CAPITOLO PRIMO
Rendendo spesso testimonianza delle mutevoli cose del mondo ogni stato umano, non è da pensare cosa maravigliosa quella che ha fatto maravigliare ne’ nostri dì ovunque la sua fama aggiunse. E domandando la debita materia di fare cominciamento al terzo libro, possiamo con ragione dire, che la corona dell’imperiale maestà e il suo regno, alla quale dipendea la monarchia dell’universo, era Roma coll’italiana provincia, delle provincie della quale ne’ nostri tempi la città di Firenze, Perugia e Siena, seguendo alcune orme di quella, per li tempi avversi dello sviato imperio, in segno della romana libertà, avendo veduto per li tempi passati l’incostanza degl’imperadori alamanni avere in Italia generate e accresciute tirannesche suggezioni di popoli, hanno mantenuto la franchigia e la libertà discesa in loro dall’antico popolo romano: e zelanti di non sostenere quella a tirannia, molte volte per diversi e lunghi tempi apparvono contradi all’imperiale suggezione, intanto che non si poteva in questi popoli sostenere senza sospetto, senza pericolo e senza infamia il raccontamento dell’imperiale nome. E come subitamente gli animi di que’ popoli e de’ loro rettori per paura del potente tiranno arcivescovo di Milano si cambiarono, procurando l’amistà e l’avvenimento in Italia di messer Carlo re di Boemia eletto imperadore, i movimenti già narrati, e le operazioni che appresso ne seguirono, seguendo nostro trattato il dimostreremo.
CAP. II. La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il procaccio fece a corte per la sua liberazione.
Era in questo tempo potentissimo e temuto signore messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano, sotto la cui signoria si reggea la nobile e grande città di Milano, e l’antica e famosa città di Bologna, Cremona, Lodi, Parma, Piacenza, Brescia, Moncia, Bergamo, Como, Asti, Alessandria della paglia, Tortona, Alba, Novara, Vercelli, Bobbio, Crema, e più altre città e terre nelle montagne di verso la Magna, co’ loro contadi ville e castella; e i signori di Pavia, ch’erano que’ di Beccheria, l’ubbidivano come signore, benchè la città fosse al loro governamento. In Toscana aveva acquistato il Borgo a san Sepolcro, e il castello d’Anghiari e altre castella d’intorno. E accomandati e ubbidienti gli erano Cortona, Orvieto, Cetona, Agobbio, i Tarlati usciti d’Arezzo, gli Ubaldini, i Pazzi di Valdarno, gli Ubertini, e que’ da Faggiuola; e i conti da Montefeltro, e de’ conti Guidi dal lato ghibellino, e il conte Tano da Montecarelli, e gli altri ghibellini caporali di Toscana, e di Romagna e della Marca l’ubbidivano. E a sua lega e a compagnia avea il signore della Scala e di Mantova e di Padova: e il marchese di Ferrara in Lombardia, e il comune di Genova e quello di Pisa sotto alcuno ordinato servigio, e il capitano di Forlì, e il tiranno di Faenza, e il signore di Ravenna tenevano con lui in lega e in compagnia, come nel secondo nostro libro narrato abbiamo. E non avendo l’arcivescovo altra guerra che col comune di Firenze e di Perugia, alla cui compagnia e lega s’accostava debolmente il comune di Siena, era sì potente e di tanto aiuto e forza, che impossibile pareva a questi popoli potersi difendere senza aiuto di più potente braccio, e però aveano mandato a corte, come detto è, per inducere il papa e i cardinali contra lui, sentendo che la Chiesa per le grandi ingiurie ricevute procedeva contro a lui. Ma l’arcivescovo per riparare, sentendo che gl’impugnatori erano grandi, pensò che non era tempo da nutricare il lavorio, ma di trarlo a fine; e avvedendosi quanto l’avarizia movea le cortigiane cose, e disponeva i prelati all’olore della pecunia, e per questo le cose, aspettando maggior frutto, si sostenevano, da capo mandò più grande e più solenne ambasciata a corte di suoi confidenti, uomini sperti e di grande autorità, e mandolli forniti di più di dugentomila fiorini d’oro, con pieno mandato a operare e fare con doni e con loro industria e impromesse, senza avere riguardo alla pecunia, d’avere la riconciliazione di santa Chiesa, rimanendoli la signoria di Bologna. E oltre a ciò aoperò per forza de’ suoi doni, che messer Giovanni di Valois re di Francia mandò altri baroni suoi ambasciadori al papa e a’ cardinali a procurare la riconciliazione dell’arcivescovo; e la contessa di Torenna governatore del papa nelle sue temporali bisogne, per cui il santo padre molto si movea nelle grandi bisogne, procacciò con ismisurati doni. Nel continuo tempellamento del papa, per lo suo aiuto, e ne’ parenti del papa si provvide con larga mano. E in certi cardinali che gli si mostravano avversi per zelo dell’onore di santa Chiesa si provvide per modo, che agevole fu a conoscere che l’onore di santa Chiesa non s’apparteneva a loro. E avendo l’arcivescovo tutta compresa la corte in suo favore, seguita il modo che papa Clemente tenne con gli ambasciadori de’ comuni di Toscana, per potere fare con più sua scusa quello che prima avea deliberato di fare.
CAP. III. Come papa Clemente sesto propose tre cose a’ comuni di Toscana, perchè pigliassono l’una.
Essendo tutta la corte di Roma ripiena di doni e d’ambasciadori per i fatti dell’arcivescovo, e volendo il papa terminare la sua causa secondo la domanda de’ suoi ambasciadori, i quali nella vista proferivano di lui ogni ubbidienza di santa Chiesa, e nel segreto aveano l’ubbidienza del papa e de’ cardinali alla sua volontà, per le ragioni e cagioni già narrate; volendo il papa mostrare agli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana singolare affezione, da capo gli ebbe in concistoro, e commendato molto i loro comuni di molte cose, e singolarmente dell’amore e della fede che portavano a santa Chiesa, e dolutosi delle loro oppressioni per le divisioni e scandali d’Italia, infine conchiudendo disse, che mettea nella loro elezione quelle tre cose ch’avea altre volte loro promesse, ch’elli eleggessono l’una senza soggiorno: o di buona pace coll’arcivescovo, o lega e compagnia colla Chiesa contro a lui, o che facesse passare in Italia l’eletto imperatore. Gli ambasciadori ristretti insieme, che conoscevano e sentivano dove la causa dell’arcivescovo era ridotta, non si vollono rimutare da quello ch’altra volta aveano detto al papa, che quello che a lui paresse il migliore erano contenti che facesse loro, mantenendo in sul fatto la piena confidenza ch’aveano a santa Chiesa e al sommo pastore. Il papa conobbe che la risposta era intera alla sua intenzione, e che poteva procedere con giusto titolo senza offendere i comuni di Toscana ne’ suoi movimenti, quanto che in fatti era il contradio, alla sentenza di riconciliare l’arcivescovo, e però fu contento, e disse loro che provvederebbe per modo, che i loro comuni avrebbono coll’arcivescovo buona pace: della quale offerta niuna speranza si prese, conoscendo manifestamente ch’al tutto s’intendeva a magnificare il tiranno, e a fare la sua volontà.
CAP. IV. Come il papa e’ cardinali annullarono i processi contro all’arcivescovo.
Poco appresso dopo la detta risposta, avendo gli ambasciadori significato a’ loro comuni quello ch’aveano dal papa, e quello che sentivano di certo de’ fatti dell’arcivescovo, il papa convocò i cardinali a concistoro, i quali tutti, niuno discordante, erano d’accordo con gli ambasciadori dell’arcivescovo, e però non essendo tra loro quistione, domenica mattina a dì 5 di Maggio, gli anni Domini 1352, fu per la santa ubbidienza dell’arcivescovo sopraddetto annullato il processo fatto contro a lui, e riconciliato a santa Chiesa, e tratto d’ogni scomunicazione e d’ogni interdetto. E in quello concistoro piuvico, avendo per li suoi ambasciadori rendute le chiavi al papa in segno della restituzione di Bologna, il papa colla volontà de’ suoi cardinali ne rinvestì gli ambasciadori, riceventi per lo detto arcivescovo e de’ suoi successori, nella signoria di Milano e di Bologna, per tempo e termine di dodici anni prossimi a venire, con promessione che ogni anno ne darebbe di censo fiorini dodicimila alla camera del papa, e compiuto il detto termine la renderebbe libera a santa Chiesa, e allora restituiranno contanti, per nome del detto arcivescovo, fiorini centomila alla camera del papa, per la restituzione delle spese che la Chiesa vi fece quando vi tenne l’oste il conte di Romagna. E così per pietà e per danari ogni gran cosa si fornisce a’ nostri tempi co’ pastori di santa Chiesa.
CAP. V. Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono di corte mal contenti.
Il papa avendo grande appetito di servire tosto all’arcivescovo, vedendo che ’l trattare della pace promessa a’ comuni di Toscana avea a sostenere la causa del tiranno, si fece promettere triegua per un anno, in quanto il comune di Firenze e gli altri comuni la volessono, acciocchè infra il termine più ordinatamente si trattasse della pace. Gli ambasciadori ch’aveano assai dinanzi avvisati i loro comuni come la cosa procedeva acciocchè provvedessono al loro stato, frustrati della loro intenzione, si partirono mal contenti di corte, e tornaronsi in Toscana. E innanzi la loro tornata, in Firenze si piuvicò il trattato e la concordia presa col vececancelliere dell’eletto imperadore, come appresso diviseremo. Avvenne poco appresso che il vicario dell’arcivescovo in Bologna mandò a Firenze un messo con ulivo in mano e con sue lettere, significando la tregua fatta e bandita nelle terre dell’arcivescovo suo signore; e in quello dì fece muovere sua gente a cavallo e a piè da Montecarelli, e cavalcare nel Mugello predando, e uccidendo e ardendo come gravi nimici del comune, e ritrassonsi a salvamento; e ivi dopo pochi dì ritornarono, e misono loro aguati, e furono scoperti, e rotti, e morti e presi gran parte di loro, sicchè più non s’attentarono di venire in Mugello. Per questi segni si scoperse, che il trattato del papa con le tregue, colla fè corrotta del tiranno, non ebbe principio di buona intenzione.
CAP. VI. Come i tre comuni di Toscana s’accordarono a far passare l’imperadore.
I rettori de’ tre comuni di Toscana, per l’informazione ch’aveano avuta da corte da’ loro ambasciadori, sentivano a certo che la Chiesa gli abbandonava, ed era per magnificare il loro avversario: e bene che sentissono le promesse del papa, non vedeano da potersene confidare, e però tempellavano negli animi tra il sospetto e la paura, aggiugnendo temenza di cittadinesche discordie nel soprastare: e bene che ancora non avessono avuta certezza del fatto da’ loro ambasciadori, senza rendere al santo padre il debito onore, quasi palpando, per lo trattato tenuto col vececancelliere dell’imperadore, mostrando di prendere confidanza nella fama delle virtù e senno e larghe profferte del detto eletto imperadore, per aiutarsi dal potente tiranno nimico, valicando egli in Italia a istanza de’ detti tre comuni, come il suo cancelliere promettea, e per questa cagione, d’uno animo e d’uno volere tutto il reggimento di questi tre comuni, Firenze, Perugia, e Siena, con pubblico consentimento de’ loro popoli si deliberarono d’essere all’ubbidienza del detto eletto imperadore con certi patti e convenzioni, i quali erano assai strani alla libertà del sommo imperio. Ma perchè le cose disviate con alcuno mezzo più tosto si congiungono a unità e a concordia, non fu a quel tempo tenuta sconvenevole la domanda, nè ingiusto l’assentimento del signore; e però all’uscita del mese d’aprile del detto anno, nella città di Firenze in pubblico parlamento si fermò il trattato ordinato per lo vececancelliere dell’eletto imperadore, con gli ambasciadori e sindachi de’ detti tre comuni, e piuvicossi i patti e le convenzioni, e fattone solenni stipulazioni e carte, grande ammirazione ne fu per tutta Italia. I patti in sostanza racconteremo qui appresso nel seguente capitolo.
CAP. VII. Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre comuni.
Promise il detto vececancelliere, che per tutto il prossimo mese di luglio l’eletto re de’ Romani imperadore sarebbe in Lombardia sopra le terre dell’arcivescovo di Milano per guerreggiare e abbattere la sua signoria con seimila cavalieri: de’ quali duemila ne dovea avere al suo proprio soldo, ovvero servigio, e mille che promessi gli avea la Chiesa di Roma quando passasse, i quali se dalla Chiesa non avesse, promettea fornirli da se, e gli altri tremila cavalieri, i quali dovea soldare a sua eletta. Questi tre comuni gli doveano dare per un anno dugento migliaia di fiorini d’oro, e oltre a ciò gli doveano donare come e’ fosse in Aquilea fiorini diecimila d’oro. La taglia era al comune di Firenze per millecinquecentocinquanta cavalieri, Perugia ottocentocinquanta, e Siena seicento. E se in uno anno la guerra non fosse terminata, si dovea provvedere del nuovo sussidio innanzi al tempo, confidandosi catuna parte d’averne concordia. E i detti tre comuni deono tenere il detto messer Carlo vero re de’ Romani, e futuro diritto imperadore, ed egli dee promettere di mantenere i detti tre comuni nella loro libertà e ne’ loro statuti; e come avesse la corona, avendo sottomesso il tiranno, i priori di Firenze e’ nove di Siena si doveano dinominare vicari dell’imperadore mentre che fossono all’uficio (i Perugini non s’obbligarono a questo, facendosi uomini di santa Chiesa) e il comune di Firenze promise in detto caso pagare ogni anno per nome di censo danari ventisei per focolare: gli altri comuni s’obbligarono senza distinzione di pagare ogni anno quello ch’era consueto all’imperadore per antico. E fu in patto che l’imperadore venuto alla corona dovesse privilegiare a’ detti comuni tutte le terre, ville e castella ch’al presente possedeano, e che avessono posseduto sei anni addietro, quanto che ora non le possedessono, e che dalla condannagione fatta per l’imperadore Arrigo suo avolo, promise liberare e assolvere i detti comuni. E ’l detto vececancelliere per nome del detto eletto imperadore promise, che le dette convenenze e patti il detto eletto confermerebbe infra mezzo il prossimo futuro mese di giugno del detto anno. Altre singulari cose vi si promisono, che non sono di necessità a raccontare.
CAP. VIII. Come il re Luigi e la reina Giovanna furono coronati per la Chiesa.
Avendo papa Clemente sesto e’ suoi cardinali mandati legati nel Regno, a dì 27 di maggio del detto anno, il dì della santa Pentecoste, nella città di Napoli, celebrata la solenne messa, con la consueta solennità consacrarono e coronarono in nome di santa Chiesa in prima il re Luigi, e dappresso la reina Giovanna, del reame di Gerusalemme e di Cicilia. E questo fu fatto con molta festa di baroni e di cavalieri del regno, e de’ Napoletani e de’ forestieri, i quali tutti si sforzarono di onorare il re e la reina in quella festa; e fecesi alle case del prenze di Taranto sopra le Coreggie, con molte giostre e con grande armeggiare: e vestiti e adorni il re e la reina in abito di reale maestà, ricevettono l’omaggio da tutti i baroni che non erano stati contrari nella guerra, e da assai di quelli ch’aveano tenuto contro a lui per lo re d’Ungheria, a’ quali tutti perdonò, mostrando loro buono animo e buono volere. E a coloro che alla sua coronazione non erano venuti a fare l’omaggio, assegnò termine giusto a potere venire con pace e con amore alla sua ubbidienza; e quale dal termine innanzi non fosse venuto, per decreto fece che fosse rubello della corona. E dopo la coronazione cavalcò il re in abito reale per la città di Napoli, montato in su uno grande e poderoso destriere, addestrato al freno e alla sella da’ suoi baroni. Quando fu valicato porta Petrucci nella via di Porto, certe donne per fargli onore e festa gittarono sopra lui dalle finestre rose e fiori di grande odore: il destriere aombrò, ed erse; i baroni ch’erano al freno si sforzarono d’abbassare il cavallo: il destriere ch’era poderoso ruppe le redine. Il re Luigi vedendosi sopra il destriere spaventato senza redine, di subito destramente se ne gittò a terra, e caddegli la corona di capo, e ruppesi in tre pezzi, cadendone tre merli; alla persona non si fece male: rilegata la corona, di presente, ridendo, montò a cavallo, cavalcando per la terra con gran festa e onore. In questo medesimo dì morì una sua fanciulla, che altro figliuolo non aveva della reina. Molti per questi casi pronosticarono non prospere cose alla maestà reale.
CAP. IX. Commendazione in laude di messer Niccola Acciaiuoli.
Degna cosa ne pare, e debito del nostro trattato, appresso la coronazione del re Luigi, rendere beneficio di memoria per chiara fama di messer Niccola Acciaiuoli cittadino popolare di Firenze, balio e governatore dell’infanzia del detto re; il quale essendo prima compagno della compagnia degli Acciaiuoli, con animo più cavalleresco che mercantile si mise al servigio dell’imperatrice moglie che fu del Prenze di Taranto, e quello esercitò realmente e personalmente con tanta virtù e con tanto piacere della donna, che ella avendo tre suoi figliuoli di piccola età, Ruberto primogenito, e messer Luigi secondo, e Filippo il terzo, tutti gli mise nel governamento di Niccola Acciaiuoli, che allora non era cavaliere, e tutto il suo consiglio l’imperatrice ristrinse in lui, e con lei se ne passò in Romania, e ordinati i fatti delle terre e baronie di là, con lei se ne tornò a Napoli. Ed essendo cresciuto di età di anni quindici messer Luigi, volendo il re Ruberto mandare gente d’arme in Calavra, e dilettandosi dell’industria del giovane barone, fatta eletta di cinquecento cavalieri d’arme, e datili all’ubbidienza di messer Luigi, lui accomandò a messer Niccola Acciaiuoli, comandandogli in tutto che ubbidisse al suo maestro. E questo fece il re di volontà dell’imperatrice sua madre; avendo poco innanzi fatto cavaliere il detto messer Niccola; e da quell’ora appresso il detto messer Luigi si resse in tutto e governò per le mani di messer Niccola. E sopravvenuta la morte del duca Andreasso, per operazione dell’imperatrice e di messer Niccola Acciaiuoli fu data la reina Giovanna per moglie a messer Luigi: e ne’ primi cominciamenti con assai prospera fortuna accrescea il suo signore. E cambiandosi le cose per l’avvenimento del re d’Ungheria alla vendetta del fratello, essendo tutti gli altri reali all’ubbidienza del potente re, costui solo, coll’aiuto d’alquanti che ubbidivano alla reina, per lo consiglio e conforto di messer Niccola, sostenne contro alla gente del re d’Ungheria lungamente, e tentò di resistere alla persona del loro re, e non si partì dalla frontiera di Capova, infino che abbandonato dagli avari regnicoli, e già soppreso dall’avvenimento del re e del suo esercito, fu costretto di partirsi da Capova, e appresso da Napoli, sprovveduto, di notte, ricogliendosi per necessità in su una vecchia e male armata galea; e in quella raccolto, con poco arnese e con lieve compagnia valicò in Toscana in povero stato. E per lo detto messer Niccola, e co’ suoi danari e di suoi amici fu atato e rifornito e confortato nella grave tempesta della fortuna. Presi tutti i reali, e morto il duca di Durazzo, e il Regno venuto nelle mani del suo persecutore, e non volendolo i Fiorentini ricevere nella loro città, nè sovvenire d’alcuna cosa per tema del re d’Ungheria, ridottosi parecchi dì alla possessione del detto messer Niccola in Valdipesa, di là si partì, e andò in Proenza ove la reina era rifuggita. E tornato il re d’Ungheria, per tema della generale mortalità, in suo paese; per sollecitudine e trattato di messer Niccola, prima tornato nel regno, e sommossi de’ baroni e de’ cavalieri, e confortati i Napoletani, e accolta gente d’arme in favore del suo signore, in breve tempo ordinò la sua tornata e della reina nel Regno, nel quale assai battaglie e vari e diversi assalti di guerra sostenne; e per avversa fortuna rotte le sue forze in battaglia per più riprese, tradito dagli amici, perseguitato da’ nemici, condotto all’inopia, sentina della fortuna, l’animo del valente cavaliere fu di tanta potenza e di tanta virtù, che con pari animo sostenne il giovane barone suo signore in speranza certa della sua esaltazione, sempre aiutandolo e sostenendolo con sua industria e suo procaccio, e con fortezza e con pazienza fece comportare l’asprezza della turbata fortuna. Onde avvenne, che quella potendosi maravigliare della costanza dell’uomo, subitamente e improvviso mutò la turbata faccia in chiara, e l’asprezza in dolcezza e in mansuetudine: e colui che avea ributtato per cotante tempeste e vari pericoli, oltre all’opinione degli uomini, con felici e prospere successioni condusse alla reale corona, e alla libera signoria di tutto il corrotto e sviato regno in brevissimo tempo. E per lo nobile consiglio e avvedimento di messer Niccola Acciaiuoli, i reali lasciati di prigione e tornati nel Regno, ove per tutti si stimava che il Prenze di Taranto maggiore fratello del re, per sdegno e per forte inzigamento contro al re movesse scandolo nel reame, con mansuetudine e con caritatevole animo il fece al re ricevere in compagno del regno; e fattogli prendere titolo dell’imperiato costantinopolitano, e aggiunto largamente alla sua baronia, conobbe e manifestò a tutti, che il padre loro messer Niccola, appresso la grazia di Dio, era cagione del ricoveramento del regno, e dello stato e onore. Perchè dunque dovevamo tacere? innanzi vogliamo essere da’ denti degl’invidiosi cittadini morso, che la provata verità per li suoi effetti, e per la fine de’ suoi felici avvenimenti, avessimo lasciata sotto scurità d’ignorante oblivione.
CAP. X. Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di Montepulciano.
In questo anno del mese d’aprile, sabato santo, avendo messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano trattato, coll’aiuto della gente dell’arcivescovo ch’era in Toscana, di farsi signore della terra di Montepulciano, e a ciò consentivano una parte de’ terrazzani di suo seguito, messer Niccola suo consorto sentì questo trattato, e fecelo sentire a’ governatori del popolo; e in questo dì, levata la terra a romore, cacciarono messer Iacopo di Montepulciano, e venti altri terrazzani suoi seguaci, uomini nominati di stato intra il popolo; e col consiglio di messer Niccola de’ Cavalieri riformarono la terra di loro reggimenti, e ischiusonne gli amici e’ seguaci di messer Iacopo; il quale si ridusse a Siena, e là ordinò grande novità, e scandalo e suggezione di quella terra, come innanzi a’ suoi tempi si potrà trovare.
CAP. XI. Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti i Tarlati da’ Fiorentini.
Del mese di maggio del detto anno, ricordandosi i Fiorentini dell’ingiuria ricevuta da’ Tarlati, Pazzi e Ubertini per la ribellione ch’aveano fatta al comune al tempo della guerra dell’arcivescovo di Milano, quando ruppono la pace e cavalcarono sopra il contado e distretto di Firenze, accolsono seicento cavalieri di loro masnade e gran popolo, e andarsene alla Cornia, e poi alla Penna, e a Gaenna, e ad altre terre e ville che si tenevano pe’ Pazzi e Ubertini e Tarlati, e a tutte diedono il guasto; e poi se n’andarono a Bibbiena, ov’era messer Piero Sacconi, e a Soci, e ivi dimorarono più dì, ardendo e guastando d’intorno: quelli da Bibbiena francamente si difesono dal guasto le vigne d’intorno presso alla terra. Messer Piero avea in Bibbiena milledugento buoni fanti e pochi cavalieri, con li quali si fece un grosso badalucco presso alla terra. Poi la mattina vegnente, a dì 10 di giugno, l’oste si mosse per andare a Montecchio. Messer Piero, antico e buono guerriere, sapendo l’andata de’ Fiorentini, si pensò di fare loro danno, e la mattina per tempo con settanta cavalieri e con mille buoni fanti in persona occupò un colle sopra l’Arno in sul passo, e mise aguati per danneggiare la gente de’ Fiorentini. Avvenne che, mossa l’oste dall’altra parte dell’Arno, vidono preso il colle dalla gente di messer Piero; allora cominciarono a fare valicare della gente dell’oste certi masnadieri, sì perchè tenessono a badalucco i nemici e per trarli abbasso, e a poco a poco li ringrossavano d’aiuto, ma non senza loro grande pericolo, a’ quali in sul maggiore bisogno soccorsono parecchi conestabili a cavallo co’ loro cavalieri. Ed essendo atticciata la battaglia, e stando i nemici attenti a quella sperandone avere vittoria, altri cavalieri e masnadieri de’ Fiorentini presono, scostandosi dall’oste, un’altra via, che i nemici non s’accorsono, e valicarono l’Arno, e sopravvennono alla gente riposta di messer Piero dall’altra parte del colle, i quali ruppono di presente, e montarono al poggio, e improvviso furono sopra la gente grossa di messer Piero, che stava attenta a vedere e ad aiutare quelli del badalucco, e con grandi grida correndo col vantaggio del terreno loro addosso, li ruppono e sbarattarono. Messer Piero per bontà del buono cavallo dov’era montato con pochi compagni, non potendo ritornare in Bibbiena, fuggendo ricoverò in Montecchio. Della sua gente furono in sul campo più di cento morti, e dugento presi, e molti fediti. I prigioni tornando l’oste li condussono a Firenze legati a una fune, e poco appresso furono lasciati; e l’oste tornò vittoriosa, avendo preso alcuna vendetta degl’ingrati traditori.
