LIBRO SESTO

CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.

Perocchè ’l sesto libro del nostro trattato nuova e non pensata materia di guerra nel suo principio con seguito di gran cose in breve tempo ci apparecchia, ci fa pensare come e quanto lo stato della tirannesca signoria è pieno d’aguati e di calamitosa vita. Le loro scellerate operazioni sempre combattono e spesso abbattono le virtù de’ buoni: i loro diletti sono dissimiglianti a’ buoni costumi: per loro s’abbattono le ricchezze de’ sudditi; nimicano gli uomini che crescono nella loro giurisdizione in magnanimità e in senno; assottigliano con incarichi la sustanza de’ popoli: la loro sfrenata libidine non prende saziamento dal fatto, ma quanto il piacere della vista richiede, tanta in fatto a’ sudditi contro all’onesto debito conviene sostenere e patire. Ma perocchè in queste e molte altre maligne operazioni le violenti tirannie si manifestano, non richieggiono da noi nuovo raccontamento. Ma traendone una parte assai strana nell’apparenza e assai dimestica nel fatto, qual’è più maravigliosa vista, guardando nella tirannesca gloria, a vedere antichi e nobili principi naturali ubbidienti a’ tiranneschi servigi, e uomini d’alti lignaggi e d’antica nobiltà usare le mense di coloro, e prendere le loro provvisioni? Ma se guardare vogliamo l’uscimento delle cose, quella gloria spesso si converte in calamitosa miseria. Chi la può disegnare maggiore? che i tiranni medesimi non sanno nè possono in alcuno riposare la loro fede, ed eglino al continovo aspettano il cadimento del tiranno, e lievemente si dispongono e accordano alla loro distruzione, non ostante le sopraddette cose. E questo non si trova avvenire nelle reali e naturali signorie, perocch’e’ loro fatti ne’ sudditi, e nelle loro virtù e cose son contrarie a’ tiranni. Dunque come le tirannie si criano, com’elle esaltando si fortificano e crescono, così in esse si nutrica e nasconde la materia della loro confusione e ruina. Certo intra l’altre questa è grandissima miseria de’ tiranni: e perocchè al presente ci occorre alcuna cosa di ciò manifestare in fatto non di lieve movimento, come seguirà appresso nostro volume, basti narrando quella avere fatto certa prova al nostro proponimento.

CAP. II. Come nacque briga da’ Visconti e que’ di Pavia e di Monferrato.

Certa cosa è, che il marchese di Monferrato per vicinanza e per larghe provvisioni de’ tiranni di Milano, e i signori da Beccheria di Pavia parenti stretti e dimestichi della loro mensa, per lunghi tempi uniti colla casa de’ Visconti signori di Milano, e nelle loro guerre stati i principali aiutatori, e in questo tempo valicando Carlo d’Osteric re de’ Romani in Lombardia, come già è detto, il marchese, non ostante ch’e’ fosse soggetto all’imperio, venne a Milano per dare aiuto e favore a’ signori con seicento cavalieri di buona gente d’arme, e que’ da Beccheria anche vi mandarono loro sforzo. Avvenne, che un dì essendo il marchese in Piacenza in compagnia di messer Maffiolo Visconti, ch’allora vivea, un suo scudiere andò in cucina al cuoco di messer Maffiolo per un tagliere di vivanda: il cuoco villanamente gliel contradicea: lo scudiere sdegnoso diede una gotata al cuoco, e portonne la vivanda; il cuoco di presente se n’andò a dolere a messer Maffiolo suo signore. Il tiranno mosso a furore non considerò suo onore, nè quello di tant’uomo quant’era il marchese, e senza dirli alcuna cosa, avendolo in sua compagnia, fece prendere lo scudiere, e in quell’istante tagliarli la mano; della qual cosa il marchese fu molto turbato, ma ritenne con virtù nel petto il grave sdegno. Questo li rinnovò nella mente certo oltraggio che la famiglia di messer Galeazzo Visconti per maggioranza avea fatto alla sua gente che vicinavano con sue terre, la quale cosa con senno avea trapassata insino allora. E ancora di nuovo sentiva, come al continovo per nuovi dispetti la gente di messer Galeazzo oltraggiava i detti sudditi che vicinavano con loro, e il signore il sentiva, e vedea l’onore che ’l marchese facea alla loro signoria, e per arrogante maggioranza mostrava d’esserne contento; onde turbato il marchese, cambiò l’animo, ed essendo con quelli da Beccheria una cosa, s’intesono insieme, essendo l’imperadore futuro a Mantova, e ancora, con lui s’intesono in segreto. E trattando l’imperadore co’ signori di Milano di volere prendere la corona a Moncia, sentirono i Visconti, che se non s’accordavano con lui, che quelli da Beccheria erano acconci di riceverlo in Pavia; onde i signori concepettono contro a loro; per la qual cosa poterono comprendere, che partito l’imperadore, a loro converrebbe mutare stato. E tornando l’imperadore coronato da Moncia in Milano, i signori feciono molti cavalieri, e in questo stante il marchese cavalcò subito a Pavia, e menò seco due di quelli da Beccheria e feceli fare cavalieri all’imperadore, e questo accrebbe l’izza e la malavoglia a’ tiranni. Poi partito l’imperadore il marchese se n’andò via, e quelli da Beccheria rimasono in gran sospetto de’ signori di Milano, e stavanne in più guardia che non soleano. E dalle sopraddette cose seguitarono le ribellioni e le nuove guerre che appresso seguirono a’ signori di Milano, come seguendo nostro trattato per li tempi racconteremo.

CAP. III. Come si rubellarono terre di Piemonte.

Il marchese di Monferrato avendo ordinato co’ signori di Pavia che si fortificassono di gente e di buona guardia, acciocchè i tiranni vicini non li potessono improvviso sorprendere, tornato nelle sue terre, procacciò aiuto di gente d’arme da certi baroni tedeschi di sua amistà, e con suoi trattati (ch’era molto amato da quelli del Piemonte e dalla sua gente) trovandosi forte di cavalieri e favoreggiato dall’imperadore, del mese di dicembre, gli anni di Cristo 1355, fece rubellare nel Piemonte a messer Galeazzo de’ Visconti di Milano Chieri e Carasco; e poco appresso del mese di gennaio fece rubellare al detto tiranno la ricca terra d’Asti, e appresso Albi, Valenza, e Tortona, e più altre terre del Piemonte, e tutti i popoli di quelle d’un animo, con ordine di mantenere la difesa, feciono loro capitano il detto marchese. Messer Galeazzo vi mandò incontanente molta gente d’arme a cavallo e a piè credendo ricoverare delle terre; il marchese era provveduto di buona gente, e coll’aiuto de’ Piemontesi si fece loro incontro alle frontiere, e in alcuni abboccamenti fece vergogna alla gente di messer Galeazzo, e difese bene i Piemontesi. Allora quelli da Beccheria, ch’erano confederati nella amistà e compagnia del marchese, non si poterono più coprire, e però in aperto si fortificarono di gente e d’altre cose, aspettando l’impeto dell’ira e della forza de’ tiranni contro a loro, non dimostrando però di volere essere i movitori della guerra, ma apparecchiati alla difesa. Lasceremo alquanto questa materia per raccontare al suo tempo con più chiarezza le cose che ne seguitarono, e diremo degli altri fatti che prima occorrono alla nostra materia.

CAP. IV. Come i Fiorentini feciono lega contro la compagnia.

E’ m’incresce di scrivere quello ch’ora seguita, perocchè ’l nostro comune delle leghe e delle compagnie c’ha usato di fare co’ comuni di Toscana, al bisogno sempre s’è trovato ingannato, nondimeno il fatto narreremo. Sentendosi già per tutta Italia che ’l conte di Lando colla compagnia ch’aveva nel Regno era per venire al primo tempo nella Marca, e valicare in Toscana, i Fiorentini volendo riparare ch’ella non facesse ricomperare i comuni di Toscana, mandarono a Perugia, e a Pisa, e a Siena, e all’altre minori comuni di Toscana, richieggendo i detti comuni, che per beneficio di tutti parea loro di fare una lega e una taglia di duemila cavalieri il meno, i quali fossono al tempo apparecchiati interi e cavalcanti al servigio della detta lega contro alla compagnia, o a chi venisse a fare guerra sopra alcuna città di quelle della lega. E a ciò feciono muovere i detti comuni per loro ambasciadori, e durò il trattato lungamente, sturbandolo i Sanesi per l’izza ch’aveano presa co’ Perugini per l’impresa di Montepulciano; in fine, essendo la cosa cominciata al principio di gennaio, del mese di febbraio del detto anno ebbe compimento in questo modo tra’ Fiorentini, e’ Pisani, e’ Perugini: che la lega dovesse durare tre anni, e la taglia fosse di milleottocento cavalieri, ottocento de’ Fiorentini, cinquecentocinquanta de’ Pisani, e quattrocentocinquanta de’ Perugini; con patto ch’e’ Sanesi vi potessono entrare colla loro parte della taglia de’ cavalieri, e che del mese d’aprile fossono pagati e apparecchiati, e che l’uno comune dovesse fare rassegnare i cavalieri dell’altro. La lega fu ferma e fatta, l’effetto che ne seguitò fa manifesto quello che poco innanzi n’avemo detto.

CAP. V. Come gli Scotti presono Vervic.

Essendo tornato il re d’Inghilterra a Calese dalla cavalcata ch’avea fatta ad Amiens, come poco innanzi abbiamo detto, i baroni di Scozia sentendo il re, e i figliuoli, e’ baroni, e tutta la forza del re d’Inghilterra valicati nel reame di Francia, e cominciatovi grande guerra, non ostante che il loro re vi fosse in prigione, prestamente accolsono molta gente d’arme a cavallo e a piè, e improvviso agl’Inghilesi se ne vennono a Vervic, grande e forte terra degl’Inghilesi, situata agli stremi de’ confini di Scozia; e giugnendo alla città sprovveduta, per forza v’entrarono dentro e presono la terra, ma il castello del re che v’era forte e bene guernito non poterono avere; ma com’ebbono presa la terra, la lasciarono guernita di loro gente, e per savia provvisione con tutta loro oste si misono innanzi, e presono una montagna onde il soccorso degl’Inghilesi potea venire alla terra, e non d’altra parte, e ivi s’accamparono per contradire agl’Inghilesi il passo. Era in que’ dì il conte di Lancastro già tornato in Inghilterra, il quale di presente cavalcò nel paese colla sua gente, ma non ebbe podere di levare gli Scotti dal passo. Il re Adoardo sentendo la novella degli Scotti, incontanente valicò nell’isola con quella gente che subitamente potè muovere, e senza arresto se n’andò contro a’ nemici che teneano il passo della montagna, e aggiuntosi il conte di Lancastro colla sua gente, non ostante che grande fosse il loro disavvantaggio ad avere a combattere i nemici all’erta, colla sua persona si mise innanzi, e diede tanto conforto a’ suoi, ricordando loro le vittorie avute sopra gli Scotti e la loro viltà, che con tanto ardore d’animo, e con tanto duro assalto d’ogni parte li percossono, che per forza li ributtarono della montagna; e senza avere cuore di rifare testa alla terra ch’aveano presa l’abbandonarono in tanta fretta, che la preda ch’aveano accolta non ne portarono, e assai de’ loro Scotti vi lasciarono morti e presi per ricordanza. E questo fu del mese di gennaio del detto anno. Allora fece il re racconciare la terra, e fornire di miglior guardia.

CAP. VI. D’un trattato fatto per racquistare Bologna.

Messer Bernabò de’ Visconti di Milano avendo la mente attenta a trovar modo di racquistare Bologna, e di vendicarsi di messer Giovanni da Oleggio; quanto che per l’accordo fatto si dimostrasse amico, diede boce e dimostrò manifesto segno di volere guerreggiare in sul Ferrarese; e mandò messer Arrigo figliuolo di Castruccio che fu tiranno di Lucca in Romagna, a conducere al suo soldo mille barbute della compagnia ch’allora era nel paese, il quale avea caparrati i conestabili, e intesosi secondo il segreto a lui commesso da messer Bernabò col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e con alquanti degli Ubaldini in cui si confidava, e ancora s’intendea col podestà di Bologna, ch’avea nome messer Ramondo de’ Ramondi di Parma, ed erano in questo trattato certi caporali di quelli da Pagano, e altri Bolognesi confidenti di messer Bernabò. Il modo era, che la forza del tiranno dovea venire da Milano sul Ferrarese secondo la palese boce, e già era messer Bernabò venuto in persona a Parma con duemila cavalieri, e come messer Bernabò fosse in sul Ferrarese, messer Arrigo di Castruccio co’ cavalieri condotti di Romagna, e coll’aiuto de’ Romagnuoli e degli Ubaldini, essendo provveduti e apparecchiati, doveano il dì nominato, essendo messer Bernabò in sul Ferrarese, valicare sopra Bologna da quella parte, e messer Arrigo colla sua compagnia venire dall’altra, e allora il podestà, e que’ da Pagano con gli altri Bolognesi confidenti doveano levare il romore nella città, e con loro quattordici conestabili di cavalieri che tenevano a questo trattato; e costoro, ch’erano soldati di messer Giovanni, nel romore doveano trarre a lui, e ucciderlo se potessono, e se non, si doveano strignere dall’una parte della città, e aprire e spezzare la porta, e mettervi dentro quella gente di fuori che più avessono di presso. Questo trattato era segreto per li palesi verisimili della vicina impresa della guerra di Ferrara, alla quale il marchese prendea ogni riparo che potea; ma come fu piacere di Dio, per lo meno male, la cosa fu rivelata per strano e non pensato modo come appresso diviseremo.

CAP. VII. Come si scoperse il trattato di Bologna, e fevvisi giustizia.

In Bologna era tornato di Romagna messer Arrigo di Castruccio, avendo fornito e messo in punto ciò che gli era stato commesso, e ivi era venuto per intendersi con gli altri traditori. Avvenne, che, all’entrata del mese di Febbraio del detto anno, Francesco de’ Roaldi di Bologna, grande cittadino e molto confidente di messer Giovanni da Oleggio, tanto ch’al continovo ricevea provvisione da lui, essendo in questo trattato, confidandosi nel suo senno, volendosi sgravare della sua provvisione, se n’andò a messer Giovanni, e per me’ coprire quello che sentiva in sè, disse: Signor mio, pigliate ne’ vostri fatti buona guardia, perocch’io sento che molti uomini, e oltre al modo usato, sono venuti della montagna nella città in questi giorni; e a dirli questo il movea la tenerezza ch’avea nell’animo del suo stato e onore, per lo beneficio ch’avea ricevuto e ricevea da lui. Il tiranno il commendò di questo fatto, e ringrazionnelo assai, e dopo questo confortò della buona guardia. Messer Francesco entrando in altra materia disse a messer Giovanni: Signor mio, io vi prego che vi piaccia di darmi licenza, ch’io possa prendere altrove mio vantaggio, perocchè della provvisione ch’io ho da voi non posso comportare la vita mia a onore. Il tiranno si maravigliò di questo, perocchè gli avea assegnate grandi provvisioni e altri gaggi, e ricordogli le dette cose, e ancora li promettea al tempo maggiori, e nondimeno messer Francesco pure gli domandava licenza. Il tiranno gli disse, che si ripensasse, e poi tornasse a lui; e a tanto si partì messer Francesco. Messer Giovanni mandò incontanente alle porti, e fece sapere chi a que’ giorni vi fosse entrato oltre all’usato modo, e trovò che non v’erano entrati contadini nè altra gente oltre al modo usato, e così se n’erano usciti. E per questo cominciò a maravigliarsi più del movimento di messer Francesco de’ Roaldi, e sospicciando mandò per lui; e quando l’ebbe seco, il tiranno finse di sapere che sentisse contro a lui alcuno trattato. Il savio cavaliere veggendosi preso dall’astuzia, pensò che senza grave tormento non potea passare mettendosi al niego, e però di cheto gli confessò e manifestò tutto il trattato. Il tiranno senza arresto mandò per lo potestà, e per messer Arrigo di Castruccio ch’era in Bologna, e per que’ caporali da Pagano, e a avuti costoro disse, e a certi degli Ubaldini ch’era no in quel servigio, ch’e’ perdonava loro per vicinanza e per molti servigi ch’avea ricevuti da quella casa, ma comandò loro che incontanente si dovessono partire, e così fu fatto. E abboccando messer Giovanni i traditori insieme, fu da loro al tutto chiaro del trattato sopraddetto: e a dì 12 di febbraio, non trovando il tiranno chi volesse fare la condannagione nè l’esecuzione, fece podestà messer Tassino de’ Donati rubello di Firenze; costui li condannò; e Sinibaldo di messer Amerigo Donati di Firenze, allora in bando e al soldo del tiranno, con dugento fanti tutti armati a corazze fece tagliare la testa a messer Arrigo, figliuolo che fu di Castruccio signore di Lucca e di Pisa, e a messer Bernardo e a Galeotto da Pagano, e a messer Ramondo Ramondi da Parma podestà di Bologna, e a Francesco de’ Roaldi di Bologna; e appresso, a dì 20 del detto mese, ne furono decapitati diciassette tra conestabili de’ soldati e famigli de’ traditori. E fatto questo, messer Giovanni rimase in maggior paura, e in gran sospetto di messer Bernabò di Milano.

CAP. VIII. Come il signore di Bologna fece lega.

Era insino a qui messer Giovanni da Oleggio, poichè avea fatta la pace e la concordia con messer Bernabò, stato in fede ne’ suoi servigi, e intesosi con lui e ricevuto in Bologna le sue podestà, e attendea dopo la sua morte lasciarli Bologna, come gli avea promesso, ma vedendo questo mortale trattato contro a sè, non pensò potersi mai più fidare de’ signori di Milano, e conobbe, che a volersi meglio potere guardare gli convenia essere loro mortale nemico, e però incontanente si rifornì di nuove masnade di cavalieri e di masnadieri. Ed essendo in guerra il signore di Mantova e il marchese di Ferrara col Biscione, ch’allora era così chiamata la tirannia di Milano per la loro arme, si collegò con loro, e promise d’essere sempre contro alla casa de’ Visconti di Milano, e mandò la sua gente a fare loro guerra con gli altri collegati.

