CAPITOLO PRIMO.
Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire a’ magnifici e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più paiono mirabili innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene, perchè il sommo stato delle cose mobili e mortali, venuto al termine dell’ottato fine, invilisce, perocchè non può empiere la mente dell’animo immortale; ancora si fa più vile, se con somma virtù non si governa e regge; ma quando s’aggiugne a’ vizi, l’ottata signoria diventa incomportabile tirannia, e muta il glorioso titolo in ispaventevole tremore de’ sudditi popoli. Ma perocchè ogni signoria procede ed è data da Dio in questo mondo, assai è manifesto, che per i peccati de’ popoli regna l’iniquo. L’imperial nome sormonta gli altri per somma magnificenza, al qual solea ubbidire tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri tempi gl’infedeli hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta per i cristiani tanti sono i potenti re, signori, e tiranni, comuni, e popoli che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla sua suggezione; la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente dalla divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è nella podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non piccola l’imperiale elezione trasportata ai sette principi d’Alamagna, i quali hanno continovato lungamente a eleggere e promuovere all’imperio signori di loro lingua, i quali colla forza teutonica, e col consiglio indiscreto e movimento furioso di quella gente barbara hanno voluto reggere e governare il romano imperio; la qual cosa è strana da quel popolo italiano che a tutto l’universo diede le sue leggi, e’ buoni costumi e la disciplina militare: e mancando a’ Tedeschi le principali parti che si richieggono all’imperiale governamento, non è maraviglia perchè mancata sia la somma signoria di quello. E stringendone l’usata materia a fare principio al quinto libro, la coronazione di Carlo di Luzimborgo, e quanto di quella seguitò in brevissimo tempo, sieno in parte esempio di quello che narrato avemo nella presente rubrica.
CAP. II. Come messer Carlo di Luzimborgo fu coronato imperadore de’ Romani.
Domenica mattina a dì 5 del mese d’aprile, gli anni Domini 1355 dalla sua salutevole incarnazione, il dì della Resurrezione di Cristo, essendo il cardinale d’Ostia legato del papa a fare la consecrazione dell’imperadore con molti prelati nella basilica di san Pietro, l’eletto Carlo sopraddetto giugnendo a san Pietro co’ Romani, e colla grande cavalleria e moltitudine di popolo che l’aveano accompagnato, scavalcato colla sua donna, furono ricevuti nella chiesa con grande tumulto di stromenti, e allegrezza e festa di catuna gente. E incontanente ch’egli fu in san Pietro, com’egli avea ordinato, molti cavalieri armati tramezzarono tra la sua persona e della donna con alquanti più confidenti prelati ch’erano all’uficio dell’altare, e l’altro popolo riempierono sì il mezzo della grande basilica che niuno potea valicare verso l’altare, o vedere la sua consacrazione, salvo i prelati e coloro ch’erano in compagnia con l’eletto. E celebrato l’uficio della solenne messa, spogliato l’eletto de’ suoi primi vestimenti, e stando a piè dell’altare, ricevuta la sagra unzione, e confessata la sua cattolica fede, con quelle cerimonie che l’usanza richiede, fu vestito dell’imperiali vestimenta, e consecrato dal cardinale; per lo prefetto di Vico, in chi sta l’uficio d’incoronare, gli fu messo la corona dell’oro imperiale, ed egli incoronò l’imperatrice. E fatta la solennità della sua coronazione, l’imperadore nella maestà imperiale montò in su uno grande e nobile destriere, portando nella mano destra un bastone d’oro, e nella sinistra una palla d’oro ivi suso una crocetta di sopra, e sotto nobilissimi palii d’oro e di seta, addestrato da’ principi romani e da altri nobili signori alla sella e al freno e d’intorno, e appresso a lui l’imperadrice, con grande allegrezza e festa furono condotti per la città di Roma a san Giovanni Laterano, ov’era fatto l’apparecchiamento per desinare; e ivi smontati, con grande reverenza andarono a vicitare l’altare: e già valicata l’ora di nona, si posono a mangiare: e fatta la desinea, l’imperadore e l’imperadrice, con poca compagnia di loro gente, mutato l’abito dell’imperiale maestà, montarono a cavallo, e andarono ad albergare fuori della città di Roma a san Lorenzo tra le vigne: e questo fece per ubbidire al comandamento a lui fatto dal santo padre, che coronato che fosse, non dovesse albergare in Roma. A questa coronazione si trovarono cinquemila tra baroni e cavalieri alamanni, i più Boemi, e più di diecimila Italiani vi furono a cavallo, tutti al servigio e a fare onore all’imperadore. E niuno contrario o sospetto a lui si trovò in Italia, per l’umile venuta e savia pratica che tenne, di non essere partefice e di non seguire il consiglio de’ ghibellini come i suoi antecessori, cosa maravigliosa e non udita, addietro per molti tempi. E partito l’imperadore da san Lorenzo con minore compagnia se n’andò a Tivoli per osservare alcuna ceremonia debita a’ novelli imperadori; incontanente tutta la cavalleria si cominciò a partire da Roma, e venire verso Siena e Pisa, e chi a ritrarsi verso la Magna. Lasceremo alquanto l’imperadore e la sua cavalleria al cammino, e seguiremo d’altre novità strane, che in questi giorni s’apparecchiano alla nostra materia.
CAP. III. Come messer Ruberto di Durazzo prese per furto il Balzo in Provenza.
Quello che seguita essendo molto strano dalla schiatta reale, ci fa manifesto, che dove la necessità regna, rade volte s’aggiugne la ragione. Messer Ruberto, figliuolo che fu di messer Gianni duca di Durazzo, nipote del re Ruberto, tornato di prigione d’Ungheria, e male provveduto dal re Luigi suo cugino, se n’andò in Francia; e servendo il re alle sue spese, non essendo provveduto da lui tornò in Provenza; e ivi, per mantenersi a onore, gravati gli amici e’ parenti, consumò ciò ch’egli avea: e venuto a tanto che non potea mantenere quattro scudieri, si pensò di fare male; e non avendo da se la forza, s’accostò col sire della Guardia, a cui manifestò il suo pensiero, e richieselo d’aiuto. Costui, ch’era uomo atto alla guerra più ch’al riposo, disse di seguirlo volentieri, e accolsono ottanta cavalieri, e provvidonsi di scale; e una notte, a dì 6 d’aprile del detto anno, essendo il forte castello del Balzo in Provenza senza alcuno sospetto, e ’l signore del Balzo nel Regno in cortese guardia del re, messer Ruberto vi s’entrò dentro, e senza contasto prese il castello e la rocca inespugnabile. Sentendosi la novella in corte, il papa e’ cardinali se ne turbarono forte, salvo il cardinale di Pelagorga ch’era suo zio, il quale con seguito di certi cardinali di sua setta lo scusavano in concestoro, e segretamente l’atavano per modo, che in pochi dì ebbe nel Balzo trecento cavalieri e cinquecento fanti armati, e cominciò a correre il paese e fare preda fin presso Avignone, non senza sospetto del papa, e de’ cardinali, e di tutta la Provenza.
CAP. IV. Come i Provenzali s’accolsono per porre l’assedio al Balzo.
Essendo questa cosa divolgata per la Provenza, i baroni del paese ch’amavano la casa del Balzo, e temeano delle loro castella per lo male esempio, senza essere richiesti da altro signore fece catuno suo sforzo, e trassero con cavalieri e fanti che poterono fare al Balzo, e in pochi giorni vi si trovarono ottocento cavalieri e gran popolo: e dato ordine tra loro, tennono assediato il castello e la gente che dentro v’era. La novella andò di subito a Napoli al conte d’Avellino signore del Balzo, il quale di presente il disse al re; ond’egli si turbò forte, e incontanente licenziò il conte, e rimandollo in Provenza, profferendogli il suo aiuto: il conte si mise in fretta al suo viaggio. Il papa e’ cardinali erano in turbazione colla setta di quelli di Pelagorga, la qual cosa conturbava non poco la corte e tutta la Provenza. Lasceremo al presente la materia del Balzo, e trapasseremo alle novità che occorsono in Italia innanzi che il Balzo si racquistasse.
CAP. V. Come si comincio l’izza da messer Galeazzo Visconti a messer Giovanni da Oleggio.
Messer Giovanni da Oleggio vicario di Bologna per messer Maffiolo de’ Visconti di Milano, innanzi che l’arcivescovo avesse presa Bologna era provveduto dal detto arcivescovo, del quale si credea che fosse figliuolo, tra altre utili possessioni d’un castello grande e nobile chiamato...., del quale messer Giovanni avea buona rendita: il castello vicinava con certe terre di messer Galeazzo Visconti. Avvenne, che messer Giovanni s’intendea in Milano d’amore con alcuna donna la quale nel segreto era al servigio di messer Galeazzo, il quale accorgendosi di messer Giovanni, l’ebbe a sdegno, e senza altro dimostramento della cagione prese izza contro a lui, e messer Giovanni sforzandosi di fargli onore nol potea contentare: infine gli tolse il castello, più per fargli dispetto che per altra cagione. Della qual cosa messer Giovanni non s’osò rammaricare nè dolere, ma di questo nacque poi maggiore novità quando messer Giovanni si rubellò alla casa de’ Visconti, come leggendo appresso si potrà trovare.
CAP. VI. Come il capitano di Forlì sconfisse gente della Chiesa.
Del mese d’aprile del detto anno, il capitano di Forlì cavalcava nella Marca, e avea in sua compagnia dugento cavalieri i più gentili uomini giovani, i quali erano con lui per amore a sua provvisione. Il capitano della gente d’arme della Chiesa seppe l’andata del capitano di Forlì, e di notte gli si fece incontro, e misegli un aguato di quattrocento cavalieri. Il capitano di Forlì, innanzi che fosse al passo dell’aguato, per sue spie seppe come i nemici in quantità di quattrocento cavalieri l’attendeano di presso; egli era in parte ch’el si poteva tornare addietro salvamente, ma pensando che ciò gli tornerebbe a vergogna, avendo l’animo grande, e giovani cavalieri con seco pro’ e arditi, diliberò con loro d’andare ad assalire i nemici, non ostante che gran vantaggio avessono del numero della gente e del terreno; fece cento feditori ch’andassono innanzi a cominciare la zuffa, i quali si mossono in un fiotto, e dirizzaronsi al cammino verso l’aguato, a modo come se ’l capitano fosse tra loro. I nemici pensandogli raccogliere a mansalva uscirono loro addosso, credendo che vi fosse il capitano di Forlì. I cento cavalieri, vedendo venire verso loro tutto l’aguato, strettamente con grande ardire, sì fedirono tra loro sì virtuosamente, che gli feciono invilire; e vedendo come francamente sosteneano contro a loro, temettono che il capitano con maggior forza non venisse loro addosso; e vedendo dalla lunga apparire gente al loro soccorso, e che questi cento cavalieri tanto francamente si sosteneano, innanzi che il capitano giugnesse ruppono; e giugnendo il capitano di Forlì al soccorso de’ suoi, trovò rotti i nemici, e perseguitandoli, prese dugento cavalieri e più di quell’aguato, e raccolta la preda, vittoriosamente fornì il suo viaggio.
CAP. VII. Come messer Filippo di Taranto prese per moglie la figliuola del duca di Calavria.
Essendo dama Maria, sirocchia della reina Giovanna figliuola del duca di Calavria, rimasa vedova di due mariti tagliati a ghiado, che l’uno fu il duca di Durazzo, l’altro Ruberto figliuolo del conte d’Avellino, de’ quali innanzi è fatta menzione, essendo così vedova, del mese d’aprile, ella e messer Filippo di Taranto fratello carnale del re Luigi senza moglie, non ostante ch’ella fosse figliuola di suo cugino carnale e stata moglie del duca suo cugino, senza alcuna dispensazione, con volontà e consiglio del detto re e della reina Giovanna sua sirocchia, per nome di matrimonio si congiunsono insieme; e dopo la loro congiunzione e maritaggio, il detto messer Filippo andò a corte di Roma a Avignone al papa per avere la dispensagione. Il papa ebbe questa cosa molto a grave, e il collegio de’ cardinali, e fu da loro messer Filippo mal veduto, e dimorò in corte e in Provenza lungamente, adoperando cose da piacere al papa per potere avere la dispensazione a lui più volte negata. Infine dopo lungo dimoro, caricato il papa dal re e dalla reina, che questa vergogna non rimanesse nella casa reale, infine per lo meno male, e per ricoprire quello vituperio, concedette la detta dispensagione.
CAP. VIII. Come Massa e Montepulciano non ricevettono i vicari del patriarca.
In questi dì, essendo l’imperadore a Roma, i Massetani, e’ Montepulcianesi, e que’ di Grosseto, che soleano ubbidire al comune di Siena, avendo sentiti i romori della città, e l’abbattimento dell’ordine de’ nove e di tutti gli ufici del comune mandandovi il vicario dell’imperadore per riprendere la signoria di quelle terre, catuna si ritenne senza volere ricevere la signoria del vicario, volendo prima vedere come la città di Siena si dovea riposare. E di questa novità il minuto popolo e gli artefici ch’aveano abbattuto l’ordine de’ nove, che di ciò erano contenti, furono turbati assai, e presono cagione d’intendersi insieme, onde poi seguirono gravi revoluzioni, come al suo tempo appresso racconteremo.
CAP. IX. Come i Visconti tolsono a messer Giovanni da Oleggio il suo castello.
Essendo messer Giovanni de’ Peppoli che vendè Bologna molto confidente a messer Galeazzo Visconti, per accattare benivolenza a’ suoi amici da Bologna da messer Giovanni da Oleggio che n’era vicario operò tanto, che messer Galeazzo gli rendè la grazia sua, e il castello, che per sdegno gli avea tolto; la qual cosa fu a messer Giovanni da Oleggio a grado, e di presente si provvide di ricchi doni, e mandolli a messer Galeazzo, il quale gli ricevette graziosamente. Messer Maffiolo vedendo che messer Giovanni era tornato nella grazia di messer Galeazzo, incominciò a prendere sconfidanza di lui, e inanimossi di rimuoverlo del vicariato di Bologna, e il suo proprio castello ch’avea riavuto da messer Galeazzo recò cortesemente al suo governamento, e certa provvisione ch’egli era usato di fare ogni anno a messer Giovanni per i servigi che ricevea da lui cominciò a sostenere con dissimulazioni. E parendogli che messer Giovanni ubbidisse più gli altri suoi fratelli che se, avendo intendimento di mutarlo e trarlo di Bologna, copria il suo intendimento con povero consiglio, che non sapea più; ma colui con cui egli avea a fare era uomo astuto e avvisato, e però il fine andò tutto per altro modo che messer Maffiolo e’ fratelli non pensarono, come leggendo innanzi si potrà vedere.
CAP. X. Andamenti della gran compagnia.
Essendo lungamente stata in Puglia la compagnia del conte di Lando, favoreggiata dal duca di Durazzo e dal conte Paladino in vergogna della corona, perchè dal re erano stati mal trattati, del mese di maggio la condussono in Terra di Lavoro, e misonsi a Serni e a Matalona, facendo per lo paese danni di ruberie e di prede quanto più poteano, senza trovare fuori delle mura delle terre alcuno contasto: e appresso feciono più parti di loro, e sparsonsi per lo paese facendo danni assai, come per i tempi innanzi si racconteranno.
CAP. XI. Come il re di Tunisi fu morto.
Innanzi ch’e’ Genovesi prendessono Tripoli di Barberia, il re di Tunisi avendo assai figliuoli di diverse donne, com’è usanza de’ saracini, i quali figliuoli male ordinati, non volendo che la successione del regno venisse a quel loro fratello a cui il re intendea di lasciare la reale signoria, trattarono e misono ad esecuzione la violente morte del re loro padre; e rimanendo il reame in vacazione, i baroni occuparono chi in un paese e chi in un altro le possessioni e ragioni del reame; e nondimeno alcuni de’ piccoli figliuoli del re che non era partefice al patricidio feciono re, il quale possedea Tunisi e parte del reame, ma non l’occupava. In quel tempo avvenne, ch’un figliuolo d’un fabbro saracino, essendo sperto, e ben parlante, e di grand’animo, ebbe cuore, trovandosi in Tunisi, d’occupare la città con tirannia; ed essendovi grande per la sua eloquenza, per la sua industria se ne fece signore, e reggea e governava quel popolo e quell’antica città a suo volere, senza lasciarli ritornare alla debita signoria del re di Tunisi; e per lo male stato di quello reame non era chi lo repugnasse. Per la qual cosa avvenne, che certi Genovesi ch’aveano veduto il reggimento di quel tiranno, e sentito com’egli era in odio al re di Tunisi e a’ suoi baroni, da cui non avrebbe soccorso, e il gran tesoro ch’era in quel popolo, si pensarono di prendere per ingegno e per forza quella città, come poi venne loro fatto, secondo che appresso leggendo si potrà trovare.
CAP. XII. Come messer Giovanni da Oleggio rubellò Bologna.