CAP. XII. Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e Sorana.
In questo anno sentendo messer Francesco Castracani che i Fiorentini erano inbrigati par la gente che l’arcivescovo teneva a guerreggiare in Toscana, essendo forte in Lunigiana e in Garfagnana, a petizione de’ Pisani fece furare a’ Fiorentini la rocca di Coriglia, la quale appresso rendè a’ Pisani, a cui stanza l’avea furata, e’ Pisani la presono, rompendo la pace a’ Fiorentini; ch’espresso era nella pace rinnovata per lo duca d’Atene in nome del comune di Firenze, che in niun modo di quella terra si dovessono travagliare. E appresso i detti Pisani feciono con sagacità di grande tradimento torre a’ Fiorentini, contro a’ patti della pace, la terra di Sorana, e rendutala da capo, la ritolsono per indiretto, e poi in palese la difesono, non curando i patti della pace. I Fiorentini per queste due terre non si mossono, benchè grave li fosse l’oltraggio de’ Pisani. Messer Francesco avendo avuto trecento cavalieri dall’arcivescovo di Milano, montato in grande orgoglio, e confortato da’ Pisani, si pose ad assedio a Barga, ch’era de’ Fiorentini, e avendo grande popolo la strinse intorno con più bastie, sperandolasi avere per assedio. Lasceremo ora quest’assedio per raccontare altre maggiori cose innanzi che Barga fosse liberata.
CAP. XIII. Come i tre comuni di Toscana mandarono ambasciadori in Boemia a far muovere l’imperadore.
Avendo i tre comuni di Toscana presa e pubblicata la concordia col vececancelliere dell’eletto imperadore, volendo mettere ad esecuzione quello che per loro era stato promesso, catuno elesse de’ maggiori cittadini confidenti al reggimento di quelli per suoi ambasciatori, e mandaronli all’eletto imperadore a Boemia nella Magna per farlo muovere, e per fargli il pagamento ordinato, e per essere al suo consiglio per i tre comuni, nella promessa impresa passando egli in Italia. Gli ambasciadori del nostro comune di Firenze furono cinque: messer Tommaso Corsini dottore di legge, messer Pino de’ Rossi, messer Gherardo de’ Buondelmonti cavaliere, Filippo di Cione Magalotti, e Uguccione di Ricciardo de’ Ricci, a’ quali fu data grande e piena legazione, e dato loro un popolare sindaco per lo comune, a potere obbligare il comune, secondo le cose promesse al vececancelliere, come paresse a’ detti ambasciadori, se altro bisognasse di fare. Costoro tutti vestiti di fine panno scarlatto e d’altro fine mellato, catuno con otto scudieri il meno vestiti d’assisa, a dì 17 di maggio, il dì dell’Ascensione, si partirono di Firenze. E partiti loro, molti cittadini pensando che quello ch’era ordinato dovesse venire fatto, perocchè tra gli ambasciadori erano i più reputati caporali di cittadina setta, temettono, che essendo costoro al continuo con l’imperadore, e di suo consiglio, che pericolo si commettesse contro al comune e pubblica libertà de’ cittadini, e però si mosse questione di limitare il loro tempo, e strignerli con certe leggi, e di questo fu gara e lunga tira nel nostro comune; in fine si vinse, e fecesi per riformagione di comune, che niuno cittadino di Firenze potesse stare in quel servigio appresso all’imperadore più che quattro mesi, e che alcuna grazia, uficio, o beneficio reale o personale per i detti ambasciadori o per loro successori si dovesse ricevere o impetrare, sotto gravi pene, acciocchè la speranza si troncasse a tutti della propria utilità. E incontanente elessono e insaccarono molti cittadini per succedere di quattro mesi in quattro mesi a’ detti ambasciadori in quello servigio.
CAP. XIV. Di disusati tempi stati.
Non è da lasciare in silenzio quello che del mese di giugno del detto anno avvenne, perocchè fu notabile caso di tempo con diverse considerazioni, che essendo ne’ campi seminati cresciute le biade e’ grani d’aspetto d’ubertosa ricolta vicina alla falce, in diverse contrade di Toscana, e massimamente nel contado di Firenze, vennono diluvi d’acque, i quali guastarono molto grano e biade, e feciono de’ dificii, e d’altro singolari danni a molti. E a dì 14 del detto mese cominciò un vento austro spodestato e impetuoso con tanta furiosa tempesta, che ogni cosa parea che dovesse abbattere e mettere per terra, e tutte le granora e biade che trovò mature, ove il suo impetuoso spirito potè percuotere, battè per modo, che alla terra diede nuova sementa, e nelle spighe lasciò poco altro che l’aride reste, e quelle che ancora non erano granate percosse e inaridì; facendo nelle montagne in diverse parti sformate grandini e diverse tempeste, e molte vigne guastò, e abbattè alberi molti, e di grandi dificii in diverse parti di Toscana e di Romagna; e in Firenze fece rovinare il campanile del monastero delle donne degli Scalzi, e uccise la badessa con sei monache. Nella sommità delle montagne di Pistoia levò gli uomini di su’ poggi, traboccandoli dove l’impeto gli portava. E pubblica fama fu, che quarantatrè masnadieri ch’andavano in preda trovandosi in sul giogo, senza potersi ritenere furono portati dal vento per modo, che di loro non si seppe novelle. E restato lo strabocchevole vento, ivi a pochi dì fu un caldo sformato senza aiuto d’alcuno spiramento, che il residuo de’ grani e de’ biadi in molti paesi, singolarmente nel contado di Firenze, fece ristrignere e invanire per modo, che ov’era stata speranza d’ubertosa ricolta generò sformata carestia anzi l’avvenimento dell’altra ricolta, come appresso dimostreremo. Alcuni diedono questo singulare accidente agli effetti della congiunzione, già narrata al principio del nostro primo libro, de’ tre superiori pianeti onde Saturno fu signore: perocchè gli astrolaghi tengono che l’influenza di cotale congiunzione duri per diciannove anni, e altri tengono infino in ventitrè. Arbitrò altri, che questo procedesse dall’influenza della cometa ch’apparve in quest’anno, e quella fu saturnina, sicchè catuno trasse agli effetti saturnali. Altri tennono che ciò fosse dimostramento d’assoluto giudicio divino per i disordinati peccati de’ popoli non domati da tante tribolazioni di guerre, quante dimostrate abbiamo in poco tempo dopo la miserabile mortalità.
CAP. XV. Dell’inganno ricevette il comune di Firenze del braccio di santa Reparata.
Essendo stati certi ambasciadori del comune di Firenze alla coronazione del re Luigi per lo detto comune, domandarono di grazia al re e alla reina alcuna parte del corpo della vergine santa Reparata ch’è in Teano, per onorare la sua reliquia nella nobile chiesa cattedrale della nostra città ch’è edificata a suo nome. La loro petizione dal re e dalla reina fu accettata; ma perocchè la città di Teano era del conte Francesco da Montescheggioso, figliuolo che fu del conte Novello amicissimo del nostro comune, convenne che con sua industria il braccio destro di quella santa si procacciasse d’avere per modo, che i terrazzani non se n’avvedessono, che si mostrava loro, ed era nel paese in grande devozione, e questo si mostrò di fornire con industria, e con grande sollicitudine. Gli ambasciadori credendosi avere la santa reliquia il significarono a’ priori, acciocchè all’entrata della città l’onorassono. I rettori del comune ordinata solennissima processione di tutti i prelati cherici e religiosi della città di Firenze, con grandissimo popolo d’uomini e di femmine, con molti torchi accesi comandati per l’arti e forniti per lo comune, e il vescovo di Firenze ricevuto colle sue mani il santo braccio, colla mano segnando la gente molto divota e lieta, credendosi avere quella santa reliquia, fu portata e collocata nella nostra chiesa, a dì 22 di giugno 1352.
CAP. XVI. Di quello medesimo.
Avendo narrata la fede, la reverenza e la divozione che i nostri cittadini ebbono alla santa vergine, benchè l’inganno ricevuto fosse durato in fede del detto comune quattro anni e mesi, infine si scoperse il sacrilegio e l’inganno ricevuto per la femminile astuzia della badessa del monastero di Teano, ov’era il corpo della detta santa, che vedendo che quello braccio le conveniva dare per volontà del re, e della reina e del conte, dissimulando gran pianto colle sue suore per lo partimento della reliquia, lo sostennero di assegnare alcuno dì. E in questo tempo feciono fare un simulacro di legno e di gesso, che propriamente pareva quella santa reliquia, e dando questa con grande pianto, fece credere agli ambasciadori che avesse assegnata loro la santa reliquia, e a Firenze fece onorare come santuaria quello simulacro per cotanto tempo, essendo cagione di cotanto male, non manifestando la sua falsa religione. Avvenne che il comune del mese d’ottobre 1356, volendo d’oro e d’argento e di pietre preziose fare adornare quella reliquia, i maestri la trovarono di legno e di gesso: e segatala per mezzo, furono certi che niuna reliquia v’era nascosa, e il comune fu certo del ricevuto inganno. Noi, non ostante che cinquantadue mesi fosse questo ritrovato appresso alla sopraddetta venuta, contro all’ordine del nostro annuale trattato l’abbiamo congiunto insieme, acciocchè avendo alcuno letto la venuta del santo braccio, non fosse ingannato dalla simulazione di quello, e dalla malizia della sacrilega badessa.
CAP. XVII. Come la gente del Biscione cavalcarono i Perugini.
Del mese di giugno del detto anno, accolti duemila cavalieri dell’arcivescovo di Milano alla città di Cortona e popolo assai, cavalcarono per la valle di Chio, e strinsonsi alla città di Perugia predando e ardendo il suo contado. Per la qual cavalcata così bandalzosa i cittadini presono sospetto dentro, e però non ebbono ardire di fare uscire fuori alcuna loro gente contro a’ nimici. Conducitori di questa gente erano il conte Nolfo da Urbino, il signore di Cortona, e Gisello degli Ubaldini, i quali avevano trattato con messer Crespoldo di Bettona. Questo messer Crespoldo era guelfo, ma perocch’era male trattato da’ Perugini ricevette costoro in Bettona, e cacciarono coloro che v’erano alla guardia per lo comune di Perugia. Questa terra era presso a Perugia a otto miglia e nella loro vista, e sentendo la gente che dentro v’era, e la potenza dell’arcivescovo, furono in gran tremore; e non senza cagione, che quella terra era forte, e in frontiera ad Ascesi e all’altre terre de’ Perugini, le quali non amavano troppo la loro signoria, e però cominciarono incontanente a dare il mercato a’ nimici, e molto erano di presso a fare le comandamenta del tiranno, e ciò che gli ritenne fu, ch’aspettavano quello che in questa novità facesse il comune di Firenze. Stando i Perugini in questo pericolo, incontanente il comune di Firenze li mandò confortando per loro ambasciadori, promettendo loro aiuto quanto il comune potesse fare; e seguitando col fatto, di subito vi mandarono ottocento cavalieri di buona gente, promettendo d’arrogere quanti bisognasse infino a tanto che Bettona fosse racquistata. Avvenne che come Ascesi e l’altre terre circostanti de’ Perugini intesono l’aiuto e il conforto che i Fiorentini davano al comune di Perugia, ove stavano sospesi e non rispondeano al comune di Perugia, e davano il mercato a’ nimici, di presente levarono il mercato, e acconciarsi alla difesa, e mandarono a offerirsi a’ Perugini, e cominciarono a guerreggiare quelli di Bettona. Onde convenne per necessità delle cose da vivere che la cavalleria ch’era in Bettona s’alleggiasse, e lasciaronvi a guardia della terra seicento cavalieri e più d’altrettanti masnadieri, e l’altra gente tornò a Cortona. Rimasi in Bettona i sopraddetti capitani e’ riposono l’assedio a Montecchio, e ordinaronsi per accrescere loro forza e soccorrere Bettona, se il bisogno occorresse. Lasceremo alquanto de’ fatti di Bettona per seguire dell’altre cose, ch’avvennono innanzi ch’ella si racquistasse.
CAP. XVIII. Come i Romani andarono per guastare Viterbo.
Di questo mese di giugno del detto anno, vedendo il popolo romano che il prefetto da Vico cresceva in forza e ad acquisto occupando le terre del Patrimonio, feciono in fretta Giordano del Monte degli Orsini capitano di guerra, e accolsono tutta la gente d’arme che fatta aveano col loro rettore a piè e a cavallo e accozzaronli col capitano del Patrimonio messer Niccola delle Serre cittadino d’Agobbio, e in pochi dì accolsono milledugento cavalieri e dodicimila pedoni in arme, e con gran furia se n’andarono sopra la città di Viterbo per guastarla d’intorno e porvi l’assedio, e starvi tanto che tratta l’avessono delle mani del prefetto. Avvenne in su la giunta che a messer Niccola capitano del Patrimonio cadde il suo cavallo addosso, e per la percossa e per lo disordinato caldo per spasimo morì di presente. Morto il capitano, l’oste senza fare alcuna cosa notevole, con poco onore del capitano de’ Romani, si partì da Viterbo, e catuno si tornò a casa sua.
CAP. XIX. Come il re Luigi ebbe Nocera.
In questi dì messer Currado Lupo ch’era per addietro stato vicario del re d’Ungheria nel Regno, sapendo che la pace era fatta dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia, e che di volontà del suo signore era ch’egli rendesse le terre che tenea al re Luigi, già coronato per la Chiesa del reame, con l’astuzia tedesca pensò di trarre suo vantaggio, e accolse tutti i Tedeschi ch’erano nel Regno, e con settecento barbute fece testa a Nocera de’ Saracini, e levò un’insegna imperiale, mostrando che a stanza dell’imperadore volesse rimanere nel Regno; e per alquanti si disse che alcuni baroni del reame il favoreggiavano. Temendo il re che questi non avesse appoggio d’altro signore, o che non l’acquistasse stando, per lo meno reo prese di patteggiar con lui, e diedegli contanti trentacinque mila fiorini d’oro, e rendè Nocera e la contea di Giuglionese, e uscissi del Regno con tutta la sua gente, con patto fermato per suo saramento, che da ivi a due anni non dovesse per alcuno modo tornare nel Regno, ma valicati i due anni vi potesse tornare come barone del re per le terre della moglie, facendogli il debito saramento e omaggio.
CAP. XX. Come fu sconfitto il conte di Caserta.
Seguitando i rivolgimenti dello sviato Regno, ci occorre in questi dì come il duca d’Atene conte di Brenna, il quale altra volta per la sua incostante tirannia meritò a furore essere cacciato della signoria di Firenze, essendo tratto di Francia all’odore dello sviato Regno non con intera fede, con sue masnade di cavalieri franceschi fece in Puglia spontanea guerra contro al conte di Caserta, figliuolo che fu di messer Diego della Ratta conte camarlingo, il quale era con gente d’arme a Taranto, e con assentimento del re Luigi guerreggiava le terre del detto duca, secondo la comune voce; l’infermità del Regno non consentiva nè in guerra nè in pace cose aperte nè chiari movimenti. Il detto duca accolti de’ paesani, co’ suoi Franceschi combattè col conte e sconfisselo, facendo alla sua gente grave danno. E rifuggito il detto conte in Taranto per sua sicurtà, del detto anno, del mese di Maggio, per lo detto duca fu lungamente senza frutto assediato.
CAP. XXI. La novità in Casole di Volterra.
I figliuoli di messer Ranieri da Casole di Volterra cacciati per lungo tempo da’ loro nimici del castello, come giovani coraggiosi, accolsono segretamente masnadieri e amici, e a dì 15 luglio del detto anno entrarono nella terra di Casole, che si guardava per lo comune di Siena, e improvviso corsono a casa i loro nimici, e quanti ve ne trovarono misono al taglio delle spade, e rubarono le case loro, e appresso l’arsono, e gli altri che non furono morti cacciarono della terra, e la podestà che v’era pe’ Sanesi riguardarono: la terra tennono tanto per loro, che co’ Sanesi presono accordo di tenervi podestà dal comune di Siena; e fecionsi ribandire, e rimasono i maggiori nella terra.
CAP. XXII. Come furono decapitati degli Ardinghelli di Sangimignano.
Seguita in questi medesimi dì, come Benedetto di messer Giovanni degli Strozzi di Firenze, essendo capitano della guardia per lo nostro comune di Sangimignano, con ingiusto sospetto prese il Rosso e Primerano di messer Gualtieri degli Ardinghelli, giovani di grande aspetto e seguito, d’animo e di nazione guelfi, e tenendoli senza trovare vera cagione perchè presi gli aveva, per accidente v’occorse caso, che gittarono una lettera a’ loro amici fuori della carcere, pregandoli che li venissono ad atare liberare di prigione. Il capitano avendo questa lettera, quale che fosse la cagione, o per zelo del suo uficio, o per inzigamento de’ Sanucci loro nimici, deliberò di farli morire. Il comune di Firenze sapendo che non erano colpevoli, volea che campassono; e mandandovi in fretta ambasciadori con espresso comandamento al capitano che non gli dovesse fare morire, la fortuna impedì i messaggi per disordinata grandezza dell’Elsa, che non li lasciò passare in quella notte. Il capitano temendo non sopravvenisse il comandamento, s’affrettò di farli morire; e la vilia di san Lorenzo, a dì 9 d’agosto, con un altro terrazzano a cui aveano scritto che fosse a loro scampo, in sulla piazza li fece dicollare, onde fu riputato grande danno, e il capitano ne fu molto biasimato. Questa decollazione si tirò dietro materia di grande scandalo e rivoltura di quella terra, come al suo tempo racconteremo.
CAP. XXIII. Come gente del re di Francia fu sconfitta a Guinisi.
Essendo il re di Francia in singolare sollecitudine di racquistare la contea di Guinisi che sotto le triegue gli era stata furata, vi mandò millecinquecento cavalieri e tremila pedoni, tra i quali ebbe gran parte di masnadieri lombardi e avendovi posto l’assedio, difendendosi lungamente que’ del castello, i Franceschi vi feciono bastite intorno, per tenerlo stretto con meno gente. Il re d’Inghilterra mettea con due barche di notte gente in Calese per modo, che i Franceschi non se n’accorgevano; e avendovi per questo modo accolta quella gente che a lui parve, forniti di capitani avvisati delle bastite e della guardia de’ Franceschi, una notte chetamente uscirono di Calese, e improvviso da più parti assalirono i Franceschi, i quali impauriti del non pensato assalto intesono a fuggire e a campare, senza mettersi alla difesa; e così in poca d’ora furono rotti e sbarattati dagl’Inghilesi, e i battifolli arsi, con più vergogna che danno de’ Franceschi per la grazia della notte. E liberato il castello dall’assedio, e rifornito di nuovo, del mese di luglio del detto anno gl’Inghilesi si ritornarono nell’isola senza fare altra guerra. Poco appresso il re di Francia scoperse che certi baroni il doveano uccidere per trattato del re d’Inghilterra, per la qual cosa a certi ne fu tagliata la testa: e il re a modo di tiranno si faceva guardare a gente armata, dentro e fuori di suo ostiere reale, a cavallo e a piè, di dì e di notte nella città di Parigi, cosa strana e disusata alla maestà reale e a’ paesani.
CAP. XXIV. Come i Perugini assediarono Bettona.
Tornando alle vicine materie, avendo il comune di Perugia da’ Fiorentini ottocento cavalieri di buona gente d’arme, con loro sforzo valicarono le Giaci per porre l’assedio a Bettona, e con grande popolo l’assediarono. E volendosi partire de’ cavalieri dell’arcivescovo della terra, ovvero per andare in foraggio, otto bandiere furono sorprese dalla gente dell’oste per modo, che la maggior parte rimasono presi, e d’allora innanzi si ritennono dentro alla guardia del castello. E procacciando d’avere soccorso da’ cavalieri e dagli amici dell’arcivescovo ch’erano per lo paese di qua, e per fare migliore guardia, si misono a campo fuori della terra nella piaggia a petto al campo de’ Perugini. I Perugini aggiungevano al continovo gente d’arme nel campo per soldo e per amistà, e mandaronvi la maggior parte de’ loro cittadini, e dall’altra parte della terra formarono due battifolli, perchè nè vittuaglia nè soccorso nella terra potesse entrare. E così assediata la terra, procuravano d’afforzare e d’impedire i passi, per riparare dalla lungi al campo che nimici non potessono sopravvenire. E per questo modo durò l’assedio infino all’agosto vegnente, come appresso diviseremo, e posto vi fu del mese di giugno del detto anno.
CAP. XXV. Come fu liberato Montecchio dall’assedio per soccorrere Bettona.
Era in questo tempo stato assediato lungamente il piccolo castello di Montecchio presso a Castiglionaretino da’ Tarlati e dal signore di Cortona colla cavalleria dell’arcivescovo, e recato a partito, che i maggiori di quelli che ’l teneano erano venuti nel campo per volerlo dare. Temendo i Tarlati che avuto il castello per la vicinanza non rimanesse al signore di Cortona, per consiglio aggiunte minacce a coloro ch’erano venuti per darlo, si ritornarono dentro alla difesa. E l’oste sollecitata del soccorso dagli assediati di Bettona, se ne levarono, e accozzaronsi i cavalieri dell’arcivescovo con gli altri cavalieri loro compagni ch’erano in Agobbio e nelle circostanze, e trovaronsi millecinquecento barbute e masnadieri assai, e per fare levare i Perugini da Bettona si misono a oste alla Città di Castello. E stativi alquanti dì, feciono provvedere i passi come potessono andare a soccorrere Bettona, e trovarono che i Perugini erano alla difesa de’ passi molto bene provveduti e forniti alla guardia; tornaronsi al Borgo per accogliere maggiore gente e forza, e farlo per altra più lunga via. In questo medesimo tempo gli assediati per la speranza del soccorso presono ardire, e assalirono l’uno de’ battifolli de’ Perugini, e vinsonlo e arsonlo, e mostrarne per segni di luminaria gran festa; e con quella baldanza presa andarono ad assalire l’altro, e furono occupati per modo da’ cavalieri dell’oste che tornarono in rotta, presa parte della loro gente da cavallo e da piè; gli altri si fuggirono tutti nella terra, levandosi da campo per stare alla difesa delle mura, e da’ Perugini furono più stretti. I capitani della gente dell’arcivescovo feciono capitano generale il conte Nolfo da Urbino, e misonsi per la valle di Chiusi, e andarono a Orvieto; e tratti i cavalieri ch’aveano in quella città, si trovarono con duemila barbute; e volendo soccorrere gli assediati, trovarono in catuno passo sì provveduti i Perugini e sì forti alla difesa, che per niuno modo vidono di poterlo fornire. Ed essendo disperati dell’impresa, vollono rimettere in Orvieto i loro cavalieri che n’aveano tratti, e non furono voluti ricevere, e con gli altri insieme se ne tornarono al Borgo, e gli assediati furono fuori d’ogni speranza d’avere soccorso.
CAP. XXVI. Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla, e disfeciono affatto.
Vedendo i caporali ch’erano rinchiusi in Bettona che a loro era mancata ogni speranza di soccorso, e che la vittuaglia era mancata, e mangiata gran parte de’ loro cavalli, vedendosi a mal partito, con industria e con danari pensarono allo scampo delle loro persone molto segretamente, perchè sapeano bene che i Perugini avrebbono maggiore gloria d’avere le loro persone che la terra di Bettona; e però strettisi insieme, e prestato la fede l’uno all’altro, il signore di Cortona, e il conte di Montefeltro, e Ghisello degli Ubaldini avendo procacciato per danari il nome di quella notte, vestiti a modo di ribaldi per mezzo il campo passarono a salvamento: onde poi fu incolpato alcuno de’ rettori di Perugia. I soldati sentendo campati i loro capitani, incontanente presono messer Crespoldo signore di Bettona, e uno de’ Baglioni di Perugia ch’aveano loro data la terra, e patteggiarono co’ Perugini di dare costoro prigioni, e rendere la terra salve le persone loro solamente, lasciando l’arme e’ cavalli, e giurando di non venire mai contro a quello comune nè a quello di Firenze, e così fu fatto; e avendo mangiati centocinquanta cavalli de’ loro per fame, s’uscirono della terra, e i Perugini la presono; e trattine tutti gli abitanti, e tutte le masserizie e ogni altra sostanza, e condotta a Perugia, arsono la terra; e dopo l’arsione abbatterono le mura dentro e di fuori, acciocchè non avesse mai più cagione di rubellarsi a’ Perugini; e a messer Crespoldo e a quello de’ Baglioni feciono tagliare le teste. E questa fu la fine dell’antica terra di Bettona, ripresa a dì 19 del mese d’agosto gli anni Domini 1352, in gran vituperio de’ Visconti di Milano, e a onore del comune di Firenze, per lo cui aiuto e conforto infino alla fine i Perugini ebbono questa vittoria.
CAP. XXVII. Come la città d’Agobbio s’accordò co’ Perugini.
Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio, avendo veduto come le cose non succedevano prospere all’imprese fatte per lo tiranno di Milano, e che Bettona non era potuta soccorrere, ed era disfatta, diffidandosi della sua difesa se la piena gli si volgesse addosso, sapendo che i suoi cittadini non erano in fede con lui, con astuta malizia si provvide e mandò a trattare pace co’ Perugini. E fu fatto che gli usciti vi tornassono, salvo messer Iacopo Gabbrielli, e tutti avessono frutti de’ loro beni, e che due anni il detto Giovanni vi potesse eleggere podestà d’Agobbio cui e’ volesse, e valicati i due anni, la città rimanesse al comune, e i Perugini avessono la guardia della terra senza altra giurisdizione: ma poco durò l’accordo, come seguendo si potrà vedere.
