CAPITOLO PRIMO.

Assai si può alcuna volta comprendere per gli effetti delle cose mondane, che il senno aggiunto alla nobiltà dell’animo, all’altezza dello stato, alla ricchezza e potenza reale, operato con piena provvidenza, fornito e apparecchiato di grandissime forze, non puote pervenire nè acquistare, eziandio con sommo studio e con lieve resistenza quelle cose che con giusta causa l’appetito ha richiesto, le quali, volto il tempo pochi anni, e mutato il principe per successione, con certo mancamento di tutte le predette cose, per altre non provvedute vie della variata fortuna, trovarsi lievemente vittorioso in quelle. Onde presumere certa confidenza di se, per senno, o per virtù, o per potenza, alcuna volta con grave turbazione d’animo si trova ingannato; perocchè non è in potestà degli uomini il consiglio e la volontà di Dio. E avendoci già condotta la sua materia al cominciamento del quarto libro, alcuno certo e manifesto esempio alle predette cose in prima ci s’offera a raccontare.

CAP. II. Comparazione dal re Ruberto al re Luigi.

Manifesto fu appresso la morte del re Ruberto di Gerusalemme e di Cicilia, il quale avea regnato trentatrè anni e mesi, il cui pari ne’ suoi tempi tra’ principi de’ cristiani non si trovò di sapienza e d’intelletto, in virtù e in vita onesta, e in adornamento di bellissimi costumi, pieno di ricchezze, fornito di grande e nobile cavalleria di suoi baroni e sudditi, apparecchiato di navili sopra gli altri signori, avendo dirizzato l’animo con sommo studio a racquistare l’isola di Cicilia, la quale di ragione s’apparteneva alla sua signoria come principale membro del suo reame, con continovi trattati, con spessi e diversi assalimenti, con generali armate, guidate dalla sua persona, e dal figliuolo e da altri, di centoventi e di centosessanta galee, con molto altro navilio per volta e di più e di meno, con duemila e più cavalieri per armata alcuna volta e popolo senza numero, per molti anni cercato di racquistare la detta isola, o d’avere alcuna terra o porto in quella per potere alquanto appagare l’animo suo, la qual cosa fatta mai non gli venne con alcuna perfezione; e il re Luigi suo nipote intitolato di quel medesimo regno da santa Chiesa, povero d’avere e di consiglio, e non ubbidito da’ suoi regnicoli, impotente di gente d’arme, mal destro a potere reggere o guardare il suo reame, non che avesse potuto cercare a racquistare suo reame della Cicilia, non sufficiente d’armare dieci galee, nè di reprimere un solo suo barone a quel tempo; ma le divisioni e sette crudeli e mortali de’ baroni dell’isola, Catalani e Italiani, come già è detto, aveano a tanto condotto l’isola, che di gran parte fu fatto signore, come appresso racconteremo.

CAP. III. Come gran parte dell’isola di Cicilia venne all’ubbidienza del re Luigi.

Avendo raccontato addietro molte volte del male stato dell’isola di Cicilia, al presente ci occorre a dire come per la detta cagione don Luigi figliuolo di don Pietro, a cui s’appartenea d’essere signore, avea trattato accordo col re Luigi, ed erano venuti a concordia che si dovesse nominare re di Trinacria, e riconoscere la Cicilia dal re Luigi e fargliene omaggio, e dargliene ogni anno certa somma sopra il censo della Chiesa per suo omaggio; e a questo s’erano accordati, ma non aveano ancora piuvicata la pace nè fatte l’obbligazioni. In questo stante, il conte Simone di Chiaramonte capo della setta degl’Italiani, il quale aveva in sua forza molte città e castella dell’isola, avendo anche lungamente tenuto trattato col re Luigi acciocchè la concordia del re non si facesse, pervenne al suo trattato con l’opere. Ed essendo allora l’isola in gran fame, promise a’ suoi soccorso di vittuaglia e forte braccio alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono, e il re Luigi si fermò con lui. E facendo suo isforzo, mandò messer Niccola Acciaiuoli grande siniscalco, ch’era stato menatore di questo trattato, con cento cavalieri e con quattrocento fanti di soldo in su l’isola, con sei galee e due panfani, e tre legni di carico, e trenta barche grosse cariche di grano e d’altra vittuaglia. Prima fu dato loro il forte castello di Melazzo, ove lasciò cinquanta cavalieri e cento fanti, e appresso con tutto il navilio e col resto della gente dell’arme se n’andò a Palermo, e con gran festa fu ricevuto da’ Palermitani, che per fame più non aveano vita, e prese la signoria della città di Palermo e la guardia del castello con quella gente ch’egli avea, e delle castella e del suo distretto. E incontanente le sette degl’Italiani fece rubellare a don Luigi e alla parte de’ Catalani, e seguirono quelli di Chiaramonte, dandosi al re Luigi la città di Trapani, e quella di Saragozza, Girgenti, la Licata, Mazzara, Marsala, Castro Gianni, e molte altre terre e castella, che in tutto furono tra città e buone terre e castella centododici, alle quali il detto re Luigi per povertà di gente e di danari non potè mandare aiuto d’alcuna forza di gente d’arme oltre a quella ch’era in Palermo e in Melazzo; ma tanta era l’impossibilità dell’altra parte, che la cosa rimase senza movimento di altra gente alcuno tempo. Alla parte del re Luigi rispondeva la Calabria, portando loro vittuaglia ond’elli aveano gran bisogno, e questo gli sostenea in fede col detto re Luigi. È vero che fu biasimato di non avere tenuto fede a don Luigi del trattato ch’avea fatto con lui per pace dell’isola, e la scusa del re fu, dicendo, che non gli avea attenuti i patti. Il vero rimase nel suo luogo, e il fatto seguì come narrato abbiamo. Questa novità fu nell’isola a dì 17 d’aprile 1354.

CAP. IV. Come l’arcivescovo cominciò guerra contro a’ collegati di Lombardia.

Vedendo l’arcivescovo di Milano che il comune di Vinegia avea rannodata e riferma la lega tra i Lombardi, innanzi che fossono forniti di gente d’arme, essendone egli a destro, fece muovere da Parma duemila barbute e gran popolo e scorrere infino a Modena, per tornare addietro e assediare Reggio; e nel Modenese trovarono cavalieri della lega ch’andavano a Reggio i quali tutti presono. E tornati a Reggio, l’assediarono del detto mese d’aprile, e all’assedio stettono poi lungamente con più bastite, e quelli della lega per lungo tempo non ebbono podere di levarlone; ma la città sostennono e difesono, sicchè non l’ebbe.

CAP. V. Come il re d’Ungheria passò con grande esercito contra un re de’ Tartari.

In quest’anno e in questo medesimo tempo, Lodovico re d’Ungheria accolse suo sforzo, e di quello di Pollonia e di quello di Prosclavia suoi uomini, e apparecchiato grande carreggio di vittuaglia, con dugento migliaia di cavalieri andando quindici dì per luoghi diserti con grande travaglio, passò nel reame d’un gran re della gesta de’ Tartari. E giunto nel reame di colui, essendo per cominciare a fare danno nel paese, il re di quello paese, ch’era assai giovane, mandò pregando quello d’Ungheria che gli desse licenza che con poca compagnia potesse venire a lui sicuramente, e impetrata la licenza, venne a lui con cento baroni molto adorni riccamente apparecchiati; e fatta la riverenza, domandò il re d’Ungheria perchè egli era venuto con forza d’arme nel suo reame, e quello ch’e’ volea da lui. Il re gli disse, ch’era venuto sopra lui perchè non era cristiano, e che volea tre cose: la prima, che divenisse cristiano con la sua gente: la seconda, che lo riconoscesse per suo maggiore: la terza, che in segno d’omaggio gli desse ogni anno certo tributo, ed egli sarebbe suo protettore. E il giovane disse: vedi re d’Ungheria, la mia forza è troppo maggiore della tua, solo del mio reame senza l’aiuto de’ miei maggiori; e faccioti certo, che condotto se’ in parte, che s’io volessi gran vittoria potrei averla di te e della tua gente: ma perocch’io ho animo di divenire cristiano, accetto di volere fare le tue domande, e intendo di farle a tempo col tuo aiuto e del papa; e rimasi in concordia, fece grande onore al re d’Ungheria, e accompagnollo fino a’ confini del suo reame. Ma in quello venire, per invidia i grandi baroni d’Ungheria non gli feciono onore, per impedire che il loro re per l’acquisto di costui non divenisse grande di soperchio, e fu materia di grande sconcio del buon volere ch’aveva il re de’ Tartari, e dell’intenzione del re d’Ungheria.

CAP. VI. De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi in Cipri.

In quest’anno abbondarono in Barberia, a Tunisi e nelle contrade vicine tanta moltitudine di grilli che copersono tutto il paese, e rosono e consumarono tutte l’erbe vive che trovarono sopra la terra, e del puzzo che uscia della loro corruzione si corruppe tanto l’aria del paese, che ne seguitò grande mortalità negli uomini, e gran fame a tutta la provincia. E questa medesima pestilenza di grilli nel seguente anno occupò l’isola di Cipri per sì sconcio modo, che le strade e i campi n’erano pieni, alti da terra un mezzo braccio e più, e guastarono ciò che v’era di verde. E per cessare la pestilenza della loro corruzione il re fece per decreto, che ogni uomo grande e popolare, barone e prelato, cittadino e contadino, ne dovesse rassegnare certa misura agli ufficiali eletti sopra ciò per lo re, i quali feciono fare per campi grandi fosse, ove gli metteano e ricoprivano. E per questa legge i villani si dispuosono a fare loro civanza, e patteggiarono con gli uomini ch’aveano a fare il servigio che comandato e imposto gli era, e aveano della misura certo prezzo, e rassegnavanli per nome di colui che gli avea pagati agli uficiali deputati sopra ciò, i quali teneano il conto di catuno; e durò questa maladizione in quell’isola parecchi anni. Con tutto l’argomento che fu utilissimo ad alleggiare i campi e cessare la corruzione, fu grande noia e confusione a tutto il paese.

CAP. VII. D’una notabile maraviglia della reverenza, della tavola di santa Maria in Pineta.

Essendo per influenza di costellazione e di segni avvenuti in cielo in quest’anno continovato tre mesi o più, nel tempo che le biade hanno maggiore bisogno delle piove, continovato secco, erano quelle già in tutta Toscana aride e in estremi, da sperare sterilità e fame: i Fiorentini temendo di perdere i frutti della terra ricorsone all’aiutorio divino, facendo fare orazioni e continove processioni per la città e per lo contado, e quante più processioni si faceano più diventava il dì e la notte sereno il cielo. I cittadini vedendo che questo non giovava, con grande divozione e speranza ricorsono all’aiuto di nostra Donna, e feciono trarre fuori l’antica figura di nostra Donna dipinta nella tavola di santa Maria in Pineta, e a dì 9 di maggio 1354, fatto apparecchiamento per lo comune di molti doppieri, e mosso il chericato con tutte le religioni, col braccio di messer san Filippo apostolo, e con la venerabile testa di san Zanobi, e con molte altre sante reliquie, quasi tutto il popolo uomini e donne e fanciulli, co’ priori e con tutte le signorie di Firenze, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio lodiamo, andarono incontro alla detta tavola infino fuori della porta di san Piero Gattolino: e la detta tavola guardavano e conducevano quelli della casa de’ Buondelmonti padroni della detta pieve reverentemente con gli uomini del piviere. E giunto il vescovo con la processione, e con le reliquie e col popolo alla santa figura, con grande reverenza e solennità la condussono fino a san Giovanni, e di là fu condotta a san Miniato a Monte, e poi riportata nel suo antico luogo a santa Maria in Pineta. Avvenne, che in quella giornata continovando la processione il cielo empiè di nuvoli, e il secondo dì sostenne il nuvolato, che per molte volte prima s’era continovo per la calura consumato, il terzo dì cominciarono a stillare minuto e poco, e il quarto a piovere abbondantemente, e conseguì l’uno dì appresso l’altro sette dì continovi un’acqua minuta e cheta che tutta s’impinguava nella terra, in singolare e manifesto beneficio di quello che bisognava a racquistare le biade e’ frutti; e non fu meno mirabile dono di grazia per l’ordinata e utile piova, che per la piova medesima. Avvenne, che dove si stimava sterilità grande per la ricolta prossima a venire, conseguì ubertosa di tutti i beni che la terra produce.

CAP. VIII. Come il vicario di Bologna mando l’oste sopra Modena con due quartieri di Bologna.

Essendo cominciata la guerra tra l’arcivescovo e la lega de’ Lombardi, messer Giovanni da Oleggio vicario dell’arcivescovo nella città di Bologna, a dì 11 di maggio del detto anno, mandò sopra la città di Modena ottocento cavalieri di soldo, e due quartieri di Bologna, i quali v’andarono sforzati e di mala voglia; e da Parma vi mandò l’arcivescovo duemila barbute; e giunti a Modena corsono il paese, ardendo e guastando il contado, e poi si puosono ad assedio alla città molto di presso. Ed essendovi stati fino all’uscita di maggio, temendo della gran compagnia di fra Moriale ch’era in Toscana, e davano voce d’andare a Bologna, subitamente abbandonarono l’assedio, e sconciamente con alcuno danno tornarono a Bologna e a Parma, avendo a’ Modenesi fatto danno assai.

CAP. IX. Come il legato e i Romani guastarono il contado di Viterbo.

Del detto mese di maggio, del detto anno, vedendo il legato la contumacia e la malizia del prefetto da Vico, e che la sua superbia ogni dì montava in vergogna di santa Chiesa, provvide che contro a lui bisognava altre operazioni che suono di campane e fumo di candele spente. E però accolse gente d’arme, tanto ch’ebbe milletrecento cavalieri di soldo, e richiese il popolo di Roma per fare il guasto sopra la città di Viterbo, i quali Romani per grande animo ch’aveano di fare danno a’ Viterbesi, essendo la gente del legato sopra Viterbo, vi mandarono diecimila uomini, e aggiunti con le masnade del legato, in pochi dì feciono assai gran danno intorno a Viterbo. E saziata in parte la volontà del popolo romano si tornarono a Roma: e il legato abbattuto alcuna parte dell’orgoglio del prefetto, e conturbato l’animo de’ cittadini contro al tiranno, se ne tornò con la sua gente a Montefiascone senza alcuno impedimento.

CAP. X. Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente.

Il legato del papa avendo fatto guastare intorno a Viterbo, seguendo d’abbattere il prefetto, sentendolo in Orvieto vi cavalcò con tutta la sua gente d’arme, e pose l’assedio alla città strignendola intorno con più battifolli, facendo correre ogni dì infino alle porti. Il prefetto che v’era dentro mal veduto da’ cittadini, ed avea cercato di volere dare per moglie la figliuola sua al fratello di fra Moriale con gran dote per avere aiuto della sua compagnia, e averne perduta la speranza d’ogni altro soccorso, si pensò per l’odio che i cittadini d’Orvieto e di Viterbo gli portavano che un dì a furore di popolo sarebbe morto o dato preso al legato, e tosto gli sarebbe venuto fatto per la piccola forza che da se avea, e perchè gli Orvietani erano guelfi e uomini di santa Chiesa, e mal volontieri sosteneano l’assedio, per la qual cosa come uomo savio e avveduto de’ casi del mondo, non sapendo vedere altro rimedio a’ fatti suoi, si dispose a volere accordo col legato, e per questo acchetò gli animi de’ cittadini; e incontanente mandò al comune di Perugia che mandassono alcuno ambasciadore al legato, che per le loro mani voleva fare l’accordo con lui. Il comune vi mandò solenni ambasciadori a ciò fare, ma il legato altre volte ingannato da lui e da’ suoi baratti non li volle udire, e con ogni sollecitudine stringeva la terra più l’un dì che l’altro, e a niuno patto si voleva recare col prefetto. E stringendo la paura il prefetto, mandò il figliuolo al legato dicendo, che gli piacesse venire per la città, e ricevere il prefetto senza alcuno patto alla sua misericordia. L’altra mattina venne il legato colla sua gente a Orvieto, e il prefetto a piede con molti cittadini gli venne incontro fuori della città bene un miglio, e giunto a lui, si gittò a’ piedi del cavallo ginocchione domandandogli misericordia, rendendo se e tutte le terre che teneva di santa Chiesa alla sua volontà. Il legato il fece stare alquanto ginocchione, e poi gli comandò che montasse a cavallo, e montato dietro a lui se n’entrarono in Orvieto, ove il legato fu ricevuto con grande festa e allegrezza da’ cittadini. E appresso mandò il legato a Viterbo, e fugli renduta la città e le castella, e così tutte l’altre terre che tenea il prefetto, e il prefetto e ’l figliuolo rimasono appresso del legato col loro patrimonio, e oltre a ciò gli diè il legato per certo tempo la signoria della città di... terra di buona rendita per la pastura delle bestie.

CAP. XI. Come il popolo di Bologna si levò a romore per avere loro libertà, e fu in maggiore servaggio.

Del mese di giugno del detto anno, messer Giovanni da Oleggio vicario di Bologna essendo assicurato de’ fatti della compagnia intendeva di riporre l’oste a Modena, e fece comandamento a due quartieri di Bologna che s’apparecchiassono dell’armi, e a mille uomini di catuno degli altri due quartieri, per andare nell’oste a Modena. I cittadini si gravavano di questo fatto per due cagioni, l’una, perchè parea loro troppo aspro servaggio essere mandati nell’oste a modo di soldati senza soldo, e l’altra, che que’ di Modena erano loro vicini e antichi amici. E però venuto il termine assegnato, il signore fece sollecitare la gente co’ suoi bandi e stormeggiare le campane, ma però niuno s’armava o facea vista di volere andare, e reiterati i bandi con grandi pene, cominciò il popolo a mormorare, e appresso a dolersi l’uno con l’altro nelle vie e nelle piazze. In questo stante cominciarono alcuni a gridare popolo popolo; e udito il romore catuno prese l’arme, e gran parte del popolo trasse a casa i Bianchi. Il dì era venuto da ricoverare loro franchigia: perchè sentendo messer Giovanni da Oleggio il popolo armato contro a se impaurì sì forte, che non sapea che si fare, e racchiusesi nel suo castello. I soldati forestieri non faceano resistenza al popolo armato e commosso, e gran parte avrebbe seguito il popolo per paura di loro; nondimeno per non essere morti nè rubati nella terra, si ridussono e ingrossavano alla fortezza del tiranno, essendo il popolo a casa i Bianchi. Messer Iacopo uomo di grande autorità, pro’ e ardito, capo di quella casa, montato a cavallo armato, e inviato verso la piazza col popolo, ove non avrebbe trovato contasto, che non v’era, e il popolo avrebbe preso ardire, e cacciato il tiranno, e assediatolo nel castello e presolo, che non v’era rimedio, e quella città tornava in libertà, ma non erano ancora puniti i loro peccati. E però avvenne, che andando messer Iacopo de’ Bianchi col popolo infocato verso la piazza, il genero di messer Iacopo gli si fece incontro maliziosamente, ch’era de’ rientrati in Bologna, e amava il tiranno, e con mendaci parole gli mostrò, che l’andare alla piazza era di gran pericolo a lui e al popolo. Il cavaliere invilì dando fede alle parole del genero, e diè la volta, e tornossi a casa, e il popolo perdè e raffreddò il furore, e cominciò catuno ad abbandonare le vie e le piazze ov’erano ragunati per le vicinanze, e tornarsi alle proprie case. Il Bocca de’ Sabatini e altri di nuovo tornati in Bologna per paura de’ loro avversari cittadini presono l’armi, e montarono a cavallo e andarono al tiranno, dicendo, che ’l furore del popolo era tornato in paura, e che avendo le sue masnade a cavallo e a piè correrebbono la terra senza trovare contasto. Il tiranno vedendo questi cittadini prese ardire, e diè loro cavalieri e masnadieri, e rimasesi nel castello in buona guardia. Costoro corsono la terra, gridando, viva il capitano, e in niuna parte trovarono resistenza o contasto, ma vilissimamente i cittadini posono giù l’armi. Il signore ripreso l’ardire sentendo disarmato il popolo, mandò sue genti a casa i Bentivogli capo de’ beccari, ch’erano di gran podere nel popolo, e presine alquanti di loro fece rubare le case, e gli altri si fuggirono. Appresso mandò e fece pigliare messer Iacopo de’ Bianchi e un altro suo consorto, e molti altri grandi cittadini, e senza troppa dilazione o processi fece a messer Iacopo e al consorto tagliare la testa: e questo gli avvenne per voler credere al consiglio del genero più che alla sua apparecchiata salute e del suo popolo; appresso fece decapitare uno de’ Gozzadini valente uomo, e a più de’ Bentivogli e ad altri grandi popolani, che in tutto a questa volta furono trentadue, e molti ne ritenne in prigione, de’ quali parte ne condannò in danari, e un’altra a’ confini come a lui piacque. E avendosi cominciato a involgere nel cittadinesco sangue, divenne crudele e di maggiore furore contro a’ suoi sudditi; onde i cittadini temeano sì forte, che non ardivano a pena nelle loro case a favellare. Nondimeno per lo caso avvenuto, a lui entrò tanta paura in corpo, che molti mesi stette rinchiuso nel castello, e continuava ad accrescere gente, e fare maggiore guardia nella città, e i cittadini tenea sotto più aspro giogo, come leggendo si potrà trovare.

CAP. XII. Come fu tolta l’arme al popolo di Bologna.

Pochi dì appresso il tagliamento de’ cittadini di Bologna, il tiranno mandò per la città che in fra certi dì a venire catuno cittadino di Bologna portasse tutte le sue armi nella chiesa di san Piero, e rassegnassele agli uficiali che sopra ciò avea deputati, sotto certa pena a chi nol facesse: il vile popolo, che l’armi non avea saputo adoperare per sua salute, con tanta fretta le portò alla chiesa, che gli uficiali deputati a riceverle non poteano comportare la calca. E il tiranno conosciuti gli uomini tornati peggio che pecore per la loro codardia gli trattò aspramente, e fece due quartieri di Bologna costringere ad andare alle loro spese nell’oste senz’arme, e là dovessono stare quindici dì, tanto che gli altri due quartieri gli andassono a scambiare, e di presente fu ubbidito, andandovi ogni maniera di gente con le mazze in mano; e quando gli ebbe così mossi, mutò proposito temperando la crudeltà in avarizia, e fece ordine che chi non vi volesse andare pagasse lire tre di bolognini per gita di quindici dì; e costrinse tutta la città con certo ordine penale, che chi non osservasse catuno dovesse manicare pane di gabella, il quale facea fare aspro e forte, nè altro pane non s’osava fare nè cuocere nella terra, ond’egli traeva molti danari. E allora avendo tra di que’ di Bologna e che gli mandò l’arcivescovo duemila cavalieri e popolo assai, da capo ripose l’assedio alla città di Modena, e i Modenesi essendo forniti di cavalieri e di pedoni alla guardia, e d’abbondanza di vittuaglia, si stavano a guardare le mura, attendendo il soccorso di quelli della lega.

CAP. XIII. Come il legato ebbe la città d’Agobbio.

Di questo mese di giugno del detto anno, ragunatisi insieme gli usciti d’Agobbio con loro amistà per andare a guastare il contado d’Agobbio, richiesono il legato d’aiuto; il legato comandò loro che non si movessono senza suo comandamento, dicendo, che non sarebbe onore di santa Chiesa ch’egli assalisse prima la città ch’egli la trovasse in colpa di disubbidienza o di ribellione: e però incontanente fece formare processo contro a Giovanni di Cantuccio il quale tirannescamente avea occupata quella terra, e mandogli comandando che restituisse la città d’Agobbio a santa Chiesa senza dilazione, altrimenti aspettasse la sentenza contro a se, e l’oste sopra la città senza indugio. Giovanni sentendosi povero di danari, e senza gente d’arme da potersi difendere, e odiato da’ cittadini dentro, e senza speranza di soccorso di fuori, e vedendo il legato potente e vittorioso, prese partito, e rispose, ch’era apparecchiato a ubbidire, e così fece; e il legato mandò a prendere la guardia e la signoria della città il conte Carlo da Doadola, e fecevelo suo vicario, il quale con pace fu ricevuto nella città a grande onore. E presa la signoria della terra vi rimise gli usciti senza niuno scandalo, salvo messer Iacopo Gabbrielli come gli fu imposto, perocch’era grande e sentia del tiranno. Giovanni si presentò al legato, e rimase appresso di lui, e messer Iacopo ch’era suo nemico stando fuori d’Agobbio prendea sue civanze nelle rettorie, malcontento di non potere ritornare in Agobbio. La città fu riformata in libertà del popolo al governamento di santa Chiesa, come per antico si solea governare.

