LIBRO SETTIMO
CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
Chi potrebbe con intera mente nel futuro ricordare i falli, e gli orribili peccati che si commettono per la sfrenata licenza de’ principi e de’ signori mondani (lasciando le minori e le mezzane cose che per loro spesso senza giustizia si fanno) se la brevità del tempo dell’umana vita non togliesse l’esperienza, che per giustizia si dimostra nel mondo? Si maravigliano eziandio i savi quando avvenire veggono traboccamenti di potentissimi re e d’altri grandi signori, de’ quali avendo memoria de’ commessi mali non ammendati per tempo conceduto dalla divina grazia, ma piuttosto aggravati da que’ medesimi signori e da’ loro successori per disordinata presunzione, non recherebbono a maraviglia quello ch’avviene, ma a misericordievole gastigamento dalla divina mansuetudine e giustizia, che per non perdere l’anime eternalmente, temporalmente percuote e flagella, acciocchè per le loro rovine, e pe’ loro trabocchevoli casi si riconoscano, e correggano e ammendino. E apparecchiandosi al nostro trattato il cominciamento del settimo libro, alcuna particella di quello torneremo addietro, per dimostrare esempio delle cose qui narrate, per la successione che seguita a raccontare del grave caso occorso al re Filippo di Francia e al suo reame, e appresso al re Giovanni suo figliuolo.
CAP. II. Come il re di Francia prese la croce per fare il passaggio.
Non è nascoso in antica memoria a’ viventi del nostro tempo, che per l’operazioni inique e crudeli, nate da invidia e da somma avarizia de’ reali di Francia dello stocco anticato nella successione reale, onde fu il re Filippo dinominato il Bello, coll’aggiunta della sfrenata libidine delle loro donne, che a Dio piacque di porre termine a quello lignaggio. Rimasene sola la reina d’Inghilterra madre del valoroso re Adoardo di quell’isola, per la cui successione il detto re d’Inghilterra fece la guerra co’ Franceschi, come per lo nostro anticessore nella sua cronica, e appresso per noi in questa è in gran parte raccontato. Essendo venuti meno tutti i reali, messer Filippo, figliuolo che fu di messer Carlo di Valois detto Carlo Senza terra, prese la signoria, e fecesi coronare re di Francia. E trovandosi re di così grande ricco e potentissimo reame, e senza alcuna guerra, e trovandosi in grande amore del sommo pontefice e de’ cardinali di santa Chiesa, il detto re Filippo, simulando singulare affezione di volere imprendere e fare il santo passaggio d’oltremare per acquistare la terra santa, di suo movimento prese con molti baroni di suo reame la croce in pubblico parlamento, e sommosse a pigliarla altri re, prenzi, duchi e baroni, conti e gran signori, e per esempio di loro molti altri fedeli cristiani presono la croce con animo di seguire il detto re; e per tutta la cristianità, ed eziandio tra’ saracini, si divolgò la novella di questo passaggio; e dando vista il detto re di grande apparecchiamento, avvenne, che negli anni 1334 il detto re di Francia mandò a corte di Roma a Avignone per suoi ambasciadori l’arcivescovo di Ruen con altri grandi baroni a papa Giovanni di Caorsa vigesimosecondo e a’ suoi cardinali, il quale arcivescovo fu poi papa Clemente sesto, e in pubblico concestoro avendo fatto l’arcivescovo predetto un bello e alto sermone sopra la materia del santo passaggio, e confortato il sommo pontefice, e’ prelati di santa Chiesa, e tutto il popolo cristiano che si manifestassono a dare consiglio e aiuto al serenissimo re di Francia, il quale si movea per zelo della fede di Cristo a così alta impresa, per seguire e fare e per accrescere la sicurtà a’ fedeli cristiani, giurò nell’udienza di tutti nella maestà divina, al santo padre, e alla Chiesa di Roma, e a tutta la cristianità, nell’anima del detto re di Francia, che l’agosto prossimamente seguente, gli anni 1335, e’ sarebbe uscito fuori del suo reame in via colla sua potenza, e con gli altri principi del suo reame crociati per andare oltremare al santo passaggio; e per questo impetrò da santa Chiesa le decime del suo reame per molti anni, e altre promissioni del tesoro di santa Chiesa, e quante altre cose domandò per parte del detto re al papa di tutte ebbe da lui piena grazia; e io scrittore, fui presente nel detto consistoro, e udii fare il saramento, come detto a verno.
CAP. III. Le parole disse frate Andrea d’Antiochia al re di Francia.
Essendo divolgata la novella di questo passaggio in Egitto e in Soria, i cristiani del paese che sono sottoposti al giogo de’ saracini, ed eziandio i viandanti mercatanti ch’allora erano in quelli paesi, ricevettono gravi oppressioni e diversi tormenti, e molti ne furono morti da’ signori saracini, e tolto il loro avere sotto false cagioni d’essere trattatori del passaggio; per la qual cosa un valente religioso italiano, il quale era chiamato frate Andrea d’Antiochia, in fervore del suo animo dolendosi dell’ingiuria che riceveano gl’innocenti cristiani, si mosse di Soria e venne a corte di Roma a Avignone; e là giunse, quando il re Filippo di Francia era tornato di pellegrinaggio da Marsilia a Avignone, passato di lungo il termine della sua promessa, e non essendo di ciò nè dal papa nè da’ cardinali ripreso; e già avea presa la licenza dal santo padre, e avea valicato il Rodano, e desinato nel nobile ostiere di sant’Andrea, il quale avea fatto edificare messer Napoleone degli Orsini di Roma a fine di ricevervi il re di Francia e gli altri reali, il re era già montato a cavallo per prendere suo cammino verso Parigi, il valoroso frate Andrea, avendo accattato dagli scudieri de’ cardinali che l’atassono conducere al freno del cavallo del re, com’egli uscì dell’ostiere così li fu condotto al freno. Il religioso avea la barba lunga e canuta, e parea di santo aspetto, e per la reverenza di lui il re si sostenne, e frate Andrea disse: Se’ tu quello Filippo re di Francia, c’hai promesso a Dio e a santa Chiesa d’andare colla tua potenza a trarre delle mani de’ perfidi saracini la terra, dove Cristo nostro salvatore volle spandere il suo immaculato sangue per la nostra redenzione? Il re rispuose di sì; allora il venerabile religioso gli disse: Se tu questo hai mosso, e intendi di seguitare con pura intenzione e fede, io prego quel Cristo benedetto che per noi volle in quella terra santa ricevere passione, che dirizzi i tuoi andamenti al fine di piena vittoria, e intera prosperità di te e del tuo esercito, e che ti presti in tutte le cose il suo aiuto e la sua benedizione, e t’accresca ne’ beni spirituali e temporali colla sua grazia, sicchè tu sii colui, che colla tua vittoria levi l’obbrobrio del popolo cristiano, e abbatti l’errore dell’iniquo e perfido Maometto, e purghi e mondi il venerabile luogo di tutte l’abominazioni degl’infedeli, in tua per Cristo sempiterna gloria. Ma se tu questo hai cominciato e pubblicato, la qual cosa resulta in grave tormento e morte de’ cristiani che in quel paese conversano, e non hai l’animo perfetto con Dio a questa impresa seguitare, e la santa Chiesa cattolica da te è ingannata, sopra te e sopra la tua casa, e i tuoi discendenti e ’l tuo reame venga l’ira della divina indegnazione, e dimostri contro a te e’ tuoi successori, e in evidenza de’ cristiani, il flagello della divina giustizia, e contro a te gridi a Dio il sangue degl’innocenti cristiani, già sparto perla boce di questo passaggio. Il re turbato nell’animo di questa maladizione disse al religioso: Venite appresso di noi; e frate Andrea rispose: Se voi andaste verso la terra di promissione in levante, io v’anderei davanti; ma perchè vostro viaggio è in ponente, vi lascerò andare, e io tornerò a fare penitenza de’ miei peccati in quella terra, che voi avete promesso a Dio di trarre delle mani de’ cani saracini.
CAP. IV. Molte laide cose fece il re di Francia.
