiuto e soccorso presto dal comune. E gli uficiali deputati alla provvigione di quella guerra si cominciarono a provvedere, e accogliere gente di soldo a cavallo e a piè quanti avere ne poteano, per attendere alla difesa.

CAP. XV. Come l’oste assediò la Scarperia.

Messer Giovanni da Oleggio capitano dell’oste, e il Conte Nolfo da Urbino maliscalco, veduto la gente rinfrescata, e presa forza e baldanza per lo abbondante paese dove si trovarono, con le spalle di Bologna, onde potevano avere prestamente aiuto e favore quando bisogno fosse, pensavano senza contrasto essere signori di tutto. E con questa baldanza, a dì 20 del mese d’Agosto del detto anno vennero colle schiere fatte sopra il castello della Scarperia, e con loro s’aggiunsono gli Ubaldini, ch’erano con tutto loro sforzo nell’alpe, e più altri ghibellini nemici del comune di Firenze. La Scarperia era a quell’ora debole terra di piccolo compreso, e non era murata se non dall’una delle parti, ma in quello stare di Barberino, in molta fretta s’era rimesso il fosso vecchio e trattone la terra, e innanzi a quello fattone un’altro piccolo, e racconciato lo steccato assai debole. I nimici vi furono intorno con tanta moltitudine di cavalieri e di pedoni, che copriano tutto il piano, e avendo da ogni parte circondato il piccolo castello, e fermi i campi loro, domandarono il castello a coloro che ’l guardavano, dicendo come i Fiorentini non lo potevano soccorrere nè difendere, ma perocchè sentivano che dentro v’erano di prod’uomini e virtudiosi d’arme, voleano far loro grazia d’avergli per amici, dove rendessono la terra senza contasto: e che quando questo non facessono nel breve termine loro assegnato, gli vincerebbono per battaglia, e la vita non perdonerebbono ad alcuno: e così era deliberato per lo capitano e per tutti i guidatori dell’oste. Gli assediati risposono che voleano termine a rispondere, e che dopo il termine farebbono quello che la fortuna concedesse con loro onore. Furono domandati da’ capitani quanto termine voleano. Gli assediati risposono, che con loro onore non vedeano che potesse essere meno di tre anni: e dopo il detto termine intendeano prima morire in su i merli, che di quelli dessono uno a’ nimici: e di così franca risposta molto feciono maravigliare i capitani dell’oste, parendo che si mettessono a grande pericolo a volere difendere così debole castello, e da cotanta forza. E fatta la risposta, di presente s’ordinarono e di dì e di notte a molta sollecita guardia, e a buona e a franca difesa; e cominciarono a regolare la vita di tutti, come se l’oste vi dovesse stare due anni. I nimici cominciarono prima ad assalirli con grossi badalucchi, per tentare il loro reggimento, il quale trovarono sollecito, e maestrevolmente provveduto alla difesa.

CAP. XVI. Come i Fiorentini afforzarono Spugnole.

I Fiorentini ch’al continovo raccoglievano gente d’arme a cavallo e a piè al loro soldo, e sollecitavano gli amici d’aiuto, avendo già accolto un poco di gente, deliberarono d’afforzare Spugnole e Montegiovi per guardare le contrade di qua da Sieve, e per dare alcuna speranza agli assediati della Scarperia, e ivi misono de’ cavalieri ch’aveano, e parecchie masnade di buoni e valorosi masnadieri. E al Borgo a san Lorenzo crebbono gente d’arme: e come crescea al comune gente d’arme per soldo o per amistà gli mandavano alle frontiere de’ nemici in Mugello. Onde avvenne più volte, che per gli aguati da catuna parte, e per le cavalcate de’ nimici v’ebbe di belli e di grossi assalti, ove si mostrarono operazioni di buoni cavalieri e di franchi masnadieri. Per questo avvenne che i nemici non ardirono a valicare la Sieve colle loro cavalcate inverso Firenze. E tutte loro cavalcate di là da Sieve faceano grosse di mille cavalieri, o di millecinquecento, o di duemila per volta, e nondimeno erano continuamente percossi alla ritratta, e assaliti d’aguati che si metteano loro. E in questo modo si venne domesticando la guerra, e gli uomini del paese cominciarono a prendere cuore e ardire, per modo che i villani si raccoglieano insieme e nascondevansi a’ passi, e come i cavalieri si stendevano alle ville gli uccidevano; e avvezzi a questo guadagno dell’arme e de’ cavalli, con molta sollecitudine intendevano a tendere i loro aguati in ogni luogo. E per questo modo uccisono de’ nemici grande quantità nel tempo che durò la detta guerra.

CAP. XVII. Come si difese Pulicciano di grave battaglia.

Al castello di Pulicciano furono condotti per certi ghibellini della terra in una cavalcata cinquecento cavalieri e quattrocento fanti, e non essendo se non pochi terrazzani nella fortezza di sopra, appena la difesono. I borghi di fuori arsono e rubarono, e mandaronne il bestiame e la preda nel campo. Sentito questo a Firenze, subito vi mandò il comune cento fanti masnadieri alla guardia: i quali vi furono tosto a gran bisogno, perocchè quelli dell’oste per seducimento di traditori del castello, e per conforto de’ soldati ch’erano stati in quella cavalcata, si pensarono vincere la fortezza, che non era chiusa di mura, ma da uno vile steccato, e avendo quella, signoreggerebbono un paese forte e pieno d’ogni bene da vivere: e però una mattina per tempo vi feciono cavalcare duemila barbute, e mille fanti e più balestrieri. E giunti a piè del castello, i cavalieri scesono de’ cavalli, e con gli elmi e colle barbute in testa si legarono con le braccia insieme, tenendo l’uno ’altro, e tra loro ordinarono i balestrieri, e cominciarono da ogni parte a un’ora a montare verso gli steccati. I terrazzani arditi e fieri, co’ soldati che v’erano, si misono francamente alla difesa colle balestra ch’aveano e co’ sassi maneschi. La forza de’ nemici era grande tanto, che per forza condussono un loro conestabile con la sua bandiera quasi al pari dello steccato. Come si fermò con l’insegna per dare favore agli altri, tra con le balestra e con le pietre lo traboccarono morto giù per la ripa. Nondimeno i nimici con grave battaglia gli stringeano forte, e quelli del castello molto vivamente senza riposo difendeano gli steccati per modo, che da mezza terza fino a mezzo dì, che la battaglia era durata senza arresto, i nimici non aveano potuto abbattere un legno del loro steccato. Per la qual cosa vedendo i cavalieri la franca difesa di que’ villani, e già morti alquanti di loro, e che il giorno era nel calare, disperati di quell’impresa, con loro vergogna si ritrassono della battaglia e tornarono nel campo, e più non tentarono di ritornarvi.

CAP. XVIII. Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e gli Ubertini vennono in sul contado di Firenze, e furonne cacciati per forza da’ Fiorentini.

Dall’altra parte messer Piero de’ Tarlati d’Arezzo in prospera vecchiezza, valicati i novanta anni della sua età, e il vescovo d’Arezzo della casa degli Ubertini, e i Pazzi di Valdarno, non ostante che fossono in pace col comune di Firenze, avendo dugentocinquanta cavalieri di quelli dell’arcivescovo, e aggiuntosi de’ conti d’Urbino e altri ghibellini, mentre che l’oste era in Mugello, con trecentocinquanta cavalieri e con duemila pedoni si misono da capo predando il contado di Firenze, e vennono all’Ambra, e di là intendeano entrare nel Valdarno e venire a Fegghine. I Fiorentini sdegnosi di questi traditori, subitamente trassono dalle loro frontiere cinquecento cavalieri, e commisono a centocinquanta cavalieri ch’aveano in Arezzo che dovessono venire a raccozzarsi co’ nostri; e mossono il popolo del Valdarno, che con grande animo e di buona voglia andavano in quello servigio. Il comune di Firenze si confidò al tutto in questa cavalcata di Albertaccio di messer Bindaccio da Ricasoli, uomo savio, pro’ e ardito e buono capitano, se fosse stato in fede nel servigio del comune: e benchè altri buoni cittadini fossono mandati in detto servigio, a costui fu dato il mandato che in tutto fosse ubbidito. La gente a piè e a cavallo che cavalcavano di volontà, sopraggiunsono i nimici in sul vespero all’Ambra, in parte, che avendo voluto fare quello si poteva per la nostra gente, non ne campava testa che non fossono morti o presi: perocchè la gente del comune di Firenze era due cotanti, e migliore gente d’arme, e erano nel loro terreno intorniati dagli amici. Questo Albertaccio avendo parentado e amistà co’ detti nimici, portò infamia di non avere servito il comune lealmente. In prima d’avere sostenuta la gente del comune a Montevarchi, che potea più infra ’l dì avere occupati i nimici: appresso, che quando fu a loro non gli lasciò per la nostra gente badaluccare, per tenerli corti e ristretti che non si potessono provvedere: e perocchè non lasciò porre la sera la cavalleria de’ Fiorentini nel luogo dove si poteva torre la via a’ nimici che andare non se ne potessono quella notte. Per li savi che v’erano con lui si provvedeva, nondimeno per lo pieno mandato ch’aveva dal comune fu ubbidito; ed egli mostrava di fare buona e franca capitaneria, e di volere vincere i nimici senza pericolo della sua gente: e però puose quella sera il campo in luogo sicuro a’ suoi, e utile a’ nimici. O vero o bugia che fosse, infamato fu d’avere dato il tempo e fatto assapere a’ nimici che si dovessono partire in quella notte. I nimici traditori del nostro comune, vedendosi sorpresi a loro gran pericolo, intesono con ogni sollecitudine, senza dormire, a campare le persone: e non tennono per una via, ma per diverse parti per lo scuro della notte presono la fuga molto chetamente. La nostra gente non fu ordinata a quella guardia, e poi innanzi che il capitano facesse armare il campo, i nimici erano più di sei miglia dilungati; allora si strinsono ove la sera aveano lasciati i loro avversari, e niuno ve ne trovarono: onde la infamia crebbe al capitano per lo fatto, e il ripitio fu grande tra i cavalieri soldati e il conducitore, ch’avea tolto loro quella preda per mala condotta. La gente che v’era d’Arezzo, forte sdegnata di questo tradimento che parve loro avere ricevuto, si partirono senza licenza del capitano con centocinquanta cavalieri ch’aveano per loro guardia da’ Fiorentini, e tornaronsi in Arezzo.

CAP. XIX. Come Bustaccio entrò e rendè la Badia a Agnano.

In quella notte Bustaccio degli Ubertini si ridusse con parte di quella gente a piede e a cavallo nella Badia a Agnano, la quale era molto forte e bene guernita. La cavalleria de’ Fiorentini rimasa con vergogna della partita de’ nimici, sentendo come Bustaccio era ricoverato in quella Badia, cavalcarono là, e trovaronli racchiusi, e ordinati alla difesa di quella tenuta. Il capitano per volere ricoprire sua infamia volea combattere la fortezza; i conestabili de’ cavalieri, stretti insieme, dissono ch’erano stati ingannati, e per baratto aveano perduta la preda de’ nimici fuggiti, e però non intendeano combattere se prima non fossono sicuri della preda, se per patto si lasciassono i nimici partire: e in fine ne furono in concordia d’avere fiorini cinquecento d’oro, come che i nimici si capitassono. E di presente combattendo certo borgo il vinsono. Poi combattendo la Badia furono ributtati a dietro, e perderono tre bandiere, ch’erano in sulle case, le quali i nimici presono, e per paura del passo ove si trovavano le locaro ritte in sull’altare maggiore della badia. I cavalieri aontati delle loro bandiere prese, d’un animo si disponeano per forza a vincere la Badia, e sarebbe venuto fatto loro, ma non senza grande danno, perchè dentro v’erano buoni guerrieri; e però innanzi che alla grave battaglia si venisse, il Roba da Ricasoli, allora discordante per setta d’Albertaccio, volle parlare con quelli d’entro, i quali stavano in gran paura: e parlato loro, di presente s’acconciarono a rendere la Badia, potendosene andare salve le persone, e i cavalli e l’arme. E presa per lo meno reo partito la detta concordia, e data la fede, i nimici si partirono, e la fortezza e le bandiere s’ebbono senza vergogna del comune, e i conestabili vollono i fiorini cinquecento d’oro loro promessi.

CAP. XX. Come l’arcivescovo tentò i Pisani di guerra contro a’ Fiorentini.

Stando l’oste intorno alla Scarperia, e dando opera i capitani a far fare dificii da traboccare nella terra per rompere le torri e mura, e gatti e altri ingegni di legname per vincere la terra per battaglia, e i Fiorentini d’accogliere gente d’arme, e d’avere capitano per poterla soccorrere, l’arcivescovo non restava di tentare i Pisani dalla sua parte in comune e in diviso che rompessono pace a’ Fiorentini, con intenzione di mandare messer Bernabò da quella parte con duemila cavalieri ad assalire co’ Pisani insieme il nostro comune, e faceva loro grandi promesse. I Gambacorti, a cui segno Pisa si governava, non vollono rompere la pace: nondimeno l’arcivescovo avendo favore dentro, e’ consigliò del modo che avesse a tenere di muovere il popolo naturale nemico de’ Fiorentini, ed elesse una solenne ambasciata, fornita d’autorità di savi uomini, e mandògli a Pisa: e giunti là, e sposta la loro ambasciata con molte suadevoli ragioni, i Pisani astuti, per pigliare consiglio nel tempo, dissono di rispondere all’arcivescovo per loro ambasciadori, e incontanente gli mandarono a Milano, imponendo loro, che della volontà dell’arcivescovo non si rompessono, ma tranquillassono il fatto. E in questo mezzo provvidono più riposatamente sopra il partito, e conobbono che rompere pace al comune di Firenze non tornava in loro utile: che se l’arcivescovo prendea signoria in Toscana, era loro suggezione e danno; e segretamente feciono quello sentire a tutti i confidenti di quello stato, buoni cittadini. L’arcivescovo avvedendosi del modo che con lui tenevano coloro che governavano la terra, li credette ingannare, e per lo favore ch’avea nel popolo e in molti altri cittadini, e non ostante che avesse gli ambasciadori pisani in Milano, fece maggiore e più solenne ambasciata a’ Pisani; e commise loro, che in parlamento esponessono la sua domanda, come detto gli era, sperando che a grido di popolo avrebbe la sua intenzione contro a’ Fiorentini. E come giunti furono in Pisa, senza sporre alcuna cosa a’ rettori del comune, addomandarono loro di volere il parlamento, e risposto fu loro di farlo adunare volentieri a certo giorno, onde gli ambasciadori furono contenti; e incontanente feciono a tutti i cittadini, con cui aveano conferito loro consiglio, dire che venissono al parlamento; e bandito e sonato a parlamento, come ordinato fu si ragunò il popolo nella chiesa maggiore in gran numero, ove furono tutti i cittadini che temeano di perdere loro libertà e il loro stato. Gli ambasciadori ammaestrati in udienza di tutto il parlamento, con molto ornato sermone, ricordando i servigi grandi per la casa de’ Visconti fatti al comune di Pisa, e come gli aveano onorati e aggranditi sopra gli altri cittadini di Toscana, e’ raccontarono per ordine la mala volontà che i Fiorentini aveano verso di loro, e l’ingiurie che altro tempo inimichevolmente aveano loro fatte, e intendeano di fare quando si vedessono il destro, mostrando loro come ora era venuto tempo nel quale il loro signore intendea d’abbattere in tutto lo stato e l’arroganza de’ Fiorentini loro antichi nemici, e spegnere parte guelfa in Italia, e a ciò fare avea mossi tutti i ghibellini di Lombardia e di Toscana, e di Romagna e della Marca, come per opera era loro manifesto. La qual cosa conosciuta per loro, ch’erano capo di parte ghibellina in Toscana, molto doveano essere contenti di poter fare in cotanta loro esaltazione la volontà del loro signore, la quale e’ domandava con tanta istanza a quello popolo. Essendo uditi attentamente, si pensarono a grida di popolo avere impetrata la loro dimanda, ma la cosa andò tutt’altrimenti, per la provvisione de’ savi cittadini, li quali si ritennero in silenzio in quello parlamento, come per loro fu provveduto. E quando gli ambasciadori l’uno dopo l’altro ebbono detto e confermato loro sermone, pregarono gli ambasciadori che si attendessono alquanto, e tosto risponderebbono di comune consentimento alla loro ambasciata, e così si trassono del parlamento. E usciti gli ambasciadori, gli anziani feciono la proposta che si consigliasse se il comune di Pisa dovesse rompere pace a’ Fiorentini, oggi loro amici e loro vicini, o no: e levatosi alcuno a dire in servigio dell’arcivescovo, molti più, i maggiori cittadini, si levarono a dire come grande male e vergogna del loro comune sarebbe, avendo ferma e buona pace col comune di Firenze, a romperla contro a ragione, in perpetua infamia del loro comune. E fatto il partito, fu vinto che pace non si rompesse a’ Fiorentini. Gli ambasciadori, già preso sdegno per l’uscita del parlamento, avvedendosi dove la cosa riuscirebbe, senza attendere se n’erano andati all’ostiere. E quando gli anziani mandarono per loro per fare la risposta del parlamento, sentendo che non sarebbe quella ch’e’ voleano, non vi vollono andare, e senza prendere comiato montarono a cavallo e tornaronsene a Milano. I Pisani si scusarono saviamente all’arcivescovo, perchè non stesse indegnato, e mandarongli dugento cavalieri, che mandar gli doveano per loro convenenza alla guardia di Milano. Allora venne meno all’arcivescovo la maggiore speranza che avesse di potere vincere i Fiorentini. Il comune di Firenze cercava in questo tempo d’avere capitano di guerra che guidasse la sua gente, che al continuo la cresceva, e avendo mandato a molti l’elezione con grande salario, tutti la rifiutavano per paura del potente tiranno: nondimeno il comune pensava d’atarsi con la capitaneria de’ suoi cittadini. E avendo l’oste così grande in Mugello, non pareva se ne curasse, e nella città catuno faceva la sua mercatanzia e sua arte senza portare alcuna arme; e continovo facea rendere a’ cittadini i danari del monte: e sapendo questo i nemici forte se ne maravigliavano, e molto n’abbassarono la loro superbia.

CAP. XXI. Come l’oste deliberò combattere la Scarperia.

Quando i conduttori dell’oste seppono che il comune di Pisa non voleva rompere pace a’ Fiorentini, e come alcuno trattato ch’aveano in Pistoia era scoperto, con tutta la loro intenzione si rivolsono alla Scarperia, e quella cominciarono a tormentare con percosse di grandissimi dificii, che il dì e la notte gettavano nel piccolo castello grossissime pietre, le quali rompeano le case d’entro, e le mura e le bertesche gettavano a terra. E ogni dì faceano assalto loro alla terra: onde gli assediati per la continova guerra, e per la sollecita guardia che conveniva loro fare il dì e la notte alla difesa, erano infieboliti, e pensarono che senza soccorso di fuori, o aiuto di masnadieri freschi poco potrebbono sostenere: e però scriveano a’ Fiorentini per loro fanti tedeschi, che si mescolavano con gli altri Tedeschi di fuori, che avacciassono il loro soccorso. I Fiorentini erano in ciò assai solleciti, e già avevano al loro soldo accolti milleottocento cavalieri, e tremilacinquecento masnadieri a piede de’ buoni d’Italia, e dugento cavalieri aveano da’ Sanesi, e seicento n’attendeano da Perugia, i quali erano a cammino; e avendo ordinato d’uscire a campo con questi cavalieri, e con grande popolo, a petto a’ nemici sopra il Borgo a san Lorenzo luogo detto a san Donnino, ove erano forti per lo sito, e con le spalle al Borgo a san Lorenzo da potere strignere e danneggiare i nemici, ch’erano assai di presso, e dare vigore e baldanza agli assediati della Scarperia: ed essendo ogni cosa provveduta, attendendo i cavalieri perugini per uscire fuori, n’avvenne la fortuna che appresso diviseremo.

CAP. XXII. Come i Tarlati sconfissono i cavalieri de’ Perugini.