CAP. XIV. Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini e’ Sanesi.

Tornando nostra materia a’ fatti della compagnia di fra Moriale la quale avea vernato nella Marca, temendo i comuni di Toscana ch’ella non si stendesse sopra loro sprovveduti, s’accolsono insieme a parlamento per loro ambasciadori, il comune di Firenze, e di Perugia, e quello di Siena, e feciono e fermarono lega e compagnia contro la detta compagnia, e taglia di tremila cavalieri; e perocch’ell’era più vicina a Perugia, i Fiorentini mandarono la maggior parte de’ cavalieri che toccava loro della taglia, e metteano in concio di mandare loro il rimanente, e così aveano fatto i Sanesi, per riparare ch’ella non entrasse in Toscana. In questo tempo, del mese di giugno del detto anno, la compagnia fu a Fuligno, e senza fare danno, ebbono dal vescovo che n’era signore derrata per danaio, e licenza d’entrare nella città senz’arme chi volea panni, o arnese o armadure comperare, e ivi si rifornirono d’armadure e di molte altre cose di che aveano grande bisogno. E stando ivi, mandarono cautamente per rompere la lega loro ambasciadori a Perugia, dicendo, che gli aveano per amici, e non intendeano di volere da loro se non vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo loro terreno. I Perugini vedendosi potere levare la compagnia da dosso senza loro danno, ruppono la fede della lega promessa a’ Fiorentini e a’ Sanesi, e senza significare loro alcuna cosa, o rimandare addietro i cavalieri a’ detti comuni ch’aveano della taglia, s’accordarono con la compagnia, e diedono il passo e la vittuaglia abbondantemente. Messer fra Moriale vedendosi avere rotta la lega de’ comuni, baldanzosamente venne verso Montepulciano con la sua compagnia, e prese la via per Asciano, ed entrò molto subitamente nel contado di Siena, predando e pigliando uomini e bestiame. I Sanesi vedendo la compagnia sul loro contado non attesono alla lega ch’avessono co’ Fiorentini, nè a domandare loro aiuto o consiglio, ma di presente elessono de’ loro cittadini ch’andassono a fra Moriale e agli altri maggiori della compagnia a prendere accordo con loro, i quali di presente promessono a’ caporali in segreto per le loro persone fiorini tremila d’oro, e in palese per la compagnia ne promisono tredicimila, e la vittuaglia derrata per danaio, e il passo per lo loro terreno. Questa è la fede che ora e molte altre volte il comune di Firenze ha trovata nelle leghe o compagnie c’ha fatto co’ suoi vicini, che trovando loro vantaggio lo s’hanno preso. E dolendosene poi il comune di Firenze a Perugia e a Siena, hanno risposto, che il comune di Firenze non dee guardare a’ loro difetti, ma avere senno e per se e per loro. Siamo contenti di ricordarlo qui e altrove per esempio di quello che ancora ne potrà avvenire. Fornito per lo comune di Siena il pane che domandarono, e dati de’ loro cittadini a conducere la compagnia, presa la via per Monte a san Savino, condussonli in sul contado d’Arezzo. E non trovando con gli Aretini modo d’avere danari, s’accordarono con loro d’avere panno e vestimento, e calzamenti e vino per li loro danari, perocchè n’aveano grande bisogno, e sicurarono il contado, e senz’arme entrarono nella terra per le dette cose; non riguardando però le biade de’ campi per li loro cavalli, nè l’altre cose che potessono giugnere, senza fare gualdane o saccomanno.

CAP. XV. Come procedettono i rettori di Firenze in questa sopravvenuta tempesta della compagnia di fra Moriale.

In questo tempo si trovò fornito il comune di Firenze al priorato d’uomini senza sentimento di virtù, golosi e sopra ogni sconvenevolezza corrotti nel bere, e massimamente de’ nove i sei. Costoro disordinati in se, non sapeano provvedere al soccorso del comune; tuttavia per gli altri collegi fu provveduto in fretta di fare lega e compagnia co’ Pisani, per prendere riparo contro alla compagnia, e dovea il comune di Firenze avere in taglia milledugento cavalieri, e i Pisani ottocento. E fatta la lega, catuno avea quasi il novero de’ suoi cavalieri. La compagnia essendo ad Arezzo avea in animo d’andare al soldo in Lombardia, e per questa cagione mandarono alcuno ambasciadore al comune di Firenze per avere titolo d’essere in accordo col detto comune, e lieve cosa che ’l comune avesse dato loro sarebbono stati contenti per seguire loro viaggio: i priori indiscreti se ne feciono beffe, e però non provvidono come con tanto fatto richiedea. Ma i Valdarnesi per paura della ricolta, non ostante che ancora non fosse in perfetta maturità, s’affrettarono di levarla de’ campi e riducerla nelle castella; e la frontiera del Valdarno fu fornita di cavalieri e di fanti assai bene alla guardia. La compagnia vedendo che i Fiorentini per lieve cosa non si voleano accordare con loro, cambiarono proponimento, e vedendo che il Valdarno era provveduto contra loro, si tornarono a Siena. I Sanesi diedono loro da capo il pane, e il passo e la guida di loro cittadini, e in calen di luglio del detto anno l’ebbono condotta ne’ borghi di Staggia, e ivi si stesono fino alla Badia a Isola sopra l’Elsa. Là si trovarono settemila paglie di cavalieri, che cinquemila o più erano in arme cavalcanti, fra i quali avea grande quantità di conestabili e di gentili uomini diventati di pedoni bene montati e armati, con più di millecinquecento masnadieri italiani, e oltre a costoro più di ventimila ribaldi e femmine di mala condizione seguivano la compagnia per fare male, e pascersi della carogna. E nondimeno per l’ordine dato loro per fra Moriale grande aiuto e servigio n’avea, principalmente i cavalieri e’ masnadieri, e appresso tutto l’esercito. Le femmine lavavano i panni e cocevano il pane, e avendo catuno le macinelle, che fatte avea loro fare di piccole pietre, catuno facea farina, e per questo l’oste si mantenea incredibilmente in abbondanza di farina e di pane, solo per la provvisione e ordine dato per fra Moriale.

CAP. XVI. Come si provvedde a Firenze contra la compagnia.

Essendo la compagnia a Staggia, i Fiorentini richiesono i Pisani della taglia loro per la lega fatta, che doveano essere ottocento cavalieri, e mandarono un loro cittadino con un gran gonfalone con meno d’ottanta barbute; e richiesti ancora i Perugini e’ Sanesi di cavalieri della taglia, o almeno d’alcuna parte d’aiuto, catuno comune rispose ch’erano d’accordo con la compagnia, e non manderebbono gente d’arme contro a quella: e vedendosi il comune da tutti gli amici ingannato, e da non potere resistere alla compagnia, fece suoi ambasciadori e mandolli a Staggia alla compagnia per accordarsi e dare loro danari, ed eglino non entrassono sul contado di Firenze. Giunti gli ambasciadori a fra Moriale e al suo consiglio, furono ricevuti da loro senza avere risposta; e incontanente a dì 4 di luglio si misono in via, e senza arresto furono ne’ borghi di san Casciano, e correndo le contrade d’attorno, facendo preda e ardendo ove a loro piacea senza trovare contasto, e stettono fino a dì 10 del detto mese senza venire ad accordo; allora fatti doni a’ caporali di fiorini tremila d’oro, vennono a composizione di dare alla compagnia venticinquemila fiorini d’oro. Gli ambasciadori pisani, innanzi che la tempesta rompesse sopra loro, al detto luogo di san Casciano s’accordarono con loro di dare fiorini sedicimila d’oro, e a’ caporali feciono doni. E avuta la condotta da’ Fiorentini per la Val di Robbiana, condotti a Leona ebbono il pagamento de’ detti comuni, e fatta la promissione, e le cautele e il saramento di non tornare in sul contado di Firenze nè di Pisa infra due anni, se n’andarono alla Città di Castello, ove stettono tanto ch’ebbono quello che restava a dare loro messer Malatesta da Rimini capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, e partita tra loro la moneta, presono la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro al signore di Milano per centocinquantamila fiorini in quattro mesi. E rifermata e giurata da capo sotto i loro capitani s’avviarono in Lombardia, e fra Moriale con licenza degli altri caporali accomandò la compagnia al conte di Lando e fecenelo suo vicario, ed egli se n’andò a Perugia, per provvedere come alla tornata della compagnia e’ potesse in Italia maggior male aoperare, e da’ Perugini fu ricevuto onoratamente, e fatto cittadino di Perugia.

CAP. XVII. Come fu morto messer Lallo.

Per larga sperienza di molti anni si vide, che messer Lallo dell’Aquila, uomo di piccola nazione, per sua industria prima cacciati gli avversari della città dopo la morte del re Ruberto tenne la signoria della terra come un dimestico popolare e compagnevole tiranno, e seppe sì piacevolmente conversare co’ suoi cittadini, che catuno il desiderava a signore, e al tutto aveano dimenticata la signoria reale, ma egli saviamente mantenea il titolo del capitanato della terra alla corona, facendovi venire cui egli volea, nondimeno ciò che occorreva di grave nella città tornava a ser Lallo. E non avendo il re podere nella città più che ser Lallo si volesse, per molti modi in diversi tempi cercò d’abbatterlo, e non gli venne fatto, e però cercò la via de’ beneficii, e fecelo conte di Montorio, e diegli terre in Abruzzi, ed e’ le si prese, e mostrò di volere fare dell’Aquila la volontà del re; ma con astuzia e senno dissimulando col re tenea l’Aquila continovamente al suo segno. E stando le cose in questi termini, messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi venne in Abruzzi, e ricettato nell’Aquila da messer Lallo con grande onore, dopo alquanti dì messer Filippo ragionò con messer Lallo, ch’egli farebbe rendere pace a’ figliuoli di messer Todino suoi nimici, i quali erano sbanditi dell’Aquila, e intendea fermare la pace con amore e con parentado, e con grande istanza il pregò che li dovesse ricevere nell’Aquila con buona pace. Messer Lallo sentendosi in grande amore co’ suoi cittadini, mostrò di poco temere i suoi avversari, e di volere servire messer Filippo accettando la pace e la loro tornata nell’Aquila. Messer Filippo semplicemente con alcuni suoi scudieri li facea venire in Aquila, ed essendo già presso alla città, il popolo si levò a romore, e prese l’arme gridando, viva il conte, e corsono alle porte e serraronle. Messer Filippo sentendo il romore temette di sè, ma messer Lallo fu subitamente a lui, confortandolo e scusando sè, che questo non era sua fattura ma del popolo, per tema ch’avea de’ figliuoli di messer Todino se rientrassono in Aquila. Messer Filippo turbato di questo baratto si mise in concio di partire, e la mattina vegnente fu in cammino. Messer Lallo accompagnandolo s’allungò dalla città tre miglia, offerendosi a messer Filippo e scusandosi del caso avvenuto; e volendosi tornare all’Aquila, e prendere congio da messer Filippo, per fargli la reverenza all’usanza reale scese del suo cavallo, e com’era ordinato, parlando messer Filippo con lui, e usando parole di minacce, uno scudiere il fedì d’uno stocco, e un altro appresso, e ivi a’ piè di messer Filippo fu morto messer Lallo per troppa confidanza, perdendo il senno e la malizia tanto tempo usata nel suo reggimento. Messer Filippo non s’arrestò per tema di quel popolo e del suo furore, ma senza alcuno soggiorno tornò a Napoli, e gli Aquilani feciono gran lamento della morte di messer Lallo, ma non essendovi il secondo, ritornarono senza contasto alla consueta signoria reale; e questo avvenne di giugno 1354.

CAP. XVIII. Come il re di Spagna cacciata la non vera moglie coronò la legittima.

In questo tempo del detto anno, avendo il giovane re di Spagna per moglie la figliuola di messer Filippo di Borbona della casa di Francia, lasciandosi vincere e menare al disordinato appetito, avendola già tenuta un anno, corruppe il degno sagramento del matrimonio, e seguitando il modo de’ bestiali saracini con cui conversava, prese per sua moglie e sposò un’altra donna cui egli amava, nata della casa di Padiglia di Castella, chiamata Maria, con la quale si copulò con tanta disordinata concupiscenza carnale, che molte dissolute e sconce cose ne faceva, e la legittima moglie non volea vedere; la quale vedendosi a sconcio partito, prese segretamente sue damigelle e alquanti confidenti di sua famiglia, e senza saputa del re si tornò in Francia, richiamandosi al re, e al padre e agli altri baroni dell’ingiuria ricevuta dal suo marito; e udita in Francia la sconcia novella, il re e tutti i baroni se ne sdegnarono forte, e proposono d’andare in Spagna con forte braccio per gastigare il re della sua follia. I baroni di Spagna e le comuni a cui dispiacea questo fatto, sentendo le novelle di Francia, di concordia se n’andarono al re, e ripresonlo duramente d’avere per sua sconcia volontà d’una privata femmina fatta tanta vergogna alla casa di Francia e alla loro reina, dicendogli, che se non ammendasse il suo fallo, che sarebbono in aiuto al re di Francia per ricoverare il suo onore. Il giovane re riconobbe il suo fallo, e disposesi di presente a seguitare il loro consiglio; e alla non degna moglie, per appagare la legittima, le feciono tagliare i panni per lungo infino alla cintola a loro costuma, e con vergogna la mandarono via, e tornata la moglie, con gran festa feciono coronare lei e pacificare col re, e quella notte giacque con la reina Bianca sua moglie. Ma, o che fosse affatturato, o occupato nella mente del troppo peccato, la mattina per tempo le si levò da lato, e senza fare assapere altrui alcuna cosa cavalcò con piccola compagnia e andossene alla terra dov’era dama Maria di Padiglia, e d’allora innanzi non volle mai vedere la reina Bianca; e perch’ella non si partisse la fece mettere in Briscia suo forte castello, e ivi bene guardare, la quale per grave sdegno, o per dolore, o per malinconia, o per operazione del re, che ne fu sospetto, o per malizia naturale, innanzi tempo nella sua giovanezza finì sua vita, della quale il re ebbe più piacere che doglia, e vilmente la fece seppellire. Avvenne ancora, che vivendo la reina e dama Maria, il detto re Pietro, non senza sentimento della saracinesca consuetudine, innamorato d’una giovane donna vedova di Castella di grande lignaggio, la si prese a moglie; e quando con lei ebbe saziata sua sfrenata libidine, la cacciò via, e ritennesi alla sua dama Maria, della quale ebbe un figliuolo maschio e due femmine, e poi sopra parto si morì, poco appresso della reina, di cui il re si diè grave turbazione, e il corpo suo fece imbalsamare, e portare venticinque giornate di lungi da Sibilia alla sepoltura ch’ella s’avea eletta, e il re, e per amore del re i suoi baroni se ne vestirono a nero. Avemo raccolto qui il processo della moglie e dell’altre femmine del re, per non istendere in più parti del nostro trattato la vile materia.

CAP. XIX. Come i collegati di Lombardia condotta la compagnia mandarono all’imperadore.

Il comune di Vinegia, e il signore di Verona, e quello di Padova, e quello di Mantova, e il marchese di Ferrara, collegati insieme contro l’arcivescovo di Milano, avendo condotta per quattro mesi la compagnia del conte di Lando, la quale era cinquemiladugento paghe, ma non avea oltre a tremilacinquecento cavalieri bene armati, la quale era partita dalla Città di Castello, e cavalcata sul contado di Bologna facendo danno, se n’andarono a Modena, dov’erano le bastite del signore di Milano, le quali non ebbono podere di levare, e lasciatovi l’assedio cavalcarono in sul Bresciano. I collegati vedendosi forniti di gente da potere campeggiare, mandarono ambasciadori, del mese di luglio del detto anno, all’eletto imperadore, con cui avevano fatto accordo per farlo valicare in Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, e dove ricusasse la venuta, volevano essere liberi delle loro promesse. In questo tempo l’imperadore era in discordia col marchese di Brandimborgo, e catuno aveva accolto gente d’arme, e con l’eletto era il duca d’Osteric e molti cavalieri del re d’Ungheria, e credettesi si conducessono a battaglia: ma la questione avea lieve cagione di sdegno, sicchè tosto si recò a concordia, e l’eletto imperadore per l’animo ch’avea di valicare in Italia fu più abile alla pace, e ferma, catuna gente d’arme si tornò in suo paese; e senza sospetto de’ fatti d’Alamagna l’eletto si tornò in Boemia, e deliberò per lo modo che a lui piacque di valicare in Lombardia, e con seco ritenne parte degli ambasciadori della lega infino al suo movimento.

CAP. XX. Come i Bordoni furono cacciati di Firenze, e sbanditi per ribelli.

Era avvenuto del mese di Luglio del detto anno in Firenze, che essendo la compagnia di fra Moriale a Sancasciano, i Bordoni, de’ quali era capo messer Gherardo di quella casa, tenendosi essere ingannati da’ Mangioni e da’ Beccanugi loro vicini per lo dicollamento di Bordone loro consorto, e vedendo la città sotto l’arme e in gelosia, con loro gente accolta cominciarono prima con parole e poi con l’arme ad assalire i Mangioni; e rimettendoli per forza nelle case, in quell’assalto la moglie d’Andrea di Lippozzo de’ Mangioni ebbe d’una lancia sopra il ciglio, ond’ella si morì poco appresso. A quello romore corse d’ogni parte il popolo armato, e i priori vi mandarono la loro famiglia, e feciono acquetare la zuffa. Poi partita la compagnia, e ritornata la città al primo governamento, parendo al comune il fallo essere grave in così fatto tempo contro alla repubblica, fu commesso all’esecutore degli ordini della giustizia che ne facesse inquisizione, e punisse i colpevoli; i Beccanugi e’ Mangioni andarono dinanzi e scusaronsi, e furono prosciolti e lasciati, e i Bordoni rimasono contumaci; e a dì 2 d’agosto, nel detto anno, messer Gherardo con quattro suoi consorti e con dodici loro seguaci furono condannati, per avere turbato il buono e pacifico stato del comune di Firenze e per l’omicidio, tutti nell’avere e nelle persone, e uscironsi di Firenze, e i loro beni furono guasti e messi tra i beni de’ rubelli.

CAP. XXI. Come il re d’Araona venne con grande armata a racquistare Sardegna.

Il re d’Araona, che l’anno dinanzi avea perduta tutta la Sardegna salvo che Castello di Castro, come addietro fu narrato, fatta sua armata di centosessanta tra galee e uscieri, cocche e navi armate, con grande cavalleria di suoi Catalani e molti mugaveri a piede, del mese di luglio del detto anno arrivò in Calleri, che altro non v’aveva, e lasciato ivi il navilio grosso, e messi in terra i cavalieri e i mugaveri, fece scorrere il paese e predare dovunque si stendeva, e con le galee sottili per mare e i cavalieri per terra s’addirizzò alla Loiera, nella quale aveva balestrieri genovesi, e masnadieri toscani e lombardi, che il vicario dell’arcivescovo signore di Genova v’avea mandati alla guardia, che francamente la difendevano e guardavano; e continuandovi l’assedio, nondimeno per mare con le galee, e per terra con la gente d’arme, faceano guerra all’altre terre e castella che ubbidivano al giudice d’Alborea, e il giudice fornito de’ suoi Sardi e di cavalieri condotti di Toscana si difendea francamente per modo, che delle sue terre non gli lasciava alcuna acquistare: e aveva in suo aiuto l’aria sardesca e ’l tempo della fervida state, che molto abbattea i Catalani di malattie e di morte; non ostante ciò, il re animoso mantenea l’assedio stretto, e facea tormentare molto i suoi avversari; e bench’egli sapesse che i Genovesi suoi nimici avessono armate trentadue galee, non se ne curava, perchè sapeva che i Veneziani suoi amici contro a loro n’aveano armate trentacinque: e ancora gli rendea molta fidanza la fresca vittoria ch’aveva avuta in quel luogo co’ Veneziani insieme sopra i Genovesi, e però intendea coraggiosamente a fare la sua guerra per terra e per mare. Lasceremo ora l’intrigata guerra di Sardegna che il tempo vegna della sua fine, e seguiremo altre novità che prima ci occorrono a raccontare.

CAP. XXII. Come i Genovesi feciono armata contro a’ Veneziani e’ Catalani.

Avendo sentito i Genovesi l’armata de’ Catalani, e che i Veneziani armavano, avvegnachè per la sconfitta l’anno dinanzi ricevuta alla Loiera molto fossono infieboliti, presono cuore da sdegno per non dare la baldanza del mare al tutto al loro nimico, e però con aiuto di moneta che procacciarono dall’arcivescovo loro signore armarono trentatrè galee sottili, della migliore gente che rimasa fosse in Genova e nella riviera, e fecionne ammiraglio messer Paganino Doria, il quale altra volta avea avuto vittoria sopra i Catalani e’ Veneziani in Romania. Costui sentendo che i Veneziani erano usciti del golfo con trentacinque galee armate, mandò tre galee più sottili, e bene reggenti e armate nel golfo di Vinegia, le quali improvviso a’ paesani giunsono a Parezzo, e misono in terra; e trovando i terrazzani sprovveduti e smarriti per lo subito assalto, s’entrarono nella terra, e senza trovare contasto rubarono e arsono gran parte della città. Ed essendo nel porto tre grossi navilii de’ Veneziani carichi di grande avere, gli presono e rubarono, e ricolti a galee carichi di preda de’ loro nemici, con grande vergogna de’ Veneziani tornarono sani e salvi alla loro armata; la quale avendo lingua de’ Veneziani, prese la via di Romania per abboccarsi con loro a battaglia, se fortuna il concedesse. L’armate cavalcano il mare, e innanzi che insieme si ritrovino ci occorrono altre non piccole cose.

CAP. XXIII. Come il tribuno di Roma fece tagliare la testa a fra Moriale.