Da questo tempo innanzi cominciarono le commozioni del re d’Inghilterra già narrate per lo nostro antecessore; e prima il detto re di Francia vedendo sommuovere gl’Inghilesi contro a sè, con grande armata si mise in arme contro a loro, e di trentadue migliaia d’uomini che reggeano il suo navilio, perduto il navilio, ventotto migliaia d’uomini di sua gente furono morti dagl’Inghilesi. E poi appresso venuto il re d’Inghilterra in Francia con piccolo numero di gente, rispetto della moltitudine de’ cavalieri e di sergenti ch’avea seco il re di Francia a seguitarlo, fu sconfitto, come narrato abbiamo addietro; e campata la sua persona con pochi per grazia della notte, e tornato a Parigi, avendosi veduto nel giudicio di Dio, non ricorse alla virtù dell’umiltà, ma aggiugnendo male a male, per avere moneta assai, in cui era la sua fidanza, licenziò e sicurò tutti gli usurai del suo reame, dando loro licenza di prestare pubblicamente, pagando alla corte cinque per cento di quello che catuno era tassato dagli uficiali del re ogni anno. E aggiugnendo alla sua avarizia, fece battere nuova moneta d’oro e d’argento per tutto suo reame di molto meno valuta che quella che prima correa, e subitamente la fece correre per buona, e la buona fece disfare, in gran danno e confusione de’ suoi baroni, e di tutti i paesani e de’ mercatanti ch’aveano a ricevere mercatanzie nel suo reame; e dopo questo, con ordine dato a’ suoi ministri, per tutto il reame in una notte fece prendere in persona e arrestare l’avere a tutti gli usurieri del reame; e aggiugnendo male a male, fece gridare per tutto, che chi avesse accattato sopra pegno l’andasse a riscuotere per lo capitale, stando del capitale al suo saramento, e così dell’accattato a carta; per la qual cosa coloro ch’aveano accattato, per la larga licenza, vinti da avarizia, si spergiurarono, e pochi furono secondo la fama che stessono in fede; e tutto ciò che pagavano di capitale s’appropriò alla corte, che fu grandissimo tesoro, in disertagione di molte famiglie, ch’ogni cosa s’appropriò alla corte, dicendo, ch’aveano forfatto di aver messi più danari a usura che non doveano. Appresso, dopo la sua affrettata morte per disordinata lussuria, essendo di tempo, e dilettandosi nella sua giovane e bella donna, seguitarono più gravi persecuzioni di guerra nel suo reame, in fine il re Giovanni suo figliuolo e uno de’ suoi figliuoli furono presi nella grande battaglia ch’appresso racconteremo; conchiudendo, che come a inganno fu presa la croce, e promesso il santo passaggio per lo re di Francia, così nel suo reame fu passato per divino giudicio da’ suoi nemici, e com’egli volle arricchire il suo reame indebitamente de’ beni di santa Chiesa, e degli altri stranieri mercatanti e usurieri del suo reame, così per giusta retribuzione impoverì il re, e il reame consumato da’ soldi e dalle prede; e volendosi per ambizione esaltare sopra gli altri signori della cristianità, veduti furono entrare in servaggio di prigione, vinti maravigliosamente da più impotenti di loro, secondo la forza e ’l numero della gente.
CAP. V. Come il re di Francia uscì di Parigi con suo sforzo, e andò in Normandia.
Seguita, tornando a nostra materia, che ’l re di Francia vedendo assalire il suo reame ora dal conte di Lancastro con quelli di Navarra, ora dal duca di Guales coll’aiuto de’ Guasconi, e che per soperchia baldanza aveano preso sopra lui e sopra la gente francesca; vedendo al presente il conte di Lancastro e messer Filippo di Navarra ridotti in Normandia a Bertoglio, come poco innanzi abbiamo narrato, si propose in animo di perseguitarli, e di tutto il reame raunò a Parigi i suoi baroni e tutto il fiore della sua cavalleria, ed eziandio i ricchi borgesi di Parigi e dell’altre buone ville, i quali tutti si sforzarono di comparire bene in arme per accompagnare la persona del re; il quale era già ito in Normandia, e fatto fuggire di notte il conte di Lancastro e messer Filippo di Navarra ch’erano in Normandia a Bertoglio, e il re, come detto è poco addietro, avea vinto il castello, e cacciati i nemici del paese. E stando in Normandia, i baroni, e’ cavalieri e’ borgesi del reame che smossi erano traevano d’ogni parte a lui, e all’entrata del mese di settembre si trovò più di quindicimila armadure di ferro ben montati e bene acconci a’ servigi del re, e con esso gran novero di sergenti in arme. E vedendosi aver vinto il castello, e avviliti i nemici, e cresciuta la sua forza, prese speranza di cacciare gl’Inghilesi al tutto del suo reame innanzi che ritornasse a Parigi. E con tutta questa cavalleria stava alle frontiere de’ suoi nemici per non lasciarli scorrere per tutte le sue terre al modo usato, e per prendere sopra loro suo vantaggio, stando apparecchiato alla fronte de’ suoi avversari.
CAP. VI. Quello faceva il prenze di Guales.
Il valente duca di Cornovaglia prenze di Guales, primogenito del re d’Inghilterra, il quale avea in sua parte per guereggiare tremila buoni cavalieri bene montati, tra Inghilesi e Guasconi, e da duemila arceri inghilesi a cavallo, e altri masnadieri a piè da quattromila tra con archi e altre armadure, tutti bene capitanati; avendo sentito che ’l conte di Lancastro colla sua parte di gente d’arme avea cavalcata la Normandia ed entrato nel reame presso a Parigi a sedici leghe, parendogli avere vergogna se non facesse dalla sua parte, si mosse di Guascogna e vennesene in Berrì, ardendo e divorando con ferro e con fuoco ciò che innanzi gli si parava. E già avea fatta smisurata preda, perocchè assai ville di cinquecento e di mille fuocora, e di più e di meno, avea vinte, e rubate e arse senza trovare contasto; seguitando appresso avea costeggiato il fiume dell’Era infino ad Orliens, e fattole intorno grave danno, passò a Pettieri; e trovandosi presso alla grande oste del re di Francia, fu costretto di fermarsi ivi tra le due fiumora coll’oste e colla preda che raccolta avea, che di quel luogo, avendo di presso la gente del re di Francia ch’andava contro a lui, a salvamento non si potea partire nè con suo onore.
CAP. VII. Come il re di Francia pose il campo presso al prenze.
Il re Giovanni di Francia, ch’era presso colla sua grande oste, e baldanzoso per lo duca di Lancastro che l’avea fuggito, e per la vittoria del castello, sentendo il duca ristretto tra le due fiumare, che l’una tramezzava a volere andare a lui, di presente si mosse con tutta la sua gente e appressossi a’ nemici, e pose il campo suo di costa a Berrì, e’ nemici erano dall’altra parte, la fiumara in mezzo, e’ ponti erano i più rotti, e alcuno ve n’avea rimaso in guardia de’ Franceschi: il duca non potea passare innanzi a prendere suo vantaggio di terreno, e ’l tornare addietro di lungo viaggio, per lo stretto de’ loro nemici, e avendo chi gli perseguitasse, non se ne potea pensare alcuna salute, e però la necessità gli accrescea in quel luogo l’ardire. Il coraggioso duca di Guales vedendosi a questo stretto partito, non dimostrò a’ suoi segno d’alcuna paura nè viltà, ma francamente provvide il suo campo, e mostrossi a tutta sua gente, confortandoli che non dovessono temere di quella gente cui eglino tante volte avevano fatta ricredente, e ammaestrandoli di buona e sollecita guardia il dì e la notte, dicendo, come tosto avrebbono in loro aiuto il valente conte di Lancastro con tutta la sua gran forza. Gl’Inghilesi e’ Guasconi presono gran conforto della valentria e buona voglia del loro signore, e intesono a fortificare loro campo, e a fare buona e sollecita guardia il dì e la notte. E questo fu a dì 17 di settembre anno detto.
CAP. VIII. Due conti del re di Francia rimasono presi da un aguato.
Saputo che ’l re ebbe la condizione de’ suoi nemici, e come il loro campo stava, segretamente con alquanti de’ più confidenti baroni prese consiglio di valicare alla mezza notte, venendo il sabato, per un ponte della riviera, che gli dava più certo il cammino ad aggiugnersi co’ nemici, e più atto il cammino alla gran gente che l’avea a seguitare. Il duca di Guales, o che sapesse il segreto del re, o che per avviso di guerra avesse che così dovesse seguire, la notte medesima venne con sua gente eletta, e misesi in un bosco presso al cammino che ’l re dovea fare, e veniagli fatto d’avere il re con buona parte della sua compagnia per lo presto avviso. Il re si mosse con duemila cavalieri, e con quelli baroni a cui s’era manifestato: e appressandosi al passo del bosco, mandò innanzi dieci cavalieri sperti e bene montati a provvedere se aguato vi fosse. I detti cavalieri scopersono il guato, e di presente ritornarono al re, il quale conoscendo il pericolo prese una volta, e dilungossi da quel passo, e girò verso Pittieri, e valicò a salvamento con tutta sua cavalleria: ma addietro non mandò all’altra sua gente che ’l seguiva ad avvisarli di quello aguato, onde avvenne, che seguitandolo il conte d’Alzurro, e quello di Clugnì con altri baroni e cavalieri, avendo sentita la sua subita partita, non però con tutta l’oste, ma colle loro masnade facendo la via che dovea fare il re del bosco, credendo che per quella fosse andato, gl’Inghilesi maestri di baratti avendo mandati cavalieri de’ loro a ingegno che tornassono la notte per quel cammino, e dimostrandosi essere de’ Franceschi che seguissono il re, come se per quel cammino fosse passato, e scorgendo i conti questi cavalieri, e facendoli domandare, risposono in Francesco che seguivano monsignor lo re, e però con più sicurtà si misono a cammino; ed entrati nell’aguato senza ordine, essendo d’ogni parte assaliti, non v’ebbe resistenza altro che del fuggire e del campare chi potea; il conte d’Alzurro valente barone, e quello di Clugnì rimasono presi con quattrocento compagni di buona gente, e menati prigioni nel campo, il duca e tutta la sua oste ne presono assai conforto: e questo fu il sabato a dì 17 di settembre del detto anno.