In questi dì, del mese di settembre del detto anno, era giunto a messer Piero Saccone de’ Tarlati in Bibbiena, mandato dal tiranno, il doge Rinaldo Tedesco con quattrocento cavalieri per incominciare più forte guerra a’ Fiorentini nel Valdarno. In questo stante, messer Piero molto avveduto, sentì che seicento cavalieri buona gente d’arme, che ’l comune di Perugia mandava in aiuto a’ Fiorentini, erano in cammino, e venivano baldanzosi senza sospetto, e la sera doveano albergare all’Olmo fuori d’Arezzo a due miglia. Avendo messer Piero il certo del fatto, col doge Rinaldo insieme con quattrocento cavalieri e con duemila fanti cavalcò la notte, e chetamente ripose i fanti nella montagna sopra l’Olmo, per averli al suo soccorso nel fatto; e la mattina per tempo co’ suoi cavalieri e col doge Rinaldo assalì la cavalleria di Perugia, che la maggior parte era ancora per gli alberghi, ma quelli ch’erano montati a cavallo si cominciarono francamente a difendere. E già aveano tra loro messer Piero, che s’era messo molto innanzi nella via ov’era la battaglia, prigione, con più altri de’ caporali in sua compagnia. E se in quello assalto gli Aretini fossono stati favorevoli ad aiutare gli amici del comune di Firenze, come doveano, tutta la gente di messer Piero rimaneva presa per lo stretto luogo dove s’erano messi. Ma usciti d’Arezzo i Brandagli con loro seguito, che allora erano i maggiori cittadini, intesono a campare Messer Piero con gli altri prigioni che i cavalieri di Perugia aveano ritenuti, come gente che aveano l’animo corrotto alla tirannia della loro città, come poco appresso dimostrerò. Campato messer Piero e’ suoi, gli Aretini si tornarono dentro senza aiutare que’ di Perugia, o dar loro la raccolta nella città. In questo, messer Piero e’ suoi ripresono ardire, e feciono scendere della montagna i fanti loro, traboccando addosso a’ Perugini con smisurato romore: i quali non vedendo essere soccorsi, nè avere ricolta, non poterono sostenere, ma chi potè fuggire campò, e gli altri tutti furono presi nelle vie e negli alberghi. Messer Piero raccolta la preda dell’arme, e de’ cavalli, e de’ prigioni, senza esser contastato dagli Aretini, si raccolse colla sua gente a salvamento, menandone più di trecento cavalieri prigioni, ventisette bandiere cavalleresche, e trecento cavalli; e giunto in Bibbiena con questa vittoria i cavalli e l’armi e l’altra roba partì a bottino, e i cavalieri prigioni poveri e mendichi lasciò alla fede. A’ Fiorentini levò l’aiuto e la speranza d’uscire a campo al soccorso della Scarperia, come ordinato era, e a’ nimici diede maggiore baldanza di vincere il castello.

CAP. XXIII. Come i Fiorentini procuraro di mettere gente nella Scarperia.

Veggendo i Fiorentini mancato disavventuratamente l’aiuto de’ Perugini, e cresciuta baldanza a’ nimici per quella vittoria di messer Piero Tarlati, perderono al tutto la speranza del campeggiare, e quelli ch’erano assediati addomandavano soccorso più sollecitamente. Avvenne che uno valente conestabile della casa de’ Visdomini di Firenze, che aveva nome Giovanni, con grande ardire elesse trenta compagni sperti in arme, buoni masnadieri, e una notte si mise nel campo de’ nimici, e per mezzo delle guardie, non pensando che gente de’ Fiorentini si mettessono tra loro, virtuosamente si misono nella Scarperia; la qual cosa fu agli assediati alcuno conforto, e più per la persona del valente conestabile, che per la sua piccola compagnia, a cotanto bisogno quanto aveano dì e notte, per gli assalti continovi de’ loro nimici. E i conducitori dell’oste avendo sentito l’entrata di que’ masnadieri nella Scarperia, la feciono più strignere e più guardare il dì e la notte. E tentato i Fiorentini per più riprese di mettervi anche gente, e non trovando per niuno prezzo il modo, un altro conestabile cittadino di Firenze della casa de’ Medici, di grande fama tra gli uomini d’arme, per accrescere suo onore si fece dare cento fanti masnadieri a sua eletta, e avendo con seco uno della Scarperia che sapeva l’ore delle vegghie delle guardie, e le loro vie, presono il cammino di notte per l’alpe di verso quella parte donde meno si potea temere per quelli dell’oste, con la insegna levata co’ suoi compagni stretti si mise arditamente per lo campo, dirizzandosi verso la Scarperia. E in su l’entrata del campo le guardie s’avviddono, e levato il romore, venti di quelli fanti rimasono addietro, e non poterono ristrignersi co’ compagni, e tornaronsi nell’alpe, e camparono: e il conestabile con ottanta compagni sanza fare arresto, innanzi che i nimici il potessono occupare con la loro forza, sano e salvo co’ suoi compagni entrò nella Scarperia; e così per virtù di due conestabili fu fornito quello castello di quello che aveva maggiore bisogno. E per questo soccorso gli assediati presono cuore e speranza ferma della loro difesa; e tra capitani dell’oste n’ebbe ripitio e grande sospetto, temendo che gli Ubaldini non gli avessono condotti, ma niuna colpa v’ebbono. E soprastando alquanto allo infestamento de’ nimici sopra questo castello, ci occorre alcune altre materie a cui ci conviene dare luogo per debito del nostro trattato, e appresso ritorneremo con più onestà alla presente materia.

CAP. XXIV. Come la reina Giovanna si fece scusare in corte di Roma.

Come addietro abbiamo narrato, quando l’accordo si fece dal re d’Ungheria al re Luigi, ne’ patti venne fatta la commissione nel papa e ne’ cardinali per catuna parte: che se la reina Giovanna si trovasse colpevole della morte d’Andreasso suo marito, fratello del re d’Ungheria, ch’ella dovesse essere privata del reame, e dove colpevole non si trovasse, dovesse essere reina. A questo patto acconsentì il re d’Ungheria, più per l’animo che avea di tornare in suo paese, che per altra buona volontà che di ciò avesse, e però la commissione fu avviluppata più che ordinato o spedito libello, e non vedendo i pastori della Chiesa come onestamente potessono diliberare questa cosa, la dilungarono. Essendo lungamente gli ambasciatori di catuna parte stati in corte senza alcuno frutto dell’altre cose commesse per li detti re nella Chiesa, vedendo che questo articolo non terminandosi portava infamia e pericolo alla reina, con ogni studio vollono che il suo processo si terminasse. E perocchè assoluta verità del fatto non poteva scusare la regina, levare il luogo della dubbiosa fama proposono; che se alcuno sospetto di non perfetto amore matrimoniale si potesse proporre o provare, che ciò non era avvenuto per corrotta intenzione o volontà della reina, ma per forza di malíe o fatture che le erano state fatte, alle quali la sua fragile natura femminile non avea saputo nè potuto riparare. E fatta prova per più testimoni come ciò era stato vero, avendo discreti e favorevoli uditori, fu giudicata innocente di quello malificio, e assoluta d’ogni cagione che di ciò per alcun tempo le fosse apposto, o che per innanzi le si potesse apporre di quella cagione: e la detta sentenza fece divulgare per la sua innocenza ovunque la fede giunse della detta scusa.

CAP. XXV. Come i Genovesi e i Veneziani ricominciarono guerra in mare.

Seguita di dar parte intra le italiane tempeste della terra a quelle che in que’ tempi concepute ne’ nostri mari Tirreno e Adriatico da superbe presunzioni di due comuni, in Grecia e poi nelli stremi d’Europa partorirono gravi cose, come seguendo nostro trattato si potrà trovare. I Genovesi infestati dalla loro alterezza, ricordandosi che i Veneziani l’anno passato aveano soperchiato in mare le undici loro galee, avvegnachè per l’aiuto de’ loro di Pera si fossono felicemente vendicati, vollono per opera mostrare loro potenza a’ Veneziani, e per comune consiglio, essendo a quel tempo catuna casa de’ loro maggiori cittadini tornata con pace in Genova, ordinarono di fare armata, la quale fosse fornita per più eccellente modo che mai avessono armato. E comandarono a’ grandi e a’ popolani mercatanti, e agli artefici minori e ad ogni maniera di gente, che di due l’uno s’acconciassono ad andare in quell’armata, e simigliante comandamento feciono fare per tutta la loro riviera, e certo la volontà vinse il comandamento, che più volentieri s’acconciavano d’andare che di rimanere: i corpi delle galee furono per numero sessantaquattro, e ammiraglio fu fatto messer Paganino Doria; i soprassaglienti furono sopra ogni galea doppi, armati nobilmente, e doppi i balestrieri e i galeotti, tutti forniti d’arme, e tutti si vestirono per compagne chi d’un’assisa e chi d’un’altra, e comandamento ebbono dal loro comune d’abbattere la forza de’ Veneziani in mare e in terra giusta loro podere: e fornite le galee di panatica e di ciò ch’aveano bisogno, e pagati per ordine di mercatanzia e’ dazii, senza trarre danari di comune, per sei mesi, del mese di luglio, gli anni di Cristo 1351, si partirono da Genova, ed entrarono nel golfo di Vinegia facendo danno assai a’ navili e alle terre de’ Veneziani, e senza lungo soggiorno si partirono di là e andaronne all’isola di Negroponte. I Veneziani non provveduti della subita armata de’ Genovesi, aveano mandate venti loro galee armate in Romania, le quali erano nell’Arcipelago, delle quali i Genovesi ebbono lingua, e seguitandole, le sopraggiunsono all’isola di Scio: le quali vedendosi di presso l’armata de’ Genovesi, con la paura aggiunsono forza a’ remi, e avendo aiuto d’alcuno vento alle loro vele, essendo seguitate da’ Genovesi, fuggendo le diciassette ricoverarono nel porto di Candia, e le tre presono alto mare per loro scampo.

CAP. XXVI. Come l’armata genovese andò a Negroponte e assediò Candia, e quello che ne seguì.

L’armata de’ Genovesi seguendo quella de’ Veneziani giunsono a Negroponte, ove i Veneziani con grande studio e paura erano arrivati, e avendo da’ terrazzani aiuto, appena aveano compiuto di tirare le loro diciassette galee in terra, lasciando le poppe in mare per poterle difendere, e in aringo l’aveano messe l’una a lato all’altra a modo di bertesca per poterle meglio di terra difendere, ove giunta l’armata de’ Genovesi, senza arresto l’assalirono con aspra e folta battaglia, e prese l’avrebbono, se non fosse che tutti gli uomini d’arme di quella terra furono alla loro difesa, e a guardare la marina che i Genovesi non potessono scendere in terra: e in quello assalto la feciono sì bene, che i Genovesi s’avvidono per forza non poterle guadagnare nè scendere in terra nel porto: e però presono loro consiglio d’assediare la città di Candia per mare e per terra, e procacciare di Pera e dell’altre parti di loro amici legni grossi, e gente e dificii di legname per combattere e vincere la terra, se per loro virtù e forza fortuna l’assentisse. E allora lasciarono guardia delle loro galee sopra il porto, e con l’altre girarono alquanto, e misono in terra loro campo, attendendo gente e fornimenti che procacciavano per combattere la terra, e que’ d’entro s’afforzavano alla difesa, e dì e notte intendeano a fare buona guardia, avendo mandato a’ Veneziani per loro soccorso.

CAP. XXVII. Come i Veneziani feciono lega co’ Catalani, e di nuovo armarono cinquanta galee.

Stando l’armata de’ Genovesi per mare e per terra all’assedio della città di Candia, il comune di Vinegia ebbe le novelle, ed essendo tanti loro grandi e buoni cittadini, e le loro galee e la loro città assediata, ebbono grande dolore, nondimeno con franco animo deliberarono di fare ogni loro sforzo per soccorrerli: e ricercando la gente che allora poteano fare di loro distretto, non trovarono che bastasse a potere fornire loro armata, tanto era mancata per la passata mortalità, e però elessono di loro cari cittadini solenni ambasciadori, i quali mandarono prima a Pisa, e appresso in Catalogna, per recarli a loro lega, e averli in loro aiuto, con ogni largo patto che volessono: e di ciò diedono agli ambasciadori piena libertà e balìa, con ispendio di grande somma di moneta. I Pisani essendo in pace co’ Genovesi, avvegnachè poco s’amassono, per promesse o patto che fosse offerto loro non si vollono muovere contro a’ Genovesi, ma alquanto più che ’l consueto s’inamicarono con loro, ricevendo grazie da’ Genovesi per la fede mantenuta a quel punto. I Catalani per grande odio che aveano a’ Genovesi, per ingiurie e danni ricevuti da loro in mare, di presente s’allegarono co’ Veneziani, e promisono di dare armate di loro uomini quelle galee che i Veneziani volessono, dando i Veneziani loro i corpi delle galee e i debiti soldi a’ Catalani. E ferma la lega, i Veneziani incontanente misono il banco, e cominciarono a scrivere e a soldare la gente, e mandarono a Venezia che vi mandassono i corpi delle galee e’ danari, i quali senza indugio vi mandarono ventitrè corpi di galee, e danari assai, e fecionle armare di buona gente. I Veneziani a Venezia prestamente n’armarono ventisette, e mentre che l’armata si facea in Catalogna e a Venezia, i Veneziani mandarono una galea sottile bene armata a portare novelle del loro grande soccorso, e mandarono in quella danari per fare apparecchiare le galee ch’erano là, che di presente al tempo della venuta della loro armata fossono apparecchiate, sicchè contra a’ loro nimici fossono più possenti. Questa galea per scontro di fortuna s’abbattè in una galea di Genovesi, e combattendo insieme, la veneziana fu vinta e presa in segno del futuro danno. I Genovesi ebbono i danari, e le lettere e l’avviso dell’armata de’ Veneziani e de’ Catalani per potersi provvedere; il corpo della galea aggiunsono alle loro, e gli uomini ritennono a prigioni, con gran festa di questa avventura.

CAP. XXVIII. Come la imperatrice di Costantinopoli col figliuolo si fuggì in Salonicco.

Avvenne che in questi medesimi tempi che l’armata de’ Genovesi era a Negroponte, che Mega Domestico del lignaggio imperiale, il quale si faceva dire Cantacuzeno, cioè imperadore, essendo rimaso balio del figliuolo dell’imperadore di Costantinopoli a cui succedea l’imperio, governava tutto per lui, gli diè la figliuola per moglie, ingannando la giovanezza del suo pupillo, senza consentimento della madre. L’imperatrice sentendo quello che Mega Domestico avea fatto, prese sospetto, e fatto le fu vedere che ’l figliuolo sarebbe avvelenato, perchè l’imperio come era in guardia rimanesse libero al detto Mega, balio dell’imperio e del giovane, onde l’imperadrice col figliuolo, di furto e improvviso a Mega s’erano fuggiti di Costantinopoli, e andati nel loro reame di Salonicco, ivi mostrando manifesto sospetto del balio dell’imperio, si dimorarono in grande guardia. E Mega Domestico, come è detto, vedendosi rimaso nella forza dell’imperio, si fece dinominare imperadore: e senza fare guerra al giovane, si fortificava nell’imperio, e aveasi confederato l’amistà de’ Veneziani. L’imperadrice avendo sentita l’armata de’ Genovesi a Negroponte, mossa da femminile furia e sprovveduto consiglio, mandò a trattare co’ Genovesi, in cui prendeva confidanza, perocchè era figliuola del conte di Savoia, assai presso di vicinanza a’ Genovesi, e sapea ch’elli erano nimici de’ Veneziani, amici di Mega Domestico suo avversario; il trattato fu fermo co’ Genovesi, e le promesse furono grandi ove rimettessono il figliuolo in signoria dell’imperio di Costantinopoli. I Genovesi per questo si pensarono di passare il verno alle spese del’imperadrice, e abbattere molto della forza degli amici de’ Veneziani, e d’essere più agresti e più forti contro alla loro armata, e però si dispuosono a lasciar l’assedio con loro onore, ove poco profittavano, e a prendere il servigio dell’imperadrice. Lasceremo al presente questa materia per riprenderla al suo debito tempo, e torneremo a’ fatti di Firenze.

CAP. XXIX. Come la Scarperia sostenne la prima battaglia dal Biscione.

Tornando all’assedio della Scarperia, il capitano dell’oste col suo consiglio vedendo che la Scarperia era fornita per la sua difesa di valorosi masnadieri, e che dentro era bene fornita di vittuaglia, e sentendo che i Fiorentini non si curavano di loro, e continovo accresceva loro forza, ed essendo mancata la ferma de’ loro soldati: per non partirsi con vergogna di non avere vinto per forza uno piccolo castello, rifermarono i loro cavalieri, e avuti danari dall’arcivescovo tutti gli pagarono, e promisono paga doppia e mese compiuto a coloro che combattendo vincessono la Scarperia. Il tempo era già all’entrata d’ottobre, e la vittuaglia cominciava a rincarare, e questo più gli spronava a volere vincere la punga. I dificii da combattere la terra erano apparecchiati, scale assai, e grilli e gatti e torri di legname, le quali aveano condotte presso al castello al tirare della balestra, o poco più. E così apparecchiati, una domenica mattina, ordinati i combattitori, da più parti con molti balestrieri assalirono il castello, e conduceano i dificii e le scale alle mura con gran tempesta di loro grida. Quelli del castello ordinati dentro alla difesa co’ loro capitani, si teneano coperti e cheti, e lasciarono valicare i nimici il primo fosso e entrare nel secondo, che non v’avea acqua, e accostare molte scale alle mura innanzi che si movessono: allora dato il segno da’ loro conestabili, con grande romore sollecitamente cominciarono dalle mura a percuotere sopra i nimici colle pietre, lance e pali, e a traboccare loro legname addosso, e i balestrieri saettare da presso e da lungi senza perdere in vano i loro verrettoni. In questo primo assalto fediti e magagnati assai di quelli che s’erano accostati alle mura e agli steccati per forza ne furono dilungati: nondimeno i capitani per straccare di fatica quelli delle mura, rimutavano spesso la loro gente dalla battaglia, rinfrescando gente nuova, e non lasciando prendere lena nè riposo a que’ delle mura e della guardia degli steccati, ma i franchi masnadieri si difendeano virtudiosamente, avendo in dispregio il riposo, e confortando l’uno l’altro per modo, che per forza nè per rinfrescamento di loro battaglia, da innanzi terza all’ora di nona, per molte riprese di battaglie non ebbono podere d’accostarsi alle mura, nè agli steccati ove le mura non erano. Nel primo fosso condussono sessantaquattro scale, e nel secondo accosta del muro tre, le quali abbandonarono, non potendo avanzare; e con poco onore di questa prima battaglia, e con alquanti morti rimasi nel fosso, e con molti fediti e magagnati, si ritrassono dalla battaglia, e que’ d’entro intesono al riposo e a medicare i loro fediti, che ne aveano gran bisogno.

CAP. XXX. Come la Scarperia riparò alla cava de’ nimici.

Nonostante l’ordine delle battaglie, i conducitori dell’oste con gran costo e con molto studio conducevano una cava sotterra per abbattere le mura della Scarperia, e molto grande speranza aveano in quella di vincere la terra. Que’ d’entro pensando e temendo che così dovessono fare i loro avversari, provvidono al rimedio, e feciono un fosso dentro intorno alle mura, il quale era braccia quattro e mezzo largo in bocca, e braccia tre largo in fondo, e andava di sotto al fondamento delle mura braccio uno e mezzo, acciocchè se le mura cadessono, si trovassono l’aiuto del detto fosso alla loro difesa. E nondimeno provvidono di cavare di fuori de’ fossi per ritrovare la cava de’ nimici innanzi che giugnesse alle mura. E a fornire questo misono grande sollecitudine, ma i loro avversari adoperarono grande forza per ritrarli da quello lavorio: e condussono un castello di legname in sul primo fosso, sì presso, che con le pietre combatteano coloro ch’erano tra l’uno fosso e l’altro alla guardia de’ loro cavatori, e avvenne che a questa si rivolse grande parte dell’oste, e tutta la forza di quelli d’entro. Quelli di fuori combattendo con le pietre e con le balestre, e rinnovando d’ora in ora i freschi combattitori, quelli del fosso colle fosse delle parate e co’ palvesi francamente s’atavano, con le loro balestra e con quelle del loro aiuto dalle mura, e diputati a questa punga trecento di que’ d’entro, sostennono l’assalto de’ nimici il lunedì e ’l martedì molto francamente, non lasciando impedire i loro cavatori: i quali lavorando con grande sollecitudine pervennero alla cava de’ nimici, la quale era venuta innanzi centottanta braccia, e presso alle mura a venti braccia: la quale di presente affocarono, e cacciarono i cavatori, e guastarono loro la cava. Essendo da catuna parte molti fediti, que’ del campo abbandonarono l’assalto con loro vergogna; e i valenti masnadieri alla ritratta de’ nimici presono e arsono il castello del legname ch’era sopra il fosso, e stesonsi ad assalire un altro ch’era più di lungi, e per forza l’affocarono, e tornaronsi sani e salvi nel castello, avendo presa grande baldanza della loro difesa, per la vittoriosa punga di quella cava.

CAP. XXXI. Del secondo assalto dato alla Scarperia.

Vedendo il capitano dell’oste e il suo consiglio essere di ogni assalto fatto con vergogna ributtato da que’ della Scarperia, e vedendosi venire addosso il verno e non avere vinto il castello, e che lo strame mancava, pensavano che la partita sarebbe con loro grande vergogna: però vollono ancora da capo cercare la fortuna, innanzi che da quello assedio si partissono. E per avere apparecchiato da riempiere i fossi, feciono tutto il legname e’ frascati che aveano ne’ loro campi conducere presso a’ fossi: e il giovedì mattina innanzi dì, essendo l’oste armata, e le battaglie ordinate, e più torri di legnami condotte presso a’ fossi, con ordine di palvesari e di loro balestrieri, senza contasto riempierono di frascati il primo fosso, e le torri condussono sopr’esso fornite di molti balestrieri. I cavalieri smontarono de’ cavalli con gli elmi in testa, e cominciata la battaglia a un’ora da ogni parte, i cavalieri si sforzarono di conducere gatti, grilli e scale alle mura. Que’ d’entro che aveano preso maggiore ardire per gli altri assalti, lasciarono fare molte cose innanzi che alla battaglia si scoprissono, ma ordinato da’ loro conestabili, al segno dato si mostrarono alla difesa, e con tanto impeto cominciarono a caricare di pietre, e di pali aguti e di legname i loro assalitori, con l’aiuto de’ loro buoni balestrieri, che per forza gli ributtarono addietro del primo fosso. E avendo a quelli ch’erano nelle torri ordinato di loro i migliori balestrieri, gli strinsono per modo, che non si poteano scoprire, nè dare a loro utile aiutorio. E in questo assalto alcuni conestabili d’entro ebbono ardire con certi loro compagni eletti d’uscire fuori della terra, e con le lance e con le spade in mano fediano per costa i combattitori, e incontanente si ritraevano: e questo feciono più volte danneggiando i nimici, e ritraendoli dalla battaglia dov’erano ordinati, senza ricevere impedimento. Ed essendo durata la battaglia infino a nona, senza avere que’ dell’oste fatto alcuno acquisto, feciono sonare la ritratta. E di presente quei del castello misono fuori de’ loro masnadieri, i quali presono le torri e’ dificii e arsonli, che i nimici aveano condotti, e dato opera infino alla notte a mettere dentro il legname utile, tutto l’altro co’ frascati arsono nel fosso. E intesono a medicare i loro fediti, e a farsi ad agio d’alcuno riposo, del quale aveano gran bisogno per quella giornata.