Noi abbiamo poco addietro narrato come messer Maffiolo de’ Visconti di Milano, nella cui parte era venuta la città di Bologna, avea preso sospetto di messer Giovanni da Oleggio suo vicario, e provvedeasi segretamente a rimuoverlo; e parendogli tempo, mandò a Bologna messer Galeazzo de’ Pigli da Modena con certa famiglia, acciocchè prendesse da messer Giovanni la signoria, e rimanesse suo vicario in Bologna, e a messer Giovanni scrisse, ch’assegnato ch’avesse al nuovo vicario la tenuta e la signoria, che se ne tornasse a Milano, facendogli assai larghe offerte. E giunto in Bologna messer Galeazzo, fu da messer Giovanni ricevuto graziosamente nella prima apparenza, e per mostrarsi fedele e ubbidiente al suo signore, di presente fece assegnare la rocca e la guardia della porta di verso Modena a uno Milanese, di cui messer Maffiolo n’avea fatto castellano. Questo si crede che facesse piuttosto per poter meglio trattare l’altre cose che gli bollivano nell’animo, che per semplice disposizione d’ubbidienza. E vedendosi egli allo stremo partito, lavorava dentro con grande angoscia dell’animo, e non avea con cui confidentemente potersi consigliare; e dall’una parte il premea la fede promessa alla casa de’ Visconti di cui e’ si tenea per nazione, ma più per i grandi onori e per lo stato ov’era pervenuto di piccolo grande, per i beneficii ricevuti da’ suoi signori; e dall’altro lato tempellava la mente l’ambizione della signoria che gli convenia lasciare, e lo sdegno che già sentiva preso per messer Maffiolo gli generava paura che lasciata la signoria e’ non fosse mal trattato, e però, ma più l’appetito della signoria, il fece diliberare di mettersi innanzi a ogni pericolo di sua fortuna, che di lasciare così grande signoria com’egli avea tra le mani, e ogni fede promessa, e tutte l’altre ragioni di sua natura, e d’onori e di beneficii ricevuti mise addietro per niente. E avendo in se medesimo così diliberato, ebbe a se messer Galeazzo nuovo vicario, e fecegli vedere con belle ragioni, come la subita revoluzione della signoria di Bologna era di gran pericolo, e maggiormente perchè sapea che ’l marchese di Ferrara avea accolto gente d’arme, e manifesto era per l’aspre cose ch’egli avea fatte a’ Bolognesi ch’elli erano mal contenti; e però consigliava, ch’egli prima andasse a prendere le tenute delle castella di fuori, e quelle rifornisse e provvedesse di buona guardia, e fatto questo, senza pericolo potea sicuramente ricevere la signoria. Costui ignorante del baratto seguitò il consiglio di messer Giovanni, e prese le masnade ch’avea in Bologna a cavallo e a piè, e’ nuovi castellani e le lettere del comandamento, ch’e’ castellani e l’altre masnade dovessono ubbidire al nuovo vicario; e messolo fuori della città di Bologna, incontanente messer Giovanni mandò pe’ rettori e per tutti gli uficiali ch’erano in Bologna, catuno per se, e come veniano a lui, gli facea mettere in certa camera del suo palagio in salva guardia: e com’ebbe raccolti tutti i rettori, e uficiali in quella sera, mandò per tutti i maggiori cittadini di Bologna grandi e popolani, e per coloro cui egli avea più serviti e meno gravati, e raunatili insieme nel suo palagio, essendo già assai infra la notte, disse, com’egli col loro aiuto intendea di volere torre la signoria di Bologna a messer Maffiolo e agli altri suoi fratelli signori di Milano, e voleala tenere per se, promettendo di trattare benignamente grandi e popolani, e d’alleggiare i cittadini dal disordinato giogo, che a petizione di que’ tiranni era stato costretto di tenere loro addosso contro a sua volontà; scusando se, che come sottoposto al duro comandamento avea fatte assai aspre e crudeli cose a que’ cittadini, facendole contro alla sua natura e all’animo suo per ubbidire a’ crudeli tiranni, a cui non avea potuto fare resistenza, ma da quinci innanzi intendea trattarli come fratelli, e ne daria loro un segnale, mettendo il governamento della cittadinanza nelle loro mani. I cittadini paurosi per l’usata tirannia, temendo che ’l parlare di messer Giovanni non fosse per tentarli della loro fedeltà, dimostrarono e rispuosono di concordia, ch’elli erano apparecchiati a mantenere a lui e a’ suoi signori la fede promessa. Messer Giovanni vedendo la ferma risposta de’ cittadini, e temendo il pericolo della brevità del tempo, con aspre parole cominciò a minacciare i cittadini, dicendo, che parlava aperto e non per tentarli, e che poteano bene comprendere, che in questo punto a lui convenia prendere o lasciare la signoria, ed egli per suo vantaggio, e per trarre loro del servaggio, volea fare con loro consentimento quello ch’avea loro proposto e ragionato: ma poichè vedea tanta follia nelle cieche menti di que’ cittadini, disse, che contro a loro e contro agli altri che non v’erano farebbe aspre e dure cose infino alla morte di catuno, e la città arderebbe e lascerebbe desolata. E questo dimostrava con tanto infocamento d’animo, che manifesto fu a tutti ch’e’ parlava da dovero e non per alcuna tentazione. Allora presono tra loro consiglio, e dissono: Signor nostro, che aiuto vi possiamo noi fare, essendo senz’arme? messer Giovanni disse, che volea ch’eglino il chiamassono signore, e in quella notte farebbe a catuno rendere l’armi: ed eglino il feciono, e l’armi furono rendute in quella notte a chi le volle. La mattina messer Giovanni mandò per i conestabili de’ soldati da cavallo e da piè, e disse, che volea il saramento da loro a se come signore di Bologna, e chi fare nol volesse di presente si partisse di Bologna, e del contado e del suo distretto, a pena della testa; giurarono a lui le due parti, e gli altri si partirono, e di presente uscirono del paese: e tutti gli uficiali ch’egli avea rinchiusi rimutò de’ loro ufici, e misevi de’ nuovi che giurarono a lui, e quelli fece partire della città. Il nuovo castellano, ch’avea messo nella rocca della porta verso Modena, avendo messer Giovanni mandato per lui, non v’era voluto andare, ma per mattia n’avea mandato il figliuolo, il quale messer Giovanni ritenne: e in quella mattina con gran fretta mandò a tutti i castellani di fuori, che non si dovessono rimuovere, nè ricevere in loro castella messer Galeazzo de’ Pigli per lettere o per comandamento ch’e’ portasse da sua parte, e di ciò fu bene ubbidito. Il castellano della città sopraddetto, sentendo la ribellione di messer Giovanni, non volea rendergli la rocca. Messer Giovanni, dal venerdì mattina fino alla domenica sera, con molta sollecitudine intese a ordinare e a rifermare il reggimento della città e della guardia dentro: e in questo tempo il marchese di Ferrara, cui egli avea richiesto d’aiuto, gli mandò dugentocinquanta cavalieri. Il lunedì mattina, non volendo il castellano milanese rendere la rocca della porta, messer Giovanni vi mandò gente d’arme per mostrare di volerla combattere, e per fare impiccare il figliuolo nel cospetto del padre; la battaglia fu ordinata, e le forche ritte, e ’l figliuolo menatovi a piè per impiccare. Il padre doloroso, vedendosi senza soccorso da non potere resistere, e ’l figliuolo per essere impiccato, rendè la tenuta, e fu libero egli e ’l figliuolo: e messer Giovanni rimase libero signore della città di Bologna, levatala dalla signoria de’ signori di Milano, per cui l’avea governata e retta in cruda tirannia infino a dì 20 del mese d’aprile 1355 che se ne fece signore ed ebbe la detta rocca, e in Bologna prese tutti i Milanesi che v’erano e le loro mercatanzie, de’ quali trasse molti danari per riscatto delle persone e della mercatanzia. E nelle castella di fuori non ebbe podere d’entrare messer Galeazzo, salvo che in Luco, e ivi si ritenne, sentendo la ribellione di messer Giovanni, aspettando la volontà de’ suoi signori. Messer Giovanni mettendosi alla fortuna rimase signore; quegli che segue rifrenandola per senno, ovvero per mattia, ne perdè la vita, come appresso diviseremo.
CAP. XIII. Come il doge di Vinegia fu decapitato.
Messer Marino Faliere doge di Vinegia, uomo di gran virtù e senno, reggendo l’uficio di cotanta dignità, e senza sospetto e in grazia de’ suoi cittadini, avendo l’animo grande si contentava male, non parendogli potere fare a sua volontà com’avrebbe voluto, strignendolo la loro antica legge di non potere passare la deliberazione del consiglio a lui diputato per lo comune; e però avea preso sdegno contro a’ gentili uomini che più lo repugnavano presontuosamente. E intanto avvenne, che certi popolani furono da alquanti de’ grandi di parole e di fatti oltraggiati villanamente; e crescendo lo sdegno del doge per la disordinata baldanza de’ gentili uomini, prese sicurtà di scoprire agli oltraggiati popolani l’animo suo ch’avea contro la riverenza de’ gentili uomini, che tutti erano del consiglio; e di questo seguitò, che il doge concedette segretamente licenza a’ popolari ingiuriati che si procacciassono di confidenti amici, e d’arme e di gente acconcia al servigio, e una notte ordinata fossono su la piazza di san Marco, e sonassono le campane a stormo, e dessono voce che le galee de’ Genovesi fossono nel golfo; e per usanza in cotali novità i gentili uomini di consiglio soleano venire al palazzo al doge per provvedere e consigliare quello che fosse da fare, e in quella venuta i popolani armati li doveano uccidere, ovvero radunati in palagio metterli alle spade; e questo fatto, doveano correre la città gridando, viva il popolo, e fare il doge signore, e annullare l’ordine del consiglio e de’ gentili uomini, e fare tutti gli uficiali popolari. Ed essendo con molta credenza la cosa condotta sino alla sera che la notte dovea seguire, il fatto come a Dio piacque per lo minore male, il doge in questa sera mandò per un suo confidente popolare amico, uomo di grande ricchezza, a cui rivelò il trattato, e come in quella notte si dovea fare il fatto: costui turbato nella mente, con savie parole gli biasimò l’impresa e impaurì il doge, e non ostante che la cosa fosse recata molto agli stremi del tempo, disse, che là dove piacesse al doge, che metterebbe subito consiglio che la cosa non procederebbe. Il doge invilito nell’animo al consiglio di questo suo amico, gli diè mattamente parola ch’egli ordinasse segretamente che il fatto si rimanesse; e acciocchè dato gli fosse fede, gli diè un suo segreto suggello. Questi andò di presente ai caporali a cui il doge il mandò ch’aveano accolta la loro compagnia, e disse loro da parte del doge, che si dovessono ritrarre dall’impresa, e mostrò loro il segno del suo suggello. A’ popolari ch’erano apparecchiati parve essere traditi, e non ardirono di procedere più innanzi, sentendo la mutazione del doge. Uno pellicciere ch’era degl’invitati, sentendo che la cosa non procedea, per paura d’essere incolpato se n’andò a uno gentile uomo di consiglio, e manifestogli quello che sapea del fatto, che non sapea però tutto. Costui menò il pellicciere al doge, il quale, non sapendo che il doge sentisse di questo fatto, gli narrò ciò che ne sapea, e nominogli i caporali. Il doge annullò molto il fatto, dicendo, che per alcuno sentimento che n’avea avuto avea fatto spiare, e trovato avea che la cosa era nulla. Il savio consigliere disse al doge, che volea che questa cosa sentisse il consiglio; e contradiandolo il doge, costui perseverò tanto in questo, che il savio doge divenuto per viltà fuori del senno promise farlo raunare; commettendo fallo capitale della sua testa, che lieve gli era ritenere costoro, e fare eseguire quello che ordinato era, o stringerli e giudicarli a suo volere segretamente. La mattina raunato il consiglio, e divolgata la novella, furono mandati a prendere i caporali, e venuti dinanzi al doge e al consiglio, il doge li chiamò traditori per dimostrarsi strano dal trattato, ma vennegli fallato, perocchè in faccia gli dissono, che ogni cosa che ordinata era s’era mossa da lui e proceduta dal suo consiglio. Il doge nol seppe negare. Il consiglio incontanente il fece guardare nel suo palagio per loro medesimi. In prima impesono quattro de’ caporali alle colonne del palagio del doge, e il dì seguente confiscarono tutti i beni del doge, ch’era grande ricco uomo, al comune, salvo che per grazia gli concedettono che di duemila fiorini potesse testare a sua volontà; e menatolo in sulla scala dov’egli avea fatto il saramento quando il misono nella signoria, gli feciono tagliare la testa, e vilissimamente il suo corpo messo in una barca fu mandato a seppellire a’ frati; e l’amico suo che sturbò il patricidio de’ grandi cittadini, e il rivolgimento dello stato di quella città, ebbe per merito condannagione grande pecuniale, e perpetuo esilio, rilegato nell’isola di Creti.
CAP. XIV. Come l’imperadore tornò coronato a Siena.
L’imperadore Carlo ricevuta la corona in Roma, come detto abbiamo, se ne tornò verso Siena, e soggiornato a Montalcino, e appresso venuto a Montepulciano; e in catuno luogo lasciati suoi vicari con alcuna gente, domenica a dì 19 d’aprile in sul vespero giunse alla città di Siena; e innanzi che entrasse nella città, fattoglisi incontro i cittadini con gran festa in sull’ora del vespero, in quest’abboccamento otto cittadini pomposi e avari per cessare la debita spesa alla cavalleria si feciono a lui fare cavalieri, e appresso entrato nella città glie n’accorreano molti senza ordine o provvisione, ed egli avvisato del vano e lieve movimento di quella gente, commise al patriarca che in suo nome gli facesse. Il patriarca non potea resistere a farne tanti quanti nella via glie n’erano appresentati: e vedendone così gran mercato, assai se ne feciono che innanzi a quell’ora niuno pensiere aveano avuto a farsi cavalieri, nè provveduto quello che richiede a volere ricevere la cavalleria, ma con lieve movimento si faceano portare sopra le braccia a coloro ch’erano intorno al patriarca, e quand’erano a lui nella via il levavano alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta la guanciata usata in segno di cavalleria gli mettevano un cappuccio accattato col fregio dell’oro, e traevanlo della pressa, ed era fatto cavaliere; e per questo modo se ne feciono trentaquattro in quella sera tra grandi e popolari. E condotto l’imperadore al suo ostiere, fu fatto sera, e catuno si tornò a casa; e’ cavalieri novelli senza niuno apparecchiamento o spesa con la loro famiglia celebrarono quella notte la festa della loro cavalleria. Chi considera con la mente non sottoposta alla vile avarizia l’avvenimento d’un novello imperadore in cotanto famosa città, e tanti nobili e ricchi cittadini promossi all’onore della cavalleria nella patria loro, uomini di natura pomposi, non avere fatto alcuna solennità in comune o in diviso a onore della cavalleria, può giudicare quella gente poco essere degna del ricevuto onore.
CAP. XV. Come il legato parlamentò a Siena con l’imperadore.
Messer Gilio cardinale di Spagna, a cui il papa e’ cardinali aveano commesso il procaccio e la legazione di riacquistare la Marca, e ’l Ducato, e la Romagna occupata per messer Malatesta da Rimini e per gli altri tiranni Romagnuoli, avendo molto premuto e dirotto messer Malatesta, l’avea condotto in parte, ch’e’ tentava di volere accordarsi col cardinale per le mani dell’imperadore, e avea detto di venire a Siena per questa cagione all’imperadore; e ’l legato per questo fatto, e per vicitare l’imperadore, si mosse della Marca, e a Siena giunse a dì primo di Maggio; e ivi, con l’altro cardinale d’Ostia ch’avea coronato l’imperadore, furono a parlamentare con lui de’ fatti d’Italia ch’apparteneano a santa Chiesa, attendendo messer Malatesta per pigliare accordo con lui: ma il tiranno mutato consiglio, non vi volle andare. In questo attendere, l’imperadore trattò con loro de’ fatti di Perugia, che a lui aveano proposto ch’erano immediate sotto la giurisdizione di santa Chiesa, come del ducato di Spuleto, per liberarsi da lui, e al legato non rispondeano in alcuna ubbidienza per nome di santa Chiesa; e per questa cagione deliberarono tra loro, che l’imperadore senza offendere santa Chiesa potea trattare con loro, come con l’altre città d’Italia, e così si pensava l’imperadore di fare, ma sopravvenendogli altre novitadi, come noi diviseremo appresso, feciono dimenticare i fatti di Perugia, e partire il legato in animo forte adirato contro a messer Malatesta, da cui si tenea deluso a questa volta.
CAP. XVI. Come l’imperadore ebbe la seconda paga da’ Fiorentini.
Essendo l’imperadore in Siena, obbligato a molti baroni e cavalieri da cui avea ricevuto servigio, mostrandosi povero di moneta, li nutricava di promesse, e rimandavali nella Magna mal contenti: e volendogli i Fiorentini fare la seconda paga, mandò a dire a’ signori di Firenze, che glie la mandassimo segretamente. I Fiorentini innanzi al termine promesso, all’uscita d’aprile gli mandarone contanti trentamila fiorini: e fattogli in segreto sentire come i danari erano venuti, di presente fece uscire dall’ostiere tutta sua famiglia, e rinchiusosi in una camera, in sua presenza li fece contare al patriarca; e trovato che uno di sua famiglia stava a vedere al buco dell’uscio, il punì gravemente, temendo ch’e’ suoi baroni nol sentissono, perocchè più amava di tenersi i danari in borsa, che l’amore de’ suoi baroni o il loro contentamento.
CAP. XVII. Come il nuovo tiranno di Bologna mandò a Firenze ambasciadori a richiedere i Fiorentini.
Messer Giovanni da Oleggio avendo novellamente tolto e rubato la città di Bologna a’ suoi signori de’ Visconti, e trovandosi povero d’aiuto a sostenere il fascio di quella città e de’ potenti avversari, incontanente mandò lettere per suoi messaggi, e appresso solenni ambasciadori al comune di Firenze, offerendo di volere essere singulare amico de’ Fiorentini, e di governare e reggere quella città alla volontà e piacere del comune di Firenze. E i detti ambasciadori con molte suasioni e larghe promesse da parte di messer Giovanni pregarono, ch’almeno in privato, se non volesse in palese, il nostro comune il dovesse consigliare, acciocchè potesse quella città mantenere in amore e in fratellanza, come anticamente era costumata d’essere co’ Fiorentini, e difenderla da’ tiranni di Milano, originali nemici del comune di Firenze. I Fiorentini conobbono chiaramente, ch’essendo Bologna in loro amistà e lega, sarebbe a modo che forte muro alla difesa del nostro comune contro a ogni potenza tirannesca di Lombardia; ma per osservare lealmente la promessa pace a’ Visconti signori di Milano, per niuno vantaggio che conoscessono, o per promesse che fatte fossono loro, poterono essere recati a fare in segreto o in palese cosa, che sospetto potesse essere alla pace promessa a’ Visconti. E avendo gli ambasciadori trovata ferma costanza nel comune a mantenere sua fede, si tornarono mal contenti al loro signore a Bologna a dì 4 mese di maggio del detto anno; e questo fu chiaramente manifesto a’ signori di Milano, che molto l’ebbono a bene, e offersonsi largamente al comune di Firenze.
CAP. XVIII. Come fu sconfitto, e preso messer Galeotto da Rimini da’ cavalieri del legato.
Avendo poco addietro narrato come messer Malatesta da Rimini avea cambiato l’animo dell’accordo con messer lo cardinale legato, seguitò, che la sua gente d’arme capitanata e guidata per messer Galeotto suo fratello, perocchè in pochi giorni due volte avea rotti i cavalieri della Chiesa, avviliva tanto quella gente che poco se ne curava. E però avendo per assedio e per forza preso un castello di Recanati, con più di seicento barbute e gran popolo s’era posto ad assedio a un altro, e nondimeno per buona provvidenza di guerra avea fortificato il campo con un muro per modo, ch’entrare nè uscire per lo piano non si potea se non per una sola entrata; e per questo stavano baldanzosi all’assedio con minore guardia, non temendo per gente che il legato avesse, per la qual cosa prima ebbono addosso la cavalleria del legato, che di loro si fossono provveduti. Messer Ridolfo da Camerino capitano della gente della Chiesa, con più d’ottocento cavalieri e con assai buoni masnadieri, avendogli condotti al campo de’ nemici, gli fece assalire agramente, e per due volte tolse loro l’entrata del campo, e quelli di messer Galeotto combattendo virtuosamente catuna volta lo racquistarono per forza d’arme. Infine avvedendosi il capitano della Chiesa che un piccolo poggetto si guardava per lo popolo d’Ancona ch’era sopra il campo, mosse i cavalieri e’ balestrieri contro a loro, i quali francamente gli assalirono: e non potendo avere soccorso dal campo, ch’erano combattuti dall’altra parte, per forza furono rotti: e di quel poggetto senza riparo di muro cacciando e uccidendo i nemici per forza entrarono nel campo, e l’altra parte di loro presono l’entrata del campo e misonsi dentro. Messer Galeazzo si ristrinse co’ suoi combattendo co’ nemici, dinanzi e di dietro assaliti, molto vigorosamente a modo di valenti cavalieri, e per più riprese si percosse tra’ nemici, e due volte preso fu riscosso dà suoi cavalieri. Infine vincendo quelli della Chiesa, a messer Galeotto fu morto il destriere sotto, e ricoverato un piccolo cavallo, volendosi salvare, fu fedito di più fedite; e ritenuto prigione, e tutta sua gente rotta, presa e sbarattata e morta; e liberato il castello, messer Ridolfo detto con piena vittoria si tornò al legato: e questa fu la cagione perchè poi messer Malatesta non potè fare retta contro al legato, come appresso si potrà trovare.