CAP. IX. Puose il re di Francia il campo suo presso agl’Inghilesi.
Valicato il re di Francia con duemila cavalieri a Pettieri, e scoperto l’aguato degl’Inghilesi, come detto abbiamo, di presente tutta l’altra oste de’ Franceschi seguirono il loro re per lo sicuro cammino, e giunti a lui, si trovarono più di quattordicimila cavalieri e molti sergenti, e non v’era però tutta la sua forza, che al continovo vi crescea gente a cavallo e a piè, sperando avere degl’Inghilesi buon mercato; e misonsi a campo presso al campo del duca a meno di due leghe parigine, in parte che gl’Inghilesi non si poteano allargare; ed erano per venire in pochi dì in gran soffratta di vittuaglia, e ancora erano condotti in parte, che ’l conte di Lancastro non li potea venire a soccorrere per lo campo preso per i Franceschi, avvegnachè troppo era di lungi a quel paese; per la qual cosa al re di Francia pareva avere la vittoria in mano, e così era per ragione di guerra, ove fortuna e mala provvedenza non avesse mutata la condizione del fatto, come seguendo immantinente racconteremo.
CAP. X. I legati cercarono accordo tra’ due signori.
Come addietro avemo narrato, in questa guerra la Chiesa di Roma continovo tenea suoi legati che trattassono la concordia e la pace tra’ due re, e al presente era nella compagnia del re il cardinale di Bologna suo confidente, e il cardinale di Pelagorga confidente del duca e degl’Inghilesi, i quali continovo cercavano di recarli a pace; e vedendo la cosa a questo stremo condotta e ultimo partito, acciocchè tra questi due signori de’ maggiori della cristianità non si venisse a mortale battaglia, di concordia furono con lo re di Francia, mostrandoli quanto erano vari e non sicuri gli uscimenti delle battaglie, pregandolo, che dove con suo onore potesse venire a buona pace, non volesse ricercare per vantaggio ch’avere li paresse il dubbioso fine delle battaglie. Il re diede udienza al savio consiglio; e però incontanente il cardinale di Pelagorga cavalcò al duca nel suo campo; e ricevuto da lui graziosamente, con savie parole gli mostrò il pericolo dov’era egli e tutta la sua oste, e ricordogli le grandi ingiurie per lo suo padre, e per lo suo zio, e per lui fatte alla corona di Francia, e conchiudendo disse, che acciocchè Dio non giudicasse la sua causa per disordinata presunzione e superbia in cotanto pericolo quanto egli era di sè e di tutta la sua gente, ch’e’ volea ch’e’ si dichinasse a volere restituire e rendere al re di Francia il suo onore e le terre ch’avea occupate delle sue, e l’ammenda del danno che fatto gli avea nel suo reame, acciocchè buona e ferma pace si fermasse tra loro. Il giovane duca, conoscendo il forte caso dove la fortuna l’avea condotto, e avendo reverenza a santa Chiesa, avvegnaché ’l suo animo fosse fermo e sicuro di grande sdegno, acconsentì innanzi di pigliare concordia, che tentare la pericolosa parte della battaglia; e data speranza al legato, il fece ritornare al re di Francia, per ordinare i patti e le convenenze della concordia.
CAP. XI. I patti che si trattarono e quasi conchiusono.
Tornato il cardinale al re di Francia, il re fece raunare il suo consiglio, per fare assentire a tutte l’offerte che ’l cardinale avea portate al re da parte del duca per avere buona pace; e l’offerta era, ch’e’ volea restituire al re di Francia tutte le terre prese per gl’Inghilesi e’ Guasconi nel suo reame ne’ tre anni prossimi passati, e che renderebbe liberi tutti i prigioni, e che per ammenda de’ danni fatti darebbe al re di Francia dugento migliaia di nobili, che valeano cinquecento migliaia di fiorini d’oro; e domandava per fermezza di buona pace per moglie la figliuola del re di Francia, quando a lui piacesse, e per dote la duchea d’Anghiemem facendosi suo uomo, e a questo non si fermava oltre alla volontà del detto re; e in preghiera domandava, che ’l re di Navarra fosse lasciato e restituito nel suo reame. A queste cose il re e il consiglio s’acconciavano assai bene, e conosceano senza pericolo il loro vantaggio. È vero che queste cose non si poteano fermare senza la volontà del re Adoardo d’Inghilterra suo padre, ma il duca impromettea in termine di pochi dì fargliele attenere e confermare; e andato e rivenuto più volte il cardinali per recare a fine di buona pace questo trattato, e avendo ogni libertà dal duca che domandare si seppe, e che per lui si potea fare, avendo che la concordia fosse fatta, ritornò al re di Francia; ma la cosa ebbe tutto altro fine che non si sperava, come incontanente racconteremo.
CAP. XII. Come il vescovo di Celona sturbò la pace.
Essendo venuto con pieno mandato il cardinale al re di Francia, il re avendo veduto per esperienza i pericoli della battaglia, e parendogli venire a convenevole ammenda dell’ingiuria ricevuta, si disponea alla pace, e per darle compimento, fece raunare i baroni e ’l suo consiglio: tra gli altri quegli in cui il consiglio del re più si posava per piena confidanza era il vescovo di Celona; costui udite le convenenze e’ patti della pace raccontati per lo cardinale di Pelagorga, e come il re d’Inghilterra gli avea infra certi giorni a confermare, stigato dal peccato non purgato nè ammendato da’ Franceschi si levò in parlamento, e molto arditamente disse al re di Francia: Sire, se io mi ricordo bene, il re d’Inghilterra e ’l duca ch’è qui presso suo figliuolo, e ’l conte di Lancastro suo cugino, v’hanno fatto lungamente grande onta e sconvenevole oltraggio a tutto vostro reame per molte riprese, sconfiggendo in campo vostro padre con perdita di re, e di gran baroni, e in mare hanno tagliate le vostre forze, e arso e dipopolato il vostro reame in diverse parti; ditemi sire, che vendetta v’avete voi fatta, che senza vostra onta, e di tutto vostro reame, questa pace si faccia? Avendo voi qui il vostro corporale nemico, con gran parte de’ baroni e de’ cavalieri inghilesi e guasconi c’hanno contra voi e contro al vostro reame fatti tutti i grandi mali, e oltre a quelli ch’io v’ho contati, e ora gli ha Iddio ridotti e rinchiusi nelle vostre mani per modo, ch’addietro non possono tornare, nè a destra nè a sinistra si possono allargare. Da vivere hanno poco, e soccorso non attendono: voi siete signore di fare altamente la vostra vendetta, e veggovi trattare di lasciarli andare; ed eziandio per non certa fede o fermezza delle loro promesse, ma piene d’aguati e d’inganni, come è loro antica usanza, che sotto i patti di fare confermare la pace al re, intende di subito avere il suo soccorso e quello del conte di Lancastro, ch’è apparecchiato con grande oste, come tutti quanti sapete; e se questo avviene, chi v’accerta che la vostra vittoria non possa tornare in mano de’ vostri nemici, con vituperoso inganno della vostra reale maestà? E però consiglio, che a’ vinti non si dia più dilazione, e che la vendetta delle vostre ricevute offese e la piena vittoria, che Iddio v’ha apparecchiata, non vi scampi per tardamento de’ vostri trattati e de’ vostri consigli. Le parole dell’ardito prelato feciono cambiare la volontà del re e di tutti i baroni del consiglio, e catuno s’inanimò alla battaglia, e al cardinale fu risposto precisamente che più non si travagliasse della concordia; e deliberato fu di strignere il duca alla battaglia la mattina vegnente, e questo consiglio fu preso domenica a dì 18 di settembre anno detto; operando fortuna, per lo franco consiglio di quel prelato, la materia dell’occulto giudicio di Dio contro al detto re di Francia.
CAP. XIII. Diceria che fece il prenze di Guales a’ suoi.