CAP. XXXII. Del terzo assalto dato.

Avendo i capitani dell’oste quasi perduta ogni speranza di potere vincere la Scarperia, vollono tentare l’ultimo rimedio con danari e con ingegno; e in quello rimanente del dì feciono venire a loro tutti i conestabili tedeschi con i più nomati cavalieri di loro lingua, i quali nelle battaglie date al castello poco s’erano travagliati altro che di vedere, e dissono loro: se a voi desse il cuore di vincere con forza e con ingegno questa terra, l’onore sarebbe vostro, e oltre alla paga doppia e mese compiuto, a catuno daremo grandi doni. I conestabili e i loro baccellieri si strinsono insieme, e mossi da presuntuosa vanagloria e da avarizia, rispuosono: che dove e’ fossono sicuri d’avere di dono sopra le cose promesse fiorini diecimila d’oro, che darebbono presa la Scarperia: e questo dava loro il cuore di fornire con l’aiuto dell’altra oste, ove fosse fatto quello che direbbono in quella notte. I capitani promisono tutto senza indugio, sicchè rimasono contenti, e di presente feciono fare comandamento a tutti i conestabili delle masnade da cavallo e da piè, che colà da mezza notte fossono apparecchiati dell’arme e de’ cavalli; e fatto questo, andarono a cenare e a prendere alcuno riposo. Venuta la mezza notte, e armata l’oste chetamente, il tempo era sereno e bello, e la luna faceva ombra in quella parte della Scarperia che i Tedeschi aveano pensato d’assalire: e fatto tra loro elezione di trecento baccellieri, a loro commisono tutto il fascio della loro intenzione; i quali bene armati, separati dall’altra gente, con le scale a ciò diputate e con altri utili argomenti, senza alcuno lume, s’addirizzarono verso quella parte della terra ove l’ombra gli copriva. Tutta l’altra oste con innumerabili luminarie, e con ismisurato romore e suoni di tutti gli stromenti dell’oste, colle schiere fatte e colle battaglie ordinate si cominciarono a dirizzare dall’altre parti verso la Scarperia. I fanti della Scarperia, che appena aveano ancora dell’affanno del dì preso alcuno riposo, sentendo lo stormo, e vedendo l’esercito venire con ordine di loro battaglie a combattere la terra, cacciata la paura e invilito il riposo, di presente furono all’arme: e con l’ardire delle loro difese apparecchiati, andò catuno alla sua guardia delle mura e de’ palancati; e stando cheti e senza mostrare i loro lumi attesono tanto, che le schiere e le battaglie s’appressarono alle mura, e cominciato fu l’assalto con suoni di tanti stromenti e con grida d’uomini, che riempieva il cielo e tutto il paese molto di lungi. Quest’asprezza delle grida era maggiore che dell’arme, per attrarre l’aiuto da quella parte di que’ d’entro, e mancarlo ov’era l’aguato. Quelli della terra maestri di cotali cose delle grida non si curavano, e quelli che si appressavano, francamente colla balestra e colle pietre gli faceano risentire e allungare, e niuno non si partiva o mosse dalla sua guardia. I trecento baccellieri riposti presso della terra sentendo il romore e l’infestamento di quelli dell’oste, chetamente colle scale in collo passarono il primo e il secondo fosso, che non v’avea acqua, e condussono e dirizzarono alle mura più e più scale, vedendolo e sentendolo que’ della terra ch’erano a quella guardia, e lasciandogli fare, finchè cominciarono a salire sopra esse, e aveano già i loro aiutori a piede; allora quelli della guardia cominciarono a gridare, e a mandare sopra loro grandi pietre e legname e pali, percotendoli e facendoli traboccare delle scale nel fosso l’uno sopra l’altro. E in un punto gli ebbono sì storditi e fediti e magagnati, che in caccia si partirono da quello assalto, e tornaronsi all’altra oste. Dall’altra parte fu maggiore il grido che l’assalto, ma per li buoni balestrieri molti ve ne furono fediti in quella notte. E facendosi dì, in sulla ritratta uscirono della terra un fiotto di buoni briganti, e dieronsi tra’ nimici, e per forza ne presono e ne menarono tre di loro cavalieri nella Scarperia, e gli altri ritornarono al campo perduta ogni speranza d’avere la Scarperia. Que’ di dentro uscirono fuori un’altra volta quella mattina, e arsono più dificii di legname ch’erano presso, e uno castello ch’era più di lungi, e contamente senza impedimento sani e salvi si ritornarono nella Scarperia.

CAP. XXXIII. La partita dell’oste dalla Scarperia.

Vedendo il capitano dell’oste e i suoi consiglieri aver fatta la loro oste ogni prova per vincere la Scarperia, ed esserne con vergogna ributtati per la virtù de’ buoni masnadieri che dentro v’erano, e tornando l’oste piena di molti fediti, e che la vittuaglia venia mancando l’un dì appresso l’altro fortemente, e che già lo strame per i cavalli al tutto venia loro meno, e il tempo ch’era stato fermo e bello lungamente s’apparecchiava di corrompere all’acqua, prese per partito d’andarsene a Bologna; e al segno dato d’una lumiera alzata sopra ogni lume molto, il sabato notte, a dì 16 d’ottobre, l’oste si dovesse partire, e ogni uomo si dovesse riducere verso l’alpe di Bologna, i cui passi erano tutti in loro signoria, e il cammino era corto e il passo aperto, e la gente volonterosa di levarsi da campo, per la qual cosa subito ebbono passato il giogo dell’alpe. I Fiorentini avendo sentito che i nimici erano per partirsi dall’assedio, aveano mandati in Mugello i cavalieri che aveano per danneggiarli, se potessono, alla levata: ma gli avvisati capitani dell’oste la domenica mattina innanzi che la loro gente s’avviasse feciono una schiera di duemila buoni cavalieri, i quali tennero ferma in sul piano, insino che seppono che tutta la loro gente e la salmeria erano valicati il giogo e passati in luogo salvo; la schiera della guardia passò, non vedendo apparire alcuno nimico, girò e prese il suo cammino verso la montata dell’alpe, ch’era presso a due miglia di piano: ed ebbono passato prima il giogo, che la cavalleria de’ Fiorentini si assicurasse di stendere per lo piano, temendo d’aguato: e così sani e salvi si ricolsono a Bologna senza impedimento per lo senno de’ loro capitani. Quest’oste mossa con tanto ordine e aiuto di tutti i ghibellini d’Italia, venuta di subito sopra la nostra città sprovveduta d’ogni aiuto, stette ottantadue dì sopra il nostro contado senza potere vincere per forza niuno castello, e de’ quali, sessantuno dì consumarono all’assedio del piccolo castello della Scarperia. E come fu piacer di Dio, la sfrenata potenza di cotanto signore, aggiunta con tutta la forza de’ ghibellini d’Italia, guidata da buoni capitani, credendosi soggiogare la città di Firenze e’ popoli circustanti, non ebbono podere di vincere la Scarperia, da qui addietro vilissimo castello, non murato per tutto e di piccola fortezza per sito, ma difeso da piccolo numero di valorosi masnadieri: essendovi a oste con più di cinquemila barbute, e duemila cavalieri, e seimila pedoni di soldo, senza la forza degli Ubaldini e degli altri ghibellini con loro sforzo; per la qual cosa il tiranno che avea l’animo levato a inghiottire le italiane provincie, potè conoscere che un piccolo e vile castello domò e fece ricredente tutta la sua forza. E come era venuto a guisa di leone con la testa alzata, spaventevole a tutte le città di Toscana, chinate le corna dell’ambiziosa superbia, tornò pieno di vergogna e di vituperio, non avendo per sua potenza potuto acquistare un debole castello, e diede materia a’ popoli di grande confidenza della loro difesa. Lasceremo ora finita questa materia, e torneremo all’altre tempeste italiane, che non bastando in terra conturbano l’altrui mare.

CAP. XXXIV. Come l’armata de’ Genovesi si partì da Negroponte e andò a Salonicco.

In questo tempo cominciando aspro e fortunoso verno, i Genovesi che con la loro armata di sessantaquattro galee erano stati all’assedio della città di Candia nell’isola di Negroponte, sentendo l’apparecchiamento delle cinquanta galee de’ Veneziani e de’ Catalani che doveano venire contro a loro al soccorso; e vedendo che lo stare ivi per speranza d’avere la terra era invano, e non minor danno a loro che a’ Veneziani, e avendo promesso il loro aiuto all’imperadrice di Costantinopoli, ch’era fuggita col figliuolo nel reame di Salonicco, parendo per questa cagione la loro levata dall’assedio fosse con meno vergogna, ed entrando nell’imperio aveano più sicuro vernare, si partirono di là e dirizzarono loro viaggio verso Salonicco; e giunti a Malvagia, intendeano levare l’imperadrice e ’l figliuolo, e fare loro podere di rimetterli in Costantinopoli con la loro forza e della parte che amava il loro vero signore. L’imperadrice sentendo l’armata di presso, come femmina mutevole, non avendo piena confidenza del figliuolo, cominciò a sospettare: e il giovane medesimo non avendo avuto più maturo consiglio all’impresa, convenendo la sua persona mettere nelle mani dell’altrui forza, dubitò, e non lo volle fare, e forse fu più da biasimare il cominciamento della folle impresa che ’l cambiamento del femminile e giovanile animo, i quali non si vollono abbandonare alla non provata fede de’ Genovesi; per la qual cosa l’ammiraglio col suo consiglio presono sdegno, e rivolta la loro armata, desiderosi di rapina e di preda, vennero all’isola di Tenedo, piena di gente e d’avere, sottoposta all’imperio, i quali de’ Genovesi non prendeano alcuna guardia, ed elli la presono e rubarono d’ogni sustanza. E quivi feciono dimoro gran parte del verno prendendo rinfrescamento, e ragunando la preda di quella e dell’altre terre di Grecia, della quale data a catuno la parte sua, si trovarono pieni di roba e di danari, sicchè a loro non fece bisogno altro soldo, e la loro vita tutta ebbero per niente delle ruberie del paese. E ivi stettono fino al Natale senza mutare porto.

CAP. XXXV. Come i Veneziani e’ Catalani s’accozzarono in Romania con l’altra armata.

I Veneziani, come addietro abbiamo narrato, avendo fatta compagnia e lega co’ Catalani contro a’ Genovesi, armarono in Venezia ventisette galee molto nobilmente, ove si ricolsono quasi tutti i maggiori e migliori cittadini di Venezia per governatori e soprassaglienti, forniti a doppio di ciò che a guerra faccia mestiero, e ventitrè galee armarono i Catalani. E tanto bolliva negli animi loro lo infocamento dell’izza ch’aveano presa contro a’ loro avversari genovesi, che nel tempo che l’armate sogliono abbandonare il mare e vernare in terra, si mossono da Venezia e di Catalogna, domando le tempeste del mare, ad andare contro a’ loro nimici in Romania. Del mese di novembre s’accozzarono insieme in Cicilia, e di là senza soggiorno si dirizzarono verso l’Arcipelago, e con grandi e aspre fortune, avendo per quelle perdute sette galee veneziane e due catalane, non senza danno della loro gente, pervennero in Turchia, e posono alla Palatia e a Altoloco; e ivi, del mese di dicembre del detto anno, avendo raccolte le galee che aveano a Negroponte e nelle contrade si trovarono con settanta galee: e in Turchia stettono gran parte del più fortunoso verno per rivedere i loro legni e avere novelle di loro nimici. In questo travalicamento del tempo delle due armate ci occorre a raccontare altre cose rimase addietro, e in prima una pazzia di corrotta mente dell’ambizione umana, la quale alcuna volta combattendo, contro al suo prospero e buono stato abbatte e rovina se medesimo con debito e degno traboccamento.

CAP. XXXVI. Come i Brandagli si vollono fare signori d’Arezzo.

Dappoich’e’ Bostoli per loro superbia furono cacciati della terra d’Arezzo, una famiglia che si chiamarono i Brandagli, loro nimici, cominciarono di nuovo ad avere stato in comune, e montando l’un dì appresso all’altro vennono in maggiori, ed erano al tutto governatori del reggimento di quello comune, e per questo montati in grandi ricchezze: e della loro famiglia Martino e Guido di Messer Brandaglia erano i caporali. Costoro ingrati del loro buono stato cercarono di farsene signori con tradimento, non perchè fossono da tanto, ma per farne loro mercatanzia, come nel fine del fatto si scoperse. Costoro trattarono col nuovo tiranno d’Agobbio d’avere da lui al tempo ordinato centocinquanta cavalieri, e da quello di Cortona dugento cavalieri, non che da se gli avesse, ma per servire costoro n’accattò centocinquanta dal prefetto da Vico, e cinquanta dal conte Nolfo da Urbino, e feceli venire e soggiornare all’Orsaia, come gente di passaggio che attendessono d’essere condotti e oltre a questa gente a cavallo, di quello che non era richiesto, mise in ordine d’avere apparecchiati undicimila fanti a piede, con intenzione, che se fortuna il mettesse in Arezzo di volerlo per se. E ancora richiese messer Piero Tarlati, che aveva in Bibbiena il doge Rinaldo con trecento cavalieri, benchè fosse ghibellino e nimico del loro comune richieselo non manifestandogli il fatto. Ma la volpe vecchia che conobbe la magagna, si offerse loro molto liberamente, sperando altro fine del fatto che non pensavano i traditori, accecati nella cupidigia della sperata tirannia. A conducere questa gente aveano fuori d’Arezzo Brandaglia loro nipote, e Guido intendeva a raccogliere i masnadieri che gli capitavano segretamente, e a nasconderli ne’ loro palagi, e Martino stava nel palagio co’ priori della terra a tutti i segreti del comune. In quel tempo si dava in guardia a confidenti cittadini una porta della città che si chiamava la porta di messer Alberto, la quale era a modo d’un cassero, e dava l’entrata tra le due castella. Questa guardia per procaccio di Brandaglia era ne’ figliuoli di messer Agnolo loro confidenti, con cui elli si teneano in questo tradimento. E messe le cose d’ogni parte in assetto, a’ signori d’Arezzo fu scritto per lo comune di Firenze e per quello di Siena ch’avessono buona guardia, perocchè sentivano che una terra si cercava di furare, ma non sapeano come nè quale; Martino Brandagli ch’era nel consiglio, co’ suoi argomenti levava i sospetti. E venuto il dì che la notte si dava il segno a que’ di fuora, un conestabile fiorentino ch’era in Arezzo, uomo guelfo e fedele, fu richiesto da’ Brandagli per la notte. Costui per amore della sua città e di parte non potè sostenere per promesse che avesse avute che non manifestasse a’ priori il tradimento di quella notte. Incontanente i priori mandarono per Martino, il quale confidandosi nel suo grande stato e ne’ molti amici, andò dinanzi a’ priori, e negava scusandosi che niente sapeva di quelle cose; e in quello stante Guido suo fratello corse a’ loro palagi, e colla gente che avea nascosa levò il romore, e tennesi co’ suoi masnadieri forte. I cittadini in furia armati corsono alla porta di messer Alberto, che poteva dare l’entrata a’ forestieri, per fornire di guardia per lo comune, ma trovarono ch’ella si tenea per i traditori. E così la città intrigata nel nuovo pericolo, e non provveduta, fu in grande paura. La porta era forte e bene guernita alla difesa da non poter vincersi per battaglia, e già era venuta la notte, e quei della torre della porta d’entro feciono i cenni ordinati alla gente di fuori, che venire doveano a loro aiuto per vincere la terra.

CAP. XXXVII. Di quello medesimo.

I cittadini vedendo i cenni, temendo di non essere sorpresi dall’aiuto provveduto da’ traditori, tempestando nell’animo, intrigati dalle tenebre della notte e dalla paura, intendendo a combattere quei della porta e mettere gente in su le mura, ma per questo non poteano conoscere riparo che i forestieri non entrassono per forza nella città, e però s’avvisarono di rompere le mura della città appresso a quella porta: e fattane la rotta che vollono, avendo per loro guardia cento cavalieri di Fiorentini e alcuni di loro, li misono fuori in uno borgo fuori di quella porta, ove dovea essere l’entrata de’ nemici, e accompagnaronli di cittadini e d’altri fanti alla difesa con buone balestra; e di subito tagliarono alberi, e abbarrarono e impedirono le vie al corso de’ cavalli, e le mura guarentirono di gente e di saettamento: e nondimeno facevano dal lato d’entro combattere di continovo quelli della porta e della torre, ma e’ si difendevano, e di quella battaglia poco si curavano, e continovo manteneano cenni a loro soccorso: e dentro i Brandagli difendeano i loro palazzi e la loro contrada co’ masnadieri che aveano accolti, e attendendo Brandaglia con la gente invitata, con la quale non dottavano d’essere signori della terra s’ella v’entrasse. I segni della torre furono veduti dal principio della notte, e il signore di Cortona che stava attento fu in sul mattutino con dugento cavalieri e duemila pedoni giunto ad Arezzo, e Brandaglia con altri dugento cavalieri. La gente di messer Piero Saccone tardò più a venire, per riotta che mosse il doge Rinaldo in sul fatto; gli altri ch’erano venuti baldanzosi, credendosi senza contasto entrare nella città, come furono presso alla terra, mandarono innanzi cento cavalieri che prendessono e guardassono l’entrata della porta, e quella trovarono imbarrata dagli alberi e le vie innanzi al borgo: ed essendo là venuti, e saettati da quelli ch’erano alla guardia del borgo, e scorgendo in su l’aurora le mura piene di cittadini armati alla difesa, e già morti due di loro compagni da quei del borgo, si tornarono addietro, e feciono assapere a quelli dell’oste che attendeano come stava il fatto: di che spaventati s’arrestarono senza strignersi più alla terra, e già per segni e ammattamento che que’ della torre e della porta facessono, e eziandio chiamandoli ad alte voci, non si attentarono di venire più innanzi, ma ivi presso si fermarono attendendo come i fatti dentro procedessono, e così stettono schierati dalla mattina sino presso a nona. E in verso la nona messer Piero Sacconi giunse co’ suoi cavalieri e pedoni, il quale sentendo la cosa scoperta e i cittadini alla difesa, senza attendere punto co’ suoi cavalieri diè volta e co’ suoi pedoni, e tornossene a Bibbiena; e veduto questo, tutti gli altri si partirono, e i traditori rimasono senza speranza di soccorso. Questa novità sentita nel contado e distretto de’ Fiorentini, mosse senza arresto i cavalieri e’ masnadieri che allora avea in quelle circustanze, e i Valdarnesi per venire al soccorso degli Aretini: i quali non bene confidenti del comune di Firenze parte ne ritennono per loro sicurtà, e agli altri diedono commiato onestamente, senza riceverli nella città, e dolcemente fu sostenuto. Nondimeno i traditori teneano i palagi, e la torre e la porta: e tanta miseria occupò l’animo di que’ pochi cittadini in cui era rimaso il reggimento, per tema di non volere fare parte agli altri da cui e’ potessono avere aiuto, che si misono a trattare con Martino cui eglino aveano prigione, dicendo di lasciare andare e lui e’ suoi, e i figliuoli di messer Agnolo e le loro cose liberamente, ed e’ rendessono la porta. E innanzi che questo venisse alla loro intenzione, convenne che i figliuoli di messer Agnolo fossono sicuri a loro modo d’avere contanti fiorini tremila d’oro, e avuta la sicurtà renderono la porta e la torre al comune; e facendosi loro il pagamento per coloro che aveano fatta la promessa, i danari furono staggiti per coloro che aveano per loro sodo al comune, che eglino renderebbono quella fortezza al detto comune: e così s’uscirono della città co’ Brandagli insieme; e il seguente dì furono tutti condannati per traditori, e i loro beni disfatti e pubblicati al comune. Trovossi poi di vero, che i traditori aveano trattato come avessono presa la signoria, con ciò sia cosa che non erano d’aiuto per loro lignaggio da poterla tenere, di venderla all’arcivescovo di Milano, a gravamento della loro detestabile malizia, la quale prese non il debito fine, ma alcuno segno della loro rovina, per la viltà di coloro che non degni rimasono al governamento di quella terra.