CAP. XIX. Come la fama della liberazione di Lucca si sparse.
Avvenne in questi dì, all’entrante del mese di maggio del detto anno, essendo l’imperadore libero signore di Pisa, di Lucca, di Siena, di Sangimignano e di Volterra, e dell’altre terre loro sottoposte, e in amore e pace co’ Fiorentini e’ Perugini, Pistoiesi e Aretini, senza alcuno avversario in Italia, onde che la cosa muovesse, una fama corse per tutta Italia ch’egli avea fatto accordo con gli usciti di Lucca, i quali si dicea che gli doveano far dare in Francia centoventimigliaia di fiorini d’oro quand’egli liberasse la città di Lucca della signoria de’ Pisani; e questo si dicea ch’avea promesso di fare finito il termine ch’e’ Pisani aveano promesso di liberarla; e doveala lasciare in libertà al reggimento del popolo e rimettervi tutti gli usciti, la quale suggezione de’ Pisani dovea seguire il secondo anno. Il divolgamento di questa fama non si trovò ch’avesse fondamento da trattato fatto dall’imperadore, o se fatto fu, altrove che in Toscana e per altri che per la persona dell’imperadore ebbe movimento. Trovossi bene, che grandi ricchi mercatanti usciti di Lucca intendeano a fare colta di moneta. Ma come che la cosa si fosse o si spirasse, a tutti parve che così dovesse essere, e in segno di ciò furono revoluzioni e gravi novità ch’appresso ne seguitarono, come leggendo nostro trattato si potrà trovare.
CAP. XX. Come l’imperadore diede Siena al patriarca.
Nel soggiorno che l’imperadore facea a Siena trattò di volere che il patriarca suo fratello fosse libero signore di quella città, e’ Sanesi avendosi condotti nel reggimento non però fermo dell’ignorante popolo vacillante nello stato, per volere accattare la benivolenza dell’imperadore consentirono d’avere il patriarca per loro signore, e di volontà dell’imperadore di nuovo feciono la suggezione e ’l saramento al patriarca, e a lui furono assegnate tutte le terre e castella della loro giurisdizione, nelle quali confermò suoi castellani e vicari, cosa strana all’antico governamento della loro libertà, e di matto consentimento: e l’imperadore per la sua autorità e pe’ suoi privilegi gli confermò la libera signoria di quella terra, e del suo contado e distretto. Il patriarca volendo confermare la sua signoria s’accostò col minuto popolo, e di quelli fece uficiali a’ reggimenti comuni dentro nella città, e per lo loro consiglio si reggea, essendosi accorto che per lo favore di quella minuta gente era venuto alla signoria, e per questo avea schiusi gli altri maggiori popolani, e abbattuto in tutto la setta dell’ordine de’ nove per modo, che non ardivano in palese a comparire tra gli altri cittadini,
CAP. XXI. Come i capi de’ ghibellini d’Italia si dolsono all’imperadore.
In questi medesimi dì, all’entrante di maggio, i caporali di parte ghibellina ch’erano venuti alla coronazione dell’imperadore, aspettandone la loro esaltazione e l’abbassamento di parte guelfa in Toscana, e vedendo per opera il contradio, si raunarono insieme in una chiesa di Siena, e ivi ricordarono tra loro tutte le persecuzioni ricevute da’ guelfi per cagione dell’imperio, e le infamazioni de’ comuni di Toscana, e spezialmente del comune di Firenze, per le resistenze fatte agl’imperadori; e avendo raccolta loro materia da dire, feciono quelle cose pronunziare nel cospetto dell’imperadore al prefetto di Vico; il quale saviamente in prima raccontò la fede, l’amore, i servigi che i ghibellini d’Italia aveano portato e fatto per i tempi passati di quanto avere si potea memoria agl’imperadori alamanni, e in singularità all’imperadore Arrigo suo avolo, e come i guelfi d’Italia aveano sempre fatto grave resistenza all’imperio, e tra gli altri comuni più singolarmente e con maggior forza il comune di Firenze; e come per operazione di quel comune l’imperadore Arrigo suo avolo era morto, e le imperiali forze recate al niente; e’ ghibellini sentendo l’avvenimento della sua signoria tutti erano venuti in grande speranza, aspettando per lui essere esaltati, e vedere la struzione de’ guelfi, e singolarmente del comune di Firenze sempre ribello all’imperadore; e vedendo che per danari egli s’era acconcio con quel comune, e a’ suoi fedeli ghibellini per sua venuta non era seguito vendetta delle loro oppressioni e de’ danni ricevuti, e le loro terre e castella perdute non erano racquistate, nè per suo procaccio loro restituite, essendo perdute per volere mantenere la parte imperiale, si maravigliavano forte, e molto più conoscendo che il tempo era venuto che col loro aiuto, e delle città e castella di Toscana tornate all’imperiale suggezione, e colla sua grande potenza, e’ potea essere signore della città e de’ danari de’ Fiorentini, e per un poco di danari avea fatto accordo con quel comune in poco onore della maestà imperiale. L’imperadore, udite le dette cose, senza ristrignersi ad altro consiglio o fare risponditore alcuno altro, come signore facondioso d’intendimento e d’eloquenza, coll’animo quieto parlando soavemente, disse: Noi sappiamo bene l’amore e la fede ch’avete portata all’imperio, e’ servigi fatti al nostro avolo per voi non possiamo dimenticare, perocchè scritti sono ne’ suoi annali. Appo i nostri registri troviamo noi, che i mali consigli de’ ghibellini d’Italia, avendo più rispetto al proprio esaltamento, e a fare le loro proprie vendette, che all’onore e grandezza dell’imperadore Arrigo mio avolo, il feciono male capitare, e non il comune di Firenze, nè alcuna operazione di quel comune; e però non intendo in ciò seguitare vostro consiglio: e frustrati della loro corrotta intenzione, mal contenti e poco avanzati si tornarono in loro paese.
CAP. XXII. Come l’imperadore si partì da Siena e andò a Samminiato.
L’imperadore raccomandata la signoria e ’l reggimento della città di Siena al patriarca, a dì 5 di maggio del detto anno si partì della città, e vennesene da Staggia e da Poggibonizzi senza entrare nella terra; e fatta ivi di fuori sua lieve desinea, si mise a cammino, e la sera giunse a Samminiato del Tedesco, e da’ Samminiatesi fu ricevuto a onore come loro signore. E com’egli prese la via di là per andare a Pisa, molti de’ suoi baroni con grande comitiva de’ loro cavalieri si partirono da lui, e vennonsene a Firenze per seguire loro cammino tornandosi in Alamagna. In Firenze furono ricevuti cortesemente, rassegnandosi i caporali per nome, e dando il numero della loro gente al conservadore: e questo valico fu più giorni, avendo il dì e la notte da seicento in ottocento o più cavalieri tedeschi ad albergare in Firenze, e però niuno sospetto o movimento si fece o si prese nella città, salvo che un pennone per gonfalone guardava la notte senza andare la gente attorno.
CAP. XXIII. Come il cardinale d’Ostia fu ricevuto a Firenze.
Il cardinale d’Ostia ch’avea coronato l’imperadore, avendo volontà di venire a Firenze per vedere la città e per procacciare alcuna cosa dal comune, venne a Firenze a dì 6 di maggio del detto anno, ricevuto da’ cittadini con grande onore, andandogli incontro la generale processione, e messo sotto un ricco palio d’oro e di seta, addestrato da’ cavalieri di Firenze e da’ maggiori popolari, sonando tutte le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo mentre ch’e’ penò ad essere albergato, con grande riverenza per onore di santa Chiesa fu collocato nelle case degli Alberti; e fattogli per lo comune ricchi presenti, domandatosi per lui a’ priori cose indiscretamente che non gli poteano fare, delle quali iscusatisi onestamente, non contento da loro per la sua ambizione, a dì 8 di maggio del detto anno, mal contento del nostro comune per suo disonesto sdegno se ne ritornò a Pisa, dimenticato l’onore ricevuto per lo corrotto appetito della sconcia domanda.
CAP. XXIV. Come la gente del legato presono quattro castella di Malatesta.
Dopo la sconfitta e la presura di messer Galeotto narrata poco addietro, messer Malatesta andò a Pisa all’imperadore, perchè l’acconciasse in pace col legato e con la Chiesa; nondimeno avea alle frontiere della gente e delle terre della Chiesa tutta la forza della sua gente d’arme a cavallo e a piè ragunata quivi, avvisando che là si facesse la guerra, e così dimostrava di volere fare il capitano della gente della Chiesa; ma come uomo avvisato ne’ fatti della guerra, avendo condotto certo trattato per le mani del conticino da Ghiaggiuolo il quale era de’ Malatesti, ma nimico di messer Malatesta e de’ suoi per la morte di suo padre, questi avendo ordinato il suo trattato, fece col capitano della Chiesa che subito mandò della Marca in Romagna cinquecento cavalieri e altrettanti e più masnadieri, i quali furono prima in su le porte di Rimini ch’e’ terrazzani sprovveduti senza avere gente d’arme alla guardia se n’avvedessono, e funne la città in gran pericolo; e per questo subito avvenimento, non essendo gente nella terra da potere soccorrere di fuori nè riparare al trattato del conticino, presono e rubellarono a’ Malatesti il castello di sant’Arcagnolo, e ’l Verrucchio, e due altre castella intorno e di presso alla città di Rimini, le quali fornirono di gente da cavallo e da piè che faceano guerra a Rimini e nel paese, ed erano come bastite che teneano assediata la terra. Di questa cosa si conturbò tutta la Romagna, e fu cagione di recare i Malatesti più tosto a rendersi alla volontà del legato, come al suo tempo appresso racconteremo; e questo fu del mese di maggio del detto anno.
CAP. XXV. Come morì il duca di Pollonia.
Il duca Stefano di Pollonia cugino dell’imperadore, giovane virtudioso e di grande autorità, avendo vaghezza di venire a Firenze per suo diporto, e lasciato l’imperadore a Pisa, venne con sua compagnia di giovani baroni a Firenze, ove fu ricevuto a grande onore; ed essendo il gran siniscalco del Regno messer Niccola Acciaiuoli a Firenze, gli fece compagnia festeggiando per la città. E avendo ricevuto onore di corredi da’ signori e dal gran siniscalco, e compiaciutosi molto co’ cavalieri e gentili uomini, e nella cittadinanza de’ Fiorentini e a più feste, tornato a Pisa all’imperadore si lodò molto de’ Fiorentini, e magnificò il nome della nostra città in molte cose, e dopo pochi dì cadde malato in Pisa, e d’una continua febbre in sette dì passò di questa vita. Dissesi ch’avea mangiato in Pisa d’un’anguilla, e che immantinente ammalò, ma la continua più ch’altro il trasse a fine; della cui morte fu gran danno, perocch’era barone di grande aspetto. Della morte di costui molto si dolse l’imperadore, ma l’imperadrice vedendolo morire così brevemente impaurì molto, e stimolava l’imperadore di ritornare nella Magna, e molti baroni e cavalieri per la morte del duca Stefano abbandonarono l’imperadore e tornaronsi in Alamagna, e lasciaronlo con poca gente. E ’l sire della Lippa, uno dei maggiori signori di Boemia, essendo malato a Pisa si fece conducere a Firenze, e giunto nella città, e venuto a notizia de’ signori, di presente il feciono albergare nel vescovado con tutta sua famiglia, che non v’era il vescovo, e fornironlo di buone letta e di tutto ciò che a bene stare gli bisognava, e ordinarongli i migliori medici della città alla provvisione e consiglio della sua sanità, e continovo sera e mattina gli faceano apparecchiare delle loro dilicate vivande e de’ loro fini vini. E tanta fede aggiunta col suo piacere ebbe il nostro comune, che di lunga malattia e quasi incurabile, non pensando potere campare altrove, come fu piacere di Dio prese perfetta sanità nella città di Firenze, e guarito, fu onorato di doni e d’altre cose dal nostro comune. Per le quali cose fatto singulare amico del nostro comune e de’ suoi cittadini, soggiornò nella città a suo diletto infino alla..., tanto che fu tornato nella sua fortezza: poi ebbe dal comune i danari che i Fiorentini gli aveano promessi per l’imperadore, come innanzi racconteremo.
CAP. XXVI. Come fu coronato poeta maestro Zanobi da Strada.
Era in questi dì in Pisa il maestro Zanobi, nato del maestro Giovanni da Strada del contado di Firenze; il padre insegnò grammatica a’ giovani di Firenze e a questo suo figliuolo, il quale fu di tanto virtuoso ingegno, che morto il padre, e rimaso egli in età di vent’anni, ritenne in suo capo la scuola del padre; e venne in tanta fecondità di scienza, che senza udire altro dottore ammendò e passò in grammatica la scienza del padre, e alla sua aggiunse chiara e speculativa rettorica; e dilettandosi negli autori ne venne tanto copioso, che in breve tempo d’anni esercitando la sua nobile industria divenne tanto eccellente in poesia, che mosso l’imperadore alla gran fama della sua virtù, e da messer Niccola Acciaiuoli di Firenze gran siniscalco del reame di Cicilia, alla cui compagnia il detto maestro Zanobi era venuto, vedute e intese delle sue magnifiche opere fatte come grande poeta, volle che alla virtù dell’uomo s’aggiugnesse l’onore della dignità, e pubblicandolo in chiaro poeta in pubblico parlamento, con solenne festa il coronò dell’ottato alloro; e fu poeta coronato e approvato dall’imperiale maestà del mese di maggio del detto anno nella città di Pisa; e così coronato, accompagnato da tutti i baroni dell’imperadore e da molti altri della città di Pisa, con grand’onore celebrò la festa della sua coronazione. E nota, che in questi tempi erano due eccellenti poeti coronati cittadini di Firenze, amendue di fresca età; e l’altro ch’avea nome messer Francesco di ser Petraccolo, onorevole e antico cittadino di Firenze, il cui nome e la cui fama coronato nella città di Roma era di maggiore eccellenza, e maggiori e più alte materie compose, e più, perocch’e’ vivette più lungamente, e cominciò prima; ma le loro cose nella loro vita a pochi erano note, e quanto ch’elle fossono dilettevoli a udire, le virtù teologhe a’ nostri dì le fanno riputare a vili nel cospetto de’ savi.
CAP. XXVII. Come fu morto messer Francesco Castracani da’ figliuoli di Castruccio.
Sentendo i Pisani che messer Francesco Castracani di Lucca facea venire gente delle sue terre di Garfagnana in favore della setta de’ raspanti di Pisa per muovere novità nella città, il feciono assapere all’imperadore. L’imperadore gli mandò comandando che di presente si dovesse partire della città di Pisa. E sostenuti più comandamenti senza ubbidire, sentendo che ’l maliscalco colle masnade s’armavano contro a lui, si partì tenendo la via verso Lucca; e partito lui, fu comandato il simile a’ figliuoli di Castruccio Castracani, i quali dolendosi di quello ch’avvenne a loro per messer Francesco, si partirono cavalcando per quella medesima via, e la sera si trovarono ad albergo insieme, e ivi mostrandosi di buona voglia albergarono insieme, e dormirono in uno letto. La mattina seguendo loro viaggio vennono a uno maniero, il quale Castruccio essendo signore di Lucca avea fatto edificare e acconciare a suo diletto molto nobilemente, e di pochi dì innanzi l’imperadore l’avea restituito a’ figliuoli di Castruccio; e trovandovisi presso, pregarono messer Francesco che con loro insieme andasse a vicitare il luogo, e risposto di farlo volentieri, uscirono di strada, e andarono al maniero, e giunti là, i famigli si dierono attorno per i giardini a loro diletto. Messer Arrigo e messer Valeriano di Castruccio rimasono con messer Francesco, e col figliuolo e con un suo genero, ed entrarono ne’ palagi per vedere l’edificio, il quale era bello, ma molto guasto, perchè diciassette anni era stato disabitato; e sedendo costoro in sulla sala del palagio, messer Arrigo s’accostò al fratello, e dissegli: Ora abbiamo tempo; e andando messer Francesco guardando l’edificio, messer Arrigo, essendogli poco addietro, di subito trasse la spada, e non avvedendosene messer Francesco, gli diede nella gamba un colpo grave e pericoloso. Messer Francesco sentendosi fedito, volendosi rivolgere, chiamando traditore messer Arrigo, non potendosi sostenere cadde, e messere Arrigo gli diè sù la testa un altro colpo della spada che non lo lasciò rilevare: e morto messer Francesco, i due fratelli corsono addosso al genero, e ivi senza arresto l’uccisono, e ’l figliuolo di messer Francesco lasciarono per morto; e rimontati a cavallo seguirono loro viaggio, e tornaronsi in Lombardia; e questo fu a dì 18 di maggio del detto anno: cosa detestabile per lo grande tradimento mosso da invidia; ma per divino giudicio spesso avviene che le tirannie prendono termine e fine per simiglianti modi.
CAP. XXVIII. Come i Fiorentini mandarono tre cittadini all’imperadore a sua richiesta.
L’imperadore trovando l’animo de’ Pisani male contento per la voce corsa, come detto è, ch’egli trattava di liberare Lucca, e avvedendosi delle novità che cominciavano ad apparire in Pisa e in Siena, cominciò a sospettare, e avendo fidanza nel comune di Firenze, il richiese che gli mandasse tre confidenti suoi cittadini per averli al suo consiglio. Il comune di presente gliel mandò, e da lui furono ricevuti graziosamente. Ma poco si potè intendere o consigliare con loro, tante sfrenate novità occorsono l’una appresso l’altra, che voleano più operazione subita che consiglio, come seguendo appresso diviseremo.
CAP. XXIX. Come i Sanesi ebbono novità.