Avvegnachè addietro detto sia dell’operazioni di fra Moriale innanzi ch’egli facesse la grande compagnia, e poi quanto male aoperò con quella, sopravvenendo il termine della sua morte, ci dà materia di raccontare la cagione, com’egli essendo semplice friere condusse tanti baroni, e conestabili e cavalieri a collegarsi sotto il suo reggimento in compagnia di predoni. Costui fu in Italia lungo tempo soldato franco cavaliere, e atto singolarmente a ogni fatica cavalleresca, e molto avvisato in fatti d’arme, il quale considerò che tutte le terre e’ signori d’Italia facevano le loro guerre con soldati forestieri, e i paesani poco compariano in arme, e parve a lui che accogliendosi i conestabili per via di compagnia, e partecipando con loro che rimanevano al soldo, che in niuna parte troverebbono contasto in campo: e avendo questo verisimile messo nel capo a molti conestabili, l’uno smovea l’altro, e traevano gente di catuna bandiera che rimaneva al soldo; e con quest’ordine, essendo in loro libertà, si pensavano sottoporre e fare tributaria tutta Italia, e pensavano, se alcuna buona città venisse loro presa, che per forza tutte l’altre converrebbe che sostenessono il giogo; e sotto questo segreto consiglio tutti i conestabili delle masnade tedesche, e’ Borgognoni e altri oltramontani promisono e giurarono da capo la compagnia e ubbidienza a messer fra Moriale, e per passare il verno all’altrui spese presono il soldo della lega de’ Lombardi, e messer fra Moriale, sotto titolo di mostrare d’avere a ordinare suoi propri fatti, rimase in Toscana: ma nel segreto fu, che provvederebbe del luogo dove dovessono tornare al primo tempo. Costui baldanzoso con poca compagnia, come detto abbiamo, se n’andò a Perugia, e di là mandò i fratelli con certe masnade di suoi cavalieri al tribuno, ch’era di nuovo ritornato in Roma, per atarlo; essendo stato prima cacciato da’ Romani e tenuto in esilio, e’ fu prigione dell’eletto imperadore lungo tempo, e poi per lo male stato de’ Romani di volontà del papa e del popolo fu richiamato; e rendutagli la signoria, con più baldanza che di prima, non ostante che predetto gli fosse, o per revelazione di spirito immondo o per altro modo, che a romore di popolo sarebbe morto, e’ faceva rigida e aspra signoria, e reprimendo la baldanza de’ principi di Roma, onde fu opinione di molti che i Colonnesi s’intendessono contro a lui con fra Moriale per abbatterlo della signoria del tribunato: ma come che si fosse, poco appresso la mandata de’ fratelli fra Moriale andò a Roma, e il tribuno il fece chiamare a sè, ed egli senza alcuno sospetto andò a lui; e giuntogli innanzi, senza altro parlamento il tribuno gli mise in mano un processo di tradimento che fare dovea contro a lui, e come pubblico principe di ladroni, il quale aveva assalite le città della Marca e di Romagna, e la città di Firenze, di Siena e d’Arezzo in Toscana; e fatte arsioni, e violenze e ruberie senza cagione in catuna parte, e molte uccisioni d’uomini innocenti, delle quali cose disse che di presente si scusasse. E non avendo scusa contro alla verità del libello, senza voler più attendere, a dì 29 d’agosto del detto anno gli fece levare la testa dall’imbusto: e così finì il malvagio friere, cagione di molto male passato e di maggiore avvenire, per l’aoperazione della maladetta compagnia; per la qual cosa s’aggiugnerebbe memoria degna di gran lodi al tribuno se per movimento di chiara giustizia l’avesse fatto, ma perocchè egli prese i fratelli, e’ beni di fra Moriale e’ loro e pubblicolli a sè, parve che d’ingratitudine de’ servigi ricevuti e d’avarizia maculasse la sua fama: e abbianne più detto che forse non si conveniva, ma per lo malo esempio dato a’ soldati, e per la giusta vendetta della sua morte, ne crediamo avere alcuna scusa.

CAP. XXIV. D’una sformata grandine venuta a Mompelieri, e della scurazione del sole.

A dì 12 di settembre 1354 cadde sopra Mompelieri e nelle circustanze una grandine sformata di grossezza di più d’una comune melarancia, e fece a’ frutti e agli uomini gravissimi danni, e le bestie che trovò ne’ campi alla scoperta uccise, e guastò molto le copriture delle case. E poi, a dì 17 del detto mese, fu scurazione del sole, e durò a Firenze una terza ora, coperto nella maggiore parte il corpo solare. Di sua influenza poco potemmo vedere e comprendere, salvo che asciutto e freddo seguitò tutto il verno singolarmente.

CAP. XXV. Come morì l’arcivescovo di Milano.

Messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano potentissimo tiranno in Italia, avendo dilatata la fama della sua potenza in grande altezza, e vivuto al mondo lungo tempo in dissoluta vita secondo prelato, vedendosi avere vinta sua punga, e soperchiata nel temporale la Chiesa di Roma, e riconciliatosi a quella co’ suoi sformati doni, e che tutta Italia il temeva, e l’eletto imperadore non avea ardire, eziandio sollecitato dalla forza e’ danari della lega di Lombardia, pigliare arme contro a lui, vaneggiante nel colmo della sua gloria, uno venerdì sera, a dì 3 d’ottobre 1354, gli apparve nella fronte sopra il ciglio un piccolo carbonchiello, del quale poco si curava, e il sabato sera a dì 4 del detto mese il fece tagliare, e come fu tagliato, cadde morto l’arcivescovo senza potere fare testamento, o alcuna provvisione dell’anima sua o della successione de’ suoi nipoti nella signoria; i quali feciono al corpo solenne esequie, e senza questione con molta concordia si ristrinsono insieme, facendo grande onore l’uno all’altro; per la qual cosa i Milanesi e tutti i loro sudditi stettono in obbedienza de’ nuovi signori, tanto che poi con nuova suggezione di tutti i popoli si feciono dichiarare signori, come appresso racconteremo, rendendo prima il nostro debito alla sprovveduta e violente morte del tribuno di Roma, e allo strano avvenimento dell’eletto imperadore in Italia.

CAP. XXVI. Come il tribuno di Roma fu morto a furia di popolo.

Il primo tribuno romano dopo la sua cacciata tornato in Roma con comune assentimento dell’incostante popolo, e ordinati statuti a franchigia e a fortificagione del popolo, e certe entrate al comune per fortificare la signoria, procacciava di fornirsi di cavalieri e di masnadieri di soldo, per potere meglio raffrenare i potenti cittadini, i quali sapea ch’erano contro al suo tribunato: e come uomo ch’avea grande animo, credeva col favore del fallace popolo fare gran cose, e cominciato avea, ma non bene, perocchè essendo in Roma uno valente e savio uomo Pandolfo de’ Pandolfucci antico cittadino, e di grande autorità nel cospetto del popolo, e temendo il tribuno di lui, solo perchè gli pareva atto a potere muovere il popolo per la sua autorità e per la sua eloquenza, tirannescamente e senza colpa il fece decapitare; e per questo, e per la morte di fra Moriale, i principi di Roma, massimamente i Colonnesi e’ Savelli, temeano forte, e procacciavano di farlo cacciare o morire. E sparta già l’infamia della morte di Pandolfo tra il popolo, fu più leggiere a’ Colonnesi e a Luca Savelli venire alla loro intenzione, e con lieve movimento alquanti amici de’ Colonnesi e’ Savelli della riva del Tevere, a loro stanza cominciarono a levare romore contro il tribuno e corsono all’arme; e con l’aiuto de’ Colonnesi e de’ Savelli, e di certi Romani offesi per la morte di Pandolfo, dimenticando la franchigia del popolo, a dì 8 d’ottobre del detto anno in su la nona corsono al Campidoglio, dicendo, muoia il tribuno. Il tribuno sprovveduto di questo subito e non pensato furore del popolo francamente provvide come necessità l’ammaestrava, e di presente s’armò e prese il gonfalone del popolo, e con esso in mano si fece alle finestre, e trattolo fuori, cominciò a gridare ad alta voce, viva il popolo, pensando che il popolo dovesse trarre al suo aiuto: ma trovossi ingannato, che il popolo il saettava, e gridava la sua morte: e avendo egli sostenuto con parole e con difesa l’assalto fino al vespero, e vedendo il popolo più acerbo e più infocato contro a sè da sezzo che da prima, e che soccorso da niuna parte aspettava, pensò di campare per ingegno; e tramutato l’abito suo in abito di ribaldo, fece aprire le porte del palagio alla sua famiglia al popolo perchè intendesse a rubare, come solea essere loro usanza; e mostrandosi nella ruberia come uno di loro, avea preso un fascio d’una materassa con altri panni dal letto, e scendendo la prima e la seconda scala senza essere conosciuto, dicea agli altri, su a rubare, che v’ha roba assai; ed era già quasi al sommo di scampare la morte, quando uno cui egli avea offeso così col fascio in collo il conobbe, e gridando, questi è il tribuno, il fedì: e l’uno dopo l’altro trattolo fuori dell’uscio del palazzo tutto lo stamparono co’ ferri, e tagliarongli le mani e sventraronlo, e misongli un capestro al collo e tranaronlo fino a casa i Colonnesi; e fatto quivi uno paio di forche v’appiccarono lo sventurato corpo, ove più dì il tennero appeso senza sepoltura. E questa fu la fine del tribuno, dal quale il popolo romano sperava potere riprendere sua libertà.

CAP. XXVII. Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia.

Messer Carlo di Luzimborgo re di Boemia e re de’ Romani, eletto imperadore, avendo accettata la profferta del comune di Vinegia, e del Gran Cane di Verona, e degli altri allegati di Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, considerò che per la sua non grande facoltà d’avere e di potenza il fascio di cotanta impresa gli era troppo grave, e avvisossi con grande discrezione, che a volere venire in Italia per la corona del ferro, e appresso per l’imperiale, che gli convenia per forza vincere i signori, e le città, e’ popoli d’Italia che gli fossono avversi, o con senno o con amore recare a sè gli animi loro: ricordandosi che l’imperadore Arrigo suo avolo, avendo seco tutto il favore de’ ghibellini, e mosso con più di diecimila cavalieri tedeschi gente eletta, guidata da grandi baroni e nobili cavalieri, credendosi per forza sottomettere parte guelfa in Italia avendo seco tutta la forza de’ ghibellini, passò in Italia; e non potuto per sua forza domare gli avversari nè avere la corona, com’è la costuma, nella basilica di san Pietro, e consumate le sue forze senza essere ubbidito, rendè a Buonconvento il debito della carne alla terra, e l’anima a Dio. Per lo cui esempio l’avvisato eletto Carlo imperadore abbandonato ogni pensiero di sua potenza, e di quella che promesso gli era, fidanza prese nel suo temperato proponimento; e non volendo a’ collegati negare la promessa della sua venuta, nè mostrare che contro a’ signori di Milano si movesse, veduto il tempo atto al suo proponimento, mosse d’Alamagna con trecento cavalieri in sua compagnia venendo in Aquilea; e giunto a Udine, a dì 14 d’ottobre del detto anno, s’accompagnò il patriarca suo fratello con poca gente senz’arme, e cavalcando a buone giornate giunsono in Padova a dì 4 di novembre, ove fu ricevuto a grande onore; e fatti alquanti cavalieri de’ signori e di loro prossimani della casa da Carrara, e lasciati i signori suoi vicarii nella signoria della città, a dì 7 di novembre prese suo cammino: e temendosi messer Gran Cane che non entrasse in Vicenza nè in Verona il fece con lieve onore conducere per lo contado alla città di Mantova, e ivi ricevuto come signore, prese a fare suo dimoro per trattare se tra i Lombardi potesse mettere accordo, e ivi attendea s’e’ comuni e’ popoli e’ signori di Toscana gli mandassono ambasciadori per potersi meglio provvedere alla sua coronazione. Lasceremo ora alquanto questa materia, tanto che alcuna cosa degna di memoria occorra di ciò al nostro proponimento, e diremo dell’altre che prima addomandano il debito alla nostra penna.

CAP. XXVIII. Come i tre fratelli de’ Visconti di Milano furono fatti signori, e loro divise.

Tornando a’ fatti de’ Visconti di Milano, dopo la morte dell’arcivescovo messer Maffiolo, e messer Bernabò, e messer Galeazzo, figliuoli che furono di messer Stefano nipote dell’arcivescovo, essendo forniti di molti cavalieri e masnadieri per difendersi e abbattere giusto loro podere la forza degli altri Lombardi collegati contro a loro, e da resistere all’imperadore se muover si volesse contro a loro, stare facevano tutte le loro città e castella in buona guardia e sollecita; ed essendo tutti e tre in Milano, si feciono eleggere signori indifferentemente a dì 12 d’ottobre, e appresso si feciono fare a tutte le città del loro distretto il simigliante; ed essendo da tutti confermati nella signoria, si partirono tra loro il reggimento in questo modo: che Milano fosse comune a tutti, e dell’altre città feciono di concordia tre parti, salvo la città di Genova, che vollono che rimanesse comune in fra loro come Milano, e gittarono le sorte, per le quali a messer Maffiolo, ch’era il maggiore, toccò Parma, Piacenza, Bologna, e Lodi: a messer Bernabò Cremona, Brescia, e Bergamo: e a messer Galeazzo Como, Novara, Vercelli, Asti, Tortona, e Alessandria, con tre altre terre di Piemonte; e nondimeno a comune ne’ cominciamenti manteneano la spesa de’ soldati, e molto onorava l’uno l’altro, e di gran concordia faceano le loro imprese. A messer Maffiolo, perch’era di più tempo e di minor virtù, rendeano onore di metterlo innanzi ne’ titoli e ne’ consigli. I fatti della cavalleria e dell’arme erano contenti che guidasse messer Bernabò che n’era più sperto, e messer Galeazzo ne prendea alcuna volta parte come a lui piacea. Essendo questi signori di Milano così ordinati tra loro, sopravvenuto l’eletto imperadore in Mantova, stavano apparecchiati in loro senza fare altro movimento di guerra contra a’ loro avversari, e gli allegati anche stavano a vedere che l’imperadore facesse senza muovere la loro gente a far guerra.

CAP. XXIX. Come l’imperadore stando a Mantova trattava la pace de’ Lombardi.

L’imperatore avendosi avvisatamente condotto in Lombardia di verno, e sapendo la gran forza di gente ch’aveano i signori di Milano, e la potenza del loro tesoro e delle loro entrate, fece venire a se in Mantova gli ambasciadori del comune di Vinegia e di tutti i signori collegati, e con loro insieme vide che la sua forza e la loro in que’ tempi non era sufficiente a tanto fatto quanto volevano imprendere. Ancora considerò che stando egli a Mantova niuno signore o comune d’Italia, salvo che i collegati, era venuto o avea mandato a lui contro a’ signori di Milano, e però gli parve che le cose fossono assai bene disposte al suo proponimento col quale s’era messo a farsi trattatore di pace, per accattare da ogni parte benevolenza, e non prendere nimicizia con alcuno, e però cominciò a trattare della pace; e parendogli che catuno si disponesse a volerla, acciocchè quelli della lega non portassono la gravezza del soldo della gran compagnia, la fece licenziare a dì 8 di novembre, e quelli della compagnia ne furono contenti: ed essendo in sul Bresciano, parte ne condussono i signori di Milano, e parte la lega, e il rimanente si ritenne in compagnia col conte di Lando. L’imperadore seguiva con sellecitudine che la pace si facesse, e in lungo processo di trattato più volte corse la voce che la pace era fatta. Ma nascendo ora dall’una parte ora dall’altra cagione di tirare, la pace non veniva a perfezione, e in questo soprastare, vennono accidenti che non la lasciarono venire a perfezione, i quali diviseremo nel tempo ch’avvennono secondo l’ordine del nostro trattato.

CAP. XXX. Come furono presi i legni ch’andavano a Palermo.

Del mese d’ottobre del detto anno, il re Luigi sentendo la città di Palermo in gran bisogno di vittuaglia e di gente d’arme per la difesa contro a’ nimici, fece armare tre galee, e uno panfano, e dodici legnetti e una nave, e tutte le fece caricare di grano e d’altra vittuaglia, e fece ammiraglio il conte di Bellante Potarzio d’Ischia, e comandogli che le conducesse in Palermo; ed essendo nel mare di Calabria si vidono contra galee di Messinesi, che stavano alla guardia per procacciare di vittuaglia, di che aveano gran bisogno, le quali vedendo quelle del Regno con legni armati, e conoscendo la loro poca virtù, s’addirizzarono verso loro. Il conte vedendole venire, come codardo non prese alcuna difesa, ma la sua propria galea abbandonò perch’avea del grano in corpo, e montato su un legno armato, innanzi che i nemici s’appressassono si fuggì. Le galee de’ Messinesi giugnendo a quelle del Regno le trovaron senza capitano e senza difesa, e però le si presono col carico e colla gente, e con gran festa e gazzarra questa utile preda al bisogno della loro città misono in Messina, ove furono ricevuti a grande onore, più per loro bisogno che per la piccola vittoria.

CAP. XXXI. Come si cominciò guerra in Puglia tra loro.

Messer Luigi di Durazzo cugino carnale del re Luigi, vedendo che il detto re avea dato al prenze di Taranto e a messer Filippo suoi fratelli carnali grandi baronaggi in Puglia e nel Regno, nè a lui nè a messer Ruberto non avea data nulla cosa, con giusto sdegno, vedendosi in povero stato, si tenea dal re e dalla reina malcontento: e il conte di Minerbino tenendosi anche male del re e della reina s’accostò con messer Luigi, e propuosono di volere fare guerra nel paese di Puglia. Per questa tema il re e la reina andarono in Puglia cercando riconciliarli con parole, e mandaronli pregando che venissono a loro; e consigliati insieme, ordinarono che il conte v’andasse, avendo prima per sua sicurtà per stadichi il vescovo di Bari e messer Giannotto dello Stendardo in Minerbino, e così fu fatto. E stando col re e con la reina non si trovò modo d’accordo, nè che messer Luigi si volesse assicurare di andare a loro. In questo stante, gente d’arme acconcia a far male percossono alla strada, e presono settanta muli che tornavano da Barletta con poca roba, e menargli via in vergogna della corona, essendo la persona del re nel paese. E tornandosi il re e la reina a Napoli, messer Luigi e il Paladino presono ardire di più aperta rubellione, e accolsono gente d’arme, e correano per lo paese. Ma sentendosi di piccola possanza, entrarono in trattato col conte di Lando, che dovesse conducere la compagnia nel Regno. Soprastaremo alquanto al presente a questa materia, parandocisi innanzi più notevole avvenimento di grave fortuna.

CAP. XXXII. Come i Genovesi sconfissono i Veneziani a Portolungo in Romania.

Avendo la non domata rabbia del comune di Genova e di quello di Vinegia condotto le loro armate in Romania, essendo messer Paganino Doria di trentatre galee genovesi ammiraglio, e messer Niccolò da ca Pisani ammiraglio di trentacinque galee de’ Veneziani, e tre panfani e un legno armato, e venti tra saettie e barche, e cinque navi di carico tutte armate e incastellate, e navicando l’una armata e l’altra per lo mare di Romania a fine d’abboccarsi insieme, non vi si poterono trovare: l’ammiraglio de’ Veneziani con tutte le galee e gli altri navilii della sua armata si ridusse nel porto di Sapienza nella Romania bassa, e ivi s’ordinò, avendo lingua de’ suoi nemici ch’erano nel mare di Romania, in questo modo: che le navi mise nella bocca del porto incatenate insieme, e con esse venti galee alla guardia, e molto le fece bene armare e acconciare alla difesa della bocca del porto, e con queste rimase il loro ammiraglio; l’altre quindici galee co’ legni armati e con le saettie accomandò a uno da ca Morosini di Vinegia, e misele dentro nel Portolungo, acciocchè stessono più salve, e potessono contastare a’ nemici dinanzi e l’ammiraglio di dietro, se caso venisse che l’armata de’ Genovesi si mettesse nel porto. L’ammiraglio de’ Genovesi avendo in Romania sentito lingua dell’armata de’ Veneziani, e com’erano più galee e assai legni di carico incastellati più di loro, e che fatto aveano la via di Portolungo di Sapienza nella Romania bassa, come uomo di gran cuore e ardire, avvilendo i suoi nemici che non aveano cercato d’abboccarsi con lui, ma piuttosto fatto vista di schifarlo, di presente s’addirizzò con la sua armata verso il porto di Sapienza per richiedere i Veneziani di battaglia; e come giunto fu sopra il porto di Sapienza, vide come i Veneziani co’ loro navilii incastellati e incatenati e con le galee s’erano afforzati alla bocca del porto, e parvegli segno che non volessono combattere; nondimeno per mostrarsi a’ nemici senza paura, non credendosi venire a battaglia, stando aringati sopra il porto, mandò a richiedere l’ammiraglio de’ Veneziani di battaglia, dicendo, come l’attendea fuori del porto, per porre fine a’ travagli e alle tribulazioni che gli altri navicanti e tutto il mare portava della loro guerra. L’ammiraglio de’ Veneziani rispose, ch’era in casa sua, e non intendea combattere a richiesta de’ suoi nemici, ma quando a lui paresse prenderebbe la battaglia. I Genovesi più inanimati, veggendo ricusavano la battaglia, da capo la dimandarono, vituperando i loro avversari, sonando e risonando trombe e nacchere, e vedendo che niuno segno si facea pe’ Veneziani di muoversi, ad alcuno atto, presono un folle ardimento, se i Veneziani avessono aoperato come poteano l’armi, perocchè Giovanni Doria nipote dell’ammiraglio mattamente si mise con una galea ad entrare nel porto, e appresso di lui il figliuolo dell’ammiraglio con la sua, entrando sotto la guardia delle navi e delle galee. I Veneziani vedendoli entrare, follemente li lasciarono entrare, sperando rinchiuderli nel porto e averli tutti a man salva; e così senza contasto per atare i giovani che s’erano messi a quello pericolo v’entrarono tredici galee di Genovesi l’una dopo l’altra, senza essere impedite o combattute dall’ammiraglio o dalla sua armata ch’era alla guardia della bocca del porto; e trovandosi nel porto, si dirizzarono con ordine e con grande ardimento a combattere le quindici galee de’ Veneziani e’ legni armati ch’erano nel porto, le quali aveano le prode a terra per loro agiamento, ed erano più atte alla difesa. I Genovesi l’assalirono con aspra battaglia, ma quale che fosse la cagione, o per sdegno preso contro all’ammiraglio che non avea impedito la loro entrata, e non s’era mosso alla loro difesa, o per molta codardia, a quel punto feciono piccola difesa, e però nel primo assalto furono assai de’ Veneziani fediti e morti: e pignendo i Genovesi, con piccola resistenza de’ loro avversari montarono in sulle galee, e in poca d’ora tutti gli ebbono presi e sbarattati, ne’ quali molti più annegarono gittandosi in mare per fuggire, che quelli che morirono di ferro. Avendo queste tredici galee avuta piena vittoria delle quindici del porto, feciono segno al loro ammiraglio e all’altre galee ch’erano fuori del porto della loro vittoria, le quali con grande baldanza e ardire si misono innanzi, per volere combattere le venti galee e le navi ch’erano alla guardia della bocca del porto, e le tredici vittoriose vennono dall’altra parte, avendo due corpi di galee veneziane affocate per metterle loro addosso. Strignendosi d’ogni parte la battaglia, l’ammiraglio veneziano ingannato per molta viltà del primo suo avviso, e sbigottito delle quindici galee perdute, e della battaglia che d’ogni parte si vedea apparecchiare, s’arrendè alla misericordia de’ Genovesi, e da quel punto innanzi più non v’ebbe morto o fedito alcuno Veneziano; tutti furono prigioni, perocchè in porto e tutto in mare di lungi dalla terra ferma niuno dell’armata de’ Veneziani campò che non fosse preso o morto, e i prigioni furono per novero cinquemilaottocentosettanta, i quali con tutte le galee, e altri legni e navilii, con grande vittoria quasi senza loro danno menarono a Genova, lasciati nel porto e nella marina di Sapienza quattromila o più corpi di Veneziani morti e annegati in quella battaglia, la quale fu a dì 3 di novembre 1354. Della quale vittoria i Genovesi ripresono cuore e ardire di loro stato, e i Veneziani molto ne dibassarono; e questo fece la mala provvedenza del loro ammiraglio, che avendo guardata la bocca del porto come potea, le galee de’ Genovesi non v’entravano, e l’entrate se l’avesse volute combattere di dietro con parte delle sue galee, come poteva, avrebbe vinti i Genovesi, come i Genovesi vinsono lui. Ma la guerra è di questa natura, che commesso il fallo seguita la penitenza senza rimedio le più volte.

CAP. XXXIII. Come Gentile da Mogliano diede Fermo al legato.