CAP. XXXVIII. Come il re Luigi mandò il gran siniscalco ad accogliere gente in Romagna.

Tanto imbrigamento di guerra sboglientava gli animi degl’Italiani per terra e per mare in questi tempi, che volendo cercare delle novità degli strani, non ci lasciano da loro partire. Il re Luigi valicata la tregua dal re d’Ungheria a lui, non ostante che rimesso avessono le loro questioni al giudicio del papa e de’ cardinali, tentava con preghiere e impromesse di recare dalla sua parte fra Moriale, friere di san Giovanni, il quale teneva Aversa e Capua dal re di Ungheria, e questo fra Moriale, astuto e malizioso, mostrava di voler piacere al re Luigi; e dandogli speranza, cominciò ad allargare il passo alla gente del re e a’ paesani d’Aversa e di Capua, sicchè andavano e venivano sicuramente, e non faceva guerra, ma nondimeno guardava le città e le fortezze di quelle, e per questo corse la voce che la concordia era fatta: ma però il re di lui, o egli del re si fidava. Ma in questo tranquillo, il re mandò il grande siniscalco nella Marca ad accogliere gente d’arme, il quale con grandi promesse mosse messer Galeotto da Rimini a venire al servigio del re con trecento cavalieri, e messer Ridolfo da Camerino con cento, a tutte loro spese, e ’l grande siniscalco messer Niccola Acciaiuoli di Firenze ne condusse e menò quattrocento al soldo del re, e con tutta questa cavalleria entrò in Abruzzi. E mandò al re, che con la sua forza e con quella de’ baroni del Regno, i quali il re avea richiesti e ragunati a Napoli, venisse là, come era ordinato, per vincere messer Currado Lupo, e racquistare le terre d’Abruzzi che di là si teneano per lo re d’Ungheria.

CAP. XXXIX. Come il re Luigi accolse i baroni del Regno e andò in Abruzzi.

Il re Luigi sentendo come il gran siniscalco avea con seco in Abruzzi que’ due buoni capitani con ottocento cavalieri di buona gente, fu molto contento, e avendo presa sicurtà che fra Moriale per la concordia ch’aveano non moverebbe guerra in Terra di Lavoro, si mosse da Napoli per mare, e capitò incontanente a Castello a mare del Volturno, e tutta sua gente a piè e a cavallo fece andare per terra da Pozzuolo e per lo Gualdo al detto Castello a mare, non fidando la gente sua per gli stretti passi d’Aversa e di Capua ch’erano in guardia di fra Moriale: e seguendo di là loro cammino, del mese d’ottobre del detto anno s’accozzò in Abruzzi con la cavalleria accolta per lo gran siniscalco: e fatta fare la mostra, si trovò con undicimila cavalieri e con grande popolo. Messer Currado Lupo avendo sentito l’oste che gli veniva addosso, e non avendo gente da potere uscire a campo, mise guardia nelle terre che teneva in Abruzzi e ordinolle alla difesa, e con cinquecento cavalieri tedeschi bene montati e buoni dell’arme si mise in Lanciano. Il re poco provveduto di quello che a mantenere oste bisognava, e povero di moneta, volendo usare l’aiuto degli amici che quivi avea si mise a oste a Lanciano; e dopo non molti dì, cavalcando messer Galeotto co’ suoi cavalieri intorno alla terra, messer Currado Lupo uscì fuori con parte de’ suoi cavalieri e percosse i nimici, e danneggiò molto la masnada di messer Galeotto, e innanzi che dall’altra oste fosse soccorso si ritrasse in Lanciano a salvamento. Per questa cagione spaventato l’oste, considerando l’ardimento preso per li cavalieri di messer Currado, e che la terra di Lanciano era forte e bene guernita, e il verno veniva loro addosso, per lo migliore presono consiglio e levaronsi dall’assedio: e stando in dubbio di quello dovessono fare più dì, a messer Galeotto e a messer Ridolfo, non vedendo di poter fare utile servigio al re, rincrebbe lo stallo, presono congiò dal re e tornaronsi nella Marca, e i baroni del Regno feciono il simigliante. Il re con la sua gente invilito e quasi disperato avendo animo di volere entrare nell’Aquila, gli fu detto non se ne mettesse a pruova, perocchè non vi sarebbe lasciato entrare, e scoprirebbe nimico messer Lallo che gli si mostrava fedele; e così rimaso il re pieno di sdegno e voto di forza e d’avere, si tornò a Sulmona a mezzo dicembre del detto anno, e ivi s’arrestò per trarre da’ paesani alcuno sussidio, e per fare in quella terra la festa del Natale.

CAP. XL. Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che pasquavano con lui.

Vedendosi il re Luigi rotto da’ suoi intendimenti, e abbandonato del servigio degli amici, trovandosi a Sulmona povero, si ristrinse nell’animo, e diede opera di volere fare in Sulmona gran festa per lo Natale, e fece a quella invitare quei gentiluomini e baroni circostanti che potè avere. I Sulmontini il providono di moneta e d’altri doni per aiuto alla festa. Ciascuno si sforzò di comparire bene a quella festa, e intra gli altri principali fu invitato messer Lallo, il quale governava il reggimento dell’Aquila, e conoscendo la sua coperta tirannia si dubitò d’andare al re, e infinsesi d’essere malato, e sotto questa scusa ricusò l’andare alla festa. Per fare più accetta la sua scusa al re elesse quindici de’ maggiori cittadini d’Aquila col suo fratello carnale, i quali portarono al re per dono da parte del comune dell’Aquila fiorini quattromila d’oro, e costoro mandò a festeggiare col re: e giunti a Sulmona furono ricevuti dal re graziosamente, nonostante che si turbasse perchè messer Lallo non v’era venuto. E fatto il corredo reale con piena festa, i cittadini dell’Aquila volendo prendere licenza dal re per tornare a casa furono ritenuti prigioni, della qual cosa il re fu forte biasimato di mal consiglio, parendo a tutti più opera tirannesca che reale. La novella corse in Aquila: il tiranno molto savio e buono parlatore raccolse il popolo, e con argomenti di sua savia diceria infiammò il popolo all’ingiuria, e mosselo all’arme e corse la terra, e ordinò la guardia come se il re con l’oste vi dovesse venire, ma il re non era atto a poterlo fare, e però si rimase, e messer Lallo più s’afforzò nella signoria.

CAP. XLI. Come papa Clemente sesto fe’ la pace de’ due re.

Stando il re Luigi in Sulmona maninconoso e quasi in disperazione di suo stato, considerando come in tutte cose la fortuna gli era avversa, e come con abbassamento di suo onore gli avea fatte fare cose non reali, ma di vile e mendace tiranno, e vedendosi povero e mal ubbidito, non sapeva che si fare, e parevagli per la baldanza presa pe’ suoi avversari ch’elli dovessono ristrignerlo o cacciare del Regno, e de’ suoi fatti da corte non avea potuto avere alcuna speranza o novella che buona fosse. Il papa Clemente in questo tempo era stato in una grande e grave malattia, nella quale rimorso da coscienza di non avere capitato il fatto tra i due re che gli era commesso, e di questo sostenere era seguito danno e confusione di molti, propuose nell’animo come fosse guarito di capitare quella questione senza indugio, e come fu sollevato mise opera al fatto; e per più acconcio di quello reame, vedendo che il re d’Ungheria avea l’animo al suo reame, ed era appagato della vendetta fatta del suo fratello, deliberò, poichè avea deliberato la reina, che messer Luigi fosse re: e questo pubblicò co’ suoi cardinali, e poi il mise a esecuzione, come appresso nel suo tempo racconteremo. La novella venne improvviso al re Luigi a Sulmona, della qual cosa fu molto allegro: e confortato nel fondo della sua fortuna da questa prosperità, di presente conobbe il suo esaltamento per opera, che i baroni e’ comuni il cominciarono ad onorare e a vicitare con doni e grandi profferte come a loro signore: e tornato a Napoli con grandi onori, stette in festa più dì tutta la terra delle buone novelle. Lasceremo al presente alquanto de’ fatti del Regno sollecitandoci le novità di Toscana, delle quali prima ci conviene fare memoria, per non travalicare il debito tempo della nostra materia.

CAP. XLII. Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro.

Avendo messer Piero Saccone de’ Tarlati a Bibbiena il conte Pallavicino con quattrocento cavalieri dell’arcivescovo di Milano, e cento di suo sforzo per fare guerra, e standosi e non facendola, faceva maravigliare la gente, ma egli nel soggiorno lavorava copertamente quello che prosperamente gli venne fatto. Il Borgo a san Sepolcro, terra forte e piena di popolo e di ricchi cittadini, e fornita copiosamente d’ogni bene da vivere, era nella guardia de’ Perugini con due casseri forniti alla guardia de’ castellani perugini e di gente d’arme. Messer Piero aveva appo se uno suo fedele che aveva nome Arrighetto di san Polo, questi era grande e maraviglioso ladro, e facea grandi e belli furti di bestiame, traendo i buoi delle tenute murate e guardate, e rompeva tanto chetamente le mura, che niuno il sentiva, e di quelle pietre rimurava le porti a’ villani di fuori sì contamente, che prima aveva dilungate le turme de’ buoi, e tratte per lo rotto del muro due o tre miglia, che i villani trovandosi murate le porti, e impacciati dalle tenebre della notte e dalla novità del fatto, le potessono soccorrere; così n’avea fatte molte beffe, e accusatone di furto, messer Piero il difendea, e davagli ricetto in tutta sua giurisdizione. Questi saliva su per li cauti delle mura e delle torri co’ suoi lievi argomenti incredibilmente, e quanto che fossono alte non se ne curava, ed era dell’altezza maraviglioso avvisatore. Per costui fece messer Piero furare la forte e alta torre del castello di Chiusi alla moglie che fu di messer Tarlato. A costui scoperse messer Piero come volea furare il Borgo a Sansepolcro, e mandollo a provvedere l’altezza della torre della porta: il quale tornato disse, che gli dava il cuore di montare in su la più alta torre che vi fosse; e avuta messer Piero questa risposta, s’intese con uno de’ Boccognani del Borgo e grande ghibellino, il quale odiava la signoria de’ Perugini, e da lui ebbe, che se la porta e la torre fosse presa, e di fuori fosse forza di gente a cavallo e a piè grande, ch’egli con gli altri ghibellini d’entro verrebbono in loro aiuto a metterli dentro. E dato l’ordine tra loro, messer Piero con cinquecento cavalieri e duemila pedoni un sabato notte, a dì 20 del mese di novembre del detto anno, improvviso a’ Borghigiani, innanzi il dì fu presso al Borgo; e mandato Arrighetto con certi masnadieri eletti in sua compagnia a prendere la torre e la porta, il detto Arrighetto con suoi incredibili argomenti in quello servigio, cintosi corde, e aiutato di non esser sentito per uno grande vento che allora soffiava, e avea ristrette le guardie sotto il coperto, montò in su la torre della porta, ed essendovi due sole guardie, si recò il coltello ignudo in mano, e mostrò d’avere compagnia, minacciandoli d’uccidere. Eglino storditi per la novità, non sapendo che si fare, stettono cheti per paura, e Arrighetto data la corda a’ masnadieri ch’erano a piè del muro, con una scala leggieri di funi tirò su l’uno de’ capi e accomandollo a uno de’ merli, e incontanente montati suso per quella l’uno appresso l’altro dodici masnadieri, e quando si vidono signori della porta, feciono a quelli traditori d’entro certo segno ordinato. Quello de’ Boccognani veduto il segno come la porta era presa, fece sonare a stormo una campana d’una chiesa, al cui suono, come ordinato avea, tutti i ghibellini del Borgo furono all’arme e traevano verso la porta. I guelfi che non sapeano il tradimento traevano storditi alla piazza senza niuno capo; e schiarito il dì, vedendo aperta e presa la porta per i ghibellini, e sentendo come messer Piero era di fuori con molta gente, non vedevano da potere riparare; ma i ghibellini non volendo guastare la terra sicurarono i guelfi che ruberia non vi si farebbe, e senza contasto vi lasciarono entrare messer Piero con tutta la sua gente e del conte Pallavicino, e non vi si diè colpo e non vi si fece alcuna ruberia: e così messer Piero ne fu signore; ma le due rocche che erano forti e guardate per li Perugini si misono alla difesa, per attendere il soccorso de’ Perugini. Messer Piero e il conte senza prendere soggiorno con tutta la sua gente a cavallo e a piè uscirono del Borgo, e accamparonsi di fuori dirimpetto alle rocche per torre la via a’ Perugini, e fecionsi innanzi al loro campo fare un fosso di subito e uno steccato, e mandarono a tutte le terre dov’avea gente d’arme del signore di Milano che mandassero loro aiuto, e in pochi dì vi si trovarono con ottocento cavalieri e popolo assai. E per impedire a’ Perugini, Giovanni di Cantuccio d’Agobbio con la cavalleria che avea del Biscione cavalcò sopra loro: nondimeno i Perugini turbati di questa perdita, procacciarono da ogni parte aiuto per racquistare la terra, tenendosi i casseri, e di presente ebbono cinquecento cavalieri da’ Fiorentini: e con millequattrocento cavalieri e con grande popolo se ne vennono alla Città di Castello: e acconciandosi per soccorrere quelli de’ casseri, tanta viltà fu in coloro che gli aveano in guardia, che senza attendere il soccorso così vicino s’arrenderono a messer Piero; e incontanente quelli del castello d’Anghiari cacciarono la guardia che v’era de’ Perugini, e dieronsi al vicario dell’arcivescovo, ed egli lo rendè a messer Maso de’ Tarlati. In que’ dì il castello della Pieve a santo Stefano, e ’l Castello perugino, tenendosi mal contenti de’ Perugini, anche si rubellarono da loro.

CAP. XLIII. Come i Perugini arsono intorno al Borgo e sconfissono de’ nimici.

I Perugini avendo perduta la speranza di soccorrere le rocche, cavalcarono al Borgo, e arsonlo intorno guastando tutte le possessioni, e già messer Piero e ’l conte Pallavicino non ebbono ardire d’uscire della terra contro a loro: e fatto il guasto, si tornarono alla Città di Castello. Messer Piero preso suo tempo, con tutta la cavalleria ch’avea nel Borgo cavalcò fino alle porti della Città di Castello: i cavalieri che v’erano dentro de’ Perugini, e singolarmente quelli de’ Fiorentini, ch’erano buona gente d’arme e bene montati, uscirono fuori perchè i nimici aveano a fare lunga ritratta, e seguitando i nimici quasi a mezzo il cammino, s’abbatterono in un grosso aguato: e ivi cominciò l’assalto aspro e forte, ove s’accolse la maggiore parte della gente di catuna parte senza fanti a piede; e ivi dando e ricevendo si fece aspra battaglia, e durò lungamente, perocchè catuno voleva mantenere l’onore del campo; e non avendo pedoni che l’impedissono, feciono i buoni cavalieri grande punga, e in fine per virtù di certi conestabili della masnada de’ Fiorentini, ristringendosi insieme, con impetuoso assalto ruppono la cavalleria di messer Piero, e a forza in isconfitta gli cacciarono del campo, e rimasono morti sessanta de’ loro cavalieri in sul campo e più cavalli, e presi sei de’ loro conestabili da’ cavalieri de’ Fiorentini, e messer Manfredi de’ Pazzi di Valdarno, e più altri cavalieri tedeschi e borgognoni, a’ quali tolsono l’arme e’ cavalli secondo l’usanza, e lasciaronli alla fede: e questo fu del mese di dicembre del detto anno.

CAP. XLIV. D’una cometa ch’apparve in oriente.

In questo anno 1351, del detto mese di dicembre, si vide in prima in cielo a noi verso levante una cometa, la quale per li più fu giudicata Nigra, la quale è di natura saturnina. Il suo apparimento fu a noi all’uscita del segno del Cancro, e alcuni dissono ch’ella entrò nel Leone: ma innanzi che per noi si vedesse fuori del Cancro, fu fuori del verno, sicchè approssimandosi il Sole al Cancro se ne perdè la vista. Alcuni pronosticarono morte di grandi signori, ovvero per decollazione, e avvenimento di signorie. Noi stemmo quell’anno a vedere le novità che più singolari e grandi apparissono onde avere potessimo novelle, e in Italia e nel patriarcato d’Aquilea furono molte dicollazioni di grandi terrieri e cittadini, che lungo sarebbe a riducere qui i singulari tagliamenti. E mortalità di comune morte in questo anno non avvenne: ma per la guerra de’ Genovesi, e Veneziani e Catalani avvennono naufragii grandi, e mortalità di ferro grandissima in quelle genti e ne’ loro seguaci, e per i difetti sostenuti in mare non meno ne morirono tornando che combattendo. Avvenne in Italia singolare accidente al grano, vino e olio e frutti degli alberi, che essendo ogni cosa in speranza di grande ubertà, subitamente del mese di luglio si mosse una sformata tempesta di vento, che tutti gli alberi pericolò de’ loro frutti, e i grani e le biade ch’erano mature battè e mise per terra con smisurato danno. Dappoi a pochi dì fu il caldo sì disordinato, che tutte le biade verdi inaridì e seccò. Per questo accidente avvenne, che dove s’aspettava ricolta fertile e ubertosa, fu generalmente per tutta Italia arida e cattiva. E avvennono in questi anni singulari diluvi d’acque, che feciono in molte parti gran danni, e gittò per tutta Italia generale carestia di pane e sformata di vino. In questo medesimo mese di dicembre apparve la mattina anzi giorno, a dì 17, un grande bordone di fuoco, il quale corse di verso tramontana in mezzodì. E in questo medesimo anno all’entrare di dicembre morì papa Clemente sesto, e alcuno de’ cardinali. Al nostro lieve intendimento basta di questi segni del cielo e delle cose occorse averne raccontato parte, lasciando agli astrolaghi l’influenza di quello che s’appartiene alla loro scienza, e noi ritorneremo alla più rozza materia.

CAP. XLV. Come fu preso il castello della Badia de’ Perugini, e come si racquistò.

Essendo i Perugini imbrigati nelle rubellioni delle loro terre per gli assalti de’ loro vicini, con la forza dell’arcivescovo di Milano, la quale di prima, come addietro narrammo, nel tempo che si cercò di fare lega con la Chiesa e co’ Lombardi, dicevano che non si potea stendere a loro, due conestabili di fanti a piè cittadini sbanditi di Firenze, partendosi dal soldo del tiranno d’Agobbio co’ loro compagni, di furto entrarono nel castello della Badia, grosso castello, il quale era de’ Perugini, e cominciarono a correre e predare le villate vicine con l’aiuto di Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio. I Perugini vi mandaro certe masnade di cavalieri che aveano di Fiorentini e altra gente a piè: costoro vi si puosono a oste del mese di gennaio. Giovanni di Cantuccio con la cavalleria ch’avea dell’arcivescovo di Milano e co’ suoi fanti a piè, essendo tre cotanti di cavalieri e di fanti che quelli de’ Perugini, andarono per levarli da campo e fornire il castello. Un conestabile tedesco delle masnade de’ Fiorentini valente cavaliere, ch’avea nome M... si fece incontro a’ nimici a un ponte onde conveniva ch’e’ nimici venissono, e francamente li ritenne, tanto che l’altra cavalleria de’ Perugini ch’era alla Città di Castello venne al soccorso del passo: e giunti, valicarono il ponte, e per forza cacciarono l’oste di Giovanni di Cantuccio in rotta, e presono cento e più de’ cavalieri del Biscione: e tornati al castello, i masnadieri che ’l teneano, vedendosi fuori di speranza di avere soccorso, il renderono a’ Perugini, salvo le persone e l’arme, a dì 6 del detto mese di gennaio.

CAP. XLVI. Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni di Toscana, e accrebbono loro entrata.

Temendo il comune di Firenze la gran potenza del signore di Milano, fornito della compagnia de’ ghibellini d’Italia, con suoi ambasciadori smosse i Perugini Sanesi e Aretini a parlamento alla città di Siena, del mese di dicembre del detto anno, e ivi composono lega e compagnia di tremila cavalieri e di mille masnadieri, contra qualunque volesse fare guerra a’ detti comuni o ad alcuno di quelli; e incontanente il comune di Firenze si fornì di cavalieri e di masnadieri di più assai che in parte della lega non li toccava. E per avere l’entrata ordinata a mantenere la spesa elessono venti cittadini, con balìa a crescere l’entrata e le rendite del comune, i quali commutarono il disutile e dannoso servigio de’ contadini personale in danari, compensandoli che pagassono per servigio di cinque pedoni per centinaio del loro estimo per rinnovata dell’anno, a soldi dieci il dì per fante: e questo pagassono in tre paghe l’anno, e fossono liberi dell’antico servigio personale: o quando per necessità occorresse il bisogno del servigio personale, scontassono di questo. E questa entrata secondo l’estimo nuovo montò l’anno cinquantaduemila fiorini d’oro, e fu grande contentamento de’ condannati. E a’ cherici ordinarono certa taglia per aiuto e guardia e alla difesa della città e del contado, la quale stribuirono e raccolsono i loro prelati, e montò fiorini ... d’oro; e raddoppiarono e crebbono più gabelle, per le quali entrate il comune potè spendere l’anno trecentosessantamila fiorini d’oro. E oltre a ciò ordinarono e distribuirono tra’ cittadini la gabella de’ fumanti, la quale nel fatto fu per modo di sega, che catuno capo di famiglia fu tassato in certi danari il dì per modo, che raccogliendosi il numero montava fiorini d’oro centoquaranta il dì: poi per ogni danaro che l’uomo avea di sega, fu recato in estimo di soldi trenta; e questa gabella montava l’anno fiorini cinquantamila d’oro: e quando il comune aveva necessità, riscoteva questa gabella per avere i danari presti, e assegnavali alla restituzione di certe gabelle. Per queste sformate gravezze, avendo carestia generale delle cose da vivere, era la città e il contado in assai disagio, forse meritevolmente per la dissoluta vita, e’ disordinati e non leciti guadagni de’ suoi cittadini.