CAP. IX. Come l’oste del Biscione ch’era a Reggio si levò in isconfitta.

A Reggio era stata lungamente l’oste de’ signori di Milano in una forte bastita presso alla terra, nella quale avea ottocento cavalieri e grande popolo, e in quel tempo vi s’aspettava il fornimento della vittuaglia da Parma con grande scorta. Il marchese di Ferrara, e quegli di Mantova, e ’l signore di Bologna sentendo quell’apparecchio, accolsono loro gente per impedire la scorta a loro podere; e avendo a Modena seicento barbute e cinquecento masnadieri, il signore di Bologna n’aggiunse dugento cavalieri e cinquanta masnadieri; e avendo lingua come la vittuaglia in dugento carra colla scorta dovea l’altro dì venire alla bastita, cavalcarono la notte per modo, che essendo giunta l’altra parte alla bastita, e messavi la roba, tornandosene senza sospetto, costoro li assalirono sprovveduti, i quali non feciono retta, e quasi tutti furono presi, i buoi e le carra in preda. E avuta subitamente questa vittoria, con grandi grida e con maggiore baldanza percossono alla bastita dalla parte di fuori; e quelli di Reggio ch’aveano veduta la vittoria della loro gente francamente li assalirono dalla parte d’entro, e combattendo la bastita d’ogni parte, in fine per forza v’entrarono dentro, ed ebbono a prigioni i cavalieri e’ masnadieri che quella guardavano, e pochi ne poterono campare; e messa la vittuaglia e l’arme, e tutti i prigioni guadagnati in Reggio, arsono in tutto la bastita: e riposati alcuno dì la gente in Reggio, cavalcarono infino a Parma, e valicarono quella facendo grandi prede e danno a’ paesani: e del mese di febbraio del detto anno, con grande onore e ricca preda, in vergogna de’ tiranni di Milano, si ritornò catuna gente a’ suoi signori senza trovare alcuno contasto.

CAP. X. Come i Chiaravallesi di Todi tenevano trattato col prefetto.

Del mese di febbraio del detto anno, i Chiaravallesi di Todi per provvisione del comune tornarono a’ loro beni, e potendo colle loro persone usare la cittadinanza, cercavano, come mal contenti, trattato col prefetto di Roma di metterlo in Todi per farlone signore; e non potendo menare eglino questo perchè erano sospetti, il feciono menare a un messer Andrea giudice di Todi loro confidente. Il trattato si scoperse, e al giudice fu tagliata la testa. I Chiaravallesi avvedendosi che il comune di Todi per questo prendea di loro maggiore sospetto, temendo di non essere corsi un dì a furore, da capo uscendo della città, presono il castello di Toscina l’aprile seguente, e rubellaronlo al comune.

CAP. XI. Come morì messer Pietro Sacconi de’ Tarlati.

Essendo messer Pietro Sacconi de’ Tarlati d’Arezzo in età decrepita intorno al centinaio degli anni, e malato a morte, in questi dì si disse pubblico, ch’e’ pensò di non volere morire che non ordinasse prima alcuno nobile fatto del suo antico mestiere: e ordinò con Marco suo figliuolo, dicendo: Ora, che si crede che tu sia imbrigato intorno alla mia malattia, e che altri non prenderà guardia di te, procaccia di furare Gressa al vescovo d’Arezzo e agli Ubertini. Il figliuolo ubbidì al consiglio del padre, e molto segretamente accolse gente, e di furto entrò nel castello di Gressa, ma essendovi gli Ubertini forti, per forza ne lo pinsono fuori; e forse per dolore che messer Pietro n’ebbe s’avacciò la sua dispettosa e non contenta morte, lasciando nuova guerra tra’ suoi Tarlati e gli Ubertini per questo furto. Pro’ e valente uomo fu e avvisato, in fatti di guerra, ma più in operazioni di trattati, e di furti e di subite cavalcate, che in campo o in aperta guerra; e’ fu fortunato contro agli altri suoi nemici, e infortunato contro al comune di Firenze, e per animosità di parte ghibellina non seppe tener fede.

CAP. XII. Come scurò tutto il corpo della luna.

Martedì notte alle ore quattro, a dì 16 di febbraio anno 1355, cominciò la scurazione della luna nel segno dell’Aquario, e alle cinque ore e mezzo fu tutta scurata, e bene dello spazio d’un’altra ora si penò a liberare. E non sapendo noi per astrologia di sua inflenza, considerammo gli effetti di questo seguente anno, e vedemmo continovamente infino a mezzo aprile serenissimo cielo, e appresso continove acque oltre all’usato modo il rimanente d’aprile e tutto il mese di maggio, e appresso continovi secchi e stemperati caldi insino a mezzo ottobre. E in questi tempi estivali e autunnali furono generali infezioni, e in molte parti malattie di febbri e altri stemperamenti di corpi umani, e singularmente malattie di ventre e di pondi con lungo duramento. Ancora avvenne in quest’anno un disusato accidente agli uomini, e cominciossi in Calavria a Fiume freddo e scorse fino a Gaeta, e chiamavano questo accidente male arrabbiato. L’effetto mostrava mancamento di celabro con cadimenti di capogirli con diversi dibattimenti, e mordeano come cani e percoteansi pericolosamente, e assai se ne morivano, ma chi era provveduto e atato guariva. E fu nel detto anno mortalità di bestie dimestiche grande. E in quest’anno medesimo furono in Fiandra, e in Francia e in Italia molte grandi e diverse battaglie, e nuovi movimenti di guerre e di signorie, come leggendo si potrà trovare. E nel detto anno fu singulare buona e gran ricolta di pane, e più vino non si sperava, perchè un freddo d’aprile l’uve già nate seccò e arse, e da capo molte ne rinacquono e condussonsi a bene, cosa assai strana. E da mezzo ottobre a calen di gennaio furono acque contino ve con gravi diluvi, e perdessene il terzo della sementa, ma il gennaio vegnente fu sì bel tempo, che la perduta sementa si racquistò. I frutti degli alberi dimestichi tutti si perderono in quest’anno. Non ne avremmo stesa questa memoria se la scurazione predetta non vi ci avesse indotto.

CAP. XIII. Come la gran compagnia presono Venosa.

La compagnia del conte di Lando ch’avea avuta la prima paga dal re Luigi, e dovea attendere l’altre paghe in Puglia senza far danno a’ paesani, vernava di là, e non faceva guerra; ma la fede, vedendosi il destro, non seppe per promessa o saramento ch’avessono fatto osservare: e però entrarono in Rapolla, e presa la terra la spogliarono d’ogni sustanza, e consumarono colle persone e co’ cavalli ciò che da vivere vi trovarono; e appresso, del mese di febbraio predetto, per aguato di furto presono la città di Venosa, e fecionne il simigliante. E questa è la fede delle compagnie, che ogni cosa fanno licito alla corrotta volontà della preda, e però è folle chi alle loro promissioni si fida.

CAP. XIV. Come il legato bandì la croce contro al capitano di Forlì.

In questo tempo del verno, messer Gilio cardinale di Spagna legato di santa Chiesa, avendo prosperamente racquistato a santa Chiesa il Patrimonio, la Marca d’Ancona, e ’l ducato di Spoleto, e la maggior parte della Romagna, restavagli a racquistare Forlì e Faenza, e le terre vicine e de’ loro distretti, le quali tenevano occupate per loro tirannie Francesco degli Ordilaffi capitano di Forlì, e messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi; e non trovando il detto legato concordia con loro, ordinò contro a’ detti suo processo, e seguitollo fino alla sentenza, perocchè tornare non vollono all’ubbidienza. E pubblicata per Italia la loro dannazione, e fattili scomunicare, avendo dal papa lettere d’indulgenza con piena remissione de’ peccati e della pena a chi fosse contrito e confesso, fece bandire la croce contro Francesco Ordilaffi tiranno di Forlì, e di Forlimpopoli e di Cesena, e contro a Giovanni e Rinieri de’ Manfredi tiranni di Faenza, condannati per eretichi e ribelli di santa Chiesa, potendo il cavaliere e il pedone partecipare in due anni il servigio d’un anno in arme contro a loro. Ordinati furono i predicatori, e’ collettori delle provincie e delle città, e incontanente l’avarizia de’ cherici cominciò a fare l’uficio suo, e allargarono colla predicazione l’indulgenza oltre alla commissione del papa, e cominciarono a non rifiutare danaio da ogni maniera di gente, compensando i peccati e i voti d’ogni ragione con danari assai o pochi come gli poteano attrarre; e per non mancare alla loro avarizia, sommoveano nelle città e ne’ castelli e nelle ville ogni femminella, ogni povero che non avea danari, e dare panni lini e lani, e masserizie, grani e biada, niuna cosa rifiutavano, ingannando la gente con allargare colle parole quello che non portava la loro commissione; e così davano la croce, e spogliavano le ville e le castella più che non poteano fare le città, ma nelle città le donne e le femmine valicavano tutta l’altra gente, e per questa maniera davano la croce: e ’l termine della guerra cominciava in calen di maggio gli anni 1356. Della città di Firenze e del contado un frate de’ Romitani vescovo di Narni trasse grandissimo tesoro, del quale non potendo il cardinale avere diritto conto, lungo tempo tenne in prigione il detto vescovo in un suo castello nella Marca, guardato alle spese del detto vescovo.

CAP. XV. Come il conte Paffetta fu da’ Pisani messo in prigione.

Egli è assai utile cosa agli uomini considerare contro alla malizia e alla superbia de’ grandi cittadini, quando possono far male e abbattere gli altri, ch’e’ medesimi sono sottoposti a quella medesima calamità e fortuna; ma provarlo per esperienza gli ne fa più certi, e a quelli c’hanno a venire ne rimane migliore esempio. Detto abbiamo come la malizia di messer Paffetta conte di Montescudaio cittadino di Pisa, colla perversa operazione fece morire e cacciare i Gambacorti di Pisa, e sè fece il maggiore di quella città; avvenne che gli altri cittadini, cui egli avea rimessi al governamento del comune, parendo loro che messer Paffetta fosse troppo grande, si legarono e feciono setta contro a lui segretamente, e un dì, essendo messer Paffetta andato agli anziani, come ordinato era, gli anziani mandarono di subito a fare pigliare certi cittadini caporali della sua setta e stretti suoi confidenti, e altri di suo seguito intorno di cinquanta, e di presente li mandarono a’ confini, facendoli uscire della città, e messer Paffetta con alcuno altro mandarono in prigione nell’Agosta a Lucca; e messolo in carcere sotto buona guardia, rivocarono i confini agli altri e fecionli ritornare, senza fare altra novità o mutazione di loro stato. Parve a tutti rimanere più sicuri, e in migliore essere nella cittadinanza, che in prima; e questo fu all’entrata del mese d’aprile, e ancora non era compiuto l’anno ch’egli avea abbattuti i Gambacorti e gli altri buoni cittadini di Pisa. Era in Pisa il vicario sostituto del vicario dell’imperadore, il quale consentì a tutto, essendoli fatto intendere che messer Paffetta volea con certo trattato dare Pisa a’ signori di Milano: grande loro amico era, ma altro vero non se ne potè trovare; e stato alquanto in prigione, per tema che l’imperadore non lo ne facesse trarre, o i signori di Milano, di veleno, o d’altra violente morte, celatamente lo feciono morire in prigione.

CAP. XVI. Come gli Aretini riposono certe fortezze.

Gli Aretini sentendo morto messer Piero Sacconi de’ Tarlati loro nemico, il quale lungo tempo gli avea tenuti in guerra e in gran paura, contro al quale non s’ardivano a muovere vivendo, incontanente dopo la sua morte, del detto mese di febbraio del detto anno, uscirono a oste, e riposono una tenuta contro al castello di Gaerina, e un’altra contro a Bibbiena, e una sopra Pietramala, e tanto stettono a campo, che tutte e tre furono fortificate e fornite, acciocchè i Tarlati non potessono correre sopra loro a loro volontà, com’erano usati di fare. E per la baldanza presa per la morte d’un decrepito vecchio, non avendo avuto ardire di farlo a sua vita, ordinarono tra nella città e nel contado tremila uomini a corazze, e trecento balestrieri e centocinquanta barbute, per potere mantenere il loro contado più sicuro, e guerreggiare i nemici. Abbianne fatta memoria per una cosa assai nuova, considerando che un uomo vecchio tenesse in freno e in paura così antica e gran città, che non pensavano in fatti di guerra potere resistere alla sua persona.

CAP. XVII. Di nuove rivolture della gran compagnia.

Stando la compagnia del conte di Lando a vernare in Puglia con grande abbondanza d’ogni bene da vivere, aspettando dal re Luigi la moneta promessa, per lo patto ch’avea di doversi partire al maggio prossimo e uscire del regno, una parte di loro con certi conestabili intorno di cinquecento barbute, contentandosi male d’aversi a partire del paese, senza tenere promessa al re o fede all’altra compagnia si rubellarono da essa, e accostati al conte di Minerbino detto Paladino, se n’andarono per sua condotta in terra d’Otranto, ove per lunghi tempi passati non era sentita guerra, e di presente presono due castella nel paese piene di molta vittuaglia, e preda quanta ne poterono guardare di bestiame grosso e minuto, del quale poterono avere l’uso, ma non danari. Il conte di Lando si dolse al re Luigi del tradimento fatto per costoro, e offerse sè e l’altra compagnia al servigio del re contro a que’ ribelli, e contro a tutti i baroni che non volessono ubbidire alla corona. Il re, e il suo consiglio, e il gran siniscalco, credendosi fare meno male, accettarono la profferta, e una parte della compagnia con certa condotta de’ suoi uficiali mandò in Abruzzi per fare ubbidire alquanti comuni e baroni, i quali così rubavano e predavano il paese come se fossono nel servigio della compagnia e non in quello del re, e tanto più sicuramente, perchè niuno s’era provveduto contro a loro: e quelli ch’erano rimasi col conte di Lando volevano pur vivere largo all’altrui spese. E così nella concordia, come nella guerra, erano d’ogni parte i regnicoli mal trattati.

CAP. XVIII. Di grandi gravezze fatte dal re di Francia nel suo reame.

In questo verno, vedendosi il re di Francia la guerra degl’Inghilesi addosso, e spogliare da’ forestieri il reame, come già abbiamo narrato, pensando avere a moltiplicare la spesa, oltre alle colte de’ feudi delle città del reame e de’ baroni, e oltre alle gravezze dell’usate reve, e del gran danno fatto a’ sudditi del reame di cambiare le buone monete d’oro e d’argento in ree contro all’usanza di quel regno, ordinò, e pose per modo di gabelle, ch’ogni mercatanzia che si comperasse o vendesse nel reame dovesse pagare agli uficiali ordinati sopra ciò danari otto per catuna lira. La qual cosa gravò tanto i mercatanti, che abbandonarono in gran parte il reame e il trafficare in quello, e quasi tutto il peso rimase a’ baroni e a’ paesani, della qual gravezza forte si conturbarono inverso il loro signore, e desideravano il suo male; e alquante città per questa cagione si recarono a reggere per loro, e non voleano ricevere gli esecutori e gli uficiali del re di Francia, come per innanzi leggendo si potrà trovare.

CAP. XIX. Come i Pisani facevano simulata guerra.

La materia ch’ora seguita non era degna di memoria per lo fatto, ch’assai fu lieve, ma il modo, c’ha poi generate più gravi cose, ci scusa. I Pisani, innanzi a questo tempo di più anni, per loro maliziosa industria, avendo buona e leale pace co’ Fiorentini, contro a’ patti di quella aveano fatto fare il castello di Sovrana, il quale il comune di Firenze tenea per li patti della pace, e fecionlo torre a certi ghibellini usciti di quel paese, e il comune di Pisa sotto nome di costoro si tenea la terra, e mantenievi soldati che tribolavano tutto il paese e le terre d’intorno del comune di Firenze; essendo i Pisani, oltre alla pace, in singulare compagnia e lega col nostro comune, faceano queste coperte con grande ambizione. I Fiorentini lungamente dissimularono mostrando di non se n’avvedere, ma moltiplicandosi il male, e scoprendosi ogni dì più l’uno che l’altro, il nostro comune prese di gastigarli in quella contrada con quella malizia ch’eglino avevano insegnata. E del mese di febbraio del detto anno ordinarono co’ Pistoiesi che si lasciarono torre Calumao, una fortezza sopra Sovrana, a certi caporali di buoni masnadieri, i quali con aspra e continova guerra in breve tempo uccisono tutti i caporali di Sovrana, e presono masnade ch’e’ Pisani mandavano per guastare la Sambuca, e feciono grande guerra nel paese. E per questo tutti i ghibellini di Valdinievole erano mal condotti, ch’avendo pace vivevano in continua guerra per la cominciata malizia pisanesca. Ma aggiugnendo malizia a malizia, per vendicare loro onta sbandirono loro soldati, e mandarono trecento barbute e gran popolo agli usciti ghibellini di Valdinievole, i quali cavalcarono infino alla Pieve a Nievole, e arsono intorno a quella, e feciono quel danno che poterono; e appresso si dirizzarono a Castelvecchio, e ordinatamente il combatterono, ma nol vinsono. Il comune di Firenze sentendo questo fece cavalcare i suoi cavalieri in Valdinievole, e raunati i paesani, cercavano d’abboccarsi co’ nemici, ma eglino non attesono; e non potendo tornare per la via ond’erano andati, per altra via più aspra, ma a loro più sicura, in fretta si ritornarono a Pisa, e furono ribanditi.