CAP. XXVIII. Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi dell’Aquila.
Avemo addietro contato come la città dell’Aquila si reggeva sotto il governamento di ser Lallo suo piccolo cittadino, il quale avea dimostrato più volte di tenerla quando per lo re d’Ungheria, e quando per lo re Luigi, come bene gli mettea; ma poichè il re Luigi fu coronato, e i Tedeschi e gli Ungheri partiti del Regno, vedendo che mantenere non la potrebbe contro alla corona, trasse suo vantaggio, e fecesi fare conte di Montorio, ed ebbe altre due castella in Abruzzi, e nell’Aquila ricevette capitano per lo re e per la reina. Nondimeno i cittadini ubbidivano più ser Lallo che il re o suo capitano, e convenne al re dissimulare la sua offesa per lo minore male.
CAP. XXIX. Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono a guastare Cortona.
I Perugini avuta la vittoria di Bettona, colle masnade del comune di Firenze ritornarono sopra la città di Cortona essendo messer Currado Lupo uscito del Regno all’Orsaia con cinquecento barbute, il quale si stette di mezzo senza pigliare arme; e i Perugini guastarono le ville intorno a Cortona come seppono il peggio. In questi medesimi dì, all’uscita d’agosto del detto anno, de’ cavalieri dell’arcivescovo ch’erano tornati al Borgo a san Sepolcro si partirono milledugento barbute, e andarono su quello d’Arezzo, e posonsi in sulla Chiassa, e afforzarono di steccati certo poggio sopra il campo per più loro salvezza: e quivi si misono per vernare in luogo dovizioso e grasso. E per ingannare gli Aretini cominciarono a comperare e a pagare derrata per danaio, non facendo vista d’alcuna violenza. E quando si vidono forniti, cominciarono a cavalcare per lo contado, e fare preda di bestiame e d’uomini e di ciò che trovavano senza avere contasto. E questo avvenne, che alquanti cittadini, meno di sette, avendo occupato il reggimento di quella città, per tema di loro stato presono gelosia de’ Fiorentini, e innanzi soffersono il danno da’ nemici, che volessono l’aiuto dagli amici. I Fiorentini nondimeno tennoro ottocento cavalieri alle frontiere di Valdarno, e raffrenavano alquanto le loro gualdane, e salvarono il loro distretto. Gli Aretini lungamente furono tribolati da quella gente, per la singolare non debita paura di pochi loro cittadini, come detto abbiamo.
CAP. XXX. Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono dall’imperadore senza accordo.
In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni parte.
CAP. XXXI. Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani.
In questa sospensione, gli animi de’ Toscani e principalmente de’ Fiorentini si cominciarono a cambiare, veggendo ch’erano a nulla del loro proponimento; e in questo l’arcivescovo conoscendo che questi comuni di Toscana intendeano a muovere contro a lui gran cose, e veggendosi ributtato da’ Fiorentini e da’ Perugini, grave gli sarebbe a mantenere guerra in Toscana, e già sentiva che i suoi vicini Lombardi non si contentavano di vederlo troppo grande, pensò che per lui facea d’avere pace co’ Fiorentini e Toscani; e confidandosi molto in Lotto Gambacorti da Pisa che allora era amico de’ Fiorentini, fece muovere le parole e insistere in quelle. Il nostro comune conoscendo che della pace del tiranno poco si poteano confidare, nondimeno vedendo che colla Chiesa nè coll’imperadore non aveano potuto far quello che procuravano, diede a intendersi a questo trattato. E avendo l’arcivescovo a questa fine mandati suoi ambasciadori a Serezzana, il comune vi mandò prima religiosi per suoi ambasciadori, per sentire se la sposizione fosse con speranza d’alcuno frutto. E nondimeno ordinarono e mandarono gli altri ambasciadori a Trevigi, ov’era venuto il patriarca d’Aquilea fratello dell’eletto e altri ambasciadori dell’imperadore futuro per trattare le cose cominciate co’ comuni di Toscana. Lasceremo al presente l’ambasciate tanto che torni il loro frutto, e seguiteremo nell’altre cose la nostra materia.
CAP. XXXII. Come il prefetto da Vico fu fatto signore d’Orvieto.
I cittadini d’Orvieto rotti divisi e insanguinati per le cittadine discordie, e caduti nella forza de’ ghibellini, essendo naturali guelfi, voltandosi come l’infermo palpando, voltandosi ora da una parte ora dall’altra, alla fine per la sagacità del prefetto da Vico loro vicino fu fatto signore con certi patti; e messo nella città cominciò a far fare alcune paci, e rimise dentro de’ cittadini cacciati, e di fuori ritenne cui e’ volle, e la signoria reggea con poco contentamento del popolo, e patto promesso non osservava, sicchè non si vedeano alleggiati delle divisioni, nè delle nimistà cittadinesche, e vedendosi sottoposti al tiranno e signoreggiati da’ ghibellini. Ma dopo il fatto, aggiunta del vituperio è il pentersi; che la soma sotto il tirannesco giogo convenne loro portare. E questo avvenne all’uscita d’agosto del detto anno.
CAP. XXXIII. Novità state a Roma.
All’entrata del mese di settembre del detto anno, il rettore del popolo romano oltraggiato da Luca Savelli, e male ubbidito dal popolo, volle ragunare il parlamento per rinunziare la signoria. Nel popolo nacque dissensione, che chi volea che rinunziasse, e chi nò. In questa contenzione messer Rinaldo Orsini, ch’era senatore, prese l’arme, e seguitato dal popolo, cacciò di Roma Luca Savelli co’ suoi seguaci, ma poco stettono fuori, che si tornarono dentro. Il rettore volendo fortificare il popolo con ordini, acciocchè i principi non avessono soperchia audacia, fece richiedere il popolo per rioni a bocca, e appresso colla campana: e non raunandosi, prese sospetto della sua persona; e trovando in sua balia seimila fiorini d’oro, che la Chiesa avea donati al popolo per aiutare mantenere quell’uficio, e altri denari ch’egli avea accolti, si partì di Roma e andossene in Abruzzi, e comperato uno castello si stette nel paese, avendo abbandonata la snervata repubblica, meritandolo per la sua incostanza.
CAP. XXXIV. Come la gente del Biscione assediarono la Città di Castello.
All’uscita di questo mese, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano stati ad Arezzo e consumato il loro contado se ne partirono, e andarono sopra la Città di Castello, rubando per lo paese amici e nimici. E stando ivi, per più riprese i castellani uscirono a loro per assalti e per aguati, facendo d’arme assai notevoli cose.
CAP. XXXV. Come i Fiorentini soccorsono Barga e sconfissono i Castracani.
Del mese d’ottobre del detto anno, essendo stata la terra di Barga in Garfagnana del comune di Firenze assediata quattro mesi e più da messer Francesco Castracani degl’Interminelli di Lucca coll’aiuto dell’arcivescovo di Milano, per modo che più non si potea tenere per difetto di vettuaglia, il comune di Firenze, quanto che quella terra gli fosse di grande costo e di piccola utilità, per non abbandonare gli amici ragunò a Pistoia seicento barbute e ventimila masnadieri, accomandati a messer Ramondo Lupo da Parma capitano di guerra, il quale maestrevolmente a dì 7 d’ottobre, la notte, si mosse colla gente e colla salmeria per la montagna di Pistoia, dando vista d’andarla a fornire da Sommacologna. E mandati cinquecento fanti con parte della salmeria per quella via, innanzi il dì traversò da Seravalle e misesi per la Valdinievole, e cavalcato per lo contado di Lucca, il dì di santa Reparata si trovò in Garfagnana nel piano dinanzi al Borgo a Mezzano in sul passo, dov’era messer Francesco con trecento cavalieri e con millecinquecento fanti buona gente d’arme alla guardia, il quale si mise fuori del borgo colle schiere fatte, prendendo l’avvantaggio del terreno. Il capitano de’ Fiorentini avendo confortata la sua gente di ben fare, in sull’ora del mezzo dì percosse a’ nimici con sì fatto empito, che in poca d’ora gli ebbe rotti e sbarattati, e morti da cinquanta in sul campo, e centoventi n’ebbono a prigioni, e tolto l’arme e’ cavalli li lasciarono alla fede. E preso il Borgo a Mezzano, messer Francesco campato della battaglia si fuggì in Uzzano. I Fiorentini coll’empìto di questa vittoria senza arresto se n’andarono a Barga, e trovando abbandonati i battifolli, ch’erano quattro, gli presono e arsono, e la vittuaglia ch’aveano portata e la guadagnata misono in Barga, e fornitala doppiamente, tornati per la via ond’erano andati, con vittoria se ne tornarono e Pistoia.
CAP. XXXVI. Come si difese il borgo d’Arezzo per i Fiorentini.
In questi dì, sentendo i cavalieri dell’arcivescovo ch’erano alla Città di Castello come i cavalieri de’ Fiorentini erano andati a Barga, tornarono ad Arezzo milleottocento cavalieri e puosonsi a Quarata. Cento de’ cavalieri de’ Fiorentini che tornavano da Perugia albergarono la notte nel borgo d’Arezzo, ove molti contadini erano rifuggiti col loro bestiame per paura de’ nimici; la cavalleria del Biscione si strinse al borgo, assalendolo aspramente per modo, che i cittadini l’abbandonarono; e sarebbe perduto, se non ch’e’ cento cavalieri de’ Fiorentini francamente il difesono, e alla ritratta de’ nimici uscirono fuori del borgo, e feciono alla codazza danno e vergogna.
CAP. XXXVII. D’un segno mirabile ch’apparve.
Nel detto anno, a dì 12 d’ottobre, venerdì sera tramontato il sole, si mosse tra gherbino e mezzogiorno una massa grandissima di vapori infocata, la quale ardeva con sì gran fiamma, che tutto il cielo di sopra e la terra alluminava maravigliosamente, e alla nostra vista valicò sopra la città di Firenze, e così parve a tutti i cittadini di catuna città d’Italia. E perchè fosse in somma altezza pareva agli uomini in catuna parte che dovesse toccare le sommità delle torri e le cime degli alberi; e spesso gittava fuori di se grandi brandoni di fuoco, che parea che cadessono in terra. E il suo corso fu tanto veloce fra tramontana e greco, che a tutti gl’Italiani, e a quelli del mare Adriatico, e a’ Friolani, e agli Schiavoni e Ungheri, e ad altri popoli più lontani, apparve valicando in quella medesima ora che a noi, e catuno stimava che ivi presso dovesse essere data in terra. Com’ebbe di subito valicata la nostra vista, essendo il cielo sereno senza alcuna macchia di nuvoli, a’ nostri orecchi pervenne un tonitruo grandissimo steso tremolante, il quale tenne sospesi gli orecchi lungamente non come tuono consueto, ma come voce di terremuoto, e dopo il tuono rimase l’aria quieta e serena, e così in ogni parte s’udì questa voce dopo il valicamento della massa. Questo segno fece molto maravigliare la gente, eziandio i più savi, non meno per la novità del tuono che per la grande massa del fuoco. Dissono alquanti sperti, che quello infocamento de’ vapori, o cometa o Asub che si fosse, che ella fu nel cielo in somma altezza in quello di Marte: ed era sì grande, che se venuta fosse a terra avrebbe coperta tutta l’Italia e maggiore paese. Vedemmo seguire in quest’anno diminuzioni d’acque, che dal maggio all’ottobre non furono acque che rigassono la terra, se con tempesta di gragnola e fortuna di disordinati venti non venne, e di quelle niuna che con frutto nella terra entrasse.
CAP. XXXVIII. Come i Tarlati arsono il Borgo di Figghine.
Messer Piero Sacconi de’ Tarlati d’età di più di novant’anni, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno con alquanti degli Ubaldini, avendo al loro servigio le masnade de’ cavalieri dell’arcivescovo di Milano, a dì 12 d’ottobre del detto anno si mossono da Quarata con duemila cavalieri, e duemilacinquecento pedoni, e la domenica mattina, a dì 14 d’ottobre, colle schiere fatte, coperti da una grossa nebbia, valicarono Montevarchi, e lungo la riva d’Arno vennono fino all’Ancisa, e di là girarono ed entrarono nel borgo di Figghine: il quale per la subita venuta non era sgombro, ma pieno di masserizie, e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, che ogni uomo avea inteso a guardare la persona. Il castello e il castelluccio de’ Benzi erano forniti e pieni di gente alla difesa, e però non tentarono d’assalirli. In Firenze avea poca gente d’arme, che ancora non era tornata l’oste che andò a Barga; quelli che si poterono avere cavalcarono all’Ancisa. I nemici stettono nel borgo di Figghine la domenica e il lunedì, e raccolsono la preda, lasciando la vittuaglia. E durando la grossa nebbia continuamente, il martedì mattina affocate le case del borgo si partirono senza alcuno impedimento; e prima ebbono preso e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di Figghine sapessono la loro partita, o che il borgo fosse infocato, tanto ingrossava il fumo la nebbia, che tolto era loro del foco ogni vista. Allora corsono al borgo a spegnere il fuoco, ma tardi, per la maggior parte. Il danno fu grande, e la vergogna non minore, avendo liberata Barga in Garfagnana, e perduto e arso il borgo di Figghine; ma tornò in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e buona terra, come appresso a suo tempo racconteremo. I cavalieri dell’arcivescovo si tornarono ad Arezzo, e posonsi fuori della porta alla fonte Guinizzelli, e tribolato alcuno tempo da capo il loro contado si divisono per vernare tra gli amici del Biscione, e parte se ne tornò a Milano.
CAP. XXXIX. Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra ne furono poi cacciati.
A dì 2 del mese di novembre del detto anno, messer Iacopo della casa de’ Cavalieri di Montepulciano, poco innanzi cacciato della terra perchè ne volea essere signore, avendo cento cavalieri dell’arcivescovo, e accolti altri cavalieri e fanti a piè di sua amistà, corrotto per moneta un notaio da Sanminiato del Tedesco ch’era sopra la guardia, e alcuni di quelle guardie, un venerdì notte spezzò una delle porte, e con tutta sua gente entrò nella terra, e fu in sulla piazza; e levato il romore, messer Niccolò suo consorto cavaliere di grande ardire di presente fu all’arme, e montato a cavallo con pochi compagni, subitamente senza attendere aiuto sì fedì tra costoro, e ravviligli sì forte, che non feciono resistenza, ma volti in fuga, messer Iacopo s’uscì della terra con venticinque cavalieri; gli altri errando per la terra, desto il popolo, furono presi, che furon settantacinque cavalieri, e il notaio colle guardie, de’ quali venticinque ne furono impiccati, col notaio, e gli altri smozzicati. Montepulciano fu libero per questa volta, ma cagione fu appresso della loro suggezione, come seguendo si potrà trovare.
CAP. XL. Come fra Moriale fu assediato, e rendessi al re Luigi.
Era rimaso nel Regno della gente del re d’Ungheria caporale messer fra Moriale solo, il quale teneva la città d’Aversa, e col re dissimulava, non facendo guerra e non rendendoli la terra. Il re vedendo ancora il reame tenero sotto la sua signoria, e il Provenzale baldanzoso, temeva di muovergli guerra; e per essere più forte e meglio ubbidito mandò per messer Malatesta da Rimini con quattrocento cavalieri, e fecelo vicario del Regno; il quale cavalcando per lo reame perseguitava i malfattori, e recava i baroni e’ comuni all’ubbidienza del re, e a tutti faceva pagare la colta, e fare i servigi feudatarii, e tenne per tutto i cammini aperti e sicuri. E tornato a Napoli, fece che il re mandò a fra Moriale che venisse a lui, e scusandosi, messer Malatesta il fece citare più volte dalla corte della vicherìa: e non comparendo, di subito colla sua gente, e con alquanta accolta del Regno, se n’andò ad Aversa, e nella terra se n’entrò senza contasto. Fra Moriale si rinchiuse nel castello colla sua gente, nel quale aveva il suo arnese e il tesoro accolto delle prede e ruberie de’ paesani, e pensavasi essere sicuro, e potere con patti rendere il forte castello al re quando a lui paresse, al modo di messer Currado Lupo: ma trovossi ingannato, che messer Malatesta di presente cinse il castello d’assedio, e appresso in pochi dì l’ebbe cinto di fosso e di steccato per modo, che nè entrare nè uscire vi si potea, e dì e notte il faceva guardare di buona e sollecita guardia, e così il tenne stretto tutto il mese di dicembre. E vedendosi fra Moriale disperato di soccorso, trasse patto di rendere il castello, avendo per suo bisogno stretto solamente mille fiorini d’oro, e salve le persone; e per bonarietà del re così fu fatto; e uscito del castello rassegnò al re il tesoro male guadagnato, e dispettoso se n’andò a Roma, pensando alla vendetta del re e di messer Malatesta, come poi per grande e fellonesco ardire gli venne fatto, come innanzi per li tempi racconteremo. Il castello e la città d’Aversa rimase al re, e l’ubbidienza di tutto il Regno e di catuno barone per operazione di messer Malatesta.
CAP. XLI. Come i Fiorentini fornirono Lozzole.
All’uscita di novembre del detto anno, i Fiorentini, avendo con battifolli stretto il castello di Lozzole per la forza degli Ubaldini nel Podere, mandarono dugento cavalieri e millecinquecento masnadieri col vicario di Mugello nell’alpe, e presono in sul giogo dell’alpe il poggio di Malacoda e quello di Vagliana, e fecionli guardare a’ fanti a piè e a’ cavalieri, e con seicento masnadieri tennero i Prati: e eletti cento buoni masnadieri condussono il fornimento colla salmeria, e rotti quelli del battifolle che voleano contrastare il passo, per forza gli rimisono dentro, e la roba condussono nel castello. Certi villani del paese, pochi e male armati, con trenta femmine ch’aveano con loro saliti in alcuna parte sopra Malacoda, gridavano contro a’ masnadieri ch’erano a quella guardia, e le femmine urlavano sanza arresto; i codardi masnadieri mandarono per soccorso al vicario messer Giovanni degli Alberti, il quale vi mandò cinquanta cavalieri, i quali si rimasono nella piaggia; il castello era fornito, e l’animo della gente codarda era di tornare in Mugello; que’ di Malacoda non vedendo venire soccorso, impauriti delle grida delle femmine abbandonarono il poggio, fuggendo alla china. I fanti degli Ubaldini, ch’erano settanta per novero, gli cominciarono a seguire, e lasciare i palvesi per essere più spediti, e le trenta femmine seguitavano rinforzando le grida: allora tutta l’oste si mosse senza attendere l’uno l’altro dirupandosi e voltolandosi per le ripe. Il vicario fu il primo che portò la novella della rotta alla Scarperia. L’altra parte de’ masnadieri ch’erano a Vagliano, sentendo fuggiti il capitano, e’ cavalieri e’ pedoni de’ Prati e di Malacoda, si diedono a fuggire sanza essere incalciati. I cento fanti ch’aveano fornito il castello, sentendo fuggita l’oste d’ogni parte, vigorosamente stretti insieme, essendo usciti quelli del battifolle contro a loro, per forza gli rimisono nel battifolle, e tornaronsi nel castello, e di nuovo il rifornirono di legne: e poi l’altro dì, bene acconci e avvisati alla loro difesa, se ne tornarono a salvamento. Degli altri rimasono prigioni centoventi cavalieri, e più di trecento pedoni; morti n’ebbe pochi. Questa fu più notabile fortuna che gran fatto. Ha meritato qui d’essere notata per esempio della mala condotta, che spesso i vinti fa vincitori, e i vincitori vinti. Nella nostra città, in questi tempi, di così fatti falli non si tenea ragione, però spesso ricevea vituperoso gastigamento.
CAP. XLII. Maraviglie fatte a Roma per una folgore.
Non senza cagione di singulare ammirazione vegnamo a fare memoria, come a dì 11 del mese di dicembre, già il cielo sgravato da impetuoso caldo solare, che suole nell’aria naturalmente generare folgori e tempeste, una disusata fortuna di venti e di tuoni turbò l’aria, e in quella tempesta una folgore cadde in Roma, e percosse il campanile di san Piero, e abbattè la cupola e parte del campanile, e tutte le grandi e nobili campane ch’erano in quello fece cadere, e trovaronsi quasi tutte fondute in quello punto, come fossono colate nella fornace. Questa pare una favola a raccontare, ma fu manifesto a molti che ’l vidono, da cui ne avemmo chiara e vera testimonianza. E molti il recarono in segno ovvero prodigio della seguente materia.
CAP. XLIII. Come morì papa Clemente sesto, e di sue condizioni.
In questi dì, essendo malato papa Clemente sesto nella città d’Avignone in Provenza d’una continua, ond’era giaciuto sei dì, la notte vegnente la festa di santo Niccola, a dì 5 di dicembre, passò di questa vita, avendo tenuto il papato anni dieci e mesi sette. Costui fu natìo di Francia, e arcivescovo di Rouen, e grande amico e protettore del re Filippo di Francia, e per lui, innanzi al papato e poi che fu papa, assai cose fece; e a papa Giovanni venne per suo ambasciadore, e nella persona del detto re promise e giurò che farebbe il passaggio d’oltre mare. Costui fatto papa non restò di fare quanto il detto re seppe domandare, e molto scopertamente. Nella guerra ch’ebbe col re d’Inghilterra prese la parte del re di Francia, e assai vi consumò del tesoro di santa Chiesa. Larghissimo papa fu di dare i beneficii di santa Chiesa, e tanti ne stribuì a spettanti l’uno appresso l’altro, che non si trovava chi più ne domandasse, sanza il beneficio dell’Anteferri. Il suo ostiere tenne alla reale con apparecchiamento di nobili vivande, con grande tinello di cavalieri e scudieri, con molti destrieri nella sua malistalla. Spesso cavalcava a suo diporto, e mantenea grande comitiva di cavalieri e scudieri di sua roba. Molto si dilettò di fare grandi i suoi parenti, e grandi baronaggi comperò loro in Francia. La Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e fecene de’ sì giovani e di sì disonesta vita, che n’uscirono cose di grande abominazione; e certi altri fece a richiesta del re di Francia, fra i quali anche n’ebbe de’ troppo giovani. A quel tempo non s’avea riguardo alla scienza o alle virtù, bastava saziare l’appetito col cappello rosso. Uomo fu di convenevole scienza, molto cavalleresco, poco religioso. Delle femmine assendo arcivescovo non si guardò, ma trapassò il modo de’ secolari giovani baroni: e nel papato non se ne seppe contenere nè occultare, ma alle sue camere andavano le grandi dame come i prelati; e fra l’altre una contessa di Torenna fu tanto in suo piacere, che per lei facea gran parte delle grazie sue. Quando era infermo le dame il servivano e governavano, come congiunte parenti gli altri secolari. Il tesoro della Chiesa stribuì con larga mano. Dell’italiane discordie poco si curò; e l’impresa fatta a sua stanza contro al tiranno di Bologna in sul buono abbandonò, e della vergogna di santa Chiesa non si fece coscienza, ma per i molti danari che l’arcivescovo di Milano largamente sparse ne’ suoi parenti e nel re di Francia ogni cosa gli perdonò, e intitolollo per la Chiesa vicario di Bologna. Vacò la Chiesa tredici dì. La cometa Nigra pronosticò la sua morte, la folgore di san Piero a Roma la sua fama consumata nel vile metallo.
CAP. XLIV. Come fu fatto papa Innocenzio sesto.
Dopo la morte di papa Clemente sesto, i cardinali rinchiusi in conclave sentendo che il re di Francia s’affrettava di venire a Avignone per avere papa a sua volontà, la qual cosa non gli potea mancare, tanti cardinali aveva a sua stanza e di suo reame, ma non ostante che tutto il collegio de’ cardinali fosse stato al servigio del detto re, tuttavia per la riverenza della libertà di santa Chiesa, vollono innanzi avere fatto papa di loro movimento, che a stanza del re di Francia. E però di presente presono accordo tra loro, ed elessono a papa il cardinale d’Ostia nativo di Limogi, il quale era stato vescovo di Chiaramonte, uomo di buona vita, e di non grande scienza, e assai amico del re di Francia; la sua fama infra gli altri era di semplice e buona vita, e antico d’età; e fecesi ne’ papali palagi in Avignone a dì 28 di dicembre, gli anni Domini 1352. Prese l’ammanto di san Piero e la corona del regno, e ne’ suoi principii ragionò d’ammendare la disonestà della corte, e fecene alcune buone costituzioni, e fecesi chiamare papa Innocenzio sesto.
CAP. XLV. Come usciti di prigione i reali del Regno s’arrestarono a Trevigi.