CAP. XLVII. Come i Romani feciono rettore del popolo.

In questo anno essendo per lo corso stato a Roma del general perdono arricchito il popolo, i loro principi e gli altri gentilotti cominciarono a ricettare i malandrini nelle loro tenute, che facevano assai di male, rubando, e uccidendo, e conturbando tutto il paese. Senatore fu fatto Giordano dal Monte degli Orsini, il quale reggeva l’uficio con poco contentamento de’ Romani. E per questa cagione gli fu mossa guerra a un suo castello, per la quale abbandonò il senato. Il vicario del papa ch’era in Roma, messer Ponzo di Perotto vescovo d’Orvieto, uomo di grande autorità, vedendo abbandonato il senato, con la famiglia che aveva, in nome del papa entrò in Campidoglio per guardare, tanto che la Chiesa provvedesse di senatore. Iacopo Savelli della parte di quelli della Colonna accolse gente d’arme, e per forza entrò in Campidoglio e trassene il vicario del papa, e Stefano della Colonna occupò la torre del conte, e la città rimase senza governatore, e catuno facea male a suo senno perocchè non v’era luogo di giustizia. E per questo il popolo era in male stato, la città dentro piena di malfattori, e fuori per tutto si rubava. I forestieri e i romei erano in terra di Roma come le pecore tra’ lupi: ogni cosa in rapina e in preda. A’ buoni uomini del popolo pareva stare male, ma l’uno s’era accomandato all’una parte, e l’altro all’altra di loro maggiori, e però i pensieri di mettervi consiglio erano prima rotti che cominciati: e la cosa procedeva di male in peggio di dì in dì. Ultimamente non trovando altro modo come a consiglio il popolo si potesse radunare, il dì dopo la natività di Cristo, per consuetudine d’una compagnia degli accomandati di Madonna santa Maria, s’accolsono avvisatamente molti buoni popolani in santa Maria Maggiore, e ivi consigliarono di volere avere capo di popolo: e di concordia in quello stante elessono Giovanni Cerroni antico popolare de’ Cerroni di Roma, uomo pieno d’età, e famoso di buona vita. E così fatto, tutti insieme uscirono della chiesa e andarono per lui, e smosso parte del popolo, il menarono al Campidoglio ov’era Luca Savelli. Il quale vedendo questo subito movimento non ebbe ardire di contastare il popolo, ma dimandò di loro volere: ed e’ dissono che voleano Campidoglio, il quale liberamente diè loro; ed entrati dentro sonarono la campana: il popolo trasse al Campidoglio d’ogni parte della città senza arme, e i principi con le loro famiglie armati, ed essendo là, domandarono la cagione di questo movimento e quello che ’l popolo volea: il popolo d’una voce risposono che voleano Giovanni Cerroni per rettore, con piena balía di reggere e governare in giustizia il popolo e comune di Roma. E consentendo i principi all’ordinazione del popolo, di comune volontà fu fatto rettore; e mandato per lo vicario del papa che lo confermasse, come savio e discreto volle che prima giurasse la fede a santa Chiesa, e d’ubbidire i comandamenti del papa, e ricevuto di volontà del popolo il saramento dal rettore, il confermò per quell’autorità che aveva: e tutto fu fatto in quella mattina di santo Stefano, innanzi ch’e’ Romani andassono a desinare. E lasciato il rettore in Campidoglio, catuno si tornò a casa con assai allegrezza di quello ch’era loro venuto fatto così prosperamente.

CAP. XLVIII. Di una lettera fu trovata in concistoro di papa.

Essendo per lo papa e per i cardinali molto tratto innanzi il processo contro al’arcivescovo di Milano, una lettera fu trovata in concistoro, la quale non si potè sapere chi la vi recasse, ma uno de’ cardinali la si lasciò cadere avvisatamente in occulto: la lettera venne alle mani del papa, e la fece leggere in concistoro. La lettera era d’alto dittato, simulata da parte del principe delle tenebre al suo vicario papa Clemente e a’ suoi consiglieri cardinali: ricordando i privati e comuni peccati di catuno, ne’ quali li commendava altamente nel suo cospetto, e confortavali in quelle operazioni, acciocchè pienamente meritassono la grazia del suo regno: avvilendo e vituperando la vita povera e la dottrina apostolica, la quale come suoi fedeli vicari eglino aveano in odio e ripugnavano, ma non ferventemente ne’ loro ammaestramenti come nell’opere, per la qual cosa li riprendeva e ammoniva che se ne correggessono, acciocchè li ponesse per loro merito in maggiore stato nel suo regno. La lettera toccò molto e bene i vizi de’ nostri pastori di santa Chiesa, e per questo molte copie se ne sparsono tra’ cristiani. Per molti fu tenuto fosse operazione dell’arcivescovo di Milano allora ribello di santa Chiesa, potentissimo tiranno, acciocchè manifestati i vizi de’ pastori si dovessono più tollerare i suoi difetti, manifesti a tutti i cristiani. Ma il papa e i cardinali poco se ne curarono, come per innanzi l’operazioni si dimostreranno.

CAP. XLIX. Come il re d’Inghilterra essendo in tregua col re di Francia acquistò la contea di Guinisi.

Avvenne in questo anno, che un Inghilese prigione nella forte rocca di Guinisi, la quale era del re di Francia, essendo per ricomperarsi, avea larghezza d’andare per la rocca, e così andando, provvide l’ordine delle guardie e l’altezza d’alcuna parte della rocca ond’ella si potesse furare. E pagati i danari della sua taglia, fu lasciato; e trovatosi con alquanti sergenti d’arme, suoi confidenti, disse ove potesse avere il loro aiuto gli farebbe ricchi. E presa fede da loro manifestò come intendea furare la rocca di Guinisi, e avea provveduto come fare il poteva, i quali arditi e volonterosi di guadagnare promisono il servigio: ed essendo tra tutti cinquanta sergenti bene armati, avendo scale fatte alla misura del primo procinto, una notte in su l’ora che l’Inghilese sapea che la guardia della mastra fortezza vi si rinchiudea dentro, condotte le scale al muro chetamente montarono sopra il primo procinto: e sorprese le guardie, per non lasciarsi uccidere si lasciarono legare, e così legati gli faceano rispondere all’altre guardie della rocca. Quando venne in sul fare del dì gl’Inghilesi feciono alle guardie muovere riotta, e fare romore tra loro in modo di mischia. Il castellano sentendo questo tra le guardie, mostrando non avere sospetto scese della rocca, e aprendo l’uscio per venire a correggere le guardie, gl’Inghilesi apparecchiati nell’aguato, immantinente con l’armi ignude in mano furono sopra lui, e presono l’uscio ed entrarono nella rocca, e presono il castello e le guardie. E incontanente mandarono al re d’Inghilterra come aveano presa la forte rocca di Guinisi, la quale il re molto desiderava. E di presente vi mandò gente d’arme e fecela prendere e guardare, e commendata la valenza e l’industria del suo fedele e degli altri scudieri fece loro onore e provvidegli magnificamente. E per questa rocca fu il re d’Inghilterra in tutto signore della contea di Guinisi, e il re di Francia forte conturbato. E avvegnachè questa presura andasse per la forma che è detto, e’ si trovò poi che il castellano avea consentito al tradimento, e tornato di prigione, essendo lasciato, in Francia fu squartato.

CAP. L. Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di Guinisi.

Essendo furata la contea di Guinisi al re di Francia sotto la confidanza delle triegue, trasse in giudicio il re d’Inghilterra a corte di Roma per suoi ambasciadori, dicendo che sotto la fede delle triegue prestata il re d’Inghilterra gli avea tolto per furto la rocca, e la contea occupata per forza. Per la parte del re d’Inghilterra fu risposto, che avendo per suo prigione il conte di Guinisi conestabile di Francia preso in battaglia, e dovendosi riscattare per lo patto fatto della sua taglia scudi ottantamila d’oro, o in luogo di danari la detta contea di Guinisi, e lasciato alla fede acciocchè procacciare potesse la moneta, il re di Francia appellandolo traditore, per non averlo a ricomperare, o acconsentirgli la contea di Guinisi il fece dicollare: e così contro a giustizia privò il re d’Inghilterra delle sue ragioni, le quali giustamente avea racquistate. La quistione fu grande in concistoro, e pendeva la causa in favore del re di Francia, e però innanzi che sentenza se ne desse, il re fece restituire la terra di Guinisi a quell’Inghilese che data glie l’avea; e seguendo la morte di papa Clemente non ne seguì altra sentenza.

CAP. LI. Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra a’ Fiorentini.

In questo tempo del verno, avendo l’arcivescovo di Milano fatte rivedere e rassegnare le sue masnade tornate da Firenze, trovò ch’aveva a fare ammenda di bene milledugento cavalli. E turbato forte nel suo furore, propose di fare al primo tempo maggiore e più aspra guerra a’ Fiorentini. E trovando che avea consumato senza acquisto grande tesoro, volendolo rifare senza mancare la sua generale entrata, fece nuova colta in Milano e in tutte le sue terre per sì grave modo, che tutti i mercatanti si ritrassono delle loro mercatanzie nelle sue terre: nondimeno a catuno convenne portare la soma che gli fu imposta; per la quale gravezza accrebbe cinquecento migliaia di fiorini d’oro sopra le sue rendite ordinarie in piccolo tempo. In queste oppressioni molti parlavano biasimando l’impresa contro al comune di Firenze, e rimproveravano quello che avea fatto loro il vile castelletto della Scarperia per provvisione del comune di Firenze, essendovi intorno la forza de’ Lombardi e de’ ghibellini di Toscana. E in tra gli altri un cavaliere bresciano di grande età, amico e fedele alla casa de’ Visconti, biasimò l’impresa, dicendo semplicemente il vero, come aveva ricordo di lungo tempo, che qualunque signore avea impreso di far guerra al comune di Firenze n’era mal capitato, però per amore che aveva al suo signore non lodava l’impresa. Le parole del cavaliere furono rapportate all’arcivescovo; il tiranno inacerbito, non considerando la fede dell’antico cavaliere, seguitando l’impetuoso furore del suo animo, mandò per lui. E venuto nella sua presenza, il domandò s’egli aveva usate quelle parole. Il cavaliere disse, che dette l’avea per grande amore e fede ch’avea alla sua signoria, ricordandosi dell’imperadore Arrigo, e dell’impresa di messer Cane della Scala e degli altri che non erano bene capitati. Il tiranno infiammato nel suo disordinato appetito, di presente fece armare un suo conestibile con la sua masnada, e accomandogli il cavaliere, e disse il rimenasse in Brescia, e in su l’uscio della sua casa gli facesse tagliare la testa, e così fu fatto. Costui per la sua fede degno di premio e per l’utile consiglio ricevette pena, la quale soddisfece colla sua testa all’appetito del turbato tiranno.

CAP. LII. Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi mandarono ambasciadori a corte.

Stando le città di Toscana in gran tema di futura guerra, i comuni della lega di parte guelfa mandarono al papa e a’ cardinali solenne ambasciata, a inducere la Chiesa contro alla grande tirannia dell’arcivescovo di Milano per aggravare il processo che contro a lui si faceva, e procurare l’aiuto e il favore di santa Chiesa alla loro difesa. Gli ambasciadori furono ricevuti dal papa e da’ cardinali graziosamente. Ma innanzi che questi ambasciadori fossono a corte, l’arcivescovo v’avea mandati i suoi, per riconciliarsi colla Chiesa, e fare annullare il processo fatto contro a lui per l’impresa di Bologna, i quali ambasciadori erano forniti di molti danari contanti per spendere e donare largamente; e facendolo con molta larghezza aveano il favore del re di Francia, che faceva parlare per lui, e quello di molti cardinali, e de’ parenti del papa e della contessa di Torenna, per cui il papa si movea molto alle gran cose. E il papa medesimo avea già l’ingiuria fatta a santa Chiesa per l’arcivescovo della tolta di Bologna temperata, ed era disposto a prendere accordo coll’arcivescovo: e per questo fu molto più contento della venuta degli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana, credendo fare l’accordo dell’arcivescovo di loro volontà; perocchè nel primo parlamento disse agli ambasciadori: eleggete delle tre cose che io vi proporrò l’una, quale più vi piace, o volete pace coll’arcivescovo, o volete lega colla Chiesa, o volete la venuta dell’imperadore in Italia per vostra difesa. L’offerte furono larghe per conchiudere alla pace che parea più abile e migliore. Gli ambasciadori savi e discreti di concordia rimisono la detta elezione nel papa, a fine di farlo più pensare nel fatto dandoli gravezza, dimostrando grande confidanza nella deliberazione. E così cominciata la cosa a praticare ebbono tempo e cagione gli ambasciadori d’avvisare i loro comuni, e in questo si soggiornò la maggior parte del verno senza uscirne alcun frutto. Lasceremo alquanto gli ambasciadori e ’l processo del papa, e torneremo agli altri fatti che occorsono in questo soggiorno, rendendo a catuno suo diritto.

CAP. LIII. Come l’ammiraglio di Damasco fece novità a’ cristiani.

In questo tempo l’ammiraglio del soldano che reggeva la gran città di Damasco si pensò di trarre un gran tesoro da’ cristiani di Damasco per sua malizia, e una notte fece segretamente mettere fuoco in due parti della città, il quale fece in Damasco grave danno. Spento il fuoco, l’ammiraglio fece apporre che questo era stato avvistatamente messo pe’ cristiani, e richiese i più ricchi cristiani della città, che ve n’avea assai, e feceli martoriare, e per martorio confessarono che fatto l’aveano a fine di cacciare i saracini: e coloro che di questo pericolo vollono campare la vita gli dierono danari assai; e tanti furono coloro che si ricomperarono, che l’ammiraglio ne trasse gran tesoro: agli altri diede partito o che rinnegassono la fede di Cristo o che morissono in croce. Una gran parte di loro per corrotta fede rinnegò per campare; rimasonne ventidue, i quali diliberarono di morire in croce, innanzi che la perfetta fede di Cristo volessono rinnegare. E però il crudele ammiraglio li fece mettere in sulle croci, e ordinolli in suso i cammelli che li conducessono per la terra, e in questo tormento vivettono tre dì. Ed era menato il padre crocifisso innanzi al figliuolo, e il figliuolo innanzi al padre rinnegato; e i rinnegati con pianto e con preghiere pregavano i crocifissi che volessono campare la crudele morte e tornare alla fede di Maometto; ma i costanti fedeli, il padre spregiava il figliuolo rinnegato, dicendo che non era suo figliuolo, e il figliuolo il padre rinnegato, dicendo che non era suo padre, ma del nimico che ’l volea tentare e torli i beni di vita eterna: e molto biasimavano a’ rinnegati la loro incostanza per la paura della pena temporale, dicendo che a loro era diletto e gran grazia potere seguitare Cristo loro redentore. E così consumate le loro temporali vite in grave tormento e in grandissima costanza, nella veduta per tre dì de’ saracini e de’ cristiani, renderono l’anime a Dio. Il soldano sentì il movimento reo del suo ammiraglio, mandò incontanente per lui, e fecelo tagliare per mezzo.

CAP. LIV. Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello.

In questo medesimo tempo, di verno, i Fiorentini mandarono certi loro cittadini per lo contado a provvedere le loro castella e terre, a fine di afforzare le parti deboli, e fornire le terre di ciò ch’alla difesa mancasse per averle guernite, sopravvenendo la guerra che s’aspettava del Biscione. Avvenne, come è usanza del nostro comune, acciocchè il buon consiglio non fosse senza difetto di singolare ovvero cittadinesco odio, che nel Mugello furono per loro fatte disfare alquante tenute forti e utili alla difesa di quello contado per modo, che dove state non vi fossono, era utile consiglio a porlevi di nuovo. E feciono abbattere Barberino, Latera, Gagliano e Marcoiano, ch’erano al Mugello mura contra i nimici di verso Montecarelli, e di Montevivagni e delle terre degli Ubaldini, ove in que’ tempi si faceva capo pe’ nimici a fare guerra al nostro comune, le quali tenute con piccola spesa d’afforzamento erano gran sicurtà a tutto il Mugello, per le cui rovine s’accrebbe campo a’ nimici senza contasto di più di sei miglia di nostro contado, il quale tutto s’abbandonò, a danno e vergogna del nostro comune. Riprensione comune ne seguitò a coloro che così mala provvisione feciono, altro gastigamento no, per la corrotta usanza del comune di Firenze di non punire le cose mal fatte, nè meritare le buone.

CAP. LV. Come la Scarperia fu furata e racquistata.

Facendo il comune di Firenze con molta sollecitudine afforzare il castello della Scarperia di grandi fossi e di forti palancati, il tiranno e gli Ubaldini con ogni sottigliezza d’inganno tentavano di procacciare ridotto nel Mugello, e sopra tutto di levarsi l’onta della Scarperia, e continovo cercavano come la potessono furare: per la qual cosa corruppono più loro fedeli mandandoli per essere manovali, come se fossono Mugellesi, e alcuno maestro. E messi al lavorio del votare il fosso, del quale si portava la terra al palancato per alzare la parte dentro, costoro provvidono la via onde la terra si portava: e segretamente tra le due terre segarono alcuni legni del palancato, e dierono la posta agli Ubaldini: i quali di presente feciono scendere gente a cavallo e a piè a Montecarelli, e alla Sambuca, e a Pietramala, e nell’alpe e nel Podere, per dare diversi riguardi a’ Fiorentini, e seppono come pochi dì innanzi i soldati che guardavano la Scarperia aveano fatto mischia co’ terrazzani, e mortine parecchi, onde tra’ terrazzani e’ forestieri era sconfidanza grande. La notte che ordinata fu a questo servigio scesono dell’alpe e da Montecarelli nel piano di Mugello duemilacinquecento fanti, e quattro bandiere di cento cavalieri a guida degli Ubaldini. Costoro elessono dugentocinquanta i più pregiati briganti di tutta quella gente con dieci bandiere, e conestabili molto famosi d’arme, e lasciati gli altri fanti e cavalieri riposti ivi presso per loro soccorso, chetamente guidati per la via provveduta del fosso dalla parte di Sant’Agata, e senza esser sentiti, entrarono tutti nella Scarperia a dì 17 di gennaio del detto anno: e stretti insieme si condussono in su la piazza, gridando, muoiano i forestieri, e vivano i terrazzani. E in quella notte non avea nella Scarperia tra forestieri e terrazzani centocinquanta uomini d’arme, sicchè al tutto n’erano signori i nimici. Sentendo questo romore nella scurità della notte i soldati forestieri, credettono che i terrazzani li volessono offendere, e non ardivano d’uscire delle case, e i terrazzani temeano de’ soldati, pensando che fosse in su la piazza inganno, e non voleano uscire fuori, e così i nimici non aveano contasto; e dove Iddio per singolar grazia non avesse liberato quella terra, senza speranza di soccorso umano era perduta. Ma la volontà di Dio fu, che la grande potenza del tiranno non avesse quello ridotto a consumazione del nostro paese; onde a coloro ch’aveano presa la terra, e che aveano presso a un miglio tutta la loro gente tolse l’accorgimento, che non lasciassono guardia al passo ond’erano entrati, e non feciono il segno ordinato a quelli di fuori; e diede Iddio baldanza manifesta a que’ d’entro e accorgimento, perocchè per la vista scura i terrazzani conobbono all’insegne che coloro dalla piazza erano nemici: e incontanente assicurarono i conestabili de’ forestieri che v’erano, per paura che quella gente nè quelle grida non erano per loro fattura, ma de’ nimici ch’erano nella terra. Come i valenti masnadieri sentirono la verità del fatto, ragunati insieme meno di cinquanta tra terrazzani e forestieri, gridando alla morte alla morte, sì fedirono tra’ nimici, che lungamente erano stati ammassati in su la piazza, e nel primo assalto senza fare resistenza li ruppono, cacciandoli come se fossono stati altrettanti montoni; e senza attendere l’uno l’altro, affrettando d’uscire per lo luogo stretto ond’erano entrati, e’ cadeano nel fosso, e voltolavansi per quelle ripe. Que’ d’entro erano pochi, e però non ve ne poterono uccidere più di cinque, e dodici ne ritennono a prigioni, tra’ quali furono conestabili di pregio, che ’l signore avrebbe ricomperati molti danari, ma tutti furono impiccati. Que’ di fuori che attendeano il segno per entrare dentro sentendo la tornata in rotta, senza attendere il giorno chiaro, innanzi che la novella si spandesse per il Mugello, si ricolsono nell’alpe a salvamento; e così in una notte fu presa e liberata la Scarperia con dubbia e maravigliosa fortuna.

CAP. LVI. Come messer Piero Sacconi cavalcò con mille barbute infino in su le porte di Perugia.