CAP. XX. Come il capitano della Chiesa assediò Cesena.

Il legato del papa, oltre alla gente ch’attendea de’ crociati avea da sè a soldo duemila barbute, e confidandosi de’ Malatesti, fece gonfaloniere di santa Chiesa e capitano della sua gente d’arme messer Galeotto da Rimini, e con mille cavalieri e con gran popolo del mese di febbraio del detto anno il mandò a oste sopra la città di Cesena; il quale in prima corse il paese predando d’intorno, e appresso visi pose ad assedio, e strettosi alla terra, vi stette infino che il conte di Lando venne del Regno in Romagna, come innanzi al suo tempo racconteremo.

CAP. XXI. Come il conte da Battifolle assediò Reggiuolo.

Avendo il conte Ruberto da Battifolle ricevuto ingiuria nel suo contado di cavalcate e di prede fatte per Marco figliuolo di messer Piero de’ Tarlati, contro a’ patti della pace fatta con gli aderenti de’ signori di Milano, accolta sua gente e’ suoi fedeli in arme, all’entrata del mese d’aprile anni 1356, essendo per nevi e per venti smisurato freddo, se n’andò al castello di Reggiuolo, il quale era allora del detto Marco, e cinselo d’assedio, e fece a’ suoi fare case di legname per ripararsi dal freddo, e rizzò trabocchi e manganelle che tribolavano il castello e coloro che dentro il guardavano, e aggiungendo al continovo forza avea sì stretti gli assediati, che più non si poteano difendere. Vedendo Marco che ’l castello non si potea più tenere, mandò a richiedere il comune di Firenze per li patti della pace, che non lasciassono al conte seguitare l’impresa. Il conte venne a Firenze, e mostrò al comune come Marco era stato movitore della guerra, e più che non avea voluto approvare nè ratificare per carta alla pace secondo i patti. Ma nondimeno il comune di Firenze, per non potere essere calunniato a diritto o a torto d’avere lasciato a’ suoi aderenti rompere la pace, diliberò, che ’l conte si dovesse partire dall’assedio. Il conte non ostante l’ingiuria ricevuta, e la spesa fatta, e la ferma speranza d’avere il castello, per ubbidire al comune di Firenze lasciò l’impresa, e a dì 18 d’aprile del detto anno si tornò in Casentino.

CAP. XXII. Come il conticino da Ghiaggiuolo racquistò Ghiaggiuolo.

Di questo mese di maggio 1356, il conticino da Ghiaggiuolo con alcuna gente del legato cavalcò nelle terre che il capitano di Forlì gli avea tolte; e stando nella contrada molto baldanzoso, fece correre boce che Forlì s’era renduto al legato, e che il capitano era preso. E per mostrare la cosa ben certa, si fece venire un frate con lettere che contavano le novelle molto verisimili, e recò l’ulivo palese, e fu ricevuto con grande festa. E incontanente si strinse a Ghiaggiuolo, e fece vedere le lettere al castellano, e poi gli disse, che se incontanente non li rendesse il castello, che lui e’ compagni farebbe morire senza niuna misericordia. La cosa avea sembianza di verità, e il castellano era di poco intendimento, e pauroso e vile, e però gli rendè il castello, ch’era forte e bene fornito, e andossene colla sua compagnia a salvamento con vergogna, e non senza infamia di tradimento.

CAP. XXIII. Come i Visconti assediarono Pavia.

Avendo nel principio di questo sesto libro narrato il sospetto preso, e la discordia tra’ signori di Milano e il marchese di Monferrato, e quelli da Beccheria di Pavia, e accresciuta la mala voglia per le rubellioni fatte in Piemonte, messer Bernabò e messer Galeazzo Visconti volendosi vendicare sopra i loro parenti e prossimani vicini, con grande moltitudine di cavalieri e di popolo, del mese di maggio del detto anno, valicarono il Tesino e strinsonsi alla città di Pavia, e vi poson l’assedio d’ogni parte, con intendimento di non levare l’oste se prima non avessono la città al loro comandamento, e così si credette per tutta Italia, perocchè la città è presso a Milano a venti miglia di piano, e la potenza de’ tiranni era sopra modo grande a quella impresa. Ma perocchè non procede dalla volontà umana la potenza divina, le cose succedono spesso ad altro fine che gli uomini non divisano, e così avvenne di quest’assedio, come seguendo nostro trattato dimostreremo.

CAP. XXIV. Come il re di Francia prese il re di Navarra.

Avendo racconto addietro come il re Giovanni di Francia avea renduto pace al re di Navarra, e perdonatagli la morte del conestabile e agli altri baroni ch’erano stati con lui, e come accomandato gli avea il Delfino suo figliuolo, seguitò, che in questo tempo, essendo loro commesso dal re la provvisione della guardia di Guascogna, insieme cavalcavano la provincia, provvedendo a quello ch’era di bisogno alla difesa del paese, e ancora andavano prendendo loro diporto; ed essendo nella città di Ruen, il re di Francia il sentì, e mossesi da Parigi quasi sconosciuto con poca compagnia e cavalcò ad Orliens, e là tenne a battesimo un fanciullo nato di quelli d’Artese, e parente stretto del conestabile di Francia che fu morto, a cui il re secondo il volgo avea portato disordinato amore: avvenne, o che la morte del suo diletto amico per lo fanciullo parente li rivenisse nella mente, o che altra cagione il movesse al presente fatto, niuna certezza se ne potè avere, ma di subito armato a modo di cavaliere, con sessanta cavalieri armati di sua famiglia cavalcò a Ruen; e giunto senza arresto alla città, mandò un cavaliere innanzi a sè, il quale dicesse in segreto al Delfino suo figliuolo, che di cosa ch’avvenisse non prendesse turbazione nè paura; e seguendo il re co’ suoi cavalieri armati entrò nel palagio ov’era il re di Navarra, e il Delfino, e il conte di Ricorti con quattro cavalieri banderesi di Normandia, e aveano a desinare con loro altri baroni e cavalieri del paese. Ed essendo giunto innanzi il cavaliere, e appena compiuto di favellare al Delfino, il re di Francia armato colla barbuta in testa e co’ suoi cavalieri fu in sulla sala, e trovandoli alla mensa, comandò che alcuno non si movesse; e avviatosi verso il re di Navarra, il chiamò traditore della corona, e andogli addosso con uno stocco ignudo per ucciderlo di sue mani: ripreso e ritenuto da’ suoi, dicendo che a re non si convenia tanto fallo, il fece prendere e imprigionare, e detto fu che alquanto il punse dello stocco; e fece pigliare il conte di Ricorti, e i quattro cavalieri normandi, chiamandoli traditori, i quali si scusavano, dicendo ch’erano diritti e leali; ma il re mosso da furiosa tempesta d’animo giurò di non mangiare, prima che di loro avesse fatto secondo la sua intenzione piena giustizia.

CAP. XXV. Come il re di Francia fece decapitare il sire di Ricorti e altri quattro cavalieri normandi.

Avendo preso il re di Navarra, di presente il mandò a incarcerare a un forte castello che si chiama Castel Gagliardo: e in quello stante il re di Francia fece mettere in su una carretta il sire di Ricorti e i quattro cavalieri normandi per farli decapitare, innanzi che volesse desinare. E quelli della città per la subita tempesta del re vedendo tanta novità, e non sapendo che vi fosse la persona del re di Francia, traevano in piazza per aiutare i baroni presi. Il re conoscendo il pericolo del popolo commosso, si trasse la barbuta di testa e fecesi conoscere; e sparta la voce che ivi era la persona del re loro signore catuno stette cheto. Allora il re, per mostrare al popolo e agli altri maggiori che v’erano che ’l suo furioso movimento a tanto fatto non era senza gran cagione, si trasse dal lato un brieve con molti suggelli, nel quale si contenea, come il re di Navarra col sire di Ricorti, e con quattro cavalieri normandi, e con altri che in quello si nominavano, aveano trattato col re d’Inghilterra d’uccidere il re di Francia e ’l Delfino suo figliuolo, e di fare re di Francia il detto re di Navarra, il quale fatto re, dovea rendere la Guascogna e la Normandia al re d’Inghilterra. E questo brieve, vero o simulato che fosse, continovo fino alla morte fu negato per lo sire di Ricorti e per i quattro cavalieri normandi; nondimeno nella presenza del re tranati in sulla piazza furono decapitati, e i corpi loro legati con catene, senza concedere loro sepoltura, furono appesi. Altri dissono, che doveano dare prigione il Delfino al re d’Inghilterra, ma poca fede si diede all’una cagione e all’altra, ma più che ciò fosse fatto per vendetta della morte del conestabile. E appresso fu mandato il re di Navarra prigione in Castelletto, parendo a molti, che egli, egli altri ch’erano stati decapitati fossono senza colpa di quella infamia.

CAP. XXVI. D’un grosso badalucco fu a Pavia.

Essendo l’oste de’ signori di Milano sopra la città di Pavia, del mese di maggio del detto anno, uscirono cavalieri della terra, e cominciarono giostre e badalucchi con quelli del campo; e venendo a poco a poco crescendo l’assalto e la gente da catuna parte, vi s’allignò un’aspra battaglia di più di mille cavalieri di catuna gente, tutti i più pro’ e i più arditi, che di grande volontà per fare d’arme si metteano in quello stormo. Infine per lo superchio de’ cavalieri che messer Galeazzo sollecitava di mandarvi, quelli di Pavia non poterono sostenere, e per forza convenne che dessono le reni, e fuggendo, alquanti ne furono presi; gli altri per campare si tornarono nel borgo della città, ed essendo fortemente incalciati da’ nemici che li seguivano, con loro insieme si misono follemente nel borgo, ove racchiusi, si trovarono prigioni per troppa sicura gagliardia, e ben quattrocento se ne rassegnarono a bottino, per li quali quelli di Pavia riebbono tutti i loro prigioni; e guadagnati i cavalli e l’arme, tutti gli lasciarono andare alla fede, secondo l’usanza de’ Tedeschi.

CAP. XXVII. Come i Visconti assediarono Borgoforte.

Di questo mese di maggio, i signori di Milano, non ostante ch’avessono l’oste a Pavia, e mandata gran gente in Piemonte contro al marchese di Monferrato, mandarono duemila cavalieri e gran popolo con molto navilio ad assediare Borgoforte in sul Mantovano, e ivi si posono ad assedio per acqua e per terra, facendo nel Pò grandi palizzati, acciocchè levassono al castello ogni fornimento e soccorso che venire gli potesse per lo fiume del Po, e con bertesche, e con guardie, e con navili il chiusono, e per acqua e per terra l’assediarono strettamente.

CAP. XXVIII. Come i Visconti feciono contro a’ prelati di santa Chiesa.

Avvenne in questi dì, che ’l papa mandò un valente prete in Lombardia a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati di non volere la grazia di quell’uficio. E la croce si bandiva e predicava, come detto è, contro al capitano di Forlì e al signore di Faenza. Il valente sacerdote se n’andò a Milano, e ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, cominciò sollicitamente a fare l’uficio che commesso gli era dalla santa Chiesa. Come messer Bernabò ebbe notizia di questo servigio, senza vietarglielo, o ammonirlo che questo fosse contro alla sua volontà, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro tonda a modo d’una botte, là dentro vi fece mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco come si fa a uno arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire a grande vitupero, non tanto per la sua persona ch’era prete sagrato, quanto per lo dispregio e irreverenza che per lui si mostrò fatto a santa Chiesa che l’avea mandato. E per arrogere al mal fatto aggiunse, che al vescovo di Parma fece torre il vescovado, e delle rendite di quello investì altrui, e contradiò alla predica della croce. E acciocchè il capitano si potesse difendere dal legato li mandò subitamente dieci bandiere di cavalieri, dandogli speranza di maggiore aiuto, e avendoli presso il castello di Luco, che tenea tra Bologna e la Romagna, senza contasto li vi mise dentro.

CAP. XXIX. Come i Visconti feciono tre bastite a Pavia.

Del mese di maggio 1356, i signori di Milano volendo vincere per assedio la città di Pavia, feciono edificare attorno alla terra tre grandi bastite, le quali feciono armate di bertesche e di steccati, e molto afforzare con buoni e larghi fossi, e l’una strinsono alla città di là dal Tesino, e l’altra di verso Milano, il Tesino in mezzo; e in sul fiume feciono un largo ponte di legname per lo quale l’un’oste potea soccorrere all’altra, e l’altra bastita posono dall’altra parte della terra. E per non tenervi tanta gente impedita a tenervi campo aperto, misono in queste bastite cavalieri e pedoni assai, i quali faceano aspra guerra, e teneano la città sì stretta, che vittuaglia niuna o gente non grossa vi poteva entrare, e grande speranza aveano di vincere la città, se fortuna l’avesse conceduto alla loro volontà: ma non sempre agli appetiti de’ potenti tiranni acconsente la divina disposizione, come leggendo innanzi si potrà trovare.

CAP. XXX. Come i Turchi con loro legni feciono gran danno in Romania.

In questi medesimi tempi, i Turchi avendo settanta legni armati, e molte barche imborbottate, valicarono in Romania, ricettati da un barone di quelli che rimase nel paese dell’antica compagnia, uomo di perversa condizione; e per far male a’ suoi paesani, dava a’ Turchi rinfrescamento e porto a’ loro navili, ed eglino quando per mare quando per terra correvano il paese predando uomini e bestiame e roba senza trovare da’ paesani contasto, e al barone, che gli ritenea e favoreggiava, di tutta la preda davano la decima parte. E così seguendo tutta la state feciono in Grecia grandissimi danni, e poi senza contasto si tornarono in Turchia carichi di servi greci e di molta roba.

CAP. XXXI. Come gl’Inghilesi guerreggiarono, il reame di Francia.

Non essendo per li legati di santa Chiesa potuto trovare in tutto il verno passato pace o tregua tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, ma piuttosto aggravato l’animo del re di Francia e de’ suoi Franceschi per l’ingiurie ricevute dagl’Inghilesi; e gl’Inghilesi montati in maggiore audacia e baldanza aveano tanto a vile i Franceschi, che non pensavano potere perdere abboccandosi con loro: e però essendo tornato il re d’Inghilterra nell’isola per lo fatto degli Scotti, come detto è, da capo s’apparecchiarono il valente duca di Guales, e ’l pro’ e ardito conte di Lancastro, e tra loro divisono il paese ove doveano guerreggiare nel reame di Francia, e catuno prese tremila cavalieri e molti arceri, e da capo cominciarono a correre il paese. E ’l conte entrò in Brettagna facendo nel paese aspra guerra, ardendo, e guastando e predando senza trovare contasto, e ’l duca se n’entrò in Guascogna scorrendo il paese, e valicando insino a Nerbona, guastando e predando il Nerbonese e ’l paese d’intorno senza trovare avversari in campo. Catuno si tenea alla guardia delle mura e delle fortezze, per modo che niuna terra vi potè acquistare. E in questo modo gl’Inghilesi stettono il maggio e ’l giugno del detto anno, facendo assai danno e vergogna al re di Francia e a’ sudditi del suo reame. Il re di Francia non avendo riparato infino a qui all’audacia degl’Inghilesi, vedendoli tanto montare in sua vergogna e in danno del paese, s’apparecchiò con ogni sollecitudine che potè di tutta sua forza di cavalieri e di sergenti e d’arme, a intenzione d’andare a trovare i nemici, e di combattere con loro, e cacciarli del reame a suo podere. Ma i due baroni colle due osti, si tornarono a Bordello in Guascogna colle loro prede, per ordinarsi insieme de’ nuovi assalti che intendeano fare nel reame, e per provvedersi contro all’apparecchiamento che sentivano fare al re di Francia. Come le cose seguirono, leggendo appresso per li loro termini si potranno trovare.

CAP. XXXII. Come gl’Inghilesi furarono un forte castello.

Essendo un forte castello nel mezzo della contea della Marcia chiamato...., ove si facea grandi mercati certi dì per li circostanti paesani, gl’Inghilesi feciono prendere a più loro cavalieri abito di mercatanti, i quali sapeano la lingua francesca, e mostrando d’andare a fare loro investite al mercato, a due a due giugnendo al castello prendevano albergo; ed essendovene entrati una buona compagnia, facendo vista d’attendere il mercato per lo seguente dì, faceano grandi e larghe spese e cortesie, e diportandosi per lo castello verso la rocca, il castellano che non si prendea guardia de’ mercatanti fu da loro morto. E morto il castellano, entrarono nella fortezza, e quella tennono tanto, che gl’Inghilesi che stavano però attenti n’ebbono la novella, e cavalcaronvi di subito quattrocento cavalieri e altri arceri; e giugnendo alla terra, avendo l’entrata, senza uccisione vi s’entrarono e afforzaronvisi dentro, e feciono in quello loro ridotto, guerreggiando tutto il paese d’intorno, con fare danno grave a’ paesani. E questo avvenne del mese di giugno predetto.

CAP. XXXIII. Come il zio del conte di Ricorti si rubellò al re di Francia.

Dappoichè il re di Francia ebbe morto il conte di Ricorti e gli altri cavalieri normandi, come già è detto, mandò in Normandia un suo barone, e fecelo giustiziere in quel paese. Costui cavalcò nel paese, e faceva senza contasto l’uficio del suo baliato, ubbidito da tutti i paesani. Avvenne che una terra della contea di Ricorti era nel giustiziato del suo uficio; il balio vi cavalcò con tutta sua famiglia per tenervi ragione, come facea in tutte l’altre terre. Il zio carnale del conte di Ricorti ch’era morto, con sua forza prese il detto balio e’ suoi famigli, e in dispetto del re di Francia, a lui e a’ diciassette suoi compagni, per ricordanza di quello ch’era stato fatto al nipote sire di Ricorti, fece tagliare le teste, e quella terra e l’altre della contea di Ricorti fece rubellare al re di Francia; e allegatosi col re d’Inghilterra fornì le sue terre, e ricettando gl’Inghilesi, faceva grande guerra a’ Normandi.