Innanzi che noi procediamo ad altri effetti della detta sconfitta, Gentile da Mogliano signore della città di Fermo nella Marca ci ritiene alquanto, perocchè essendo tirannello oppressato da messer Malatesta da Rimini maggiore tiranno, per cui s’era messo a soldare la compagnia per liberare Fermo dall’assedio, come già è detto, rimase povero d’avere e d’aiuto, conobbesi impotente da difendersi dal nimico suo, non che dal legato, che per riavere la Marca occupata a santa Chiesa s’apparecchiava di venire a oste alla sua occupata città di Fermo, e però si pensò di riconciliar col legato e d’abbattere messer Malatesta suo nimico, e andossene in persona al legato ch’era a Fuligno, e promiseli di renderli la città di Fermo, e d’essere fedele al servigio di santa Chiesa e del legato. Il legato ebbe tanto a grado la venuta e l’offerta di Gentile, che di presente il ricevette con grande allegrezza, e per onorarlo e fargli bene, comunicatosi insieme con lui alla messa, il fece gonfaloniere di santa Chiesa, e promisegli que’ danari che volle a certo termine, dicendogli ch’era contento tenesse la rocca di Fermo infino che fosse pagato. Il legato mandò della sua gente da cavallo e da piè, e furono ricevuti da’ Fermani con grande allegrezza e festa, pensando che uscivano di pericoloso servaggio, che Gentile era bisognoso e gravavagli troppo, e non gli poteva difendere nè aiutare. E il legato pensava fare in Fermo sua frontiera al primo tempo, perocch’era vicino alle città della Marca occupate per messer Malatesta, e avendo fatto contro a lui e contro agli altri tiranni di Romagna gravi processi, pensava volere fare l’esecuzione con altro che col suono delle campane e con le candele spente, ma da’ baratti e da’ tradimenti de’ Romagnuoli e de’ Marchigiani non si potè guardare, come innanzi racconteremo.

CAP. XXXIV. Come il re di Araona ebbe la Loiera, e fece accordo col giudice.

Tornando a’ fatti di Sardegna, il re di Araona con la sua cavalleria e con l’armata delle sue galee avendo mantenuto assedio alla Loiera dal luglio al novembre, e fatto continova guerra al giudice d’Alborea con piccolo acquisto, essendo la Loiera a grande stretta, e non vedendo d’essere soccorsa, trattavano col re, e similmente il giudice d’Alborea rincrescendogli la guerra. Il re si teneva duro, e voleva maggiori cose che offerte non gli erano. In questo stante sopravvenne la sconfitta de’ Veneziani ricevuta da’ Genovesi, la novella della quale fu in segreto molto tosto a Vinegia. Il doge e ’l consiglio che questo seppono, tennono la cosa celata per modo, che i loro cittadini non poterono alcuna cosa sentire, e di presente armarono un legno sottile, e mandarono significando al re d’Araona il loro fortunoso caso, e avvisandolo che innanzi che la novella si spargesse sapesse pigliare suo vantaggio, e guardare la sua armata. Il legno portò volando la mala novella al re d’Araona, ed egli con maestrevole avviso con molta festa manifestò la novella per lo contradio, facendo assapere al giudice e agli assediati che i Veneziani aveano sconfitti i Genovesi. Per questo i Genovesi ch’erano a guardia della Loiera perderono ogni ardire, e procacciavano l’accordo, e il giudice si dichinò più che fatto non avrebbe, e il re mostrandosi di buona aria più che non solea, di presente venne alla concordia della pace, e fu fatta in questo modo: che il re avesse la Loiera andandosene sani e salvi i Genovesi e gli altri forestieri che la guardavano, e il giudice d’Alborea riconobbe ritenere tutte le terre dal detto re, e feceli il saramento, e promiseli dare ogni anno certa moneta per l’omaggio delle dette terre; e fatta la pace, e fornita la Loiera di sua gente d’arme, per lo beneficio dell’affrettata novella, e per lo savio consiglio del re, si tornò in Catalogna, con acquisto, e con pace, e con onore. Ove se la novella fosse sentita prima da’ suoi avversari, con danno e con vergogna senza nullo acquisto gli convenia partire dell’isola vituperosamente: e però si verifica qui l’antico proverbio contrario alla vile pigrizia, che dice; il buono studio vince ria fortuna.

CAP. XXXV. Come i Pisani si diliberarono di mandare all’imperatore.

Soprastando l’eletto imperadore a Mantova per volere trarre a fine la pace tra’ Lombardi, i Pisani i quali erano a quel tempo in grande e buono stato sotto il reggimento de’ Gambacorti, ch’erano i maggiori, e con loro gli Agliati e seguaci e Bergolini, i quali manteneano pace e onore co’ Fiorentini, e non ostante che fossono amici de’ guelfi, sentendo il popolo minuto tutto imperiale, per provvedersi di conservare loro stato diliberarono di mandare di loro medesimi ambasciadori con pleno mandato del detto comune al detto eletto, e nel loro segreto fu, che procacciassono d’avere promessione e fede dall’eletto, che gli conserverebbe nello stato senza far nella città mutazione degli ufici, e che non vi rimetterebbe gli usciti ribelli, e che manterrebbe al comune di Pisa la signoria di Lucca, e non la recherebbe in libertà nè ad altro stato. Gli ambasciadori con grande compagnia e molto adorni giunsono a Mantova, dov’era l’eletto imperadore, e ricevuti da lui con grande onore, e fatta la riverenza, spuosono l’ambasciata del loro comune, ove liberamente gli offersono la città e gli uomini di quella alla sua ubbidienza, pregando divotamente per bene, e per pace e buono stato del detto comune, che gli dovesse piacere di promettere per la sua fede, e appresso dell’imperiale corona le sopraddette cose utili e necessarie al buono stato di que’ cittadini, e l’eletto con grande allegrezza e festa li ricevette, e promise nella sua fede liberamente ciò che per loro era domandato. Allora gli ambasciadori gli promisono trentamila fiorini d’oro in aiuto alla spesa della sua coronazione, e altri trentamila per lo consentimento della città di Lucca, il quale consentimento non onorevole alla maestà imperiale, comprese sotto la ragione del padre suo re Giovanni, quando la città di Lucca gli fu data. Della quale promessa i grandi mercanti, e gli altri usciti di Lucca, che si pensavano tornare in libertà per la venuta dell’imperadore, si tennono mal contenti: e così fu fatta la concordia dall’eletto imperadore a’ Pisani, della quale i cittadini feciono in Pisa per molti giorni singulare e grande festa, ignoranti del futuro avvenimento della loro ruina.

CAP. XXXVI. Rottura della pace del re di Francia e d’Inghilterra.

Essendo per lungo tempo trattato per lo cardinale di Bologna e per altri prelati di volere fare accordo tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, e sotto questa speranza più volte prolungate le triegue tra l’uno re e l’altro; e non potendo trarlo a fine, provvidono di comune consiglio quelli che menavano il trattato, che abboccandosi i due re insieme nella presenza del papa, o i loro più confidenti baroni, che pace ne dovesse seguire; e per seguire questo consiglio il re di Francia vi mandò il duca di Borbona suo consorto, e il conestabile di Francia: e il re d’Inghilterra vi mandò il duca di Lancastro suo cugino, e il vescovo di Vervic, e catuno giunse a corte del mese di dicembre: e abboccatisi insieme per più riprese nella presenza del papa, tanto volea catuno mantenere l’onore del titolo del suo signore, che mezzo non seppono trovare di recarli in pace. Il papa, o per soperchia arroganza che trovasse in loro, o per poco ardire ch’avesse di sforzare gli animi de’ signori, non vi s’interpose come avrebbe potuto la sua autorità, con la quale poteva catuno sostenere con suo onore, e trovare mezzo di recarli a concordia e pace; nol fece, che forse non erano ancora puniti i peccati de’ Franceschi: e però del mese di gennaio del detto anno, catuna parte in discordia con poco onore del santo padre e de’ suoi cardinali si tornò al suo signore.

CAP. XXXVII. Come un gatto uccise un fanciullo in Firenze.

Avvegnachè assai paia cosa strana e non degna di memoria quello che seguita, perocchè fu inaudito caso, non l’abbiamo saputo tacere. In Firenze era da san Gregorio un lasagnaio con una sua moglie, aveano un piccolo loro fanciullo di tre mesi, e avendolo la madre governato e rimessolo nella culla al modo usato, una gatta accresciuta e nutricata in quella casa se n’andò al fanciullo, e cominciolli a rodere la testa, e trassegli gli occhi e manicosseli, e poi rodendo la testa se n’andò fino al cervello; e avendo lungamente pianto il fanciullo, il padre e la madre soccorsono tardi, non pensando che cotale caso fosse, e trovarono il fanciullo storpiato, e la gatta sopr’esso ancora vivo, ma incontanente morì; e sparata la maladetta gatta le trovarono gli occhi del fanciullo in corpo. Questa è quasi cosa incredibile, ma per esperienza del vero di questo fatto si dee alle donne e alle balie accrescere sollecitudine e accrescimento di buona guardia a’ piccoli fanciulli. Avvenne questo inopinato caso a dì 6 di dicembre 1354.

CAP. XXXVIII. Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano.

Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti per l’eletto imperadore e la sua venuta a Mantova, al presente ci strigne il tempo a venire dimostrando i cominciamenti in fatti delle sue proprie operazioni. Costui secondo il suo supremo titolo, conoscendo se medesimo e il suo piccolo podere, e abbattendo nell’animo suo ogni elezione, provvide che per astuta e dissimulata suggezione gli convenia procedere per venire all’ottato fine della sua coronazione, e per questo in fatto prese abito, forma, e operazione umile, e sommissione incredibile all’imperiale nome in fondamento de’ suoi principii: e venuto a Mantova senz’arme, e fattosi trattatore della pace da’ signori di Milano a’ legati lombardi, avendo seguito il fatto dall’entrata di novembre al Natale senza frutto, essendo montata la superbia de’ Genovesi e de’ loro signori, per la vittoria avuta in mare sopra i Veneziani, per la quale mutando in prima i patti li voleano più larghi per loro in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi non acconsentivano, l’imperadore, ch’avea l’animo più a’ suo’ fatti propri, si doleva di perdere il tempo invano, e conoscendo la potenza de’ Visconti di Milano maggiore che della lega, e non vedendosi da’ comuni di Toscana fuori che da’ Pisani dimostramento d’alcuno favore, comprese che a’ collegati non faceva utile, e a se faceva impedimento grande per la coronazione della corona del ferro, ch’era nella potenza de’ signori di Milano, e però non dimostrando d’abbandonare il trattato, ma di volerlo conducere a fine di pace, facea fare triegua tra’ Lombardi fino al maggio prossimo vegnente; e fatta la triegua, incontanente trattò per se accordo co’ signori di Milano, sottomettendo la sua persona, e ’l suo onore, e la dignità imperiale oltre al debito modo nell’arbitrio e potenza de’ tiranni, prendendo confidenza di quelli, o da purità di mente, o da matto consiglio, non però di certo e di chiaro giudicio; e il patto fu, che li darebbono abilità d’avere sotto le loro braccia la corona a Moncia, ed egli senza entrare in Milano gli lascerebbe suoi vicari in tutta la loro giurisdizione; ed egli avuta promissione da loro, che alla sua coronazione a Roma gli donerebbono per aiuto alle spese fiorini cinquantamila d’oro, senza alcuna gente d’arme come privato uomo si sottomise nella loro signoria, vincendo gli animi fieri e l’usata fallacia tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani liberamente, come appresso diviseremo.

CAP. XXXIX. Come l’imperadore andò a Moncia per la corona del ferro.

L’eletto imperadore avendo fatto la sua concordia co’ signori di Milano, più della pace de’ Lombardi non si travagliò, ma di presente fatta la festa della natività di Cristo a Mantova, si mise a cammino verso Milano con meno di trecento cavalieri, i più senz’arme, e i signori di Milano ordinarono, che per tutto loro distretto all’eletto e alla sua compagnia fosse apparecchiato per loro e per li loro cavalli ogni cosa da vivere senza torre alcuno danaio: e giugnendo a Lodi, messer Galeazzo gli venne incontro con millecinquecento cavalieri armati, e giunto a lui, gli fece la reverenza, e accompagnollo fino dentro alla città di Lodi, e ivi il collocò onoratamente nelle case de’ signori, facendo nondimeno serrare le porti della città, e guardarla dì e notte colla gente armata. E albergato in Lodi una notte, la mattina appresso mosso il re de’ Romani, messer Galeazzo colla sua gente armata l’accompagnò, avendo ordinata la desinea alla grande badia di Chiaravalle: e appressandosi a Chiaravalle, messer Bernabò con molti cavalieri armati gli si fece incontro, e fattagli la reverenza, gli presentò da parte de’ fratelli e cavalli e palafreni covertati di velluto, e di scarlatto e di drappi di seta, guerniti di ricchi paramenti di selle e di freni: e fattogli alla badia nobile desinare, messer Bernabò il richiese da parte de’ suoi fratelli e da sua che gli dovesse piacere d’entrare nella città di Milano; l’eletto rispose, che per niuno modo intendea venire contro a quello che promesso avea loro; messer Bernabò gli disse, che questo gli fu domandato pensando che la gente della lega il dovesse accompagnare, ma per la sua persona non era fatto: e tanto il costrinsono, ed egli e messer Galeazzo, liberandolo per loro e per messer Maffiolo dalla promessa, che con loro n’andò in Milano; e entrato nella città, fu ricevuto con maggior tumulto che festa, non potendo quasi vedere altro che cavalieri e masnadieri armati: e i suoni delle trombe, e trombette, e nacchere, e cornamuse, e tamburi erano tanti, che non si sarebbono potuti udire grandi tuoni; e come fu in Milano, così furono le porti serrate, e così rinchiuso il condussono a’ palazzi della loro abitazione, e assegnateli sale e camere fornite nobilissimamente di letta e di ricchi apparecchiamenti, messer Maffiolo e gli altri fratelli da capo andarono a fargli la reverenza, dicendogli con belle parole come tutto ciò che possedevano riconoscevano avere dal santo imperio, e al suo servigio intendevano di tenerlo. Il dì appresso feciono fare generale mostra di tutta la gente d’arme a cavallo e a piè ch’aveano accolta in Milano, e oltre a ciò feciono armare quanti cittadini ebbono che montare potessono a cavallo, tutti sforzati di coverte e d’altri paramenti e d’avvistate sopravveste, e feciono stare l’imperadore alle finestre sopra la piazza a vedere; e passando con gran tumulto di stromenti, feciono intendere all’eletto ch’erano seimila cavalieri e diecimila pedoni di soldo: e passata la mostra, dissono: signore nostro, questi cavalieri e masnadieri, e le nostre persone, sono al vostro servigio e a’ vostri comandamenti; dicendo che oltre a questi aveano fornite tutte le loro città terre e castella di cavalieri e di masnadieri per la guardia di quelle. E così magnificarono la gran potenza del loro stato nell’imperiale presenza, tenendo il dì e la notte le porte serrate e la gente armata per la città, non senza sospetto e temenza dell’eletto imperadore, il quale vedendosi in tanta noia di sollecita guardia, fu ora che innanzi vorrebbe essere stato altrove con minore onore, e in tutto fu in servaggio l’animo imperiale alla volontà de’ tiranni, e l’aquila sottoposta alla vipera, verificandosi la pronosticazione detta per previsione d’astrologia, negli anni Domini 1351, per messer frate Ugo vescovo di...... grande astrologo al suo tempo, il quale predisse il cadimento del prefetto da Vico, e la soggezione futura dell’aquila imperiale in questi versi:

Aquila flava ruet post parum vipera fortis.

Moenia subintrat Lombardi prima sophiae

Anno quadrato minori decimonono.

Aquila succumbet pro stupri crimine foedo

Nigra revolabit sublimi cardine Romam.

ma egli come savio comportò con chiara e allegra faccia la sua cortese prigione; e con molta liberalità vinse quello che acquistare non avrebbe potuto per forza. Dopo alquanti dì, come a’ signori tiranni piacque, il condussono con la loro gente armata a Moncia, e ivi il dì della santa Epifania, a dì 6 del mese di gennaio di detto anno, fu coronato della seconda corona del ferro, con quella solennità e festa che i signori Visconti li vollono fare; e tornato a Milano sotto continova guardia, fattivi certi cavalieri, ed egli per tornare in libertà sollecitando la sua partita, fu accompagnato di terra in terra dalle masnade armate de’ signori, facendo serrare la città e castella dov’entrava, e il dì e la notte tenerle in continova guardia: ed egli avacciando il suo cammino, non come imperadore, ma come mercatante ch’andasse in fretta alla fiera, si fece conducere fuori del distretto de’ tiranni: e ivi rimaso libero della loro guardia, con quattrocento compagni, i più a ronzini senz’arme, si dirizzò alla città di Pisa per esservi prima che non avea loro promesso, e così li venne fatto.

CAP. XL. Come il conte di Lando venne di Lombardia in Romagna con la gran compagnia.

In questi dì all’entrata di gennaio, il conte di Lando capitano del residuo della gran compagnia, avendo un dì lungamente parlamentato a solo coll’eletto imperadore, con duemilacinquecento barbute se ne venne a Ravenna, e con lui due fratelli della bella contessa, che l’anno del generale perdono andando a Roma capitò in Ravenna, e ritenuta dal tiranno per conducerla o per amore o per forza a consentire alla sua sfrenata libidine, la valente donna vedendo non potere mantenere la sua castità contro alla forza dello scellerato tiranno se non per via di morte, trovò il modo di finire sua vita innanzi che volesse corrompere la sua castità; questi cavalieri credendosi potere vendicare dell’onta della loro sirocchia contro al tiranno, s’accostarono con la compagnia, e furono singolare cagione di menarla in sul Ravennese, ove stette lungamente ardendo, e predando, e guastando il paese; e dopo la detta stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura della città il conte, gli domandò trentamila fiorini d’oro se volea si partissono di suo terreno, e avendo il tiranno bargagnato, s’era recato il conte a dodicimila fiorini d’oro. Allora disse il tiranno, che gli darebbe i detti danari, se ’l conte il volesse sicurare di non partirsi con la compagnia per spazio d’un anno continovo del contado di Ravenna: e a’ suoi cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro possessioni, tenendoli in speranza di pagare loro la restituzione del danno; onde il conte e la sua compagnia frustrata del loro intendimento si partì di là, e andossene nella Marca. Lasceremo ora de’ fatti della gran compagnia, e torneremo alle cose che per l’avvenimento dell’imperadore occorsono in Toscana.

CAP. XLI. Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore a Pisa si provvidono.

Sentendo i Fiorentini l’avvenimento dell’eletto imperadore a Pisa, non avendo alcuna cosa provveduto dinanzi quando era a Mantova, ove ciò che avessono voluto da lui avrebbono di suo buon grado impetrato, stavano in consiglio se dovessono ubbidire o contradiare: ed essendone la città tutta in vari e indeterminati consigli, presono di fare dodici uficiali ch’andassono per tutto il contado con ordinata balìa, di fare riducere tutta la vittuaglia nelle terre murate e nelle castella forti, e ogni altra cosa di valuta, e diedono voce di volere prendere difesa, e non con accettare l’imperadore, per non sottomettere la franchigia del comune ad alcuna signoria; e quanto che in fatto questa provvigione avesse poco effetto, pure fu utilmente provveduto, per non mostrare viltà o paura, e per dare intendere all’eletto imperadore e al suo consiglio che il comune di Firenze s’apparecchiava alla sua difesa; e nondimeno elessono sei cittadini per mandarli a lui come fosse riposato in Pisa, per trattare accordo con lui, se rimanendo in libertà il potessono trovare. E questo fu ordinato e fatto in Firenze a dì 11 di gennaio del detto anno.

CAP. XLII. Come il legato prese Recanati.

In questo mese di gennaio, il legato del papa avendo la città di Fermo, e seguitando suo processo contro a messer Malatesta da Rimini per le città ch’egli occupava a santa Chiesa, nondimeno come signore avvisato e pratico ne’ fatti della guerra, non stava solo a’ processi nè al suono delle campane, anzi cercava trattati, e co’ suoi cavalieri sollecitava gli avversari di continova guerra: e in questi dì per trattato mise la sua cavalleria in Recanati, e racquistò la città alla Chiesa di Roma; e in quella, perch’era povera d’abitanti, mise gente assai a cavallo e a piè per far guerra a messer Malatesta, e per guardare la città più sicuramente.

CAP. XLIII. Come il capitano di Forlì venne in Firenze.

Quello che al presente ci muove non è per lo fatto della propria persona degno di memoria, ma all’indiscreto movimento de’ rettori di Firenze a quel tempo, non senza ammirazione ci muove a ricordare come nel nostro contado venne messer Luigi marito della reina Giovanna figliuola del re Ruberto, ed egli figliuolo del prenze di Taranto fratello carnale del detto re Ruberto, stati sempre protettori del nostro comune, e il detto prenze capitano e conducitore delle nostre osti, avendo il loro reale sangue e la vita, nelle persone di messer Carlo loro fratello e di messer Piero figliuolo del detto re, sparto nelle nostre guerre, non dimenticata la memoria di cotanti servigi, gli fu vietato non tanto il venire nella nostra città senz’arme e senza compagnia di gente d’arme, ma lo stare nel nostro contado gli fu vietato; e i fratelli carnali e’ cugini tornando di prigione d’Ungheria, e domandando di volere fare loro diritto cammino per la nostra città, e per lo nostro contado a tornare nel Regno, fu loro vietato e contradetto il passo, ove si doveva con singulare festa e onore fargli ricevere e accompagnare: ma tanto fu il podere d’alquanti cittadini che allora governavano il comune, fortificandosi con non giusti nè veri sospetti, che contro al piacere degli altri cittadini ebbono podere di così fare. Il capitano di Forlì antico tiranno, sempre stato nemico di santa Chiesa e del nostro comune, caporale in Romagna di parte ghibellina, scomunicato e dannato da santa Chiesa, volendo andare a Pisa all’imperadore con grande compagnia di gente d’arme, fu nella nostra città ricevuto con disordinato e sobrabbondante onore, e convitato da’ signori e da altri cittadini stette in festa alcuni dì di suo soggiorno: poi volendo essere nella presenza dell’eletto imperadore a Pisa, non gli fu conceduto eziandio entrare in quella città, perch’era in indegnazione di santa Chiesa. Non è l’onore alcuna volta fatto al nemico da biasimare, ma molto pare cosa detestabile in luogo del debito onore a fidatissimi amici imporre sospetto e fare vergogna; alla matta ignoranza del vario reggimento della nostra città fu lecito di così fare a questa volta.

CAP. XLIV. Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa.

L’eletto imperadore diliberato delle mani de’ tiranni di Milano, avendo in sua compagnia il fratello naturale patriarca d’Aquilea, giunse alla città di Pisa domenica a dì 18 di gennaio, gli anni Domini 1354 dalla sua incarnazione, in su l’ora della nona. Ed essendo i Pisani provveduti a fargli onore, gli andarono incontro con la processione del loro arcivescovo e di tutto il chericato, e con allegra festa i giovani vestiti a compagnie di nuove assise andavano armeggiando, e i rettori del comune con gli altri più maturi cittadini, e co’ soldati senz’arme gli si feciono incontro fuori della terra facendogli somma riverenza, e così tutto l’altro popolo a piè pieno d’allegrezza gli si fece incontro; e addestrato da’ loro cavalieri con ricco palio sopra capo, gridando il popolo viva l’imperadore, il condussono nella città. L’imperadore, vestito molto onestamente d’uno paonazzo bruno senza alcuno ornamento d’oro, o d’argento o di pietre preziose, andava con molta umilità salutando i grandi e’ piccoli, pigliando gli animi di molti forestieri che l’erano a vedere col suo benigno aspetto e umile portamento, e condotto alla chiesa cattedrale, reverentemente inginocchiato all’altare fece sue orazioni; e rimontato a cavallo, con grande allegrezza e festa fu condotto a’ nobili abituri de’ Gambacorti, ov’era il famoso giardino, e apparecchiato da’ detti Gambacorti le camere e le letta di nobilissimi adornamenti, e apparecchiate le vivande per la cena, e gli ostieri attorno per tutta la sua compagnia, fu con somma letizia consumata la prima giornata, verificandosi l’antico proverbio, che dice: gli stremi dell’allegrezza occupa il pianto, come seguendo appresso in questo processo dell’imperadore si potrà trovare.