Del mese di febbraio del detto anno, cresciuta gente d’arme a messer Piero Sacconi de’ Tarlati dall’arcivescovo di Milano, trovandosi baldanzoso per la presa del Borgo a san Sepolcro e delle terre vicine, e trovando i signori di Cortona ch’aveano rotta pace a’ Perugini, ed eransi collegati col Biscione, se n’andò a Cortona con mille cavalieri, e da’ Cortonesi ebbono il mercato e gente d’arme, con la quale cavalcò sopra il contado di Perugia, ardendo e predando le ville d’intorno al lago; e per forza presono Vagliano e arsonlo, e combatterono Castiglione del Lago e non lo poterono avere; e partiti di là se n’andarono fino presso a Perugia facendo grandissimi danni. E non essendo i Perugini in concio da potere riparare a’ nemici, fatta grande preda, senza contasto si ritornarono a Cortona sani e salvi, e di là al Borgo a san Sepolcro, onde partirono e venderono la loro preda. Per questa cagione grande sdegno presono i Perugini contro a’ signori di Cortona, ma la baldanza dell’arcivescovo gli aveva sì gonfiati di superbia, che non si curavano rompere pace nè fare ingiuria a’ loro vicini, per la qual cosa poco appresso ricevettono quello che aveano meritato per la loro follia, come ne’ suoi tempi racconteremo.

CAP. LVII. Come i Chiaravallesi di Todi vollono ribellare la terra e furono cacciati.

Questa sfrenata baldanza de’ ghibellini di Toscana e della Marca per la forza del Biscione facea gravi movimenti, tra’ quali, mentre che messer Piero Sacconi guastava e predava il contado di Perugia, i Chiaravallesi grandi cittadini di Todi, d’animo ghibellino, feciono venire il prefetto di Vico con trecento cavalieri subitamente per metterlo in Todi, e cacciarne i caporali guelfi che s’intendeano co’ Perugini; ed essendo il prefetto con la detta cavalleria già presso alla città di Todi, il popolo e’ guelfi scoperto il trattato de’ Chiaravallesi, di subito presono l’arme e corsono sopra i traditori: i quali essendosi più fidati alla venuta del prefetto che provveduti d’aiuto dentro all’assalto del popolo, non ebbono forza a ributtarlo, ma francamente sostennono la battaglia, consumando il rimanente del dì nella loro difensione. I Perugini che tosto sentirono la novella vi cavalcarono prestamente, sicchè la notte furono alla porta. Il popolo per metterli nella terra spezzarono una porta, che già non erano signori d’aprirla, ed entrati i Perugini in Todi, e fatto giorno, i Chiaravallesi furono costretti d’uscire della città co’ loro seguaci, e fuggendo trovarono assai di presso il prefetto colla sua gente che veniva a loro stanza, i quali co’ cacciati insieme vituperosamente si tornarono indietro, e la città rimase a più fermo stato di popolo e di parte guelfa col favore de’ Perugini in suo riposo.

CAP. LVIII. Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine a’ Fiorentini.

Era in questi dì questione non piccola tra’ consorti della casa da Ricasoli per cagione della pieve di san Polo di Chianti, che essendo il piovano in decrepita età ammalato, temendo i figliuoli d’Arrigo e il Roba da Ricasoli, che per maggioranza dello stato messer Bindaccio da Ricasoli e’ figliuoli non occupassono la detta pieve, pervennono ad accuparla contro la riformagione del comune di Firenze, onde furono condannati nella persona a condizione; il Roba ubbidì, e fu prosciolto: i figliuoli d’Arrigo, avvegnachè restituissono al comune la possessione, non essendo loro attenuto quello che però fu loro promesso dal comune, rimasono in bando; e sdegnati di questa ingiuria, sapendo che molta roba de’ loro consorti era ridotta nel castello di Vertine, accolsono centocinquanta fanti masnadieri, ed entrarono nel castello, che non si guardava, e di presente l’afforzarono: e corsono per le villate d’attorno, e misono nel castello molta roba, e gli abituri e case de’ loro consorti arsono e guastarono. Il comune di Firenze vi feciono cavalcare il podestà con certe masnade di cavalieri e di pedoni, stimando che contro al comune non facessono resistenza: ma i giovani trovandosi in luogo forte e bene guerniti, e la forza del Biscione di presso, di cui il comune forte temeva, e favoreggiati da Giovanni d’Ottolino Bottoni de’ Salimbeni di Siena, pensarono di tenere il castello per forza, tanto che il comune di Firenze per riaverlo farebbono la loro volontà: e però si misono a ribellione. E alla loro follia aggiunse il tempo aiuto, che all’entrata di febbraio caddono nevi grandissime l’una dopo l’altra, che stettono sopra la terra oltre all’usato modo tutto il detto mese per tale maniera, che tale era a cavalcare il contado di Firenze come le più serrate alpi. Lasceremo Vertine tra le nevi nella sua ribellione, traendoci altra maggiore materia in prima a raccontare.

CAP. LIX. Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti in Romania da’ Genovesi.

Avendo in parte narrato lo sboglientamento delle guerre e delle seduzioni italiane, benchè ci partiamo del paese, ci accade a raccontare le marine battaglie che gl’Italiani medesimi feciono in Romania tra loro. Era l’armata de’ Genovesi di sessantaquattro galee presso a Pera sopra il passo di Turchia, e ivi stavano per riguardo che l’armata de’ Veneziani e Catalani non passassono in Costantinopoli, acciocchè non si aggiugnessono forza dall’imperadore ch’era in lega con loro. I Veneziani e’ Catalani avendo soggiornato gran parte del verno a Modone e Corone in Turchia, e riparate loro galee, si trovarono con sessantasette galee bene armate, e con aiuto di molti legni e barche armate di loro sudditi e di certi Turchi, avendo volontà d’essere a Costantinopoli, dove s’accrescerebbe la loro forza e per mare e per terra, senza attendere che il verno valicasse si misono a navicare verso Costantinopoli, a intenzione di combattere co’ Genovesi se impedire gli volessono. I Genovesi con le sessantaquattro galee armate, avendo per ammiraglio messer Paganino Doria, e stando solleciti alla guardia per attendere i loro nemici, mandarono a dì 7 di febbraio due galee a Gallipoli per avere lingua di loro nemici, e quel dì trovarono che l’armata de’ Veneziani e Catalani entravano all’isola de’ Principi. Come i Genovesi ebbono questa novella si mossono per andare loro incontro, e per forza d’impetuoso vento furono portati indietro al porto di san Dimitrum verso Peschiera, dove stettono fino al lunedì, a dì 13 di febbraio. E partiti di là con grande fatica, tornarono al passo di Turchia. In questo mezzo tornarono le due galee con festa ch’aveano seguita una galea de’ Veneziani e aveanla fatta dare in terra, e campati gli uomini, la galea aveano arsa e profondata; allora tutte le galee insieme si misono da capo per andare contro a’ nemici, e poco avanzato di mare per lo contrario tempo, scopersono alla uscita di Principi l’armata de’ Veneziani e Catalani che facevano la via verso Grecia con grosso mare e molto vento in poppa. I Catalani e’ Veneziani com’ebbono scoperti i loro nimici genovesi, si dirizzarono verso loro colle vele piene per combattere, conoscendo il vantaggio che aveano per l’aiuto del vento e del mare, e passare in Costantinopoli a loro contradio. I Genovesi veggendosi venire addosso i nimici con le vele piene si ristrinsono insieme sopra la Turchia, e ritennonsi da parte a modo d’una schiera, per cessare e lasciare passare l’impeto de’ nimici, temendo della percossa delle loro galee aiutate dalla forza del vento e del mare. E come le galee veneziane e catalane passando vennono al pari delle poppe delle galee de’ Genovesi, i Genovesi si sforzarono per ingegni e per forza d’arme traversarne e ritenerne alcuna, ma non ebbono podere, tanto era forte il corso di quelle. E così i Veneziani e’ Catalani con le loro galee e co’ loro navili armati valicarono a Valanca lasciandosi addietro l’armata de’ Genovesi, e aggiuntosi otto galee armate di gente greca dell’imperadore di Costantinopoli, si trovarono settantacinque galee e molti legni armati. Le sessantaquattro galee de’ Genovesi per lo traversare che aveano voluto fare, avendo i marosi e ’l vento contrario, erano scerrate e sparte, e vedendosi disordinati, e con gli avversari passati, intendeano a raccogliersi insieme senza seguire i nimici per riducersi nel porto di san Dimitrum. I Veneziani e’ Catalani che si trovarono valicati per forza, e accresciuta la loro potenza, vedendo che i Genovesi non veniano verso di loro, e ch’aveano le galee sparte e male ordinate a potere sostenere la battaglia, presono subitamente partito di tornare loro addosso sperando avere piena vittoria. E dato il segno a tutta l’oste, si dirizzarono per forza di remi, avendo il mare contradio, a venire sopra le galee de’ Genovesi, le quali non erano ancora potute raccogliersi insieme. Ma vedendo che tutto lo stuolo de’ Veneziani, e Catalani e Greci erano rivolti per venire loro addosso, catuna parte della loro armata, secondo che le galee genovesi si trovarono insieme, non potendosi ristrignere nè raccozzarsi al loro ammiraglio, come uomini di grande cuore e ardire s’ordinarono alla loro difesa, sempre avendo riguardo e dando opera d’accostarsi al loro capitano, ma la traversa del mare e la fortuna forte l’impediva. L’ammiraglio a tutte le galee che avea appresso di se fece trarre l’ancore, e ritrarsi alquanto fuori delle grosse maree, e dirizzossi contro a’ suoi nimici con la sua galea grossa e con sette altre che avea in sua compagnia; e date le prode contro a’ nimici, feciono testa. Il capitano delle galee veneziane e quello delle catalane, con seguito di gran parte della loro armata, si trassono innanzi, avendo contrario il mare, per assalire i loro nimici. I Genovesi vedendoli venire, mandarono loro incontro due delle loro galee sottili per assaggiarle con le loro balestra, e cominciare lo stormo a modo di badalucco. Il capitano de’ Catalani s’avanzò innanzi, e quello de’ Veneziani appresso, per investire la galea dell’ammiraglio de’ Genovesi, ma trovandole serrate e bene in concio, non le investirono, e non si afferrarono con loro, o per codardia, o per maestria di tramezzare l’altre galee de’ Genovesi innanzi che si raccogliessono al loro ammiraglio: ma dietro a loro tre grosse de’ Veneziani si misono a combattere la galea dell’ammiraglio di Genova, e l’altre galee contro quelle ch’erano in diverse parti del mare; e cominciata da ogni parte l’aspra battaglia tra l’una armata e l’altra, le due grosse de’ Veneziani si misono per proda e una per banda a combattere la sopra galea dell’ammiraglio de’ Genovesi. Quivi fu lunga e aspra e grande battaglia, perocchè d’ogni parte s’aggiunsono galee a quello stormo, e quivi furono molti fediti e morti da catuna parte; e valicato l’ora del vespero, per lo grande aiuto delle galee de’ Genovesi che soccorsono il loro ammiraglio, le tre de’ Veneziani che s’erano afferrate con quella rimasono sbarattate e prese; e l’altre galee de’ Veneziani e Catalani, ch’erano passate e divise tra l’ammiraglio e l’altre galee genovesi, combattendo in diverse parti cacciarono delle galee de’ Genovesi: in prima dieci galee, che per campare le persone diedono in terra verso sant’Agnolo, abbandonati i corpi delle galee a’ nimici, morti e perduti assai de’ compagni, il rimanente si fuggì a Pera; e dopo queste altre tre galee de’ Genovesi fuggendo innanzi a’ Veneziani feciono il simigliante, e abbandonati i corpi delle galee si fuggirono a Pera. I Veneziani e’ Catalani misono fuoco in quelle galee, e tutte le profondarono; e oltre a queste altre sei galee de’ Genovesi si fuggirono nel Mare maggiore per campare. Dall’altra parte i Genovesi combattendo per forza d’arme delle galee de’ Veneziani e Catalani e Greci in diversi abboccamenti, con grande uccisione di catuna parte, ne vinsono e presono assai: ma però non sapea l’uno dell’altro chi avesse il migliore. La tempesta del mare era grande, e non lasciava riconoscere nè raccogliere insieme alcuna delle parti. E avendo per questo modo disordinato e fortunoso combattuto fino alla notte senza sapere chi avesse vinto o perduto, l’uno residuo dell’armata e l’altro si ridussono a terra alle Colonne al porto di Sanfoca; e dividendoli la notte, dilungata l’una parte dall’altra il più che si potè, nel detto porto cercarono per quella notte alcuno sollevamento dalle fatiche agli affannati corpi.

CAP. LX. Di quello medesimo.

La mattina vegnente, a dì 14 di febbraio, i Veneziani, Catalani e Greci che si conobbono essere maltrattati in quella battaglia da’ Genovesi, innanzi che ’l sole alzasse sopra la terra, per paura che i Genovesi, ravveduti del danno che aveano fatto loro, non li sorprendessono in quel luogo, si partirono, e andarsene a un porto che si chiama Trapenon, ch’è nella forza de’ Greci, ove poterono stare più sicuri. I Genovesi venuto il giorno, ricercarono la loro armata, e trovarono meno le tredici galee profondate, e le sei ch’erano andate fuggendo i nimici nel Mare maggiore: e della loro gente si trovarono molto scemati, tra morti e annegati e fuggiti. Dall’altra parte trovarono, che aveano prese quattordici galee de’ Veneziani, e dieci de’ Catalani e due de’ Greci, e allora conobbono che i nimici come rotti s’erano partiti e fuggiti a Trapenon. E trovandosi avere morti di loro nimici intorno di duemila, e presine milleottocento, ebbono certezza della loro poco allegra vittoria, e incontanente de’ loro prigioni fediti e magagnati lasciarono quattrocento, acciocchè non corrompessono la loro gente, e per fare alcuna misericordia della loro vittoria. Ma tanto fu il loro danno de’ morti e fediti, e d’avere perdute le loro galee, che della detta vittoria non poterono far festa. Questa battaglia non ebbe ordine nè modo, anzi fu avviluppata e sparta come la tempesta marina: e però com’ella fu varia e non potuta bene cernere nè vedere, non l’abbiamo potuta con più certo e chiaro ordine recitare.

CAP. LXI. Come per le discordie de’ paesani la Sicilia era in grave stato.

Partendoci dalle battaglie fatte per gl’Italiani negli strani paesi, ci occorre l’intestino male dell’isola di Sicilia: la quale non avendo nemico strano, tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano s’uccidevano, per aguati, per tradimenti, e per furti di loro tenute continovo adoperavano il fuoco e il ferro, onde molti gentiluomini, e altre genti del paese perderono la materia delle paesane divisioni per le loro violenti morti; e ancora per questo tanto si disusarono i campi della cultura, tanto si consumarono i frutti ricolti, che l’isola per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri paesi. E per partirci un poco da tanta crudele infamia, la seguente ferina crudelezza, con vergogna degli uomini di quella lingua, sia per ora termine a questa materia. Un Catalano, il quale teneva una rocca nella Valle di... fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale avendo voglia d’avere quella rocca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere: ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porti, e ’l conte e i compagni presi; e avendovi uomini i quali si volevano ricomperare grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’uno dopo l’altro posto a’ merli della maggiore torre della rocca, sopra uno dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta a’ crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino a’ crudi nemici. Chi crederebbe questa sevizia trovare tra’ fieri popoli delle barbare nazioni, la quale tra i cristiani, tra i consorti d’uno reame, tra i vicini passò le crudeltà de’ tigri, e la fierezza de’ più salvatichi animali che la terra produca? E perocchè trovare non si potrebbe maggiore, trapassiamo a un’altra di minore numero, ma forse non di minore infamia.

CAP. LXII. Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato.

Avendo narrata la grande crudeltà de’ Catalani, un’altra sotto ombra di non vera scusa, non senza biasimo dell’abbandonata mansuetudine del nostro comune, ci s’offera a raccontare. I Guazzalotri di Prato, come è detto addietro, innanzi che il comune il comperasse, usando la tirannia di quello tirannescamente, ne furono abbattuti: per questo l’animo di Iacopo di Zarino caporale di quella casa era mal contento, avvegnachè assai onestamente sel comportasse. Avvenne che alquanti cittadini di Firenze, animosi di setta, calunniarono lui e alquanti cittadini di Firenze di trattato contro al comune, della qual cosa convenne che in giudicio si scusassono, e non trovandosi colpevoli, fu infamia a quella gente che quello aveano loro apposto, ed egli con gli altri infamati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fuggire il pericolo degl’infamatori, o per sdegno conceputo, andando per podestà a Ferrara, fu ritenuto dal tiranno di Bologna e poi lasciato, rimanendo per stadico il figliuolo; e tornato a Firenze, e preso sospetto di lui, fu confinato a Montepulciano: i quali confini, qual che si fosse la cagione, e’ non seppe comportare, e fece suo trattato col signore di Bologna per ritornare in Prato; per la qual cosa venne a Vaiano in Valdibisenzio, e fece richiedere de’ suoi amici, e da Siena vennono lettere al comune di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro comune di presente vi mise gente d’arme alla guardia, per modo che non se ne potea dottare. Nondimeno i cittadini che reggevano allora il comune, animosi per setta, volendo aggravare l’infamia, in su la mezza notte feciono chiamare delle letta e armare i cittadini, e trarre fuori i gonfaloni, come se i nimici fossono alle porti, di che i reggenti ne furono forte biasimati. Nondimeno seguendo loro intendimento, aveano fatto venire da Prato tutti gli uomini di casa i Guazzalotri, i quali per numero furono sette; e incontanente, come uomini guelfi e innocenti, e che dell’imprese di Iacopo di Zarino erano ignoranti, vennono a Firenze: ed essendo tutti in su la porta del palagio de’ priori, un fante giunse il dì medesimo, che le guardie erano rinforzate in Prato, il quale disse loro da parte di Iacopo, com’egli intendea d’essere quella notte in Prato. Costoro di presente furono a’ signori e a’ loro collegi, e dissono quello che in quell’ora Iacopo avea loro mandato a dire, scusando la loro innocenza. I priori co’ loro collegi non dimostrando di loro alcuno sospetto, gli licenziarono per quel giorno: l’altra mattina gli feciono chiamare, e tutti senza sospetto andarono a’ signori, fuori d’un giovane, il quale quanto che non fosse colpevole, temette di venire in esaminazione; gli altri furono ritenuti, e messi nelle mani del capitano del popolo, uomo di poca virtù, e fatti pigliare certi Pratesi, e un Fiorentino de’ Galigai, e due fabbri di contado, tutti per gravi martori confessarono, come coloro che questo feciono fare vollono, e subitamente, improvviso agli altri cittadini, il detto capitano, del mese di marzo 1351, fece decapitare i nove, e i fabbri impiccare; la qual cosa fu tenuta crudele e ingiusta sentenza, e molto dispiacque a’ cittadini, perocchè manifesto fu che non erano colpevoli. Abbiamone detto steso per due cagioni, l’una per manifestare di quanto pericolo sono le sette cittadinesche, che i giusti spesso com’e’ colpevoli involgono in capitale sentenza; la seconda per dimostrare quanto a Dio dispiace quando si spande l’innocente sangue: che per quello che i Guazzalotri poco innanzi sparsero per tirannia nella loro terra, il loro per simigliante modo fu sparto nella città di Firenze.

CAP. LXIII. Come il tiranno d’Orvieto fu morto.

In questo anno, del mese di marzo, essendo tiranno d’Orvieto Benedetto di messer Bonconte de’ Monaldeschi, il quale poco dinanzi aveva morti due suoi consorti per venire alla tirannia, e stando in quella per operazione de’ suoi consorti, da uno fante nel suo palagio fu morto. Per la morte di costui la città fu in grave divisione; ma coll’aiuto di gente e d’ambasciadori perugini s’acquetò alquanto il popolo con alcuno lieve e non fermo stato, perocchè tutta la terra era insanguinata per la divisione della casa de’ Monaldeschi, e avendo dentro poca concordia, e di fuori sparti per lo contado e distretto i cittadini cacciati, rimase lo stato dubbioso a potere sostenere; e per la cavalleria che l’arcivescovo di Milano aveva in Toscana e nella Marca, i comuni di parte guelfa poco consiglio vi misono, onde ne seguì la rivoltura che appresso seguendo nostro trattato nel suo tempo racconteremo.

CAP. LXIV. Come i Fiorentini assediarono Vertine.

Nel predetto mese di marzo i Fiorentini feciono porre l’oste al castello di Vertine, e strignerlo con due campi al trarre delle balestra, e rizzaronvi due mangani che tutto dì gittavano, abbattendo e guastando le case della terra. Nell’oste avea seicento cavalieri, e millecinquecento masnadieri di soldo, i quali deliberarono di combattere il castello e vincerlo per battaglia: ma avvenne mirabile cosa, che quasi pareva fatta per arte magica, che il tempo si corruppe all’acqua, che dì e notte non ristò infino alla Pasqua; e impedì tanto l’oste, che alla battaglia non si potè venire per niun modo, e quelli del castello ebbono agio di farlo più forte alla difesa; e per questa cagione, e perchè dentro avea franca masnada di buoni briganti, poco parea si curassono de’ Fiorentini, e minacciavano di darlo al Biscione; e così francamente il tennono in fino all’uscita d’aprile, come appresso diviseremo.