CAP. XXXIV. Come messer Filippo di Navarra si rubellò al re di Francia.

Appresso alla detta rubellione, sentendo messer Filippo di Navarra fratello del re, come il re Giovanni in persona sconciamente avea a Ruen voluto uccidere il re di Navarra suo fratello, e appresso l’avea villanamente imprigionato, e come avea morto il conte di Ricorti, disperandosi della salute del fratello e della sua, incontanente rubellò tutte le terre di Navarra al re di Francia; e cavalcando per tutte le terre accogliendo a parlamento gli uomini del reame, si dolea del grande tradimento fatto per lo re di Francia al loro signore, e inanimandoli contro al re di Francia, gli confortò alla difesa del paese, e ordinò e fornì tutte le buone ville; e fatto questo, colla sua persona si mise nel forte e nobile castello posto in sulla marina, che si chiama...., e ivi si fortificò, per potere dare l’entrata in Navarra agl’Inghilesi e a cui volesse, senza potere essere impedito. E messovi buona e confidente guardia, si partì del reame e andossene al re d’Inghilterra, e fece lega e compagnia con lui. E poi seguitò coll’aiuto e in compagnia degl’Inghilesi a fare grande guerra al re di Francia, come seguendo nostra materia si potrà trovare.

CAP. XXXV. Come il popolo di Pavia prese le bastite, e liberossi dall’assedio.

Essendo con tre grandi e forti bastite assediata la città di Pavia da’ signori di Milano, confidandosi nelle grandi fortezze, ne trassono de’ cavalieri e de’ masnadieri per sovvenire all’altre loro imprese; e avvedendosene quelli da Beccheria che governavano la città, procacciarono d’avere segretamente aiuto dal marchese di Monferrato. Era in quella stagione in Pavia un frate Iacopo Bossolaro de’ romitani, in cui gli uomini e le donne di Pavia aveano grande divozione: costui colle sue prediche avea confortato molto il popolo alla sua franchigia contro alla potente tirannia di quelli di Milano; e avendo avuta gente dal marchese, la quale v’era entrata di notte chetamente, essendosi provveduti della bastita ch’era loro più di presso, che rispondea a quella di là dal Tesino, dato il dì ordine a’ cavalieri e al popolo, e apparecchiate scale e argomenti di legname da entrare nella bastita, per modo che i loro nemici non n’ebbono alcuno sentimento, e dato l’ordine dell’assalto a’ caporali, sicchè catuno sapea ciò che s’aveva a fare, e da qual parte avea a fornire la sua battaglia, s’andarono la sera a posare: e nella mezza notte s’armarono e guernirono d’ogni cosa; e poi, come ordinato era, in sù l’aurora, a dì 28 di maggio del detto anno, uscirono della città, e il buono frate Iacopo Bossolaro con loro. Cominciarono l’assalto d’ogni parte alla bastita, e fecionlo sì contamente, ch’elli sprovveduti dentro del subito assalto perderono ogni facondia di consiglio e d’aiuto alla loro difesa; e’ cavalieri tedeschi che dentro v’erano, vedendosi d’ogni parte assaliti, non ebbono cuore alla difesa, e stavano smarriti a vedere come se fossimo consenzienti, e ciò non era vero: ma per loro natura rinchiusi non sanno combattere, nè resistere come in aperto campo. E però quelli di Pavia con poca resistenza entrarono nella bastita, e presonla, facendo grande uccisione de’ loro nemici, e la maggiore parte ne presono; gli altri che poterono fuggire non furono perseguitati, e camparono. Presa la prima bastita, di presente si dirizzarono al ponte, e presonlo, e fedironsi nell’altra bastita di là dal Tesino. I capitani di quella impauriti della sconfitta de’ loro compagni, e della perdita della forte bastita, non ebbono cuore di mettersi alla difesa, ma alla fuga, chi meglio il seppe fare, ma non sì che assai non ne rimanessono morti e presi. E vinta, e messo fuoco alla seconda bastita, si dirizzarono alla terza ch’era dall’altra parte della città, e quella vinsono per simigliante modo. E come saviamente per loro era ordinato, seicento de’ loro fanti a piè forniti di seghe, e d’altri argomenti da tagliare, e da svegliere palizzati e rompere catene, furono mandati per acqua al navilio di Piacenza ch’era raunato in Po, e alquanti cavalieri per terra in loro aiuto, i quali valorosamente feciono il servigio: e per forza presono il navilio, e arsonne la maggiore parte, e alquanto ne ritennono, e quelli che v’erano alla guardia ne mandarono in rotta. E così maravigliosamente, come a Dio piacque, quella franca gente assediata lungamente dalla gran potenza de’ signori di Milano, in uno dì se ne liberò vittoriosamente, dando abbassamento alla superba potenza de’ grandi tiranni.

CAP. XXXVI. Il movimento del re d’Ungheria per assediare Trevigi.

Sopravvenendo nuova guerra a raccontare alla nostra materia, così cominciamo. Avendo Lodovico re d’Ungheria per lungo tempo molte volte richiesto a’ Veneziani la città di Giara e l’altre terre, che del suo regno teneano occupate in Schiavonia, e non trovando modo con loro di riaverle con pace, di questo mese di maggio del detto anno, si mosse dalla città di Buda in persona con trenta compagni, e misesi a cammino dirizzandosi in Schiavonia alla città di Sagabria, ch’è in Dalmazia, e innanzi che quivi fosse giunto, si trovò con cinquecento cavalieri. E giunto in Sagabria, in pochi dì vi vennono tutti i baroni del reame e del suo distretto, e catuno colla gente d’arme del debito servigio, la quale era tanta che non la comportava il paese; per la qual cosa fu costretto il re di parlare a uno a uno, e dir loro la gente ch’e’ volea in quel servigio, e tutti gli altri fece rimandare addietro in Ungheria. A Sagabria vennono a lui ambasciadori del comune di Vinegia i quali addomandavano la sua pace, offerendoli danari quanti più potessono, per rimanere in concordia con lui. Il re rispose che non cercava i loro danari, perocchè n’avea assai, ma s’eglino avevano in mandato dal loro comune di renderli le sue terre, per questo poteano avere la sua concordia e la sua pace. Gli ambasciadori risposono, che ciò non aveano in commissione. Il re disse, che per altro non si travagliassono: onde gli ambasciadori si tornarono addietro al loro comune. Il re stando in Sagabria ordinò di fare la sua guerra, come appresso la diviseremo. La boce che usciva si spandea per diversi luoghi; i più credeano che a Giara si facesse la gran punga, come altra volta era fatta, altri nell’Istria, altri a Trevigi, e ’l certo non si potea sapere; e per questo i Veneziani aveano più a pensare, e maggiore spesa a provvedere alle loro terre in diverse parti: e incontanente, non curando la spesa, dando grandi e disordinati soldi, fornirono Giara, e l’altre terre di Schiavonia e dell’Istria, e provvidono e fornirono la città di Trevigi di gente d’arme a cavallo e a piè con grande spesa.

CAP. XXXVII. Come per l’avvenimento del re d’Ungheria si temette in Italia.

Sentendosi per tutta Italia, che il re d’Ungheria con grande moltitudine d’Ungheri e d’altri suoi sudditi infedeli s’apparecchiava per passare sopra i Veneziani, aggiugnendosi alla novella, che l’imperadore e ’l duca d’Osteric tenea mano con lui, e che l’imperadore dovea creare re in Lombardia e re in Toscana, non senza sospetto stettono tutti i tiranni d’Italia, e ancora i popoli di catuna parte sospesi, e massimamente i tiranni di Lombardia. E per questa cagione s’accostarono a parlamento insieme, e ordinarono loro leghe, e di concordia li mandarono ambasciadori per sapere la sua intenzione de’ fatti loro; e avuta da lui amichevole risposta, catuno rimase senza paura della sua impresa, salvo il comune di Vinegia, contro a cui egli manifestamente s’apparecchiava.

CAP. XXXVIII. Come la cavalleria del re Luigi sconfissono i nemici, e furono vinti.

Di questo mese di maggio, essendo il conte Paladino in ribellione del re Luigi, e avendo con seco due grandi conestabili con cinquecento barbute, ch’egli avea tratte della compagnia contro alla volontà del conte di Lando, come addietro abbiamo narrato, e avendone messi quattrocento in una sua terra di Puglia che guerreggiavano il paese, il re, avendo concordia col conte di Lando, mandò in Puglia ottocento cavalieri per ristrignere quelli del conte nella terra, e poi coll’aiuto de’ paesani assediativi dentro. Ma gli avvisati Tedeschi non si vollono rinchiudere tra le mura, e partire non si sarebbono potuti senza loro grande danno e vergogna. E però, come uomini di grande ardire, uscirono della terra, e sentendo nel paese la gente del re, vennono loro incontro, e misonsi in aguato, e appressatasi la cavalleria del re, per modo che quelli dell’aguato non si poteano coprire, si schierarono e ordinarono a battaglia, e mandarono a richiedere i cavalieri del re di battaglia, ch’erano ivi cinquecento cavalieri bene armati, e montati tutti in buoni cavalli; i quali sentendo la richiesta, e avendoli in dispregio, senza fare altra risposta, accoltisi insieme e dato il nome, s’addirizzarono contro a’ nemici, e percossongli per tale virtù, ch’al primo assalto gli ruppono e sbarattarono; e cacciandoli per avere in preda, si cominciarono a sciogliere della loro massa con mala provvedenza, e chi cacciarono qua e chi là. L’uno de’ due conestabili con pochi de’ suoi si ridusse in alcuno vantaggio di terreno e fece testa, e degli altri che fuggivano, vedendo ferma quella bandiera, per loro scampo si riduceano ad essa, e ingrossavano la sua forza. La gente del re vittoriosa, avendo morti e presi de’ loro nemici, vedendo che alquanti aveano fatto testa sotto quella bandiera, s’addirizzarono a loro con più baldanza che buon ordine. Il conestabile avvisato di guerra, conoscendo la sciocca venuta de’ suoi avversari, confortò i suoi di ben fare, e stretto co’ suoi pochi sì percosse tra gli assai male ordinati, e ruppegli più per maestria di guerra che per forza ch’egli avesse; e coloro ch’erano vincitori, per la stolta baldanzosa tratta rimasono vinti in questa parte, e il conestabile, per lo savio accorgimento e buona condotta, essendo prima vinto e fuggito del campo, rimase vincitore, e tanti prese de’ suoi avversari, quanti i suoi cavalieri ne poterono menare prigioni, tra’ quali furono certi baroni e alcuni cavalieri di Napoli e altri Toscani, tutti ricchi prigioni; e senza arresto, quanto i cavalli di buono andare li poterono menare si partirono, e condussonli senza cercare più altra fortuna in sul campo a salvamento. E nondimeno della loro compagnia ne rimasono morti assai, e più presi che quelli ch’e’ ne menarono in buona quantità, ma de’ loro poco si curarono: di quelli ch’aveano presi eglino ebbono danari assai, e per mala condotta la bella vittoria condussono a vergognoso fine.

CAP. XXXIX. D’appelli fatti per lo conte di Lando di tradigione.

Quello che seguita non è cosa che meriti memoria, se non per dimostrare con esempio del fatto la matta follia degli oltramontani. Il conte di Lando era lungamente stato colla sua compagnia a nimicare con operazioni latrocine e infedeli il Regno, e con lui i sopraddetti due conestabili alamanni. Avvenne, che fatta la sopraddetta battaglia, il conte di Lando appellò di tradimento i detti due conestabili, dicendo, che contro al loro saramento s’erano partiti della compagnia. E’ conestabili dall’altre parte appellavano lui per traditore, dicendo, che contro al suo saramento avea rotti loro i patti. L’antica pazzia oltramontana per l’usanza del loro appello li recò in giudicio, e commisonsi nel re Luigi; e appresentandosi l’una parte e l’altra in giudicio nella sua corte, non senza giusto pericolo delle loro persone, essendo prencipi di manifesti ladroni senza alcuna fede, nondimeno il re guardò alla liberalità ch’e’ nemici ebbono confidandosi alla sua persona, e fedelmente commise a disputare la loro questione, facendo loro assessore il suo gran siniscalco, e d’ogni parte per lungo piato furono i savi ad allegare. Ma in fine, o ragione o torto che si fosse, il re, avuta la relazione dal suo consiglio, liberò il conte, e i due conestabili condannò per traditori, e ritenneli per prigioni alla volontà del conte. E per questo modo forse fece in parte la sua vendetta per la capitosa follia tedesca.

CAP. XL. Come i Sanesi per paura ricorsono a’ Fiorentini.

Avvedutosi alquanto il comune di Siena, che l’essere strano dal comune di Firenze gli potea tornare a pericoloso danno, e massimamente sentendosi male forniti, e che la compagnia del Regno era già in Abruzzi per valicare nella Marca e appresso in Toscana, elesse de’ suoi maggiori cittadini grandi e popolani, e accompagnati da molta famiglia pomposamente alla loro maniera, a dì 16 di giugno del detto anno vennero a Firenze. E fatti adunare i collegi e gli altri buoni cittadini di Firenze, con parole di grande reverenza cominciarono loro sermone, chiamando padri del loro comune il popolo e ’l comune di Firenze, e come figliuoli al padre a loro si raccomandavano, offerendo il loro comune apparecchiato di non partirsi dal reverente consiglio e ubbidienza del comune di Firenze, dicendo, ch’erano apparecchiati ad entrare nella lega e compagnia già provveduta e ordinata per lo comune di Firenze, e di pigliare la loro taglia, e di fare quanto il detto comune volesse comandare in questo e nell’altre cose. I governatori della nostra città, non guardando alli sconvenevoli falli per addietro commessi pe’ Sanesi contro al nostro Comune, li riceverono graziosamente in compagnia e in lega, e promisono, dov’eglino volessono essere uniti e in fede al nostro comune, d’aiutarli e difenderli come cari e diletti fratelli amichevolemente.

CAP. XLI. Come l’oste si levò da Borgoforte.

Tornando a nostro conto all’assedio di Borgoforte in sul Mantovano, il quale i signori di Milano molto si sforzarono per acquistare, e’ ruppono e svelsono i grandi palizzati che v’erano per difesa del castello, e per molte battaglie e gravi assalti tentarono d’averlo, e sarebbe venuto fatto, se non fosse il grande e buono aiuto ch’ebbono da Mantova e da Reggio, e per questo si difesono francamente. Vedendo i capitani dell’oste che a quella pugna si perdea il tempo senza frutto, e sapendo che Reggio per soccorrere Borgoforte era sfornito della gente d’arme, si levarono subito, e cavalcarono a Reggio; e trovando la città sprovveduta dei loro subito avvenimento, di poco fallì che non entrarono nella terra, ma quella poca gente che v’era si mise francamente a guardare le mura e le porte, per la qual cosa l’oste corse danneggiando il contado, e appresso vi si misono ad assedio, e stettonvi più dì; ed ebbono novelle, come gente del marchese di Monferrato s’era ingrossata a Pavia, per la qual cosa temendo i signori di ricevere vergogna in sul Milanese, feciono partire l’oste da Reggio, e all’uscita di luglio del detto anno con poco onore si tornarono a Milano.

CAP. XLII. Principio della guerra da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni.

Sopravvenendo in questi dì alla nostra materia grande e non pensata guerra, e volendone dimostrare la cagione, ci conviene alquanto tornare addietro nostra materia. Certa cosa fu, che per antico la villa e gli uomini di Mellina in Brabante erano della chiesa cattedrale di Legge, ma essendo nella provincia di Brabante e tra’ Brabanzoni, erano usati di fare lega col duca di Brabante per essere più sicuri e più riguardati, e per antica costuma con ogni novello duca di Brabante facevano l’usata lega e compagnia, e ne’ patti tra loro era che ’l duca li dovea difendere e aiutare in tutte le loro brighe, e la comune di Mellina dovea servire il duca in tutte le loro guerre, essendo i primi che venissono al servigio e gli ultimi che si partissono. Avvenne, che un duca di Brabante ebbe guerra col vescovo di Legge e fece oste sopra le sue terre, nella quale due di Mellina furono in arme contro al loro signore; per la qual cosa, finita la guerra, il vescovo andò a corte di Roma a Avignone a papa Benedetto sesto, e tanto procacciò, ch’egli ebbe di licenza dal papa sotto la sua bolla ch’e’ potesse vendere Mellina, e convertire i danari in altre possessioni a utilità della chiesa di Legge, il quale di presente si mise in cerca, e venne a concordia segretamente col conte di Fiandra per dugento migliaia di reali d’oro; e trovato a ciò il sussidio de’ Fiamminghi, pagò il vescovo innanzi ch’avesse la possessione della città, pensando, ma non saviamente, non avere contasto. Ma incontanente che quelli di Mellina sentirono il fatto, andando il conte per la tenuta serrarono le porte, e presono l’arme alla difesa e non lo vi lasciarono entrare, e misonsi a procacciare di fare ritrattare la vendita; e non potendolo fare, ricorsono al duca di Brabante, richieggendolo per li patti della lega e compagnia ch’aveano con lui che li dovesse aiutare e difendere, ed egli il fece, e fecelo volentieri, parendoli che la villa dovesse essere sua, ma non l’avea voluta comperare. Per questa ingiuria il conte richiese il re di Francia, il quale avendo conceputo contro al duca di Brabante per li fatti del re d’Inghilterra, prese ad aiutare il conte di Fiandra. E allora fu fatto grande sommovimento di Tedeschi e di Franceschi contro al duca di Brabante, e il conte di Fiandra co’ suoi Fiamminghi, per modo che il duca fu recato a grave e pericoloso partito di perdere tutta la duchea, e fatto li venia, se non fosse che il conte di Bari con tutta sua forza il francò a quella volta, come trovare si può nella Cronica di Giovanni Villani nostro antecessore. Per questo sdegno preso per lo duca contro al re di Francia incontanente si collegò col re d’Inghilterra contro al re di Francia, onde grande male ne seguitò a’ Franceschi. Poi morto il duca predetto niella generale mortalità lasciò quattro figliuole femmine, che la maggiore fu moglie di messer..... fratello uterino di Carlo di Boemia eletto re de’ Romani, la seconda fu moglie del conte di Fiandra, la terza del duca di Giulieri, la quarta del duca di Ghelleri. E non essendovi reda maschio, il conte domandò di volere parte della duchea di Brabante per la legittima della moglie; e non potendola avere, perchè si tenne che all’anzianità rimanesse la successione del ducato, mosse di rivolere Mellina, come sua propria terra comperata dal vescovo di Legge, come di sopra è detto, ed essendoli dal nuovo duca dinegata, ne seguirono in breve tempo gran cose, come appresso racconteremo.