CAP. XLV. Come l’imperadore bandì parlamento in Pisa, e quello n’avvenne.

Lunedì vegnente a dì 19 di gennaio, volendo l’imperadore fare ragunare i cittadini a parlamento per ricevere il saramento della loro ubbidienza, mandò il bando da sua parte che tutti si ragunassono al duomo per la detta cagione, ed egli s’apparecchiò d’andare là. Il popolo mosso per lo bando si ragunava al duomo. Erano in questo tempo in Pisa due sette, l’una reggea lo stato del comune, della quale i Gambacorti e Cecco Agliati erano caporali, e costoro erano chiamati Bergolini, l’altra si chiamava la setta de’ Matraversi, e non erano confidenti al reggimento del comune, ed essendo venuto di Lombardia appresso all’eletto imperadore uno Paffetta della casa de’ Conti, il quale era de’ caporali della setta de’ Matraversi, costui con certi altri di quella setta disposti a rimuovere il reggimento della città, il quale l’eletto imperadore aveva a Mantova promesso di conservare e di mantenere, essendo egli già mosso per andare al parlamento, e valicato il ponte alla Spina, cominciato fu con gran romore per li Matraversi a dire, viva l’imperadore e la libertà, e muoia il conservadore. Udendosi nel romore la novità del conservadore, i grandi e’ piccoli cominciarono a sospettare per tema, e altri per mala industria, cominciò il popolo a correre all’arme. L’eletto sentendo questa novità, incontanente diede la volta, e avendo seco Franceschino Gambacorti, il quale era sindaco del comune a fargli il saramento, e con lui i soldati del comune, se ne venne al palagio degli anziani, e di là mandò bandi per la terra, e fece a’ cittadini porre giù l’arme, e racchetare il popolo; e lasciati i soldati del comune alcuna parte armati in segno di guardia, in quel giorno non si fece altra novità, e prolungossi il saramento che fare si dovea all’eletto imperadore.

CAP. XLVI. Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò l’imperio.

Del detto mese di gennaio, un’altro giovane Calogianni Paleologo imperadore di Costantinopoli, essendo, come addietro è narrato, dal suo suocero Mega Domestico balio dell’imperio per lui cacciato di quello, ed usurpato a se la signoria del detto imperio, aveva lui lungamente tenuto in esilio nel reame di Salonicco: il quale giovane imperadore avendo tenuto lungo trattato con certi de’ suoi baroni, i quali gli dicevano che procurasse di comparire a Costantinopoli, ed essendovi l’ubbidirebbono, costui povero d’avere e di gente, non trovando altro aiuto, si fece ad amico un gentile uomo di Genova ch’era ricco in quel paese, il quale co’ suoi danari e con l’industria della sua persona segretamente il condusse in Costantinopoli; ed essendo nella città, fu manifestato a’ baroni con cui era in trattato, i quali di presente gli feciono braccio forte, e sommossono il popolo, che il desiderava come loro diritto imperadore; e presa l’arme, combattendo il castello della signoria, Mega Domestico usurpatore dell’imperio, male provveduto di questo caso, come Iddio volle si fuggì di Costantinopoli, e il giovane a cui si dovea l’imperio di ragione rimase imperadore, e il suocero per paura si rendè calogo cioè eremita. E stando in quello stato da non prender guardia di lui, trattava col figliuolo e co’ suoi amici d’abbattere l’imperadore, e scoperto il trattato si fuggì, e cambiato abito, accolse gente, e cominciò a guerreggiare in alcuna parte l’imperio, con lieve aiuto di sbanditi e di ribelli. L’imperadore per rimunerare il servigio ricevuto dal Genovese, ch’aveva nome messer ... li diede l’isola di Metelino, e la sirocchia per moglie, ed ebbelo continovo al suo consiglio.

CAP. XLVII. Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore.

Tornando alla materia de’ Pisani, il martedì a dì 20 di gennaio del detto anno si ragunarono in Pisa col Paffetta assai della setta de’ Matraversi, e con loro gran parte d’un’altra nuova setta che si diceano i Malcontenti, e in compagnia s’appresentarono dinanzi all’eletto imperadore, e con grande istanza il richiesono e pregarono, che per bene e contentamento del comune dovesse prendere a se il saramento de’ loro soldati, che i cittadini erano malcontenti che i suoi soldati fossono all’ubbidienza di due privati cittadini, ciò era Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati: e Cecco Agliati per alcuna invidia presa, vedendo che a’ bisogni i soldati andavano più a Franceschino che a lui, sentendo questo movimento andò all’imperadore, e disse, che dicevano bene, e che per se era contento che così si facesse. L’eletto imperadore vedendo che il movimento di costoro s’accostava alla sua volontà, quanto che ciò fosse contro a’ patti promessi, sott’ombra di volere racquetare la contenzione del comune, e levare materia agli scandali già mossi, andò al palagio degli anziani, e ivi fatti ragunare i soldati del comune a cavallo e a piè, prese il saramento da loro, e cominciò a venir meno allo stato che reggeva della sua promessa, e a dare baldanza a’ suoi avversari; ma per non dimostrare che così tosto avesse loro rotti i patti, argomentò, e fecene capitani Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati alla sua volontà. La cosa era già condotta in termini che dire non s’osava contro a cosa che facesse, nè ricordare i patti promessi, ma catuno dimostrava essere contento a ciò che facesse per accattare la sua benivolenza.

CAP. XLVIII. Come procedettono i fatti in Pisa.

Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più: e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto, senza deliberazione di comune consentimento.

CAP. XLIX. Come gli ambasciadori del comune di Firenze andaro all’imperadore.

Il comune di Firenze avendo lungamente praticato con quello di Siena e di Perugia per la comune libertà del reggimento delle dette città, e trovato che i Perugini si poteano diliberare dalla suggezione dell’imperio, sotto titolo d’essere uomini di santa Chiesa, nondimeno di loro consiglio s’unirono insieme co’ Sanesi a dovere seguitare uno sì e uno nò nel cospetto dell’imperadore a mantenere loro stato e la franchigia de’ loro comuni; e avendo presa questa concordia, i Fiorentini ch’aveano eletti sei cittadini d’autorità a questo servigio, gl’informarono della volontà del loro comune, dicendo, che i Sanesi seguirebbono quello medesimo, secondo la promessa ch’aveano dall’ordine de’ nove, che governava e reggeva quello comune; ed avendo i capitoli scritti della loro commissione, a dì 22 di gennaio si partirono di Firenze vestiti d’un’assisa tutti di doppi vestimenti, l’uno di fine scarlatto, l’altro di fine mescolato di borsella, con ricchi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per uno tutti vestiti d’un’assisa, e nel cammino attesono più giorni gli ambasciadori perugini e’ sanesi per comparire tutti insieme nella presenza dell’imperadore, come ordinato era, sperando dovere impetrare ogni loro domanda con la benevolenza del signore, ove i Sanesi tenessono la fede promessa a’ Fiorentini e a’ Perugini, la qual cosa venne mancata per la corrotta intenzione de’ Sanesi, come poco appresso racconteremo.

CAP. L. Di novità stata in Montepulciano.

Mercoledì notte a dì 21 di gennaio, messer Niccolò de’ Cavalieri uscito di Montepulciano, avendo trattato co’ suoi amici ch’erano nel castello, accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essendogli aperta una porta, entrò nel castello; i Sanesi ch’aveano la rocca e la guardia di Montepulciano, sentendo messer Niccolò e la sua gente entrati dentro, francamente con certi terrazzani che non erano nel trattato abbarrarono la terra, e intendevano alla difesa, ma poco sarebbe loro valuto, se non che per caso avvenne, che per altra cagione in Montefollonico ivi vicino erano venute masnade di Sanesi, i quali sentendo lo stormo di Montepulciano di presente furono là al soccorso de’ loro; e aiutato sostenere la battaglia e difendere la terra infino al vespero, vedendo messer Niccolò e i terrazzani ch’erano con lui che non poteano rompere gli avversari, e che il giorno declinava verso la notte, temette che nel soprastare maggior gente de’ Sanesi non li sorprendesse, presono partito d’ardere la terra, e andarsene: e mettendo prima catuno fuoco nella sua casa, e appresso nell’altre, e affocato ogni cosa, abbandonarono la terra: e intrigati que’ d’entro a riparare al fuoco non li poterono seguire, e però si ricolsono a salvamento; e per l’abbondanza del fuoco messo in molte parti, senza potersi riparare arse dalla rocca del sasso in giù tutta quanta, con gran danno de’ terrazzani.

CAP. LI. Come le sette di Pisa si pacificarono insieme.

A’ 23 di gennaio 1354, avendo l’imperadore recato a se la guardia e la libera signoria di Pisa, e messi i Tedeschi in luogo de’ cittadini alla guardia, e già cominciando a prendere per loro, e volere per loro alberghi le case de’ buoni cittadini di Pisa e le loro masserizie, per paura di peggio catuna setta si ragunò a casa degli anziani: e vedendosi insieme, catuno dicea, che per le loro discordie e disordinati movimenti l’imperadore avea presa la guardia e la signoria di Pisa contro a’ patti, e senza la deliberazione del comune, e dimostrarono in quello consiglio quanto male poteva seguire alla patria per le loro discordie; e ivi gli animi avvelenati da catuna parte cominciarono a dissimulare, e mostrare di volere tra loro concordia, e gli anziani in quello stante elessono dodici cittadini di catuna parte, i quali ragunati insieme, senza contasto terminarono che ogni dissensione tornasse a unità e concordia. E avuto consiglio con molti cittadini, feciono fare pace a coloro ch’aveano briga insieme, e quelli che discordavano per cagione di sette si mostrarono a quella volta d’uno volere, e di concordia elessono ventiquattro, dodici di catuna parte, che riformassono la terra degli ufici e’ reggimenti a volontà dell’imperadore; e così ferma la concordia fra loro andarono insieme all’imperadore, il quale avea già cassi i soldati borgognoni e italiani del comune di Pisa, e in loro luoghi condotti de’ suoi tedeschi, e fattili giurare a se. Venuti i Pisani nella presenza dell’imperadore, con belle e savie parole li feciono intendere la loro pace e la loro concordia. L’imperadore, nonostante quello ch’avea inteso da’ dicitori, fece domandare il popolo se così era di loro volere, e tutti gridando risposono di sì; allora l’imperadore scusò se, dicendo, che quello ch’avea fatto non era stato di suo movimento nè per sua volontà, ma le discordie e i romori mossi e fatti nel suo cospetto l’aveano fatto temere del suo onore e del pericolo della città, e però avea presa la guardia; ora molto allegro della loro pace e concordia restituiva la guardia della città al comune e gli ufici a’ cittadini; e di presente colla sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riformare la terra, pregando e comandando loro che facessono buona e comune elezione agli ufici de’ loro cittadini, sicchè alcuno non si potesse con ragione rammaricare: ma le chiavi delle porte della città non volle però rendere agli anziani. E chi bene riguarderà questo processo, troverà per astuto ingegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano, e forse darà fede a una fama che corse, che tutto ciò ch’è avvenuto fosse ordinato con l’imperadore per lo Paffetta capo de’ Matraversi fino in Lombardia.

CAP. LII. Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo.

Tornando nella fontana de’ tradimenti nella Romagna e nella Marca, ci occorre Gentile da Mogliano, il quale per dare più certa fede de’ suoi futuri tradimenti, s’era comunicato col cardinale all’altare del corpo di Cristo quando rendè la città di Fermo a santa Chiesa, e fu fatto gonfaloniere per lo detto legato contra i nemici di santa Chiesa di Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a messer Malatesta da Rimini ch’era suo nemico capitale, e mandò il legato, com’era in convegna con Gentile, gente d’arme a cavallo e a piè per ricevere la tenuta della rocca e fornirla, e mandò per loro contanti fiorini d’oro ottomila per dare a Gentile, come gli avea promessi quando consegnasse la rocca. In questi medesimi dì, innanzi che le cose avessono il suo effetto, messer Malatesta s’avvisò non potere resistere contro al legato avendo seco Gentile da Mogliano e la città di Fermo; e ’l capitano di Forlì, quanto che fosse nemico di messer Malatesta, s’accorse, che acquistando la Chiesa sopra messer Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui, e però incontanente fece sapere a messer Malatesta, che volea dimenticare l’ingiurie ricevute, ed essere suo amico, e senza attendere risposta, con molta confidanza se n’andò a lui, il quale veggendo la liberalità del capitano il ricevette amichevolemente; e ragionando insieme, conobbono il pericolo del loro stato, e che rimedio non avea se non della loro concordia e di Gentile da Mugliano: e presa fede da messer Malatesta che farebbe pace con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo, di presente mandò messer Lodovico suo figliuolo cognato di Gentile a ordinare che tradisse il legato e santa Chiesa: e perocchè la natura di que’ tiranni è molto conforme a’ tradimenti, con poca fatica recò Gentile al fatto; e udita la promessa di messer Malatesta, e vedendosi acconcio a potere tradire, tutto l’onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli che gli si apparecchiavano, e ’l saramento prestato nella comunione a santa Chiesa mise per niente, e fu tanto sfacciato, ch’essendo già venute in Fermo le some de’ soldati del legato con parte della gente, fece cercare se i danari vi fossono che il legato mandava per la rocca, e per avventura erano ancora fuori della terra; e temendo de’ cittadini, che volentieri erano usciti della sua tirannia, mostrando di volere fare ciò ch’avea promesso, occultamente racchiuse nella rocca messer Lodovico con dugento cavalieri, e del mese di gennaio, essendo molti cittadini fuori della terra a una certa festa, scesono improvviso della rocca nella città gridando, viva Gentile da Mogliano, e muoia la parte della Chiesa, e corsono a serrare le porti, e i soldati che dentro v’erano per la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato uscita di Fermo, e l’altra ch’era fuori, temendo per lo subito e non pensato tradimento, si ricolsono a Recanati: e fornito Gentile il suo tradimento, e fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto di Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a santa Chiesa si collegarono insieme contro al legato, ma egli con grande animo per questo non si smagò, ma prese cuore d’abbatterli, come infine fatto gli venne.

CAP. LIII. Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti dall’imperadore.

A dì 29 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze, in compagnia con gli ambasciadori di Siena, entrarono in Pisa, e andarono a fare la riverenza all’imperadore, e con loro furono ancora gli ambasciadori del comune d’Arezzo: (quelli del comune di Perugia, perocchè si voleano appresentare come uomini di santa Chiesa, non vollono andare con loro): e come giunsono all’imperadore, trovarono accolti con lui tutti i suoi baroni, ed entrando gli ambasciadori de detti comuni, i baroni avvallarono i cappucci, e l’imperadore e’ suoi li ricevettono con molta festa e allegrezza: e volendo baciare i piedi all’imperadore, nol sofferse: e ricevuta la riverenza da tutti, con singolare dimostramento d’amore prese per mano degli ambasciadori di Firenze, e feceseli tutti sedere allato, e tale fu ch’egli abbracciò e baciò in bocca per mostrare che contro a lui non avesse preso sdegno, sapendo ch’altra volta tornato a Firenze dalla Magna avea sparlato contro a lui; e festeggiando con tutti allegramente, domandarono giornata per sporre la loro ambasciata, e fu data loro per lo seguente giorno.

CAP. LIV. Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini.

L’altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli ambasciadori del comune di Firenze vestiti di scarlatto foderato di vaio con adorni paramenti, con gli ambasciadori de’ Sanesi insieme, ch’erano de’ maggiori cittadini di quella città, s’appresentarono alla presenza dell’imperadore e del suo consiglio: e avendo voluto i Fiorentini che con loro insieme fossono gli ambasciadori d’Arezzo, i Sanesi ch’avevano la mente corrotta contro a’ Fiorentini nol vollono acconsentire, perchè i Fiorentini a quel parlamento non avessono chi li seguisse. E cominciando gli ambasciadori fiorentini a sporre l’ambasciata com’era loro imposto, per dimostrare più franchezza del loro comune, usarono parole di debita reverenza alla maestà imperiale, dicendo santa corona, e poi conseguendo serenissimo principe, senza ricordarlo imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di suggezione, domandando che il comune di Firenze volea, essendogli ubbidiente, le cotali e cotali franchigie per mantenere il suo popolo nell’usata libertà, e avendo tutto detto come fu loro commesso, conchiusono la loro reverenza con poco onore della maestà imperiale, della qual cosa seguitò poco onore a’ rettori di Firenze da cui mosse quello consiglio. Di questo nacque tra i baroni e’ consiglieri dell’imperadore, e massimamente tra coloro che per animo di parte erano contradi al comune di Firenze, sdegno e baldanza di parlare contro al nostro comune, e se l’imperadore, e il patriarca, e il vececancelliere non avessono avuta più temperanza che gli altri del consiglio, i fatti con la consequenza de’ Sanesi, che in quello consiglio ingannarono il comune di Firenze, andavano a rovescio con molto sdegno da catuna parte, ma il savio signore con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato portava a non rimanere in concordia col comune di Firenze, e però sostenne, magnificando quel comune, e mostrando verso quello volere fare quanto onestamente potesse fare, non guardando troppo all’onore imperiale: e ordinò di tornare con più diligenza altra volta a trattare co’ detti ambasciadori, e il suo consiglio ripremette d’ogni oltraggioso parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambasciadori sanesi, ch’aveano altro in cuore che non aveano promesso a’ Fiorentini, lieti della poca riverenza fatta all’imperadore per gli ambasciadori fiorentini, parendo loro venuto il tempo che i loro rettori con coperta malavoglienza lungamente aveano aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello che in fede aveano promesso al nostro comune, cominciarono a sporre innanzi all’imperadore, e al suo consiglio, e agli ambasciadori del comune di Firenze la loro ambasciata, magnificando con ornato sermone la serenità della maestà imperiale, chiamandolo loro signore, e senza alcuno patto offersono quello comune liberamente alla sua signoria, con le più magnifiche lode che pronunziare si possono, e con le più libere offerte, pensando di questo rimanere esaltati e grandi, e aver messo in fondo il comune di Firenze. Onde l’imperadore graziosamente e con lieto volto ricevette e accettò l’offerte di quello comune, e gli ambasciadori commendò molto del loro onorevole parlare, in onesta riprensione di coloro che con meno reverenza aveano parlato all’imperiale maestà. Ma perocchè l’intenzione dell’ordine de’ nove di Siena infino a quello punto era stata occulta a molti grandi cittadini di Siena e al comune di Firenze, cominciata a palesare ne’ fatti, ebbe ravvolgimenti, e seguironne cose assai notevoli, come al suo tempo innanzi racconteremo: ricordando qui, che come a Dio piacque, l’ordine de’ nove, che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e disfatto, e il comune di Firenze n’è esaltato in maggiore e migliore stato.

CAP. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini.

Avvegnachè quello che seguita non sia cosa notevole, concedesi al nostro trattato per ammaestramento delle cose a venire. I rettori del comune di Firenze sentendo passato in Italia l’imperadore e coronato a Moncia, per loro non si fe’ alcuna provvisione in utilità o beneficio del nostro comune; stando egli lungamente a Mantova nel lieve stato che v’era, se il nostro comune v’avesse mandato a dargli conforto, ciò che avessono voluto avrebbono di grazia impetrato da lui, ove poi con pericolo e con gran costo s’accordarono con lui, come seguendo si potrà trovare. E ancora lasciarono per matta ignoranza a provvedere d’arrecare alla loro volontà e disposizione tutte le città e castella e terre vicine, le quali lievemente con alquanta provvedenza arebbono recato a dire e a fare quello che il comune di Firenze avesse voluto, ove in sul fatto catuna terra e castello senza richiesta del comune di Firenze prese suo vantaggio, non senza pericolo del nostro comune; la diligenza e la sollecitudine de’ nostri rettori fu abbandonata al corso della fortuna, come per antico vizio degli uomini del nostro comune è consueto, perocchè non è chi si curi di patrocinare lo stato e la provvedenza del nostro comune: e i rettori, c’hanno poco a fare all’uficio, intendono più alle loro private cose che a’ beneficii del comune, e però più lo conduce fortuna che provvedimento, ma molto l’aiuta Iddio, e gli ordini dati alla grande massa del comune per i nostri antichi maggiori. E in questo tempo per questa cagione avvenne, che i Sanesi non si curarono di rompere in sul fatto la fede a’ Fiorentini: e i Volterrani, sentendo l’offerte fatte pe’ Sanesi, anch’eglino si diedono liberamente all’imperadore contro al volere de’ Fiorentini; e i Pistoiesi contro al volere de’ Fiorentini, e senza con loro conferirne vi mandarono ambasciadori per darlisi: ma sentendo che il comune di Firenze si turbava contro a loro, si rattennono della libera profferta, e soprastettono più per paura che per amore: e’ Samminiatesi cominciarono segretamente, coprendosi a’ Fiorentini, di darsi liberamente all’imperadore, e trovando tra loro concordia, prima l’ebbono fatto ch’e’ Fiorentini vi potessono riparare; e se non fosse che i rettori d’Arezzo temeano forte de’ Tarlati loro usciti e de’ ghibellini d’entro, avendosi veduti a stanza de’ Sanesi abbandonare da’ Fiorentini nella presenza dell’imperadore, si sarebbono dati come gli altri, non curandosi del Comune di Firenze, ma per loro medesimi sostennono la libertà di quello comune, essendo forte impugnati da’ Tarlati Pazzi e Ubertini loro ribelli ch’erano con l’imperadore. E avvedutisi gli ambasciadori fiorentini dell’inganno de’ Sanesi, e di quello ch’aveano fatto i Samminiatesi e’ Volterrani, cominciarono a parlare per gli Aretini e per i Pistoiesi; l’imperadore per sua industria non li sostenne, ma disse la parola del Vangelo: aetatem habent ipsi, de se loquantur, e non lasciò dar loro audacia o favore; e così per difetto di mala provvedenza, i Fiorentini de’ loro propri fatti, e di quelli che s’appartengono alla guardia de’ loro vicini, furono più e più giorni a pericoloso partito, e in grande ripitio degli altri cittadini.

CAP. LVI. Di molti Alamanni venuti alla coronazione dell’imperadore.

Stando l’imperadore a Pisa ne’ trattati colle città e comuni di Toscana, come detto è, innanzi che i sindachi fossono venuti a fermare le suggezioni, la novella della sua coronazione da Moncia, e dell’avvenimento da Pisa, era sparta in Alamagna e nel suo reame di Boemia, e come le città d’Italia erano senza guerra acconce alla sua ubbidienza: e per questo l’imperatrice si mosse con mille cavalieri di buona gente d’arme e molti baroni a sua compagnia per venire a Pisa, e per simile modo molti prelati e grandi signori della Magna di diverse provincie si mossono, catuno con grande compagnia, per venire in Italia per essere alla sua coronazione a Roma, e in breve tempo giunsono a Pisa l’imperatrice e più di quattromila cavalieri della più bella e ricca baronia del mondo, bene montati, e con nobili paramenti, e molti arnesi, ma con lieve armadura, e molti ne vennono per la nostra città, albergandone seicento e settecento per notte, ove con cortese e buona guardia onorevolmente furono veduti e albergati. L’imperatrice volea di grazia venire per Firenze, ma perocchè ancora per lo nostro comune non era presa fermezza d’accordo con l’imperadore, temendo che l’ignorante e indiscreto popolo minuto non movesse parole villane contro a’ forestieri essendo l’imperadrice nella città, o contro i rettori del nostro comune, per lo meno reo e più sicuro fu diliberato e preso, che con grande compagnia o piccola ella non venisse nella città di Firenze.

CAP. LVII. Di novità della Marca per Recanati.