In questo anno del mese di novembre, essendo liberati di prigione messer Ruberto Prenze di Taranto, e messer Luigi di Durazzo dal re d’Ungheria, se ne vennono a Vinegia; e ricevuto onore da quello comune, se n’andarono a Trevigi, e ivi attesono gli altri loro due fratelli messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo. Il re d’Ungheria volle che i primi due reali essendo in loro libertà facessono certe obbligazioni, le quali non furono palesi, ma certo fu che a Trevigi vennero a loro ambasciadori del re d’Ungheria, e che da loro presono certe obbligazioni. E per avere questo tenne gli altri due fratelli tanto, che gli ambasciadori furono da Trevigi tornati in Ungheria colle cautele pubbliche di quello ch’elli aveano promesso, e allora furono licenziati messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo, e vennonsene a Trevigi agli altri loro fratelli. E partiti di là se ne vennono a Ferrara, e appresso a Forlì, ricevuti in catuna parte a grande onore. E stando in Romagna, mandarono a Firenze per volere valicare nel Regno per la nostra città, e per lo nostro contado, ove si pensavano potere venire confidentemente a grande onore. Certi cittadini potenti, parziali di setta cittadinesca, che allora reggevano il comune, vietarono la loro venuta nella città, e il passo per lo contado, cosa incredibile a narrare, considerato l’antico e incorrotto amore di quella casa reale al nostro comune, e il sangue loro mescolato con quello de’ cittadini di Firenze, sparto nelle nostre battaglie in difensione di quella città, e ora vieta loro il passo per lo suo distretto, uomini usciti di prigione, senza arme e senza comitiva. Io mi vergogno a scrivere che quello che il nostro comune spesso concede a’ nemici fosse vietato a costoro. Se il comune ci avesse fallato, sarebbe detestabile cosa a trovare memoria di cotanta ingratitudine: ma considerata la singolare vilezza delle cittadine sette, figura della sfrenata tirannia, non è cosa maravigliosa. I reali non senza giusta cagione sdegnati presono altra via, e capitarono a Roma.
CAP. XLVI. Di novità state in Sangimignano.
Ricordandoci de’ due fratelli dicollati degli Ardinghelli di Sangimignano, ci occorre come i loro consorti tennono che ’l fatto fosse per operazione de’ Salvucci di quella terra, onde i detti Ardinghelli provveduti d’aiuto di loro parenti e amici, a dì 20 di dicembre del detto anno levarono romore nella terra, e seguitati dalla maggior parte del popolo corsono alle case de’ Salvucci in su la piazza della pieve, e trovandoli sprovveduti alla difesa, senza fare resistenza furono cacciati di Sangimignano, e le loro case rubate e arse, e di tutti i loro seguaci; e la terra ch’era in guardia del comune di Firenze tennono per loro, temendo di non essere puniti del malificio commesso. I Salvucci cacciati co’ loro seguaci il dì della pasqua di Natale se ne vennono a Firenze, domandando l’aiuto del comune, sotto la cui guardia erano rubati e cacciati della loro terra. Dall’altra parte gli Ardinghelli col titolo e coll’autorità del comune mandarono ambasciadori a Firenze, dicendo, ch’aveano cacciati i ghibellini di Sangimignano, e la terra teneano a onore del comune di Firenze e di parte guelfa; e dove il comune l’avea per piccolo tempo, la voleano dare per maggiore, ove delle cose fatte non si facesse alcuna vendetta, e che i loro nimici non fossono rimessi nella terra. Il comune tenne sospeso un pezzo, cercando se modo v’avesse d’accordo, ma continovo cresceva la mala disposizione, diffidandosi gli Ardinghelli e i loro seguaci d’avere remissione di quello ch’aveano commesso, e aveano d’intorno a loro di mali consigliatori; onde per la contumace e per l’impotenza poco appresso ne seguì la suggezione di quella terra, come a suo tempo racconteremo.
CAP. XLVII. Come i comuni di Toscana mandarono solenni ambasciadori a Serezzana a trattare pace.
Avvegnachè ne’ cominciamenti poca fede si prendesse per li Fiorentini e per gli altri comuni di Toscana della pace coll’arcivescovo di Milano, nondimeno avendo trattato prima co’ religiosi, e poi con abboccamento d’altri ambasciadori, e trovandosi convenienza alla pace, si ordinò più solenne ambasciata di tutti i comuni, i quali si convennono a Firenze, e in segreto si conferì la sostanza de’ patti; e il simigliante fece l’arcivescovo co’ suoi e con gli ambasciadori de’ ghibellini d’Italia, che concorrevano alla detta pace. E catuno comune diede libertà a’ suoi ambasciadori di potere fermare la concordia. E poi, il primo dì di gennaio del detto anno, andarono a Serezzana per dare compimento alla detta pace.
CAP. XLVIII. Di grandi tremuoti vennono in Toscana e in altre parti.
A dì 25 di dicembre del detto anno, in sul vespro, furono grandi terremuoti, i quali abbatterono al Borgo a san Sepolcro una parte degli edifici della terra, con danno di bene cinquecento tra uomini e femmine e fanciulli morti. E la rocca d’Elci in su’ confini tra Arezzo e il Borgo subissò con que’ viventi che v’erano a guardarla per l’arcivescovo di Milano. E sollevati i tremuoti alquanti dì, poi a dì 31 del detto mese, la notte, vegnente la mattina di calen di gennaio in sul mattutino, rinnovellarono maggiori terremuoti. E alla detta terra del Borgo furono sì terribili, che quasi tutti gli edifici di quella terra fece rovinare, nel cui scotimento, per la notte e per le ruine d’ogni parte, pochi ne poterono campare, fuggendosi ignudi negli orti e nelle piazze della terra, e quasi la maggiore parte de’ terrazzani e de’ forestieri che v’erano feciono delle case sepoltura a’ lacerati corpi, e molti magagnati e mezzi morti stettono parecchi dì senza aiuto sotto le travi e’ palchi e altre concavità fatte dalla ruina, e assai ne morirono che sarebbono campati se avessono avuto soccorso. Le mura della terra da ogni parte caddono: e di vero gran pietà fu a vedere l’eccidio di cotanti cristiani involti in così aspro giudicio dalla loro morte, che fatto conto, più di duemila uomini d’ogni sesso spirarono sotto quelle rovine. E non è da lasciare senza memoria quello ch’avvenne loro per essere sotto la tirannia, che per paura de’ primi terremuoti erano usciti della terra e stavano a campo, e sarebbono campati, ma per tema della terra messer Piero Sacconi, e Nieri da Faggiuola col vicario dell’arcivescovo vi cavalcarono, e per forza costrinsono i terrazzani e’ soldati a ritornare nella terra. Alcuni favoleggiando dissono, che questo fu singolare sentenza di Dio, perchè costoro furono i primi in Toscana che diedono ricetto alla gente del gran tiranno arcivescovo di Milano, in confusione de’ loro circostanti; e tutte le prede indebitamente tolte a’ loro vicini comperavano per niente, ingrassando e arricchendo di quelle indebitamente, non avendo i detti terremuoti fatto alcuno danno in Toscana.
CAP. XLIX. Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano.
Essendo i signori della casa de’ Cavalieri di Montepulciano divisi e cacciati l’uno l’altro, come addietro è dimostrato, quelli ch’erano rimasi signori teneano l’amistà de’ Perugini, e gli usciti quella de’ Sanesi, onde avvenne che i Sanesi volevano che la terra tornasse al governamento del popolo; e temendo coloro che la reggevano per lo movimento de’ Sanesi, si fortificarono con aiuto di gente d’arme de’ Perugini, e per questo i Sanesi cominciarono a cavalcare sopra loro. E i terrazzani colle masnade de’ Perugini e de’ loro soldati s’aiutavano francamente, facendo vergogna alla cavalleria de’ Sanesi, e per questo presono sdegno contro a’ Perugini. E del comune di Firenze si dolsono, perchè richiesti a questa impresa non vollono contro agli amici loro guelfi dare loro aiuto. E tanto montò l’altezza dello sdegno de’ Sanesi, che si fornirono di gente d’arme a piè e a cavallo, e misonsi all’assedio di Montepulciano, e quello continovarono infino al maggio seguente 1353, e strinsonlo con battifolli; e’ Perugini per non dispiacere a’ Sanesi ne ritrassono la gente loro. I Fiorentini e’ Perugini mandarono gli ambasciadori a trovare modo di pace e di concordia tra ’l comune di Siena e quello di Montepulciano, i quali vi dimorarono lungamente, innanzi che potessono recare le parti a concordia. E perocchè nel detto tempo altre cose occorsono, conviene per dare parte a loro alquanto soggiornare alla presente materia.
CAP. L. Come Gualtieri Ubertini fu decapitato.
In questo medesimo mese di dicembre fu preso in un aguato da’ soldati del comune di Firenze, a Civitella del vescovo d’Arezzo, Gualtieri figliuolo di Bustaccio degli Ubertini, giovane di grande fama, valoroso e pro’, e di grande aspetto e seguito, il quale per comandamento del comune fu menato a Firenze: e credendosi campare, trovandosi il bando generale di tutti quelli della casa degli Ubertini per la loro ribellione, la vigilia di Natale fu dicollato, di cui gli Ubertini riceverono gran danno, perocchè troppo era giovane di buono aspetto. A costui fu tagliata la testa dirimpetto allo spedale di sant’Onofrio; e messo il corpo nella cassa in due pezzi, e portandosi alla chiesa di santa Croce, venuto a piè del campanile di quella chiesa, per spazio d’una saettata di balestro o più il corpo si dibattè, e aperse le giunture della cassa con tanto dicrollamento, che a pena fu ritenuta che non cadde di collo agli uomini che ’l portavano; cosa assai maravigliosa, ma fu vera e manifesta a molti, e noi l’avemmo da coloro che ’l detto corpo nella cassa portarono, uomini degni di fede.
CAP. LI. Come il duca d’Atene assediò Brandizio.
In questi dì, avendo il re Luigi fatta certa richiesta di baroni del Regno, fra gli altri vi venne messer Filippo della Ripa di Brandizio, ricco d’avere e di piccola nazione, da cui il re con finte cagioni intendea di trarre di molti danari. A costui fu rivelata l’intenzione del re, ond’egli senza congio si ritornò in Puglia. Il re fattolo da capo richiedere per contumacia, ebbe cagione di farlo bandire. Il duca d’Atene che colle sue terre gli era vicino, per torgli il suo, e per potere sotto la coverta di costui prendere Brandizio, se n’andò in Puglia; e presa licenza di procacciare di recare al fisco i beni di costui ch’era bandeggiato, raunò gente d’arme, e non sappiendo il re che procedesse per questo modo, fece di suoi Franceschi e d’altri soldati quattrocento cavalieri e millecinquecento pedoni, e andò a oste a Brandizio. I terrazzani vedendosi questa gente addosso improvviso si maravigliarono forte, e conobbono il fatto tirannesco, e di presente s’unirono alla difesa, e non lo lasciarono accostare alla città. Puosesi a campo di fuori, e cominciò a correre e fare preda per lo paese d’intorno. Sentendo questo il re Luigi si maravigliò del duca, che faceva di suo arbitrio quello che non gli era commesso, e incontanente per lettere gli mandò comandando che da Brandizio si dovesse levare: ma poco valsono i suoi comandamenti, che vi s’affermò credendosi occupare quella terra con tirannesca intenzione. Sopravvenne la tornata del Prenze di Taranto, e il re per farli onore, ch’era d’età suo maggiore fratello, sentita la volontà de’ cittadini ch’aveano amore al Prenze, così assediata glie la privilegiò; e i cittadini di concordia l’accettarono per loro signore, e allora il duca se ne levò da assedio.
CAP. LII. Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi.
In questo verno, sentendosi per l’Italia che a certo la pace generale si dovea fare tra i comuni di Toscana, e l’arcivescovo di Milano e’ suoi aderenti ghibellini, i Cortonesi per mostrare più liberalità a’ Perugini, e il comune di Perugia per non obbligarsi al patto della generale pace, di concordia vollono pervenire a quella, e di buona volontà feciono pace tra loro. È vero che innanzi la pace i Cortonesi non fidandosi de’ Perugini domandarono sodamenti, e il comune di Perugia a grande istanza richiese il comune di Firenze, che fosse mallevadore per lui a’ signori e al comune di Cortona di diecimila marchi d’argento, che manterrebbe a’ Cortonesi buona e leale pace. Il nostro comune mosso alle richieste di quello di Perugia, fece sindaco un suo cittadino chiamato Otto Sopiti, e per lui fece il sodamento e l’obbligagione predetta a’ signori e al comune di Cortona liberamente, come i Perugini seppono divisare.
CAP. LIII. Come il popolo di Gaeta uccisono dodici loro cittadini per la carestia ch’aveano.
Ancora lo stato dello sviato Regno non era queto dalla fortuna e in debito reggimento, essendo quest’anno generale carestia in Italia, il minuto popolo di Gaeta, avendo invidia a’ buoni e ricchi cittadini mercatanti di quella città, del mese di dicembre del detto anno si mossono a furore e presono l’arme, e furiosi corsono per la terra, a intenzione d’uccidere quanti trovare potessono di loro maggiori: e in quell’empito uccisono dodici de’ migliori che trovarono senza alcuna misericordia, grandi e onesti e buoni mercatanti; gli altri si fuggirono e rinchiusono in luoghi ove il furore del popolo non si potè stendere. Il re Luigi avendo intesa questa iniquità vi cavalcò in persona con gente d’arme per farne giustizia, e giunto in Gaeta, fece inquisizione di questo fatto; la cosa fu scusata per la furia d’alquanti, e furono presi e giustiziati de’ meno possenti; degli altri si fece composizione di moneta, e chi fu morto s’ebbe il danno, e la corte pervertì; e racquetata la cosa, il re gli ordinò, e tornossene a Napoli.
CAP. LIV. Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi a’ Veneziani.
In questo medesimo verno, papa Innocenzio mandò al comune di Genova e a quello di Vinegia che mandassono a lui gli ambasciadori ch’erano stati a papa Clemente a trattare della loro pace, e per la morte sopravvenuta del detto papa se n’erano partiti senza essere d’accordo, perocch’egli intendea di metterli in pace giusta suo podere. I Genovesi non vollono tornare a corte, nè entrare in trattato di pace co’ Veneziani, anzi ordinarono lega e compagnia col re d’Ungheria contro a’ Veneziani. E il detto re avendo promessa compagnia co’ Genovesi mandò a Venezia al comune che gli dovesse restituire Giara, e l’altre città e terre ch’aveano occupate del suo reame nella Schiavonia. I Veneziani feciono agli ambasciadori quella savia risposta che seppono, facendosi tra loro beffe della sua domanda; nondimeno non senza paura, e con molta sollicitudine e con grande spendio fornirono a doppio, oltre all’usato, tutte le terre che teneano in quella marina.
CAP. LV. Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, e fecionli ubbidire.
Addietro è narrato come quelli che reggeano Sangimignano teneano trattato col comune di Firenze, ma non fidando, non si poteano per lo comune riducere a fermezza, e il comune temendo che in questa vacillazione peggio non ne seguisse, del mese di febbraio del detto anno vi mandò messer Paolo Vaiani di Roma, allora podestà di Firenze, con seicento cavalieri e con grande popolo, i quali giunti intorno alla terra, e non avendo risposta da quelli d’entro, a volontà del nostro comune vi si misono a campo, e cominciarono a dare il guasto; ma però alcuno Sangimignanese o loro gente d’arme non uscirono fuori per fare alcuna resistenza o altra vista, ma dopo il ricevuto danno vennono alla concordia, che il comune di Firenze dovesse fare la pace fra loro e gli usciti, e che d’allora gli usciti avessono i frutti de’ loro beni, ma dovessono stare fuori della terra sei mesi, e fatta la pace tra gli Ardinghelli e’ Salvucci, per lo comune di Firenze detto, e’ potessono tornare nella terra: e che il comune di Firenze oltre al termine de’ tre anni che ne dovea avere la guardia l’avesse anche cinque anni, e che per patto vi tenesse settantacinque cavalieri col capitano della guardia alle loro spese. E fatto il decreto e le cautele per i loro consigli, e ricevuto il capitano colla sua compagnia, l’oste se ne tornò a Firenze.
CAP. LVI. Come in Italia fu generale carestia.
In questo anno fu generale carestia in tutta Italia; in Firenze cominciò di ricolta a valere lo staio del grano soldi quaranta di libbre cinquantadue lo staio, e in questo pregio stette parecchi mesi: poi venne montando tanto, che andò in lire cinque lo staio, i grani cattivi e di mal peso. Le fave lire tre lo staio, e così i mochi e le vecce: il panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la saggina soldi trenta in trentacinque. Il vino di vendemmia valse il cogno fiorini sei d’oro del più vile, e otto e dieci il migliore, e montò in fiorini quindici il cogno. La carne del porco senza gabella lire undici il centinaio; il castrone denari ventotto in trenta la libbra tutto l’anno. La vitella di latte montò danari trentadue in quaranta la libbra; l’uovo danari cinque e sei l’uno; l’olio lire cinque e mezzo in sei l’orcio, di libbre ottantacinque. Tutti erbaggi furono in somma carestia; e in que’ tempi valea il fiorino dell’oro lire tre soldi otto di piccioli. Tutti drappi da vestire, di lana, e di lino, e di seta, furono in notabile carestia, e così il calzamento. E benchè abbiamo fatto conto di Firenze, in quest’anno fu tenuto in tutta Italia che Firenze avesse così buono mercato comunalmente come alcuna altra terra. Ed è da notare, che di così grande e disusata carestia il minuto popolo di Firenze non parve che se ne curasse, e così di più altre terre; e questo avvenne perchè tutti erano ricchi de’ loro mestieri: guadagnavano ingordamente, e più erano pronti a comperare e a vivere delle migliori cose, non ostante la carestia, e più ne devano per averle innanzi che i più antichi e ricchi cittadini, cosa sconvenevole e maravigliosa a raccontare, ma di continova veduta ne possiamo fare chiara testimonianza. E quello che a altri tempi innanzi alla generale mortalità sarebbe stato tomulto di popolo incomportabile, in quest’anno continovo improntitudine e calca del minuto popolo fu nella nostra città ad avere le cose innanzi a’ maggiori, e di darne più che gli altri. E così festeggiava, e vestiva e convitava il minuto popolo, come se fossono in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.
CAP. LVII. Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo degli Orsini loro senatore.
Senatori di Roma erano il conte Bertoldo degli Orsini e Stefanello della Colonna, e dal popolo erano infamati d’avere venduta la tratta, e lasciato trarre il grano della loro Maremma, e questo era fatto per loro, non pensando che ’l grano andasse in così alta carestia. In Campidoglio si faceva il mercato a dì 15 di febbraio del detto anno, e la sù abitavano i senatori; e accoltovisi grande popolo per comperare del grano, e trovandone poco e molto caro, corsone a furore al palagio de’ senatori con le pietre in mano. Stefanello ch’era giovane fu accorto, e innanzi che il popolo moltiplicasse al palagio col furore si fuggì per una porta di dietro, e salvò la persona; il conte Bertoldo fu più tardo, e volendosi fuggire, fu sorpreso dal furore di quel popolo, e colle pietre lapidato e morto: e tante glie ne gittarono addosso, acciocchè catuno fosse partecipe a quella vendetta, che bene due braccia s’alzò la mora delle pietre sopra il corpo morto del loro senatore; e fatto questo, il popolo comportò la carestia più dolcemente.
CAP. LVIII. Come fu tagliata la testa a Bordone de’ Bordoni.
In questi dì, del mese di febbraio sopraddetto, essendo podestà di Firenze messer Paolo Vaiani di Roma, uomo aspro e rigido nella giustizia, avendo presa informazione di mala fama contro a Bordone figliuolo che fu di Chele Bordoni, antico e grande e potente popolano di Firenze, essendo questo giovane sopra gli altri leggiadro e di grande pompa, il fece pigliare per ladro, apponendogli molti furti, e tutti per martorio gliel fece confessare. I suoi consorti, ch’erano in grande stato in comune, co’ priori e collegi il difendeano, e non parea loro che il podestà il dovesse condannare a morte; il mormorio del popolo minuto era contro a lui, e ’l podestà non si volea muovere ad alcuno priego de’ signori; onde avvenne, per male consiglio, ch’e’ priori, acciocchè ’l podestà non potesse fare uficio, cassarono tutta la sua famiglia. Costui più inacerbito lasciò la bacchetta della sua podesteria a’ priori, e tornossi al palagio come privato uomo. Il mormorio si levò grande nella città contro a’ priori, e parendo loro avere fatto male, con ogni preghiera cercarono di poterlo ritenere; ma l’astuto Romano, sentendo scommosso il popolo, la notte montò a cavallo e andossene a Siena. Il popolo sentendolo partito, quasi come comunità rotta trassono al palagio de’ priori e a quello della podestà, e doleansi dicendo, che i potenti cittadini che facevano i grandi mali non voleano che fossono puniti, e i piccoli e impotenti cittadini d’ogni piccolo fallo erano impiccati, e smozzicati, e dicollati; e per questa novità fu la città in grande smovimento, operandosi l’animosità delle sette. I signori vedendo la città a cotal condizione, di subito gli mandarono ambasciadori, e con fiorini duemilacinquecento d’oro che gli diedono per suoi interessi fecionlo ritornare: e ritornato, per grazia fece dicollare Bordone, e il popolo fu racquetato.
CAP. LIX. Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo a’ comuni di Toscana.
Gli ambasciadori de’ comuni di Toscana che furono mandati a Sarezzana per fermare la pace coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi aderenti ghibellini di Toscana e d’Italia, trovarono la materia sì acconcia, eziandio contro alla speranza, che di presente vi dierono fermezza, del mese di marzo 1352; e appresso, il primo dì d’aprile 1353, si piuvicò in parlamento di tutto il popolo. E quanto che catuno desiderasse pace per cagione di riposo e di fuggire spesa, niuna festa se ne fece, nè niuno rallegramento nel popolo se ne vide, quasi stimando catuno la pace del potente tiranno troppo vicino, essere più nel suo arbitrio sottoposta a inganno che a fermezza di certo riposo. Nella pace in sostanza si contenne, che generale e perpetua pace sia tra l’arcivescovo di Milano, e tutte le sue città e distrettuali, e tutti coloro che con lui furono nella guerra contro a’ Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi, e’ loro distrettuali, Pistoiesi, e Aretini, e altri simiglianti, tutti da catuna parte e aderenti loro debbano osservare buona e leale pace; e l’arcivescovo è tenuto di mettere in mano comune la Sambuca e ’l Sambucone: e fatto questo, il comune di Firenze un mese appresso debba disfare la rocca di Montegemmoli, con patto, che disfatta debba riavere le dette castella depositate; e il detto Montegemmoli non si debba per alcuna parte redificare: e che i Fiorentini debbano rendere Lozzole agli Ubaldini, e l’arcivescovo Piteccio e l’altre tenute de’ Pistoiesi; e che il comune di Firenze dee trarre di bando tutti coloro che fossono bandeggiati per quella guerra, e chiunque fosse dichiarato aderente del detto arcivescovo: patto assai pregno, e doppio, e poco accetto, la cui dichiarazione fu commessa a Lotto e a Franceschino Gambacorti di Pisa, mezzani di questa pace. Questo fu assai lieve legame di pace, avvegnachè ci si stipulasse pena fiorini dugentomila d’oro, ma per la grandezza del signore di Milano, e per la potenza de’ tre comuni che non si avvilivano per lui, rimase contenta catuna parte al legame del titolo della pace, senza altra sicurtà dimandare o prendere.
CAP. LX. L’inganno ricevette il comune di Firenze dagli sbanditi.
Il comune di Firenze in questo fatto degli sbanditi fu ingannato da’ suoi medesimi ambasciadori, de’ quali niuno si potè incolpare, ch’erano secolari, e uomini che non sapeano quello ch’e’ titoli de’ giudici portassono, e a loro non se n’aspettava alcuna cosa, ma incolpato ne fu un savio giudice e grande avvocato chiamato messer Niccola Lapi, di lieve nazione, sospetto a parte, ma per la sua scienza il comune gli commise l’ordinazione delle scritture per non essere ingannato. Costui lasciò ne’ patti un capitolo non promesso nè pensato, per lo quale tutti gli sbanditi e rubelli del comune di Firenze poteano essere ribanditi e ristituiti ne’ loro beni, e così degli altri comuni di Toscana. E il pertugio di questo titolo fu, che a’ patti s’aggiunse, che tutti gli aderenti, e parenti e seguaci di messer Carlino Tedici e de’ consorti ribelli di Pistoia, dovessono essere ribanditi, e restituiti ne’ beni di qualunque bando o condannagione ch’avessono dal comune di Pistoia, e questa fu l’intenzione vera: ma arroso fu, e di Firenze, e di Perugia, e di Siena, e dell’altre terre di Toscana, salvo chi avesse avuto bando nel tempo della guerra, essendo all’ubbidienza del comune di Pistoia: bando enorme e non parziale. Qui si comprese la malizia di questo fallo: se per errore fu commesso, grande vergogna fu al savio avvocato, se per malizia, meritò grande pena, perocchè sotto quel titolo messer Carlino faceva suo aderente cui egli voleva; e Franceschino e Lotto gli dichiaravano, e ’l savio consigliava, e ’l notaio ch’era sopra ciò cancellava; e avevane già dichiarati più di duemila, e cancellati da trecento. Ed era una mercatanzia tra tutti di grande guadagno, ma di maggiore danno e vergogna del nostro comune, e molto se ne dolevano i cittadini. Ma gli autori del fatto, con mettere paura di non conturbare la pace, ogni lingua acchetavano, e le borse si empievano. E procedendo a voto il primo fallo, un altro se n’arrose per l’avvocato già detto, contro al beneficio ricorso a utilità della patria, che i dichiaratori da Pisa aveano mandato a Firenze intorno di sedici dichiarazioni fatte nel principio in diversi dì, acciocchè a Firenze fossono per lo notaio diputato sopra ciò cancellati di bando. Le dichiarazioni furono portate al detto messer Niccola Lapi, il quale vide che per l’ordine de’ patti non se ne poteva cancellare per ragione più che quelli ch’erano dichiarati per lo primo dì, e da quel dì innanzi il comune di Firenze era libero della sua promessa. Costui di presente le rimandò a dietro, e scrisse, che non valeano dichiaragioni che facessono separate in diversi dì; e per questo avvenne, che poi quelle che si feciono, e che si mossono a fare in diversi e lunghi tempi, le riducevano a essere fatte nel primo dì che gli cominciarono a dichiarare, commettendo in questo processo frode, e facendo fare le carte false, che furono più di trecento quelle che si recarono a cancellare. Di cotali falli il comune s’avvedeva e doleva, ma le preghiere degli amici non lasciavano al comune fare giustizia in questi tempi. Ma de’ mali principii riesce spesse volte mal frutto, come in parte uscì di questo, secondo che appresso diviseremo, mutando un poco nostro ordine di travalicare il tempo per imporre fine a questa materia.