CAP. XLIII. Come il conte di Fiandra andò su quello di Brabante.

Di questo mese di giugno 1356, il conte di Fiandra avendo raddomandato al cognato duca di Brabante la villa di Mellina che di ragione era sua, e non volendogliela rendere, fece bandire per tutta la contea, di Fiandra il torto che il duca di Brabante e’ Brabanzoni faceano loro, e che catuno s’apparecchiasse d’arme, per seguitare la sua persona contro a’ Brabanzoni in Brabante, e in pochi dì ebbe, con apparecchiamento fatto di molta vittuaglia e di gran carreaggio, centocinquanta migliaia d’uomini armati, quasi tutti a modo di cavalieri, e con essi ebbe di suo sforzo e di sua amistà seimila cavalieri; e con questo grande esercito, e coll’animo acceso di tutti per l’ingiuria de’ Brabanzoni, uscirono di Fiandra, ed entrarono in Brabante per combattersi co’ Brabanzoni.

CAP. XLIV. Come si fece accordo sul campo da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni.

Il duca di Brabante, ch’era Alamanno, accolse dall’imperadore e da altri baroni d’Alamagna molti cavalieri, e apparecchiò in arme i Brabanzoni a piè e a cavallo per comune; e sentendosi venire addosso il conte di Fiandra co’ Fiamminghi, si fece loro incontro con diecimila cavalieri, e con centodieci migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. Ed essendo accampati l’uno presso all’altro, e cercando di combattere insieme più per altiera miccianza che per guerra che tra’ cognati fosse, alquanti baroni di catuna parte si mossono per trattare tra l’una parte e l’altra accordo, acciocchè a sì grande e pericolosa battaglia non si mettessono, e infine vennero a questa concordia: che catuno eleggesse quattro buoni uomini di sua parte, e uomini d’autorità; e fatta la lezione, fu loro commesso di concordia delle parti che dovessono vedere le ragioni che ’l conte di Fiandra avea sopra la villa di Mellina e quelle del duca di Brabante, e veduta la verità del fatto, incontanente obbligati per loro saramento, ricevuto solennemente in presenza di molti baroni, che levato via ogni cavillazone o non vere ragioni, e’ giudicherei bono a cui la villa di Mellina dovesse rimanere per loro sentenza. I baroni e’ popoli promisono stare e osservare quello per loro fosse giudicato, e gli arbitri giurarono ancora in fra ’l termine loro assegnato avere terminata e renduta la loro sentenza. E presa la detta concordia tra le parti, catuno dolcemente senz’altro movimento o segno d’alcuna arroganza, mansuetamente si ritornarono i Fiamminghi in Fiandra, e’ Brabanzoni in Brabante, catuno alle sue ville, del mese di giugno del detto anno. Lasceremo ora le novità di Fiandra e di Brabante, tanto che torni il tempo ove fu abbattuta la superbia del Tedesco e la baldanza de’ Brabanzoni, e torneremo alle italiane novità che prima ci occorrono a divisare.

CAP. XLV. Come la città d’Ascoli s’arrendè al legato.

Il valente cardinale legato del papa, avendo duemila barbute a soldo della Chiesa, oltre ai molti crociati ch’avea in Romagna, avendo inteso come la compagnia ch’usciva del Regno volea passare d’Abruzzi nella Marca d’Ancona inverso la città d’Ascoli, s’ingrossò di gente d’arme a piè e a cavallo in quelle contrade. Gli Ascolani temendosi della compagnia, perchè non erano ancora in accordo col legato, si disposono di rendersi a fare la volontà del legato. Il cardinale fu loro benigno e mansueto, facendo assai di quello ch’e’ voleano, e del mese di giugno del detto anno ricevettono la signoria del legato, e la sua cavalleria nella città a ubbidienza di santa Chiesa. E in questi medesimi giorni prese il legato accordo col signore di Fabriano, ch’era stato ribello a santa Chiesa per animo tirannesco e ghibellino; e col vescovo di Fuligno, che tenea la terra per lo detto modo, ogni cosa dissimulava con molta provvisione, secondo che ’l tempo glie la richiedea.

CAP. XLVI. Come il legato procacciò tenere il Tronto alla compagnia.

Avuto che il legato ebbe la città d’Ascoli a’ suoi comandamenti, sentendo la compagnia del conte di Lando in Abruzzi a’ confini della Marca, e che i danari che ’l re Luigi dovea dare loro perch’elli uscissono del Regno veniano, temendo che valicato che avesse il Tronto e’ non si stendesse in troppo danno de’ suoi Marchigiani, con grande animo raunò al Tronto gran parte della sua cavalleria e il popolo del paese, e fece fare in sulla riva del Tronto fossi di grande lunghezza, e fortificare con steccati, e faceva continovo di dì e di notte guardare i passi, acciocchè la compagnia non entrasse sopra le sue terre, e nondimeno tenea col conte capitano della compagnia trattato d’accordarsi con lui a suo vantaggio.

CAP. XLVII. Come i Pisani ruppono la franchigia a’ Fiorentini.

Avvegnachè già per noi addietro sia narrato, come la non domata astuzia de’ Pisani avea fatto fare a’ Fiorentini rubellare Sovrana e Coriglia, e quelle faceano guardare e fare guerra a’ loro soldati, i quali diceano essere loro sbanditi, rompendo per indiretto modo la pace a’ Fiorentini, e il comune di Firenze dissimulando l’ingiuria per non turbare il tranquillo della pace, ed eglino multiplicando in superbia, confidandosi che per cagione del loro porto i Fiorentini portassono ogni soma, avendo rivolto lo stato e il reggimento della città come addietro è contato, volendo manifestamente rompere i patti della pace a’ Fiorentini, e mostrare che ciò non fosse, ordinarono, che per cagione che la mercatanzia venisse e stesse sicura nel porto e in quel mare, pagasse due danari per lira di ciò che la mercatanzia valesse, alla stima de’ loro uficiali ordinati sopra ciò. E sapendo che per i patti della pace i Fiorentini doveano essere liberi e franchi delle loro mercatanzie, e persone e cose nella loro città, e porto e distretto, non glie ne feciono esenti, ma i primi a cui staggirono e arrestarono la mercatanzia per la detta gabella furono i Fiorentini. Il comune di Firenze sentendo la novità ch’e’ Pisani faceano di torre contro a’ patti della pace la franchigia a’ suoi cittadini, vi mandò solenni ambasciadori, richieggendo e pregando quello comune che non dovesse torre la franchigia debita per gli ordini della pace a’ suoi cittadini. La risposta fu, ch’elli erano sotto il governo del loro signore messer l’imperadore, e questo era sua fattura, per volere che ’l porto e ’l mare stesse guardato e sicuro. E non potendosi trarre altro da loro, il comune mandò all’imperadore in Boemia a sapere, se suo ordine era, e se volea ch’e’ Pisani sotto l’imperiale titolo rompessono loro la pace, togliendo la franchigia a’ suoi cittadini. L’imperadore udita la novella, gli dispiacque: e incontanente riscrisse al nostro comune, che ciò non era fatto di suo volere nè di suo sentimento, e che la sua volontà era ch’e’ Pisani mantenessero a’ Fiorentini la loro franchigia e buona e leale pace; e così riscrisse al comune di Pisa per sue lettere, ma poco il curarono, e però poco valse. E avuta la risposta dall’imperadore, più pertinacemente tennono fermo quello ch’aveano incominciato, e necessità fu a’ mercatanti fiorentini a cui era staggita la loro mercatanzia di pagare il dazio, e rompere la franchigia, se rivollono la loro mercatanzia. Questo fu il primo cominciamento del mese di giugno predetto; come le cose montarono poi a grande sdegno, e poi a incitazione di grave turbazione di guerra, appresso ne’ tempi come occorsono si potrà trovare, e massimamente nel cominciamento dell’undecimo libro della nostra compilazione.

CAP. XLVIII. Come i Fiorentini deliberarono partirsi da Pisa e ire a Talamone.

Vedendo i Fiorentini la pertinacia de’ Pisani in non volersi rimuovere dall’impresa, conoscendo manifestamente che venivano contro a’ patti della pace con due maliziosi rispetti; il primo, che non sapeano vedere, e non poteano pensare, che per quella lieve gravezza i Fiorentini si dovessono sconciare della comodità ch’aveano del loro porto per le proprie mercatanzie, e per quelle degli altri mercatanti strani da cui aveano a comperare, trovandole in Pisa a una giornata presso alla loro città, e trovando in Pisa da’ Pisani la civanza delle scritte e della loro credenza; e perocchè partendosi di là la spesa e lo sconcio era sformato, non voleano pensare ch’e’ Fiorentini non s’acconciassono a consentire questo cominciamento: e quando ciò fosse recato in pratica e in usanza, aveano intenzione di venire crescendo il dazio a utilità del loro comune, e a servaggio di quello di Firenze. L’altro peggiore pensiere si era, se per questo i Fiorentini si movessono a guerra, lo stato di coloro che nuovamente reggeano, il quale era debole per i molti buoni cittadini cui eglino aveano abbattuti dello stato, si fortificherebbe per la guerra de’ Fiorentini, e sarebbono seguitati e più ubbiditi dal loro popolo. I Fiorentini conoscendo la loro malizia, non vollono però rompere la pace, ma tennero più consigli, e trovarono i loro cittadini tutti acconci di portare ogni gravezza, e ogni spesa e interesso che incorrere potesse all’arti e alla mercatanzia, innanzi che volessono comportare un danaio di dazio o di gabella da’ Pisani contro alla loro franchigia. E però di presente ordinarono per riformagione penale, che catuno cittadino, o contadino, o distrettuale di Firenze, infra certo tempo giusto dato loro, catuno si venisse spacciando e ritraendo per modo, ch’al termine dato catuno si potesse partire da Pisa senza suo danno: e sopra ciò e sopra trovare modo d’avere porto altrove fu fatto un uficio di dieci buoni cittadini, due grandi e otto popolani con grande balìa, e chiamaronsi i dieci del mare; della quale provvisione seguirono gran cose, come innanzi al suo tempo diviseremo.

CAP. XLIX. Come fu disfatta la città di Venafri in Terra di Lavoro.

Il re Luigi avendo lungamente avuto addosso la compagnia e certi de’ suoi baroni ribelli, non avea potuto resistere a’ ladroni, e per questo erano in ogni parte multiplicati i malfattori, e i baroni si teneano in loro fortezze, e davano più rifugio e favore a’ rei che a’ buoni; e per tanto il paese era nella forza di chi male volea fare, per tale, ch’uno conestabile tedesco, ch’avea nome Currado Codispillo, si rubellò al re essendo al suo soldo, e con ottanta barbute e cento masnadieri era entrato nella città di Venafri, e tormentava le strade e’ cammini e tutto il paese d’intorno, cavalcando in prede e in ruberie infino ad Aversa, e ritornavasi in Venafri; e per questo erano assediate le strade e’ cammini, ch’e’ mercatanti non poteano andare nè mandare le mercatanzie per lo Regno. Sapendo il re che la compagnia era per uscire del Regno, fece di subito sua raunata, e in persona cavalcò a Venafri, e sopraggiunti li sprovveduti ladroni, combattè la terra ch’avea poca difesa, e vinsela, e’ forestieri si fuggirono per la montagna, e salvaronsi. Il re nel caldo del suo furore, non pensando che la città era sua e antica nel Regno, la fece ardere e disfare, perchè più non potesse essere ridotto di ladroni suoi ribelli, e del detto mese si ritornò a Napoli, cominciando a essere più ubbidito e temuto che non era prima.

CAP. L. Come l’oste del re d’Ungheria cominciò a venire a Trevigi.

Avendo contato poco addietro il movimento del re d’Ungheria, seguita, che a dì 28 del mese di giugno del detto anno, messer Currado Lupo, il conte d’Aquilizia, Ilbano di Bossina con quattromila cavalieri tedeschi, friolani e ungari vennono sopra la città di Trevigi, la quale era a quel tempo sotto la guardia e libera signoria de’ Veneziani; i quali avendo poco dinanzi avuta per li loro ambasciadori tornati dal detto re risposta della sua intenzione, aveano presa temenza ch’e’ non venisse sopra loro a Trevigi, e però in fretta intesono a fornire la città di gente d’arme a cavallo e a piè per la difesa, e d’altre cose necessarie, ma tanto giunsono tosto i nemici, che a compimento non lo poterono fare; nondimeno per levare il ridotto a’ loro avversari arsono le villate d’intorno, e i borghi del castello di Mestri. Giunto messer Currado Lupo incontenente colle sue masnade tedesche corse il paese, e cavalcò infino a Marghera presso di Vinegia a tre miglia di mare in sul canale ch’andava a Trevigi, nel quale trovarono più barche cariche di vittuaglia e d’arme ch’andavano a Trevigi, le quali prese, e gli uomini fece impiccare, e la roba conducere al campo. Costoro cominciarono a porre l’assedio alla città, e il re era rimaso addietro a Sigille con più di quaranta migliaia d’Ungari a cavallo, per venire appresso al detto assedio.

CAP. LI. De’ parlamenti che per questo si feciono in Lombardia.

Nell’avvenimento della gente del re d’Ungheria a Trevigi, da capo presono sospetto tutti i signori lombardi, e quelli di Milano andarono in persona a messer Cane Grande, e con lui s’accozzarono al lago di Garda a un suo castello, e ivi fermarono tra loro lega e compagnia. E alla città di Bologna si ragunarono tutti gli altri collegati contro al signore di Milano, e da capo rifermarono loro lega, e di comune concordia catuna gente per sè mandò da capo ambasciadori al re d’Ungheria, a volere sapere se egli intendea con tanto grande esercito quant’egli avea seco fare altra novità in Italia che contro alla città di Trevigi; e saputo da lui che non venia per altro che per procacciare le sue terre dal comune di Vinegia, rimasono per contenti. E Ilbano di Bossina e messer Currado Lupo andarono al signore di Padova che vicinava col Trivigiano, e da parte del loro signore gli offersono amistà e buona pace e sicurtà del suo paese, pregandolo ch’allargasse la sua mano di dare all’oste del re vittuaglia per li loro danari, la qual cosa fu promessa con certo ordine a’ detti baroni. E tutte queste cose furono mosse e fatte in pochi dì, all’entrare del mese di luglio del detto anno.

CAP. LII. Come il re d’Ungheria ebbe Colligrano.

Colligrano è un grande e forte castello in Trevigiana presso a Trevigi a sedici miglia, e in sul passo del Frioli. Questo castello aveano ben fornito i Veneziani di gente d’arme per impedire il passo al re. In questi dì il re venia con grande esercito verso Trevigi, e giunto a Colligrano, vedendolo forte e in sul passo, quanto che potesse ben passare per forza della sua cavalleria, non lo si volle lasciare addietro, e però mise in ordine gli Ungheri, ch’erano più di quarantamila per fare combattere la terra, con intenzione di non partirsene ch’e’ l’arebbe. I terrazzani vedendo la moltitudine che copriva la terra intorno intorno parecchie miglia, tutti con gli archi e colle saette, temendo il pericolo della battaglia, s’arrenderono alla persona del re innanzi che battaglia si cominciasse. Ed egli in persona, senza lasciare fare loro alcuno male, v’entrò dentro con quella gente ch’e’ volle, a dì 12 di luglio del detto anno, e prese la signoria in nome dell’imperadore, e fornitolo di suoi cavalieri e d’uno confidente capitano, si mise innanzi col suo esercito in verso la città di Trevigi.

CAP. LIII. Come il re d’Ungheria venne a oste a Trevigi.

Essendo il detto re in cammino, prese un’altro castello che si chiama Asille, e altre tenute d’intorno senza arrestarsi ad esse, ed ebbele a’ suoi comandamenti. E cavalcando innanzi, a dì 14 del detto mese giunse nel campo a Trevigi con più di quarantamila Ungheri e Schiavi a cavallo, oltre a quelli che prima erano venuti co’ suoi baroni. E con questo grande esercito prese tutto il paese intorno a Trevigi, e assediò la città e più altre castella in Trevigiana ivi d’intorno; e ’l suo proponimento era di non partirsi dall’assedio ch’egli avrebbe la città al suo comandamento. Ma le cose alcuna volta non succedono alla volontà umana, e però con tutta la smisurata potenza non potè adempiere suo proponimento, come leggendo appresso dimostreremo.

CAP. LIV. Come si reggeano gli Ungheri in oste.