Messer Malatesta da Rimini, e il capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, collegati insieme contro al legato, sentendo che i signori di Milano aveano tregua con gli allegati Lombardi, e catuno stava sospeso per cagione dell’imperadore, aveano cassi cento bandiere di soldati, e perchè non tornassono loro addosso per via di compagnie non li lasciavano partire del loro distretto se non per la via della Magna: e per questo li ritennono a manicare sopra la pelle più d’un mese, e molti se ne tornarono nella Magna, perocch’erano tutti Tedeschi, e quando gli ebbono assottigliati, concedettono al resto la via per la Lombardia, i quali senza arresto improvviso giunsono in Romagna: e arrestati quivi senza far danno da millecinquecento barbute, i tiranni sopraddetti romagnuoli s’accolsono con loro, e fatto loro alcuno aiuto di loro danari, e promesse d’una buona terra dove potrebbono vernare ad agio, li condussono a Recanati, pensando per forza poterla vincere e racquistare. Il legato ammaestrato de’ fatti della guerra e de’ baratti de’ suoi avversari, avendo per suo capitano di guerra messer Ridolfo da Camerino, pro’ e valente cavaliere, avea fatta guernire di gente d’arme da cavallo e da piè la città di Recanati: sicchè sopravvenendo i tiranni con quella cavalleria, e sforzandosi di combatterla, la trovarono sì guernita alla difesa, che ne perderono tosto ogni speranza: e non potendovi soprastare, con vergogna se ne partirono tornandosi addietro.

CAP. LVIII. Come la gran compagnia del conte di Lando entrò nel Regno.

Essendo per l’avvenimento dell’imperadore in triegua i fatti di Lombardia, la gran compagnia del conte di Lando era tornata nella Marca: e ricordandosi che l’anno dinanzi il re Luigi non avea mandato loro quarantamila fiorini d’oro ch’egli avea promessi, e sentendo che il duca di Durazzo e il conte Paladino erano in rubellione della corona, ed erano contenti che la compagnia entrasse nel Regno, nondimeno il conte di Lando, perchè il re non si provvedesse contro a loro, tenea trattato d’accordarsi al soldo della Chiesa: ma non gli era bisogno, che ’l traccurato re era stato assai dinanzi avvisato dall’imperadore e da più altri che si provvedesse, che di certo la grande compagnia dovea entrare nel Regno, e la provvigione che di ciò fatta era, era di stare continovo in danzare e in festa colle donne: e però la detta compagnia facendo la via della marina d’Abruzzi, senza trovare contasto o riparo entrò nel Regno: e nella prima entrata presono Pescara, e Villafranca, e san Fabiano, e trovandoli pieni di vittuaglia e d’arnesi si dimorarono in essi fino al marzo, recando in preda ciò che venne loro alle mani, scorrendo le contrade d’intorno. E d’altra parte il conte Paladino, con trecento cavalieri e molti masnadieri, in questo medesimo tempo correva predando le terre di Puglia, facendo noia e danno assai a’ paesani; e avvegnachè messer Luigi di Durazzo non si scoprisse in questi fatti, tutto si riputava che fosse di suo consentimento e volontà. Il re facea fortificare le terre alla difesa contro alla compagnia, e confortavali che si guardassono bene per non cadere nelle mani de’ predoni: altro aiuto non dava loro, che non n’era provveduto nè fornito di poterlo fare.

CAP. LIX. Come l’imperadore andò a Lucca.

Essendo stato l’imperadore in Pisa, e lasciato fare a’ cittadini le novità che narrate avemo, stimando che quelle divisioni fossono favorevoli alla sua signoria, e in iscusa a’ patti rotti, intra’ quali era la suggezione di Lucca, già immaginandone alcuna cosa a sua utilità, volle andare a vedere la città, e a dì 13 di febbraio anno detto si mosse con piccola compagnia di gente d’arme, e stettevi quel dì e l’altro, e prendendo la riverenza da’ cittadini, il pregavano della loro libertà. Il savio e avveduto imperadore, volendo compiacere a’ Pisani e mostrare di volere mantenere i patti, quanto che altro avesse nell’animo, disse, com’e’ sapeva che i cittadini di Lucca erano stati per lungo tempo ribelli all’imperio, e però li reputava degni di quello ch’avevano ricevuto: e confortandoli disse, che comportassono con pazienza quello che sosteneano per penitenza del peccato commesso, tanto che meritassono la liberazione: e nell’agosto lasciò que’ medesimi cittadini che i Pisani v’aveano deputati alla guardia, e non rimosse uficiali nell’ordine di quel reggimento in alcuna parte, e l’altro dì se ne tornò a Pisa.

CAP. LX. Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso.

In questo mese di febbraio nacque presso a Firenze in un luogo che si chiama il Galluzzo, a uno barbiere, un fanciullo mostruoso e diminuto, che ’l viso era come di vitello con gli occhi bovini, e dove doveano essere i bracci, dagli omeri delle spalle uscivano due branche quasi come d’una botta, da ogni parte la sua, e avea il corpo e la natura umana senza coscie: ma dove le coscie dall’imbusto doveano discendere, uscivano due branche da catuno lato una, ravvolte che non aveano comparazione: e’ vivette parecchie ore, e appresso morì, lasciando ammirazione di se. Ma di questo e degli altri corpi umani nati mostruosi nella nostra città non potemmo comprendere che fosse vestigio o pronosticatori d’alcuni accidenti, come credeano gli antichi, ma gli sconci e disonesti peccati spesso sono cagione di mostruosi nascimenti, e alcuna volta l’empito delle costellazioni.

CAP. LXI. De’ fatti di Siena con l’imperadore.

Era per lunghi tempi governato il reggimento della città di Siena per l’ordine de’ nove, il quale era ristretto in meno di novanta cittadini sotto certo industrioso inganno: perocchè quando il tempo veniva di fare i loro generali squittini, acciocchè ogni degno cittadino popolare entrasse nell’ordine de’ nove, coloro ch’aveano già usurpati gli ufici si ragunavano segretamente in una chiesa, e ivi disponevano d’alcuni cui voleano che rimanessono nell’ordine, fermandoli tra loro per saramento, e prometteano tutti dare a’ detti le loro boci co’ lupini neri, e tutti gli altri ch’andavano allo squittino, ch’erano molti buoni e degni cittadini, li riprovavano co’ lupini bianchi, sicchè l’ordine non crescea più che volessono, nè alcuno v’entrava che tra loro prima non fosse deliberato: per la qual cosa erano in odio a tutti gli altri popolani, e a gran parte de’ nobili con cui non s’intendeano. Eranvi certi che manteneano questa setta, e guidavano il comune com’e’ voleano; costoro furono quelli che con loro tradimento credettono abbattere il comune di Firenze, e disfare sua franchigia e reggimento con la forza dell’imperadore, ed esaltare loro, sottomettendo la libertà del loro comune alla libera signoria dell’imperio, come poco addietro abbiamo narrato: avvenne, che manifestata in Siena l’intenzione de’ loro rettori, strana all’intenzione de’ Fiorentini e della maggior parte de’ loro cittadini grandi e popolani, essendo mandato per gli ambasciadori al comune di Siena che facessono il sindaco a fare la sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli animi de’ cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi ripitii de’ loro rettori e dell’ordine de’ nove che questo aveano fatto, e fu la città in grave sospetto di ravvolgimento e di romore, e tutte le case de’ grandi feciono ragunata di gente d’arme. L’imperadore in Pisa volea che gli ambasciadori sanesi facessono la sommessione ch’aveano promessa di fare, e per questa cagione avea fatto bandire il parlamento. Allora uno degli ambasciadori ch’era della casa de’ Tolomei disse a’ compagni, che non intendea senza nuovo sindacato palese a’ suoi cittadini fare quella sommessione: e per questo traendosene catuno addietro, la cosa soprastette, e rimandarono a Siena: di che l’imperadore ebbe malinconia e gran sospetto, e tutti i dì di questo aspetto stette rinchiuso senza dare alcuna udienza o mostrarsi ad alcuno. I grandi cittadini di Siena conoscendo il gran pericolo che occorrere poteva al loro comune ribellandosi della promessa fatta all’imperadore, e avendo fatto conoscere all’ordine de’ nove e al popolo, che senza loro volontà non aveano podere di darsi all’imperadore, a dì 26 di febbraio ragunato il parlamento, per volere piacere non meno al minuto popolo, ch’era imperiale, che all’ordine e alla setta de’ nove, feciono fare il sindacato pieno a darsi liberamente all’imperadore. Avvenne per questo, che l’imperadore conobbe e seppe che le case de’ grandi di Siena ebbono la signoria di fare della città a loro senno, e da loro principalmente conobbe la soggezione di quella; e venuto il nuovo sindacato agli ambasciadori detti, domenica, a dì primo di marzo del detto anno, raunato il parlamento, i detti ambasciadori con pieno sindacato del loro comune, feciono al detto eletto imperadore per se e pe’ suoi successori ricevere libera suggezione del misto e mero dominio di quella città e contado, e de’ loro uomini alla signoria dell’imperio, non riserbandosi alcuna franchigia dell’antica libertà di quello comune: e di questo li feciono fare reverenza, e prestarono il saramento, ed egli l’accettò e ricevette per se e pe’ suoi successori in futuro in presenza di tutto il parlamento, con grande allegrezza e festa del popolo pisano ch’era presente; e accecati dalla coperta invidia che portavano al comune di Firenze, avvisandosi per questo abbattere la libertà de’ Fiorentini, mattamente sommisono la loro.

CAP. LXII. Di più imbasciate ghibelline state in presenza dell’imperadore.

Non ci parve da lasciare in silenzio quello che al presente seguita. Messer Piero Sacconi, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e Neri da Faggiuola, co’ loro consorti e co’ Pazzi di Valdarno, feciono loro sforzo accattando sopra loro possessioni, e vendendone, per mettersi a comperare belli cavalli, e armi orrevoli, e robe e ricchi paramenti, per comparire magnifici nella presenza e servigio dell’imperadore, credendosi essere esaltati da lui sopra gli altri Toscani: ed essendo gli ambasciadori d’Arezzo per trovare accordo con l’imperadore, i loro caporali nominati s’appresentarono nell’udienza imperiale, e in quella addomandarono baldanzosamente d’essere rimessi nella loro città d’Arezzo, e che a loro fossono rendute le terre e le possessioni. Gli ambasciadori francamente li ripugnavano. L’imperadore, ch’avea l’animo a’ fatti suoi e non a quelli della parte ghibellina, li si levò dinanzi, dando loro uditori ch’avessono a riferire a lui: e nella presenza degli uditori messer Piero montò in tanta arroganza, che con aspre minacce e villanie domandava di volere essere restituito nella capitaneria d’Arezzo e del contado. Gli ambasciadori savi e coraggiosi rimproveravano la sua abbominevole tirannia, e il proprio acquisto fatto per violente rapina, e per manifesta ruberia fatta a’ meno possenti sotto il titolo del capitanato, conchiudendo, ch’egli era degno di ricevere dall’imperio gravi pene, avendo convertita la capitaneria di quella città in incomportabile tirannia: e che quella città che gli era accomandata per la santa memoria dell’imperadore Arrigo, egli per malizia e per somma avarizia l’avea sottoposta e venduta a’ Fiorentini per quarantamila fiorini d’oro, in vergogna e detrimento del santo imperio: e grande vergogna gli era ora con sfrenata baldanza avere fatto manifesto all’imperiale maestà cotanti suoi difetti. Ancora il detto messer Piero avea nella presenza degli uditori e degli ambasciadori infamato Neri da Faggiuola, ch’avea per amistà de’ Perugini fatta la terra del Borgo, ch’era per lui acquistata a’ ghibellini, venire in parte guelfa; per Neri gli fu altamente risposto, mostrando come tutto era avvenuto per la sua malizia, e per le sue violenze quando v’avea stato: e anche avvenne che il vescovo d’Arezzo si lamentò di messer Piero di gravi ingiurie; e così l’uno disse improvviso contro all’altro per modo, che tutti impetrarono grazia nel cospetto dell’imperadore e del suo consiglio di gravi abbominazioni, senza altro acquisto di frutto; e d’allora innanzi gli ambasciadori del comune d’Arezzo ebbono graziosa udienza dall’imperadore per l’accordo di quello comune.

CAP. LXIII. Come i Volterrani si diedero all’imperadore.

Avvegnachè innanzi sia fatta alcuna narrazione della sommissione di Volterra e di Samminiato, qui si torna al termine del fatto. I Volterrani sapendo che i Sanesi senza patto erano sottomessi all’imperadore, avendo poco amore e meno confidanza al comune di Firenze, perocchè si reggevano sotto la tirannia de’ figliuoli di messer Ottaviano de’ Belforti, i quali quanto che fossono guelfi di nazione, per la tirannia dichinavano ad animo ghibellino come mettesse loro bene, e non amavano il comune di Firenze nè i Fiorentini per la tirannia, ch’era contradia alla libertà del nostro comune, e però senza volere seguire il consiglio de’ Fiorentini di domandare patti, feciono sindachi i loro ambasciadori con pieno mandato e mandarli a Pisa, i quali in pubblico parlamento, a dì 4 di marzo del detto anno, si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperatore e de’ suoi successori, e feciono l’omaggio e la reverenza per lo detto comune, e il saramento come i Sanesi aveano fatto.

CAP. LXIV. Come i Samminiatesi si diedero all’imperadore.

I Samminiatesi, che soleano essere più all’ubbidienza del comune di Firenze che i Volterrani, avendo vedute le sopraddette città di parte guelfa già sottomesse all’imperio, e che il comune di Firenze trattava per se d’accordarsi con lui, essendo tra loro divisi per setta per la maggioranza delle due famiglie Malpigli e Mangiadori, temendo l’una parte che l’altra non pigliasse vantaggio, s’accostarono insieme dopo l’aspetto di più giorni: e celandosi da’ Fiorentini perchè non movessono alcuna delle dette case, e veduto loro tempo convenevole, di concordia feciono loro ambasciadori con pieno mandato e sindacato del comune a darsi liberamente all’imperadore; e mandatili a Pisa, a dì 8 di marzo in parlamento si sottomisono liberamente alla signoria dell’imperadore; e fatto il saramento, e volendo fare l’omaggio e baciare i piedi all’imperadore, li levò di terra, e ricevetteli ad osculum pacis, cosa che non avea fatta a’ sindachi di niuna altra città: la cagione si stimò che fosse per l’affezione che l’imperio per antico avea a quello castello, ove solea essere la residenza degl’imperadori e de’ loro vicari, perchè è uno mezzo tra le grandi e buone città di Toscana. Questo fu prima fatto che il comune di Firenze ne sentisse alcuna cosa, e quando il seppono, più gravò nell’animo de’ cittadini di Firenze che la sommissione di Siena e di Volterra, per la vicinanza che ’l detto castello ha con la nostra città e con l’altre di Toscana: ma gran cagione ne fu la poca provvedenza già detta de’ rettori del nostro comune.

CAP. LXV. Di disusato tempo stato nel verno.

Non ci pare da lasciare in silenzio quello che fu singolare alla memoria de’ più antichi, la cagione si credette che venisse da influenza di costellazioni: il fatto fu, che dal novembre al marzo il tempo fu di dì e di notte il più sereno, cheto e bello che per addietro si ricordasse, essendo il freddo senza venti continovo e grande: e le nevi ch’erano cadute dal principio si mantennono ghiacciate nel contado di Firenze, e in molte parti bastò nella città più di tre mesi: il mare fu tranquillo e dolce a navicare oltre alla credenza degli uomini; tutti i gran fiumi stettono serrati di ghiaccio lungamente per modo che niuno si poteva navicare, e il nostro fiume d’Arno, che è corrente come uno fossato, stette fermo e serrato di ghiaccio, che lungamente senza pericolo in ogni parte si poteva sopra il ghiaccio valicare: e a dì 8 di marzo cominciarono a rompere le piove dolci e utili a tutte le sementa della terra.

CAP. LXVI. Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore.

Seguendo gli ambasciadori di Firenze il trattato della concordia con l’imperadore, e avendo il mandato di profferirgli per lo comune cinquanta migliaia di fiorini d’oro, avendo da lui i patti privilegiati che per parte del comune gli si dimandavano, l’imperadore, avvisato e malizioso, della moneta, dov’egli avea l’animo, non mostrava di curarsi, ma ne’ patti si mostrava strano e tenace per vendere più cara la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli ambasciadori, e avendone alcuno segreto accennamento di fuori da lui, due degli ambasciadori per comune consiglio degli altri tornarono in Firenze per informare a bocca i rettori, e avvisarli di quello che a loro pareva dell’intenzione del signore. Vedendo i rettori che l’imperadore s’addurava, e che le terre vicine s’era no date liberamente alla sua signoria, aveano cagione di più temere: e tennono più consigli segreti ove si raccontavano de’ falli dell’eletto: come manifesto appariva che non avea tenuto fede a’ Gambacorti, nè allo stato di coloro che reggevano la città di Pisa, dilettandosi de’ romori e della divisione de’ cittadini, e tenea con loro che più erano pronti a movere le novità nella terra per averne più libera signoria, e come si mostrava bisognoso e cupido di trarre a se moneta: e avendo per più riprese praticato sopra i fatti dell’imperadore e sopra quelli del nostro comune, infine d’un animo presono partito per lo meno reo, che non si guardasse a costo di moneta infino in fiorini centomila d’oro, dandoli all’imperadore, dove la nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giurisdizione, con altri singolari patti. E commettendo la pratica di queste cose ne’ detti ambasciadori, avendoli informati che si tenessono forti a cinquantamila fiorini, e che non mostrassono nè paura nè viltà in domandare e sostenere il vantaggio del comune nella quantità della moneta e negli altri patti, ma innanzi si rompessono da lui aveano di darli i detti fiorini centomila d’oro. Questo consiglio fu ristretto ne’ priori e ne’ loro collegi con piccolo numero d’arroti, e fu comandata a tutti la credenza, e giurata solennemente: e rimandati i due ambasciadori a Pisa, essendo con l’imperadore, e sostenendo francamente quello ch’era stato loro imposto, l’imperadore cominciò a sorridere contro a loro, e manifestò ciò ch’era loro commesso, e la deliberazione del loro comune, dicendo, che per scrittura tutto gli era manifesto. Gli ambasciadori di presente senza procedere più innanzi significarono all’uficio de’ priori ciò ch’aveano di bocca dell’imperadore della revelazione del loro segreto consiglio, che per questa cagione, avvegnachè per loro non li fosse acconsentita alcuna cosa, il trovavano più duro e più turbato che prima, dicendo, come non era traditore de’ Gambacorti, nè che non era cupido di moneta più del suo onore, nè si dilettava nella commozione de’ cittadini. Come questa novella fu divolgata nella nostra città, l’infamia de’ signori, e de’ collegi, e degli arroti, in cui era la credenza, fu molto grande: ma però non trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per purgare la comune infamia, temendo per la tenerezza dello stato, avendo così dipresso l’imperadore, che maggiore pericolo non ne seguisse. Il consiglio non fu reo, se rifermato lo stato del comune con la pace dell’imperadore se ne fosse fatta debita inquisizione e giustizia.

CAP. LXVII. Come l’imperadore mandò aiuto di gente al legato.

Essendo i tiranni di Romagna accozzati insieme, e accolta gente d’arme assai venuta di Lombardia per reprimere la forza del legato, ch’era piccola, il legato mandò a richiedere l’imperadore d’aiuto. L’imperadore immantinente, per mostrarsi zeloso e divoto a’ servigi di santa Chiesa, vi mandò di presente de’ suoi Tedeschi cinquecento barbute, e feciono la via per Siena, veduti e onorati da’ Sanesi graziosamente: e giunti al legato con l’insegna del loro signore, rifrenarono la forza e la volontà de’ tiranni. Questo non era per l’andata di cinquecento barbute cosa da farne memoria, ma consentesi al nostro trattato perchè fu la prima e l’ultima che l’imperadore facesse in Italia in fatti d’arme.

CAP. LXVIII. Trattati dell’imperadore ai Fiorentini.

Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena, Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto, e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che il sindacato si facesse.

CAP. LXIX. Raccolti falli de’ governatori del comune in Firenze.

Perocchè gli antichi moderati e virtudiosi che soleano reggere e governare lo stato della repubblica in grande libertà, e con maturi movimenti e con diligente provvidenza governavano quella in tempo di pace e di guerra, e non perdonando i falli che si faceano contro la patria, nè lasciando senza merito l’operazioni che si facevano virtudiose in accrescimento e onore del comune, onde al nostro tempo è da maravigliare come la cittadinanza si mantiene, essendo strana da quelle virtù, e dalla provvisione di quel reggimento: e in luogo di quelli antichi amatori della patria, spregiatori de’ loro propri comodi per accrescere quelli del comune, si trovano usurpatori de’ reggimenti con indebiti e disonesti procacci e argomenti, uomini avveniticci, senza senno e senza virtù, e di niuna autorità nella maggiore parte, i quali abbracciato il reggimento del comune intendono a’ loro propri vantaggi e de’ loro amici con tanta sollecitudine e fede, che in tutto dimenticano la provvisione salutevole al nostro comune: e non è chi per lui pensi, nè per la sua libertà, nè per lo suo esaltamento, nè onore, nè per riparare al pericolo che sopravvenire gli può, se non nella strema giornata o in sul fatto; e per questo spesso occorrono gravi casi al nostro comune, e niuno prende vergogna, o aspetta, per avere mal fatto al comune, alcuna pena: e però non è senza pensiero di grande ammirazione come il nostro comune non cade in grandi pericoli di suo disfacimento. Ma i discreti del nostro tempo tengono che questo sia singolare grazia e operazione di Dio, perocchè in così gran fascio di cittadini e di religiosi, benchè molti ne sieno de’ rei, assai v’ha de’ virtuosi e de’ buoni, le cui preghiere conservano la città da molti pericoli, e alquanto è la gente cattolica e limosiniera, perchè Iddio la conserva; e oltre a ciò gli ordini dati alla massa del comune per li nostri antichi, e ’l reggimento che ha preso il corso alla comune giustizia per le conservate leggi, è grande braccio al conservamene del comune stato. E benchè gli usurpatori del non degno uficio sieno molti, e male disposti al comune bene, e solleciti e provveduti a’ loro propri vantaggi, e occupino la civile libertà, il tempo di due mesi ordinato al reggimento del sommo uficio del priorato per li nostri provveduti antichi è sì breve, che fa grande resistenza alla propria arroganza: e ancora la riprieme non poco la compagnia di nove priori e de’ loro collegi. Ma non possono ammendare il continovo fallo dell’abbandonata provvedenza: onde avviene, che come fortuna guida le cose, infino al pubblico destamento del popolo si pena a provvedere, non il migliore consiglio, che nol concede il trapassamento delle debite provvedenze, ma il meno reo. E questo avviene continovo in tutte grandi e pericolose cose e accidenti ovvero imprese che accaggiono al nostro comune.

CAP. LXX. Come a Firenze si fece il sindacato per l’accordo con l’imperadore.

Avendo narrato il modo del reggimento del comune di Firenze e de’ suoi rettori, si può dire con verità del fatto, manifestato più volte in pieno consiglio per la bocca dell’imperadore, che avendo mandati il comune di Firenze a Mantova suoi ambasciadori a profferirgli l’aiuto del comune, e confortarlo della sua coronazione, non avrebbono domandati que’ patti, che largamente senza niuna promessa di moneta non avesse liberamente fatti; ma la provvedenza era, ed è per lunghi tempi stata in contumace del nostro comune: e però tornati a Firenze i tre ambasciadori per far fare il sindacato, sperando la concordia con l’imperadore, a dì 12 di marzo del detto anno, ragunato il consiglio del popolo secondo l’ordine del nostro comune, che prima s’ha a deliberare in quello, poi in quella del comune, avvenne che il notaio delle riformagioni, ch’era natio da..... leggendo i patti che s’intendeano d’avere con l’imperadore, per mostrare grande tenerezza al popolo della libertà pura del comune, non ostante che in quelle scritture se ne contenesse assai già deliberate pe’ signori e pe’ collegi, si ruppe a piagnere per modo, che la proposta non si potè leggere; e gli animi de’ consiglieri a quelle lagrime si commossono dal loro proponimento, e però si rimase il consiglio e il sindacato per quella giornata, e convenne che di nuovo si rifacessono altri privati consigli, ne’ quali il movimento del notaio non fu riputato fatto con movimento di ragionevole carità, ma piuttosto per adulazione per accattare benivoglienza dal popolo. E pertanto tutti i privati consigli fermarono l’intenzione a fare quello s’addomandava dagli ambasciadori, e da capo a dì 13 del detto mese si mosse la proposta al consiglio del popolo, e sette volte l’una dopo l’altra si perdè: all’ultimo levati molti cittadini d’autorità a dire, e a mostrare il beneficio che di questo seguitava al comune, e il pericolo che venia del contrario, si vinse, e fu dato la balìa di pieno sindacato a tutti e sei gli ambasciadori del comune, a potere promettere per lo comune ciò ch’era trattato o di nuovo si trattasse: e appresso l’altro dì, a dì 14 del mese, con minore fatica si rifermò nel consiglio del comune, e gli ambasciadori col mandato pieno si tornarono a Fisa.