CAP. LXI. Di questa medesima materia.
Avvenne, valicato l’anno predetto, che di questa corrotta radice procedette una corruzione che terminò la causa e la vita del notaio a ciò diputato, e d’un giudice ch’avea cominciato a pascersi sopra questa carogna. A ser Francesco di ser Rosso notaio di grande autorità, ch’aveva procurato questo uficio, fu portata carta d’una dichiarazione d’uno Ghiandone di Chiovo Machiavelli condannato, uomo infame e di mala condizione; del nome e soprannome di costui erano rimase certe lettere, il mese e l’altre rase, e sottilmente per simiglianti lettere rimesse, e con molta istanzia per alcuno suo consorte, e alcuno amico allora de’ priori, fu stretto ser Francesco a cancellarlo, e messer Corbizzesco giudice da Poggibonizzi a consigliarlo. I quali più volonterosi al servigio che a conoscere la malizia ch’appariva nella carta, benchè tutta paresse una lettera, il savio consigliò, e il notaio cancellò. E sentendosi la diliberazione di costui a Pisa, Franceschino Gambacorti scrisse a’ signori scusandosi, che costui per la sua infamia mai non avea voluto dichiarare. Onde preso il notaio, e appresso il giudice, per il marchese dal Monte valente podestà di Firenze, dopo lunga discettazione e combattimento di cittadini, e d’immunità di privilegio ch’aveva ser Francesco, mercoledì a dì 21 di maggio 1354 avendoli condannati al fuoco, per grazia commutò la pena, e colle mitere in capo li fece dicollare. Per la morte di ser Francesco mancò il potere cancellare; e mancato questo, si rimase il dichiarare, e il comune dimenticò gli altri falli per questa cagione, e per troppa mansuetudine.
CAP. LXII. Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati tentò di fare grande preda innanzi che fosse bandita la pace.
Messer Piero Sacconi de’ Tarlati ch’aveva in Bibbiena delle masnade dell’arcivescovo di Milano, sentendo ferma la pace, innanzi ch’ella si bandisse, come volpe vecchia, accolse gente quanta ne potè avere, a piè e a cavallo, e sapendo che i villani del contado d’Arezzo per la novella della pace s’assicuravano colle bestie a’ campi, cavalcò subitamente il contado d’Arezzo infino a Laterina, accogliendo il bestiame, e mettendosi la preda innanzi. I paesani stormeggiando da ogni parte s’avvidono del fatto, e feciono tanto, che per campare le persone i cavalieri e’ masnadieri abbandonarono la preda, e con vergogna tornarono a Bibbiena. E per simil modo in questi medesimi dì i soldati del Biscione ch’erano a Montecarelli con il conte Tano corsono in Mugello per fare preda, innanzi che la pace fosse pubblicata. Il vicario della Scarperia co’ soldati de’ Fiorentini gli cacciarono de’ campi fino a Montecarelli. Queste cavalcate non erano degne di memoria, ma per esempio a’ popoli che non sono offenditori, che almeno si guardino, acciocchè non incorrino nell’antico proverbio, che dice, tra la pace e la triegua guai a chi la lieva.
CAP. LXIII. Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli fu recato del Regno a Firenze, e seppellito a Montaguto a Certosa onoratamente.
Togliendone la quiete della pace materia da scrivere, forse alcuna scusa ci fa a raccontare quello ch’ora scriveremo di privata novità. Messer Niccola Acciaiuoli di Firenze grande siniscalco del reame di Sicilia, governatore del re Luigi, aveva un figliuolo primogenito cavaliere e grande barone, appartenendogli la moglie promessa della casa di Sanseverino, giovane provato in arme, adorno di belli costumi, grazioso e di grande aspetto. Costui, come a Dio piacque, innanzi al tempo, all’aspetto degli uomini, rendè l’anima a Dio, e morì nel Regno in assenza del padre. Ed essendogli annunziata la morte a Gaeta di cotanto caro e diletto figliuolo, il magnanimo ristrinse il dolore dentro senza mutare aspetto, e colla molta pazienza, e con abito ornato di grandi virtudi comportò la morte del caro figliuolo, dicendo, io era certo che dovea morire, e che credeva che Iddio avesse eletto il tempo di più salute dell’anima sua. E avendo egli grande devozione al nobile monistero edificato a sua stanza in sul poggio di Montaguto, posto tra la Greve e l’Ema, presso alla città di Firenze, a due miglia, il quale si chiama il monistero di Certosa, quivi mandò con grande comitiva e spesa a seppellire il corpo del figliuolo. E recato prima a Firenze, e fatti gli ornamenti più che militari, e invitati per i consorti tutti i buoni cittadini, a dì 7 d’aprile 1353 fu portato alla sepoltura in una bara cavalleresca, con due grandi destrieri, l’uno dinanzi e l’altro didietro, coperti di zendado coll’arme degli Acciaiuoli, e la bara ov’era la cassa col corpo era coperta con fini drappi e baldacchini di seta e d’oro, e disopr’essi veluto chermisi fine, e in su i cavalli gli scudieri vestiti a nero che guidavano i cavalli con la bara; e innanzi alla bara avea sette scudieri in su sette grandi destrieri, tutti coperti infino a terra, innanzi con l’arme d’argento battuto degli Acciaiuoli: i due primi catuno portava uno cimiere, il terzo portava lo stendale, e gli altri quattro seguenti catuno una grande bandiera tutta di quell’arme con le targhe rilevate nel campo azzurro, e un leone rampante bianco com’è la detta arme, con grande novero di doppieri dinanzi e intorno al corpo, cosa magnifica a ogni barone, eziandio se fosse della casa reale. I grandi e orrevoli cittadini di Firenze accompagnarono il corpo infino alla porta a san Piero Gattolino; poi gran parte montati a cavallo andarono col corpo infino al monistero, e gli altri si tornarono a casa. Abbiamo fatta questa memoria perchè fu nuova e disusata alla nostra città, e magnifica all’autore di quella, che più di cinquemila fiorini d’oro costò la spesa.
CAP. LXIV. Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano.
I Sanesi avendo voglia di vincere Montepulciano, essendovi stati ad assedio lungamente, vi puosono un gran battifolle molto di presso. Nella terra avea buone masnade di cavalieri e di masnadieri, i quali spesso avrebbono danneggiati i Sanesi, se fossono stati lasciati guerreggiare, ma com’è detto addietro, essendo l’una parte e l’altra guelfi e amici de’ Fiorentini e de’ Perugini, essendo con catuno gli ambasciadori de’ detti comuni nel campo e nella terra, e benchè fosse molto malagevole, infine gli recarono a questa concordia: che la terra rimanesse al governamento del popolo, e stesse venti anni nella guardia del comune di Siena, tenendovi un capitano di guardia con quindici cavalieri e con venti fanti, avendo in sua signoria una delle porti della terra e una campana, e che i Sanesi dovessono dare contanti, infra certo termine, a messer Niccolò de’ Cavalieri per ristoro delle spese fatte fiorini seimila, e dovesse stare dieci anni con immunità personale e reale in quella sua terra; e a messer Iacopo de’ Cavalieri che n’era fuori dovessono dare fiorini tremila d’oro, e riavere le rendite de’ suoi beni: per lo quale accordo i due comuni per loro sindacato furono mallevadori. E fatto questo, a dì 2 di maggio del detto anno i Sanesi presono la guardia ordinata, e levarsi da campo; e rifornita la terra, allegri, con bella e buona pace si tornarono a Siena, grati del beneficio ricevuto da’ due comuni, come l’operazioni di corrotta fede appresso dimostreranno.
CAP. LXV. D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro.
A dì 7 del mese di maggio del detto anno, turbato il tempo con ravvolto enfiamento di nuvoli, ristretta la materia umida da’ venti d’ogni parte, con disordinato empito sopra la città e parte del contado di Cremona ruppe, mandando sopra quella pietre sformate di grandine, la quale, cui trovò alla scoperta, uomini e femmine, percotendo li uccise, e la città premette sì forte, che tutte le copriture de’ tetti ruppe e macinò senza rimedio, con grandissimo danno de’ cittadini. E le pietre della grandine ch’erano maggiori si trovarono di libbre otto e once tre, e le minori erano d’una libbra di peso. In questo medesimo tempo l’arcivescovo di Milano mandò per fare redificare le mura e case del Borgo a san Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto, trecento maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano tutti ricchi sopra modo per l’eredità de’ morti, e per gli sconci guadagni delle prede de’ loro vicini condotte al Borgo, e perchè a’ soldati al continovo aveano venduto caro la loro vittuaglia e gli altri arnesi, e però, venuti i maestri, cominciarono a edificare le case e’ palagi, e a fare troppo più nobili e più belli abituri che prima non aveano: ma poco poterono edificare, che la terra mutò stato, come appresso nel suo tempo racconteremo.
CAP. LXVI. Come sotto le triegue procedettono le cose in Francia.
Essendo alcuno tempo durate le triegue tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, infra il detto tempo alquante terre in Brettagna e alcuna in Guascogna che si teneano per lo re di Francia, per ingegno e per malizioso sommovimento s’arrecarono dalla parte del re d’Inghilterra; per la qual cosa turbato il re di Francia, fece bandire la guerra per tutto il suo reame: e a ciò lo indusse non meno certi trattati scoperti contro della sua persona, ch’e’ baratti di quelle terre. E fatto questo, del mese di maggio del detto anno, il cardinale di Bologna, e gli altri prelati e baroni che trattavano la pace si misono al riparo, e tanto operarono, che triegue si rifeciono tra i detti re. E stando le cose di là in successioni di triegue, non accaddono in lungo tempo cose notevoli in que’ paesi.
CAP. LXVII. Come i Genovesi spregiarono la pace de’ Veneziani.
Tornando nostra materia a’ fatti de’ Genovesi e de’ Veneziani, in questo primo tempo del detto anno i Genovesi levarono lo stendale di sessanta galee, le quali incontanente cominciarono ad armare, e per la compagnia ch’aveano fatta col re d’Ungheria contro a’ Veneziani v’aggiunsono l’arme del detto re; e intendeano, che come e’ fossono colla loro armata in mare, che ’l detto re avesse in Ischiavonia i suoi Ungheri a fare guerra per terra a’ Veneziani, come avea promesso. E certe galee ch’aveano allora in concio d’arme mandarono improvviso nel golfo a’ Veneziani, le quali feciono in quello grave danno di rubare molti legni che vi trovarono, traendone l’avere sottile, e profondando i legni in mare; e con due loro galee sottili bene armate valicarono san Niccolò del Lido, ed entrarono nel canale grande, e nella città saettarono molti verrettoni. E tornandosi addietro, le galee della guardia del golfo ch’erano per novero più che le genovesi, potendosi abboccare con loro, non ebbono ardimento, che la paura del re d’Ungheria gl’impacciava forte più che de’ Genovesi, per tema che non traboccasse loro addosso la sua grande potenza. Le galee genovesi non avendo contasto s’uscirono del golfo, e andarono al loro viaggio, avendo fatto gran vergogna a’ Veneziani.
CAP. LXVIII. Come i Veneziani si provvidono.
Il comune di Vinegia sentendo l’armata de’ Genovesi e le minacce del re d’Ungheria, e non volendoli rendere le terre marine della Schiavonia, conobbono che la necessità gli strignea a trovar modo di difendersi per mare e per terra. E però guernite le loro terre per la difesa, con grande e buona provvisione mandarono solenne ambasciata all’imperadore, pregandolo che procacciasse in loro servigio che il re d’Ungheria non movesse loro guerra a stanza de’ Genovesi; e un’altra ambasciata mandarono in Catalogna al re d’Araona a fare lega e compagnia con lui, acciocch’egli armasse con loro contro a’ Genovesi. In catuna parte ebbono prosperamente loro intenzione: che l’imperadore ritenne a sua preghiera il re d’Ungheria dal muovere guerra a’ Veneziani, non senza alcuna speranza d’accordo in processo di tempo; e’ Catalani aontati della sconfitta ricevuta co’ Veneziani da’ Genovesi in Costantinopoli, lievemente si recarono per animo di vendetta a fare la volontà de’ Veneziani; e di presente misono per opera d’armare trenta galee al loro soldo, e venti alle spese del comune di Vinegia, e i Veneziani n’armarono altre venti a Vinegia; e catuna parte sollecitava sua armata per essere prima in mare; i Genovesi per la vittoria avuta sopra loro dispettando e avvilendo i nimici, e’ Catalani e’ Veneziani desiderando la vendetta. E apparecchiandosi catuna parte, innanzi al loro abboccamento ci occorrono altre cose a raccontare, e però al presente soprastaremo alquanto a questa materia.
CAP. LXIX. Come fu guasto il castello di Picchiena, e perchè.
I signori del castello di Picchiena non ostante che si tenessono in amistà col comune di Firenze, furono principali con gli Ardinghelli a commuovere lo stato di Sangimignano quando furono cacciati i Salvucci, essendo la guardia di quella terra nelle mani del comune di Firenze; e di questo fallo non feciono scusa nè ammenda a’ Fiorentini; e però, nel detto mese di giugno del detto anno, il comune di Firenze mandò sue masnade co’ maestri e guastatori a Picchiena, e senza contasto entrarono nella terra. E acciocchè quel castello non fosse più cagione di fare sommuovere ad alcuna ribellione Sangimignano e Colle, a dì 20 del detto mese feciono abbattere le mura e la rocca, senza far loro altro danno.
CAP. LXX. Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla duchessa sua moglie.
Vedendosi la sventurata moglie che fu del duca di Durazzo, Maria sirocchia della reina Giovanna di Gerusalemme e di Sicilia, avvilita per lo violente matrimonio contratto con Ruberto figliuolo che fu del conte d’Avellino della casa del Balzo, il quale dopo la morte del padre, come addietro avemo fatta menzione, era rimaso prigione del re Luigi; la donna, non tenendosi vedova nè maritata, pensò che per la morte di costui tornerebbe a certa veduità, e potrebbesi maritare. E assai apparve chiaro che a questo consentì il re e la reina; perocchè essendo Ruberto detto in prigione altrove, fu menato nel castello dell’abitazione reale, e collocato in una camera con certe guardie: e valicati alquanti dì, il re e la reina feciono apparecchiare e andarono a desinare e a cena agli scogli di mare, cosa nuova e disusata alla corona; e in questo dì la detta duchessa Maria rimasa nel castello prese quattro sergenti armati, e andossene alla camera dov’era il marito, e chiamatolo traditore del sangue reale, senza misericordia in sua presenza il fece uccidere; e fattagli tagliare la testa dall’imbusto, non affatto, fece traboccare dal castello in su la marina lo scellerato corpo, condotto a questo per lo malvagio pensiero del suo prosuntuoso padre. Il re e la reina tornati a Napoli si mostrarono turbati molto di questo fatto, usando parole che s’ella non fosse femmina ne farebbono alta vendetta: e il corpo che giacea senza sepoltura feciono sotterrare; e la donna rimase vedova di due mariti tagliati a ghiado in piccolo travalicamento di tempo.
CAP. LXXI. Come furono cacciati i ghibellini del Borgo.
All’entrante del mese di luglio del detto anno, i guelfi del Borgo a san Sepolcro vedendosi sottoposti a quelli della casa de’ Bogognani, caporali ghibellini e traditori di quella terra, la quale aveano sottoposta all’arcivescovo di Milano per trattato di messer Piero Sacconi, e per i patti della pace era rimasa libera sotto il dominio de Bogognani, e non potendosi atare co’ Fiorentini e’ Perugini per non fare contro a’ patti della pace, s’accostarono con Nieri da Faggiuola loro vicino e terrazzano del Borgo, non ostante che fosse ghibellino, perocchè si discordava co’ Tarlati d’Arezzo e co’ Bogognani; il quale avendo fatta sua ragunata, i guelfi del Borgo levarono il romore, e Nieri trasse colla sua gente, e messo nella terra, ne cacciarono i Bogognani e tutti i ghibellini di loro seguito, e rubarono le case degli usciti; e appresso riformarono la terra a comune reggimento di guelfi e di ghibellini, com’era loro usanza, ritenendo Nieri da Faggiuola per alcuno tempo per loro capitano con certa limitata balìa, il quale poi ne trassono, come innanzi si potrà trovare.
CAP. LXXII. Di quattro leoni di macigno posti al palagio de’ priori.
Essendo in questo tempo un uficio di priorato in Firenze, avendo poco ad attendere ad altre cose per la quiete della pace, feciono fare quattro leoni di macigno, e fecionli dorare con gran costo, e fecionli porre in su’ quattro canti del palagio del popolo di Firenze, a ciascuno canto uno. E per fare questo per certa vanagloria al loro tempo, lasciarono di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che costavano poco più che quelli del macigno, ed erano belli e duranti per lunghi secoli; ma le piccole cose e le grandi continovo si guastano nella nostra città per le spezialità de’ cittadini.
CAP. LXXIII. Come Sangimignano fu recato a contado di Firenze.
Avvegnachè per operazione de’ Fiorentini la terra di Sangimignano fosse riformata in pace, e che dentro vi fossono gli Ardinghelli e’ Salvucci pacificati insieme, nondimeno nell’interiore dentro era tra loro radicata mala volontà; e non sapeano conversare insieme, e teneano intenebrata tutta la terra. I Salvucci vedendo arse e rovinate le loro nobili possessioni non si poteano dare pace, e gli Ardinghelli per l’offesa fatta stavano in paura e non si fidavano non ostante la pace, e il seguito ch’aveano avuto da’ terrazzani a cacciare i Salvucci non rispondea loro in questo nuovo reggimento come prima. Per queste dissensioni i popolani della terra conoscendo il loro male stato, e non trovando rimedio tra loro, stavano sospesi e in mala disposizione; e vedendo gli Ardinghelli il popolo commosso, e che per loro non si potea mettere alcuno consiglio che i Salvucci non si mettessono al contradio, furono consigliati di confortare il popolo, innanzi ch’altri il movesse prima di loro, di darsi liberi al comune di Firenze. E questo potea essere loro scampo, perocch’erano pochi e poveri a petto de’ loro avversari, ch’erano assai e ricchi, e conoscendo il popolo, e vedendolo disposto a volere uscire de’ pericoli, ove le discordie de’ loro maggiori gli conducea, fu agevole a muovere, e del mese di luglio 1353 feciono parlamento generale, nel quale deliberarono con molta concordia di mettersi liberamente nella guardia del comune di Firenze. I Salvucci si misono con loro amici a operare co’ cittadini di Firenze loro amici che il comune non li prendesse, dicendo, che questa era operazione di setta e non volontà del comune; ed ebbono tanto podere, che il comune non li volle prendere, dicendo, che volea l’amore e la buona volontà di tutto il comune, e non la signoria di quella terra in divisione del popolo; per la qual cosa il popolo commosso, d’ogni famiglia mandarono a Firenze più di dugentocinquanta loro terrazzani di maggiore stato e autorità, i quali s’appresentarono dinanzi a’ signori priori dicendo, come la deliberazione del loro comune era vera, e non violenta nè mossa per alcuno ordine di setta, ma di comune movimento e volontà di tutto il popolo, conoscendo non potere vivere sicuri se non sotto la giurisdizione libera e protezione del comune di Firenze, e con viva voce gridarono, e pregarono il comune di Firenze, che ricevere li volesse al loro contado, e se questo non facesse, quel comune era per disfarsi e distruggersi senza alcuno rimedio, in poco onore del comune di Firenze che l’avea a guardia. In fine i signori ne feciono proposta al consiglio del popolo, e tanto favore ebbono i Salvucci, che si metteano al contrario delle preghiere de’ loro amici da Firenze fatte a’ consiglieri, e del popolo, che quello che catuno doveva desiderare per grande e onorevole accrescimento della sua patria, avendo molti contrari al segreto squittino, si vinse solo per una fava nera; vergognomi averlo scritto, con tanto vitupero de’ miei cittadini. Vinto il partito, la terra del nobile castello di Sangimignano, e suo contado e distretto, fu recato a contado del comune di Firenze, e datogli l’estimo come agli altri contadini, e tutti i suoi cittadini e terrazzani furono fatti cittadini e popolani di Firenze a dì 7 d’Agosto del detto anno; e ne’ registri del comune furono notate le cautele e le sommissioni dette; e carta ne fece ser Piero di ser Grifo, notaio delle riformagioni del detto comune.
CAP. LXXIV. D’un segno apparve in cielo.
A dì 11 del mese d’agosto, tramonto il sole nella prima ora, si mosse da mezzo il cielo fuori del zodiaco un vapore grande infocato sfavillante, il quale scorse per diritto di levante in ponente, lasciandosi dietro un vapore cenerognolo traendo allo stagneo, steso per tutto il corpo suo, e durò nell’aria valicato il fuoco lungamente; e poi cominciò a raccogliersi a onde a modo d’una serpe; e il capo grosso stette fermo ove il vapore mosse, simigliante a capo serpentino, e il collo digradava sottile, e nel ventre ingrossava, e poi assottigliava digradando con ragione infino alla punta della coda: e per lunga vista si dimostrò in propria figura di serpe, e poi cominciò a invanire dalla coda e dal collo, e ultimamente il corpo e ’l capo venne meno, dando di se disusata vista a molti popoli. Altro non ne sapemmo di sua influenza scernere che diminuzioni d’acque, perocchè quattro mesi interi stette appresso senza piovere.
CAP. LXXV. Come fu assediata Argenta.
Essendo Francesco de’ marchesi da Este ribellato al marchese Aldobrandino signore di Ferrara e di Modena, figliuolo del marchese Obizzo; questo marchese Obizzo avea acquistato suo figliuolo Aldobrandino d’amore, avendo per moglie la figliuola di Romeo de’ Peppoli di Bologna, della quale non ebbe figliuolo, e morta la detta donna, il marchese fece legittimare questo suo figliuolo, e la madre si prese per moglie. E venendo a morte, lasciò la signoria di Ferrara e di Modena a questo suo figliuolo Aldobrandino, essendo d’illegittimo matrimonio. Il marchese Francesco figliuolo del marchese Bertoldo, a cui parea che di ragione s’appartenesse la signoria, per la qual cosa temette che ’l marchese Aldobrandino per tema della signoria nol facesse morire, e però si parti di Ferrara; ed essendo rubello, trattò con Galeazzo de’ Medici da Ferrara, ch’era potente, e del segreto consigliò del marchese Aldobrandino, e con altri cittadini di Ferrara, e per consiglio di costoro, per avere braccio forte, s’accostò con messer Malatesta da Rimini. E del mese d’agosto del detto anno messer Malatesta in persona, e il detto marchese Francesco, con cinquecento cavalieri e quattromila pedoni valicarono per le terre del signore di Ravenna con sua volontà, e improvviso furono ad Argenta. E stati quivi quattro dì, attendendo risposta da coloro con cui teneano il trattato in Ferrara, e avuto da loro come quello ch’essi credevano poter fare non vedeano venisse loro fatto, però sanza soprastare o fare alcuno danno di presente se ne partirono, dando voce che il signore di Ravenna avea chiuso il passo alla vittuaglia. E Galeazzo e altri che teneano al trattato uscirono di Ferrara, e andaronsene al gran Cane di Verona,
CAP. LXXVI. Come si temette in Toscana di carestia.
Non è da lasciare in silenzio quello ch’avvenne in Toscana in sulla ricolta, che nel contado e distretto di Firenze e d’Arezzo, e nelle più contrade, fu assai ubertosa ricolta, in quello di Siena e di Ravenna fu magra; e nondimeno sotto la vetta valse per tutto soldi quarantadue, e poi montò in soldi cinquanta lo staio fiorentino, di lire tre soldi otto il fiorino dell’oro. Temendo il comune di disordinata carestia mandò in Turchia, e in Provenza e in Borgogna a comperare grano, e molti mercati fece co’ mercatanti, che promisono di recarne di Calavria e d’altre parti del mondo, costando lo staio posto in Firenze l’uno per l’altro da soldi cinquanta in sessanta di piccioli: e se fosse venuto, come si pensava, perdea il comune di Firenze più di centomila fiorini d’oro, perocché ’l popolo mobolato, per paura della carestia passata poco dinanzi, si fornia a calca, e feciono montare il grano nella ricolta, e ristrignere i granai a chi n’avea conserva. Ma sentendosi la grande quantità che ’l comune n’avea procurata d’avere catuno temette di tenerlo, e apersono l’endiche di marzo e d’aprile del detto anno, e davano il buono grano a soldi venticinque lo staio. E venendone al comune dodicimila staia di Provenza venuto di Borgogna, il volle spacciare a soldi venti lo staio, ed essendo buono grano non si potè stribuire; e perdenne il comune fiorini trentamila d’oro, i quali investì male all’ingrato popolo: l’altro che doveva venire di Turchia e le compere fatte, come a Dio piacque, non ebbono effetto per diversi accidenti. Abbianne fatta memoria per ammaestramento di coloro c’hanno a venire, perocchè in cotali casi occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contradi l’uno all’altro. Le grandi compere in così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza non si può avere di grano che di pelago si aspetta; ma utilissima cosa è dare larga speranza al popolo, che si fa con essa aprire i serrati granai de’ cittadini, e non con violenza, che la violenza fa il serrato occultare, e la carestia tornare in fame; e di questo per esperienza più volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra ricordanza possiamo fare vera fede.