E’ pare cosa maravigliosa agl’Italiani ne’ nostri dì, a udire la moltitudine de’ cavalieri che seguitano il re d’Ungheria quando cavalca in arme contro i suoi nemici. E però, avvegnachè gli antichi fossono di queste cose più sperti, per lo lungo trapassamento di quella memoria qui ne rinnoveremo alcuna cosa, per levare l’ammirazione de’ moderni. Gli Ungheri sono grandissimi popoli, e quasi tutti si reggono sotto baronaggi, e le baronie d’Ungheria non sono per successione nè a vita, ma tutte si danno e tolgono a volontà del signore: e hanno per loro antica consuetudine ordinate quantità di cavalieri, de’ quali catuno barone, e catuno comune hanno a servire il loro re quando va o manda in fatti d’arme, sicchè il numero e ’l tempo del servigio catuno sa che l’ha a fare. E perocchè alla richiesta del signore subitamente senza soggiorno o intervallo conviene che sieno mossi, per questo quel comune e quello barone ha diputato quelli che a quel servigio debbino continovo stare apparecchiati di doppi cavalli, e chi di più, e di loro leggieri armi da offendere, cioè l’arco colle frecce ne’ loro turcassi, e una spada lunga a difensione di loro persone. Portano generalmente farsetti di cordovano, i quali continovano per loro vestimenta, e com’è bene unto, v’aggiungono il nuovo, e poi l’altro, e appresso l’altro, e per questo modo gli fanno forti e assai difendevoli. La testa di rado armano, per non perdere la destrezza del reggere l’arco, ov’è tutta la loro speranza. Gli Ungheri hanno le gregge de’ cavalli grandissime, e sono non grandi, e co’ loro cavalli arano e governano il lavorio della terra, e tutte loro some sono carrette, e tutti gli nudriscono a stare stretti insieme, e legati per l’uno de’ piedi, sicchè in catuna parte con uno cavigliuolo fitto in terra li possono tenere, e il loro nudrimento è l’erba, fieno e strame con poca biada; massimamente quando usano d’andare verso levante, e valicare i lunghi diserti. E andando verso que’ paesi, usano selle lunghe a modo di barde, congiunte con usolieri; e quando sono in que’ cammini disabitati e ne’ loro eserciti, l’uomo e ’l cavallo in sul campo a scoperto cielo fanno un letto senz’altra tenda, e in tempo sereno aprono le bande delle loro selle a modo di barda, e fannosene materasse, e sopr’esse dormono la notte; e se ’l tempo è di piova, che di rado avviene, o dell’una parte o d’amendue si fanno coperta, e’ loro cavalli usi a ciò non si curano di stare al sereno e alla piova, e non hanno danno in que’ paesi che di rado vi piove; altrove non è così, ma pure comportano meglio i disagi; e molti ne castrano, che si mantengono meglio, e sono più mansueti. Di loro vivanda con lieve incarico sono ne’ diserti ben forniti, e la cagione di ciò e la loro provvisione è questa; che in Ungheria cresce grande moltitudine di buoi e di vacche, i quali non lavorano la terra, e avendo larga pastura, crescono e ingrassano tosto, i quali elli uccidono per avere il cuoio, e ’l grasso che fanno ne fanno grande mercatanzia, e la carne fanno cuocere in grandi caldaie; e com’ell’è ben cotta e salata la fanno dividere dall’ossa, e appresso la fanno seccare ne’ forni o in altro modo, e secca, la fanno polverezzare e recare in sottile polvere, e così la serbano; e quando vanno pe’ deserti con grande esercito, ove non trovano alcuna cosa da vivere, portano paiuoli e altri vasi di rame, e catuno per sè porta uno sacchetto di questa polvere per provvisione di guerra, e oltre a ciò il signore ne fa portare in sulle carrette gran quantità; e quando s’abbattono alle fiumane o altre acque, quivi s’arrestano, e pieni i loro vaselli d’acqua la fanno bollire, e bollita, vi mettono suso di questa polvere secondo la quantità de’ compagni che s’accostano insieme; la polvere ricresce e gonfia, e d’una menata o di due si fa pieno il vaso a modo di farinata, e dà sustanza grande da nutricare, e rende gli uomini forti con poco pane, o per se medesima senza pane. E però non è maraviglia perchè gran moltitudine stieno e passino lungamente per li diserti senza trovare foraggio, che i cavalli si nutricano coll’erbe e col fieno, e gli uomini con questa carne martoriata. Ma ne’ nostri paesi, ove trovano il pane e ’l vino e la carne fresca, infastidiscono il loro cibo, il quale per dolce usano ne’ deserti; e però mutano costume, e non saprebbono vivere di quell’impastata vivanda, e però non potrebbono in tanto numero ne’ nostri paesi durare, che le città e le castella sono forti, e i campi stretti e le genti provvedute; e però avviene, che quanti più in numero di qua ne passano, più tosto per necessità di vita si confondono. La loro guerra non è in potere mantenere campo, ma di correre e fuggire e cacciare, saettando le loro saette, e di rivolgersi e di ritornare alla battaglia. E molto sono atti e destri a fare preda e lunghe cavalcate, e molto magagnano colle saette gli altrui cavalli e le genti a piede, e per tanto sono utili ove sia chi possa tenere campo, perocchè di fare guerra in corso e tribolare i nemici d’assalto sono maestri, e non si curano di morire, e però si mettono a ogni gran pericolo. E quando le battaglie si commettono, sempre gli Ungheri si tengono per loro, e combattono, partendosi a dieci o quindici insieme, chi a destra e chi a sinistra, e corrono a fedire dalla lunga con le loro saette, e appresso in su’ loro correnti cavalli si fuggono, e solieno andare senza insegna o alcuna bandiera, e senza stromento da battaglia, e a certa percossa di loro turcassi s’accoglievano insieme. Abbianne forse oltre al dovere stesa nostra materia, ma perchè in questo nostro tempo si sono cominciati a stendere nelle italiane guerre, non è male a sapere loro condizione.

CAP. LV. Come l’oste si mantenea a Trevigi.

Stando il re d’Ungheria all’assedio di Trevigi, venne a lui messer Gran Cane della Scala con cinquecento barbute di fiorita gente d’arme, e ricevuto dal re graziosamente stette a parlamentare con lui in segreto, e tornossi a Verona, lasciati al servigio del re que’ cavalieri che menati avea con seco, avvegnachè il re, avendo troppa gente della sua, non gli arebbe voluti, ma per cortesia gli ritenne. Messer Bernabò di Milano gli mandò cinquecento balestrieri, i quali gli furono assai a grado; e incontanente il re fece strignere l’oste intorno alla città, e rizzarvi da diverse parti da diciotto difici, e cominciava a volere fare cave per abbattere le mura, ma di quello quelli della città poco si torneano, perocch’ell’è posta in piano, ed è quel piano sì abbondante d’acqua viva, che non si può cavare braccia due in profondo, che da catuna parte l’acqua surge abbondante e bella. Quelli che dentro v’erano alla guardia della città per i Veneziani, vedendo l’oste strignersi alle mura della città, francamente si mostrarono apparecchiati alla difesa, e contro a’ trabocchi aveano fatti terrati e altri utili ripari. Il re e ’l suo consiglio avendo provveduto la terra intorno, conobbono che non era cosa possibile a volerla vincere per battaglia, avendo difensori come la sentivano fornita, perocchè le mura erano forti e alte, e molto bene provvedute e armate, e i fossi larghi e pieni d’acqua viva. E per tanto non era da potere sperare vittoria, se non per lungo assedio, e a questo si disponea la volontà reale, ma la moltitudine de’ suoi Ungheri bestiali e baldanzosi generava confusione, che non si poteano reggere nè tenere ordine; e però avvenne, non ostante che il re col signore di Padova avesse pace e concordia (per la quale mandava ogni dì grande quantità di pane cotto all’oste in molte carra, e quattro carrette di vino per mantenere in dovizia l’oste, senza quella vittuaglia che le singulari persone del suo contado vi portavano) e in patto era che il suo contado e distretto dovea essere salvo e sicuro da tutto l’esercito del re, che non ostante le dette promesse gli Ungheri cavalcavano di loro movimento in sul Padovano, uccidendo ardendo e rubando, e facendo preda come sopra i nemici; onde il signore si turbò, e non mandò più nel campo l’ordinata vittuaglia, e’ paesani per non essere rubati si rimasono di portarvene, per la qual cosa il grande esercito cominciò a sentire difetto, e sformata carestia delle cose da vivere oltre all’usato modo. Lasceremo alquanto questa materia, per dare all’altre cose che occorsono alla fine di questo assedio il loro debito.

CAP. LVI. Come la gran compagnia passò nella Marca.

All’uscita del mese di luglio del detto anno, il conte di Lando colla sua compagnia uscì del Regno per la via della marina di san Fabiano. La forza del legato ch’era in sul Tronto non si potè tanto stendere che la compagnia inverso la marina non valicasse il fiume, e valicati senza contasto, si dirizzarono verso Fermo, e tra la città d’Ascoli e di Fermo posono loro campo; nel quale si trovarono duemilacinquecento barbute ben montati e bene in arme, e gran quantità di cavallari e di saccomanni in ronzini e in somieri, e mille masnadieri, e barattieri, e femmine di mondo, e bordaglia da carogna bene più di seimila. Essendosi accampati, sentirono come il legato era forte di gente d’arme e apparecchiato a tenerli stretti dalle gualdane, e però cercarono accordo con lui, e vennero a’ patti, che promisono in dodici dì essere fuori della Marca d’Ancona, senza fare prede o danno al paese, e che prenderebbono derrata per danaio, e’ paesani doveano apparecchiare la vittuaglia al loro trapasso. Seguirono i patti, ma non del termine, e dovunque tenevano campo non poteano fare senza grave danno de’ paesani; e a dì 10 del mese d’agosto furono passati in Romagna.

CAP. LVII. De’ fatti dell’isola di Cicilia.

In questi tempi nell’isola di Cicilia avvenne, che essendo morto Lodovico che si faceva dire re, e un suo fratello, ch’erano in guardia della setta de’ Catalani, l’altra parte della setta degl’Italiani, ond’erano capo i conti della casa di Chiaramonte, i quali s’erano accostati col re Luigi di Puglia, presono più ardire, e’ Catalani e’ loro seguaci n’abbassarono; e per questo avvenne, che messer Niccola di Cesaro con alquanti grandi cittadini di Messina i quali erano stati cacciati di Messina vi ritornarono; e questo messer Niccola essendo cacciato della terra, s’era ridotto di volontà del re Luigi nel castello di Melazzo, e fatto capitano de’ cavalieri del detto re Luigi per guardare il castello e guerreggiare i Messinesi. Costui ritornato in Messina co’ suoi consorti e con altri di suo seguito, molto segretamente si cominciò a intendere co’ caporali di Chiaramonte, e all’entrata di luglio del detto anno, provveduto a’ suoi segreti, fece muovere certi di sua setta, i quali cominciarono mischia con quelli cittadini ch’erano avversari di messer Niccola, e che l’aveano tenuto fuori di Messina. Essendo per questa novità la terra a romore, come ordinato era, messer Niccola ebbe di subito da Melazzo dugento cavalieri che v’erano del re Luigi e quattrocento fanti, i quali mise nella città, e con loro e con suo seguito di cittadini corse la terra, e caccionne fuori diciannove famiglie de’ suoi avversari, e tutti gli fece rubare, e fecesene signore, non per titolo, ma come maggiore governava il reggimento di quella. E così in tutte le parti dell’isola erano dissensioni e brighe per le maladette sette, ma l’una calava e l’altra montava con continove uccisioni e guastamento del paese; e già per terre che ’l re Luigi v’avesse o per sua forza di gente, che ve ne manteneva poca per povertà di moneta, lievemente montava al fatto. La divisione de’ paesani mutava la loro fortuna, come seguendo nel loro tempo si potrà vedere.

CAP. LVIII. Come il conte di Lancastro cavalcò fino a Parigi.

Del mese di luglio del detto anno, il conte di Lancastro con due fratelli del redi Navarra, con quattromila cavalieri e molti arcieri inghilesi, per fare maggiore onta al re di Francia, sentendo s’apparecchiava di molta baronia, si misono a cammino, scorrendo i paesi inverso la città di Parigi, facendo col fuoco gran danno alle villate di fuori e predando in ogni parte, e misonsi tanto innanzi, che a una giornata s’appressarono a Parigi. Sentendo che ’l re s’apparecchiava di venire contro a loro con diecimila cavalieri e grande popolo, diedono la volta girando il paese, e facendo continovi danni e gravi si ridussono in Normandia a un castello che si chiamava Bertoglio, innanzi al quale fermarono loro campo per difenderlo, avvisando che ’l re di Francia il dovesse fare assediare, perocchè tribolava col ricetto degl’Inghilesi tutta Normandia.

CAP. LIX. Come il re di Francia andò in Normandia.

Il re di Francia infocato di sdegno più contro a messer Filippo di Navarra che gli era venuto addosso, che contro al duca di Lancastro, sentendo che s’era ridotto nel Castello di Bertoglio sotto la guardia degl’Inghilesi, di presente in persona si mosse da Parigi con quella cavalleria ch’avea accolta, lasciando d’essere seguito dagli altri, e dirizzossi in Normandia verso Bertoglio; e trovandosi con più di diecimila cavalieri, e con grande moltitudine di sergenti, si mise a campo presso a’ suoi nemici, a intenzione di combattere con loro. Il conte di Lancastro avvisato guerriere, sentendosi il re appresso con molto maggior forza che la sua, ebbe un suo avvisato scudiere e ben parlante, il quale mandò al re di Francia, e fecelo richiedere di battaglia. Il re allegramente ricevette il gaggio della battaglia, facendo allo scudiere larghi doni; il quale volendo dimostrare ch’avesse amore al re, in sul partire gli disse, che la venuta del conte alla battaglia sarebbe innanzi dì, dicendogli, che per tempo si dovesse apparecchiare. Il re mucciando gli disse, che di ciò non si curava; venisse quando volesse, pure che venisse alla battaglia; ma le parole dello scudiere furono molto piene di malizia, perocchè sapendo che ’l conte la notte si dovea partire, disse questo acciocch’e’ Franceschi sentendo il movimento credessono che ciò fosse apparecchio di battaglia e non di fuga, e così avvenne, che ’l conte di Lancastro, e messer Filippo di Navarra in quella notte, facendo fare gran vista nel campo e gran romore, chetamente si ricolsono, e partirono colla loro gente. Il re la mattina scoperto il baratto degl’Inghilesi si mise a oste al castello con proponimento di lasciare gli altri assalti degl’Inghilesi, e attendere a racquistare le terre che rubellate gli erano in Normandia. In questo tempo il duca di Guales faceva alle terre del re di Francia grandi guerre in Guascogna, ma però il re non si volle partire dall’assedio di Bertuglio infino a tanto che l’ebbe a’ suoi comandamenti, arrenduti al re salve le persone, e così fu fatto; avendo il re vittoria d’avere cacciati con vergogna i nemici, e vinto il castello.

CAP. LX. Come il papa e l’imperadore diedono titolo al re d’Ungheria.

In questi tempi mostravano il papa e’ cardinali grande affezione al re d’Ungheria, o che fosse procaccio del detto re, che spesso avea in corte suoi ambasciadori, o che motivo fosse della Chiesa per fargli onore, a dì quattro del mese d’agosto del detto anno, il papa e i cardinali di concordia in consistoro il pronunziarono e dichiararono gonfaloniere di santa Chiesa contro agl’infedeli. In questo medesimo tempo, essendo il detto re all’assedio di Trevigi, l’imperadore il fece suo vicario nella guerra de’ Veneziani, ed egli levò nel campo la sua insegna, e tutte le terre che per lui s’acquistavano riceveva in nome dell’imperadore.

CAP. LXI. Come i Fiorentini s’accordarono di fare porto a Talamone.

Avemo narrato addietro, come il comune di Firenze per lo torto ch’e’ Pisani faceano a’ suoi cittadini, d’avere levata loro la franchigia contro a’ patti della pace, essendo venuto il termine che i mercatanti s’erano partiti da Pisa, e ritrattone le mercatanzie e’ danari, del presente mese d’agosto del detto anno, avendo i dieci del mare lungamente trattato col comune di Siena di volere far porto a Talamone, recato l’acconciamento del porto e del ridotto in terra, e della guardia, che da loro parte era a fare, e del dirizzamento del cammino, e dell’albergherie, e appresso di quello che per dazio e gabelle la mercatanzia de’ Fiorentini avesse a pagare, in piena concordia, per riformagioni de’ consigli di catuno comune, si fermò per dieci anni di fare i Fiorentini porto là e ridotto a Siena, e i Sanesi di conservare i patti promessi. È vero, che tra gli altri patti era promesso di sbandire le strade da Siena a Pisa per divieto d’ogni mercatanzia, ma questo non osservarono i Sanesi, anzi correa il cammino dall’una città all’altra in grande acconcio de’ Pisani. Avvedendosene i Fiorentini, se ne dolsono, ma ’l reggimento del comune di Siena non se ne movea. Vedendo de’ cittadini che voleano s’attenesse la fede al comune di Firenze, e che i loro rettori non lo faceano, ordinarono, che certi sbanditi loro cittadini rompessono e rubassono la strada e la mercatanzia, e forse fu d’assentimento de’ rettori per coprirsi al comune di Pisa. Costoro feciono volentieri il servigio per modo che ’l cammino al tutto per terra fu loro tolto. E i Pisani sopra gli altri Toscani saputi e maliziosi, a questa volta si trovarono presi nella loro malizia; perocchè incontanente che i Fiorentini presono porto a Talamone e ridotto a Siena, tutti gli altri mercatanti d’ogni parte abbandonarono il porto e la città di Pisa, e votarono la città d’ogni mercatanzia, e le case dell’abitazioni, e ’l mestiere delle loro mercerie, e gli alberghi de’ mercatanti e de’ viandanti, e’ cammini de’ vetturali, e ’l porto delle navi, per modo che in brieve tempo s’avvidono, che la loro città era divenuta una terra solitaria castellana; e nella città n’era contro a’ loro rettori grande repetio. Allora s’accorsono senza suscitamento di guerra quanto guadagno tornava al loro comune per avere rotta la pace e la franchigia a’ Fiorentini. Allora cominciarono a cercare ogni via e modo, con ogni vantangio che volessono i Fiorentini, di ritornarli a stare in Pisa; ma i Fiorentini, sdegnati della fede rotta pe’ Pisani cotante volte al loro comune, non poterono essere smossi del fermo proposito di fare col fatto conoscenti i Pisani, che i Fiorentini poteano ben fare le mercatanzie per terra e per mare senza loro, ed eglino male usare il porto, e’ mercatanti, e la mercatanzia, e l’arti, e’ mestieri a utilità de’ loro cittadini, e l’entrate del loro comune senza i Fiorentini. E perchè per indietro non si potessono atare, si fece divieto in tutto il distretto di Firenze d’ogni mercatanzia o roba ch’andasse o venisse verso Pisa, senza rompere il cammino a’ viandanti. E di questo seguitarono appresso maggiori cose per mare e per terra, come leggendo innanzi per li tempi si potrà trovare,

CAP. LXII. Come messer Bruzzi cercò di tradire il signore di Bologna.