CAP. LXXI. Quello si fe’ per alcuno cardinale per la coronazione dell’imperadore.

In questi dì il cardinale d’Ostia, a cui s’appartiene la coronazione dell’imperadore, giunse in Pisa, ricevuto dall’eletto a grande onore. Era consuetudine di santa Chiesa di mandare tre cardinali alla coronazione degl’imperadori, quello d’Ostia, c’ha l’uficio d’andare a coronare l’imperadore alle sue spese e alla sua provvisione, gli altri due debbono andare alle spese di santa Chiesa: ma a questa volta essendone fatto gran procaccio in corte, e per questo avuto la grazia il cardinale di Pelagorga, e quello di Bologna in su ’l mare, ch’erano di maggiore legnaggio, il papa e gli altri cardinali non acconsentirono che la Chiesa facesse loro le spese, dicendo, se voleano andare ch’aveano la benedizione, ma altro non aspettassono. I cardinali considerarono la spesa grande, e l’imperadore povero di moneta e stretto d’animo, e però con poco loro onore per lo procaccio fatto si rimasono di quella legazione, e il papa per non accrescere loro vergogna non ve ne mandò alcuno altro: e di questo non si turbò l’imperadore per non avere a stendere in loro il suo onore.

CAP. LXXII. Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze.

Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’ Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’ Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti, potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono, le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’ signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora. L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno.

CAP. LXXIII. Come i Fiorentini per mala provvedenza errarono a loro danno.

Avvegnachè molto sia detto de’ falli del nostro comune, uno singolare non ci si lascia passare senza fare in questo luogo memoria di lui. Fatta e ferma la concordia con l’imperadore di dargli fiorini d’oro centomila per avere fine e remissione da lui delle condannagioni e pene, in che ’l nostro comune era incorso per decreti dell’imperadore Arrigo e degli altri suoi antecessori, si ritrovò il saramento fatto per lo detto eletto a papa Clemente sesto e alla Chiesa di Roma, quando fu promosso per operazione del detto papa e di santa Chiesa all’elezione dell’imperio, ch’egli libererebbe i comuni di Toscana d’ogni condannagione fatta per i suoi antecessori, e d’ogni debito a che si trovassono obbligati per addietro all’imperio, massimamente il comune di Firenze, il quale per l’imperadore Arrigo era stato condannato con i suoi cittadini in loro singolarità, la qual cosa era manifesta a santa Chiesa. E ancora giurò, che i detti comuni non graverebbe, nè farebbe contro alcuno di quelli muovere guerra, nè sottometterebbe la loro libertà. Grande ignoranza fu trattare presso a due mesi con l’imperadore, e non avere memoria di cotanto fatto. Io reputo essere stata degna compensagione, avendo così fatta ignoranza compensata con prezzo di cento migliaia di fiorini d’oro, i quali il comune pagò per avere con fatica e con paura quello che aver potea senza costo, per la benigna provvedenza di santa Chiesa: e quello che pagò per debito in piccola parte, potea in luogo di servigio e di grazia compensare. Vergognomi ancora di scrivere la seguente arrota: avendo nella fama dell’avvenimento in Italia dell’imperadore, mandato a corte al papa e a’ cardinali per avere aiuto e favore da santa Chiesa, le lettere furono impetrate piene e graziose e favorevoli per lo nostro comune all’imperadore, ove il papa e’ cardinali gli ricordavano la promessa fatta sotto il suo saramento; le lettere stettono in cancelleria per spazio di tre mesi, innanzi che modo si trovasse di pagare fiorini trenta d’oro per le comuni spese della cancelleria: e per questo, poco appresso che la sommissione del comune e la promessa della moneta fu fatta, giunsono le lettere bollate al nostro comune, con grande ripitio e vergogna de’ nostri rettori.

CAP. LXXIV. Della statura e continenza dell’imperadore.

Secondo che noi comprendiamo da coloro che conversano intorno all’imperadore, la sua persona era di mezzana statura, ma piccolo secondo gli Alamanni, gobbetto, premendo il collo e ’l viso innanzi non disordinatamente: di pelo nero, il viso larghetto, gli occhi grossi, e le gote rilevate in colmo, la barba nera, e ’l capo calvo dinanzi. Vestiva panni onesti e chiusi continovamente, senza niuno adornamento, ma corti presso al ginocchio: poco spendea, e con molta industria ragunava pecunia, e non provvedeva bene chi lo serviva in arme. Suo costume era eziandio stando a udienza di tenere verghette di salcio in mano e uno coltellino, e tagliare a suo diletto minutamente, e oltre al lavorio delle mani, avendo gli uomini ginocchioni innanzi a sporre le loro petizioni, movea gli occhi intorno a’ circostanti per modo, che a coloro che gli parlavano parea che non dovesse attendere a loro udienza, e nondimeno intendea e udiva nobilemente, e con poche parole piene di sustanzia rispondenti alle domande, secondo sua volontà, e senza altra deliberazione di tempo o di consiglio faceva pienamente savie risposte. E però furono in lui in uno stante tre atti senza offendere o variare l’intelletto, il vario riguardo degli occhi, il lavorare con le mani, e con pieno intendimento dare l’udienze e fare le premeditate risposte; cosa mirabile, e assai notevole in uno signore. La sua gente, avendo in un’ora in Pisa più di quattromila cavalieri tedeschi, faceva mantenere onestamente, eziandio astenere dalle taverne e dalle disoneste cose per modo, che innanzi alla sua coronazione in Pisa non ebbe zuffa nè riotte tra’ forestieri e’ cittadini d’alcuna cosa. Il suo consiglio ristrignea con pochi suoi baroni e del suo patriarca, ma la deliberazione era più sua che del suo consiglio: perocché ’l suo senno con sottile e temperata industria valicava il consiglio degli altri; e molto si guardò di muoversi alla stigazione e conforto de’ ghibellini d’Italia, usati d’incendere e d’infocare l’imprese all’appetito parziale, più che al singolare onore dell’imperiale corona, i cui vizi nobilemente conoscea.

CAP. LXXV. Come si bandì in Firenze l’accordo con l’imperadore.

Sabato mattina, a dì 21 di marzo del detto anno, l’imperadore provvedutamente fece ragunare tutti i forestieri ch’erano in Pisa e’ Pisani a parlamento nel duomo di Pisa, e con dimostramento di singolare allegrezza fece venire dinanzi da se tutti e sei gli ambasciadori e sindachi del comune di Firenze: i quali giunti nel parlamento furono guardati da tutti con ammirazione grande, perocchè alla memoria di coloro ch’erano vivi, nè di molto tempo innanzi, si trovava che il comune di Firenze fosse stato altro che nemico all’imperadore, e ora vedeano che con pace aveano dall’imperadore que’ patti ch’aveano saputi dimandare: e da loro ricevette l’omaggio e il saramento della fede che promisero all’imperadore, sotto la condizione de’ patti e convenienze che ferme aveano con lui per lo comune di Firenze, le quali su brevità appresso in sostanza diviseremo: e l’eletto imperadore come re de’ Romani ne fece a loro privilegi reali, e promise ricevuta l’imperiale corona di farli imperiali. E a dì 23 del detto mese, lunedì sera, si pubblicò in Firenze la concordia presa con l’imperadore, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo. Poca gente, a rispetto del nostro comune, si ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa. Il comune fece in sulle torri e in su i palagi festa e luminaria: ma nella città pe’ cittadini non si fece falò per segno d’alcuna allegrezza, conoscendo quanto costava caro al comune l’ignoranza de’ loro cittadini governatori per l’abbandonata provvedenza.

CAP. LXXVI. I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore.

Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò. In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave, cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato, sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione, promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune. E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani, e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’ centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze.

CAP. LXXVII. Come fu offesa la libertà del popolo di Roma da’ Toscani.

Vedendo i falli commessi per li comuni di Toscana, che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperadore, ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani, sotto il loro principato parteciparono la cittadinanza e la libertà di quello popolo, la cui autorità creava gl’imperadori: e questo medesimo popolo, non da se, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, concedette l’elezione degl’imperadori a sette principi della Magna. Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche storie il manifestino, che ’l popolo predetto faceva gl’imperadori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo romano non era in alcun modo sottoposta alla libertà dell’imperio, nè tributaria come l’altre nazioni, le quali erano sottoposte al popolo, e al senato e al comune di Roma, e per lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo a’ nostri comuni di Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo romano, è assai manifesto, che la maestà di quel popolo per la libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa, e di Siena, e di Volterra, e di Samminiato fu da loro offesa, e dirogata la franchigia de’ Toscani vilmente, per l’invidia ch’avea l’uno comune dell’altro, più che per altra debita cagione.

CAP. LXXVIII. Di quello medesimo.

Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una, che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio, o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie, e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria, e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’ gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli, che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il nostro trattato.

CAP. LXXIX. Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia.

Il conte di Lando con la gran compagnia avendo soggiornato in Abruzzi infino all’entrata di marzo, si mosse da Pescara e da san Fabiano, e andò verso il Guasto. Que’ della terra male provveduti da loro, e peggio dal re loro signore, trattarono con la compagnia, e fidaronsi mattamente nelle loro promesse, che non li ruberebbono, e che torrebbono della roba derrata per danaio, li misono nella terra; ma come furono entrati dentro, i predoni usarono crudelmente la loro rapina uccidendo e rubando tutta la terra, e appresso con fuoco n’arsone gran parte: per lo cui esempio tutte l’altre terre di Puglia si disposero a ogni pericolo per difendersi da loro, e afforzaronsi francamente per modo, che quanto ch’elli stessono lungamente a campo senza potere più acquistare città o castella. Appresso valicarono a san Siverno in Puglia, e ivi s’accamparono e stettono lungamente, scorrendo e predando e facendo danno assai a’ paesani: e dall’altra parte il Paladino aggiuntosi gente della compagnia tribolava la marina della Puglia, ed era palese a’ regnicoli che messer Luigi di Durazzo favoreggiava la compagnia.

CAP. LXXX. Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe.

Avendo l’imperadore compiuto e fermo l’accordo co’ Fiorentini, mandò a Firenze suoi ambasciadori a richiedere il comune di Firenze con grande stanza, che piacesse loro per bene e stato di tutte le città di Toscana, e per levare ogni pericolo che venire potesse loro addosso per la forza de’ tiranni e della gran compagnia, per vivere i detti comuni insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e quella gente per via di taglia che a’ Fiorentini piacesse, e offerendo l’aiuto suo ove che fosse a ogni loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa la corona intendea d’andare in Lombardia o nella Magna, ove il comune di Firenze consigliasse. I Fiorentini in più consigli privati e palesi praticarono se questa lega fosse da fare o no: e infine considerato il pericolo dell’imprese, e temendo di non correre ad essere indotti a rompere la pace a’ signori di Milano, e che la gente d’arme raunata sotto un capitano dato dall’imperadore non potesse essere cagione di novità contro alla libertà del comune, al tutto deliberare che la lega per lo nostro comune non si facesse, e con belle e oneste e legittime cagioni si diliberarono di quella richiesta. L’imperadore essendo in movimento per andare a vicitare le città e le terre che gli s’erano date, e andare per la corona, soprastette senza accettare la scusa, e domandò che il nostro comune apparecchiasse dugento cavalieri che l’accompagnassono a Roma: e da Pisa si partì a dì 23 di marzo e andossene a Volterra, ove fu ricevuto secondo la loro possa assai onoratamente; e albergatovi una notte, l’altro dì venne a Samminiato, e da loro fu ricevuto come signore; e a dì 23 di marzo giunse a Siena la sera, ove fu ricevuto con singolar festa e onore.

CAP. LXXXI. Come si mutò lo stato de’ nove di Siena.

E’ pare degna cosa, che coloro i quali ingannano in comune i loro cittadini, e rompono la fede a’ loro amici, che alcuna volta per quella medesima sieno puniti, e portino pena de’ peccati commessi. L’ordine de’ nove di Siena, avendo per lungo tempo ingannati e detratti dagli ufici del comune con malo ingegno i loro cittadini, come già abbiamo narrato, e tradito il comune di Firenze nel cospetto dell’imperadore, seguitando la rea intenzione della setta di Giovanni d’Agnolino Bottoni loro caporale, quando liberamente si dierono all’imperadore, credendo per quello essere esaltati, e avere abbattuto lo stato e la libertà del comune di Firenze; il comune di Firenze per la sua costanza e savia provvisione rimase grande nel cospetto dell’imperadore e privilegiato da lui, e mantenea accrescendo suo stato, la sua libertà e il suo onore. Entrato l’imperadore in Siena il martedì sera, il mercoledì vegnente, il dì dell’Annunziazione di nostra Donna, gli anni Domini 1355 a dì 25 di marzo, Tolomei, Malavolti, Piccolomini, Saracini, e alcuno de’ Salimbeni, contrari a Giovanni d’Agnolino Bottoni loro consorto, con seguito del minuto popolo levarono il romore nella città, dicendo: Viva l’imperadore, e muoiano i nove e le gabelle: e in questa furia furono morti due cittadini: e corsi alle case del capitano della guardia, e trovandolo gravemente malato in sul letto, rubarono tutto l’ostiere e ciò che aveva la famiglia, e l’arme e’ cavalli, e lasciato il capitano in sulla paglia in terra, in poch’ore appresso morì: e di là corsono al palagio de’ nove, e cacciatine in furia i nove e la loro famiglia vi misono l’imperadore, e feciono mandare per la cassa dov’erano insaccati i cittadini dell’ordine de’ nove e gli altri loro uficiali, e usando la loro besseria, con grande dirisione la feciono tranare per la terra, andandola scopando, e poi impetrato il comandamento dall’imperadore l’arsono con gran romore in sul campo, e appresso tutti gli atti e ordini de’ nove, e tutti gli ufici della città; e le persone di coloro ch’aveano avuti gli ufici furono in persecuzione e in pericolo grande nella cittadinanza, come leggendo si potrà trovare.

CAP. LXXXII. Di quello medesimo.

Avendo veduto l’eletto imperadore il romore e le novità fatte nella città di Siena con dimostrazione d’esserne stato contento, con poco onore dell’imperiale fama, il seguente dì fece ragunare tutti i cittadini a parlamento; e quando gli ebbe ragunati, fece separare i grandi dal popolo, e i popolani maggiori dal minuto popolo, e a catuno per se fece fare un sindaco con pieno mandato a sottomettersi da capo liberamente senza alcuno eccetto, e da capo si diedono all’imperadore, sottomettendo all’imperiale signoria il comune, il popolo, e la città, e il contado, e il distretto e la giurisdizione di Siena, dandogli in tutto il misto e mero imperio di quella città, contado e distretto: e incontanente licenziati tutti gli uficiali e rettori della terra ne fece suo vicario l’arcivescovo di Praga: e fatta pigliare la tenuta e la guardia di tutte le loro terre e castella, per decreto cassò, e annullò, e vietò in perpetuo l’uficio e ordine de’ nove. Coloro ch’erano stati di quell’ordine, villaneggiati da’ cittadini, veggendosi a pericolo stando nella terra, chi se n’andò in una parte e chi in un’altra partendosi della città; ed essendo dalle loro vicinanze con giusta infamia guardati come traditori della propria patria e de’ loro vicini, con grande vituperio traevano la loro vita nell’altrui terre.

CAP. LXXXIII. Il modo trovò il comune di Firenze per avere danari.

E’ non sarebbe da fare memoria di quello che seguita, se il modo col quale il comune di Firenze ebbe i danari con agevolezza non ce ne sforzasse, per buono esempio delle cose avvenire. Incontanente che l’imperadore fu riposato in Siena, i Fiorentini non aspettando il termine della prima paga, gli mandarono contanti a Siena fiorini trentamila d’oro, i quali si pagarono a dì 27 di marzo 1355; della qual cosa l’imperadore si tenne molto contento, perocchè li vennono a gran bisogno, perchè era in su l’andare da Roma, e avea necessità di provvedere a’ suoi baroni per aiuto alle spese. Il comune di Firenze per avere questi danari e gli altri, ordinò nella città a’ suoi cittadini un estimo che si chiamò la sega, che fu posto a’ cittadini per casa certi danari il dì: e fatta la sega, si fece pagare soldi quindici per ogni danaio, e catuno pagava questa piccola somma a colta. Nondimeno, perchè i meno possenti parevano troppo gravati a rispetto degli altri, il comune elesse d’ogni gonfalone certi uomini, e commise loro ch’abbattessono il quarto di quello che montava la loro sega sgravandone gl’impotenti; e questo si fece subito e comunalmente bene: e però appresso la detta paga si raccolse un’altra volta a soldi trenta il danaio per modo, che in termine di due mesi, o in meno, ebbono contanti i fiorini centomila che si diedono all’imperadore, senza andare alcuni esattori per la città, o essere alcuno gravato per forza. È vero che leggi s’ordinarono per lo comune, che chi non pagasse la sega per se o altri per lui non potesse avere uficio di comune, nè dovesse essere udito in alcuno uficio in suo beneficio: e ordinò il comune, che catuno che prestasse danari di questa sega, fosse in certo tempo assegnato in su le sue gabelle con provvisione a dieci per centinaio l’anno: e per questo molti cittadini mobolati pagavano per chiunque volea dar loro alcuno vantaggio, e così gl’impotenti per piccola cosa che si cavavano di borsa trovavano chi pagava per loro e prendevano l’assegnamento. Il comune mantenne la fede di pagare a’ termini ch’avea promesso, e però a molti cittadini era grande guadagno, e agli altri non era gravezza; e per questo, quanti danari fossono bisognati al comune avea senza alcuna fatica, e il merito che pagava tornava nelle mani de’ suoi cittadini, non però senza alcuna invidia. Abbianne fatta questa memoria per li tempi avvenire, a dimostrare quanto è utile al soccorso della repubblica mantenere il comune la fede a’ suoi cittadini, e quanto bene seguita al comune l’ordine di restituire le prestanze: perocchè nella nostra ricordanza è di veduta, che il comune soleva fare libbre ed imposte le quali generavano molte mortali nimicizie tra’ cittadini, perocchè si facevano disordinatamente sconce, e se pure ventimila fiorini imponeva il comune, più di cento case se n’abbattevano in Firenze, e recavansi i beni tra quelli de’ rubelli per cessanti delle fazioni del comune, e i cittadini erano pegnorati o presi, e molti s’uscivano in bando per le dette cagioni, e gli esattori e’ messi se n’andavano per loro col quarto dell’imposta, in grave confusione della cittadinanza.

CAP. LXXXIV. L’ordine diede l’imperadore agli Aretini.

Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni, per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355.

CAP. LXXXV. Come fu preso Montepulciano dalla casa de’ Cavalieri.

Essendo per lunga esperienza certificati messer Niccolò e messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che la loro discordia gli avea abbattuti della signoria, e cacciati in esilio della loro terra e della città di Siena, si ridussono a pace e a concordia; e innanzi che il bollore del popolo sanese s’acchetasse in fermo stato, messer Niccolò di volontà di messer Iacopo suo consorto tornò in Montepulciano, ricevuto da’ terrazzani che dentro v’erano con allegra faccia, perocchè volentieri tornavano al loro antico reggimento: nondimeno la rocca ch’era in mano e in guardia de’ Sanesi non potè avere. La novella venne a Siena di presente dov’era l’imperadore, e messer Iacopo de’ Cavalieri ch’era di ciò avvisato, avendo in sua compagnia alquanti grandi uomini di Siena, incontanente fu in presenza dell’imperadore, e informollo pienamente del manifesto torto che il popolo di Siena avea fatto loro, non attenendo i patti nè le convenienze ch’aveano promesse per la corrotta fede de’ nove; e que’ grandi cittadini ch’erano con lui feciono chiaro l’imperadore che quello che diceva era in fatto vero: e però in quello stante, quanto ch’e’ s’avesse altro in cuore, disse ch’era contento che tenessono la terra di Montepulciano come suoi vicari; e il terzo dì appresso, cavalcando l’eletto verso Roma, volle andare a desinare nella terra. I signori allegramente gli apparecchiarono la desinea; e com’ebbe mangiato ne menò seco a Roma l’uno e l’altro, e nella terra mise altra gente alla guardia: ed essendo in Roma, e sentendo alcuna cosa contro a messer Niccolò, o che per sospetto si movesse, il fece citare, ed egli ingelosito per sospetto della sua persona si partì di Roma, senza comparire e senza prendere comiato.

CAP. LXXXVI. Come il papa riprese in concistoro certi dissoluti cardinali.

Il cardinale di Pelagorga di Guascogna baldanzoso e superbo, non meno per la potenza dei suo legnaggio che per lo cappello rosso, oltre a molte grandi e sconce cose fatte per la sua arroganza, singolari nella corte di Roma, in questi dì del mese di marzo, nella santa Quaresima, essendo per loro bisogne venuti a corte nella città d’Avignone alquanti cavalieri guasconi, disordinati, della setta sua e di suo lignaggio, senz’altra singolare cagione ne fece uccidere tre, che niuna guardia si pensavano avere a fare, non guardando alla reverenza de’ pastori di santa Chiesa, nè a’ santi giorni quaresimali. E altri giovani fatti cardinali per papa Clemente erano stati, e in questi dì erano in tanta disonesta e dissoluta vita, che niuni giovani dissoluti tiranni gli avanzavano: e intra l’altre cose (con vergogna il dico) facevano nella città a’ loro scudieri rapire le giovani donne a’ loro mariti manifestamente, e senza vergogna le teneano palesi nelle loro livree; e molte cose violenti usavano in vituperio di santa Chiesa. Onde papa Innocenzio sesto udendo molta infamia nella corte di questi cardinali, facendo dell’edima santa singolare consistoro per questa cosa, li riprese in pubblico aspramente, dicendo: Voi vi portate sì dissolutamente in vituperio di santa Chiesa, che mi conducerete a essere in parte, ch’io farò abbassare la vostra superbia; minacciandoli di tornare la corte in Italia: ma poco se n’ammendarono; e il tempo non era ancora ordinato da Dio di tornare alla sedia apostolica di Roma i suoi pontefici per l’antico peccato de’ prelati italiani, che ancora non si mostravano soperchiati dagli oltramontani.

CAP. LXXXVII. Di alcuna novità di Pisa per gelosia.

Essendo l’imperadore a Siena, era in Pisa rimaso un suo vicario con seicento cavalieri tedeschi: i Pisani per le divisioni e per l’invidia delle loro sette mormoravano l’uno contro l’altro, e catuno contro all’imperadore. Il vicario per reprimere la volontà de’ malcontenti, e per accrescersi favore del minuto popolo ch’era tutto imperiale, a dì 29 di marzo 1355 fece improvviso a’ Pisani di subito armare tutte le sue masnade tedesche, e con loro insieme corse tutta la città gridando, viva l’imperadore, e il popolo rispondea per tutte le contrade, viva l’imperadore; e senza alcuna altra novità fare s’acquetarono: e tornati a’ loro alberghi puosono giuso l’armi, e a’ Pisani delle sette crebbe il mal volere contro all’imperadore.