Il popolo minuto di Siena già avea cominciato a sperare nella signoria, e per l’appetito di quella dall’una parte, e per paura e gelosia dall’altra non potea acquetare; e già impaziente del loro signore, a cui di tanta concordia s’erano sottoposti, a dì 18 di maggio del detto anno levarono la città a romore, e presono l’arme, e serrarono le porte della terra. Il patriarca maravigliandosi di questo subito movimento, senza muoversi ad altra novità domandò quello che ’l popolo volea: e risposto gli fu, che rivoleano le catene usate nella città a ogni canto delle vie, ch’erano state levate all’avvenimento dell’imperadore. Il patriarca l’acconsentì, e fecele rendere loro. E appresso domandarono di volere dodici uficiali sopra il governamento del comune di due in due mesi al modo che soleano essere i nove, e che da loro parte andasse il bando: e domandarono di volere avere un gonfalone del popolo, e che la misura del loro staio si crescesse. Il patriarca vedendosi male apparecchiato a potere resistere al popolo commosso e armato, ogni cosa concedette alla loro volontà. I loro grandi in questo fatto non si armarono, e non si dimostrarono in favore del minuto popolo nè in contrario; e se questo movimento ebbe ordine da loro non si scoperse: ma ’l popolo osò di dire che questo movimento avea fatto temendo che l’ordine dell’uficio de’ nove non si rifacesse; che sentivano che per forza di danari si cercava di rifare. E stato il popolo tre dì armato, e impetrata la loro intenzione si racquetò: e poste giù l’armi, rimase arrogante e superbo per la vittoria del loro primo cominciamento. E di presente ebbono fatto i dodici di loro minuti mestieri e messili nell’uficio, e fatto un gonfalone e datolo a uno loro vile artefice, con ordine che tutti dovessono accompagnare e seguire il loro gonfalone. E questo fu il principio del loro reggimento, del quale poi seguirono maggiori cose come seguendo il tempo racconteremo.
CAP. XXX. Come i Pisani per gelosia furono in arme.
Essendo venuta la novella della morte di messer Francesco Castracani a Pisa, la setta de’ raspanti cui e’ favoreggiava si cominciarono a dolere fortemente, e dire che questa era stata operazione della parte de’ Gambacorti, ma ciò non era vero; nondimeno l’imperadore se ne fece grande maraviglia, e tutta la città ne prese conturbazione, e crebbene l’izza delle loro sette. E stando la città in questo bollimento, a dì 20 del detto mese di maggio improvviso s’apprese fuoco nel palagio del comune ove abitava l’imperadore, e senza potervi mettere rimedio arse tutta la camera dell’arme del comune ch’era in quel palagio, ove arsono tutte le buone belestra, tende, e trabacche, e padiglioni, e l’altre armadure che v’erano, che niuna ne potè campare. E per questa cagione convenne che l’imperadore andasse ad abitare al duomo, e ’l popolo tutto sotto l’arme tra per l’una cagione e per l’altra stava in gelosia e in sospetto, e per questo modo stette armato il dì e la notte. La mattina vegnente rassicurata la gente lasciarono l’arme quetamente, e catuno intese a’ suoi mestieri. E in quella mattina ebbe l’imperadore novelle della novità di Siena, che gli dierono assai malinconia e pensiero, e più perchè si trovava fortuneggiare in Pisa, e mal fornito di gente d’arme da potere provvedere e riparare alle fortune che si vedea apparecchiare. Allora cominciò a potere conoscere che l’avarizia era nimica d’ogni buona provvisione.
CAP. XXXI. Ancora gran novità di Pisa.
Quello che seguita è grande assalto d’avversa fortuna: e per esprimere meglio la verità del fatto, ci conviene alquanto ritornare a dietro la nostra materia avvolta in diversi e vari intendimenti, i quali per lungo spazio di tempo cercammo discretamente, per lasciare di tanto inopinato caso la verità del fatto nel nostro trattato. Egli è manifesto che i Gambacorti di Pisa aveano lungamente in grande prosperità governata e retta la città di Pisa, e quella magnificata con pace in grandi ricchezze de’ suoi cittadini. L’invidia delle loro buone operazioni avea creato una setta contro a loro chiamati i Raspanti, e la loro si chiamava de’ Bergolini. I Gambacorti furono coloro che ricevettono in pace l’imperadore, e che gli diedono la signoria di Pisa, benchè ciò facessono secondo la volontà del popolo. A costoro promise l’imperadore di mantenere e accrescere nella città di Pisa il governamento del comune e il loro buono stato, e ne’ cominciamenti appo l’imperadore erano i maggiori, e molto fedelmente si portavano al servigio dell’imperio. I raspanti, uomini astuti e vegghianti, per abbassare i Gambacorti aveano più volte messo novità e romori nella terra, e’ Gambacorti con loro seguito, per riparare con dolcezza alla loro malizia, aveano acconsentito di raccomunarsi insieme nella cittadinanza e negli ufici, e fatta pace con loro, e acconsentito all’imperadore la derogazione de’ patti promessi, stretti dalla necessità più che dalla ferma fede dell’imperadore il feciono. È vero ch’e’ Gambacorti con la loro parte, e i raspanti e tutti i cittadini di Pisa si doleano d’uno modo della voce corsa che l’imperadore avesse l’animo di liberare Lucca, e questo parlavano pubblicamente. L’imperadore dicea di non liberarla, e nondimeno avea presa la guardia del castello dell’Agosta con la sua gente e trattine i Pisani, e a’ Pisani parea ch’egli attendesse il termine che compieva la sommissione di quella città, che venia il giugno seguente, e nel vero si sapea ch’e’ Lucchesi accoglievano moneta per la detta speranza: e trovammo nel vero che tutti i buoni cittadini di Pisa di catuna setta s’erano consigliati insieme per riparare che Lucca non si liberasse d’uno animo e d’una volontà, e di questo s’era fatto capo il Paffetta de’ conti di Montescudaio; e quelli della Rocca caporali della setta de’ raspanti, e a questo comune consiglio acconsentirono i Gambacorti; delle quali cose seguitò la loro morte, come appresso diviseremo.
CAP. XXXII. Come furono in Pisa presi i Gambacorti.
Dopo la novità dell’arsione sopraddetta e della morte di messer Francesco Castracane, essendo il popolo insollito, e malcontento e sospettoso de’ fatti di Lucca, sopravvenne, che le some degli arnesi e dell’armadure de’ loro cittadini ch’erano stati alla guardia dell’Agosta in Lucca tornavano, avendo rassegnata la guardia di quella alla gente dell’imperadore. I Pisani della setta de’ raspanti, per le cui contrade le some passavano, facendosene capo il Paffetta, cominciarono a levare il romore contro all’imperadore, e ogni uomo s’andò ad armare; la gente dell’imperadore veggendo questa novità s’armarono, e montarono a cavallo in diverse contrade com’erano albergati, e tutti traevano al duomo dov’era il loro signore. I cittadini gli lanciavano, e assalivano, e uccidevano per le vie come fossono loro nemici, e in questo primo romore in più contrade furono morti più di centocinquanta cavalieri tedeschi di quelli dell’imperadore. L’imperadore vedendosi a questo pericolo, e mal fornito a fare resistenza al furore del commosso popolo, s’era armato e diliberato di volersi partire con la sua gente ch’avea raccolta al duomo. De’ Gambacorti, ciò era Franceschino e Lotto, quand’era questo romore si trovarono in casa l’imperadore con certi altri cittadini senz’arme; e Bartolommeo e Piero, maravigliandosi di questo subito romore, si racchiusono in casa il cardinale d’Ostia legato del papa. I grandi e i buoni cittadini che non sapeano la cagione del romore traevano a casa i Gambacorti; e nel vero, se alcuno di loro fosse uscito fuori di casa armato, non ne dubito, che tanto e tale era il seguito de’ buoni cittadini, che la città di Pisa avrebbe preso quel partito ch’e’ Gambacorti avessono voluto, ma la loro mala provvedenza coperta da semplice ignoranza li condusse alla loro ruina, e la sagace malizia de’ loro avversari li fece signori. Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca, ch’erano stati i movitori di questo romore, avvedendosi che la maggior forza de’ cittadini traevano a casa i Gambacorti, e che quelli della casa per folle consiglio non comparivano a farsi capo de’ cittadini, s’avvisarono d’abbatterli per malizia in quello furore, coll’aiuto della paura che sentivano ch’avea l’imperadore che cercava di volersi partire; e per fornire loro intendimento, acciocchè ’l romore mosso per loro non tornasse in loro confusione, cambiarono la voce, e mostrandosi aiutatori dell’imperadore, con gran compagnia di loro seguito armati s’appresentarono dinanzi dall’imperadore, e dissono: Signor nostro, voi siete tradito da’ Gambacorti e dalla loro setta, perchè non pare loro essere signori di Pisa come e’ solieno, e per questa cagione hanno fatto levare questo romore e uccidere la vostra gente, e alle loro case hanno raccolto in arme la maggior forza de’ cittadini; dicendoli, che se per lui a questo punto non si mettesse riparo, egli e sua gente era in grave pericolo a campare del loro furore, ed eglino medesimi co’ loro seguaci erano in grave pericolo di morte e d’essere cacciati di Pisa: e detto questo, s’offersono all’imperadore, e dissono; Se voi ci volete dare l’aiuto del vostro maliscalco e parte di vostre masnade, recheremo tosto al niente la parte de’ Gambacorti, e voi faremo libero signore di Pisa. L’imperadore avendo il suo senno intenebrato, e sviato da se per la via della paura, indiscretamente diede fede alla manifesta iniquità di costoro, e non volle la cosa ricercare con alcuna ragione o verità del fatto; ma in quello stante prese parte, e fecesi nemico de’ suoi fedeli e innocenti amici, e amico di coloro che gli erano stati avversari, e diede le sue masnade e il suo maliscalco a seguitare messer Paffetta, e messer Lodovico e la loro setta contro a’ Gambacorti, i quali senz’arme avea ne’ suoi palagi e in casa ignoranti di questo fatto, e per suo comandamento fece ritenere Franceschino e Lotto ch’avea in casa, e al legato mandò per gli altri ch’erano là fuggiti udendo il romore sotto le sue braccia, e fu di tanta vile condizione, che di presente glie le mandò, in gran disonore e infamia del suo cappello e della libertà di santa Chiesa; e così fece di più altri cittadini, che a lui erano fuggiti per tema del romore.
CAP. XXXIII. Come fur arse le case de’ Gambacorti.
Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca avendo accolto loro seguito, e la gente e l’insegna dell’imperadore, i quali il dì aveano perseguitati e morti, ora per loro sagace industria li traevano alla morte de’ loro cittadini, e gridando viva l’imperadore, molta gente di loro seguito ragunata contro a lui rivolsono contro a’ Gambacorti, e contro a’ buoni cittadini ch’erano tratti senza loro saputa o procaccio alle loro case. E venendo a valicare i ponti dell’Arno, trovarono alcuna lieve resistenza di gente ignorante del fatto, e tra loro non era alcuno de’ Gambacorti, in manifesto segno che quel dì era terminato alla loro ruina; perocchè se alcuno di quella casa fosse comparito in arme, tanti e tali erano i cittadini tratti per difenderli, ch’avrebbono ributtati i loro avversari e la gente dell’imperadore al Ponte vecchio e al Ponte della spina; ma non apparendo alcuno de’ Gambacorti, il Paffetta e messer Lodovico colla cavalleria dell’imperadore furono lasciati passare, e addirizzaronsi verso casa i Gambacorti, e trovandole senza alcuna difesa, le feciono rubare e appresso ardere; e per questo inopinato furore presi i non colpevoli Gambacorti con certi altri loro amici, e arse le case, diedono per quella giornata, a dì 21 di maggio del detto anno, riposo al furore dello scommosso popolo. I presi furono Franceschino, Lotto, Bartolommeo, Piero e Gherardo de’ Gambacorti; e gli altri cittadini di loro seguito furono ser Benincasa Giunterelli notaio della condotta, Cecco Cinquini, ser Piero dell’Abate, ser Nieri Papa, Neruccio Mestondine, Neri di Lando da Faggiuola, Ugo di Guitto, e Giovanni delle Brache, messer Guelfo de’ Lanfranchi, e messer Piero Baglia de’ Gualandi, messer Rosso de’ Sismondi e Francesco di Rossello. E avvegnachè tutti questi fossono in questo dì presi, nondimeno non però tutti furono giudicati dall’imperadore, come appresso diviseremo nei dì della loro condannazione.
CAP. XXXIV. Di novità seguite a Lucca.
In questo avviluppato furore della commozione di Pisa fu di subito la novella a Lucca; e a’ Lucchesi parendo che fosse venuto il tempo di potere uscire del grave giogo e servaggio de’ Pisani, incontanente a dì 22 del detto maggio sommossono i loro contadini che venissono a liberare la città, che da loro erano impotenti a ciò fare, perocchè erano pochi e male in arme da potere muovere tanto fatto. I contadini caporali nemici de’ Pisani per l’animo della parte e per le gravi oppressioni, trassono subitamente d’ogni parte alla città, e i cittadini mossono il romore dentro, e presono l’arme contro alle guardie delle porti, che di quelli dell’Agosta non temeano, perocch’era in mano della gente dell’imperadore, e non si travagliavano di difendere la città a’ Pisani; e avendo già presa alcuna porta, misono dentro parte de’ loro contadini, e col loro aiuto ripresono tutte le fortezze della città e tutte le porti, fuori che quella del castello e quella del prato; essendo già liberi signori del corpo della terra, e potendovi mettere i contadini e fortificarsi alla difesa della loro libertà, e poteano avere subito aiuto di gente d’arme da’ loro vicini, e’ Pisani non erano in istato da contradiarli, e l’imperadore tradito da’ Pisani non li avrebbe atati, assai chiaro era tornata la libertà nelle loro mani, ma forse non compiuto ancora il termine de’ loro peccati; e però avvenne, che certi popolani ch’erano meno male trattati da’ Pisani che gli altri, e alquanti degl’Interminelli, per tema che la tirannia già passata di Castruccio non tornasse loro a male, tradirono i loro cittadini, e dissono ch’aveano da’ Pisani ogni patto che sapessono dimandare, e che con buona pace sarebbono liberi. Il popolo vile, nutricato lungamente in servaggio, lievemente si lasciò ingannare, e lasciarono accomiatare i contadini e restituire la guardia delle porti a’ Pisani; i quali per riprendere con più asprezza la signoria, fattisi forti nella città arsono molte case de’ cittadini, e i più franchi e chi avea alcuno polso cacciarono fuori della terra, e i miseri che dentro vi lasciarono strinsono sotto gravi servaggi della loro vita, e tolsono loro ogni ferramento d’arme, e in Pisa tenendo in sospetto l’imperadore si feciono rendere la guardia dell’Agosta, e voleano che privilegiasse loro la signoria di Lucca: di questo li tenne sospesi a questa volta, ed eglino riavendo l’Agosta si contentarono.
CAP. XXXV. Come nuovo romore si levò in Siena.
Essendo i cittadini di Siena male disposti tra loro, avvedendosi che ’l minuto popolo cercava la libera signoria, questo spiacea agli altri: e vedendo che ’l patriarca a dì 22 di maggio del detto anno avea ricevuto il saramento di nuovo, e però non ostante ch’egli avesse acconsentito al popolo l’uficio de’ dodici e ’l gonfalone si recava in dubbio quello uficio; nondimeno gli artefici e il minuto popolo esercitavano gli ufici loro sforzatamente, e aveano commessa la guardia della città a certi caporali i quali andavano alla cerca con grande compagnia di loro artefici per la terra, oggi l’uno e domani l’altro. In questo avvenne, che certi fanti da Casole di Volterra che veniano a petizione di certi gentili uomini, la guardia degli artefici gli presono, e di fatto li voleano fare impiccare. I grandi cittadini e ’l popolo grasso vedendo lo sfrenato furore del minuto popolo cominciarono a fare romore contro a loro, e tutta la città fu sotto l’arme, e l’esecuzione de’ presi si rimase. Allora il minuto popolo che reggea mandò all’imperadore a Pisa che mandasse loro aiuto. L’imperadore vedendosi in Pisa in cotanta briga e tempesta, e conoscendo l’incostanza del popolo, e vedendo le nuove cose che ogni dì nascevano in Siena, mandò a dire a’ Sanesi che gli rimandassono il patriarca suo fratello salvo, e facessono di quello reggimento come a loro piacesse, che tra loro non volea prendere parte.
CAP. XXXVI. Come i Sanesi feciono rinunziare la signoria al patriarca.
Avuti ch’ebbono i dodici nuovi ufiziali di Siena, a dì 26 di maggio detto, la risposta dall’imperadore, feciono loro generale consiglio, nel quale il minuto popolo e gli artefici furono per comune, ma non così gli altri cittadini, e nella loro presenza feciono venire il patriarca, il quale come loro signore venne colla bacchetta in mano; ed essendo nel consiglio, disonestamente gli feciono rendere la bacchetta, e rinunziare alla singulare signoria che data gli aveano a richiesta dell’imperadore, e fecionne trarre pubblichi istromenti a più notai. E fatto questo, parendo al patriarca essere in vergognoso e non sicuro partito tra le mani dello scondito popolazzo cui egli mattamente avea esaltato, domandò di potersene andare all’imperadore con sicuro condotto; fugli risposto, che tanto gli conveniva stare che le loro castella fossono restituite nella guardia del comune: avendo con suo mandato e colle sue lettere mandato gente a prenderle, nondimeno gli convenne contro a sua voglia due dì attendere: poi a dì 27 di maggio del detto anno in fretta si mise a cammino per ritornarsi all’imperadore. I Massetani e quelli di Montepulciano lasciarono partire la gente dell’imperadore, e però non accettarono la signoria de’ Sanesi a quella volta. Per queste rivolture di Pisa e di Siena in così pochi giorni dopo la coronazione dell’imperadore si può comprendere, come altre volte abbiamo contato, che il reggimento della gente tedesca è strano agl’Italiani, e non si sanno reggere nè provvedere; e però è poco savio chi si sottomette alla loro suggezione, che non tengono fede a mantenere lo stato che trovano, e da loro non sanno governare i popoli, e però di necessità seguitano pericolose rivoluzioni de’ liberi comuni, e quello ch’è detto, e quello che seguita, sono manifesti esempi del nostro consiglio.
CAP. XXXVII. Come furono decapitati i Gambacorti.