Il cardinale di Pelagorga avuta la risposta dal re di Francia e dal suo consiglio contradia al suo trattato e alla sua opinione, avendo singulare affezione al giovane duca, in cui avea trovato molta liberalità, parendogli sconvenevole se colla sua bocca non gli rispondesse, il dì medesimo valicò nel suo campo: ed essendo innanzi al duca ch’attendea la fermezza della pace, il cardinale gli disse: Sire, io ho assai travagliato per poterti recare pace, ma non ho potuto per alcuna maniera; e però a te conviene procacciare d’essere valente prenze, e pensare alla tua difesa colla spada in mano, perocchè alla battaglia ti conviene venire co’ Franceschi, rimossa ogni altra speranza d’accordo o di pace. Udendo questa parola il magnanimo duca, non perdè in atto o in segno sua virtù, anzi disse: Voi ci potete essere testimonio, che dalla nostra parte non è mancata la concordia alla quale con pura fede ci recavamo; ora che da’ nostri avversari manca, prendiamo fidanza che Iddio sia dalla nostra parte. E dato con reverenza congio al cardinale, di presente ebbe i suoi baroni e’ suoi capitani de’ cavalieri e degli arcieri inghilesi e guasconi, e manifestò loro l’intenzione del re di Francia e del suo consiglio, e come al mattino attendessono la battaglia, con franche e signorili parole dicendo, come Iddio e la ragione era dalla loro parte, e che però catuno prendesse cuore e ardire, e inanimasse sè e’ suoi a ben fare; e ricordassonsi come i Franceschi vinti e sconfitti più volte da loro, non avrebbono cuore di sostenere la battaglia. E oltre a ciò disse: Signori e compagni, non dimenticate il luogo ove fortuna ci ha inchiusi, nel quale se noi vogliamo stare alla difesa, avendo la forza de’ nemici nostri a petto, in breve ci manca la vittuaglia, e di niuna parte ci può venire, perchè noi e’ nostri cavalli verremo meno di fame, e saremo vilissima preda a’ nostri nemici. E nel partire non si vede salvamento, avendo al fuggire lungo il cammino per le terre de’ nostri nemici d’ogni parte, e così gran forza qui, e de’ nemici alle spalle, anzi possiamo essere molto certi, che dando loro le reni, ci faranno morire a gran tormento; e però niuna speranza di salute rimane dalla nostra parte, se non di combattere francamente, e procurare colla virtù dell’indurata fortezza delle nostre braccia abbattere la delicata e apparente pompa de’ nostri avversari; e quanto la loro potenza e numero di cavalieri e di sergenti è maggiore, tanto conviene in noi più accendere l’animo a dimostrare nostra virtù: e se fortuna ci pur volesse abbattere, facciamo sì ch’a’ nostri nemici rimanga dolorosa vittoria, e a noi eterno nome di valorosa cavalleria. E confortata e inanimata la sua gente, comandò ch’al mattino tutta la preda loro delle cose grosse fosse recata nel campo, e messa fuori tra loro e’ nemici, e fattone tre monti, e che la notte stessono in buona guardia, e confortassono loro e’ loro cavalli, sicchè al mattino si trovassono forti e acconci alla battaglia;
CAP. XIV. Come i Franceschi s’apparecchiarono alla battaglia.
Avendo il re di Francia preso per partito nel consiglio di combattere la mattina vegnente, fece il dì raunare tutti i suoi baroni e’ capitani della sua cavalleria e dei sergenti, e con allegra faccia manifestò loro il consiglio di combattere la mattina vegnente gl’Inghilesi e’ Guasconi, i quali erano pochi alla loro comparazione, i quali tutti si mostrarono allegri, stimando che non li dovessono attendere conoscendo il soperchio, e che si dovessono fuggire come fatto avea poco innanzi il conte di Lancastro. E diedono ordine alle loro schiere, e la gente che in catuna dovesse essere, e quale andasse prima ad assalire i nemici e quale appresso, e chi fosse nella schiera grossa del re. E avvisato catuno capitano della sua gente e di quello ch’al mattino avea a fare, tutti intesono per quello resto della giornata a provvedere le loro armi e’ loro cavalli, per essere presti la mattina innanzi il giorno alla battaglia.
CAP. XV. Le schiere e gli ordini de’ Franceschi.
Venuto il lunedì mattina, il maliscalco di Dina, a cui toccava il primo assalto, fece per tempo la sua schiera co’ cavalieri di Spagna e d’altri circustanti a quella lingua, ch’erano venuti e condotti al servigio del re, e a questa schiera vi s’aggiunsono masnadieri italiani e spagnuoli, sperti delle battaglie, e buoni assalitori. A costoro fu commesso d’assalire prima i nemici, ed essendo apparecchiati in sul campo, e le spianate fatte, appresso a lui fu fatta la schiera del conestabile di Francia, ch’era il duca d’Atene, e in sua schiera ebbe molti valenti baccellieri di Francia, provenzali e normandi, e questa schiera dovea percuotere appresso i feditori. Dopo questa il Dalfino di Vienna figliuolo primogenito del re di Francia, e ’l duca d’Orliens fratello del re, furono fatti conduttori della terza schiera, ove aveano più di cinquemila cavalieri franceschi e del reame, e questa dovea fedire appresso al duca d’Atene. La quarta e ultima schiera era quella del re di Francia, nella quale avea più di seimila cavalieri con molti grandi baroni, e questa era per fermezza e riscossa di tutte l’altre. Avendo i Franceschi così fornite e ordinate le loro schiere: essendo lungo spazio di terreno tra loro e’ nemici, innanzi che s’aggiungano alla battaglia, ci conviene narrare l’ordine che prese il duca di Guales nella sua gente.
CAP. XVI. L’ordine degl’Inghilesi con le loro schiere.
Avendo il duca di Guales fatto, come detto è, raunare fuori del campo innanzi al suo carreggio, verso la frontiera de’ Franceschi per buono spazio, in tre monti tutto il grosso della loro preda, vi fece aggiugnere legname la mattina innanzi dì e mettervi entro fuoco, acciocchè l’avarizia della preda non impedisse l’animo a’ suoi, e non fosse speranza agli avversari di racquistarla. E fatti i fuochi grandi tra loro e’ nemici, i fummi occuparono la pianura a modo d’una grossa nebbia, sicchè i Franceschi non poteano scorgere quello che gl’Inghilesi si dovessono fare. E in questo tempo il duca e ’l suo consiglio feciono due parti de’ loro arcieri, che n’aveano intorno di tremila, e nascosonli in boschi e in vigne, a destra e a sinistra inverso dove i Franceschi potessono venire per assalirli, sicchè al bisogno d’ogni parte potessono ferire la gente di Francia e’ loro cavalli colle saette; e ordinarono fuori del loro campo innanzi al carreggio una schiera, che sostenesse il primo assalto, e ’l duca con tutta l’altra cavalleria in un fiotto erano armati, e schierati nel campo dentro al loro carreggio, per provvedere il portamento de’ loro nemici. E in questo modo fu apparecchiata l’una e l’altra oste di venire alla battaglia.
CAP. XVII. La battaglia tra il re di Francia, e il prenze di Guales.
Il maliscalco di Dina colla sua schiera de’ feditori, come poco avveduto e assai baldanzoso, vedendo i fuochi che gl’Inghilesi facevano, pensò che ardessono il campo, e che per paura se ne fuggissono, e per questa folle burbanza, non attendendo d’avere appresso la seconda e terza schiera, levato un grido, se ne vanno con matto ardimento, e avacciarono il loro assalto, e dilungaronsi subitamente tanto dall’altre schiere, che per lo lungo terreno non poterono essere veduti da loro, e con grande ardire si misono ad assalire la schiera degl’Inghilesi, ch’era di fuori del carreggio, e fedironli per tal virtù, che li feciono rinculare a dietro, e perdere assai terreno. Il duca e’ suoi, che conobbono la mala condotta che aveano fatta gli Spagnuoli, e che non aveano la riscossa appresso, mandarono per costa millecinquecento cavalieri de’ loro, e inchiusonli, combattendoli dinanzi e di dietro, e sbarattaronli, facendone grande uccisione in poca d’ora. Seguendo appresso l’altra più grossa schiera del duca d’Atene conestabile di Francia, gli arcieri ch’erano riposti uscirono d’ogni parte per costa a saettare a questa schiera, e sollecitando le loro saette, molti uomini e cavalli fedirono e assai n’uccisono; e ’l duca di Guales, vedendo questa schiera già impedita e magagnata dagli arcieri, uscì loro addosso colla baldanza della prima vittoria, e dopo non grande resistenza furano tutti morti e presi, innanzi che ’l re ne sapesse la novella. Il Delfino di Vienna, e ’l duca d’Orliens, che aveano più di cinquemila cavalieri, e il re appresso con seimila in sua compagnia, avendo sentita la rotta delle due prime schiere, come vilissimi e codardi, avendo ancora due tanti e più di cavalieri e di baroni freschi e ben montati, ed essendo i nemici stanchi per le due battaglie, tanta paura entro ne loro animi rimessi e vili, che potendo ricoverare la battaglia, non ebbono cuore di fedire a’ nemici, nè vergogna d’abbandonare il re, ch’era presso di loro sul campo, nè l’altra baronia di Francia, e senza ritornarsi a dietro a far testa col re insieme, e senza essere cacciati, si fuggirono del campo, e andaronsene verso Parigi, abbandonando il padre e’ fratelli nel pericolo della grave battaglia; degni non di titoli d’onore, ma di gravi pene, se giustizia avesse forza in loro.
CAP. XVIII. La sconfitta del re di Francia e sua gente.