CAP. LXV. Come in corte fu fermata la pace dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia.

Essendo per lungo tempo trattata in corte di Roma a Vignone la pace tra il re d’Ungheria e i reali del regno di Cicilia di qua dal Faro, papa Clemente essendo guarito della sua infermità, nella quale aveva avuta grave riprensione di coscienza, perchè aveva sostenuta la detta causa in contumacia, potendola acconciare, con singulare sollecitudine mise opera che la pace si facesse. Ed essendo il re d’Ungheria con un solo fratello re di Pollonia, senza avere altri consorti fuori de’ reali del regno di Cicilia, e già soddisfatto in parte non piccola della vendetta del fratello, agevolmente si dispose a volere la pace, gradendola al papa e a’ cardinali che con istanza ne pregavano, e però mandò a corte suoi ambasciadori con pieno mandato, informati di sua intenzione, lo eletto di cinque chiese, e un vescovo d’Ungheria, e Gulforte Tedesco fratello di messer Currado Lupo vicario nel Regno del detto re; e del mese di gennaio 1351, i detti ambasciadori in presenza del papa e de’ cardinali, come ordinato fu per lo detto papa, si fece la pace con gli ambasciadori del re Luigi e della reina Giovanna in nome di tutti i reali di quella casa. E per parte del re Luigi e della reina furono fatte l’obbliganze, per le quali, secondo che ’l papa e i cardinali aveano trattato, il re e la reina doveano dare e restituire al re d’Ungheria trecentomila fiorini d’oro in diversi termini, per sodisfacimento delle spese che il re d’Ungheria avea fatte in quell’impresa del Regno. E fatte le dette cautele e la detta pace, il papa per l’autorità sua e del consiglio de’ suoi cardinali per decreto confermò ogni cosa, confermando la pace, e consentendo all’obbligagione pecuniaria del reame. E fornito ogni cosa solennemente, innanzi che della casa si partissono le parti, gli ambasciadori del re d’Ungheria, improvviso a tutti, seguendo il mandato segreto che aveano dal loro signore, di grazia spontaneamente, per propria volontà del re d’Ungheria, finirono e quetarono al re, e alla reina, e a’ reali di Puglia, e al Regno, e alla Chiesa di Roma, di cui è il detto reame, i detti trecentomila fiorini d’oro, dicendo, come il loro signore non avea fatta quell’impresa per avarizia, ma per vendicare la morte del suo fratello. E incontanente si partì Gulforte, e tornò in Ungheria a fare assapere al re come fatto era quanto egli avea comandato, a grande grado e piacere di santa Chiesa. E i sopraddetti prelati andarono nel Regno a trarne gli Ungheri che v’erano salvamente, e a fare per comandamento del loro signore restituire al re Luigi e alla reina tutte le città, e terre e castella che la sua gente vi tenea. E fatto questo accordo, quale che si fosse la cagione, il re d’Ungheria non lasciò incontanente i reali ch’aveva prigioni in Ungheria, anzi gli tenne insino al settembre prossimo, come al suo tempo si dirà, occorrendoci altre cose che prima richieggono il debito alla nostra penna.

CAP. LXVI. Come l’arcivescovo trattava pace colla Chiesa.

In questo tempo, del verno, l’arcivescovo di Milano continovo mantenea a corte solenni ambasciadori a procurare la sua riconciliazione con santa Chiesa, e a ciò movea il re di Francia con forza di grandi doni che gli faceva, e al continovo pregava per sue lettere il papa e’ cardinali che perdonassono all’arcivescovo, ed egli per essere più favoreggiato domandava pace. I parenti del papa e certi cardinali erano sì altamente provveduti, e sì spesso, che continovo pregavano per lui il papa, e la contessa di Torenna non finava, per la qual cosa il papa dimenticava l’onore e l’ingiurie di santa Chiesa. E non ostante che tenesse sospesi gli ambasciatori de’ comuni di Toscana delle cose che aveano proposto loro, gli ambasciadori continovo ricordavano in concistoro l’offese fatte per l’arcivescovo e pe’ suoi antecessori, e l’ingiurie e violenze che fatte avea, e continovo faceva a’ comuni di Toscana fedeli e divoti di santa Chiesa. Il papa non ostante ciò favoreggiava oltre al modo onesto la causa del tiranno, onde per alcuno cardinale ne fu cortesemente ripreso; a costui e agli altri cardinali che mostravano in concistoro di essere zelanti dell’onore di santa Chiesa, procedendo il tempo, coll’ingegno e coll’arte e co’ doni del tiranno furono racchiuse le bocche, e aperte le lingue in suo favore, sicchè ultimamente pervenne alla sua intenzione, come seguendo al suo tempo dimostreremo.

CAP. LXVII. Della gran fame ch’ebbono i barbari di Morocco.

Avvenne in quest’anno nel reame di Morocco e nel reame della Bella Marina un’inopinata fame per sterilità del paese, la qual fame gittò gran carestia in Granata e nella Spagna, e stesesi per la Navarra, e appresso in Francia infino a Parigi: che per portare il grano a’ barbari, per disordinato guadagno che se ne facea, venne lo staio di libbre cinquanta di peso in Parigi in valuta di due fiorini d’oro, e per lo paese non molto meno. E i barbari saracini per sostentare la vita s’ordinarono continovo digiuno, il quale sodisfacevano con tre once di pane dato loro, e con un poco d’olio quanto teneva la palma della mano, nel quale intignevano il detto pane, e con questo mantenevano la loro vita: nondimeno gran quantità ne morirono di fame in quell’anno.

CAP. LXVIII. Come i rettori di Firenze cominciarono segretamente a trattare accordo con l’eletto imperadore.

Mentre che il comune di Firenze e di Siena aveano gli ambasciadori a corte di papa contro all’arcivescovo di Milano, avvedendosi che la Chiesa per le preghiere del re di Francia e d’altri baroni, e per la grande quantità di moneta che il tiranno spendea in corte, colla quale avea recato in suo favore tutta la corte, ed era per essere riconciliato e fatto assai maggiore che non era in prima, diffidandosi di non potere per loro resistere alla sua potenza, ordinarono molto segretamente di volere far muovere della Magna messer Carlo re de’ Romani eletto imperadore, e però mandarono e feciono venire d’Alemagna a Firenze segretamente un suo cancelliere con grande mandato: il quale fu collocato e stette tutto il verno racchiuso in san Lorenzo per modo, che i Fiorentini non sapeano chi si fosse, e di notte andavano a lui segretari del comune, i quali trattavano il modo della venuta del detto eletto, col favore e aiuto grande del detto comune, per abbattere la tirannia dell’arcivescovo: e in fine vennono col detto cancelliere a piena concordia, tanto che, nonostante l’antico odio del nome imperiale a’ detti comuni, fu loro lecito di piuvicare la detta concordia accetta a’ detti popoli, come a suo tempo racconteremo.

CAP. LXIX. Come la gente de’ Fiorentini che andavano a fornire Lozzole furono rotti dagli Ubaldini.

Entrando nel mese d’aprile 1352, essendo commesso per lo comune di Firenze al capitano del Mugello che fornisse Lozzole che i Fiorentini tenevano nel Podere, acciocchè più chiusamente si facesse, si mise a farlo con sì poca provvisione, che più dì innanzi fu palese agli Ubaldini la cavalcata che fare si doveva. I quali in que’ dì aveano colla gente dell’arcivescovo di Milano preso il Monte della Fine a’ confini di Romagna, il quale era stato accomandato, ma non difeso da’ Fiorentini. E avendo la gente apparecchiata, si misono in più aguati nell’alpe, ove stettono più dì aspettando la scorta de’ Fiorentini per fornire Lozzole. Il folle capitano di Mugello con quattrocento cavalieri e con pedoni del Mugello, non avendo prima presi i passi più forti dell’alpe, nè fatto provvedere se aguato vi fosse, si mise per la via del Rezzuolo con la salmeria e con la sua gente ad entrare nell’alpe, e lasciossi uno degli aguati de’ nimici addietro; quando ebbono valicato Rezzuolo furono assaliti da’ nimici dinanzi, e da lato e didietro per modo, che piccola difesa v’ebbe, altro che di fuggire chi potè. Rimasonvi morti cinquanta uomini tra a cavallo e a piede, e ottanta presi con tutta la salmeria; e di questo fallo non fu altra vendetta in Firenze, se non che chi fu morto o preso per la mala condotta s’ebbe il danno. Il capitano fu Rosso di Ricciardo de’ Ricci di Firenze.

CAP. LXX. Come s’ebbe Vertine a patti e disfecesi la rocca.

Essendo stato il castello di Vertine lungamente assediato e traboccato da’ dificii, e non volendosi arrendere, i Fiorentini diliberarono di farlo combattere: e a dì 20 d’Aprile, gli anni Domini 1352, con molta baldanza e con poco ordine si strinsono al castello assalendolo da più parti; e in alcuno luogo furono infino al rompere delle mura, ma per non avere dificii da coprire, nè le scale che bisognavano a assalire, condotti alle mura, con danno e con vergogna, mortine alquanti, e fediti e magagnati assai degli assalitori, si ritrassono della battaglia, la quale aveano mantenuta tre ore del dì. L’assedio vi si fortificò, e strinsono il castello più di presso, e ordinavano di combatterlo con più ordine e con maggiore forza. Que’ d’entro vedendosi senza speranza di soccorso, per fuggire il pericolo della battaglia trattarono di rendere la terra, salve le persone e l’armi, e che potessono trarre tutto il grano che aveano nel castello di Vertine di que’ della casa da Ricasoli, infra quindici dì prossimi. Il trattato fu fermo, e il primo dì di Maggio del detto anno n’uscirono que’ da Ricasoli con centocinquantotto masnadieri, molto bella gente d’arme; e il comune prese la terra, e incontanente fece abbattere due fortezze che v’erano a modo di rocche, l’una di que’ da Ricasoli, e l’altra di que’ da Vertine, acciocchè più per quelle tenute non si potesse rubellare.

CAP. LXXI. Esempio di cittadinesca varietà di fortuna.

In questo tempo avvenne una cosa notevole in Firenze, la quale per se non era degna di memoria, ma concedelesi luogo per esempio delle cose avvenire. Un giudice di legge di grande fama nella pratica de’ piati criminali e civili, di assai nuova progenie, e di piccolo stato ne’ suoi principii, venne per suo guadagno in ricchezza, e con prospera fortuna, il dì di calen di maggio del detto anno, dottorato un suo figliuolo e menata moglie, con dote di fiorini millecinquecento d’oro, e con eredità di patrimonio di fiorini tremilacinquecento d’oro in possessioni a lui pervenute, celebrò solenne festa in più dì in grande allegrezza. E verificandosi la parola detta per santo Gregorio sopra il Giobbe, il quale disse: Praenuntia tribulationis est laetitia satietatis: poco appresso avvenne, che essendo ingrati della non debita e sformata dote e successione ereditaria della detta donna, vollono alla madre della fanciulla per male ingegno della loro arte sottrarre altri certi beni, la quale turbata si difendea a ragione. I legisti ordinarono un piato tacito, e avendo avuta per altri fatti una procura dalla detta donna, si sforzarono, non avendo avversario, di venire alla sentenza. Ma come Iddio volle, la corte s’avvide del baratto; e scoperto l’inganno, il figliuolo fu condannato nel fuoco con un suo nipote; e il padre confidandosi di difendere a ragione si rappresentò in giudicio. Ed essendo per essere arso un suo nipote ch’avea nome Lotto del maestro Cambio de’ Salviati, uomo di buona condizione e amato da’ cittadini, accadde essere de’ priori di Firenze, il quale per onore della sua casa operò tanto, che fu condannato nel fuoco per falsità, a condizione, che se infra dieci dì non pagasse al comune lire quattromila, e stesse a Perugia un anno a’ confini; ed essendo già stato da dieci mesi a’ confini, tanto seppe adoperare con un altro podestà, che rivocò i suoi confini, e tornò a Firenze innanzi al tempo, e mostrossi palese più d’un mese. Volendosi fare cancellare del detto bando, e restituire alla matricola ov’era stato raso, e non trovandosi modo come di ragione fare si potesse, rimase in bando del fuoco per avere rotti i confini, i quali aveva poco tempo a ubbidire ed era libero. Costui fu il primo che mise in pratica nella nostra città di conducere i civili piati in criminali, e per quella medesima cagione fu infamato e condannato egli e ’l suo figliuolo; il quale poi dopo l’esilio di presso a otto anni morì in bando, avendo prima il padre ricomperato dal comune per grandi riformagioni il suo fallo d’avere rotti i confini lire milledugento. E dopo la morte del figliuolo la donna ritrasse della casa la dote e ’l patrimonio in grande abbassamento di quella famiglia, lasciando esempio a’ suoi cittadini, che come la scienza convertita in pratica di male suasioni, e le disordinate dote fanno gli uomini arricchire e montare in stato, così quelle medesime operazioni e dote spesso sono materia e cagioni di gravi ruine: questo ci scusi averne fatto qui la detta memoria.

CAP. LXXII. Come un gran re de’ Tartari venne sopra il re di Proslavia.

Avvenne in quest’anno, che un re del lignaggio de’ Tartari, avendo avuta la sua gente briga col re di Proslavia infedele, avegnachè suddito al re d’Ungheria, e fatto danno l’una gente all’altra, il detto re de’ Tartari sentendosi di grande potenza, per prosunzione della sua grandezza, ovvero per trarre la gente del suo paese che aveano a quel tempo grandissima fame, uscì del suo reame con infinito numero di gente a piè e a cavallo, ed entrò nel regno de’ Proslavi. Il re de’ Proslavi colla sua gente si fece incontro a quella moltitudine per ritenerli a certe frontiere, tanto che avesse il soccorso dal re d’Ungheria, il quale di presente vi mandò quarantamila arceri a cavallo: e aggiuntosi colla gente del re de’ Proslavi, di presente commisono la battaglia co’ Tartari, de’ quali tanti n’uccisono, che la lena mancò agli uomini, e lo taglio alle spade, e le saette agli archi. Ma per la soprabbondante moltitudine de’ Tartari, non potendoli gli Ungheri e i Proslavi più tagliare, convenne ch’abbandonassono il campo, non senza grande danno della loro gente. I Tartari vinti rimasono vincitori: ma per disagio di vivande, e per la corruzione dell’aria, costretti prima a manicare de’ corpi morti, sentendo che per li due re si faceva apparecchiamento di ritornare in campo con maggiore e più potente esercito, per paura, e per lo gran difetto che i Tartari aveano di vittuaglia, si tornarono addietro in loro paese. Questa novella avemmo da più e diverse parti in Firenze del mese d’aprile 1352.

CAP. LXXIII. Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio.

Ritornando all’italiane tempeste, essendo rimasa la città d’Orvieto con grande dissensione tra’ cittadini dopo la morte di Benedetto di messer Bonconte loro tiranno, i cittadini da capo si cominciarono a insanguinare insieme, e uccidea l’uno l’altro nella città e di fuori, come s’uccidono le bestie al macello. Ed era sì corrotta la città ed il contado, che in niuna parte si poteva andare o stare sicuro, e i Perugini e gli altri comuni di Toscana erano sì oppressati dalla gente del Biscione, che appena poteano intendere alla loro difesa, sicchè de’ fatti d’Orvieto non si potevano intramettere come a quel tempo bisognava. Avvenne che Petruccio di Peppo Monaldeschi, come che d’animo e di nazione fosse guelfo, avendo rispetto a pigliare la tirannia d’Orvieto, per suo trattato fece venire a condotta degli Ubaldini a Cetona dugento cavalieri, e procacciò d’avere gente dal prefetto da Vico: e quando si vide il bello, avendo raunato nella terra assai fanti, levò il romore e corse la terra, e mise dentro i dugento cavalieri ch’avea in Cetona, e uccise Bonconte suo consorto, nipote di Benedetto, e più altri, e ridusse la città nella forza de’ ghibellini, credendo poterla tiranneggiare per se; ma in fine, come al suo tempo racconteremo, la signoria rimase al prefetto da Vico e a parte ghibellina, tradita la patria e i consorti per singolare invidia de’ suoi congiunti.

CAP. LXXIV. Come l’armata de’ Genovesi andò a Trapenon per danneggiare i nemici.

Dopo la battaglia fatta in Romania tra’ Genovesi, Veneziani e Catalani, avendo i Genovesi preso riposo per alcuno tempo, e ritornate le sei galee fuggite nel Mare maggiore, riconoscerono la loro amara vittoria, presono cuore dimenticando il danno loro per l’animosità ch’aveano contro a’ loro nemici ch’erano rifuggiti a Trapenon, e procacciarono aiuto da Pera, e mandarono per rinfrescamento di galee armate, strignendo che quante più ne potessono mandare armate il facessono senza indugio, a fine di disfare affatto l’armata de’ Veneziani e Catalani, avendo anche speranza di vincere Costantinopoli. E racconce le loro galee, e rifornite le ciurme e’ soprassaglienti se n’andarono a Trapenon, ove i Veneziani e’ Catalani s’erano rifuggiti; e assai volte tentarono d’assalirli, ma gli avversari aveano la forza della terra, e l’avvantaggio della guardia del porto, sicchè poco li curavano; e quando vidono un tempo al loro viaggio fatto e fermo, e che era contradio a’ loro nemici a poterli impedire, con trentotto galee racconce e rifornite si misono in mare, e atandosi con le vele e co’ remi, avendo il vento in poppa, a contradio de’ Genovesi valicarono in Candia: e giunti in Candia misono in terra, e disarmarono. E stando nell’isola, per la corruzione di loro fediti e de’ disagi sostenuti infermarono e corruppono molto la terra, e mandarono due loro galee per avere aiuto da Vinegia, le quali s’abbatterono in dieci galee ch’e’ Genovesi mandavano in aiuto alla loro armata, ma l’una per forza di remi campò, l’altra diede a terra, e abbandonato il corpo della galea salvarono le persone.

CAP. LXXV. Come i Genovesi assediarono Costantinopoli.

L’armata de’ Genovesi non avendo potuto impedire l’armata de’ Veneziani e Catalani che non fossono passati all’isola di Negroponte, non attesono a seguirli, ma attesono ad assediare Costantinopoli per mare, e fermarono di fare ogni loro podere per abbattere l’aiuto che i Veneziani aveano dall’imperatore. E stando ivi, giunse in loro aiuto sessanta legni armati di Turchi, e le dieci galee che il comune di Genova avea mandate loro. Mega Domestico che allora governava l’imperio come tiranno, vedendo i Veneziani rotti e soperchiati in quella guerra da’ Genovesi, e che la loro forza cresceva, e sentendosi il vero imperatore, il quale s’avea fatto a genero, nemico, per non venire a peggio trattò pace co’ Genovesi, e fermossi la detta pace a dì 6 maggio del detto anno: e fu in patto, ch’e’ Veneziani del paese fossono salvi in avere e in persona, e che i Genovesi non dovessono pagare in Costantinopoli commercio, e che vi potessono fare porto, e andare e stare come amici: e che d’allora innanzi l’imperadore non dovesse ricettare i Veneziani nè i Catalani, nè dare loro alcuno aiuto. E ferma la pace, i Genovesi con tutta loro armata se ne vennono in Candia per vincere il paese; e volendo porre in terra, ebbono incontro i paesani con trecento cavalieri, e le ciurme delle galee, e contradissono la prima scesa. I Genovesi si provvidono di fare parate, e dietro a quelle misono i balestrieri, e messe le scale in terra, a contradio de’ nemici presono campo; e stando in terra trovarono il paese corrotto, e avvelenata l’aria e la terra dalla corruzione sparta dalle galee de’ Veneziani e Catalani, e anche tra loro avea de’ fediti e degl’infermi, e per questa cagione, e per i molti disagi sostenuti lungamente, pensarono che il soprastare era pestilenzioso e mortale, si ricolsono a galea, e misonsi in mare per tornarsi a Genova; e innanzi pervenissono alla patria più di mille cinquecento uomini morti gettarono in mare: e nondimeno lasciarono nel golfo di Vinegia dieci galee per danneggiare i Veneziani. E del mese d’agosto del detto anno con trentadue galee tornarono a Genova col loro ammiraglio, e con settecento prigioni veneziani, e con molta preda dell’acquisto fatto sopra i nemici e sopra le spoglie de’ Greci. Della qual vittoria, avvengnachè molto ne montasse in fama il comune di Genova, più tristizia che allegrezza, più pianto e dolore che festa tornò alla loro patria; e trovossi all’ultimo di questa maladetta guerra di queste armate, che tra morti in battaglia, e annegati in mare, e periti di pestilenza, tra l’una parte e l’altra vi morirono più d’ottomila Italiani in quell’anno. E questo avvenne solo per attizzamento d’invidia di pari stato di due popoli Genovesi e Veneziani, che catuno si volea tenere il maggiore.

CAP. LXXVI. Concordia fatta dall’imperadore a’ comuni di Toscana.