CAP. LXXXVIII. Della gente che i Fiorentini mandarono con l’imperadore.

L’eletto imperadore volendo andare a prendere la corona a san Piero a Roma, si pensò, che non ostante la sua copiosa compagnia, grande sicurtà gli sarebbe per tutto ad avere in sua condotta l’insegna del comune di Firenze, e alla guardia della sua persona de’ suoi cittadini con parte della loro gente d’arme; e però richiese i Fiorentini che gli mandassono de’ loro cavalieri dugento con l’insegna del comune, e con alcuni cittadini alla sua compagnia. Il comune elesse di presente due cittadini, uno grande e uno popolare, ambedue cavalieri, e dugento barbute di gente eletta molto bene montati e armati nobilemente, e bene guerniti di robe e d’arnesi, e diedono l’insegna del popolo, il giglio e il rastrello, senza alcuna aguglia: e giunti a Siena, l’imperadore li ricevette graziosamente, e costituilli alla guardia del suo corpo, perocchè gran confidanza avea de’ Fiorentini, e tra tutta sua gente non avea altrettanti cavalieri sì bene a cavallo nè sì bene armati: e in sua compagnia andarono, e stettono, e tornarono da Roma infino alla città di Siena, e ivi licenziati dall’imperadore si tornarono a Firenze. Abbiamo di questa lieve cosa fatta memoria, non tanto per lo fatto, quanto che fu cosa disusata e strana per lunghi tempi passati, vedere l’insegna del comune di Firenze a guardia dell’imperadore.

CAP. LXXXIX. Come l’imperadore si partì da Siena.

Avendo l’imperadore veduto la subita revoluzione fatta per i cittadini di Siena, d’avere disfatto e abbattuto il loro antico reggimento e l’ordine de’ nove, avendo di presente ad essere a Roma il dì della Pasqua della santa Resurrezione a dì 5 d’aprile, prese sospetto di lasciarla in libertà, e lasciovvi l’arcivescovo di Praga cui n’avea fatto vicario, prelato di grande autorità, e sperto delle cose del mondo, e pro’ e ardito in fatti d’arme, e in sua compagnia e per suo consiglio lasciò il signore di Cortona, e i Tarlati d’Arezzo, e’ conti da Santafiore, e più altri caporali di parte ghibellina, mostrando più confidanza in loro che nelle case guelfe di Siena, che liberamente gli aveano data la signoria di quella città: per la qual cosa i gentili uomini di quella terra e i popolani grassi molto si turbarono e rimasono malcontenti, benchè in apparenza allora non ne feciono dimostrazione; e a dì 28 di marzo 1355 l’eletto si partì da Siena, e seguitò a gran giornate il suo viaggio, e infino alla sua tornata i Sanesi vivettono senza niuno loro ordine sotto il volontario reggimento del vicario.

CAP. XC. Della gran compagnia ch’era in Puglia.

In questo tempo, all’entrare d’aprile del detto anno, la compagnia del conte di Lando era cresciuta nel Regno in quattromila barbute, e in molti masnadieri, e in grande popolo di bordaglia, e tenendo loro campi sopra Nocera e sopra Foggia correvano la Puglia piana predando e pigliando uomini e femmine, e bestiame e roba ovunque ne poteano giungnere, e strignevano per paura i casali e le ville a portare vittuaglia al campo. Nel paese faceano danno assai; ma niuna terra murata poterono acquistare, perocchè non aveano argomenti da vincerle per battaglia, e per la fede ch’aveano rotta a quelli del Guasto quando si dierono loro, niuna terra si volea più confidare alle loro promesse, ma tutte s’erano armate e afforzate alla difesa. Stando la compagnia per questo modo in Puglia, il re Luigi poco mostrava che si curasse della compagnia, e meno del danno de’ suoi sudditi, con mancamento di suo onore, perocchè nè aiuto nè consiglio dava loro: ma in questi dì mandò messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco al legato, per trattare pace da lui a messer Malatesta da Rimini, e ambasciadore all’imperadore, e appresso al comune di Firenze, per avere da catuno aiuto di gente contro alla compagnia, e per sentire la volontà e ’l processo dell’imperadore: ma da se nel Regno niuna provvisione fece, fuori che festeggiare e danzare con le donne, in detrimento della sua fama.

CAP. XCI. Come il gran siniscalco cambiò sua fama in Firenze.

Noi avremmo volontieri trapassato quello che seguita senza memoria, se senza potere essere incolpato d’adulazione per tacere l’avessimo potuto fare. Il grande siniscalco del re Luigi partitosi dalle mollizie del suo signore, e inviscato da quelle, venne al legato in Romagna, e cercato secondo la commissione a lui fatta dal re Luigi di tentare la pace dal legato a messer Malatesta da Rimini, non ebbe autorità di poterla in alcuno atto disporla: e partitosi dal legato, venne a Siena all’imperadore, e spuosegli la sua ambasciata, dal quale fu ricevuto graziosamente per amore del re, e ancora della sua persona, perocch’era cittadino popolare di Firenze, e vedevalo montato in cotanta dignità, e a Roma il menò con seco, e fu alla sua coronazione: e tornato a Siena con lui senza avere impetrata alcuna cosa di sua domanda, se ne venne a Firenze del mese d’aprile del detto anno, con grande comitiva di baroni e di cavalieri napoletani, giovani ornati di diverse e strane portature, e abiti di loro robe, con maravigliosi paramenti d’oro e d’argento, e di pietre preziose e di perle, e in Firenze cominciò a fare molti conviti, e continovolli lungamente in città e in contado, avendo le giovani donne le quali faceva invitare con grande istanza sera e mattina a’ suoi corredi, e tutto dì le tenea in danza e in festa co’ suoi cavalieri; le quali femminili mollizie molto nella patria indebolirono la sua fama; e considerando i cittadini il tempo nel quale la compagnia tribolava il Regno, e le novità dell’imperadore, e le mutazioni degli stati delle città e delle terre di Toscana, e la nuova gravezza, e sollecita provvedenza e guardia ch’avea il suo comune di Firenze, facevano manifesto che allora bisognavano cose virtuose e virili, e non disoneste mollezze di donne. Crediamo che il male esempio del suo signore, e la vanità che ’l movea a accattare benevolenza de’ giovani e vani baroni e cavalieri ch’erano con lui gli feciono dimenticare le sue usate virtù, e la fortezza del suo animo. E per merito di questo, avendo domandato al suo comune per parte del re alcuno sussidio di gente d’arme contro alla compagnia, cosa che altra volta si sarebbe fatta senza domandare, per più riprese gli fu negata; potendo conoscere che poco onore della sua città riportò al re suo signore contra l’usato modo: e dove la sua persona era per addietro nominatissima in altezza d’animo e in molte virtù, per la vana mollezza femminile, a questa volta nella sua patria recò in memoria de’ suoi cittadini la detestabile vita di Sardanapalo.

CAP. XCII. Come l’imperadore giunse a Roma.

Carlo nominato nel battesimo Vincislao, figliuolo del re Giovanni, figliuolo dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo re di Boemia, eletto imperadore, giunto a Roma il giovedì santo, entrò nella città sconosciuto, e a modo di romeo vestito di panno bruno con molti suoi baroni, e andò il venerdì e il sabato santo a vicitare le principali chiese di Roma in forma di pellegrino, e per modo che da niuno forestiero o paesano potea essere conosciuto chi fosse l’imperadore: e la mattina innanzi dì, vegnente la Resurrezione, uscì di Roma con la maggiore parte della sua gente, per entrare la mattina della santa Pasqua palesemente in Roma, per venire alla sua coronazione manifestamente. Il popolo di Roma per ordine de’ loro Rioni, co’ suoi principi e con tutto il chericato con solenne processione gli uscirono incontro fuori della città, e trovaronlo apparecchiato; e fattogli la debita salutazione e reverenza, con somma allegrezza e festa, e con grande moltitudine di cavalieri romani e paesani e strani, oltre alla sua cavalleria, condussono lui innanzi e l’imperatrice appresso nella città di Roma, e menaronlo alla Basilica del principe degli Apostoli san Piero, la mattina innanzi la messa, e là smontati. Qui si faccia fine al nostro quarto libro, per fare cominciamento al quinto della sua coronazione.


[ TAVOLA] DEI CAPITOLI

Qui comincia il terzo libro della Cronica di Matteo Villani; e prima il Prologo [Pag. 5]
Cap. II. La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il procaccio fece a corte per la sua liberazione [6]
Cap. III. Come papa Clemente sesto propose tre cose a’ comuni di Toscana, perchè pigliassono l’una [9]
Cap. IV. Come il papa e’ cardinali annullarono i processi contro all’arcivescovo [10]
Cap. V. Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono di corte mal contenti [11]
Cap. VI. Come i tre comuni di Toscana s’accordarono a far passare l’imperadore [12]
Cap. VII. Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre comuni [13]
Cap. VIII. Come il re Luigi e la reina Giovanna furono coronati per la Chiesa [15]
Cap. IX. Commendazione in laude di messer Niccola Acciaiuoli [17]
Cap. X. Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di Montepulciano. [20]
Cap. XI. Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti i Tarlati da’ Fiorentini [21]
Cap. XII. Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e Sorana [23]
Cap. XIII. Come i tre comuni di Toscana mandarono ambasciadori in Boemia a far muovere l’imperadore [24]
Cap. XIV. Di disusati tempi stati [25]
Cap. XV. Dell’inganno ricevette il comune di Firenze del braccio di santa Reparata [27]
Cap. XVI. Di quello medesimo [28]
Cap. XVII Come la gente del Biscione cavalcarono i Perugini [29]
Cap. XVIII. Come i Romani andarono per guastare Viterbo [31]
Cap. XIX. Come il re Luigi ebbe Nocera [32]
Cap. XX. Come fu sconfitto il conte di Caserta [33]
Cap. XXI. La novità in Casole di Volterra [34]
Cap. XXII. Come furono decapitati degli Ardinghelli di Sangimignano [34]
Cap. XXIII. Come gente del re di Francia fu sconfitta a Guinisi [35]
Cap. XXIV. Come i Perugini assediarono Bettona [37]
Cap. XXV. Come fu liberato Montecchio dall’assedio per soccorrere Bettona [38]
Cap. XXVI. Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla, e disfeciono affatto [39]
Cap. XXVII. Come la città d’Agobbio s’accordò co’ Perugini [41]
Cap. XXVIII. Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi dell’Aquila [41]
Cap. XXIX. Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono a guastare Cortona [42]
Cap. XXX. Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono dall’imperadore senza accordo [43]
Cap. XXXI. Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani [44]
Cap. XXXII. Come il prefetto da Vico fu fatto signore d’Orvieto [45]
Cap. XXXIII. Novità state a Roma [46]
Cap. XXXIV. Come la gente del Biscione assediarono la Città di Castello [47]
Cap. XXXV. Come i Fiorentini soccorsono Barga e sconfissono i Castracani [47]
Cap. XXXVI. Come si difese il borgo d’Arezzo per i Fiorentini [48]
Cap. XXXVII. D’un segno mirabile ch’apparve [49]
Cap. XXXVIII. Come i Tarlati arsono il borgo di Figghine [50]
Cap. XXXIX. Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra ne furono poi cacciati [52]
Cap. XL. Come fra Moriale fu assediato, e rendessi al re Luigi [53]
Cap. XLI. Come i Fiorentini fornirono Lozzole [54]
Cap. XLII. Maraviglie fatte a Roma per una folgore [56]
Cap. XLIII. Come morì papa Clemente sesto, e di sue condizioni [57]
Cap. XLIV. Come fu fatto papa Innocenzio sesto [59]
Cap. XLV. Come usciti di prigione i reali del Regno s’arrestarono a Trevigi [60]
Cap. XLVI. Di novità state in Sangimignano [61]
Cap. XLVII. Come i comuni di Toscana mandarono solenni ambasciadori a Serezzana a trattare pace [63]
Cap. XLVIII. Di grandi tremuoti vennono in Toscana e in altre parti [63]
Cap. XLIX. Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano [65]
Cap. L. Come Gualtieri Ubertini fu decapitato [66]
Cap. LI. Come il duca d’Atene assediò Brandizio [67]
Cap. LII. Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi [68]
Cap. LIII. Come il popolo di Gaeta uccisono dodici loro cittadini per la carestia ch’aveano [69]
Cap. LIV. Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi a’ Veneziani [70]
Cap. LV. Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, e fecionli ubbidire [71]
Cap. LVI. Come in Italia fu generale carestia [72]
Cap. LVII. Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo degli Orsini loro senatore [73]
Cap. LVIII. Come fu tagliata la testa a Bordone de’ Bordoni [74]
Cap. LIX. Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo a’ comuni di Toscana [75]
Cap. LX. L’inganno ricevette il comune di Firenze dagli sbanditi [77]
Cap. LXI. Di questa medesima materia [79]
Cap. LXII. Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati tentò di fare grande preda innanzi che fosse bandita la pace [80]
Cap. LXIII. Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli fu recato del Regno a Firenze, e seppellito a Montaguto a Certosa onoratamente [81]
Cap. LXIV. Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano [83]
Cap. LXV. D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro [84]
Cap. LXVI. Come sotto le triegue procedettono le cose in Francia [85]
Cap. LXVII. Come i Genovesi spregiarono la pace de’ Veneziani [86]
Cap. LXVIII. Come i Veneziani si provvidono [87]
Cap. LXIX. Come fu guasto il castello di Picchiena, e perchè [88]
Cap. LXX. Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla duchessa sua moglie [89]
Cap. LXXI. Come furono cacciati i ghibellini del Borgo [90]
Cap. LXXII. Di quattro leoni di macigno posti al palagio de’ priori [91]
Cap. LXXIII. Come Sangimignano fu recato a contado di Firenze [91]
Cap. LXXIV. D’un segno apparve in cielo [94]
Cap. LXXV. Come fu assediata Argenta [94]
Cap. LXXVI. Come si temette in Toscana di carestia [96]
Cap. LXXVII. Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la moglie e due figliuoli [97]
Cap. LXXVIII. Come fu creato nuovo tribuno in Roma [99]
Cap. LXXIX. Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera [101]
Cap. LXXX. Come i Catalani perderono loro terre in Sardegna [106]
Cap. LXXXI. Come il prefetto venne a oste a Todi [107]
Cap. LXXXII. Come fu presa e lasciata Vicorata [108]
Cap. LXXXIII. Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi [109]
Cap. LXXXIV. Come il cardinale legato venne a Firenze [111]
Cap. LXXXV. Rinnovazione del palio di santa Reparata [112]
Cap. LXXXVI. Come i Genovesi si misono in servaggio dell’arcivescovo [114]
Cap. LXXXVII. Come i Pisani feciono confinati [115]
Cap. LXXXVIII. Come i Sanesi ruppono i patti a Montepulciano [117]
Cap. LXXXIX. Come si cominciò la gran compagnia nella Marca [118]
Cap. XC. Dice de’ leoni nati in Firenze [119]
Cap. XCI. Come i Romani si dierono alla Chiesa di Roma [120]
Cap. XCII. Le novità seguite in Pistoia [121]
Cap. XCIII. Come l’arcivescovo richiese di pace i Veneziani [122]
Cap. XCIV. Come i Veneziani ordinarono lega contro al Biscione [123]
Cap. XCV. Come il conestabile di Francia fu morto [124]
Cap. XCVI. Come si cominciò la rocca in Sangimignano, e la via coperta a Prato [126]
Cap. XCVII. Del male stato dell’isola di Sicilia [126]
Cap. XCVIII. Come il legato del papa procedette col prefetto [127]
Cap. XCIX. Come si rubellò Verona al Gran Cane per messer Frignano [129]
Cap. C. Come messer Bernabò con duemila barbute si credette entrare in Verona [132]
Cap. CI. Come messer Gran Cane racquistò Verona, e fu morto messer Frignano [136]
Cap. CII. Come messer Gran Cane riformò la città di Verona, e fece giustizia de’ traditori [136]
Cap. CIII. Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento dell imperadore in Italia [138]
Cap. CIV. D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria [139]
Cap. CV. Di tremuoti che furono [140]
Cap. CVI. De’ fatti del monte [141]
Cap. CVI. Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, e di più cose per lo tradimento di Verona [144]
Cap. CVII. Del processo della grande compagnia di fra Moriale della Marca [145]
Cap. CVIII. Come il legato prese Toscanella [147]
Cap. CIX. Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia [148]
Cap. CX. D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze [151]
Cap. CXI. Come furono cacciati i guelfi di Rieti e da Spoleto [151]
LIBRO QUARTO
Cap. I. Comincia il quarto libro, e prima il Prologo [153]
Cap. II. Comparazione dal re Ruberto al re Luigi [154]
Cap. III. Come gran parte dell’isola di Cicilia venne all’ubbidienza del re Luigi [155]
Cap. IV. Come l’arcivescovo cominciò guerra contro a’ collegati di Lombardia [157]
Cap. V. Come il re d’Ungheria passò con grande esercito contra un re de’ Tartari [157]
Cap. VI. De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi in Cipri [159]
Cap. VII. D’una notabile maraviglia della reverenza della tavola di santa Maria in Pineta [160]
Cap. VIII. Come il vicario di Bologna mandò l’oste sopra Modena con due quartieri di Bologna [162]
Cap. IX. Come il legato e i Romani guastarono il contada di Viterbo. [162]
Cap. X. Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente [163]
Cap. XI. Come il popolo di Bologna si levò a romore per avere loro libertà, e fu in maggiore servaggio. [165]
Cap. XII. Come fu tolta l’arme al popolo di Bologna [168]
Cap. XIII. Come il legato ebbe la città d’Agobbio [169]
Cap. XIV. Come i Perugini non tennono fede a’ Fiorentini e’ Sanesi [170]
Cap. XV. Come procedettono i rettori di Firenze in questa sopravvenuta tempesta della compagnia di fra Moriale [173]
Cap. XVI. Come si provvedde a Firenze contra la compagnia [175]
Cap. XVII. Come fu morto messer Lallo [176]
Cap. XVIII. Come il re di Spagna cacciata la non vera moglie coronò la legittima [178]
Cap. XIX. Come i collegati di Lombardia condotta la compagnia mandarono all’imperadore [181]
Cap. XX. Come i Bordoni furono cacciati di Firenze, e sbanditi per ribelli [182]
Cap. XXI. Come il re d’Araona venne con grande armata a racquistare Sardegna [183]
Cap. XXII. Come i Genovesi feciono armata contro a’ Veneziani e Catalani [184]
Cap. XXIII. Come il tribuno di Roma fece tagliare la lesta a fra Moriale [186]
Cap. XXIV. D’una sformata grandine venuta a Mompelieri, e della scurazione del sole [188]
Cap. XXV. Come morì l’arcivescovo di Milano [189]
Cap. XXVI. Come il tribuno di Roma fu morto a furia di popolo [190]
Cap. XXVII. Come l’imperadore Carlo venne in Lombardia [192]
Cap. XXVIII. Come i tre fratelli de’ Visconti di Milano furono fatti signori, e loro divise [194]
Cap. XXIX. Come l’imperadore stando a Mantova trattava la pace de’ Lombardi [195]
Cap. XXX. Come furono presi i legni ch’andavano a Palermo [197]
Cap. XXXI. Come si cominciò guerra il Puglia tra loro. [198]
Cap. XXXII. Come i Genovesi sconfissono i Veneziani a Portolungone in Romania [199]
Cap. XXXIII. Come Gentile da Mogliano diede fermo al legato [203]
Cap.XXXIV. Come il re d’Araona ebbe la Loiera, e fece accordo col giudice [204]
Cap. XXXV. Come i Pisani si diliberarono di mandare all’imperatore [206]
Cap. XXXVI. Rottura della pace del re di Francia e d’Inghilterra [207]
Cap. XXXVII. Come un gatto uccise un fanciullo in Firenze [208]
Cap. XXXVIII. Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano [209]
Cap. XXXIX. Come l’imperadore andò a Moncia per la corona del ferro [211]
Cap. XL. Come il conte di Lando venne di Lombardia in Romagna con la gran compagnia [214]
Cap. XLI. Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore a Pisa si provvidono [215]
Cap. XLII. Come il legato prese Recanati [217]
Cap. XLIII. Come il capitano di Forlì venne in Firenze [218]
Cap. XLIV. Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa [219]
Cap. XLV. Come l’imperadore bandì parlamento in Pisa, e quello n’avvenne [220]
Cap. XLVI. Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò l’imperio [221]
Cap. XLVII. Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore [223]
Cap. XLVIII. Come procedettono i fatti in Pisa [224]
Cap. XLIX. Come gli ambasciadori del comune di Firenze andaro all’imperadore [225]
Cap. L. Di novità stata in Montepulciano [226]
Cap. LI. Come le sette di Pisa si pacificarono insieme [227]
Cap. LII. Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo [229]
Cap. LIII. Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti dall’imperadore [231]
Cap. LIV. Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini [232]
Cap. LV. De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti da’ suoi vicini [235]
Cap. LVI. Di molti Alamanni venuti alla coronazione dell’imperadore [237]
Cap. LVII. Di novità della Marca per Recanati [238]
Cap. LVIII. Come la gran compagnia del conte di Lando entrò nel Regno [239]
Cap. LIX. Come l’imperadore andò a Lucca [240]
Cap. LX. Come al Galluzzo nacque un fanciullo mostruoso [241]
Cap. LXI. De’ fatti di Siena con l’imperadore [242]
Cap. LXII. Di più imbasciate ghibelline state in presenza dell’imperadore [245]
Cap. LXIII. Come i Volterrani si dierono all’imperadore [247]
Cap. LXIV. Come i Samminiatesi si dierono all’imperadore [248]
Cap. LXV. Di disusato tempo stato nel verno [249]
Cap. LXVI. Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore [250]
Cap. LXVII. Come l’imperadore mandò aiuto di gente al legato [252]
Cap. LXVIII. Trattati dall’imperadore a’ Fiorentini [253]
Cap. LXIX. Raccolti falli de’ governatori del comune di Firenze [254]
Cap. LXX. Come a Firenze si fece il sindacato per l’accordo con l’imperadore [256]
Cap. LXXI. Quello si fe’ per alcuno cardinale per la coronazione dell’imperadore [258]
Cap. LXXII. Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze [259]
Cap. LXXIII. Come i Fiorentini per mala provvedenza errarono a loro danno [262]
Cap. LXXIV. Della statura e continenza dell’imperadore [263]
Cap. LXXV. Come si bandì in Firenze l’accordo con l’imperadore [265]
Cap. LXXVI. I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore [266]
Cap. LXXVII. Come fu offesa la libertà del popolo di Roma da’ Toscani [260]
Cap. LXXVIII. Di quello medesimo [270]
Cap. LXXIX. Come la gran compagnia rubò il Guasto in Puglia [272]
Cap. LXXX. Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe [273]
Cap. LXXXI. Come si mutò lo stato de’ nove di Siena [275]
Cap. LXXXII. Di quello medesimo [276]
Cap. LXXXIII. Il modo trovò il comune di Firenze per avere danari [277]
Cap. LXXXIV. L’ordine diede l’imperadore agli Aretini [279]
Cap. LXXXV. Come fu preso Montepulciano dalla casa de’ Cavalieri [281]
Cap. LXXXVI. Come il papa riprese in concistoro certi dissoluti cardinali [282]
Cap. LXXXVII. Di alcuna novità di Pisa per gelosia [283]
Cap.LXXXVIII. Della gente che i Fiorentini mandarono con l’imperadore [284]
Cap. LXXXIX. Come l’imperadore si partì da Siena [285]
Cap. XC. Della gran compagnia ch’era in Puglia [286]
Cap. XCI. Come il gran siniscalco cambiò sua fama in Firenze [287]
Cap.XCII. Come l’imperadore giunse a Roma [289]

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in fine libro sono state riportate nel testo.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.