Avendo l’imperadore presi i Gambacorti e gli altri nominati cittadini, e fattili contradi alla maestà imperiale ov’erano fedeli, e rubelli ov’erano amici, a suggestione del conte Paffetta e di messer Lodovico della Rocca, come detto è, essendo racquetato il tumulto del popolo, e l’imperadore nell’animo quieto per coprire il notorio fallo, e perchè dimostare si potesse più certo, volendo giustificare la sua inconsulta impresa, essendo dal cominciamento della loro presura ciascuno racchiuso di per se senza sapere l’uno dell’altro, li fece disaminare a un giudice d’Arezzo, acciocchè potesse formare l’inquisizione contro a loro per poterli giudicare colpevoli. E avendoli disaminati senza martorio, e appresso con tormento, ciascuno disse per forza di tormento ciò che ’l giudice volle che dicessono, acciocchè li potesse condannare colpevoli, come sapea la volontà del signore; e nondimeno pubblicato il processo si trovò, che l’uno non avea detto come l’altro, ma diversamente: l’uno, come avea trattato col comune di Firenze, e che dovea mandare la sua cavalleria in Valdarno, e non conchiudea; e l’altro nominò che ’l trattato era con tre cittadini di Firenze, e nominolli per nome, e non sapea dire il modo; e l’altro si trovò ch’avea detto per un altro modo: e così esaminati tutti, non era nel processo convenienza salvo che in una cosa, che tutti, vedendo che a diritto o a torto convenia loro morire, per non essere più tormentati, confessarono a volontà del giudice ch’aveano voluto tradire e uccidere l’imperadore e la sua gente. Il furore del romore mosso in Pisa era sì manifesto che non fu di loro operazione, che ’l processo nol potea contenere. I tre cittadini di Firenze nominati per Franceschino erano tali, che niuno sospetto ne cadde nel cospetto dell’imperadore: nondimeno non lasciò trarre del processo i loro nomi, anzi convenne che si appresentassono in giudicio in Samminiato del Tedesco, allora terra libera dell’imperadore, e per sentenza imperiale furono dichiarati non colpevoli e prosciolti. E allora veduto pe’ savi tutto il processo, fu manifesto che i presi per ragione non doveano esser giudicati colpevoli; ma gli sventurati Gambacorti, ch’aveano tanto tempo retta la città di Pisa in singolare buono stato, e onorato l’imperadore sopra gli altri cittadini, in parlamento fatto a dì 26 di maggio predetto furono giudicati traditori dell’imperiale maestà, Franceschino Lotto e Bartolommeo Gambacorti fratelli carnali, e Cecco Cinquini e ser Nieri Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache, tutti grandi popolani di Pisa: e armato il maliscalco con cinquecento cavalieri tedeschi furono menati in camicia cinti di strambe e di cinghie, e a modo di vilissimi ladroni tirati e tratti da’ ragazzi, furono così vilmente condotti dal duomo di Pisa alla piazza degli anziani, scusandosi fino alla morte non colpevoli, e scusando il comune di Firenze e i tre cittadini nominati; e ivi involti nel fastidio della piazza e nel sangue l’uno dell’altro furono decapitati, e gli sventurati corpi maculati dalla bruttura del sangue per comandamento dell’imperadore stettono tre dì in sulla piazza senza essere coperti o sepolti: la cui morte, in vituperio del cardinale legato del papa, e in abbassamento della gloria imperiale, diede ammaestramento a’ popoli che voleano vivere in libertà e a’ rettori di quelli, di non doversi potere fidare alle promesse imperiali nello stato delle loro signorie, nè nel grande stato cittadinesco alcuno singulare onorato cittadino, perocchè l’invidia spesso per non provvedute vie è cagione di grandi ruine. Per la morte di costoro, e per la paura conceputa nel petto dell’imperadore, messer Paffetta e messer Lodovico della Rocca rimasono i maggiori governatori di Pisa, ma tosto sentì messer Paffetta la volta della fallace fortuna, come al suo tempo appresso racconteremo.
CAP. XXXVIII. Dello stato de’ Gambacorti passato.
Avvegnachè quello ch’è narrato de’ Gambacorti dovesse bastare, tuttavia per dare esempio agli altri cittadini di temperanza ne’ fallaci stati del comune ricordiamo, che costoro essendo mercatanti e antichi cittadini di Pisa, cacciati i Conti e quelli della Rocca ch’aveano retto un tempo, costoro senza usurpare il reggimento accostati e tratti innanzi da’ buoni cittadini di Pisa, per loro operazioni pacifiche e virtuose divennono i maggiori, e per loro consiglio si mantenea giustizia, e s’aumentava la pace de’ loro vicini; e per questo, e per la frequenza delle mercatanzie e del loro porto molto accrebbono le ricchezze a’ cittadini, e ’l comune uscì in piccol tempo di gran debito. Questi fratelli montarono in tanta autorità, che poterono fare la pace dall’arcivescovo di Milano al comune di Firenze e agli altri comuni di Toscana, e rimanere arbitri tra le parti: e venendo l’imperadore in Italia, e’ furono in podere di non riceverlo in Pisa s’avessono voluto, ma per loro consiglio si ricevette, con promissione d’essere da lui conservati nel loro stato. Costoro l’albergarono nelle loro case, facendoli grande onore e ricchi doni del loro e di quello del comune, e portandosi nelle rivoluzioni ch’avvennono sempre in fede e in purità verso il signore, e comportando pazientemente la loro detrazione mossa dalla loro avversaria setta. Ma che vale la troppa ricchezza, e gli onori e ’l magnifico stato della cittadinanza contro alla rodente invidia de’ suoi cittadini? nella quale si racchiude gli aguati della fortuna e della mortale inimicizia, alla quale manca l’umana provvisione, e spesso genera inestimabili cadimenti e ruine; e per questo e molti altri esempi assai è più senno vivere civilmente, che prendere il reggimento del comune più che la comune sorte gli dea, e quella innanzi ristrignere e mancare, che crescere o allargare per ambizione; perocchè i popoli naturalmente sono ingrati, e tra loro le virtù e la troppa alterezza come è temuta e riverita, così in occulto è odiata, e l’invidia conceputa genera pericolosi traboccamenti; e la furiosa e matta baldanza più muove e guida il popolo, che virtù o giustizia non può sostenere o riparare.
CAP. XXXIX. Come l’imperadore prese in guardia Pietrasanta e Serezzana.
Parendo all’imperadore non stare sicuro in Pisa per le novità sopravvenute, domandò a’ Pisani di volere la libera guardia di Pietrasanta e di Serezzana, e’ Pisani glie la diedono, e incontanente vi mandò l’imperadrice con parte della sua gente, e fece pigliare la tenuta delle terre e la guardia della rocca di Pietrasanta; e quando ebbe novella che le castella erano in sua guardia gli parve essere più al sicuro, sentendo ch’e’ cittadini si cominciavano a rammaricare de’ Gambacorti e degli altri cittadini decapitati, e rivoleano i presi; l’imperadore di presente si sarebbe partito, e abbandonato ogni cosa per grande paura che gli martellava la mente non senza gravezza di coscienza delle cose novellamente fatte, ma temeva forte del patriarca per le novità mosse in Siena, e grande pericolo gli pareva lasciarlovi addietro; e però attendeva con grande affezione, e ogni dì gli parea del soggiorno un anno aspettando. A’ caporali pisani nuovamente esaltati parea rimanere male partendosi l’imperadore, perocchè ancora erano troppo grandi i loro avversari; e per tanto furono all’imperadore, e domandarongli che vi lasciasse suo vicario; l’imperadore contento della loro domanda ordinò suo vicario un valente prelato, uomo sperto in arme e di gran consiglio, chiamato messer Antorgo Maraialdo vescovo d’Augusta, con trecento cavalieri, ma non determinatoli questo numero nè altro per l’avvenire, con salario della sua persona e della sua gente di fiorini dodicimila d’oro il mese; e così prese l’uficio e ’l titolo del vicariato.
CAP. XL. Come l’imperadore si partì da Pisa.
Avendo l’imperadore novelle certe che ’l patriarca era in cammino, e libero da’ Sanesi e’ tornavasi a lui, non aspettò che giugnesse in Pisa innanzi la sua partita, ma avute le novelle in sull’ora del vespero, a dì 27 di maggio del detto anno si partì di Pisa, e con lui il cardinale d’Ostia, e cavalcando forte non si tenne sicuro infinch’e’ fu giunto a Pietrasanta; e giunto là, si mise di presente con l’imperadrice a stare dentro dalla rocca, e mentre che vi dimorò, che furono più giorni, continovo tornò a dormire nella rocca, e in persona andava a fare serrare le porte, e mettea le guardie, e portavasene le chiavi nella sua camera, ch’era nella mastra torre di quella rocca.
CAP. XLI. Come i Sanesi domandarono vicario all’imperadore, e non l’accettarono.
Parendo a’ Sanesi avere offeso l’imperadore, e non essendo ancora in istato fermo del loro reggimento, mandarono all’imperadore che mandasse loro suo vicario. L’imperadore chiamò per suo vicario della città di Siena messer Agabito della Colonna di Roma. I Sanesi saputo cui egli mandava loro per vicario, uomo animoso in parte ghibellina e di disonesta vita, avvegnachè fosse di grande lignaggio, il ricusarono, e più non si travagliarono di domandare altro vicario all’imperadore, nè l’imperadore per sdegno preso di darlo loro.
CAP. XLII. Come i Sanesi presono e rubarono Massa.
Rimasa la signoria di Siena nelle mani degli artefici e del minuto popolo favoreggiato dalle case de’ grandi, avendo veduto che Massa di Maremma non avea voluto ricevere la loro signoria, e dimostrava di volersi reggere in libertà, di subito senza provvisione, all’entrata del mese di giugno del detto anno, in furore si mosse il popolo con certi soldati ch’avea, e andaronne a Massa. Gl’infelici Massetani, che stando alle difese per lo disordine di quel popolo erano vincitori, per più disordinato modo che quello de’ Sanesi, baldanzosi uscirono della città di Massa e affrontaronsi alla battaglia co’ Sanesi, nella quale furono rotti e sconfitti; e fuggendo alla città, e’ Sanesi seguitandoli, con loro insieme v’entrarono dentro; e senza misericordia, come avessono preso una terra di nemici, intesono a rubare, e a spogliare la città di tutti i suoi beni, ch’erano pochi, e recare in preda gli uomini, e le femmine e’ fanciulli, e raccolta la gente, misono fuoco nella città, e menarne a Siena gli uomini, e le femmine, e’ fanciulli, e le masserizie e l’altre cose, in gran gloria e gazzarra di quello scondito popolazzo. E nell’empito di questa loro vittoria corsono a Grosseto, e feciono pruova di volerlo per forza, ma non ebbono podere d’accostarsi alle mura, e con vergogna si tornarono addietro. Ma poi i Grossetani per fuggire la guerra de’ loro vicini s’accordarono co’ Sanesi, e ricevettono la loro signoria. A Montepulciano non vollono andare, perchè sentirono ch’e’ Montepulcianesi erano provveduti alla loro difesa, non ostante che per loro si tenesse la rocca del castello, ma non potea dare l’entrata.
CAP. XLIII. Come l’imperadore domandò menda a’ Pisani.
Essendo l’imperadore a Pietrasanta ove gli pareva essere sicuro dal furore del popolo, e pertanto traendo l’animo suo alla cupidigia più che all’onore imperiale, mandò a Pisa per certi cittadini caporali del nuovo reggimento, e fugli mandato messer Paffetta con altri cinque cittadini; e avendo costoro a se, disse, che voleva dal comune di Pisa l’ammenda del danno ricevuto al tempo del romore; del suo disonore e della morte de’ suoi cavalieri non fece conto. Questi cittadini tenendosi in istato per lui, e acciocchè ’l suo vicario li mantenesse negli onori, gli terminarono per ammenda fiorini tredicimila d’oro, ed egli ne fu contento; e tanto attese che gli furono mandati, e quitò del danno ricevuto il comune di Pisa. L’ingiuria e la vergogna sfogata nel sangue degl’innocenti, con più gravezza il seguitò per lunghi tempi infino nella Magna.
CAP. XLIV. Come i Sanesi vollono fornire la rocca di Montepulciano, e non poterono.
Messer Niccolò e Messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano, che furono tratti della terra quando l’imperadore andò a desinare con loro, ed essendo nel cammino di Roma, come già è detto, quando sentirono la revoluzione del popolo e del patriarca si tornarono in Montepulciano, e avendo accolta gente d’arme coll’aiuto de’ loro terrazzani s’erano afforzati, e aveano assediati i Sanesi ch’erano nella rocca. Il popolo e gli artefici di Siena baldanzosi per la presura di Massa e per l’ubbidienza di Grosseto accolsono la loro potenza a cavallo e a piede, e andarono per fornire la rocca di Montepulciano. I terrazzani co’ loro signori provveduti di buona gente d’arme ordinatamente prenderono loro vantaggio, e ributtarono i Sanesi addietro con danno e con vergogna: e fatto questo, incontanente quelli della rocca s’arrenderono a’ terrazzani, i quali di presente la disfeciono, e fortificarono le mura della terra, e d’un animo, per lo tradimento che i Sanesi feciono a’ loro signori narrato addietro, si disposono e ordinarono alla difesa contro a loro.
CAP. XLV. Come i Veneziani feciono pace co’ Genovesi senza i Catalani.
Partendoci un poco di Toscana, i Veneziani non senza ammirazione ci si apparecchiano, nè però a loro cosa nuova, ma forse non troppo onesta. Compagni e collegati erano stati lungamente col re d’Araona e co’ suoi Catalani contro a’ Genovesi, e fatte con loro diverse e gravi battaglie, nelle quali comunemente aveano partecipato lo spargimento del loro sangue, e perdimento di navili nelle sconfitte, e l’onore e ’l navilio e la preda nelle vittorie acquistate; e ancora essendo in lega e in giuramento con quel re e con quella gente, stretti dalla paura de’ Genovesi, che poco innanzi gli aveano mal guidati nel porto di Sapienza, e temendo che non si allegassono contro a loro col re d’Ungheria, a cui eglino teneano occupata Giadra e gran parte della Schiavonia, posponendo la vergogna della fede che rompeano a’ Catalani, senza loro consentimento, all’uscita di maggio predetto fermarono pace co’ Genovesi in questa maniera: che la pace dovesse avere tra loro cominciamento a dì 28 del mese di settembre prossimo avvenire, e che fra questo termine il re d’Aragona co’ suoi Catalani con certi patti potesse venire, s’e’ volesse, alla detta pace, e se non, rimanesse in guerra co’ Genovesi senza i Veneziani: e fu di patto, che infra questo tempo niuno comune dovesse dinnovo armare, ma se le galee e’ legni armati di catuno comune ch’erano in mare in diverse parti del mondo s’abboccassono e facessono danno l’uno all’altro, intendessesi essere fatto per buona guerra, e ciò che n’avvenisse, e’ non avesse a maculare la detta pace. E’ Veneziani promisono di stare tre anni senza andare colle loro galee o altri navili alla Tana, ma in questo tempo fare loro porto e mercato a Caffa. E promisono i Veneziani a’ Genovesi per ammenda, e per riavere i loro prigioni, in certi termini ordinati dugento migliaia di fiorini d’oro, e’ prigioni di catuna parte furono lasciati liberamente.
CAP. XLVI. Come si fè l’accordo dal legato a messer Malatesta da Rimini.
Messer Malatesta da Rimini, il quale tenea occupata a santa Chiesa Ancona con gran parte della Marca e alquante terre in Romagna, trovandosi assottigliato del danaro e della rendita per la tempesta della compagnia e per la sconfitta ricevuta dalla Chiesa, e preso il fratello, e i sudditi tanto gravati che più non poteano sostenere, e avendo addosso il legato a cui al continovo accresceva forza, e da niuno signore o comune di Toscana contro alla Chiesa non potea avere aiuto, e col legato non trovava accordo con patti, avendone lungamente fatto cercare, conoscendo egli e’ suoi essere naturali guelfi, che la pace piuttosto che la guerra potea mantenere il loro stato, confortato da’ suoi amici e di santa Chiesa, che il legato gli sarebbe benivolo e grazioso, s’arrendè liberamente alla sua misericordia, e liberamente rendè a santa Chiesa quante terre tenea nella Marca e in Romagna; e il legato ricevuto ogni cosa in nome di santa Chiesa, essendo grato dell’onore ricevuto da’ Malatesti, e per compiacere a’ guelfi d’Italia, avendo promesso e giurato messer Malatesta e’ suoi di stare in ubbidienza, e di mantenere lealtà e fede a santa Chiesa, acciocchè potessono a onore mantenere loro stato, diede loro la libera giurisdizione e signoria di cinque città, ciò sono, Rimini, Pesaro, Fano, Fossombrone, e .... co’ loro contadi, per dodici anni avvenire; le quali riconobbono la santa Chiesa, e promisono di darne per censo ogni anno alla Chiesa certa piccola quantità di pecunia, e compiuto il termine, farne la volontà di santa Chiesa. E rimasi contenti e in pace, messer Malatesta e’ figliuoli e’ fratelli cominciarono fedelmente a seguitare il legato, e a servire la santa Chiesa; ed essendo singulari amici de’ Fiorentini, assai con più fidanza gli adoperava e onorava il legato ne’ fatti della guerra. E questa pace e accordo fu fatto all’uscita di maggio del detto anno.
CAP. XLVII. Come i Genovesi appostarono Tripoli.
Avea il comune di Genova, innanzi la pace fatta co’ Veneziani, armate quindici galee di loro cittadini, e fattone ammiraglio Filippo Doria, ed era l’intenzione del comune di fare prendere la Loiera in Sardigna per alcuno trattato, che si menava per un soldato ch’era alla guardia di quella; e giunti in Sardigna, trovarono che il trattato non ebbe effetto. Allora l’ammiraglio si pensò di fare maggiore impresa, e avea l’animo a diverse terre per via di furto: e arrivati in Cicilia a Trapani, ebbe avviso, come Tripoli di Barberia era per un vile tirannello rubellato alla corona, ed era male guernito alla difesa d’un subito assalto, e per questo fece in Trapani fare scale e altri argomenti da potere combattere alle mura, tenendo segreta sua intenzione; e quando si vide apparecchiato, fece muovere le sue galee verso la Barberia. E giunto a Tripoli, mostrando d’andare pacificamente per mercatanzie, trovando due navi del signore cariche di spezieria che venivano d’Alessandria, si mostrarono come amici, e al signore feciono domandare licenza di potere mettere scala in terra per alcuno rinfrescamento, e il signore la concedette. L’ammiraglio mise in terra alquanti de’ suoi più savi e provveduti vestiti vilmente a modo di galeotti per comperare alcune cose per rinfrescamento, e commise loro che provvedessono il modo della guardia di quelli Saracini e di loro aspetto, e l’altezza delle mura della città, e da qual parte fosse più debole. Il signore più per paura che per amore fece fare onore a’ galeotti, e nondimeno guardare la terra. Eglino mostrandosi rozzi e grossi provvidono molto bene quello che fu loro imposto: e comperate delle cose, si ritornarono a galea, e avvisarono pienamente il loro ammiraglio. Il signore presentò alle galee due grossi buoi, e castroni e vino; i Genovesi non vollono prendere le cose, ma molto grandi grazie ne feciono rapportare al signore, e incontanente, senza fare a’ legni carichi alcuna novità, suonarono loro trombetta, e partendosi di là, si misono in alto mare, tanto che si dilungarono da ogni vista della città, per assicurare più il signore e la gente della terra; i quali sentendo le galee partite, e che a’ loro legni carichi non aveano fatto nulla, che li poteano prendere, presono sicurtà, la quale tosto tornò loro amara, come appresso diviseremo.