Tornando al lungo trattato menato in Firenze per li Fiorentini e Perugini e Sanesi, molto segretamente con messer Arrigo proposto d’Esdria dell’ordine di certi frieri, vececancelliere di messer Carlo eletto imperadore re di Boemia e re de’ Romani, il quale con molto senno e gran diligenza avendo il mandato dal suo signore, e per mezzano tra lui e gli ambasciadori de’ sopraddetti comuni messer Ramondo l’uno degli usciti guelfi di Parma marchese di Soraga, capitano di guerra del comune di Firenze, scritte le convenenze e’ patti di concordia, si sostenne la piuvicazione di quelli per lo detto vececancelliere e per li detti comuni, tanto ch’ebbono la fermezza da corte come il papa avea riconciliato per sentenza l’arcivescovo di Milano, e fatto la concordia con lui, come nel principio del nostro terzo libro si potrà trovare; e questa concordia fu ferma del detto mese d’aprile del detto anno.

CAP. LXXVII. Come si levò una compagnia nel Regno, e fu rotta dal re Luigi.

Avvenne non ostante che la pace fosse fatta tra il re d’Ungheria e i reali di Puglia, e deliberato fosse per lo papa la coronazione del re Luigi, per la baldanza che i soldati forestieri aveano presa nel Regno, uno Beltramo della Motta nipote di fra Moriale, che ancora teneva la città d’Aversa, fece raccolta di cavalieri di sua lingua, e di Tedeschi e d’Italiani ch’erano nel Regno senza soldo, ed ebbe quattrocento barbute e cinquecento masnadieri: e cominciò a correre per Terra di Lavoro, di consiglio e consentimento di Fra Moriale, secondo il suono, benchè secondo la vista dimostrava il contradio, e prendea i casali, e facea rimedire la gente, e molto conturbava il paese: e i baroni e’ cavalieri regnicoli che voleano venire a Napoli alla coronazione del re erano da costoro forte impediti, e i cammini erano rotti per loro, e spesso assaliti, e per soperchia baldanza s’erano ridotti a Cesa, tra la città d’Aversa e l’Acerra. E stando ivi, in gran vergogna del futuro re Luigi, il re infiammato di questa ingiuria, subitamente e improvviso a’ ladroni accolse de’ baroni ch’erano venuti a lui, e di Napoletani da mille cavalieri, e montò a cavallo in persona, e seguitato da’ suoi, a dì 28 d’aprile del detto anno occupò Beltramo della Motta e la sua compagnia, i quali per lo subito assalto non feciono retta, ma chi potè fuggire non attese il compagno: e così fuggendo molti ne furono morti e presi, che pochi ne camparono. Beltramo della Motta con venti compagni fuggì a Alife e campò. In Napoli furono giudicati a morte venticinque paesani ch’erano in quella compagnia, gli altri rimasono prigioni: e la detta compagnia fu al tutto consumata e spenta con onore del re Luigi, e con più lieta festa della sua coronazione, che appresso seguitò, come tosto diviseremo.

CAP. LXXVIII. Come i Perugini guastarono intorno a Cortona.

In questo mese d’aprile del detto anno, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano ch’erano stati lungamente al servigio del signore di Cortona all’Orsaia, si partirono di là, e lasciarono dugentocinquanta cavalieri. I Perugini aontati dell’ingiuria fatta loro da’ Cortonesi, di presente, avuto trecento cavalieri da’ Fiorentini, con settecento barbute e con gran popolo cavalcarono sopra Cortona, ardendo e guastando le case, e le vigne e’ campi, e tagliando gli alberi, aoperando il fuoco e il ferro, e guastarla intorno per molti giorni, senza potere i Cortonesi difendere in niuna parte, di fuori che dall’Orsaia a Cortona, per la guardia vi fecero i dugentocinquanta cavalieri del Biscione: ma senza arsione, così consumarono que’ cavalieri quella parte difendendo, come i Perugini l’altre parti per loro vendetta.

CAP. LXXIX. Come i Fiorentini fornirono Lozzole.

I Fiorentini poco tempo innanzi per mala condotta rotti dagli Ubaldini nell’alpe, volendo fornire Lozzole, provvidono di fornirlo con più avviso e provvedenza; che senza fare apparecchiamento nel Mugello, avendo in Firenze cavalieri e pedoni, e la vittuaglia apparecchiata, senza alcuna vista mandarono improvviso agli Ubaldini, e feciono pigliare a buoni masnadieri i passi e i poggi dell’alpe. E presi i passi la notte, la mattina vi mandarono cento cavalieri, e quattrocento balestrieri eletti, e seicento buoni masnadieri di soldo e tutta la salmeria con loro, i quali andarono senza contasto. E furono sopra il battifolle degli Ubaldini, il quale era sopra Lozzole, innanzi che potessono avere soccorso; e vedendosi sorprendere alla gente de’ Fiorentini, abbandonaro la bastita e l’arme, e gittaronsi per le ripe per salvare le persone; i Fiorentini presono l’arme e la roba ch’era nella bastita, e aggiunsonla alla loro salmeria, e misono ogni cosa nel castello di Lozzole, e arsono il battifolle de’ nimici, e sani e salvi senza trovare contasto si tornarono a Firenze del mese di maggio del detto anno.


[ TAVOLA] DEI CAPITOLI

Prefazione. [Pag. V]
Qui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima il prologo, e primo libro. [1]
Cap. I. Dell’inaudita mortalità [3]
Cap. II. Quanto durava il tempo della moria in catuno paese [4]
Cap. III. Della indulgenzia diede il papa per la detta pistolenza [9]
Cap. IV. Come gli uomini furono peggiori che prima [10]
Cap. V. Come si stimò dovizia, e seguì carestia [11]
Cap. VI. Come nacque in Prato un fanciullo mostruoso [12]
Cap. VII. Come alla compagnia d’Orto san Michele fu lasciato gran tesoro [12]
Cap. VIII. Come in Firenze da prima si cominciò lo Studio [15]
Cap. IX. Raggiugnimento di principi che furono cagione di grandi novitadi nel Regno [17]
Cap. X. Come il re d’Ungheria fece ad Aversa uccidere il duca di Durazzo [20]
Cap. XI. La cagione della morte del duca di Durazzo [21]
Cap. XII. Come il re d’Ungheria entrò in Napoli [22]
Cap. XIII. Come il re d’Ungheria vicitava il regno di Puglia [23]
Cap. XIV. Come il re d’Ungheria partitosi del Regno tornò in Ungheria [24]
Cap. XV. Novità del reame di Tunisi, e più rivolgimenti di quello [25]
Cap. XVI. Come per la partita del re d’Ungheria del Regno i baroni e’ popoli si dolsono [26]
Cap. XVII. Come si reggeva la sua gente nel Regno partito il re [27]
Cap. XVIII. Come messer Luigi si fe’ titolare re al papa, e mandò nel Regno [28]
Cap. XIX. Come il re e la reina ritornarono nel Regno [30]
Cap. XX. Come il re e la reina Giovanna entrarono in Napoli a gran festa [31]
Cap. XXI. Come il re Luigi si fe’ fare cavaliere, e da cui [32]
Cap. XXII. Brieve raccontamento di cose fatte per il re d’Inghilterra contra quello di Francia [33]
Cap. XXIII. Come gli Ubaldini furo cominiciatori della guerra che il comune di Firenze ebbe con loro [36]
Cap. XXIV. Come i fedeli del conte Galeotto si rubellarono da lui e dieronsi al comune di Firenze [36]
Cap. XXV. Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldini, e presero Montegemmoli e loro castella [37]
Cap. XXVI. Come il re di Francia comperò il Delfinato [40]
Cap. XXVII. La cagione perchè il re d’Araona tolse Maiolica al re [41]
Cap. XXVIII. Come il re di Maiolica vendè la sua parte di Mompelieri al re di Francia [42]
Cap. XXIX. Come s’ordinò il generale perdono a Roma nel 1349 [43]
Cap. XXX. Come il re di Maiolica andò per racquistare l’isola e fuvvi morto [45]
Cap. XXXI. Come i baroni italiani e catalani per loro discordie guastarono l’isola di Cicilia [46]
Cap. XXXII. Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo tolsono moglie [49]
Cap. XXXIII. Come il re di Francia fu ingannato del trattato di Calese con gran danno [51]
Cap. XXXIV. Come messer Carlo eletto imperadore fu preso e morto di veleno [53]
Cap. XXXV. Come il re Luigi prese più castella [56]
Cap. XXXVI. Come il re Luigi prese il conte d’Apici [57]
Cap. XXXVII. Come il re Luigi Assediò Nocera [58]
Cap. XXXVIII. Come Currado Lupo liberò Nocera [60]
Cap. XXXIX. Come il re Luigi rifiutò la battaglia con Currado Lupo [61]
Cap. XL. Della materia medesima [63]
Cap. XLI. Come morì il re Alfonso di Castella [64]
Cap. XLII. Come il doge Guernieri fu preso in Corneto dagli Ungheri [65]
Cap. XLIII. Come i Fiorentini presero Colle [67]
Cap. XLIV. Come i Fiorentini ebbono Sangimignano a tempo [68]
Cap. XLV. Di tremuoti furono in Italia [70]
Cap. XLVI. Come sommerse Villacco in Alamagna [71]
Cap. XLVII. De’ fatti del Regno [72]
Cap. XLVIII. Come la gente del re d’Ungheria sconfisse i baroni del Regno [74]
Cap. XLIX. Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia da’ nimici [76]
Cap. L. Come si fe’ triegua nel Regno [78]
Cap. LI. Di novità di barbari di Bella Marina [80]
Cap. LII. Come Balese tornando per lo suo reame contro al figliuolo ebbe grande fortuna, e poi fu avvelenato [81]
Cap. LIII. Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna [83]
Cap. LIV. Come messer Giovanni Manfredi rubellò Faenza alla Chiesa [86]
Cap. LV. Come il capitano di Forlì prese Brettinoro per assedio [89]
Cap. LVI. Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono [90]
Cap. LVII. Perchè s’intramesse il dificio d’Orto san Michele [93]
Cap. LVIII. Come la Chiesa mandò il conte per racquistare la contea di Romagna [95]
Cap. LIX. Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali [97]
Cap. LX. Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo dal conte a messer Giovanni [98]
Cap. LXI. Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso [99]
Cap. LXII. Come il conte scoperse l’altro trattato che avea con messer Mastino [101]
Cap. LXIII. Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa [103]
Cap. LXIV. L’aiuto che messer Iacopo accolse per guardare Bologna [105]
Cap. LXV. Del male stato che si condusse la città di Bologna, e di certi trattati che allora si tennono [106]
Cap. LXVI. Come i soldati mossono quistione al conte, e fu loro assegnato messer Giovanni Peppoli [108]
Cap. LXVII. Come messer Giovanni tenne suoi trattati della città di Bologna [109]
Cap. LXVIII. Secondo trattato di Bologna [112]
Cap. LXIX. Come l’arcivescovo di Milano mandò a prendere la possesione di Bologna [114]
Cap. LXX. Come capitò il conte di Romagna e l’oste della Chiesa [115]
Cap. LXXI. Come i Guazzalotri di Prato cominciarono a scoprire loro tirannia [118]
Cap. LXXII. Come i Fiorentini andarono a oste a Prato, ed ebbonne la signoria [120]
Cap. LXXIII. Come i Fiorentini comperarono Prato, e recaronlo al loro contado [121]
Cap. LXXIV. Come i guelfi forono cacciati dalla Città di Castello [123]
Cap. LXXV. Come morì il re Filippo di Francia [124]
Cap. LXXVI. Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano [126]
Cap. LXXVII. Come il tiranno di Milano si collegò con tutti i ghibellini d’Italia [129]
Cap. LXXVIII. Come fu assediata Imola dal Biscione e altri [131]
Cap LXXIX. Come il capitano di Forlì tolse al conticino da Ghiaggiuolo e al conte Carlo da Doadola loro terre [133]
Cap. LXXX. Come nella città d’Orbivieto si cominciò materia di grande scandalo [ivi]
Cap. LXXXI. Come la città d’Agobbio venne a tirannia di Giovanni Gabbrielli [135]
Cap. LXXXII. Come il comune di Perugia e il capitano del Patrimonio andarono a oste ad Agobbio [137]
Cap. LXXXIII. Come cominciò l’izza da’ Genovesi a’ Veneziani [139]
Cap. LXXXIV. Come quattordici galee di Veneziani presono in Romania nove de’ Genovesi [141]
Cap. LXXXV. Come i Genovesi di Pera presono Negroponte, e riebbono loro mercatanzia [142]
Cap. LXXXVI. Come fu morto il patriarca d’Aquilea, e fattane vendetta [143]
Cap. LXXXVII. Come il legato del papa si partì del Regno, e il re riprese Aversa [145]
Cap. LXXXVIII. Come il re d’Ungheria ritornò in Puglia conquistando molte terre [146]
Cap. LXXXIX. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia [148]
Cap. XC. Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa dal re d’Ungheria [150]
Cap. XCI. Della materia medesima [151]
Cap. XCII. Come il conte d’Avellino con dieci galee stette a Napoli, e Aversa s’arrendè al re [152]
Cap. XCIII. Come il re d’Ungheria e il re Luigi vennono a certa tregua [154]
Cap. XCIV. Come il conte d’Avellino diè al suo figliuolo per moglie la duchessa di Durazzo [157]
Cap. XCV. Della grande potenza dell’arcivescovo di Milano, e come i Fiorentini temeano di Pistoia, e quello che ne seguì [159]
Cap. XCVI. Come certi rettori di Firenze vollono prendere Pistoia per inganno [161]
Cap. XCVII. Come i Fiorentini assediarono Pistoia ed ebbonla a’ comandamenti loro [163]
Cap. XCVIII. Come il re d’Inghilterra sconfisse in mare gli Spagnuoli [167]
LIBRO SECONDO
Cap. I. Prologo [169]
Cap. II. Come il comune di Firenze usava la pace coll’arcivescovo di Milano [170]
Cap. III. Come l’arcivescovo di Milano appuose tradimento e condannò messer Iacopo Peppoli [172]
Cap. IV. Come l’arcivescovo fermò d’assalire improvviso la città di Firenze [173]
Cap. V. Come si mise in ordine il consiglio preso [176]
Cap. VI. Come gli Ubaldini arsono Firenzuola, e presono Montecolloreto [177]
Cap. VII. Come gli Ubertini, e’ Tarlati, e i Pazzi assalirono il contado di Firenze [179]
Cap. VIII. Come i Fiorentini mandaro ambasciadori al capitano dell’oste [180]
Cap. IX. Come l’oste si levò da Pistoia e puosesi a Campi [182]
Cap. X. Come l’oste ebbe gran difetti a Campi e a Calenzano [184]
Cap. XI. Come i rettori di Firenze abbandonarono il passo di Valdimarina [187]
Cap. XII. Come l’oste del Biscione valicò il passo, e andò in Mugello [188]
Cap. XIII. Come il conte di Montecarelli si rubellò a’ Fiorentini e venne al capitano [190]
Cap. XIV. Come si fornì la Scarperia e il Borgo [191]
Cap. XV. Come l’oste assediò la Scarperia [192]
Cap. XVI. Come i Fiorentini afforzarono Spugnole [194]
Cap. XVII. Come si difese Pulicciano di grave battaglia [195]
Cap. XVIII. Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e gli Ubertini vennono in sul contado di Firenze, e furonne cacciati per forza da’ Fiorentini [196]
Cap. XIX. Come Bustaccio entrò e rendè la Badia a Agnano [199]
Cap. XX. Come l’arcivescovo tentò i Pisani di guerra contro a’ Fiorentini [200]
Cap. XXI. Come l’oste deliberò combattere la Scarperia [204]
Cap. XXII. Come i Tarlati sconfissono i cavalieri de’ Perugini [205]
Cap. XXIII. Come i Fiorentini procuraro di mettere gente nella Scarperia [207]
Cap. XXIV. Come la reina Giovanna si fece scusare in corte di Roma [209]
Cap. XXV. Come i Genovesi e i Veneziani ricominciarono guerra in mare [210]
Cap. XXVI. Come l’armata genovese andò a Negroponte e assediò Candia, e quello che ne seguì [212]
Cap. XXVII. Come i Veneziani feciono lega co’ Catalani, e di nuovo armarono cinquanta galee [213]
Cap. XXVIII. Come la imperatrice di Costantinopoli col figliuolo si fuggì in Salonicco [215]
Cap. XXIX. Come la Scarperia sostenne la prima battaglia dal Biscione [216]
Cap. XXX. Come la Scarperia riparò alla cava de’ nimici [218]
Cap. XXXI. Del secondo assalto dato alla Scarperia [220]
Cap. XXXII. Del terzo assalto dato [221]
Cap. XXXIII. La partita dell’oste dalla Scarperia [224]
Cap. XXXIV. Come l’armata de’ Genovesi si partì da Negroponte e andò a Salonicco [226]
Cap. XXXV. Come i Veneziani e’ Catalani s’accozzarono in Romania con l’altra armata [228]
Cap. XXXVI. Come i Brandagli si vollono fare signori d’Arezzo [229]
Cap. XXXVII. Di quello medesimo [231]
Cap. XXXVIII. Come il re Luigi mandò il gran siniscalco ad accogliere gente in Romagna [234]
Cap. XXXIX. Come il re Luigi accolse i baroni del Regno e andò in Abruzzi [236]
Cap. XL. Come il re Luigi sostenne gli Aquilani che pasquavano con lui [237]
Cap. XLI. Come papa Clemente sesto fe’ la pace de’ due re [239]
Cap. XLII. Come messer Piero Saccone prese il Borgo a san Sepolcro [240]
Cap. XLIII. Come i Perugini arsono intorno al Borgo e sconfissono de’ nimici [243]
Cap. XLIV. D’una cometa ch’apparve in oriente [245]
Cap. XLV. Come fu preso il castello della Badia de’ Perugini, e come si racquistò [246]
Cap. XLVI. Come i Fiorentini cercarono lega co’ comuni di Toscana, e accrebbono loro entrata [248]
Cap. XLVII. Come i Romani feciono rettore del popolo [249]
Cap. XLVIII. Di una lettera fu trovata in concistoro di papa [252]
Cap. XLIX. Come il re d’Inghilterra essendo in tregua col re di Francia acquistò la contea di Guinisi [253]
Cap. L. Il piato fu in corte tra’ due re per la contea di Guinisi [254]
Cap. LI. Come l’arcivescovo di Milano ragunò i suoi soldati per rifare guerra a’ Fiorentini [255]
Cap. LII. Come i Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi mandarono ambasciadori a corte [257]
Cap. LIII. Come l’ammiraglio di Damasco fece novità a’ cristiani [258]
Cap. LIV. Come i Fiorentini disfeciono terre di Mugello [260]
Cap. LV. Come la Scarperia fu furata e racquistata [261]
Cap. LVI. Come messer Piero Sacconi cavalcò con mille barbute infino in su le porte di Perugia [263]
Cap. LVII. Come i Chiaravallesi di Todi vollono rubellare la terra e furono cacciati [264]
Cap. LVIII. Come que’ da Ricasoli rubellarono Vertine a’ Fiorentini [265]
Cap. LIX. Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti in Romania da’ Genovesi [267]
Cap. LX. Di quello medesimo [272]
Cap. LXI. Come per le discordie de’ paesani la Sicilia era in grave stato [273]
Cap. LXII. Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato [274]
Cap. LXIII. Come il tiranno d’Orvieto fu morto [277]
Cap. LXIV. Come i Fiorentini assediarono Vertine [278]
Cap. LXV. Come in corte fu fermata la pace dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia [278]
Cap. LXVI. Come l’arcivescovo trattava pace colla Chiesa [280]
Cap. LXVII. Della gran fame ch’ebbono i barbari di Marrocco [282]
Cap. LXVIII. Come i rettori di Firenze cominciarono segretamente a trattare accordo con l’eletto imperadore [282]
Cap. LXIX. Come la gente de’ Fiorentini che andavano a fornire Lozzole furono rotti dagli Ubaldini [283]
Cap. LXX. Come s’ebbe Vertine a patti e disfecesi la rocca [284]
Cap. LXXI. Esempio di cittadinesca varietà di fortuna [285]
Cap. LXXII. Come un gran re de’ Tartari venne sopra il re di Proslavia [287]
Cap. LXXIII. Come in Orvieto ebbe mutamento e micidio [289]
Cap. LXXIV. Come l’armata de’ Genovesi andò a Trapenon per danneggiare i nemici [290]
Cap. LXXV. Come i Genovesi assediarono Costantinopoli [291]
Cap. LXXVI. Concordia fatta dall’imperadore a’ comuni di Toscana [293]
Cap. LXXVII. Come si levò una compagnia nel Regno, e fu rotta dal re Luigi [294]
Cap. LXXVIII. Come i Perugini guastarono intorno a Cortona [295]
Cap. LXXIX. Come i Fiorentini fornirono Lozzole [296]

ERRORI CORREZIONI
TOMO PRIMO
p. 7 v. 28 li ro (in alcuna copia) libro
11 26 volsono valsono
17 2 e 10 principi principii
20 25 traditore, del sangue tuo che farai? traditore del sangue tuo, che farai?
44 13 ch’ cardinali ch’e’ cardinali
100 15 o ch’gli o ch’egli
118 14 cominciorono cominciarono
123 10 in sopetto in sospetto
177 2, e 3 fanti. Alla venuta dell’oste messer Giovanni fanti alla venuta dell’oste, messer Giovanni
202 12 il destro il destro,
236 7 ch’fra che fra
259 3 che v’ n’avea che ve n’avea
268 24 o passare e passare

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in fine libro sono state riportate nel testo.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.