Messer Bruzzi, figliuolo non legittimo che fu di messer Luchino signore di Milano, essendo per sospetto de’ signori di Milano cacciato di quella, e per sue cattive operazioni stato in ribellione più tempo, vedendosi messer Giovanni da Oleggio molto solo di confidenti nella sua signoria, e conoscendo messer Bruzzi pro’ e ardito, e bene avvisato in guerra e di gran consiglio, il recò a sè, parendogli potersi confidare di lui, e assegnogli larga provvisione, e facevagli onore, e tutte le maggiori cose di fatti d’arme li commettea; e oltre a ciò in camera l’avea a’ suoi segreti consigli, e mostravagli tanto amore, ch’e’ Bolognesi temevano, che se messer Giovanni morisse costui non rimanesse signore; ma l’animo tirannesco affrettando l’ambizione della signoria li gravava d’attendere, e però cercava di fornirlo più tosto, e trattò di torre la signoria a messer Giovanni, ma non seppe fare il trattato sì coperto che a messer Giovanni, ch’era maestro di buona guardia e di savia investigagione, non li venisse palese. E tornando messer Bruzzi di fuori con molta gente d’arme in Bologna con grande pompa, messer Giovanni mandò per lui, e avendolo in camera, li rammentò l’onore e ’l beneficio che gli avea cominciato a fare, e l’animo ch’avea di farlo grande; e appresso li mostrò il trattato ch’e’ tenea per torli la signoria di Bologna sì aperto, ch’e’ non glie lo potè negare: ma per amore della casa de’ Visconti, dond’era nato, gli disse, che li perdonava la morte; ma per vendetta dello sconoscimento dell’onore che gli avea fatto trovandolo traditore il fece spogliare in giubbetto, e cacciare a piè fuori di suo distretto incontanente, e diede congio a tutta sua famiglia, e ritenne l’arme gli arnesi e i cavalli.

CAP. LXIII. Come i Veneziani cercarono accordo col re d’Ungheria.

Di questo mese d’agosto del detto anno, vedendo i Veneziani essere recati a mal partito nella guerra col re d’Ungheria, signore di così gran potenza, e pensando che per lo cominciamento della guerra i loro cittadini erano per le spese loro premuti dal comune infino al sangue, pensarono ch’altro scampo non era per loro se non di procacciare la sua pace; e però elessono parecchi de’ maggiori e de’ più savi cittadini di Vinegia, e mandaronli al re nel campo a Trevigi con pieno mandato, informati dell’intenzione e volontà del loro comune, e giunti al re, da lui furono ricevuti onorevolemente; ed essendo a parlamento con lui, gli offersono da parte del comune di Vinegia, come quando potessono avere da lui buona pace, che ’l comune lascerebbe la città di Giara, con patto ch’ella dovesse rimanere nel primo stato in sua libertà, e che renderebbono liberamente certe terre nomate della Schiavonia a sua volontà, e certe altre voleano ritenere e riconoscere da lui, con quello convenevole censo a dare ogn’anno al re ch’a lui piacesse, e offerendoli di ristituire per tempo ordinato quella quantità di pecunia per suoi interessi e spese che fosse convenevole, e di che egli giustamente si potesse contentare. Al re parve strano ch’e’ volessono trarre Giara del suo reame e metterla in libertà, e che per patto li convenisse lasciare le sue terre al comune di Vinegia a censo; e questo riputava in vergogna della sua corona, e però non volle consentire a questa pace, nè a questo accordo, se liberamente non gli fossono restituite le terre del suo reame. Molti di questo biasimarono il re, parendo ch’egli dovesse avere preso questo accordo con suo vantaggio, per quello ch’appresso ne seguitò di suo poco onore, ma chi riguarderà al fine e alla potenza reale non li darà biasimo della sua alta risposta.

CAP. LXIV. Come il signore di Bologna scoperse un altro trattato contro a sè.

Messer Bernabò di Milano, avendo sopra all’altre cose cuore a’ fatti di Bologna, come avea ordinato l’uno trattato contro al signore di Bologna, e era scoperto, così avea ricominciato l’altro: apparve cosa maravigliosa, che tutti si scoprivano per sè stessi per non pensati nè provveduti modi. Avea in questi dì messer Giovanni da Oleggio fatto podestà di san Giovanni in Percesena, e datali provvisione in altre terre circustanti, un Milanese, in cui avea grande e antica confidanza. Tanto seppe adoperare messer Bernabò, che corruppe questo podestà milanese, e corruppe il suo cancelliere, il quale dovea fare lettere da parte del signore per certo modo come volea il detto podestà; e già ogni cosa era recata in opera per modo, ch’era mossa la cavalleria che dovea entrare nelle castella sotto il titolo delle lettere del signore di Bologna, e mandò messer Bernabò un suo fidato messaggere innanzi al podestà di san Giovanni colle sue lettere. Avvenne che in quel dì, alcune ore innanzi che ’l fante giugnesse al castello di san Giovanni, il podestà era ito a Bologna; il fante li tenne dietro, e cominciò infra sè a dubitare delle lettere che portava, perocchè sentiva della cagione perch’egli andava; e giunto a Bologna, trovo che ’l podestà era col signore, e allora li montò più il sospetto, immaginando che ’l trattato fosse scoperto, e per campare sè, tanto fu forte la sua immaginazione ch’e’ si mise ad andare al signore, e con grande improntitudine fece d’avere udienza da lui, e allora li manifestò il fatto; e per provare la verità li diè le lettere di messer Bernabò ch’e’ portava al podestà, per le quali fu manifesto che san Giovanni, e Nonantola e altre castella, in uno dì doveano essere date per lo trattato del podestà alla gente di messer Bernabò, il quale era ancora in casa del signore; messer Giovanni vedute quelle lettere e disaminato il fante, fece ritenere il podestà e il cancelliere, è ritrovata con loro la verità del fatto, e colpevoli, di presente provvide alla guardia delle terre, e costoro con anche dieci di loro seguito fece morire.

CAP. LXV. Di certa novità che gli Ungheri feciono nel campo a Trevigi.

La disordinata moltitudine de’ cavalieri ungheri, che a modo di gente barbara non sanno osservare la disciplina militare, nè essere ubbidienti a’ loro conducitori, come detto è poco addietro, aveano scorso il Padovano, perchè la vittuaglia che di là solea venire non venia, e la carestia montava nel campo. Per la qual cosa al primo fallo n’arrosono uno maggiore, e presono riotta co’ cavalieri tedeschi che v’erano con messer Currado Lupo e con gli altri conestabili tedeschi che fedelmente servivano il loro signore, e per arroganza li villaneggiavano; e fatto questo, corsono con furore alla camera dove il re avea ordinato il fornimento della vittuaglia e dell’altre cose per conservare l’oste, e rubaronla; e così in pochi dì ebbono a tanto condotta l’oste, sconciando l’ordine che la mantenea, che per necessità fu costretto il re di partirsi dall’assedio, come appresso diviseremo: verificandosi quel detto del filosofo il quale disse: che le sopragrandi cose reggere non si possono, e quelle che reggere non si possono, lungamente durare non possono.

CAP. LXVI. Come il re d’Ungheria si levò da oste da Trevigi.

Il re d’Ungheria vedendo l’oste sua sconcia per la sfrenata baldanza della moltitudine de’ suoi Ungheri, e che i difetti della vittuaglia erano senza rimedio, si pentè di non avere presa la concordia che potuta avea prendere con suo onore co’ Veneziani; ed essendo naturalmente di subito movimento, senza deliberare con altro consiglio, improvviso a tutti, a dì 23 del mese d’agosto del detto anno si partì dall’assedio di Trevigi, ov’era con più di trecento migliaia di cavalieri, è passò la Piave raccolta tutta sua gente a salvamento; perocchè quelli della città nè segno nè avviso n’ebbono ch’e’ si dovesse partire, e alcuni dì stettono innanzi che pienamente si potesse credere la loro partita. A Colligrano fu la loro raccolta, e in quella terra lasciò duemila cavalieri ungari alla guardia della terra per fare guerra a Trevigi, ed egli con tutto l’altro esercito si tornò in Ungheria con poco onore della sua impresa a questa volta.

CAP. LXVII. Raccoglimento di condizioni, e movimento del re.

Questo re d’Ungheria, per quella verità che sapere ne potemmo, è uomo di gran cuore, pro’ e ardito di sua persona, e nelle prosperità di grandi imprese molto animoso, rigido e fiero in quelle, e molto si fa temere a’ suoi baroni, e vuole avere presti i loro debiti servigi; è grande impigliatore senza debita provvedenza; e a sua gente in fatti d’arme è più abbandonato e baldanzoso che provveduto, per la soperchia fidanza, che havea in loro ed eglino in lui, perocchè molto è cortese a tutti e di buona aria; assai volte ha mostrati esempi di subiti e lievi movimenti nelle grandi cose, e l’avverse sa meglio abbandonare, partendosi da esse, che stando con virtù resistere a quelle.

CAP. LXVIII. Come la gente della lega di Lombardia sconfisse il Biscione a Castel Lione.

Essendo lungamente stato assediato il forte Castel Leone de’ Mantovani dalla forza de’ signori di Milano, e recato a stretto partito, i signori di Mantova coll’aiuto del marchese di Ferrara e del signore di Bologna raunate subitamente, all’uscita d’agosto anno detto, mille dugento barbute e grande popolo per soccorrere il castello, s’avviarono molto prestamente verso il campo de’ nemici, i quali vedendosi venire improvviso addosso i Mantovani si levarono dall’assedio, e ordinarono una grossa schiera alla loro riscossa e innanzi che la gente de’ Mantovani giugnesse al campo, si ridussono a uno castello ivi presso de’ loro signori di Milano; ma la schiera fatta per la riscossa fu soppressa dalla gente de’ Mantovani e sconfitta, e morti e presi la maggior parte, e ’l castello liberato dall’assedio; e rifornito di nuova gente e di molta vittuaglia con vittoria si tornarono al loro signore, avendo vituperata la gente de’ signori di Milano di quella loro lunga impresa.

CAP. LXIX. Trattati de’ Ciciliani.

Detto abbiamo addietro, come certi potenti cittadini della città di Messina nominati que’ di Cesare cacciarono della città altri cittadini loro avversari, e rimasi i maggiori, s’accostarono co’ baroni di Chiaramonte, i quali teneano col re Luigi del Regno. Nondimeno perchè a loro parea essere nell’isola i maggiori, eziandio senza l’aiuto del detto re, e’ cercarono di riducere a loro Federigo loro legittimo signore, e trarlo delle mani de’ Catalani, e conducerlo a Messina e farlo coronare dell’isola. E per dimostrare che eglino avessono affezione al loro signore naturale dell’isola, messer Niccola di Cesaro in persona, a cui il re Luigi avea accomandata la terra di Melazzo, andò là con gente d’arme, e fece per più di combattere coloro che per lo re guardavano la rocca, tanto che l’ebbe. Per la qual cosa i Messinesi presono molta confidanza di messer Niccola, e don Federigo medesimo prese speranza e diede intenzione di venire a Messina, e per tutto si divolgò che l’accordo di Cicilia era fatto. Ma o che questo trattato fosse fatto ad ingegno di malizia, come si credette, o che la setta de’ Catalani non si fidasse, la cosa si ruppe tra’ Ciciliani, e seguitonne la chiamata a Messina del re Luigi, come appresso al suo tempo, conseguendo nostra materia, diviseremo.

CAP. LXX. Come la compagnia stette sopra Ravenna.

Venuta la compagnia del conte di Lando del Regno in Romagna, il legato per tema de’ baratti di quella gente senza fede si ritrasse dall’assedio di Cesena, e dalla cominciata guerra contro al capitano di Forlì, pensando saviamente i pericoli che occorrere li poteano. Il capitano a quella compagnia dava il mercato, e a’ capitani e a’ maggiori conestabili facea doni per avere il loro aiuto: e la moltitudine di quello esercito si stava in sul contado di Ravenna facendo danno di prede, e minacciando di dargli il guasto, se ’l loro signore messer Bernardino da Polenta non desse loro danari. Ma egli, essendo molto ricco di moneta, chiamò a consiglio i Cittadini di Ravenna; e con loro ordinò il modo dell’ammenda del guasto, e volle in questo caso, come valoroso tiranno, innanzi sodisfare il danno a’ suoi cittadini, che sottomettersi al tributo della compagnia. Onde molto fu commendato da’ savi; perocchè del guasto la compagnia fa danno a sè senza trarne alcun frutto, e il trarre danari da’ signori e da’ comuni è un accrescere baldanza e favore a mantenere le compagnie e servaggio de’ popoli.

CAP. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono di fare balestrieri.

Sentendo i Fiorentini la gran compagnia in Romagna, e che ’l termine promesso per quella di non gravare i Fiorentini compieva, si provvidono d’alquanti cavalieri, e mandaronli in Mugello per contradire i passi dell’alpe, e feciono eletta nella città e nel contado di balestrieri, e del mese di luglio del detto anno feciono mostra di duemilacinquecento balestrieri sperti del balestro, tutti armati a corazzine, e mandaronne a’ passi dell’alpe, e senza arresto, ne compresono appresso fino in quattromila, tutti con buone corazzine, della qual cosa le terre vicine ghibelline, e guelfe di Toscana, che allora viveano in sospetto, stavano in gelosia e in guardia, e la compagnia medesima ne cominciò a dottare. Nondimeno il comune, per savia e segreta provvidenza, mandò alcuni cittadini per ambasciadori alla compagnia, i quali teneano ragionamento di trattato, e passavano tempo, e tentavano con ispesa di trarre de’ caporali della compagnia e conducergli a soldo; e per questo modo temporeggiando co’ conducitori di quella, tanto che il grano e i biadi del nostro contado fu fuori de’ campi, e ’l comune fortificato di cavalieri, e masnadieri, e balestrieri, e presi i passi in tutta l’alpe, ove potea essere il passo alla compagnia, si ruppono dal trattato, e tornaronsi a Firenze. La compagnia, sentendo il comune di Firenze provveduto contro a sè, con accrescimento di sdegno perdè la speranza d’entrare a fare la ricolta tributaria in Toscana, e però tenne co’ Lombardi suo trattato, il quale fornì, come innanzi al suo tempo racconteremo.

CAP. LXXII. L’ordine ch’e’ Fiorentini presono per mantenere i balestrieri.

Piacendo a’ Fiorentini molto il nuovo trovato de’ balestrieri, il fermarono con ordine, e nella città n’elessono ottocento, tutti balestrieri provati, partendoli per gonfalone, e a venticinque davano un conestabile, e le balestra e le corazze di catuno inarcavano del marco del comune, e per simile modo n’elessono nel contado, dandone secondo l’estimo cotanti per cento, e appresso nel distretto ne feciono scegliere a catuna comunanza, terra o castello quelli che si conveniano, tanti che in tutto n’ebbono quattromila; e ordinarono per li loro soldi certa entrata del comune, e che catuno de’ detti balestrieri, non andando al servigio del comune, standosi a casa sua avesse ogni mese soldi venti di provvisione dal comune, e ’l conestabile soldi quaranta, e dovessono stare apparecchiati a ogni richiesta del comune; e quando il comune li mandasse o tenesse in suo servigio, dovessono avere il mese fiorini tre di soldo, e ogni capo di tre o di quattro mesi erano tenuti a volontà degli uficiali deputati sopra loro, ch’erano due cittadini per catuno quartiere, colle loro balestra e colle corazze marcate del marco del comune. E oltre a ciò, a ogni rassegnamento gli uficiali facevano fare per ogni gonfalone un bello e nobile balestro e tre ricche ghiere, il quale poneano in premio e in onore di quel balestriere della compagnia del gonfalone, che tre continovi tratti saettando a berzaglio vinceva gli altri; e ancora così faceano ne’ comuni del contado per esercitare gli uomini, per vaghezza dell’onore, a divenire buoni balestrieri; e fu cagione di grande esercitamento del balestro, tanto che tra sè nella città e nel contado ogni dì di festa si ragunavano insieme i balestrieri a farne loro giuoco e sollazzo per singulare diporto.

CAP. LXXIII. Come i Trevigiani furono soppresi dagli Ungheri con loro grave danno.