CAP. LXXVII. Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la moglie e due figliuoli.
Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’ Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata, e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare, negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto; il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari. Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi, ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente, e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania, accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono.
CAP. LXXVIII. Come fu creato nuovo tribuno in Roma.
Egli è da dolersi per coloro c’hanno udito e inteso le magnifiche cose che far solea il popolo di Roma, con le virtù de’ loro nobili principi, in tempo di pace e di guerra, le quali erano specchio e luce chiarissima a tutto l’universo, vedendo a’ nostri tempi a tanta vilezza condotto il detto popolo e’ loro maggiori, che le novità che occorrono in quell’antica madre e donna del mondo non paiono degne di memoria per i lievi e vili movimenti di quella, tuttavia per antica reverenza di quel nome non perdoneremo ora alla nostra penna. Essendo il popolo romano ingrassato dell’albergherie de’ romei, e fatto e disfatto in breve tempo l’uficio de’ loro rettori, i loro principi cominciarono a tencionare del senato, e il popolo lieve e dimestico al giogo, dimenticata l’antica franchigia, seguitava la loro divisione. Faceva parte ovvero setta Luca Savelli con parte degli Orsini e co’ Colonnesi, e gli altri Orsini erano in contradio: e per questo vennero all’arme, e abbarrarono la città, e combatteronsi alle barre tutto il mese d’agosto del detto anno. In fine il popolo abbandonò d’ogni parte la gara de’ loro principi, e fece tribuno del popolo lo Schiavo Baroncelli, il quale era scribasenato, cioè notaio del senatore, uomo di piccola e vile nazione, e di poca scienza. Tuttavia, perch’egli non conosceva molto i Romani e i vizi loro, cominciò con umiltà a recare ad alcuno ordine il reggimento al modo de’ comuni di Toscana; e per partecipare il consiglio de’ popolani, per segreto squittino elesse e insaccò assai buoni uomini cittadini romani di popolo per suoi consiglieri, de’ quali ogni capo di due mesi traeva otto, e con loro deliberava le faccende del comune; e fece camarlinghi dell’entrata del comune, e cominciò a fare giustizia, e levare i popolani del seguito de’ grandi, e molto perseguitava i malfattori: sicchè alcuno sentimento di franchigia cominciò a gustare quel popolo, la quale poi crebbe a maggiori cose, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXIX. Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera.
Essendo venuto il tempo che la furiosa superbia de’ Genovesi per far guerra a’ Veneziani e Catalani avea da catuna parte apparecchiate in mare le loro forze, del mese d’agosto del detto anno i Genovesi si trovarono con sessanta galee armate, avendo per loro ammiraglio messer Antonio Grimaldi, nella quale erano tratti di tutte le famiglie la metà de’ più chiari e nobili cittadini di Genova e della Riviera, il quale ammiraglio si trasse con l’armata a Portoveneri, per non lasciare mettere scambio a’ cittadini che ’l procacciavano, dicendo, che col loro aiuto e consiglio sperava d’avere la vittoria de’ loro nimici, e aspettava lingua di loro sollecitamente. I Catalani aveano armate trenta galee tra sottili e grosse e uscieri, e venti galee alle spese de’ Veneziani, con cinquanta galee e tre grandi cocche incastellate, e armate di quattrocento combattitori per cocca, avendo caricati cavalli e cavalieri assai per porli in Sardegna, del detto mese d’agosto si partirono di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di Sardegna, ove con l’armata de’ Veneziani si doveano raccozzare. E i Veneziani in questi medesimi dì con venti galee armate di buona gente si dirizzarono alla Sardegna. I Genovesi avuta lingua che catuna armata era in pelago, avvisarono d’abboccarsi con l’una armata innanzi che insieme si congiugnessono. E perocchè le sessanta loro galee non erano pienamente armate, lasciarono otto corpi delle sessanta, e delle ciurme e de’ soprassaglienti fornirono ottimamente le cinquantadue, e con quelle senza arresto, atandosi con le vele e co’ remi, con grande baldanza si dirizzarono alla Sardegna. Ed essendo giunti presso alla Loiera, ebbono lingua che l’armate de’ loro nimici s’erano raccozzate insieme; e passato ch’ebbono una punta scopersono l’armata de’ Veneziani e de’ Catalani, i quali s’erano ristretti insieme, e le sottili galee aveano nascose dietro alle grosse per mostrarsi meno che non erano a’ loro nimici, e ancora s’incatenarono e stavano ferme senza farsi incontro a’ Genovesi, mostrando avvisatamente paura, acciocchè traessono a loro la baldanza de’ Genovesi con loro vantaggio. I Genovesi non ostante ch’avessono perduta la speranza di non aver trovate l’armate partite, e ingannati dalla vista, che pareva loro che le galee de’ loro avversari fossono meno che non erano, e poco più che le loro, baldanzosi della fresca vittoria avuta sopra i detti loro nimici in Romania, si misono ad andare contro a loro vigorosamente. E valicata certa punta di mare, si trovarono sopra la Loiera sì presso a’ loro nimici, ch’elli scorsono ch’elli erano troppo più ch’elli non estimavano, e vidongli acconci e ordinati alla battaglia, e che presso di loro aveano le tre cocche incastellate e armate di molta gente da combattere; per la qual cosa l’animo si cambiò a’ Genovesi, e la furia prese freno di temperanza, e vorrebbono non essere sì presso a’ loro nimici, e tra loro ebbono ripitio di non savia condotta: tuttavia presono cuore e franchezza di mettersi alla battaglia, sentendosi l’aiuto del vento in poppa, e alquanto contrario a’ loro avversari, conoscendo che l’aiuto delle cocche non poteano avere durando quel vento, tuttavia più per temenza che per franchezza legarono e incatenarono la loro armata, lasciando d’ogni banda quattro galee sottili, libere d’assalire e da sovvenire all’altre secondo il bisogno. I Veneziani e’ Catalani avendo a petto i loro nimici, trassono della loro armata sedici galee sottili, e misonne otto libere da catuna parte della loro armata, la quale aveano ordinata e incatenata per essere più interi alla battaglia, ricordandosi che l’essersi sparti in Romania gli avea fatti sconfiggere; e così ordinati l’una gente e l’altra con lento passo si veniano appressando, e le libere galee cominciarono l’assalto molto lentamente, che catuno stava a riguardo per attendere suo vantaggio; e nonostante che i Veneziani e’ Catalani fossono molti più che i Genovesi, tanto gli ridottavano, che non s’ardivano ad afferrare con loro: è vero che il vento alquanto gli noiava, più per non potere avere l’aiuto delle loro cocche, che per altro, e però soprastavano. Dall’altra parte i Genovesi già impediti per lo soperchio de’ loro nimici non s’ardivano a strignersi alla battaglia, e così consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza nona, con lieve badalucco delle loro libere galee. I Genovesi vedendo che i loro nimici più potenti non li ardivano ad assalire, presono più baldanza, e metteronsi in ordine d’andarli ad assalire con più aspra battaglia. Ma colui che è rettore degli eserciti, avendo per lungo tempo sostenuta la sfrenata ambizione de’ Genovesi, per lieve spiramento di piccolo vento abbattè la loro superbia; che stando catuna parte alla lieve battaglia si levò un vento di verso scilocco, il quale empiè le vele delle tre cocche. I Catalani animosi contro a’ Genovesi, vedendosi atare dal vento, apparecchiate loro lance, e dardi e pietre, con ismisurato romore, levate l’ancore del mare, con tutte e tre le cocche si dirizzarono contro all’armata de’ Genovesi, e con l’impeto del corpo delle cocche sì fedirono nelle galee de’ Genovesi, e nella prima percossa ne misono tre in fondo, e seguendo innanzi, alcuna altra ne ruppono: e di sopra gittavano con tanta rabbia pietre lance e dardi sopra i loro nimici, che parea come la sformata grandine pinta da spodestata fortuna d’impetuosi venti, e molti Genovesi n’uccisono in quel subito assalto, e annegaronne assai, e più ne fedirono e magagnarono. L’armata de’ Veneziani e Catalani vedendosi fatta la via a’ loro navilii, con più ardire si misono innanzi strignendosi alla battaglia. I Genovesi, uomini virtuosi e di grande cuore, sostennono francamente il grave assalto delle cocche, atandosi con l’arme e con le balestra, magagnando molti de’ loro nemici, e alle galee rispondeano con sì ardita e folta battaglia, che per vantaggio ch’e’ loro nimici avessono non poteano sperare vittoria. Ma l’ammiraglio de’ Genovesi invilito nell’animo suo di questo primo assalto, fece vista di volere ricoverare la vittoria per maestria di guerra; e sollevata la battaglia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua armata, e con quelle aggiunse l’otto sottili ch’erano libere dalle latora dell’armata, e diede voce di volere volgere e girare dalle reni de’ nimici: e per questa novità i Veneziani e’ Catalani ebbono paura, e sollevarono la battaglia, e stettono in riguardo, per vedere quello che le dette galee volessono fare. Ma l’ammiraglio abbandonata la battaglia, e lasciate l’altre galee insieme alla fronte de’ nimici, fece la via di Genova senza tornare all’oste, e già si cominciava a tardare il giorno. Vedendo i Veneziani e’ Catalani che l’ammiraglio de’ Genovesi non avea girato sopra loro, ma era al disteso fuggito con diciannove galee, con certezza di loro vittoria vennono sopra i Genovesi; i quali vedendosi abbandonati dal loro ammiraglio, senza resistenza chi non potè fuggire si renderono prigioni. Così i Veneziani e’ Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono de’ Genovesi piena vittoria: ed ebbono trenta corpi di galee e più di tremilacinquecento prigioni, fra i quali furono molti nominati grandi e buoni cittadini di Genova. E morti ne furono e annegati con le ciurme più di duemila. La detta sventurata battaglia per i Genovesi fu il dì di san Giovanni dicollato, a dì 29 d’agosto del detto anno.
CAP. LXXX. Come i Catalani perderono loro terre in Sardegna.
Con piccolo travalicamento di tempo sosterremo alquanto l’altre cose, raccogliendo i fatti che nell’isola di Sardegna avvennono dopo la detta vittoria. I Catalani e’ Veneziani con la loro armata, e con le tre cocche, e con le galee prese de’ Genovesi e co’ prigioni arrivarono in Sardegna, e nella loro giunta avendo messo in terra i loro cavalieri, e gli altri soprassaglienti, e molti delle ciurme, il castello della Loiera, e ’l castello Lione, e il castello Genovese, e Sasseri e più altre terre che teneano i Genovesi s’arrenderono a’ Catalani. Avendo senza fatica fatto l’acquisto delle dette castella, aggiunte alla loro vittoria, pensarono d’acquistare tutto il rimanente dell’isola che si possedea per lo giudice d’Alborea, e con più baldanzosa che provveduta volontà, o buon ordine, se n’andarono verso Arestano, non pensando trovarvi resistenza. Ma il giudice con molta gente d’arme e con molti Sardi, i quali aveva accolti per difendere le sue terre, venne loro incontro del mese di settembre, e abboccatosi con loro, vennono alla battaglia, e furono sconfitti i Catalani; de’ quali tra nella battaglia e nella fuga rimasono morti più di millecinquecento Catalani. E per questa sconfitta, e per la mala guardia che delle terre nuovamente acquistate faceano, e per l’aspra signoria ch’usavano a’ paesani tutte si rubellarono, e ancora l’altre che prima vi teneano, sicchè tutto perderono, fuori che castello di Castro detto Caglieri: e volendole racquistare per forza, feciono maggiore oste, e un’altra volta s’abboccarono co’ Sardi e col giudice d’Alborea; e dopo lunga battaglia, i Catalani ritennono il campo e i Sardi l’abbandonarono, con pochi più morti di loro che de’ loro nimici. Onde i Catalani ebbono poco lieta vittoria, lasciando morti in questa seconda battaglia cinquecento combattitori, benchè più ne fossono morti de’ Sardi, e però non racquistarono alcuna terra: e dopo lunga dimora, del mese di novembre, avendo perduti assai de’ loro prigioni genovesi ch’erano accomandati nella Loiera, si partirono dell’isola, andandosene i Catalani in Catalogna, e i Veneziani a Vinegia a salvamento, vinti i Genovesi loro nimici, e abbassata con piena vittoria la loro superbia.
CAP. LXXXI. Come il prefetto venne a oste a Todi.
In questo tempo, la Chiesa di Roma per racquistare il Patrimonio occupato dal prefetto da Vico avea tenuto gente d’arme a Montefiascone guerreggiando il prefetto; e in questa guerra fra Moriale di Provenza, grande guerriere e nomato soldato, con sue masnade avea servito la Chiesa lungamente, senza potere avere l’intero pagamento de’ suoi soldi, e però s’accostò col prefetto, e andò dalla sua parte con quattrocento cavalieri. E vedendosi il prefetto sicuro dalla forza della Chiesa, avendo in sua compagnia i Chiaravallesi usciti di Todi, con fra Moriale e con altre sue genti d’arme di subito e improvviso se ne venne a Todi, e con lui i Chiaravallesi, i quali si sentivano tanti parenti e amici nella città, che si credeano, come fossono con forte braccio ivi presso, che li vi rimetterebbono dentro o per ingegno o per forza: ma trovaronsi ingannati, perocchè i cittadini temendo della tirannia del prefetto e de’ loro cittadini si misono alla difesa, e il prefetto e i Chiaravallesi ad assedio. Ma avendo i Todini aiuto da’ Perugini e dal comune di Firenze, che catuno vi mandò gente d’arme, il prefetto perdè la speranza d’entrare nella terra; e statovi a campo di settembre e d’ottobre, e dato il guasto intorno alla città, si partì dall’assedio con suo poco onore.
CAP. LXXXII. Come fu presa e lasciata Vicorata.
Di questo mese di settembre del detto anno, il conte Guido da Battifolle avendo accolta gente de’ suoi fedeli e del conte Ruberto, sentendo che Andrea di Filippozzo de’ Bardi signore del contado del Pozzo e di Vicorata era in bando del comune di Firenze per malificio, tenendosi gravato da lui, improvviso di mezza notte venne a Vicorata, e con alcuno trattato il dì seguente entrò in Vicorata, ed ebbe tutto il procinto, e rinchiuso Andrea e alcuni de’ fratelli nella torre, alla quale accostato il conte suoi dificii la faceva tagliare. Il comune di Firenze sentendo i suoi cittadini a quello pericolo, non ostante che fossono in bando, di presente mandarono comandando al conte Guido che lasciasse quell’impresa. Il quale udito il comandamento de’ priori di Firenze, essendo egli medesimo anco in bando del detto comune per simile modo, di presente fu ubbidiente, e non lasciando alcuna cosa torre o rubare se ne partì, e tornossi nel suo contado. La clemenza del nostro comune poco appresso fece l’una parte e l’altra venire a Firenze, e fatto fare pace tra loro, catuno per grazia trasse di bando.
CAP. LXXXIII. Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi.
Il re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in questo anno, il dì della Pentecoste, avea fatta solenne festa co’ suoi baroni per l’annuale rinnovellamento di sua coronazione. E in quella festa ordinò cosa nuova e disusata alla corona, ch’egli elesse sessanta tra baroni e cavalieri, i quali giurarono fede e compagnia insieme col detto re, sotto certo ordine di loro vita, e di loro usaggi e vestimenti: e fatto il giuramento, si vestirono d’una cottardita e d’un’assisa e d’un colore tutti quanti, portando nel petto un nodo di Salomone, e chi ebbe l’animo vano più magnificò la cottardita e il nodo d’oro e d’argento, e di pietre preziose di grande costo e di grande apparenza; e fu chiamata la compagnia del nodo. Il Prenze di Taranto fratello del re non v’era, ma sopravvenne, e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, con un nodo di perle grosse di gran valuta, e mandogliele all’ostello: il Prenze non la volle vestire, dicendo che ’l nodo del fraternale amore portava nel cuore, e donolla a suo cavaliere, la qual cosa il re non ebbe a grado. In questo tempo il duca d’Atene avea messo grande odio tra il Prenze di Taranto e ’l conte di Caserta, figliuolo che fu di messer Dego della Ratta Catalano conte camarlingo: e per questo amando il re il detto conte, e avendolo trovato leale e fedele, a instigamento del Prenze convenne che il re contra sua voglia il sbandeggiasse. Il conte si ridusse a Caserta, e tenea il Sesto e Tuliverno, e il Prenze col duca d’Atene gli andò addosso con cento cavalieri, e in persona vi venne il re con trecento e con assai popolo, volendo compiacere al fratello. E un dì stando il re nel castello di Matalona sopra lo sporto che chiamavano Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato del detto conte, e con tanta maraviglia il condussono al re, ch’ogni gente gli traeva dietro come s’elli avessono preso il re degli Unni; e per questa pazzia caricarono sì sconciamente il Gheffo, che gran parte n’andò a terra, ove morirono diciassette uomini, e molti se ne magagnarono. Il re ch’era un poco da parte apprendendosi col Prenze, come a Dio piacque, si ritenne in quello rimanente che del Gheffo non cadde; messer Filippo di Taranto traboccò sopra i caduti e non ebbe male. L’oste stette sopra il conte più tempo senza avere onore di cosa che vi si facesse, e straccata se ne partì. Il conte con sue masnade partita l’oste cominciò a cavalcare per Terra di Lavoro, e rubare le strade e rompere i cammini, e conturbò tutto il paese, cavalcando alcuna volta con trecento cavalieri infino presso a Napoli senza trovar contasto: e vendicata sua onta, si ritenne alle terre sue senza fare più danno o guerra.
CAP. LXXXIV. Come il cardinale legato venne a Firenze.
La Chiesa di Roma veggendo che ’l prefetto da Vico tirannescamente cresciuto aveva occupato il Patrimonio, e che novellamente avea acquistato la città d’Orvieto, il papa con deliberazione de’ cardinali mandò legato in Toscana messer Gilio di Spagna cardinale, il quale era stato al secolo pro’ e valente cavaliere e ammaestrato in guerra, acciocchè con l’aiuto degl’Italiani racquistasse le terre di santa Chiesa occupate nel Patrimonio. E datagli grande legazione il mandò per terra in Lombardia, ove dall’arcivescovo di Milano fu ricevuto a grande onore, facendogli fare per tutto suo distretto le spese con largo apparecchiamento; ma in Bologna non volle ch’egli entrasse, e però tenne la via da Pisa, e a dì 2 d’ottobre del detto anno giunse in Firenze, ove fu ricevuto con grande onore, e con solenne processione e festa, con un ricco palio di seta e d’oro sopra capo portato da nobili popolani, e addestrato al freno e alla sella da gentili cavalieri di Firenze, sonando tutte le campane delle chiese e del comune a Dio laudiamo; e condotto per la città fu albergato in casa gli Alberti, ove fece suo dimoro: e presentato dal comune confetti, e cera e biada abbondantemente, e tre pezze di fini panni scarlatti di grana, e datogli centocinquanta cavalieri in aiuto alla sua guerra, a dì 11 d’ottobre si partì, e andò a suo viaggio. E in questi dì Cetona si rubellò al prefetto, e presela il conte di Sarteano con aiuto ch’ebbe da’ Fiorentini, e poi la rassegnò al legato.
CAP. LXXXV. Rinnovazione del palio di santa Reparata.
In questi dì vacando in pace i Fiorentini, i priori vollono chiarire perchè la chiesa cattedrale di Firenze era dinominata santa Reparata, e perchè per antico costume in cotal dì s’è corso il palio in Firenze; e trovossi per alcune scritture, come Radagasio re de’ Goti, e Svezi e Vandali, avendo assalito l’imperio di Roma, e guaste in Italia molte città e consumati gli abitanti, s’era messo ad assedio alla città di Firenze con dugentomila cavalieri, essendo vescovo di Firenze il venerabile san Zenobio della casa de’ Girolami nostro cittadino, il quale avea seco due santi cappellani; e stando all’assedio, come a Dio piacque, Onorio imperadore di Grecia in Italia venne al soccorso dell’imperio di Roma, e in sua compagnia non avea oltre a tremila cavalieri; e venendo incontro a’ nimici, tanta paura gli occupò, che raccogliendosi dall’assedio, senza provvisione si misono ad entrare tra le circustanti montagne, passando tra Fiesole e Monterinaldi, e rattennonsi nella valle di Mugnone. Credesi, avvegnachè Onorio fosse fedele cristiano, che Iddio facesse questo per le preghiere di san Zenobio e de’ suoi santi cappellani. I barbari essendo rinchiusi da aspre montagne, senza acqua e senza vittuaglia, dalla gente dell’imperadore e da’ fiorentini paesani che sapeano i passi furono ristretti per modo che uscire non ne poteano. Il loro re furandosi dal suo esercito fu in Mugello preso e morto: e morendo i barbari di fame e di sete, sentendo morto il loro re, gittate l’armi s’arrenderono, e per fame e per ferro infine tutti perirono; e questo avvenne il dì della festa della vergine benedetta santa Reparata, per la cui reverenza s’ordinò e fece nuova chiesa cattedrale alla nostra città intitolata del suo nome. E perocchè i nostri antichi non erano in troppa magnificenza in que’ tempi, ordinarono che in cotal dì si corresse un palio di braccia otto d’uno cardinalesco di lieve costo a piede tenendosi al duomo, e movendosi i corridori di fuori della porta di san Piero Gattolino: e per la rinnovazione di questa memoria il comune l’ordinò di braccia dodici di scarlatto fine, e che si corresse a cavallo.
CAP. LXXXVI. Come i Genovesi si misono in servaggio dell’arcivescovo.
Nuova e mirabile cosa seguita a raccontare, in considerazione del gran cambiamento che fortuna fa degli stati del mondo. La nobile città di Genova, e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre marine, e di quelle di Romania, e del Mare maggiore, uomini sopra gli altri destri e sperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, e signori al continovo di molto navilio, usati sempre di recare alla loro città innumerabili prede delle loro rapine, temuti e ridottati da tutte le nazioni ch’abitavano le ripe del Mar tirreno e degli altri mari che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia, per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna da’ Veneziani e Catalani, con non disordinato danno, vennono in tanta discordia e confusione tra loro nella città, e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia, non parendo loro potere atarsi: eziandio avendo il comune di Firenze mandato là suoi ambasciadori a confortarli, e a profferere loro con grande affezione il suo aiuto, e consiglio e favore largamente a mantenere e ricoverare loro franchigia e buono stato, tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro discordie, che non seppono conoscere rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio del potente tiranno arcivescovo di Milano; e di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera di levante e di ponente, e l’altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco e Metone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a dì 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino vicario dell’arcivescovo con settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e disposto il doge, e ’l consiglio, e tutti gli altri reggimenti del comune, prese la signoria e il governamento delle dette città e de’ loro distretti, e aperte le strade di Lombardia con sollecitudine, procacciò abbondanza di vittuaglia a’ suoi servi, e prestanza al comune per armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto.
CAP. LXXXVII. Come i Pisani feciono confinati.
I Pisani vedendosi il tirannesco fuoco a’ loro confini, temettono de’ loro cittadini animosi di parte ghibellina, che per invidia de’ loro reggenti avrebbono voluto la signoria dell’arcivescovo di Milano. E temendo per questo i Gambacorti e i loro seguaci perdere lo stato, di presente votarono la città d’ogni sospetto, mandando a’ confini de’ loro cittadini, e prendendo buona guardia dentro e di fuori, intendendosi co’ Fiorentini amichevolmente per la comune franchigia. In questi medesimi dì, avendo il tiranno preso sdegno contro a’ Fiorentini per gli ambasciadori ch’aveano mandati a confortare i Genovesi della loro franchigia, mosse loro lite dicendo, ch’aveano rotta la pace, perocchè non avevano disfatto Montegemmoli nell’alpe, avendo egli voluto assegnare la Sambuca e ’l Sambucone, come diceano i patti della pace, a Lotto Gambacorti come amico comune, non ostante che per lui non fosse voluto ricevere, parendogli avere osservato dalla sua parte: per la qual cosa s’accozzarono ambasciadori di catuna parte a Serezzana, e mostrato fu per ragione che per quella offerta e’ non era scusato, nè aveva adempiute le convenenze, e però i Fiorentini non erano in colpa. La cagione che acquetò l’arcivescovo fu, che non gli parve tempo utile a muovere guerra a’ Fiorentini, e però s’acquetò, e consentì alla loro ragione. Poco tempo appresso nel detto verno l’arcivescovo mise cinquecento uomini al lavorio, e fece tutto il cammino per terra da Nizza a Genova, ch’era scropuloso e pieno di molti stretti e mali passi, appianare e allargare, tagliando le pietre per forza di picconi, e facendo fare molti ponti ov’erano i mali valichi, sicchè gli uomini a cavallo due insieme, e le some per tutto il cammino potessono andare, cosa assai utile e notevole se fatto fosse a fine di bene; ma che che l’arcivescovo e’ suoi s’avessono nell’animo, a’ Provenzali n’entrò grande gelosia, e stettonne a Nizza e nell’altre terre in lunga guardia, e poco lasciavano usare quello cammino, temendo della potenza del tiranno.
CAP. LXXXVIII. Come i Sanesi ruppono i patti a Montepulciano.