Avendo il valoroso duca di Guales già sbarattate le due prime schiere de’ nemici, e veduto che la terza schiera, ov’era il figliuolo e ’l fratello del re con cinquemila cavalieri, per paura s’erano fuggiti senza dare o ricevere colpo, prese speranza dell’incredibile vittoria, e con molta baldanza tutti in uno drappello fatto s’addirizzarono ad andare a combattere la grossa schiera del re. Il quale re, avendosi messe innanzi l’altre schiere, si pensò, per ritenere più ferma la baronia, di scendere a piè, e così fece. E vedendosi venire addosso gl’Inghilesi e’ Guasconi con gran baldanza, e avendo saputa la fuga del figliuolo e del fratello non invilì, ma virtuosamente confortando i suoi baroni che gli erano di presso, si fece innanzi a’ nemici per riceverli alla battaglia coraggiosamente. Il duca co’ suoi franchi cavalieri, e sperti in arme a quel tempo più ch’e’ Franceschi, e cresciuti nella speranza della vittoria, si fedirono aspramente nella schiera del re. Quivi erano di valorosi baroni e di pro’ cavalieri; e sentendovi la persona del re, faceano forte e aspra resistenza, e mantennono francamente lo stormo, abbattendo, tagliando e uccidendo di loro nemici; ma perocchè fortuna favoreggiava gl’Inghilesi, molti Franceschi come poteano ricoverare a cavallo si fuggivano, senz’essere perseguitati; che la gente del duca non si snodava, e la schiera del re al continovo mancava; e ’l re medesimo, conoscendo già la vittoria in mano de’ suoi nemici, non volendo per viltà di fuga vituperare la corona, fieramente s’addurò alla battaglia, facendo grandi cose d’arme di sua persona; ma sentendosi allato messer Gianni suo piccolo figliuolo, comandò che fosse menato via e tratto della battaglia; il quale per comandamento del re essendo montato a cavallo con alquanti in sua compagnia, e partito un pezzo, il fanciullo ebbe tanta onta di lasciare il padre nella battaglia che ritornò a lui, e non potendo adoperare l’arme, considerava i pericoli del padre, e spesso gridava: Padre, guardatevi a destra, o a sinistra o d’altra parte, come vedea gli assalitori; ed essendo appresso del re messer Ruberto di Durazzo della casa reale di Puglia, ch’avea aoperate sue virtù come paladino, e lungamente con altri baroni difesa la battaglia, e morti e magagnati assai di quelli ch’a loro si strigneano, in fine abbattuti e morti intorno al re, il re fu intorniato dagl’Inghilesi e da’ Guasconi, e domandato fu che si dovesse arrendere; ed egli vedendosi intorneato de’ suoi baroni e nimici morti e de’ nemici vivi, e fuori d’ogni speranza di potere più sostenere la battaglia, s’arrendè per sua voce a’ Guasconi, e lasciò l’arme sotto la loro guardia: e ’l suo piccolo figliuolo di corpo, e grande d’animo, non si voleva arrendere, ma pregato, e ricevuto comandamento dal padre che s’arrendesse, così fece; e questo fu il fine della disavventurata battaglia per li Franceschi, e d’alta gloria per gl’Inghilesi.
CAP. XIX. Racconta molti morti e presi nella battaglia.
In questa battaglia furono morti il duca di Borbona della casa di Francia, il duca d’Atene, il maliscalco di Chiaramonte, messer Rinaldo di Ponzo, messer Giuffrè di Ciarnì, il conte di Galizia, messer Ruberto di Durazzo de’ reali del regno di Cicilia, il sire di Landone, il sire di Crotignacco, messer Gianni Martello, messer Guglielmo di Montaguto, messer Gramonte di Cambelli, il vescovo di Celona, cagione di questo male, il vescovo d’Alzurro, tutti alti e gran baroni; e furono morti in sul campo oltre a costoro più di milledugento altri cavalieri a sproni d’oro, e banderesi, e cavalieri di scudo e borgesi, tutta nobile cavalleria, perocchè non v’erano quasi soldati; tutti erano famigli di gran signori, e uomini ch’erano venuti al servigio del loro re. I presi furono messer Giovanni re di Francia, messer Giovanni suo piccolo figliuolo, il maliscalco da Udinam, messer Iacopo di Borbona, il conte di Trincia villa, il conte di Monmartino, il visconte di Ventador, il Conte di Salembrucco Alamanno, il sire di Craone, il sire di Montaguto, il sire di Monfreno, messer Brucicolto, messer Bremont della volta, messer Amelio del Balzo, e ’l castellano d’Amposta, messer Gianni e messer Carlo d’Artese, l’arcivescovo di Sensa, il vescovo di Lingres, e molti altri baroni che qui non si nominano; e oltre a questi caporali, vi rimasono presi più di duemila cavalieri franceschi tutti uomini di pregio, e grandi e ricchi borgesi, e scudieri e gentili uomini. Questa battaglia fu fatta lunedì la mattina, a dì 18 di settembre, gli anni 1356, presso a Pittieri a due leghe, in una villa che si chiama Trecceria, la quale per questo caso piuttosto confermò il suo nome che altra mutazione le desse.
CAP. XX. Come il re di Francia n’andò preso in Guascogna.
Seguita, che vedendosi il giovane duca sì altamente vittorioso, non ne montò in superbia, e non volle come potea mettersi più innanzi nel reame, che lieve gli era a venirsene fino a Parigi, ma avendo la persona del re a prigione. e ’l figliuolo, e tanti baroni e cavalieri, per savio consiglio diliberò di non volere tentare più innanzi la sua fortuna; e però raccolta la preda e tutta la sua gente, e fatto fare solenne uficio per li morti, e rendute grazie a Dio della sua vittoria, si partì del paese, e senz’altro arresto se ne tornò in Guascogna alla città di Bordello. E giunto là, fece apparecchiare al re nobilemente il più bello ostiere, ove largamente tenea lui e ’l figliuolo, facendo loro reale onore, e spesse volte la sua persona il serviva alla mensa. È vero che lo volle al cominciamento menare in Inghilterra per più sua sicurtà, ma i Guasconi, a cui il re s’era accomandato, non acconsentirono, e però si rimase in Guascogna alcun tempo innanzi che condotto fosse in Inghilterra, che si fece con grande ingegno, come innanzi racconteremo.
CAP. XXI. I modi tenne il re d’Inghilterra sentendo la novella di sì gran vittoria.
Corsa la fama dell’incredibile vittoria in Inghilterra, e avendo il re Adoardo di ciò lettere dal figliuolo che li contavano il pericolo dov’egli con tutta la sua oste era stato, e l’alta e la grande vittoria che Iddio gli avea data, il savio re contenente nella faccia e negli atti, senza mostrare vana allegrezza, di presente fece raunare i suoi baroni e ’l suo consiglio, e con belle e savie parole dimostrò a tutti che questo non era avvenuto per virtù nè operazione di sua gente, ma per singulare grazia di Dio, e comandò a tutti che niuna vana gloria o festa se ne mostrasse; ma per suo dicreto fece ordinare e mandare per tutta l’isola, che in catuna buona terra, castello e villa, otto dì continovi si facesse in tutte le chiese ogni mattina solenne sacrificio per l’anime de’ morti nella battaglia, e che si rendesse a Dio grazia della vittoria ricevuta. E fuori di questi esequi non si udì nè vide alcuna festa in tutta l’isola, strignendo catuna l’esempio e il comandamento del re. La quale mansuetudine fu al re maggiore laude, che al figliuolo la non pensata vittoria.
CAP. XXII. Battaglia fra due cavalieri, e perchè.
Fu vero, avvegnachè non in questi dì ma poi, che due grandi e valorosi cavalieri, l’uno Guascone e l’altro Inghilese, vennero a quistione, perocchè catuno si vantava ch’avea preso il re. E venne tanto montando la loro riotta, che s’appellarono per questo a battaglia, la quale con grande pompa e riguardo feciono a Calese, e il Guascone fece ricredente l’Inghilese. E al Guascone ch’ebbe la vittoria furono fatti gran doni dal re di Francia e dal prenze di Guales, ma poco appresso gl’Inghilesi per invidia il feciono morire. Avendo raccontate l’oltramontane fortune, le italiane con sollecitudine addomandano il debito alla nostra penna.
CAP. XXIII. Processo fatto contro a’ signori di Milano per lo vicario dell’imperadore.
Narrato abbiamo nel sesto libro, come messer Marcovaldo vescovo augustinese vicario in Pisa per l’imperadore, era fatto capitano della compagnia, e dell’altra oste de’ Lombardi ch’erano collegati contro a’ signori di Milano; ed essendo raunati tutti in Lombardia e acconci d’andare verso Milano, il vescovo fece esaltare nell’oste l’insegna imperiale ne’ campi di Modena, e ivi dichiarò a tutti, com’egli era vicario dell’imperadore, e formò un processo sotto il titolo del vicariato contro a messer Bernabò e a messer Galeazzo signori di Milano, il quale in effetto contenea: come in derisione e in contento della santa Chiesa e’ davano l’investiture de’ beneficii ecclesiastici a cui voleano, togliendoli a cui la santa Chiesa gli avea investiti, e a’ legati del papa non lasciavano in tutta loro tirannica giurisdizione fare uficio, e alquanti n’aveano fatti morire crudelmente; e come aveano trattato con messer Palletta da Montescudaio di tradire l’imperadore, e di torgli la città di Pisa, e come per loro violenta tirannia aveano occupate le città e’ popoli di Lombardia pertinenti al santo imperio, e come in vergogna della maestà imperiale, tornandosi l’imperadore in Alamagna, valicando per Lombardia, gli feciono serrare le porte delle città e castella di loro distretto, e guardare le mura con gente d’arme, come da loro nemico, avendo titolo di suoi vicari; e formato il processo, mandò per sue lettere a richiedere i tiranni, che a dì 11 del presente mese d’ottobre del detto anno comparissono personalmente dinanzi da lui a scusarsi del detto processo, altrimenti non ostante la loro contumace contro a loro pronunzierebbe giusta sentenza. E di quella, coll’aiuto di Dio, e del santo imperio e del suo potente esercito, tosto intendea fare piena esecuzione.