CAP. XLVIII. Come i Genovesi presono Tripoli a inganno.
I Genovesi ch’erano partiti da Tripoli, come la notte fu fatta, avendo bonaccia in mare, si strinsono insieme colle loro galee, e ragunato al consiglio padroni e nocchieri, l’ammiraglio manifestò loro l’intenzione ch’avea, quando a loro piacesse, di vincere per ingegno e per forza la città di Tripoli, ove tutti sarebbono ricchi di gran tesoro; e mostrò loro come il signore di quella era un vile tirannello nato d’un fabbro saracino, e disamato da tutti per la sua tirannia, e però se fosse assalito francamente non potrebbe fare resistenza, e soccorso non potea avere, perchè non ubbidiva il re di Tunisi, ma era suo ribello; e avvisolli com’egli avea fatto provvedere di prendere le mura e la porta agevolmente: e però, là dove e’ volessono essere prod’uomini, la grande e la ricca preda era loro apparecchiata. Costoro cupidi della roba altrui, avendo udito il loro ammiraglio, con grande allegrezza deliberarono che l’impresa si facesse, e offersonsi tutti a ben fare il suo comandamento, e misonsi di presente in concio di loro armi, e balestra, e saettamento; e preso alcuno riposo, in quella notte, e innanzi che il giorno venisse, all’aurora tutti armati e ordinati di quello ch’aveano a fare giunsono nel porto di Tripoli, e di colpo con poca fatica ebbono presi i due navili del signore; e messe le ciurme in terra e’ loro soprassaglienti colle balestra, portando le scale a’ muri della città vi montarono suso senza trovare resistenza, e la parte di loro ch’era rimasa a guardia delle galee e de’ legni s’accostarono alla terra per dare aiuto e soccorso a’ loro compagni; e questo fu sì tosto e sì prestamente fatto, che appena i cittadini se n’avvidono, se non quando i Genovesi teneano le mura, e già aveano presa la porta. Levato il romore per la città, il signore armato colla sua gente, e con parte de’ cittadini ch’ebbono cuore alla difesa, corsono per volere riparare ch’e’ nemici non potessono correre la terra, e abboccaronsi con loro. I Genovesi erano già tanti entrati dentro e sì forti, che per suo assalto non li potè ributtare; e stando loro a petto, i Genovesi ordinati colle balestra a vicenda li sollecitavano tanto co’ verrettoni, ch’e’ Saracini male armati non li poteano sostenere. E il signore vedendo che non potea riparare, vilmente diede la volta, e fuggendosi abbandonò la città e il popolo. I Genovesi, sentendo partito il tiranno, presono più ardire, e ordinatisi insieme si misono per la terra, e qualunque si volea difendere uccidevano, e grande strage feciono quel dì de’ Saracini; e avendo corsa tutta la terra, presono le porti e serraronle, e misonvi le guardie, e furono al tutto signori della terra e degli uomini, e di tutta la loro sostanza.
CAP. XLIX. Di quello medesimo.
Presa, come detto è, l’antica città di Tripoli, e chiuse le porti, i Genovesi diedono ordine di spogliare le case, e di farsi insegnare i tesori del signore e l’avere de’ cittadini, e che ogni cosa pervenisse a bottino, sicchè lo spogliamento andasse per ordine; e così seguitarono penando più giorni a fare questa esecuzione, e condussono a bottino in pecunia, e in avere sottile, e ornamenti d’oro e d’argento il valere di più di diciannove centinaia di migliaia di fiorini d’oro, e settemila prigioni tra uomini, femmine, e fanciulli; e questo fu senza le segrete ruberie ch’e’ galeotti e gli altri maggiori feciono, che non le rassegnarono in comune, e di ciò non si fece cerca nè inquisizione; e avendo così spogliata la terra, la guardarono, e mandarono una delle loro più sottili galee al comune di Genova, significando quello ch’aveano fatto, e come teneano la città a farne la volontà del comune. I governatori di quel comune, e appresso i buoni cittadini si turbarono forte del tradimento fatto a coloro che non erano nemici, e non aveano guardia di loro, non ostante che fossono Saracini, e temettono forte, ch’e’ cittadini di Genova ch’erano in Tunisi e in Egitto tra’ Saracini, e in loro mani colle loro mercatanzie, non fossono per questo a furore presi e morti; e così sarebbe avvenuto, se non fosse che Tripoli era sotto reggimento di vile tiranno, e non ubbidia al re di Tunisi, e però egli e gli altri signori saracini contenti del suo male non se ne curarono. Agli ambasciadori della galea non fu risposto; i quali vedendo i cittadini mal contenti, senza prendere comiato si tornarono a Tripoli a’ loro compagni; i quali vedendosi smisuratamente ricchi, del cruccio del loro comune, sapendo che tutti erano corsali, poco si curarono, e in Tripoli si misono a stare, consumando ogni reliquia di quella città, e cercavano di venderla per averne danari da chi più ne desse: e questo fu di giugno del detto anno.
CAP. L. Come la gente del marchese di Ferrara fu sconfitta, a Spaziano.
In questi medesimi dì, il marchese di Ferrara avea mandato quattrocento cavalieri e millecinquecento fanti ad assediare un castello ch’avea nome Spaziano, il quale avea occupato il signore di Milano nel Ferrarese; e avendolo tenuto assediato alcun tempo, messer Bernabò vi mandò subitamente de’ suoi cavalieri al soccorso, e furono tanti, che per forza li levarono dall’assedio e sconfissono, dando loro danno assai; e liberato il castello, il fornirono di ciò ch’avea bisogno, e tornarsene a Milano.
CAP. LI. Come l’imperadore ebbe l’ultima paga da’ Fiorentini, e fè la fine.
Restavano i Fiorentini a dare all’imperadore ventimila fiorini d’oro per lo resto de’ centomila, e sentendolo partito da Pisa, e ch’egli era a Pietrasanta, s’affrettarono di mandarglieli più tosto, e a dì 10 di giugno gli feciono appresentare contanti ventimila fiorini a Pietrasanta. L’imperadore considerato il suo partimento non d’onore ma piuttosto d’abbassamento dell’imperiale maestà, e vedendo la sollecitudine della fede promessa del comune di Firenze, e il luogo dove gli aveano mandata la pecunia, fu molto allegro, e commendò magnificamente la fede e il buono portamento ch’avea trovato ne’ cittadini di Firenze, dicendo, come i Pisani ch’erano camera d’imperio, e’ Sanesi che liberamente s’erano dati senza mezzo alla sua signoria l’aveano ingannato e tradito, e fattagli gran vergogna per loro corrotta fede, e’ Fiorentini l’aveano atato e consigliato dirittamente, e onorato molto i suoi baroni, e la sua gente, e adempiutogli pienamente ciò ch’aveano promesso, onde molto si tenea per contento da quello comune; e di proprio movimento li privilegiò di nuovo ciò che teneano in distretto, e riconobbe diciotto migliaia di fiorini che il comune diede per lui al sire della Lippa suo alto barone, e tremila che per suo mandato avea pagati ad altri baroni, e di tutta la quantità di centomila fiorini d’oro ch’aveano promesso, come addietro abbiamo narrato, fece fine al detto comune per suoi documenti e cautela, per carta fatta per ser Agnolo di ser Andrea di messer Agnolo da Poggibonizzi notaio imperiale, fatta nella detta terra di Pietrasanta il detto dì.
CAP. LII. Come il figliuolo di Castruccio fu decapitato.
Avendo veduto messer Altino figliuolo di Castruccio Castracane già tiranno di Lucca, come l’imperadore era uscito di Pisa con sua vergogna per andarsene nella Magna, accolti certi masnadieri e con sua gente entrò in Monteggoli presso a Pietrasanta, per tenersi la terra. I Pisani sdegnati di presente vi cavalcarono, e assediarono il castello intorno. Messer Altino intendea a difenderlo da’ Pisani, e credea poterlo fare. I Pisani sentendo ivi presso l’imperadore, mandarono a pregarlo che gli piacesse di venire nel campo, perocch’elli erano certi che alla sua persona messer Altino non si terrebbe. L’imperadore v’andò, e fece comandare a messer Altino che si dovesse arrendere; il quale incontanente ubbidì a’ suoi comandamenti, e diede la terra a’ Pisani, e sè all’imperadore. I Pisani di presente arsono e disfeciono il castello: e richiesto l’imperadore da’ Pisani che desse loro messer Altino, con poco onore della sua corona il mandò prigione a Pisa, e ivi a pochi dì, partito l’imperadore da Pietrasanta, i Pisani gli feciono tagliare la testa.
CAP. LIII. D’una fanciulla pilosa presentata all’imperadore.
Mentre che l’imperadore era a Pietrasanta, per grande maraviglia, e cosa nuova e strana, gli fu presentata una fanciulla femmina d’età di sette anni, tutta lanuta come una pecora, di lana rossa mal tinta, ed era piena per tutta la persona di quella lana insino all’estremità delle labbra e degli occhi. L’imperadrice, maravigliatasi di vedere un corpo umano così maravigliosamente vestito dalla natura, l’accomandò a sue damigelle che la nudrissono e guardassono, e menolla nella Magna.
CAP. LIV. Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono per tornare in Alamagna.
Avendo l’imperadore col senno e colla provvedenza alamannica presa la corona dell’imperio, e guidati i fatti degl’Italiani come nel nostro trattato è raccontato, essendosi ridotto a Pietrasanta, l’imperadrice sollecitando che si tornasse nella Magna, a dì 11 di giugno del detto anno si partì di là con milledugento cavalieri di sua gente, e tenne la via di Lombardia; e giugnendo alle terre de’ signori di Milano non potè in alcuna entrare, ma a tutte trovò le porte serrate, e le mura e le torri piene d’uomini armati alla guardia colle balestra, e col saettamento apparecchiato. E giugnendo a Cremona, ch’è grossa città, volendovi entrare dentro, fu ritenuto alla porta per spazio di due ore innanzi che vi potesse entrare; poi ebbe licenza d’andarvi la sua persona con alquanta compagnia senza alcuna gente armata; e strignendolo la necessità, per non mostrare d’avere dimenticata la pace che la sua persona avea voluto trattare tra’ Lombardi, vi si mise ad entrare, e stettevi la notte e il dì seguente, continovo le porti della città serrate, e di dì e di notte i soldati armati facendo continova guardia. E ragionando l’imperadore con certi che v’erano per i signori di Milano, di volere trattare della pace tra’ Lombardi, gli fu detto da parte de’ signori, che non se ne dovesse affaticare. E però la mattina vegnente, avendo già preso di se alcuno sospetto, s’uscì della città, e cavalcò a Soncino. Ivi fu ricevuto con pochi disarmati e con grandissima guardia: e vedendosi così onorare ora ch’era imperadore nella forza de’ tiranni di Milano, molto pieno di sdegno s’affrettò di tornare in Alamagna, ove tornò colla corona ricevuta senza colpo di spada, e colla borsa piena di danari avendola recata vota, ma con poca gloria delle sue virtuose operazioni, e con assai vergogna in abbassamento dell’imperiale maestà.
CAP. LV. Come il minuto popolo di Siena prese al tutto la signoria di quella.
Del mese di giugno del detto anno, il minuto popolo di Siena avendo fino a qui avuto in certi ufici in compagnia alquanti delle grandi case di Siena, e desiderando d’avere in tutto il governamento di quella città, levò il romore, e tutti i cittadini presono l’arme; e stando il popolo armato, dimostrò di volere che i grandi rinunziassono agli ufici del comune; e sentendo i grandi che questo movea dal consiglio dato al minuto popolo per Giovanni d’Agnolino Bottoni de’ Salimbeni per accattare la benivolenza del minuto popolo per animo tirannesco, non vollono per forza d’arme cercare di ributtare i loro cittadini; e acciocchè il popolo non si tenesse d’avere lo stato del reggimento da Giovanni d’Agnolino, i Tolomei suoi avversari furono quelli che prima cominciarono a rinunziare agli ufici, e volere che il popolo gli avesse in tutto, e così feciono gli altri appresso. E volle il popolo, che laddove lo staio era cresciuto per lo patriarca alla misura lieve, fosse alla picchiata, e così fu conceduto per tutti. Allora il popolo ordinò d’avere il gran consiglio, e lasciato l’arme, in questo stabilì per riformagione la loro somma signoria, reggendosi per dodici priori di due in due mesi, e ivi li crearono; e ancora feciono un gonfaloniere di popolo, e certi altri ch’avessono a rispondere a lui per terziere della città: e ivi da capo rifiutato messer Agapito della Colonna per loro vicario, come detto è, cominciò in libertà il reggimento di quello popolazzo.
CAP. LVI. Come la compagnia del conte di Lando cavalcò a Napoli.
Avvenne ancora del detto mese di giugno, che la compagnia ch’era lungamente stata in Puglia guidata dal conte di Lando, sentendo che il re Luigi contro a loro non avea fatta alcuna provvisione a sua difesa, si partirono di Puglia, e vennonsene in Principato; e soggiornati alquanti dì nelle contrade di Serni, e di Matalona, e d’Argenza, feciono grandi prede; e non trovando fuori delle terre murate alcun contrasto, di là entrarono in Terra di Lavoro, e vennono infino presso a Napoli, e cavalcarono il paese d’intorno; e non sentendo chi vietasse loro il paese, essendo ubbiditi da’ casali e da’ paesani di fuori, e forniti di quello che alla loro vita e dei loro cavalli bisognava, per potere stare più ad agio, si divisono in più compagnie, e l’una stando nell’una contrada, e l’altra nell’altra, compresono a modo di paesani tutto il paese; e lasciarono l’arme non sentendo alcuno avversario, e cominciarono a prendere diletti d’uccellare e di cacciare; e i loro cavalcatori e’ ragazzi visitavano le ville e’ casali, e recavano all’ostiere ciò che bisognava largamente per la loro vita e di loro cavalli, e quando i signori tornavano, trovavano apparecchiato, e i cattivelli paesani, che non aveano aiuto dal loro signore, erano consumati in vilissima fama della real corona.
CAP. LVII. Come Fermo tornò alla Chiesa e si rubellò da Gentile da Mogliano.
In questo mese di giugno, quelli della città di Fermo, i quali per lo tradimento fatto per Gentile da Mogliano al legato quando gli rubellò la città colla forza del capitano di Forlì e coll’ordine di messer Malatesta, essendo contro al loro volere, come narrato è addietro, tornati contro alla signoria del legato, dove s’erano ridotti con loro grande piacere, vedendo ora la forza del legato loro di presso, e che Gentile era povero di gente, levarono il romore nella città, e rinchiusone Gentile nella rocca, e diedono la terra al legato; il quale la fornì di buone masnade a piè e a cavallo, e presene buona e sollecita guardia.
CAP. LVIII. Come il re di Francia mandò gente in Scozia per guerreggiare gl’Inghilesi.
Trapassando alquanto agli strani, il re di Francia vedendo che passate le triegue gl’Inghilesi cavalcavano nel reame, e facevano spesso danno alle sue genti e al paese, prese consiglio da’ suoi, e avendo alcuno intendimento da certi baroni di Scozia, mandò in Scozia il sire di Garendone suo barone con ottocento armadure di ferro, a fine di muovere gli Scotti a fare guerra agl’Inghilesi per modo, che quelli che guerreggiavano in Francia avessono cagione di tornare a guerreggiare con gli Scotti. E giunta questa gente in Scozia, gli Scotti tennero loro consiglio e diliberarono, che essendo il loro re David prigione del re d’Inghilterra, se gli Scotti movessono guerra agl’Inghilesi tornerebbe in pericolo e dannaggio del loro re; e però non vollono che ad istanza del re di Francia in Scozia si facesse movimento di guerra sopra gl’Inghilesi, e per questo la gente francesca ch’era di là passata si ritornò addietro. E questo avvenne del mese di giugno del detto anno.
CAP. LIX. Come i prigioni d’Ostiglia presono il castello.
Di questo mese una buona brigata di prigioni, che messer Gran Cane della Scala avea racchiusi in Ostiglia, seppono tanto fare per loro sottile provvedimento che tutte le guardie delle prigioni e del castello uccisono, e presono il castello, e recaronlo nella loro guardia e signoria. Il castello era forte e in sù i confini del distretto di Mantova e di Ferrara. Sentendo i signori vicini questa rubellione, tentarono quelli di Mantova e di Ferrara catuno di volere dare danari a’ prigioni che l’aveano preso per avere quella tenuta, ch’era di piccola guardia, ed era forte da non potere essere vinta per battaglia, e dava il passo in catuna parte; i matti prigioni non seppono prendere il buono partito, e però s’accostarono al reo; e avendo grandi promesse da messer Gran Cane, cui eglino aveano cotanto offeso, affidandosi solamente alla fede delle sue promesse, che renderebbe loro i propri beni e farebbe a catuno altri vantaggi, dicendo, che non imputerebbe loro il misfatto, perocchè fatto l’aveano come prigioni, a cui era lecito di trovare ogni via di loro scampo, sicchè ciò non era tradimento. I miseri vinti dalle vane promesse renderono la tenuta del forte castello alla gente di messer Gran Cane, il quale ripresa la fortezza, incontanente attenne la promessa ammazzandone una parte colle scuri, e altri con gravi tormenti fece morire, e trentasei de’ residui più vili fece impendere per la gola: e per questo modo morti tutti i prigioni riebbe la sua fortezza del castello d’Ostiglia.
CAP. LX. Come i Genovesi venderono Tripoli.
I Genovesi ch’aveano preso Tripoli di Barberia, come addietro abbiamo narrato, e non avendo potuto avere risposta dal loro comune quello che della città si facessono, cercarono di venderla per danari a’ baroni saracini che v’erano di presso, e niuno trovarono che vi volesse intendere. Era a quel tempo signore dell’isola di Gerbi un Saracino ricco e di gran cuore; costui intese a volerla comperare, e trattato il mercato, ne diè a’ Genovesi cinquantamila doble d’oro; e ricevuto il pagamento e la tenuta della città, e sceltisi de’ cittadini uomini e femmine e fanciulle cui e’ vollono, gli altri lasciarono colla città spogliata d’ogni bene; e raccolti in su le loro quindici galee piene d’arnesi e di gran tesoro partironsi del paese, e lungamente stettono ora in una parte ora in un’altra, tanto che il loro comune fu rassicurato de’ loro cittadini ch’erano in Alessandria e in Tunisi, che per questa novità di Tripoli non aveano ricevuto danno, allora ribandirono quelli delle galee, i quali aveano sbanditi per lo fallo commesso, e dierono loro licenza che potessono tornare a Genova, quando tre mesi alle loro spese avessono guerreggiate le marine di Catalogna; i quali fatto il servigio tornarono a Genova, e riempierono la città di schiavi e schiave saracine, e di molto tesoro acquistato con gran tradimento, ma per giusto giudicio di Dio in breve tempo capitarono quasi tutti male, rimanendo in povero stato.