Potendosi catuno dolere con ragione in se della corrotta fede odiosa a’ popoli, mercatanzia de’ tiranni, cagione nascosa di gravi pericoli, ci muove a dire con vergogna, come reggendosi il comune di Siena sotto il governamento occupato dall’ordine de’ nove, ruppono la fede promessa a’ signori di Montepulciano, essendone stati mezzani i Fiorentini e’ Perugini, e mallevadori alla richiesta di quello comune. E per giustificarsi della corrotta fede, aggiunsono una corrotta dannazione, mettendo il detto messer Niccola senza colpa in bando per traditore, acciocchè non paressono tenuti a dargli fiorini seimila d’oro che promessi gli aveano, quando diede loro la signoria di Montepulciano. Della qual cosa turbato il comune di Firenze e quello di Perugia, mandarono loro ambasciadori a Siena per far loro con preghiere addirizzare questo torto; e avuto sopra ciò più volte udienza, e menati lungamente per parole da’ signori, e straziati da’ loro consigli, insieme mostrando coll’opere la corruzione conceputa contro a’ detti comuni per lo detto ordine de’ nove. Agli ambasciadori di catuno comune fu fatta vergogna, e gittato loro addosso cavalcando per la città vituperoso fastidio, e udendosi dire dietro villane parole: a quelli di Perugia furono gittati de’ sassi, e minacciati di peggio: e così senza altro comiato, con accrescimento d’onta e di disonore, catuni ambasciadori tornarono a’ loro comuni; i quali conoscendo doppiamente essere offesi, per lo migliore dissimularono il fatto, comportando con senno la loro ingiuria. E questo avvenne del mese di febbraio del detto anno.
CAP. LXXXIX. Come si cominciò la gran compagnia nella Marca.
Il friere di san Giovanni fra Moriale, vedendo che il prefetto da Vico, con cui era stato all’assedio di Todi, nol potea sostenere a soldo, avendo l’animo grande alla preda, si propose d’accogliere gente d’arme d’ogni parte d’Italia, e fare una compagnia di pedoni con la quale potesse cavalcare e predare ogni paese e ogni uomo. E qui cominciò il maladetto principio delle compagnie, che poi per lungo tempo turbarono Italia, e la Provenza, e il reame di Francia e molti altri paesi, come leggendo per li tempi si potrà trovare. Questo fra Moriale incontanente co’ suoi messaggi e lettere mosse in Italia gran parte de’ soldati ch’erano in Toscana, e in Romagna e nella Marca senza soldo, a cavallo e a piè, dicendo, che chi venisse a lui sarebbe provveduto delle spese e di buono soldo; e per questo ingegno in breve tempo accolse a se millecinquecento barbute e più di duemila masnadieri, uomini vaghi d’avere loro vita alle spese altrui. E avendo messer Malatesta da Rimini assediata per lungo tempo la città di Fermo e condotta agli ultimi estremi, ed essendo per averla in breve tempo, fra Moriale, ricordandosi del servigio che da lui avea ricevuto quando l’assediò nel castello d’Aversa, avendo movimento da Gentile da Mogliano che tiranneggiava Fermo, e dal capitano di Forlì ch’era nimico di messer Malatesta, fidandosi alle loro promesse e a’ loro stadichi, del mese di novembre con la sua compagnia entrò nella Marca, e costrinse messer Malatesta a levarsi da oste da Fermo, e liberò la città dall’assedio, e rimasesi nel paese. E per lo nome sparto di questo primo cominciamento la compagnia crebbe e fece grandi cose in questo verno, e poi maggiori, come al suo tempo racconteremo, tornando prima all’altre cose che domandono la nostra penna.
CAP. XC. Dice de’ leoni nati in Firenze.
E’ non pare cosa degna di memoria a raccontare la natività de’ leoni, ma due cagioni ci stringono a non tacere: l’una si è, perchè antichi autori raccontano che in Italia non nascono leoni, l’altra, che dicono che i leoni nascono del ventre della madre morti, e che poi sono vivificati dal muggio della madre e del leone fatto sopra loro: e noi avemo da coloro che più volte gli vidono nascere, che il loro nascimento è come degli altri catelli che nascono vivi: all’altra parte è risposto per lo loro nascimento, più e diverse volte avvenuto nella nostra città, e in questo anno, del mese di novembre, ne nacquero in Firenze tre, de’ quali l’uno si donò al duca di Osteric, che per grazia il domandò al nostro comune; e il leone padre vedendosi tolto l’uno de’ suoi leoncini se ne diè tanto dolore, che quattro dì stette che non volle mangiare, e temettesi che non morisse. E perch’elli stavano in luogo stretto ove si batte la moneta del comune, ne furono tratti, e dato loro larghezza di case, e di cortili, e di condotti nelle case che il duca d’Atene avea fatte disfare per incastellarsi, che furono de’ Manieri, dietro al palagio del capitano e dell’esecutore in su la via da casa i Magalotti, ove stanno al largo, e bene.
CAP. XCI. Come i Romani si dierono alla Chiesa di Roma.
Il popolo romano non sappiendosi reggere per li suoi tribuni e per li rettori, sentendo il cardinale di Spagna a Montefiascone legato del papa, valoroso signore nell’arme e di grande autorità, trattò con lui d’accomandarsi alla Chiesa di Roma sotto singolare condizione e patto. E ricevuto in protezione del legato con quello lieve legame, con lui si convenne, e con furia lo mosse a far guerra e danneggiare di guasto i Viterbesi; della qual cosa, cresciuta la forza e ’l numero de’ cavalieri al legato, seguirono poi maggiori cose, come seguendo nostra materia racconteremo.
CAP. XCII. Le novità seguite in Pistoia.
Essendo ordine in Pistoia che balia per li fatti del comune non si potesse dare a’ suoi cittadini, nato da sospetto delle loro sette, trovandosi capitano della guardia per lo comune di Firenze messer Gherardo de’ Bordoni il quale favoreggiava i Cancellieri e la loro parte, era in que’ dì fatto un processo per l’inquisitore de’ paterini contro a certi cittadini di Pistoia, di che tutto il comune si gravava; e a riparare a questo, convenne che balìa si desse a certi cittadini. L’industria de’ Cancellieri, coll’aiuto del capitano, fece tanto, che la balìa fu data a certi uomini tutti della parte de’ Cancellieri, i quali intesono ad abbattere in comune lo stato de’ Panciatichi, e di presente aggiunsono al numero del consiglio del comune, che avea quaranta uomini, della parte de’ Cancellieri; e intendendo di fare più innanzi, i Panciatichi per paura, e per non essere criminati dal capitano se ne vennono a Firenze: gli altri cittadini vedendosi ingannati da quelli della balìa corsono all’arme, e abbarrarono le vie, e catuno s’afforzava per combattere e per difendere. In questo tempo de’ romori di Pistoia, messer Ricciardo Cancellieri fu notificato a Firenze per lo Piovano de’ Cancellieri suo consorto, ch’egli volea fare al comune certo tradimento. E chiamato in giudicio a Firenze l’uno e l’altro, e dato balìa per lo comune al capitano della guardia di Firenze di potere conoscere sopra la causa, furono messi in prigione, e trovato che non era colpevole messer Ricciardo, fu liberato, e ritenuto il Piovano, e mutato in Pistoia nuovo capitano. Il comune di Firenze mandò in Pistoia ambasciadori, e con loro i Panciatichi, e racquetato lo scandalo tra i cittadini, si riposarono in pace.
CAP. XCIII. Come l’arcivescovo richiese di pace i Veneziani.
L’arcivescovo di Milano avendo sottomesso a sua signoria la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera e il loro contado, i cui abitanti erano nimici de’ Veneziani, mandò suoi ambasciadori al doge e al comune di Vinegia, per li quali significò a quello comune come i Genovesi erano suoi uomini, e le loro città e contado erano suo distretto; e tenendosi amico de’ Veneziani, e sapendo che per addietro i Genovesi erano stati loro nimici, intendea, quando al doge piacesse e al comune di Vinegia, che per innanzi fossono fratelli e amici: e intorno a ciò usarono belle e suadevoli ragioni. Il doge e il suo consiglio presono tempo d’avere loro consiglio, e di rispondere la mattina vegnente: e venuto il giorno, di gran concordia risposono la mattina dicendo: che ’l comune di Vinegia si tenea gravato e offeso dall’arcivescovo, il quale avea preso ad aiutare i Genovesi loro capitali nemici, e però non intendeano di volere pace e concordia con lui nè col comune di Genova, ma giusta loro podere tratterebbono lui e i suoi sudditi come loro nemici. E conseguendo al fatto, incontanente feciono accomiatare e bandeggiare di Vinegia, e di Trevigi, e di tutte le loro terre e distretti tutti coloro che fossono sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Milano; e simigliantemente fece nelle sue terre l’arcivescovo de’ Veneziani: e così fu manifesta la guerra tra loro, del mese di novembre del detto anno, per tutta la Lombardia e Toscana.
CAP. XCIV. Come i Veneziani ordinarono lega contro al Biscione.
Incontanente che agli altri signori lombardi fu palese la risposta fatta pe’ Veneziani all’arcivescovo, il gran Cane di Verona, e’ signori di Padova, e que’ di Mantova, e il marchese da Ferrara e i Veneziani, feciono parlamento per loro solenni ambasciadori, ove si propose di fare lega insieme, e taglia di gente d’arme contro all’arcivescovo di Milano, il quale parea loro che fosse troppo montato; e non fidandosi tutti insieme di potere resistere alla grande potenza dell’arcivescovo, s’accordarono di fare passare a loro stanza l’imperadore in Italia. E dopo più parlamenti sopra ciò fatti fermarono compagnia e lega tra loro, e taglia di quattromila cavalieri, e fecionla piuvicare in Lombardia, e con grande istanza per loro segreti ambasciadori richiesono e pregarono il comune di Firenze che si dovesse collegare con loro, prendendo ogni vantaggio che volesse: ma perocchè il detto comune era in pace coll’arcivescovo, per alcuna preghiera o promessa di vantaggio che fatta fosse, non potè essere recato che la pace volesse contaminare. I collegati incontanente mandarono ambasciadori solenni in Alamagna all’imperadore, per inducerlo a passare in Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, offerendogli tutta la loro forza, e danari assai in aiuto alle sue spese, acciocchè meglio potesse tenere la sua cavalleria; e per tutto fu divulgata la fama, che in quest’anno l’imperadore passerebbe a istanza della detta lega. Queste cose furono ferme e mosse del mese di dicembre del detto anno. E stando gli allegati in aspetto, non si provvidono di fare la gente della taglia infino al primo tempo, nè d’avere capitano; e però lasceremo al presente questa materia, tanto che ritornerà il suo tempo, e diremo di quelle che ci occorrono al presente a raccontare.
CAP. XCV. Come il conestabile di Francia fu morto.
Era messer Carlo, figliuolo che fu di messer Alfonso di Spagna, accresciuto dall’infanzia in compagnia del re Giovanni di Francia, ed era divenuto cavaliere di gran cuore e ardire, e valoroso in fatti d’arme, pieno di virtù e di cortesia, e adorno del corpo, e di belli costumi, ed era fatto conestabile di Francia, ed il re gli mostrava singolare amore, e innanzi agli altri baroni seguitava il consiglio di costui; e chi volea mal parlare, criminavano il re di disordinato amore in questo giovane: e del grande stato di costui nacque materia di grande invidia, che gli portavano gli altri maggiori baroni. Avvenne che il re Giovanni provvidde il re di Navarra suo congiunto d’una contea in Guascogna, la quale essendo a’ confini delle terre del re d’Inghilterra, era in guerra e in grave spesa per la guardia, più che ’l detto re non avrebbe voluto, e però la rinunziò, e il re poi la diede al conestabile, ch’era franco barone e di gran cuore in fatti d’arme. Il re di Navarra che già avea contro al conestabile conceputo invidia, mostrò di scoprirla, prendendo sdegno perch’egli avea accettata la sua contea, nonostante ch’egli l’avesse rinunciata. Ed essendo genero del re di Francia, con più audace baldanza, in persona, con altri baroni che simigliantemente invidiavano il suo grande stato, una notte andarono a casa sua, e trovandolo dormire in sul letto suo l’uccisono a ghiado; della qual cosa il re di Francia si turbò di cuore con ismisurato dolore, e più di quattro dì stette senza lasciarsi parlare. La cosa fu notabile e abominevole, e molto biasimata per tutto il reame, e fu materia e cagione di gravi scandali che ne seguirono, come seguendo ne’ suoi tempi si potrà trovare. E questo micidio fu fatto in questo verno del detto anno 1353.
CAP. XCVI. Come si cominciò la rocca in Sangimignano, e la via coperta a Prato.
In questo medesimo tempo, il comune di Firenze per volere vivere più sicuro della terra di Sangimignano, e levare ogni cagione a’ terrazzani suoi di male pensare, cominciò a far fare, e senza dimettere il lavorio alle sue spese, e compiè una grande e nobile rocca e forte, la quale pose sopra la pieve dov’era la chiesa de’ frati predicatori, e quella chiesa fece maggiore e più bella redificare dall’altra parte della terra più al basso. E in questo medesimo tempo nella terra di Prato fece fare una larga via coperta, in due alie di grosso muro d’ogni parte, con una volta sopra la detta via, e un corridoio sopra la detta volta, largo e spazioso a difensione; la quale via muove dal castello di Prato fatto anticamente per l’imperatore, e viene fino alla porta; ove si fece crescere e incastellare la torre della porta a modo d’una rocca; e in catuna parte tiene il comune continova guardia di suoi castellani.
CAP. XCVII. Del male stato dell’isola di Sicilia.
Assai ne pare cosa più da dolere che da raccontare, gli assalti, gli aguati, i tradimenti, gl’incendi, le rapine, l’uccisioni senza misericordia, che in questi tempi i Siciliani faceano tra loro per invidia e setta parziale, le quali maladette cose tra gli uomini d’una medesima patria ebbono tanta forza di male aoperare nell’isola, ch’abbandonata la cultura de’ fertili campi, i quali sogliono pascere gli strani popoli, de’ suoi trasse per fame più di diecimila famiglie della detta isola, i quali per non morire d’inopia, si feciono abitatori dell’altrui terre in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno di qua dal faro. E in questa tempesta, certi baroni dell’isola contrari alla setta de’ Catalani, che governavano lo sventurato duca che s’attendea a essere re, sentendolo egli e i suoi manifestamente, trattavano di dare la maggiore parte delle buone terre dell’isola al re Luigi suo avversario, e non ebbe per lungo tempo podere d’atarsene, tanto che venne fatto, come nel principio del quarto libro seguendo si potrà trovare.
CAP. XCVIII. Come il legato del papa procedette col prefetto.
In questo verno, il cardinale di Spagna legato del papa avendo tentato il prefetto lentamente con poco prosperevole guerra, cercò con più riprese di trovare pace con lui, e fu la cosa tanto innanzi, che per tutto scorse la fama che la pace era fatta. Ma il prefetto già tiranno senza fede, vedendosi il destro, sotto la speranza della pace tolse al legato due castella, e rotto il trattato, il cominciò a guerreggiare: per la qual cosa il legato seguitò il processo fatto contro a lui, e del mese di febbraio del detto anno pronunziò la sentenza, e per sue lettere il fece scomunicare come eretico per tutta Italia; e fatto questo, conoscendo che altra medecina bisognava a riducere costui alla via diritta, che suono di campane o fummo di candele, saviamente, e senza dimostrare sua intenzione innanzi al fatto, si venne provvedendo d’avere al tempo gente d’arme, da potere fare l’esecuzione contro a lui del suo processo. E in questo mezzo, avendo dugento cavalieri del comune di Firenze e alquanti da se, fece sì continua guerra al tiranno, che poco potea resistere o comparire fuori delle mura. E avendo il prefetto preso sospetto de’ Viterbesi e degli Orvietani, che si doleano perchè la pace non era venuta a perfezione, tirannescamente volle tentare l’animo de’ cittadini di catuna città, e fare cosa da tenerli in paura. E però segretamente accolse fanti di fuori a pochi insieme, e miseli in catuna terra ne’ suoi palagi, e in un medesimo dì fece a certa gente di cui e’ si confidò levare il romore contro a se in catuna città, al quale romore alquanti cittadini in catuna terra presono l’arme, e seguitavano il grido. Il tiranno con quattrocento fanti ch’aveva armati e apparecchiati in Viterbo uscì fuori e corse la terra, uccidendo cui egli volle, e condannò e cacciò a’ confini tutti coloro di cui sospettava. E per simigliante modo fece correre la città d’Orvieto al figliuolo, e uccidere e condannare e mandare a’ confini cui egli volle. E così gli parve per male ingegno aver purgate quelle due città d’ogni sospetto, e avere più ferma la sua signoria, la quale per lo contradio, non avendo da se potenza nè aspettandola d’altrui, per questa mala crudeltà ogni dì venne mancando, come l’opere appresso dimostreranno manifestamente in fatto.
CAP. XCIX. Come si rubellò Verona al Gran Cane per messer Frignano.
Chi potrebbe esplicare le seduzioni, gl’inganni e’ tradimenti che i tiranni posponendo ogni carità, parentado e onore, pensano, ordinano, e fanno per ambizione di signoria? Certo tanti sono i modi quanti i loro pensieri, sicchè ogni penna ne verrebbe meno e stanca. Tuttavia per quello ch’ora ci occorre, cosa strana e notevole, ci sforzeremo a dimostrare l’avviluppata verità di diversi tradimenti e suoi effetti. Narrato avemo poco dinanzi come la lega de’ Veneziani con gli altri signori Lombardi era giurata e ferma contro al signore di Milano, ed essendo il signore di Mantova de’ più avvisati tiranni di Lombardia vicino dell’arcivescovo di Milano, l’arcivescovo con industriose suasioni e con grandi promesse il mosse a farlo trattare di tradire messer Gran Cane signore di Verona e di Vicenza con cui egli era in lega, ed egli per accattare la benivolenza dell’arcivescovo, dimenticato il beneficio ricevuto da quelli della Scala, che l’aveano fatto signore di Mantova, diede opera al fatto, e non senza speranza d’aoperare per se, se la fortuna conducesse la cosa ov’era la sua immaginazione. E però conoscendo egli messer Frignano figliuolo bastardo di messer Mastino, uomo pro’, e ardito d’arme, e di grande animo, accetto nel cospetto del fratello suo signore, e amato dal popolo di Verona e di Vicenza, vago di signoria, trattò con lui di farlo signore di Verona con suo consiglio, e colla sua forza e del signore di Milano. Questo sterpone tornando alla sua natura, senza fede o fraternale carità, di presente intese al tradimento del fratello, e col signore di Mantova ordinarono il modo ch’egli avesse a tenere, e l’aiuto della gente ch’egli avrebbe da lui. In questo tempo avvenne che ’l Gran Cane andò a parlamentare col marchese di Brandimborgo suo suocero per li fatti della lega, e il fratello bastardo era cognato del signore di Castelborgo, ch’era a’ confini del cammino ove il Gran Cane dovea passare; costui avvisato da messer Frignano mise un aguato per uccidere il Gran Cane, ma scoperto l’aguato, passò senza impedimento. Come messer Frignano avea ordinato, a Verona tornarono novelle come il Gran Cane era stato morto; ma innanzi che la novella venisse, messer Frignano avea mandati fuori di Verona tutti i cavalieri soldati, salvo coloro di cui s’era fidato, e che con lui s’intesero al tradimento. Pubblicata la novella in Verona come il Gran Cane loro signore era stato morto, il traditore con gran pianto fece incontanente, a dì 17 di febbraio del detto anno, raunare il popolo, e a uno giudice, cui egli avea informato, fece proporre in parlamento come il loro signore era morto, e che ’l comune di Verona rimanea in gran pericolo senza capo, avendo a vicino così possente signore com’era l’arcivescovo di Milano; e aggiunse, che a lui parea che messer Frignano prendesse il loro governamento. Il traditore ch’era presente, senza attendere ch’altri si levasse a parlamentare, o ch’altra deliberazione si facesse, si levò suso, e disse, che così prendeva e accettava la signoria. E montato a cavallo, colle masnade che v’erano corse la terra, gridando, muoiano le gabelle; e fece ardere i libri e gli atti della corte, e ruppono le prigioni. E di subito il signore di Mantova vi mandò messer Feltrino, e messer Federigo, e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Ugolino da Gonzaga tutti de’ signori di Mantova con trecento cavalieri. Il signore di Ferrara ingannato del tradimento vi mandò messer Dondaccio con dugento cavalieri; ma innanzi che tutti v’entrassono, il capitano colla maggior parte di loro per contramandato si tornarono indietro scoperto l’inganno. Messer Frignano ricevuta questa gente d’arme, e accolti certi cittadini che ’l seguirono, da capo corse la terra: i cittadini non si mossono, ed egli s’entrò nel palagio dell’abitazione del signore. Messer Azzo da Coreggio ch’era in Verona se n’uscì non con buona fama. Le guardie furono poste alle porte, e la terra s’acquetò, e messer Frignano ne fu signore; la quale signoria il signore di Mantova per ingegno, e quello di Milano per ingegno e forza si credette catuno avere, come seguendo appresso diviseremo.
CAP. C. Come messer Bernabò con duemila barbute si credette entrare in Verona.
Il signore di Mantova avendo in Verona quattro tra figliuoli e congiunti con trecento cavalieri, procacciava di mettervene anche per esservi più forte che messer Frignano, a intenzione di tradire lui, e di recare a se la signoria, ma non gli potè venire fatto, perocchè sentì che l’arcivescovo di Milano, che vegghiava a questo effetto, mandava messer Bernabò cognato del Gran Cane a Verona con duemila cavalieri, temette di se, e non ebbe ardire di sfornire Mantova di cavalieri; e così per la non pensata perdè quello che avea lungamente provveduto. La novella del gran soccorso che venia da Milano, e dell’apparecchiamento di quello di Mantova sentito a Verona, generò sospetto a messer Frignano e a’ cittadini della città, e però presono l’arme, e rafforzarono le guardie, e stettono in più guardia; onde i signori che v’erano di Mantova non vidono modo di fornire loro corrotta intenzione, e però si stettono, mostrandosi fedeli a messer Frignano e alla guardia della città. In questo stante messer Bernabò con duemila barbute e gran popolo giunse a Verona, mostrando di volere ricoverare la signoria di Verona al cognato, credendo con questo trarre a se l’animo de’ cittadini, e credendo che quelli ch’aveano mossa questa novità a stanza dell’arcivescovo l’atassono entrare nella terra, e però si strinse infino alle porte, e domandava l’entrata, la quale gli fu negata; e non vedendo che dentro alcuno gli rispondesse, cominciò a combatterla; ma vedendo il suo assalto tornare invano, e sentendo la tornata di messer Gran Cane d’Alamagna, si partì del paese, e tornossi a Milano mal contento de’ signori di Mantova, ed eglino peggio contenti dell’arcivescovo, ch’aveva sconcio il loro tranello per quella cavalcata, come poco appresso dimostrarono in opera catuna parte, secondo che seguendo dimostreremo.
CAP. CI. Come messer Gran Cane racquistò Verona, e fu morto messer Frignano.
Quando messer Gran Cane cavalcava al marchese di Brandimborgo avea con seco il fratello, e sospicando di novità quando sentì l’aguato del signore di Castelborgo rimandò il fratello addietro, il quale venendo nel paese, sentì come messer Frignano avea rubellata Verona, e però se n’andò in Vicenza. La novella corse a messer Gran Cane, e vennegli essendo egli col marchese; e turbato l’uno e l’altro, il marchese francamente il confortò, offerendoli tutta la sua possa a racquistare Verona: ma perchè l’indugio a cotali cose conobbe pericoloso, di presente il fece montare a cavallo, apparecchiandoli di subito cento barbute delle sue, e colla gente ch’egli aveva da se, senza soggiorno, cavalcando il dì e la notte, se ne venne a Vicenza, e là trovò il fratello, e trovovvi messer Manno Donati di Firenze capitano di dugento cavalieri, che il signore di Padova avea mandati in suo aiuto, e trovovvi della gente del marchese di Ferrara; e sommosso il popolo di Vicenza a cotanto suo bisogno, gran parte ne menò con seco; e la notte medesima, con seicento barbute e col popolo di Vicenza se ne venne a Verona, e in sul mattino lasciò la strada, e attraversando pe’ campi entrò in Campo marzio, che è fuori della città ivi presso, murato intorno, e risponde a una piccola porta della città, la quale meno ch’altra porta si solea guardare. Quivi s’affermò messer Gran Cane, e mandò innanzi un Giovanni dell’Ischia di Firenze la notte, che procacciasse d’entrare in Verona, e facesse sentire a’ confidenti cittadini di messer Gran Cane com’egli era di fuori in Campo marzio, e accompagnollo d’uno confidente Tedesco. Costoro, non avendo altra via, si misono a notare co’ cavalli per l’Adice per venire infra la città ove mancava il muro, e in questo notare, il Tedesco poco destro del servigio dell’acqua vi rimase affogato. Giovanni dell’Ischia entrò nella terra, e andò informando e sommovendo gli amici di messer Gran Cane, avvisando come avessono a venire a quella porta in suo favore; i quali sentendo ivi fuori il loro signore, la mattina vennono con le scuri alla porta, e spezzaronla. Nondimeno le guardie ch’erano sopr’essa con le pietre e con le balestra da alto francamente la difendevano, sicchè non vi lasciarono entrare alcuno. Intanto il traditore messer Frignano essendo in sollecita guardia del fratello, e ancora di messer Bernabò, che il dì dinanzi l’avea assalito co’ suoi cavalieri, cavalcava intorno alla terra, e la mattina era montato in certa parte onde potea vedere di fuori, e guardava se messer Gran Cane venisse, che già non sapeva che fosse così dipresso, e guardando inverso Campo marzio, vide la porta piccola di Verona aperta, e dicendo, noi siamo traditi, francamente trasse con la gente sua inverso quella porta per difendere l’entrata; ma innanzi che vi giugnesse, il Gran Cane s’era tratto innanzi alla porta, e trattasi la barbuta, e fattosi conoscere a coloro che la guardavano, dicendo, io vedrò chi saranno coloro che mi contradiranno l’entrata della mia terra, e conosciuto da loro, incontanente gli feciono reverenza, e lasciarono entrare lui e la sua gente senza contasto. E sopravvenendo messer Frignano, il trovò entrato nella città con la maggior parte della gente, e avvisatolo, che bene il conosceva, nella piazza dentro dalla porta, si dirizzò verso lui colla lancia per fedirlo di posta, e tentare l’ultima fortuna: ma già era cominciato l’assalto tra i cavalieri di catuna parte aspro e forte, sicchè vedendo un cavaliere di quelli di messer Gran Cane mosso messer Frignano colla lancia abbassata verso il suo signore, gli si addirizzò per traverso, e colla lancia il percosse nella guancia dell’elmo per tale forza, come fortuna volle, che l’abbattè del cavallo a terra. Messer Giovanni chiamato Mezza Scala, vedendo messer Frignano abbattuto del destriere, scese del suo cavallo, e disse, che che s’avvegna di Verona tu morrai delle mie mani, e corsegli addosso, e con un coltello gli segò le vene, e lasciollo morto a terra. Ed in quello baratto fu morto con lui messer Paolo della Mirandola, e messer Bonsignore d’Ibra grandi conestabili. E morti costoro, l’altra gente ruppe, e assai ve ne furono morti fuggendo. Le porti della città erano serrate, e i cittadini sentendo il loro signore dentro tutti tennero con lui, e però i forestieri che v’erano furono presi e rassegnati a messer Gran Cane, il quale per la sua sollecita tornata felicemente racquistò Verona e uccise i traditori. Che se al fatto avesse messo indugio, non la racquistava in lungo tempo, o per avventura non mai, sì si venia provvedendo alla difesa lo sterpone. E questo avvenne il dì di carnasciale, a dì 25 di febbraio l’anno 1353.