CAP. XXIV. Risposta fatta per li signori di Milano al vicario.
«Avendo per alcuni nostri fedeli notizia delle tue superbe e pazze lettere, colle quali noi, come fanciulli, col tuo ventoso intronamento credi spaurire, noi, avvegnachè dell’età giovani, molte cose avendo già vedute, al postutto il mormorio delle mosche non temiamo. Tu immerito del preclarissimo nome del santo imperio ti fai vicario, dei quale noi fedeli vicari ci confessiamo. Contro dunque a te non vicario dell’imperio, ma capo de’ ladroni, e guida di fuggitivi soldati, infra’ l termine che ci hai assegnato, acciocchè non t’affatichi venendo sopra il milanese, piagentino ovvero parmigiano tenitorio, pe’ nostri precussori idonei, acciocchè non ti vanti ch’a tua volontà le nostre persone abbi mosse, co’ tuoi guai, forse ti risponderemo. Noi adunque promettiamo a te, che con nefaria mano di ladroni a depopolare e ardere i nostri pacifichi confini con pazzo campo se’ mosso, non come vescovo ma come uomo di sangue, se la fortuna ministra, della giustizia nelle nostre mani ti conducerà, non altrimenti che come famoso ladrone, e incendiario ti puniremo.»
CAP. XXV. Risposta fatta, per lo vicario, alla detta lettera.
«Rallegriamo delle lettere che mandate ci avete, quali mostrano la superbia della quale voi vi gloriate. Della nostra ingiuria intendiamo soprassedere, ma della bugia scritta nelle vostre lettere non ci possiamo contenere. Scriveste dunque, che co’ vostri precursori, innanzi ch’entrassimo nel vostro tenitorio, ci rispondereste minacciandone di battaglia. E ora con la grazia di Dio e col suo aiuto, nel quale solo è la nostra speranza, non occultamente a modo di predoni, ma palesi, passati Parma, siamo in sul campo presso a cinque miglia a Piacenza, e col detto divino aiutorio intendiamo procedere innanzi, e co’ vostri precursori non ci avete ovviati, in vituperio della vostra vana superbia. Data a Ponte miro, a dì 10 d’ottobre.»
CAP. XXVI. Come i soldati de’ tiranni non vollono venire contro all’insegna dell’imperadore.
Era in questo mezzo avvenuto, ch’e’ signori di Milano, temendo l’avvenimento de’ sopraddetti loro avversari, aveano mandato a Parma il marchese Francesco con quattromila barbute di gente tedesca e Borgognoni ivi raunati altri cavalieri e gran popolo per uscire a campo, e non lasciare i nemici entrare sul terreno de’ signori di Milano, e di combattere con loro. Quando il marchese volle uscire fuori a campo, i conestabili de’ Tedeschi e de’ Borgognoni tutti di concordia dissono al marchese loro capitano, che contro al vicario dell’imperadore e alla sua insegna non anderebbono, nè in campo non farebbono resistenza contro al loro signore. Questo fu il titolo della scusa, ma più li mosse non volere fare resistenza alla compagnia, perocchè aveano parte in quella non istandovi, e il refugio e il soldo quand’erano cassi in altre parti; ma dissono, ch’erano apparecchiati di stare alla guardia delle città e delle castella lealmente. I signori sentendo l’intenzione de’ soldati, ch’acconsentivano d’essere cassi innanzi che uscire contro al vicario dell’imperadore, pensarono che a cassarli era aggiugnere forza a’ loro nemici, e pericolo di loro stato: e però dissimularono con loro, e ritrassonli a Milano, lasciando in Parma e in Piacenza buona guardia per difendere le mura.
CAP. XXVII. Come il vicario puose campo.
Il vescovo d’Augusta, ch’era prod’uomo in fatti d’arme e bene avveduto, sentendo ch’e’ soldati de’ signori di Milano non erano per uscire in campo contro a lui, con più ardire valicò Parma, cavalcando con tutta sua oste presso alle porti, e così Cremona, e ristette alquanto in sui Piacentino, ove fece la risposta della lettera sopraddetta. E predando il paese d’intorno per alcuno dì, si partì di là, ed entrò sul contado di Milano; e facendo in quello grandissime prede, trovando la gente male provveduta, si mise a fermare suo campo a una grossa villa che si chiama Rosario, presso a Milano a quattordici miglia di piano, intorno alla quale a due, e a tre, e quattro miglia sono altre grosse villate, raccolte a modo di casali, piene di molta vittuaglia e bestiame, e per l’abbondanza l’oste vi stette a grande agio; e indi cavalcarono per tutto il Milanese, facendo danno grave a’ paesani, che per lungo tempo non aveano sentito che guerra si fosse; e con tutta la forza de’ signori di Milano, niuna resistenza trovarono in campo in molti giorni: e però lasceremo alquanto questa materia, tanto che le grandi cose che ne seguirono abbiano il tempo loro, non partendoci però dall’italiane tempeste, che prima si vogliono raccontare.
CAP. XXVIII. Ordine del re d’Ungheria alla guerra con i Veneziani.
Tornato il re in Ungheria, avvisato che la moltitudine degli Ungheri non si può mantenere in Italia come ne’ diserti, ebbe suo consiglio, ed elesse trenta suoi grandi baroni per capitani, ciascuno di cinquemila Ungheri a cavallo, con ordine che catuno il servisse tre mesi, come sono tenuti per omaggio. E per questo modo deliberò di continovare la guerra a’ Veneziani, succedendo l’uno barone all’altro di due in due mesi, perocchè ’l terzo aveano per la venuta e pel ritorno. E a dì 15 d’ottobre del detto anno giunse l’uno de’ baroni a Colligrano con quattromila Ungheri, i quali di presente si misono a scorrere e a predare il paese infino a Trevigi. In campo non trovavano contasto, perocchè come questo signore era sopra Trevigi, così altri signori erano a Giara e nella Schiavonia sopra le terre de’ Veneziani, sicchè i Veneziani aveano tanto a fare a guardare le mura delle loro terre, che non sapeano come pur quello si potessono fornire, sicchè gli Ungheri al tutto signoreggiavano i campi di Trevigiana, e assediavano le castella.
CAP. XXIX. L’aguato misono gli Ungheri a gente de’ Veneziani.
Il doge di Vinegia col suo consiglio, vedendo la soperchia baldanza degli Ungheri, per tenerli più a freno si sforzarono di conducere un gran barone della Magna con seicento cavalieri tedeschi, per mandarli a Trevigi, e pagaronlo per quattro mesi innanzi; e datogli a compagnia un gentile uomo di Vinegia, all’uscita d’ottobre li mandarono a Trevigi, e per loro la paga per gli altri soldati a cavallo e a piè ch’erano a Trevigi. Costoro con poca provvedenza de’ loro nemici faceano la via per lo Vicentino. Gli Ungheri da Colligrano sentirono la via che costoro faceano; e di subito eletti mille Ungheri, li feciono cavalcare la notte contro a’ Tedeschi; e venne loro si contamente fatto, che innanzi ch’e’ Tedeschi avessono novella di loro, gli ebbono addosso nel cammino; ed essendo male armati, chi si mise a difendere fu morto, gli altri tutti ebbono a prigioni, e tolti loro i danari, e l’arme, e’ cavalli; e le robe, in camicia gli rimandarono a Vinegia. Per questo i Veneziani perderono molto vigore, e a’ nemici baldanza grande ne crebbe, e quasi come paesani sicuravano i villani, e faceano lavorare le terre per la nuova sementa.
CAP. XXX. Come il re Luigi trattò d’avere Messina in Cicilia.
Addietro avemo fatta memoria nel quarto libro, come messer Niccola di Cesaro rientrò in Messina e caccionne i suoi nemici, e con assentimento del re Luigi riprese Melazzo, e fecesene maggiore, ma non tanto ch’avesse ardire di scoprirsi a’ Messinesi, se non si sentisse più forte. E però s’accostò alla setta di que’ di Chiaramonte, e fece tornare da Firenze a Messina certi cavalieri ch’erano stati cacciati quando fu cacciato egli. E vedendo morto colui che dovea essere loro re, si mise in trattato col gran siniscalco del re Luigi di dargli Messina, e per questa cagione il re Luigi, e la reina Giovanna andarono in Calavria, e stettono parecchi mesi a Reggio, innanzi che l’accordo avesse il suo effetto. E facendo suo sforzo d’avere galee armate a questo servigio, con gran fatica ve n’erano sette, e alquanti legni armati in questo tempo. Lasceremo al presente questa materia tanto che venga a perfezione, e seguiremo quello che prima ci occorre a raccontare.