Tornando un poco nostra materia, a’ fatti di Trevigi, avendo veduto coloro ch’erano per i Veneziani alla guardia di Trevigi la subita partita del re d’Ungheria e del suo grande esercito, cominciarono a far tornare i lavoratori nel contado, e conducervi il bestiame, e sparti per le contrade. Gli Ungheri ch’erano rimasi a Colligrano e per le terre vicine, sentendo il paese pieno di preda, mandarono scorrendo di loro Ungheri fino presso a Trevigi intorno di quattrocento cavalli, i quali raunarono d’uomini e di bestiame una grande preda; i cavalieri e’ balestrieri ch’erano in Trevigi con loro capitani veneziani, per risquotere la preda gagliardamente uscirono fuori più di cinquecento cavalieri e assai masnadieri, i quali di presente s’aggiunsono con gli Ungheri; ed eglino si cominciarono a difendere andando verso i nemici, e voltando e appresso ritornando; e continovo si ritraevano, ove sapevano ch’era l’aguato della loro gente, non facendone alcuno sembiante; e così continuando, e perseguitandoli i Trevigiani, gli ebbono condotti dov’erano riposti in aguato ottocento de’ loro Ungheri, i quali di subito uscirono addosso a’ Trevigiani, e rinchiusi tra loro, più di dugento n’uccisono in sul campo, e presonne più di trecento, e menaronsene i prigioni e la preda, avendo più danno fatto a’ Veneziani e a quelli del paese in questa giornata, che il re nell’assedio con tutto il suo esercito; e questo fu a dì 23 del mese d’agosto anno detto.

CAP. LXXIV. Come il Regno era d’ogni parte in guerra.

Essendo, come detto abbiamo poco innanzi, uscita la compagnia del reame, il re rimaso povero d’avere e di gente d’arme non potea riparare alla forza de’ ladroni che per tutto scorrevano il reame, ricettati da’ baroni ch’erano scorsi a mal fare, e partivano le ruberie e le prede con loro; e di verso le parti di Campagna centocinquanta cavalieri, ch’erano rimasi della compagnia, tribolavano tutto il paese d’intorno, e rubavano e rompevano le strade e’ cammini, e così gli altri caporali de’ ladroni facevano in principato e in Terra di Lavoro; e in Puglia il paladino col favore del duca di Durazzo, faceva il simigliante, e con ottocento barbute avea assediato Sanseverino, scorrendo e rubando tutto il piano di Puglia; e per questo il Regno era in maggiore tempesta che quando v’era la gran compagnia, e niuno cammino v’era rimaso sicuro; catuna parte del Regno era corrotta a mal fare, fuori che le buone terre, per gran colpa della mala provvedenza del re loro signore, che fuori de’ suoi diletti poco d’altro si mostrava di curare.

CAP. LXXV. Come i collegati condussono la compagnia al loro soldo.

La compagnia del conte di Lando stando lungamente sopra il contado di Ravenna, e premendo per via d’aiuto gravemente i Forlivesi, conosciuto che per lo riparo e provvedenza del comune di Firenze a loro era malagevole e pericoloso entrare in Toscana, s’accordarono d’andare a servire i collegati contro a’ signori di Milano in Lombardia; e condotti per quattro mesi per quelli della lega, promisono di stare il detto tempo sopra le terre de’ signori di Milano guerreggiando il paese a loro utilità; e a dì 18 del mese di settembre anni Domini 1356 si partirono di Romagna, e presono loro cammino in Lombardia, e tra Bologna e Modena attesono l’altra forza de’ collegati e ’l capitano ch’appresso diviseremo.

CAP. LXXVI. De’ fatti de’ collegati di Lombardia.

Erano in questo tempo collegati contro a’ signori di Milano il signore di Mantova, il marchese di Ferrara e ’l signore di Bologna, nominati caporali, avvegnachè assai degli altri tacitamente teneano con loro; e avendo procacciato d’avere la compagnia al loro servigio, come detto è, trattarono coll’imperadore d’avere capitano da lui a quell’impresa, e l’imperadore avendo l’animo contro a’ signori di Milano, i quali avea trovati molto potenti, avendo in Pisa per suo vicario messer Astorgio Marcovaldo vescovo d’Augusta, uomo valoroso in arme e di grande autorità, per non volersi scoprire manifestamente contro a’ tiranni, concedette la libertà al vescovo, e in segreto l’ordinò suo vicario, e a ciò li concedette tacitamente suoi privilegi, commettendoli che ciò non manifestasse se non quando sopra loro si vedesse in gran prosperità, sicchè con onore dell’imperio il potesse fare, altrimenti nol facesse, ma mostrasse da sè fare quell’impresa. Costui chiamato dalla lega de’ Lombardi si partì da Pisa e venne a Firenze, ove li fu fatto grande onore; e senza soggiorno se n’andò alla compagnia, e fu fatto loro conduttore, e dell’altra gente de’ Lombardi collegati; il quale valentemente s’ordinò contro a’ tiranni, e fece grandi cose, come appresso narreremo; ma richiedendoci innanzi alcune cose grandi conviene che prima abbiano il debito della nostra penna.

CAP. LXXVII. Come i Brabanzoni ruppono i patti a’ Fiamminghi.

Avendo poco innanzi narrato la concordia che si prese in luogo dell’apparecchiata battaglia tra’ Fiamminghi, e’ Brabanzoni per lo fatto di Mellina, seguita, che gli otto albitri eletti, quattro da catuna parte, sotto la fede del loro saramento, aveano diligentemente vedute, e disaminate le ragioni di catuna parte; e trovando di concordia tutti gli albitri la ragione della villa di Mellina essere del conte di Fiandra, e così essere acconci di sentenziare per osservare il loro saramento; il duca di Brabante, rompendo la fede promessa, mandò per fare pigliare i quattro suoi Brabanzoni ch’erano albitri, acciocchè non potessono dare la sentenza, e due ne presono, e due se ne fuggirono. Per questa cosa il conte di Fiandra, e’ Fiamminghi si tennono traditi da’ Brabanzoni e dal loro duca, e di presente mossono guerra nel paese. Ed essendo alquanti cavalieri fiamminghi entrati in Brabante guerreggiando, i Brabanzoni si misono con maggiore forza contro a loro, e rupponli, e uccisono ottanta cavalieri, e più altri ne imprigionarono. E aggiunto alla prima ingiuria il secondo danno e vergogna de’ Fiamminghi, s’infiammarono tutti di tanto sdegno, che per comune tutti diedono luogo a’ loro mestieri, e intesono ad apparecchiarsi in arme per andare contro a’ Brabanzoni, onde uscirono notabili cose come appresso racconteremo.

CAP. LXXVIII. Come il conte di Fiandra andò sopra Brabante.

È da sapere, per meglio intendere quello che seguita, che non per nuovo accidente, ma per antica virtù, e continovata ambizione, il popolo Fiammingo era più pro’ e più sperto e audace in fatti d’arme che il popolo brabanzone, e i cavalieri brabanzoni più sperti e più atti in fatti d’arme ch’e’ cavalieri fiamminghi. Ma recando a sè il popolo fiammingo l’ingiuria ricevuta da’ Brabanzoni, nell’impeto del furore del suo animo, come un uomo, s’accolsono insieme più di centocinquanta migliaia d’uomini, tutti armati a modo di cavalieri, e con loro il conte loro signore con quattromila cavalieri, e raccolto grandissimo carreaggio carico di vivanda, e d’armadura a dì 9 d’agosto anno detto presono loro cammino per entrare in Brabante, e a dì 12 del detto mese si trovarono sopra la gran città di Borsella, presso a mezza lega, e ivi fermarono loro campo, scorrendo il paese d’intorno, e facendo assai danno a’ paesani.

CAP. LXXIX. Come il duca di Brabante si fè incontro a’ Fiamminghi.

Il duca di Brabante, il quale era Tedesco, fratello uterino di Carlo di Boemia imperadore, avendo in animo di non volere, Mellina al conte rendere attendendo la guerra, avea richiesto d’aiuto l’imperadore, e molti altri principi della Magna, e a questo punto si trovò da diecimila o più buoni cavalieri tedeschi e brabanzoni, e tutto il popolo di Brabante si mise in arme, e trovossi il duca a questo bisogno cento migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. E vedendosi i nemici all’uscio, a dì 17 del detto mese d’agosto uscirono a campo fuori della villa di Borsella, e misonsi a campo a rimpetto de’ Fiamminghi presso a un mezzo miglio: e cominciarono a ordinare la loro gente, e disporla per battaglie a piè, e a cavallo; perocchè ben conosceano che l’impresa era tale, che non riceveva altro termine che la vittoria della battaglia a cui Iddio la concedesse. In questo ordinare stettono dalla mattina a nona; mezzani non si poteano in questo fatto tramettere per la fede altra volta rotta pe’ Brabanzoni, catuna parte s’acconciava di combattere, e tanto era presso l’un’oste all’altra, che battaglia non vi potea mancare.

CAP. LXXX. Come i Fiamminghi sconfissono i Brabanzoni.

I Fiamminghi, ch’erano infocati per l’ingiurie ricevute, vedendosi i nemici così di presso, e sentendo tra loro gran romore, avvisandosi che per discordia si dovessono partire, senza attendere che venissono schierati al campo, valicata l’ora della nona, si misono ad assalirgli. E cominciato un grido tutti insieme a loro costuma, che trapassava il cielo vincendo ogni tonitruo, e giugnendo a’ nemici, i quali aveano incominciata alcuna discordia tra’ Tedeschi e’ Brabanzoni, gli assalirono con grande ardimento; e cominciata tra loro la battaglia, avvenne per caso, e non per operazione de’ nemici, che l’insegna del duca di Brabante si vide abbattuta. Veduto questo i Brabanzoni a piede in prima si misono alla fuga, e i cavalieri appresso volsono le reni a’ nemici senza fare alcuna resistenza, e intesonsi a salvare nella città ch’era loro presso; i Fiamminghi affannati per la corsa al primo assalto, e carichi d’arme, non li poterono seguire, e per questa cagione pochi ne morirono in sul campo, ma più n’annegarono, gittandosi a passare il fiume coll’armi indosso; ma tra tutti i morti in sul campo e annegati nel fiume appena aggiunsono al numero di cinquecento, che fu di così grande esercito gran maraviglia, e de’ Fiamminghi non morì alcuno di ferro, cosa quasi, incredibile a raccontare, ma così fu per la grazia di Dio, che non assentì tra loro maggiore effusione di sangue.

CAP. LXXXI. Come il conte di Fiandra ebbe Borsella.

Il duca di Brabante fuggendo co’ suoi cavalieri tedeschi entrò in Borsella, e tanta paura gli entrò nell’animo per la fede rotta a’ Fiamminghi, che non ebbe cuore di ritenersi in Borsella, ma di presente senza ordinarla a difesa o a guardia se ne partì, e andossene in Loano. Il conte, avendo vittoriosamente rotti e cacciati del campo i suoi nemici, vedendo i suoi Fiamminghi per la vittoria baldanzosi e di grande volontà a seguire innanzi, di presente in quel giorno se n’andò a Borsella. I gentili uomini e i grandi borgesi di quella villa aveano per addietro ordinato, che tutti gli artefici de’ mestieri stessono fuori della città in grandi borghi che v’erano, per novità che v’erano di loro riotte alcuna volta avvenute in pericolo della villa, e in questa rotta non gli aveano lasciati rifuggire dentro. I borghi erano grandi a maraviglia cresciuti per li mestieri, ed erano pieni e forniti d’ogni bene. Il conte avendo in fuga i suoi nemici senza contasto s’entrò ne’ borghi facendo alcuna uccisione, e comincionne ad affocare uno, e disse, che tutti gli arderebbe se la terra non facesse i suoi comandamenti. Gli artefici ch’abitavano ne’ borghi, e aveano di fuori e nella villa di loro gente, e avendo già in loro balìa l’una delle porte, dissono a’ borgesi, che non intendeano essere diserti colle loro famiglie per loro, e che se di presente non facessono i comandamenti del conte, che per forza il metterebbono nella villa. Per la qual cosa vedendosi i borgesi dentro a mal partito, elessono di concordia di volere innanzi essere all’ubbidienza del conte, che di lasciarsi prendere per forza da’ Fiamminghi e da’ loro propri cittadini, e guastare la città di sangue e di ruberia; e di presente elessono ambasciadori, e mandaronli ne’ borghi al conte, che voleano ubbidire a’ suoi comandamenti, promettendo salvarli d’uccisione e di ruberie, e così fu fatto; e di presente furono aperte le porte, ed entrovvi il conte e chi volle de’ Fiamminghi, ricevuti con grande onore da tutta la villa, e apparecchiato loro come ad amici ciò che era di bisogno, il conte ne prese la signoria dolcemente, e ordinovvi il reggimento e la guardia come a lui parve; e rinfrescata la sua gente, il terzo dì coll’empito della sua prospera fortuna si mosse da Borsella co’ suoi Fiamminghi, e andò a Villaforte, la quale come che molto fosse forte e difendevole a battaglia, sentendo che Borsella s’era renduta, e che il loro signore si fuggiva e non facea riparo, per non tentare maggiore fortuna s’arrendè a’ comandamenti del conte, il quale la ricevette benignamente. E la villa di Mellina, per cui era stato la cagione della guerra, senza attendere che l’oste v’andasse s’arrenderono al conte, e ricevettonlo per loro signore, e ordinaronsi per tutto a fare i suoi comandamenti.

CAP. LXXXII. Come il conte di Fiandra ebbe tutto Brabante a suo comandamento.

Il duca di Brabante, vilmente abbattuto per la sua corrotta fede, e poco amato perchè era Tedesco, avendo sentito come Borsella e Villaforte aveano fatto i comandamenti del conte, non si fidò in Loana nè in alcuna terra di Brabante, ma colla moglie, e colla sua famiglia, e co’ suoi arnesi s’uscì di tutta la provincia di Brabante e ridussesi in Alamagna, abbandonando così ricco e nobile paese per sua codardia. Il conte sentendo partito il duca, crebbe in ardire co’ suoi Fiamminghi, e dirizzossi verso Anversa: quelli d’Anversa feciono vista di volersi difendere: il conte non volle quivi fare sua pruova, e lasciata Anversa, se n’andò a Loano, affrettandosi prima che potessono mettere consiglio alla loro difesa. Quelli di Loano vedendosi abbandonati dal duca loro signore, e male provveduti alla subita guerra, e che l’altre buone ville di Brabante s’erano arrendute al conte, e che da lui erano bene trattati, per non ricevere il guasto nè maggiore danno s’arrenderono al conte, e con pace il misono nella città con gran festa ed onore; ed entrato in Loano, incontanente Anversa, e tutte le buone ville e castella della provincia di Brabante, si misono all’ubbidienza del conte e feciono i suoi comandamenti; e così in pochi giorni del rimanente del mese d’agosto del detto anno, dopo la sconfitta de’ Brabanzoni, fu il conte di Fiandra messer Lodovico signore a cheto di tutta la ducea di Brabante; e dato ordine a loro reggimento, e fatti uficiali in tutte le terre, e messovi quella guardia ch’a lui parve a conservagione del paese, e fornito Mellina con più sua fermezza e guardia, perchè era propria villa di suo dominio, con allegra e piena vittoria, di letizia e non di sangue, co’ suoi Fiamminghi si tornò in Fiandra, accresciuto altamente il suo onore e la fama de’ suoi Fiamminghi.

CAP. LXXXIII. Perchè si mosse guerra dagli Spagnuoli a’ Catalani.

Era in questi dì il re Petro di Castella giovane, e più pieno di dissolute volontà che d’oneste virtù, e molto era stemperato nella concupiscenza delle femmine; e dilettandosi con una sopra l’altre, non bastandogli le grandi camere e’ nobili verzieri a suo diletto, si mise a diporto con lei in mare in su un legno armato non di gran difesa; e andandosi sollazzando in alto mare, una galea armata di Catalani passava per quella marina, e vedendo il legno armato, si dirizzò a lui, e domandava di cui fosse il legno e la mercatanzia che su v’era carica: il re per isdegno non volea che risposta si facesse; per la qual cosa i Catalani più si sforzavano di volerlo sapere, e non potendone avere risposta, s’appressarono al legno, e cominciarono a saettare; e vedendo da presso che gli uomini erano Spagnuoli, senza mettersi più innanzi si partirono, e seguirono loro viaggio. Il re rimase di questo con grande sdegno; e poco appresso avvenne, che in Sibilia arrivarono galee armate di Catalani, i quali aveano guerra co’ Genovesi, e trovando nel porto alquanti mercatanti di Genova, li presono, e raddomandandoli il re di Spagna, non li vollono rendere. E questa cagione più giusta infiammò più l’animo del re per modo, che immantinente per mare e per terra cominciò a’ Catalani nuova guerra; e incontanente fece armare dodici galee, e mandò scorrendo le marine fino nel porto di Maiolica, ardendo e mettendo in fuoco quanti legni di Catalani poterono trovare per tutta la riviera di Catalogna. E in questi dì, le quindici galee bandeggiate di Genova per la presura di Tripoli, avendo per uscire di bando a guerreggiare tre mesi i Catalani, feciono in Catalogna e nell’isola di Maiolica danno assai. E ’l re di Castella per terra con gran forza di suoi cavalieri venuto alle frontiere di Catalogna improvviso a’ Catalani, fece loro d’arsioni e di prede danno grande. Per la qual cosa d’ogni parte s’apparecchiò grande sforzo di gente d’arme, e catuno richiese gli amici per conducersi a battaglia, come seguendo appresso nel suo tempo racconteremo.

CAP. LXXXIV. Di gran tremuoti furono in Ispagna.

In questo anno 1356 all’uscita del mese di settembre, e alquanti dì all’entrata d’ottobre, furono in Ispagna grandissimi terremuoti, i quali lasciarono in Cordova e in Sibilia grandi e gravi ruine di molti dificii in quelle due grandi città, e nelle loro circustanze, nelle quali perirono uomini, e femmine, e fanciulli in grandissimo numero, facendo sepoltura delle loro case. E questi medesimi tremuoti feciono nella Magna grandi fracassi, che quasi tutta Basola, e un’altra città feciono rovinare con grande mortalità de’ loro abitanti. In Toscana in questi medesimi dì si sentirono, ma piccoli e senza alcuno danno.