CAP. CII. Come messer Gran Cane riformò la città di Verona, e fece giustizia de’ traditori.
Messer Gran Cane avendo racquistata Verona avventurosamente si fece appresentare i prigioni, e diligentemente volle investigare la verità, come i cittadini aveano acconsentito al traditore, e udita la sagacità dell’inganno, comportò dolcemente l’errore del popolo. E raddirizzato l’ordine al governamento della città, fece impiccare in sù la piazza di mezzo il mercato di Verona il corpo di messer Frignano, e ventiquattro caporali partefici al tradimento del fratello, tra’ quali fu Giovannino Canovaro di Verona grande cittadino con quattro suoi figliuoli, e Alboino della Scala suo consorto, e messer Alberto di Monfalcone grande conestabile, e Giannotto fratello di madre di messer Frignano, e due figliuoli di Tebaldo da Camino, e due medici de’ signori della Scala, e il notaio della condotta, e altri uficiali infino al numero sopraddetto. A prigione ritenne messer Feltrino da Mantova, e messer Ugolino e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Federigo suo fratello, e Piero Ervai di Firenze, il quale era fatto podestà di Verona per messer Frignano, il quale si ricomperò per non essere impiccato fiorini diecimila d’oro. Guidetto Guidetti si ricomperò per simile cagione fiorini dodicimila d’oro. Messer Giovanni da Sommariva e Tebaldo da Camino vi rimasono prigioni, e a’ cavalieri soldati tolse l’armi e’ cavalli, e feceli giurare di non essere mai contro a lui, e lasciolli andare. A coloro che più singolarmente l’aiutarono in questo fatto, come fu messer Manno Donati, e que’ dell’Ischia, e quelli di Boccuccio de’ Bueri tutti cittadini di Firenze, ch’adoperarono gran cose in sul fatto, provvide di possessioni de’ traditori, e molti altri ebbono grazia da lui cittadini e forestieri. E rimaso libero signore come di prima, aontato contro al signore di Mantova, avuta gente d’arme dal marchese di Brandimborgo cavalcò sul Mantovano, e ruppe la lega, e dissimulava trattato d’allegarsi con l’arcivescovo di Milano, insino che le cose si ridussono a concordia per sollecita operazione de’ Veneziani, come al suo tempo innanzi racconteremo.
CAP. CIII. Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento dell’imperadore in Italia.
Avendo l’eletto imperadore prima veduto come i comuni di Toscana l’aveano richiesto per farlo valicare in Italia, e da loro non s’era rotto, e appresso era richiesto dalla lega de’ Lombardi, e con loro tenea benevoglienza e trattato, e ancora l’arcivescovo avea appo lui continovi ambasciadori che gli offeriano il loro aiuto alla sua coronazione, per le quali cose considerò che agevolmente e senza resistenza e’ potea valicare per la corona. E però sostenendo catuna parte in speranza e in amore, mandò a corte di Roma ad Avignone per avere licenza e la benedizione papale, e i legati e ’l sussidio promesso dalla Chiesa per la sua coronazione. Gli ambasciadori furono graziosamente ricevuti dal papa, e udita la domanda dell’eletto debita e giusta, tenuti sopra ciò alquanti consigli e consistori, del mese di febbraio del detto anno, fu deliberato per lo papa e per li cardinali ch’egli avesse la licenza, e la benedizione, e i legati per la sua coronazione; altro sussidio non gli promisono. E partiti gli ambasciadori da corte, tra i cardinali ebbe divisione e tire di coloro ch’avessono la legazione per venire con lui, e per le dette tire, e perchè l’avvenimento non parea presto, si rimase la commessione de’ legati infino al tempo dell’avvenimento suo; onde si raffreddarono i procacciatori, non sentendolo ricco da trarre da lui quello che la loro avarizia prima si pensava.
CAP. CIV. D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria.
Il primo dì di marzo, alle sei ore della notte, si mosse uno sformato fuoco nell’aria, il quale corse per gherbino in verso greco, come aveva fatto l’altro che prima era venuto col tremuoto, ma di lume e d’infiammagione non fu molto minore. A questo seguitò grande secco, perocchè infino al giugno non caddono acque che podere avessono di bagnare la terra, per la qual cosa il grano e le biade cresciute il verno e parte della primavera, e in buona speranza di ricolta, a tanto erano condotte per lo secco, che se non fosse la manifesta grazia che Madonna fece alla processione dell’antica tavola della sua effigie di santa Maria in Pineta, come al suo tempo si diviserà, erano i popoli di Toscana fuori di speranza di ricogliere grano, o biada o altri frutti in quest’anno per nutricamento di quattro mesi; e però non ci pare da lasciare in silenzio il caso di questo segno, per ammaestramento de’ tempi avvenire. Seguitò ancora l’avvenimento dell’imperadore in quest’anno in Italia e la sua coronazione, e avvenimento di grandi terremuoti, come appresso racconteremo.
CAP. CV. Di tremuoti che furono.
In questo medesimo dì primo di marzo furono in Romania grandissimi terremuoti, e nella nobile città di Costantinopoli abbatterono molti grandi e nobili edificii e gran parte delle mura della città, con grande uccisione d’uomini, e di femmine, e di fanciulli. E da Boccadone infino a Costantinopoli, su per la marina, non rimase castello nè città che non avesse grandissime rovine delle mura e degli edificii con grande mortalità de’ suoi abitanti; per la qual cosa avvenne, che i Turchi loro vicini sentendo i Greci spaventati, e senza potersi racchiudere e salvare nelle fortezze, corsono sopra loro, e presonne assai, e menaronli in servaggio: e alcuni castelli rifeciono e afforzarono, e misonvi abitatori e guardie di loro Turchi; e appresso accolsono grande esercito di loro gente, e puosonvi assedio per terra a Costantinopoli, ch’era in divisione e in tremore, ma contro a’ Turchi s’unirono alla difesa; sicchè stativi alcuno tempo senza potere acquistare la città, corsono le ville, e rubarono le contrade, e senza avere resistenza fuori delle mura si tornarono in loro paese.
CAP. CVI. De’ fatti del monte.
La fede utile sopra l’altre cose, e gran sussidio a’ bisogni della repubblica, ci dà materia di non lasciare in oblivione quello che seguita. Il nostro comune, per guerra ch’ebbe co’ Pisani per lo fatto di Lucca, si trovò avere accattati da’ suoi cittadini più di seicento migliaia di fiorini d’oro; e non avendo d’onde renderli, purgò il debito, e tornollo a cinquecentoquattro migliaia di fiorini d’oro e centinaia, e fecene un monte, facendo in quattro libri, catuno quartiere per se, scrivere i creditori per alfabeto, e ordinò con certe leggi penali, alla camera del papa obbligate, chi per modo diretto o indiretto venisse contro a privilegio e immunità ch’avessono i danari del monte. E ordinò che in perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse avere e avesse per dono d’anno e interesso uno danaio per lira, e che i danari del monte ad alcuno non si potessono torre per alcuna cagione, o malificio, o bando, o condannagione che alcuno avesse; e che i detti danari non potessono essere staggiti per alcuno debito, nè per alcune dote, nè fare di quelli alcuna esecuzione, e che lecito fosse a catuno poterli vendere e trasmutare, e così a catuno in cui si trovassono trasmutati, que’ privilegi, e quell’immunità, e quello dono avesse il successore che ’l principale. E cominciato questo gli anni di Cristo 1345, sopravvenendo al comune molte gravi fortune e smisurati bisogni, mai questa fede non maculò, onde avvenne che sempre a’ suoi bisogni per la fede servata trovava prestanza da’ suoi cittadini senza alcuno rammaricamento: e molto ci si avanzava sopra il monte, accattandone contanti cento, e facendone finire al monte altri cento, a certo termine n’assegnava dugento sopra le gabelle del comune, sicchè i cittadini il meno guadagnavano col comune a ragione di quindici per centinaio l’anno. Essendo i libri e le ragioni mal guidate per i notai che non gli sapeano correggere, e avevanvi commessi molti errori e falsi dati, si ridussono in mano di scrivani uomini mercatanti che gli correggessono, e corressono molto chiaramente a salvezza del comune e de’ creditori, avendo al continovo uno notaio che facea carta delle trasmutagioni per licenza del vero creditore, e poi gli scrivani gli acconciavano in su’ registri del comune, levando dall’uno e ponendo all’altro. Di questi contratti de’ comperatori si feciono in Firenze l’anno 1353 e 1354 molte questioni, se la compera era lecita senza tenimento di restituzione o nò, eziandio che il comperatore il facesse a fine d’avere l’utile che il comune avea ordinato a’ creditori, e comperando i fiorini cento prestati al comune per lo primo creditore venticinque fiorini d’oro, e più e meno com’era il corso loro, l’opinione de’ teologi e de’ legisti in molte disputazioni furono varie, che l’uno tenea che fusse illecito e tenuto alla restituzione, e l’altro nò, e i religiosi ne predicavano diversamente: que’ dell’ordine di san Domenico diceano che non si potea fare lecitamente, e con loro s’accostavano de’ romitani, e i minori predicavano che si potea fare, e per questo la gente ne stava intenebrata. Era in questi tempi in Firenze copia di maestri in teologia, fra i quali de’ più eccellenti era maestro Piero degli Strozzi de’ frati predicatori, e maestro Francesco da Empoli de’ minori; maestro Piero dicea che non era lecito contratto, e predicavalo senza dimostrarne le ragioni chiare; perchè maestro Francesco de’ minori avendo sopra ciò con grande diligenza avute molte disputazioni con altri maestri in divinità, e con dottori di legge e di decretali, al tutto chiarì, e tenne, e predicò, e scrisse ch’era lecito, e senza tenimento di restituzione a chi il facea, senza fare contro a sua coscienza; e le ragioni perchè scrisse e mandò a tutte le regole, apparecchiato a mantenere quello che predicato e scritto avea. Nondimeno i predicatori e’ loro maestri non si rimossono della loro opinione, predicando che non si potea fare lecitamente e senza restituzione; e della loro opinione non mostrarono ragione, e contro alle scritte per maestro Francesco non contradissono con alcuna ragione; e per questo a molti rimase in dubbio il detto contratto, e molti l’ebbono per chiaro accostandosi alle ragioni del maestro Francesco, e senza riprensione di loro coscienza vendevano e comperavano, facendone traffico come d’un’altra mercatanzia. Se ’l contratto si potea provare usurario, debito era a chi ’l predicava di riprovare quello che si provava in contrario, per trarre la gente d’errore; se lecitamente fare si poteva, considerato che gli uomini sono cupidi a guadagnare, male era a recare loro in sospetto, e contaminare le coscienze di quello che lecito era per non discrete predicazioni.
CAP. CVI. Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, e di più cose per lo tradimento di Verona
Detto abbiamo poco addietro come il Gran Cane della Scala si tenea aver perduta Verona per operazione del signore di Mantova, ed era contro a lui forte inanimato per lo fallo ch’egli avea fatto; essendo con lui nella lega s’era rotto dalla lega degli altri, e trattava d’allegarsi coll’arcivescovo di Milano e col marchese di Brandimborgo per far guerra coll’arcivescovo insieme contro a Mantova, e l’arcivescovo molto vi venia volentieri, e furono le cose tanto innanzi, che per tutto corse la voce ch’ell’era fatta. Il comune di Vinegia conoscendo che questa discordia poteva tornare a grande pericolo del loro comune e degli altri loro collegati lombardi, mandarono di loro assentimento al Gran Cane solenni ambasciadori, per rivocarlo alla lega e compagnia ch’aveano insieme, e far fare al signore di Mantova l’ammenda del suo fallo; e seguendo gli ambasciadori solennemente quello che fu loro commesso, operarono tanto, che ’l signore di Mantova fece l’ammenda come messer Gran Cane volle, e per la stima del danno ricevuto diede trentamila fiorini d’oro a messer Gran Cane, i quali promise, e pagò poi per lui il comune di Vinegia, e il signore di Mantova ne diè loro in guardia tre buone castella: e per questo modo fu fatta la pace, e lasciati di prigione que’ di Mantova, e messer Gran Cane tornò alla lega com’era in prima. Essendo raffermata la lega, ne’ porti di Mantova si trovò in un dì molta mercatanzia di Milanesi e d’altri distrettuali dell’arcivescovo, e perocchè a stanza dell’arcivescovo il signore di Mantova s’era mosso a far quello onde gli era convenuto fare ammenda di fiorini trentamila d’oro, di fatto fece arrestare tutto, e ripresesi sopra i Milanesi e distrettuali dell’arcivescovo di più che non restituì al signore di Verona, la qual cosa l’arcivescovo e’ suoi si recarono a grande onta.
CAP. CVII. Del processo della grande compagnia di fra Moriale della Marca.
Tornando alla nuova tempesta di fra Moriale e di sua compagnia, rimasi nella Marca dopo la partita di messer Malatesta dall’assedio di Fermo, cominciarono a cavalcare il paese e fare in ogni parte preda, e vinsono per forza Mondelfoglio, e le Fratte, e san Vito, e sei altre castelletta nel paese, e scorsono a Iesi, e rubarono i borghi e predarono il paese. Appresso combatterono Feltrino e vinsonlo per forza, e uccisonvi da cinquant’uomini, e perch’era pieno d’ogni bene da vivere vi dimorarono un mese. E in fra questo tempo ebbono Monte di Fano, e Monte di Fiore, e più altre castella d’intorno per paura feciono i loro comandamenti. Per la fama delle grandi prede che faceva la compagnia, molti soldati ch’aveano compiute le loro ferme, senza volere più soldo traevano a fra Moriale, e assai in prova si facevano cassare per essere con lui, ed egli li faceva scrivere, e con ordine dava a catuno certa parte al bottino, e tutte le ruberie e prede ch’erano venali facea vendere, e sicurava i comperatori, e facevali scorgere lealmente, per dare corso alla sua mercatanzia. E ordinò camarlingo che ricevea e pagava, e fece consiglieri e segretari con cui guidava tutto; e da tutti i cavalieri e masnadieri era ubbidito come fosse loro signore, e mantenea ragione tra loro, la quale faceva spedire sommariamente. E così ordinati cavalcarono, e mutavano paese, e vennono a Montelupone, il quale per paura s’arrendè loro, e stettonvi venti dì; e raunata ivi la preda fatta nel paese e la sostanza del castello, ogni cosa ne trassono senza far male agli uomini, e cavalcarono alla marina e presono Umana, e combatterono Orivolo, e non l’ebbono, e da Umana andarono sopra Ancona, e presono la Falconara a patti salve le persone. E in que’ dì ebbono otto castella che s’arrenderono loro in sull’Anconitano, fuggendo le persone, e lasciando le terre e la roba alla compagnia. Appresso tornarono sopra Iesi, e per forza ebbono Alberello ed un altro castello, e tutto recarono in preda, e poi andarono a Castelficardo pieno di molta vittuaglia, e quello combattendo vinsono per forza. E del mese di marzo presono il castello delle Staffole pieno di molto vino, ed il Massaccio e la Penna. E per tutto quel paese il residuo del verno sparsono la loro irreparabile tempesta, rubando e uccidendo, e facendo ogni sconcio male a’ paesani, e singolarmente più a’ sudditi di messer Malatesta, avendo delle sue terre quarantaquattro castella in loro servaggio, e avendo stadico un figliuolo del capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, per li soldi che promessi aveano alla detta compagnia.
CAP. CVIII. Come il legato prese Toscanella.
In quest’anno del mese di marzo, il cardinale di Spagna legato del papa facendo guerra col prefetto di Vico, per trattato gli tolse Toscanella, e questo fu il primo acquisto che il legato facesse contro a lui: dappoi seguitarono le cose a maggiori fatti, come seguendo nostra materia diviseremo. In questi dì, il marchese di Ferrara parendogli essere debole nella nuova signoria, perchè Francesco marchese, il quale si tenea dovere di ragione essere signore, gli s’era rubellato, o che trovasse alcuno trattato nella città contro a se, o ch’egli il contraffacesse, a che si diè più fede, cacciò di Ferrara de’ suoi fratelli e alquanti de’ maggiori cittadini, confinandoli fuori del suo distretto, e cominciò a stare più fornito di gente forestiera, e in maggiore guardia.
CAP. CIX. Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia.
Essendo la compagnia di fra Moriale cresciuta di cavalieri e di masnadieri, e nutricata il verno sopra le terre che distruggea, messer Malatesta da Rimini, avvisato e provveduto in fatti di guerra, considerando la gente della compagnia, e la loro troppa sicurtà presa per non avere avversario, e il luogo dov’erano e il loro reggimento, pensò, che dove i comuni di Toscana lo volessono atare, ch’egli vincerebbe la detta compagnia; e non parendogli materia da commettere ad ambasciadori, in persona venne a Perugia, e poi a Siena, e appresso a Firenze, e mostrò a ciascun comune il pericolo che potea loro venire di quella compagnia se contra loro non si riparasse, e domandava a catuno comune aiuto di gente d’arme, e dove dato gli fosse, con ottocento barbute di buona gente ch’egli avea da se, e col suo popolo e col vantaggio ch’avea intorno a loro delle sue terre, promettea di rompere e di sbarattare la compagnia in breve tempo; e questo dimostrava per vere e manifeste ragioni; ma catuno comune avendo la tempesta da lungi se ne curava poco. I Perugini che furono prima richiesti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà de’ Fiorentini, e in questo modo risposono anco i Sanesi. E venuto messer Malatesta colle lettere de’ detti comuni a Firenze, i Fiorentini udita la sua domanda gli diedono dugento cavalieri, i quali menò con seco fino a Perugia. I Perugini e’ Sanesi non vollono attenere la loro promessa, e però i cavalieri de’ Fiorentini si tornarono addietro. Messer Malatesta vedendosi abbandonato dall’aiuto de’ comuni di Toscana, e che tempo era che la compagnia potea procacciare altrove, trattò con loro, e venne a concordia di dare fiorini quarantamila d’oro alla compagnia, parte contanti, e degli altri li sicurò, dando loro per istadico il figliuolo, e si partirono del suo distretto, e promisono di non tornarvi infra certo tempo. E fatto l’accordo, e partita la compagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i suoi soldati, i quali di presente s’aggiunsono alla compagnia; la quale essendo molto cresciuta di baroni, e di conti e di conestabili, si cominciò a chiamare la gran compagnia, e tribolando la Marca, e la Romagna, e il Ducato, innanzi che di là si partissono rifermarono la loro compagnia per certo tempo, e tutti la giurarono nelle mani di messer fra Moriale. E benchè fra loro fossono grandi baroni alamanni, tutti vollono che il titolo della compagnia, e la capitaneria fosse in messer fra Moriale, ma dieronli quattro segretari de’ cavalieri, che l’uno fu il conte di Lando, e un barone di gran seguito ch’avea nome Fenzo di... e il conte Broccardo di.... e messer Amerigo del Canaletto; e de’ masnadieri quattro conestabili italiani. In costoro era la deliberazione dell’imprese e il segreto consiglio, e feciono altri quaranta consiglieri, e un tesoriere a cui venia tutta l’entrata delle loro prede, e questi pagava e prestava a’ comandamenti del capitano. Dato l’ordine, il capitano era ubbidito da tutti come fosse l’imperadore, e facea la notte cavalcare di lungi dal campo venticinque o trenta miglia ov’egli comandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni cosa fedelmente rassegnavano al bottino. E perocchè quasi quanti conestabili avea in Italia al soldo de’ signori e de’ comuni aveano parte di loro masnade nella compagnia, erano sì baldanzosi, che di niuna gente di soldo temeano, e però tutti i comuni minacciavano se non dessono loro denari di venire sopra loro. E mandarono ambasciadori nel Regno, ed ebbono promissione dal re Luigi di quarantamila fiorini d’oro, i quali non mandò loro, di che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal capitano di Forlì e da Gentile da Mogliano trentamila fiorini d’oro, e da messer Malatesta quarantamila. Ed essendo richiesti dall’arcivescovo di Milano di volerli conducere a suo soldo contro alla lega, e da quelli della lega contro all’arcivescovo, catuno teneano in speranza e con niuno si fermavano, e anche teneano trattato col prefetto di Vico contro al legato, e però non si potea sapere che dovessono fare, e molto manteneano bene loro credenza. E in fine del mese di maggio 1354 se ne vennono a Fuligno, e dal vescovo ebbono mercato d’ogni vittuaglia abbondevolmente. Lasceremo ora la gran compagnia che n’è assai detto, e non senza debita scusa, per la grande e pericolosa novità che ne seguì in Italia, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.
CAP. CX. D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze.
In questo verno del detto anno nacque in Firenze nel popolo di san Piero Maggiore un fanciullo maschio figliuolo d’uno de’ maggiori popolari di quello popolo, ch’avea tutte le membra umane dal collo a’ piedi, e il viso suo non avea effigie umana; la faccia era tutta piana senza bocca, e avea un foro per lo quale messo lo zezzolo della poppa traeva il latte, e poppava, e nella superficie della testa al diritto, sopra dove doveano essere gli occhi avea due fori: e’ vivette più giorni, e fu battezzato, e seppellito in san Piero Maggiore. E poco appresso una gentile donna moglie d’un cavaliere avendo fatto un fanciullo un mese dinanzi, partorì un’altra materia di carne a modo d’un cuore di bue, di peso di libbre quindici, con alcuni dimostramenti ma non chiari d’effigie umana, senza distinzione di membri, e come questo ebbe partorito, incontanente morì la donna.
CAP. CXI. Come furono cacciati i guelfi di Rieti e da Spoleto.
De mese d’aprile, del detto anno 1354, i guelfi di Rieti avendo il governamento della città, e podestà e capitano dal re Luigi, montati in superbia per animo di parte oltraggiavano i ghibellini di quella terra, e tanto montarono gli oltraggi, ch’e’ guelfi mossono romore per cacciare i ghibellini, e catuna parte fu sotto l’arme, e di cheto senza fare altra novità s’acquetarono a quella volta; e nondimeno catuna parte rimase in gran sospetto e riguardo l’uno con l’altro, e in questo modo erano stati lungamente. Avvenne che i guelfi, avendo a loro stanza gli uficiali della terra, con ordine fatto, una domenica mattina a dì 20 d’aprile subito presono l’arme e corsono alla piazza, gridando: muoiano i ghibellini. I cittadini di quella parte temendo del subito e non pensato romore, francamente s’armarono e corsono alla piazza per difendersi, e quivi cominciò aspra e crudele battaglia, e senza alcuno riguardo uccideva e fediva l’uno l’altro, e durò assai, che niuno perdeva di suo terreno; in fine ghibellini disperati di loro salute ruppono una barra incatenata che gli dividea da’ guelfi, e con grande empito d’amaro cuore assalirono i guelfi per sì fatto modo, che gli ruppono, e senza ritegno gli seguitarono uccidendone quanti giugnere ne poteano. E in questa rotta furono morti venticinque cittadini di nome e assai più degli altri, e molti per campare si gittarono nel fiume, e sommersi annegarono in quello. I ghibellini seguendo loro avventurato caso cacciarono i rettori che v’erano per lo re Luigi, e rimasi signori della città riformarono il reggimento di quella a loro volontà, e per questa novità di Rieti furono cacciati di Spoleto i caporali guelfi che v’erano, ma non con battaglia nè a furore di popolo.