CAP. LXI. Come gli usciti di Lucca tentarono di far guerra.
Essendo per le novità sopravvenute all’imperadore in Pisa perduta agli usciti di Lucca la speranza d’essere liberati dal giogo de’ Pisani, secondo il trattato di cui era scorsa la fama; e veduto come fortuna avea fatti signori della città le piccole reliquie de’ Lucchesi ch’erano nella città in una giornata, per un poco d’ardire ch’aveano dimostrato, se da loro medesimi non fossono stati traditi, come detto è, trovandosi gli usciti avere ragunata alcuna moneta per la detta cagione della speranza dell’imperadore, e parendo loro ch’e’ Pisani fossono in dubbioso stato, s’intesono insieme i guelfi co’ ghibellini, e’ figliuoli di Castruccio ch’erano in Lombardia promisono a tutti i caporali delle famiglie guelfe uscite di Lucca nella loro fede, che contro alla loro origine e’ si farebbono guelfi per trarre di tanto servaggio la loro città; e trattarono con loro di fare ogni loro sforzo con buona punga per rientrare in Lucca, e catuno promise di fornirsi di gente per loro aiuto, e di cavalli e d’armi per fornire loro impresa. E sentendo i Pisani questo apparecchiamento, si provvidono sollecitamente al riparo. Le cose procedettono e seguirono al loro fine come degnamente meritarono, e tosto ci verrà il tempo da raccontarlo.
CAP. LXII. Conta della gran compagnia di Puglia.
Avvedendosi quelli della compagnia ch’erano in Terra di Lavoro, che il re nè i suoi baroni mettevano alcuno riparo contro a loro, presono maggiore baldanza, e raccolti insieme se ne vennero verso Napoli, e posonsi a campo a Giuliano tra Aversa e Napoli, presso a Napoli a quattro miglia di piano, e domandavano al re danari senza fare guasto. Allora i Napoletani vedendo che il re non si movea, si mossono da loro, e accolsono de’ paesani e de’ forestieri una quantità di cavalieri, e feciono capo il conte camarlingo, e ’l conte di san Severino e l’ammiraglio di volontà del re; nondimeno costoro non uscivano di Napoli a riparare le cavalcate della compagnia e sturbavano l’accordo, che si cercava di dare loro danari. Per la qual cosa i Napoletani temendo di ricevere il guasto, di che la compagnia gli minacciava, a dì 12 di Luglio del detto anno s’armarono a cavallo e a piè romoreggiando, e minacciando i baroni che non lasciavano fare l’accordo colla compagnia. I baroni erano forti da loro, e aveano con seco i forestieri armati, sicchè poco curavano le minacce o le mostre de’ Napoletani, e avvedendosene i Napoletani, posono giù l’arme, e se n’acquetarono. Nondimeno il re mostrando di fare al movimento de’ Napoletani l’accordo, vedendosi l’oste di presso addosso, per schifare maggiore pericolo, trattò di dare loro fiorini centoventimila in certi termini, e per questo si levarono da Giuliano, e dilungaronsi da Napoli, paesando e vivendo alle spese de’ paesani. L’effetto di questo trattato ebbe mutamenti con danno de’ regnicoli innanzi che si traesse a fine, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXIII. Come il gran siniscalco condusse mille barbute contro alla compagnia, ond’ella s’accrebbe.
Mentre che queste cose si trattavano in Napoli, il gran siniscalco del Regno messer Niccola Acciaiuoli di Firenze essendo stato in Toscana, e in Romagna e nella Marca accogliendo gente d’arme, s’era con essa messo a cammino: e giunto alla città di Sulmona con mille barbute di gente tedesca e oltramontana, fè sentire al re la sua venuta; il re richiese i baroni per volersi combattere colla compagnia venendo contro a’ patti promessi: ma la cosa venne dilatando e prendendo indugio, e nel soprastare il caldo appetito del re venne raffreddando, e ancora de’ suoi baroni, e il termine delle paghe de’ soldati menati per lo gran siniscalco cominciò a venire; e non essendo il re mobolato da poterli pagare e riconducere per innanzi, assai se ne partirono dal servigio del re. e andarsene alla compagnia, e fecionla maggiore.
CAP. LXIV. Come gli usciti di Lucca s’accolsono senza far nulla.
Ritornando nostra materia al fatto degli usciti di Lucca, que’ caporali ch’erano a soldo del comune di Firenze, con le loro bandiere appresentandosi al tempo ordinato tra loro, cominciò la cosa a pubblicarsi in Firenze. Quando il comune sentì questo, incontanente tutti gli cassò dal suo soldo, e comandò loro sotto pena della vita, che niuna ragunata di gente facessono nel contado o distretto di Firenze, e contradisse a tutti i cittadini e contadini sotto pena dell’avere e della persona, che niuno aiuto o favore si desse loro, perocchè non volea il nostro comune rompere per niuna cagione la pace ch’avea co’ Pisani. Nondimeno i Lucchesi guelfi ch’erano in Toscana, con loro sforzo s’accolsono in certo luogo in sù quello di Lucca, e ivi si trovarono con dugento cavalieri e con molti masnadieri che gli seguitavano per speranza di guadagnare. I conducitori furono Obizzi e Salamoncelli, e attendeano che dall’altra parte, com’era ordinato, venissono i figliuoli di Castruccio con gli usciti ghibellini, e col popolo di Lunigiana e Garfagnana. I Pisani sentendo che gli usciti di Lucca si cominciavano a ragunare, cacciarono di Lucca tutti i cittadini ch’aveano alcuna apparenza, e mandaronvi per comune i due quartieri di Pisa alla guardia, e con grande studio si fornirono di gente d’arme alla difesa. I figliuoli di Castruccio non attennono la promessa al termine, per la qual cosa gli usciti guelfi soprastati al termine più di due dì, e non avendo novelle che venissono, si cominciarono a sfilare, e senza ordine tornare catuno a casa con poco onore. Abbianne fatto memoria non per lo fatto, che nol meritava, ma perchè in quel tempo che questo fu, erano quarantadue anni ch’e’ Lucchesi guelfi erano stati fuori della loro città, e mai non aveano fatta altrettanta vista per cercare di volere tornare in Lucca, come a questa volta.
CAP. LXV. Come il re di Cicilia racquistò più terre.
In questo tempo, don Luigi di Cicilia coll’aiuto de’ Catalani dell’isola e della loro setta, accolti insieme in arme a piè e a cavallo si mossono da Catania con la persona del loro signore, e cavalcando sopra le terre ch’ubbidiano l’altra setta di Chiaramonti e il re di Puglia, e trovandole mal fornite alla difesa, s’arrenderono e ubbidirono, vedendo la persona di don Luigi, senza farli resistenza. E appresso preso più ardire, del mese di luglio con sei galee armate e con l’altra gente per terra venne a Palermo, e posevisi intorno credendolasi riavere, ma vedendo ch’e’ si difendeano colla gente forestiera che v’era per lo re Luigi di Puglia, fece danno assai nelle villate di fuori, e poi se ne ritornò a Catania.
CAP. LXVI. Novità di Padova.
Essendo messer Iacopino da Carrara signore di Padova, e avendo lungamente tenuta la signoria in compagnia di Francesco suo nipote carnale, avendosi portato insieme grande onore, non sentendosi alcuna cagione d’odio o di sospetto tra loro, salvo che messer Francesco volea pace co’ signori di Milano, e messer Iacopo la volea con loro, e voleala co’ signori di Mantova insieme con cui erano collegati, non dovea però per questo essere cagione d’odio tra loro, ma piuttosto quello che non soffera d’avere consorto nella signoria tra gli animi ambiziosi di quella; e per questo Francesco ch’era più giovane e più atto a guerra, e avea il seguito della gente d’arme, una sera, a dì 26 del mese di luglio del detto anno, essendo messer Iacopino nella sua sala posto a cena, messer Francesco con suoi compagni armati copertamente venne al palagio, dove non gli era nè di dì nè di notte vietata porta, e andato suso, trovò il zio che cenava, e accogliendo il nipote senza alcuno sospetto, fu da lui preso, e incamerato e messo in buona guardia, senza essere per lui alcuna resistenza fatta nel palagio. La mattina vegnente messer Francesco cavalcò per la città, e senza fare novità nella terra fu ubbidito in tutto come signore, e si scusò al popolo, che questo avea fatto perocchè avea trovato di certo, che poichè messer Iacopino si vide avere figliuolo, avea cercato di fare avvelenare lui: e che ciò fosse vero o no, tanto se ne dimostrò, che alcuni di ciò furono incolpati e martoriati, tanto che confessarono il malificio, e perderonne le persone.
CAP. LXVII. Come i Visconti tentarono di racquistare Bologna.
Di questo mese di luglio del detto anno, messer Bernabò de’ Visconti di Milano avendo tenuto alcuno trattato in Bologna, credendolasi racquistare, mandò di subito duemila cavalieri e di molti masnadieri di soldo sopra la città di Bologna, e la loro prima posta fu al Borgo a Panicale, e feciono vista d’afforzare loro campo presso a Bologna a tre miglia; poi all’entrata d’agosto si levarono di là e andarono a Budrio, e trovandovi difetto d’acqua, si partirono di là, e posono campo a Medicina tra Bologna e Imola, e là dimorarono attendendo che novità si movesse in Bologna. Lasceremo ora questa gente ch’attende di fare suo baratto, come al tempo innanzi racconteremo.
CAP. LXVIII. Come in Firenze nacquono quattro lioni.
A dì 3 d’agosto nacquono in Firenze quattro lioni, due maschi e due femmine; l’uno si donò al duca d’Osteric, che ’l domandò al comune, l’altro al signore di Padova.
CAP. LXIX. Novità fatte per gli usciti di Lucca.
All’entrata del mese d’agosto del detto anno, messer Arrigo e messer Gallerano figliuoli di Castruccio usciti di Lucca, con quella gente d’arme ch’avere poterono in Lombardia apparirono in Lunigiana, e ivi e di Garfagnana accolsono fanti a piè; e i Lucchesi guelfi usciti da capo si ragunarono e accozzarono co’ figliuoli di Castruccio, e di concordia, trovandosi quattrocento cavalieri e duemilacinquecento fanti, si posono ad assedio a Castiglione, che si guardava per i Pisani. I Pisani avuto l’aiuto da’ Sanesi, con cui erano in lega e compagnia, con settecento cavalieri e seimila pedoni uscirono di Pisa per andare a soccorrere il castello, e a dì 12 d’agosto del detto anno, trovandosi ne’ campi presso a’ nemici, feciono loro schiere. Gli usciti di Lucca, veggendosi il vantaggio del terreno, si feciono ordinatamente loro incontro da quella parte donde li vidono venire. I Pisani si mostrarono di volerli assalire da quella parte, e cominciaronvi l’assalto per tenere i nemici a bada; e cominciata la battaglia, il loro capitano con quella gente ch’e’ s’avea eletta, mentre che d’ogni parte si mantenea l’assalto, girò il poggio, e montò sopra i nemici da quella parte onde venia la vittuaglia agli usciti che teneano l’assedio, e fece questo sì prestamente, che i Lucchesi, ch’aveano assai di buoni capitani, non vi poterono riparare, ma veduto ch’ebbono ch’e’ nemici aveano tolto loro la via del pane, non vidono potere mantenere l’assedio al castello; e però si strinsono insieme, e arsone il campo loro, e ricolsonsi in alcuna parte ivi presso senza potere essere danneggiati da’ nemici; e raccolti quivi, senza alcuno danno di là si partirono salvamente, e valicarono l’alpe, e capitarono nel Frignano, e di là catuno con accrescimento d’onta, senza altro danno, perduta la speranza di tornare in Lucca, catuno tornò a procacciare sue condotte per vivere al soldo, e ’l castello rimase libero all’ubbidienza de’ Pisani.
CAP. LXX. Come i Catalani non vollono la pace co’ Genovesi fatta per i Veneziani.
Il re d’Araona essendo in Ispagna dopo l’acquisto fatto della Loiera, e dell’accordo preso col giudice d’Alborea, sentendo che i Veneziani aveano fatta pace co’ Genovesi senza il suo consentimento contro al giuramento della loro compagnia, fece di presente armare venti galee per sua sicurtà: e domandaronli i Genovesi la Loiera e altre terre di Sardigna, se con loro volea pace. E questa fu la cagione già scritta addietro, perchè il comune di Genova ribandì le quindici galee ch’aveano preso Tripoli, le quali feciono per tre mesi gravi danni nella riviera di Catalogna, spezialmente d’ardere e di profondare loro navili ne’ porti. Le venti galee del re avendo fortificate e fornite le terre di Sardigna, e reiterata la pace col giudice, si ritornarono in Catalogna senz’altra novità fare.
CAP. LXXI. Come messer Ruberto di Durazzo lasciò il Balzo.
Di questo mese d’agosto, essendo stato messer Ruberto di Durazzo stretto da’ Provenzali nel Balzo per modo, che non avea potuto correre il paese nè fare prede com’avea cominciato, benchè ’l castello potesse tenere lungamente, parendogli stare con sua vergogna senza guadagno, di sua volontà s’uscì del castello, e rilasciollo a’ signori del Balzo. Alcuni dissono, che ’l papa gli diè alcuni danari co’ quali si mise in arme, e andò a servire il re di Francia nelle sue guerre ove morì a onore, come a suo tempo racconteremo.
CAP. LXXII. Come arse la bastita da Modena.
Essendo lungamente mantenuta per la forza di messer Bernabò di Milano una grande e forte bastita sopra la città di Modena con molti cavalieri e masnadieri, i quali aveano per stretto modo assediata la città, e recata in grandi stremi, come piacque a Dio, quello che non avea potuto fare la gran compagnia nel caso della ribellione di Bologna, nè appresso tutta la forza della lega di Lombardia, fece subitamente un fuoco che vi s’apprese, ma piuttosto fu fama ch’un soldato corrotto dal signore di Bologna il vi mise. Questo fuoco infiammò per sì fatto modo la bastita, che per la gente dentro non si potè ammortare. I Modenesi stati a vedere lungamente, e sentendo il romore, presono l’arme, e corsono verso la bastita con smisurato romore. I cavalieri e’ masnadieri, che ve n’erano assai, impacciati dal fuoco, e impauriti del romore, si ritrassono fuori della bastita con animo di fermarsi di fuori, ma non ebbono potere di farlo, che di presente catuno cominciò a fuggire senza essere cacciati, e abbandonarono la bastita. I Modenesi la presono e spensono il fuoco: e appresso per tema che messer Bernabò non la rifacesse da capo riporre, ch’era il luogo molto forte, la feciono riparare e rafforzare, e misonvi gente a guardarla lungamente per sicurtà della terra.
CAP. LXXIII. Come fu fatto il castello di Sancasciano.
Tornando alquanto nostra materia al fatto di Firenze, occorse in questi dì, che tornando a memoria a’ collegi del nostro comune i danni ricevuti a’ tempi delle persecuzioni fatte al nostro comune, e i pericoli che occorsi erano alla città ponendosi i nemici a oste in sul poggio del borgo di Sancasciano in Valdipesa, e questo conosciuto per esperienza dell’imperadore Arrigo di Luzimborgo, e appresso di Castruccio tiranno di Lucca, e novellamente della gran compagnia di fra Moriale, che catuno nimicando il nostro comune tennono campo in quel luogo con podere, per lo vantaggio del sito, di potere vantaggiare assai e non potere essere danneggiati: acciocchè questo non potesse più avvenire, deliberò il comune di farvi un forte e nobile castello di mura, e incontanente del mese d’agosto del detto anno 1355 si cominciarono a fare i fossi, e all’uscita di settembre del detto anno si cominciarono a fondare le mura, e tutte s’allogarono in somma a buoni maestri con discreti e avvisati provveditori, dando d’ogni braccio quadro soldi sette di piccioli, di lire tre soldi nove il fiorino dell’oro, dando il comune a’ maestri solo la calcina, acciocch’e’ maestri avessono cagione di fare buone le mura. Le mura furono larghe nel fondamento braccia quattro, e fondate braccia uno sotto il piano del fosso, e sopra terra grosse braccia due, ristrignendosi a modo di barbacane, e sopra terra alle braccia dodici, con corridoi intorno i beccatelli, e armate di torri intorno intorno, di lungi braccia cinquanta dall’una torre all’altra, alzate braccia dodici sopra le mura e con due porte mastre, catuna con due torri più alte che l’altre e bene ordinate alla guardia. E questo circuito comprese il poggio e il borgo, e senza arresto fu compiuto e perfetto il lavorio del mese di settembre seguente 1356. E veduto il conto del detto edificio, costò al Comune di Firenze trentacinque migliaia di fiorini d’oro.
CAP. LXXIV. Come in Firenze s’ordinò la tavola delle possessioni.
Di questo mese d’agosto, alquanti cittadini di Firenze, parendo loro che dovesse essere util cosa al comune per levare la briga a’ creditori di ritrovare i beni del debitore, misono innanzi a’ signori che si facesse una tavola, nella quale si scrivessono tutti i beni immobili della città e del contado per popolo e per confini, e diedono il modo a catuno quartiere della città e del contado per se; e’ signori misono la petizione, e vinsesi, parendo a tutti che dovesse essere utile cosa. Agli uomini antichi, e savi e pratichi parea la cosa impossibile a potere avere perfezione, ma non fu loro creduto, se non quando per pratica si conobbe. Furono comandate le recate a ogni possessore sotto grave pena, e nondimeno ch’e’ reggitori de’ popoli anche le dovessono recare, catuno si provvidde di recare e di fare recare i beni in cui volle, e confinavali secondo che trovava l’usata vicinanza, e quando tali nelle loro recate mutavano i primi possessori, e così d’ogni parte discordavano i confini, e oltre a questa inconvenienza ve n’accorrevano molte altre maggiori. Per la qual cosa dopo la lunga scrittura, e la grande spesa cresciuta parecchi anni, in confusione senza frutto rimase abbandonata, e la sperienza ammaestrò il nostro comune alle sue spese. Avenne fatta memoria per esempio di coloro che verranno appresso, acciocch’e’ notino quello ch’è detto provato per opera; e ancora, che molti recavano una medesima cosa per mostrare che possedessero i beni: ma quello ch’è più forte, si è la mutazione de’ beni, che più occorre nella nostra città che altrove, perchè più abbonda di mercatanzie e di mestieri e d’arti, c’hanno a fare la mutazione de’ beni immobili.
CAP. LXXV. Come il re d’Inghilterra con grande apparecchio valicò a Calese.