CAP. XXXI. Come si trattò pace fra il conte di Fiandra e i Brabanzoni.
I Brabanzoni vedendosi sottoposti al conte di Fiandra e a’ Fiamminghi, cosa molto strana al loro costume, non potendo più sostenere il giogo, e non volendosi rimettere in guerra, che n’erano mal capitati e mal destri, per savio avvisamento presono consiglio tutte le comuni di Brabante, fuori che la villa di Mellina ch’appartenea al conte, che la duchessa, ch’era cognata carnale del conte, tornasse in Brabante: e fattala venire, la ricevettono in Loano, affinchè tra lei e ’l conte si trovasse accordo. E per questa cagione, niuna vista o sentimento mostrarono di pigliare arme: e ’l conte, sentendo tornata la cognata in Brabante, non ne prese turbazione come avrebbe fatto del duca. E di presente che la duchessa fu in Brabante, si levarono baroni e amici di catuna parte, a trattare tra loro concordia per riposo de’ Fiamminghi e Brabanzoni. Per lo quale trattato, avvegnachè durasse lungamente, in fine, come trovare si potrà appresso nel suo tempo, vennero a final pace e concordia; ma questo principio fu del mese d’ottobre del detto anno.
CAP. XXXII. Come i Fiorentini si partirono da Pisa, e andarono a Siena con le mercatanzie.
Seguita, per non lasciare in silenzio lo sdegno preso pe’ Fiorentini contro a’ Pisani, i quali, come narrato è addietro, aveano loro rotta la pace, togliendo a’ Fiorentini la franchigia, della quale appresso seguitò grande materia di guerra, come leggendo per li tempi si potrà trovare. I Fiorentini avendo ritratta la loro mercatanzia e’ danari, in calen di novembre anno detto, tutti i cittadini e distrettuali di Firenze furono partiti di Pisa; e come questo fu fatto, e le strade sbandite per divieto fatto a tutte le mercatanzie, arnese e roba, i Genovesi, e’ Provenzali, e’ Catalani, e tutti altri mercatanti se ne partirono, e rimase la città di Pisa ne’ luoghi della mercatanzia solitaria; e allora si cominciarono a avvedere i Pisani che non aveano fatta buona impresa, e grande repetio ebbe nella città de’ loro maggiori nel reggimento, che dato avea a intendere, che per gravezze ch’e’ facessono a’ Fiorentini non se ne partirebbono, tant’era l’agiamento del porto, e la comodità del cammino e dell’altre cose, e’ non pensavano che lo sdegno dell’ingiuria ponderasse contro alla loro comodità. La cosa andò tutto per altro modo. I Fiorentini presono porto a Talamone, e pertinacemente si disposono a volere vedere se fare potessono la mercatanzia senza i Pisani. Per questo i Pisani ch’erano amici di Simone Boccanegra doge di Genova, si misono a fare lega con lui, e armare galee, per impedire che la mercatanzia non ponesse a Talamone. Onde seguitarono non piccole e disusate novità, come leggendo innanzi a loro tempo si potrà trovare.
CAP. XXXIII. Come il capitano di Forlì si provvide.
Essendo la compagnia valicata in Lombardia, il legato intendea a riprendere la guerra contro al capitano di Forlì il signore di Faenza, e apparecchiavasi d’assediare la città di Forlì. Il capitano ch’era coraggioso e avvisato, innanzi che l’assedio gli venisse addosso, ebbe trecento suoi cavalieri e cinquecento masnadieri, e di subito e improvviso a’ Malatesti cavalcò con questa gente a Rimini, e accolse una grande preda d’uomini, e d’arnesi, e di bestiame, e data la volta, senza contasto con tutta la preda si tornò in Forlì; e fatto questo, fece ardere e disfare tutti i casali e terre da non potersi bene difendere, e intese a votare la terra di tutta la gente disutile alla guerra, e a fornirsi copiosamente di vittuaglia, acciocchè più lungamente potesse fare sua difesa contro al legato, ch’era per farlo assediare, come appresso avvenne, ma più tardi ch’e’ non s’avvisava.
CAP. XXXIV. Come Faenza s’arrendè al legato, e’ patti.
Messer Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi signore di Faenza, conoscendo la sua forza debole a resistere a santa Chiesa, si mise a trattare accordo col legato, mediante gli ambasciadori del re d’Ungheria, che a stanza di messer Giovanni se ne travagliavano, e in fine del mese di Novembre anno detto, a dì 10, vennero a questi patti: che al legato si dovesse rendere liberamente la signoria di Faenza, e delle castella e del contado, e messer Giovanni dovesse avere tutto suo patrimonio salvo, e la terra di Bagnacavallo. E per attenere i patti diede due suoi figliuoli stadichi, e mandolli co’ detti ambasciadori alla guardia del signore di Padova. E appresso, del mese di dicembre vegnente, il legato attesi d’ogni parte i patti, fece prendere la tenuta della città di Faenza e di tutte le castella. E innanzi che la terra si desse al legato, il tiranno fece a’ cittadini gravi oppressioni, e tolse loro molti danari, e di quelli cui egli odiava per sospetto fece uccidere. E a questo modo prese fine la tirannia di messer Giovanni sopraddetto, la quale per lo suo principio fu cagione, come addietro avemo contato, di molti mali avvenuti in Italia.
CAP. XXXV. Che fece la gente della lega de’ Lombardi in questo tempo.
Tornando a’ fatti di Lombardia, essendo stato lungamente il vicario dell’imperadore colla gente della lega e della compagnia a oste in sul contado di Milano senza avere trovato contasto, si ridussono a una villa chiamata Margotto in sul Tesino, e ivi si rassegnarono tremilacinquecento cavalieri bene armati e bene a cavallo, senza l’altra cavalleria da saccomanno, e seimila masnadieri: costoro prendeano molta fidanza, non temendo ch’e’ soldati tedeschi e borgognoni venissono contro a loro. Il marchese di Monferrato trasse dell’oste cinquecento cavalieri per un trattato ch’egli avea tenuto della città di Novara, e a dì 9 di novembre anno detto entrò nella terra, e presela, e assediò il castello, ch’era grande e forte e bene fornito di gente alla difesa, e di molta vittuaglia da potere lungamente attendere il soccorso, e francamente manteneano la difesa.
CAP. XXXVI. Della materia medesima.
Avvenne, che presa Novara per lo marchese prosperamente, avendo egli e messer Azzo da Correggio un altro trattato in Vercelli, si sforzarono d’avacciare la cavalcata, e per tema di riparo che pensavano vi si metterebbe per esempio di Novara; e per questo messer Azzo trasse dell’oste anche settecento barbute di buona gente, e andando per entrare in Vercelli, a dì 11 di novembre detto, quelli che v’erano dentro per lo signore di Milano avendo udita la novità di Novara ripararono alla guardia di Vercelli, sicchè la cavalcata fu invano. Nondimeno pensando il marchese e messer Azzo che da Milano non potesse venire loro soccorso, vi si misono a oste, ove stettono più dì; e in questo mezzo fortuna cambiò la faccia a coloro che troppo si fidavano, come spesso avviene in fatti di guerra, che fa vinti i vincitori avere a schifo il suo nemico.
CAP. XXXVII. Come l’oste della lega fu rotta dalla gente di Milano.