Avendo noi addietro narrata la morte del conestabile di Francia, della quale il re di Navarra fu operatore, seguita, che d’allora innanzi il re di Navarra era in odio del re Giovanni di Francia, e per questa cagione tenne trattato col re d’Inghilterra di riceverlo nelle sue terre. Il re d’Inghilterra era di questo molto contento, e però mise in concio sua gente e suo navilio per valicare con forte braccio; e nel soprastare che facea, per sollecita operazione del cardinale di Bologna e d’altri baroni e’ fu fatta la pace tra ’l re di Francia a quello di Navarra, e perdonatoli liberamente l’offesa della morte del conestabile, e per suo amore a tutti gli altri ch’erano a ciò stati. Il re d’Inghilterra avendo apparecchiata la sua gente d’arme e ’l suo navilio, del mese di settembre del detto anno valicò a Calese. Il re di Francia avea d’altra parte apparecchiata la sua baronia, e con quindicimila cavalieri e molti sergenti gli si fece incontro in Normandia. Il re d’Inghilterra sentendo la pace fatta tra’ due re, e vedendo la gran forza apparecchiata contro a sè dal re di Francia, non si attentò d’uscire a campo, nè di seguire sua impresa, e data la volta, con sua vergogna si ritornò con tutta la sua oste in Inghilterra. Il re di Francia sentendo i suoi nemici tornati nell’isola si ritornò a Parigi, e dimostrando grande amore al re di Navarra, gli accomandò il Delfino suo maggiore figliuolo, i quali d’allora innanzi si congiunsono di fraternale amore, e di grande compagnia.
CAP. LXXVI. Come il re Luigi s’accordò colla compagnia del conte di Lando.
Mandaci il tempo materia di ritornare in Italia. Di questo mese di settembre del detto anno, essendo la compagnia ritornata presso a Napoli in Terra di Lavoro, e il re per arroto al danno per la gente condotta nel Regno alle sue spese, volendo atare i Napoletani che non perdessono le loro vendemmie, e non avendo il podere altro che con danari, rifece la nuova concordia, e promise loro centocinque migliaia di fiorini d’oro; le trentacinque migliaia contanti, e le settanta in due paghe a venire: e mentre che le penassono ad avere si doveano stare in Puglia. E per fornire la prima paga, il re Luigi gravò di fatto i Napoletani, e certi baroni, e forestieri, e mercatanti, e le loro mercatanzie, e pagò la compagnia, e andossene in Puglia alla roba d’ogni uomo, non senza grande rammarichio, contro alla corona degli uomini di quel paese.
CAP. LXXVII. Come il conte da Doadola fu sconfitto e morto dal capitano di Forlì.
Avendo il legato rivolto tutto suo intendimento di volere abbattere la tirannia di Francesco degli Ordelaffi capitano di Forlì, e guerreggiando la città di Cesena, il conte Carlo da Doadola con due figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo de’ Malatesti si mise in preda con cento cavalieri e con assai masnadieri, e corsono insino presso alle mura di Cesena; e avendo raccolta una buona preda d’uomini e di bestiame, si raccoglievano per tornare al campo. Avendo questo sentito madonna Cia moglie del capitano, a cui egli avea accomandata la guardia di quella città, non come femmina, ma come virtudioso cavaliere montò a cavallo coll’arme indosso gridando, e smovendo i cavalieri soldati che v’erano che la dovessono seguire contro a’ nemici ch’erano di fuori. I cavalieri inanimati, vedendo tanto ardire in una femmina, di presente la seguitarono, e abboccatosi co’ nemici per forza li sconfissono, e fuvvi fedito il conte Carlo per modo che poco appresso morì, e presi i due figliuoli del conticino da Ghiaggiuolo, e la maggior parte de’ cavalieri e assai masnadieri furono prigioni; e riscossa la preda, con grande onore si tornarono in Cesena del mese d’agosto predetto.
CAP. LXXVIII. Come la gente del Biscione prese le mura di Bologna e furono cacciati.
Poco addietro ci ricorda, che noi trattammo de’ duemila cavalieri e de’ molti masnadieri che messer Bernabò avea mandati sopra Bologna, e le mute che fatte aveano di luogo in luogo; all’ultimo, all’uscita del mese d’agosto del detto anno, erano tornati al borgo a Panicale forniti di molte scale, e bolcioni ferrati da cozzare mura della città, e di queste cose il signore di Bologna non si prendeva guardia. E però una notte ordinata tutta l’oste se ne venne alle mura di Bologna dalla parte del prato, dov’era più solitario, ed ebbono poste le scale alle mura, e di subito vi montarono suso più di dugento cavalieri armati, ch’erano smontati de’ cavalli, e assai masnadieri, e traboccate le guardie che vi trovarono dalle mura in terra, cominciarono a perquotere le mura co’ bolcioni tanto che già l’aveano forate e aperte le mura da piè, innanzi che ’l signore o i cittadini se n’avvedessono, e alquanti per gagliardia erano scesi dentro e entrati per la piccola rottura; e parendo agli assalitori avere la forza delle mura e l’entrata, avvisando che dentro fosse dato loro alcuno aiuto per lo loro trattato, cominciarono a gridare ad alte boci: Vivano i popolani, e muoia il signore. A questo romore il popolo si cominciò a sentire, e ogni uomo a prendere l’arme, e certe masnade di fanti a piè toscani con alquanti cittadini trassono in quella parte ov’erano i nemici, e quanti ne trovarono a basso entrati uccisono, e ingrossandosi alla difesa quelli della terra a cavallo e a piè, con molti balestrieri cacciarono a terra quelli ch’erano montati su per le mura; e avvedendosi i capitani della gente di messer Bernabò, che per lo fallo dell’affrettato romore la città era difesa, con vergogna sonarono a ricolta e tornarsi al borgo a Panicale, e indi cavalcate le contrade d’intorno, e fatto assai danno d’arsione presono loro cammino e andarono a Milano; e il signore di Bologna, vedendo il pericolo ch’avea corso, prese miglior guardia.
CAP. LXXIX. Novità state in Udine.
Di questo medesimo mese d’agosto: o che il patriarca d’Aquilea facesse fare gravezze con oppressione al popolo della città d’Udine a lui soggetta, o che il vicario ch’era testa lucchese, chiamato messer Iacopo Morvello, per soperchia baldanza, ch’avea per moglie la figliuola del patriarca, facesse da sè cose sconce, a furore di popolo con l’aiuto d’alquanti terrieri del paese fu preso nel palazzo del comune, e tratto di là, fu racchiuso in prigione, e poco appresso senza processo dicollato, in grande vituperio e vergogna del patriarca, ch’era fratello dell’imperadore.
CAP. LXXX. Come abbondarono grilli in Cipri e in Barberia.
In questo tempo abbondarono nell’isola di Cipri tanti grilli, che riempierono tutti i campi alti da terra un quarto di braccio, e consumarono ciò che verde trovarono sopra la terra, e guastarono i lavori per modo, che frutto non se ne potè avere in quest’anno. E ’l simigliante avvenne questo medesimo anno 1355 in molte parti della Barberia, e massimamente nel reame di Tunisi; ed essendo mancato il pane al minuto popolo di Barberia, metteano i grilli ne’ forni, e cotti alquanto incrosticati li mangiavano i Saracini, e con questa brutta vivanda mantennero la misera vita, ma grande mortalità seguitò di quel popolo.
CAP. LXXXI. Come messer Maffiolo Visconti fu morto da’ fratelli.
Messer Maffiolo de’ Visconti di Milano essendo il maggiore de’ tre fratelli signori di Milano, perchè era dissoluto nella sua vita e senza alcuna virtù era riputato il minore nel reggimento della signoria: tuttavia messer Bernabò e messer Galeazzo gli rendeano assai onore. Avvenne, che per scellerato stemperamento della sua lussuria accolse nella camera sua venti tra donne maritate, e fanciulle, e altre femmine, colle quali, avendole fatte spogliare ignude, si sollazzava a suo diletto con loro bestialmente; e ricordandosi in quello sformato e sfrenato ardore di libidine d’una bella giovane moglie d’un buono cittadino di Milano, mandò per lei, e minacciandolo di farlo morire se immantinente non glie la menasse, o mandasse. Vedendosi questo buono uomo a così villano partito, come disperato piangendo se n’andò a messer Bernabò, e contogli il grave partito a che messer Maffiolo l’avea messo, dicendo, che innanzi volea morire ch’assentire a cotanta sua vergogna, pregandolo che ’l dovesse atare. Messer Bernabò disse: Io non ho a gastigare il mio maggiore fratello, per non mostrare a colui la sua intenzione, e di presente cavalcò all’ostiere di Messer Maffiolo, e trovò la scellerata danza del suo fratello; e senza dire alcuna cosa diede la volta, e accozzossi con messer Galeasso, e disse: Noi corriamo gran pericolo di nostro stato, e le sconce e dissolute cose di messer Maffiolo ci faranno cacciare della signoria, se per noi non si ripara a cotanto pericolo a che ci conduce. E manifestatoli ciò che facea delle donne de’ buoni uomini di Milano, e il richiamo che n’avea avuto, di presente s’accordarono alla morte sua, che altro gastigamento non avea luogo. E però essendo andato messer Maffiolo a Moncia a fare una caccia, la sera di sant’Agnolo di settembre, li feciono dare con quaglie veleno; e la mattina vegnente essendo nella caccia si cominciò a sentir male nel ventre, e di presente se ne tornò a Milano; e vicitato la sera da’ fratelli, la mattina si trovò morto in sù ’l letto. Alcuni dissono, che in quella visitazione e’ fu soffocato da loro, e altri tennono che morisse delle quaglie; e l’una cagione e l’altra potè essere, per non farlo storiare. Il vero fu che morì come un cane, senza confessione, di violenta morte, e forse degnamente per la sua dissoluta vita.
CAP. LXXXII. Come messer Bernabò ebbe la Mirandola.
Dappoichè la bastita da Modena per l’arsione fu ripresa da’ Modenesi, messer Bernabò tenne nelle castella ch’avea acquistate nel Modenese gente d’arme per scorrere il paese, e fare continova guerra a Modena: e oltre a ciò mise a campo tra Reggio e Modena millecinquecento cavalieri e assai masnadieri, i quali assediavano il castello della Mirandola, il quale era di certi gentili uomini loro patrimonio: e non essendo potenti a poterlo lungamente difendere da’ signori di Milano, s’accordarono con loro, e diedono la guardia del castello a messer Bernabò, ed egli li ricevette in amistà, e con provvisione li mise nelle sue guerre. E in questi dì, vedendosi messer Giovanni da Oleggio in pericolo della guardia di Bologna, cercò accordo con messer Bernabò; e messer Bernabò per poterlo rimettere in confidenza, per meglio potere venire alla sua intenzione, s’accordò con lui; e messer Giovanni gli promise di guardare Bologna per lui, e dopo la sua morte gliela lascerebbe, e riceverebbe nella città continuamente un suo potestà. E fece questo messer Giovanni da Oleggio senza volontà o consiglio de’ cittadini di Bologna, sperando rimanere in pace nella signoria, nella quale rimase in continovi aguati, come leggendo per innanzi si potrà trovare: e ricevette in prima per potestà di Bologna il signore della Mirandola sopraddetto.
CAP. LXXXIII. Come i Perugini presono a difendere Montepulciano.
I Sanesi vedendosi avere perduta in tutto la signoria ch’avere soleano in Montepulciano, trattavano della guerra; ed essendo cercato se co’ Sanesi si potea trovare modo d’accordo senza fargliene signori, non trovandosi, i signori che dentro v’erano ritornati, ricordandosi che ’l comune di Siena non avea attenuti i patti promessi loro altra volta sotto la sicurtà e fede del comune di Firenze e di Perugia, a cui i Sanesi l’aveano rotta con inganno assai sconcio e manifesto, al quale i detti comuni senza l’arme non aveano potuto mettere rimedio, e l’arme non aveano voluto pigliare, per questa cagione non si vollono più fidare alla corrotta fede de’ Sanesi; e vedendosi impotenti da difendersi da’ Sanesi, s’accordarono, e misono di volontà del popolo la guardia di Montepulciano con certi patti nelle mani de’ Perugini; e i Perugini vaghi di crescere signoria, e ricordandosi dell’ingiuria ricevuta in Siena per questi fatti di Montepulciano, accettarono la guardia, e incontanente la fornirono di loro soldati a cavallo e a piè per difenderla da’ Sanesi. Questa cosa conturbò molto il comune di Siena, e perciò facendosi la lega che seguitò appresso de’ Toscani, i Sanesi non vi vollono essere, e altre gravi cose ne seguirono, come innanzi si potrà trovare al debito tempo.
CAP. LXXXIV. Come il re d’Inghilterra tornò in Francia.
Quello che seguita è cosa bene strana: essendo il re d’Inghilterra, come poco innanzi avemo contato, ritornato di state nell’isola d’Inghilterra con tutto suo oste e col navilio, e dovendosi secondo usanza della guerra, il navilio e la gente d’arme riposare per la grazia del verno, il detto re di maggiore animo e ardire che altro signore al suo tempo, del mese d’ottobre del detto anno, co’ figliuoli, e colla moglie, e co’ baroni, e con grande moltitudine di suoi cavalieri e arcieri, di subito e improvviso a’ Franceschi valicò a Calese: e di presente fece tre osti, l’una accomandò al conte di Lancastro suo cugino, e questa mandò in Brettagna, e la seconda accomandò al suo maggiore figliuolo duca di Guales, e questa mandò in Guascogna, e l’altra ritenne a sè, per venire verso Parigi, e a catuna comandò che dimostrasse sua virtù, mettendosi innanzi fra le terre del re di Francia ardendo e predando, e facendo dimostranza di valorosi baroni contro a’ loro nemici.
CAP. LXXXV. Come il re d’Inghilterra cavalcò il reame fino ad Amiens.
Mandato ch’ebbe il re d’Inghilterra i detti baroni, catuno con grande compagnia di cavalieri e d’arcieri nel reame di Francia, egli in persona si mosse da Calese colla sua oste, e avviossi verso Parigi dov’era il re di Francia, e guastando le ville del paese con fuoco, facendo grandi prede se ne venne ad Amiens, e ivi s’arrestò alquanti dì. Ma vedendo che ’l soprastare gli era pericoloso per la gran cavalleria che ’l re di Francia apparecchiava contro a lui, e perchè i passi del suo ritorno erano da potere essere occupati, sopravvenendo la gente del re di Francia, a grave suo pericolo, come savio guerriere raccolse tutta la sua gente e tutta la preda ch’avea fatta, e senza contasto sano e salvo colla sua oste si tornò a Calese in dieci dì dalla sua mossa. Il conte di Lancastro entrò colla sua oste in Brettagna e cavalcò il paese, facendo danno assai e grandi prede, e stettevi più tempo: poi si raccolse colla sua oste, e con gran preda tornossi a salvamento.
CAP. LXXXVI. Della materia degl’Inghilesi medesima.
Il valente prenze di Guales colla sua compagnia di tremila cavalieri e quattromila arcieri mosso da Calese, a gran giornate si mise in Tolosana, e trovando i paesi sprovveduti del suo subito avvenimento, fece in Tolosana molte grandi prede, e con fuoco guastò molto paese; e senza arrestarsi in Tolosana cavalcò a Carcasciona, e vinse e prese l’antica città di Carcasciona, fuori che la rocca della villa, ch’era un forte castello; e recato in preda ciò che potè fare portare, arse la maggior parte della villa, e cavalcò più innanzi in Bideurese, e arse e fece preda grande senza contasto, e della sua gente corse insino presso a Mompelieri a poche leghe, e dimostrava di voler venire insino a sant’Andrea dirimpetto a Avignone, il Rodano in mezzo, e forte se ne temette nella corte di Roma; ma il papa gli mandò a dire che non venisse più innanzi, e incontanente per ubbidire al santo padre si tornò addietro, essendo stato nuovo flagello di quel paese, che memoria non v’avea per i viventi a quel tempo ch’altra guerra gli avesse molestati. Il conestabile di Francia, ch’era allora messer Giacche figliuolo del duca di Borbona, giovane cavaliere e di gran cuore, avendo accolta assai gente d’arme, in compagnia del conte d’Armignacca, e del conte di Foci e di più altri baroni del paese, sentendo tornare per quel paese il duca di Guales con tutta la preda, ch’era più di mille carrette cariche dell’avere de’ paesani, e più di cinquemila prigioni, si volle abboccare con gl’Inghilesi per combattere con loro per riscuotere la preda. Il conte d’Armignacca e gli altri baroni non vollono e non acconsentirono al conestabile, parendo loro avere disavvantaggio per la buona compagnia de’ franchi guerrieri ch’erano con il duca di Guales. Il giovane e franco barone ne prese sdegno, e cavalcò a Parigi e rifiutò l’uficio, e allora fu fatto conestabile il duca d’Atene conte di Brenna. Il valente duca di Guales intese a conducere la sua preda, ch’era oltre a modo grande, e sentendo i nemici appresso, come fu alla selva di Crugnì per maestria di guerra vi nascose una parte di sua gente in aguato, e i Franceschi vi mandarono ad imboscare, non sapendo degl’Inghilesi che v’erano, messer Astorgio di Duraforte con mille cavalieri, i quali entrando nella selva furono di subito assaliti dagl’Inghilesi che prima v’erano riposti, che poco sostennono, che furono sconfitti e sbarattati con loro danno, e d’allora innanzi non trovarono gl’Inghilesi contasto, e ricchi di preda, sani e salvi si tornarono a Bordello in Guascogna, del mese di novembre del detto anno.
CAP. LXXXVII. Come morì il re Lodovico di Cicilia, e l’isola rimase in male stato.
Di questo mese di novembre anno detto, Lodovico di Cicilia primogenito di don Pietro si morì molto giovane, e poco appresso di lui si morì il seguente suo fratello detto duca Giovanni, e de’ tre fratelli rimase Federigo il minore, il quale la setta de’ Catalani recarono appo loro, per potere sotto il titolo d’avere a governare il giovane, a cui s’appartenea il regno, aggiugnersi maggiore forza. Ma per questo l’altra setta degl’Italiani si feciono più strani contro al duca Federigo, e diventarono più animosi contro alla setta de’ Catalani. E per la detta maladizione di divisione e tempesta tanto intestina battaglia era nell’isola, che gli abitanti di catuna terra erano in fatica d’avere del pane per vivere, e consumavansi d’inopia e di carestia; e di questo seguitò poi grande novità nell’isola, come al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXXVIII. Come in Napoli fu romore.
A’ Napoletani parendo essere gravati de’ danari pagati per la compagnia e d’alcune altre gravezze, del mese di novembre del detto anno, per mostrare la potenza e la franchigia di quella città, tutti di concordia presono l’arme, e feciono armare tutti i forestieri mercatanti e artefici ch’erano nella città, e levarono il romore, gridando: Viva la reina, e muoia il suo consiglio. E di questo tumulto seguitò solamente, che la misura del sale fu alcuna cosa consentita loro migliore mercato: convenevole prezzo di cotanto movimento, non volendosi francare dell’antica consuetudine della loro natura, che come sono pieni di furore per ambizioso vento, così poco mantengono l’ira, che li riduce a pace.