I signori di Milano che riceveano cotanto oltraggio per la malizia de’ loro soldati, non si ruppono da loro, ma carezzaronli in vista e in opere, e massimamente certi conestabili più confidenti, e tanto seppono fare, che una parte ne recarono a loro volontà; e nondimeno per tutte loro città raccolsono arme de’ soldati de’ loro sudditi e degli altri Italiani intorno di quattromila cavalieri, e altrettanti n’ebbono de’ loro soldati; e questo fu fatto per modo, che poco avvisamento n’ebbono i loro nemici. E sentendo tratti dell’oste del vicario milledugento barbute per lo fatto di Novara e di Vercelli, subitamente feciono capitano messer Loderigo de’ Visconti valente cavaliere, ma di grande età. Costui uscì subito con bene seimila cavalieri e molto gran popolo di Milano, e andatosene verso i nemici, ch’erano col loro campo a Margotto in sul Tesino, puosesi a campo a dì 12 di novembre predetto, presso a’ nemici a tre miglia, e mandò a richiedere il vescovo di battaglia, la quale richiesta il vicario mostrò d’accettare allegramente, e ’l termine fu per la domenica mattina vegnente, a dì 13 del mese. Ma vedendosi il vescovo sfornito il campo di milledugento buoni cavalieri, si provvide la notte di fare valicare il Tesino a tutta la sua oste, a fine di riducersi con essa presso a Pavia, per avere il sussidio della città, che troppo gli parea avere grande disavvantaggio. In questo movimento prigioni si fuggirono ch’avvisarono messer Loderigo del fatto: il quale di subito la notte mandò messer Vallerano Interminelli, figliuolo che fu di Castruccio, con trecento cavalieri, e comandogli che si strignesse co’ nemici francamente, sicch’egli impedisse la partita loro, tanto ch’e’ giugnesse colla sua oste, della quale incontanente ordinò le battaglie, e seguitò appresso. Messer Vallerano fece coraggiosamente il suo servigio, e innanzi dì assalì il campo ora dall’una parte ora dall’altra, per li quali assalti molto impedì il valico del Tesino alla gente del vicario. Ma schiarito il giorno, per lo soperchio della gente del vicario fu preso colla maggiore parte de’ suoi cavalieri. Nondimeno il carreggio del campo, e la salmeria, e ’l popolo, e parte de’ cavalieri valicavano continovamente, e di qua alla riscossa erano rimasi col vicario dell’imperadore il conte di Lando capitano della compagnia, e messer Dondaccio di Parma, e messer Ramondino Lupo, e quasi tutti i migliori conestabili dell’oste con millecinquecento barbute e co’ sopraddetti prigioni. E avendosi messa innanzi tutta l’altra oste, innanzi che potessono conducersi al passo, messer Loderigo colla sua cavalleria, tutti schierati e ordinati alla battaglia, fu loro addosso la mattina al chiaro dì. I cavalieri del vicario, ch’erano uomini di gran virtù in fatti d’arme, vedendosi allo stretto partito, tutti s’annodarono insieme, e feciono testa, e ricevettono l’assalto de’ nemici francamente, non lasciandosi di serrare, facendo d’arme gran cose contro al soperchio ch’aveano addosso: e combattendo continovamente per spazio di tre ore sostennero l’assalto d’ogni parte, danneggiando molto i nemici loro. Infine la fatica e ’l soperchio della moltitudine de’ loro avversari li ruppe. Allora molti, che temettono più la paura che la vergogna, si misono alla fuga e camparono. In sul campo ne rimasono presi seicento e più, tra’ quali fu il vescovo già detto, vicario dell’imperadore, e ’l conte di Lando, e messer Ramondino Lupo, e messer Dondaccio. È vero che ’l conte venne a mano de’ Tedeschi, che ’l celarono e camparono, e due cavalieri tedeschi camparono messer Dondaccio, e fuggironsi con lui, e fidaronsi alle sue promesse, e per diversi cammini il condussono a Firenze, e poi in Lombardia. Tutta l’altra oste, che avea valicato Tesino, sani e salvi si ricolsono in Pavia con tutto il carreaggio e l’altro arnese. E questa fu la fine della nuova impresa del nuovo vicario dell’imperadore, ma non de’ fatti della lega.
CAP. XXXVIII. Il consiglio prese il capitano di Forlì.
Veduto che Francesco degli Ordelaffi ebbe, che Faenza, e tutta l’altra Romagna, e la Marca, e ’l Ducato era venuta all’ubbidienza di santa Chiesa, e che al legato ch’avea gran potenza di danari e d’uomini d’arme, non restava a fare altra guerra che contro a lui, ragunò a consiglio tutti i buoni uomini di Forlì, e domandò consiglio da loro di quello ch’avesse a fare. Costoro consigliati insieme, di concordia feciono dire al capitano in quel consiglio, che la fede e l’amore ch’e’ Forlivesi aveano sempre portato alla sua casa e a lui non era in loro mancata; e come altre volte de’ loro propri beni nelle fortune loro gli aveano atati e mantenuti, tanto ch’elli erano ritornati nella signoria; così intendeano di fare quando il bisogno incorresse, di che Iddio il guardasse. Nondimeno conoscendo al presente la gran forza della Chiesa contro a lui solo, e niuno soccorso, consigliavano che col legato si trattasse accordo il migliore che avere si potesse. E di questo avverrebbe, ch’eglino suoi amici non perderebbono i loro beni, e potrebbonlo sovvenire e atare. Quando egli ebbe udito il loro consiglio, disse: Ora voglio che voi udiate la mia intenzione. Io non intendo fare accordo colla Chiesa, se Forlì e l’altre terre ch’io tengo non mi rimangono, e quelle intendo mantenere e difendere fino alla morte. E prima Cesena, e le castella di fuori, e Forlimpopoli, e appresso perdute quelle, le mura di Forlì, e perdute le mura, difendere le vie e le piazze, all’ultimo questo mio palazzo, e in fine l’ultima torre di quello, innanzi che per suo assentimento alcuna n’abbandonasse; e però volea che tutti sapessono in palese la sua intenzione, pregandoli con minacciamento di gravi minacce che catuno li fosse fedele amico e leale: e di presente mandò la moglie e’ figliuoli con buona compagnia di gente d’arme a cavallo e a piè, e raccomandolle la guardia di Cesena; e fornì di vantaggio tutte le castella, e di Forlì trasse da capo femmine e fanciulli, e gente disutile in tempo d’assedio, e soldati mise nelle case e masserizie di certi cittadini meno confidenti; e così disposto, intendea a difendersi dal legato.
CAP. XXXIX. Messer Niccola prese Messina per lo re Luigi.
Tornando nostra materia a’ fatti di Messina, essendo il re Luigi a Reggio, messer Niccola di Cesaro avea procurato d’avere in sua guardia il castello di Sansalvadore in sulla marina, e aggiuntosi i cavalieri di sua setta, ch’avea fatti ritornare da Firenze, si provvide che non era sicuro a fare sua impresa col re Luigi, s’e’ non avesse il castello di Mattagrifone sopra Messina, che era fortissimo, e dava l’entrata e l’uscita della città per la montagna; questo procacciò per ingegno, che per forza non avea luogo. Il castellano non prendea guardia de’ suoi cittadini, e’ cavalieri tornati da Firenze erano amici, e per modo d’andarlo a vicitare con alquanti loro famigli, furono con festa ricevuti da lui; e tenendolo in novelle, com’era ordinato, messer Niccola sopravvenne con altri suoi compagni, e non gli fu contradetta l’entrata per mala provvisione del castellano; e trovandosi dentro forte, cortesemente ne trasse il castellano, ch’era male provveduto alla difesa. Fornito questo messer Niccola vi mise il castellano e le guardie a suo modo; e avendo fermo il trattato col re Luigi, il re del mese di novembre vi mandò messer Niccola Acciaiuoli da Firenze ch’avea menato questo trattato, con sette galee e un legno armato cariche di grano, e con lui cinquanta cavalieri e trecento masnadieri di Toscana; e giunti a Messina, furono ricevuti da messer Niccola di Cesaro e da’ suoi seguaci a grande onore; e ’l popolo ch’avea necessità grande di vittuaglia, sentendo le galee cariche di grano, fu molto contento, e incontanente per sicurtà del re fu consegnato al gran siniscalco la guardia di Sansalvadore, ch’è la forza del porto, e Mattagrifone, ch’è la guardia della città; e fatto questo, e lasciato in catuno masnadieri e balestrieri alla guardia, fu condotto il gran siniscalco e l’altra sua gente d’arme all’abitazione del re, ove trovò due figliuole del re Petro, le quali ritenute cortesemente mandò poi al re e alla reina ch’erano a Reggio, e da loro furono ricevute graziosamente, come appresso racconteremo, e la reina le ritenne con seco onorevolemente. Qui si desti la memoria della reale eccellenza del re Ruberto: qui s’agguagli la sua sollecitudine, la sua grande potenza, l’armata di cento, e di centosessanta, e di dugento galee per volta, e di molte armate colla forza grande de’ suoi baroni, e della sua cavalleria e delle sue osti, per acquistare alcuna terra nell’isola di Cicilia non che Messina, ch’è la corona dell’isola, e non potutolo fare, acciocchè per esempio si raffreni l’impotente ambizione degli uomini, e non si stimi alcuna cosa per forza avere fermezza, nè potere fuggire a tempo le calamità innate nelle mortali e cadevoli cose del mondo.
CAP. XL. Come si ribellò Genova a que’ di Milano.
Seguitasi, che in questi dì i Genovesi, i quali di natura sono altieri, vedendosi sì vilmente sottoposti a’ tiranni di Milano, e che vendicati s’erano de’ Veneziani e de’ Catalani, per la cui fortuna s’erano sottoposti al tirannesco giogo, avendo sentito che ’l marchese di Monferrato avea rubellato a’ tiranni Asti in Piemonte, e che i signori di Pavia s’erano accostati con lui, e ’l vicario dell’imperadore era colla gente della lega e colla compagnia a oste in sul Milanese, innanzi che sapessono della sconfitta del vicario, parendo loro avere tempo da rubellarsi senza pericolo, a dì 15 di novembre anno detto, il popolo si levò a romore, e prese l’arme, e corse la terra, gridando: Viva libertà, e muoiano i tiranni; e corsi al palagio, dov’era il vicario de’ signori, senza contasto furono messi dentro, e trassonne il vicario e tutta sua famiglia, e tutte le masnade de’ soldati a cavallo e a piè con lui misono fuori della città e del loro distretto, senza fare loro villania o altro male. E incontanente mandarono a Pisa per messer Simone Boccanegra, ch’era prima stato doge di Genova, il quale essendo molto amico de’ Pisani, e avendo secondo l’opinione di molti trattata questa rivoltura, coll’aiuto de’ cavalieri di Pisa e per loro consiglio si mise per terra, e andò a Genova, e prese la signoria dal popolo. E per questo modo fu libera la città di Genova dalla signoria de’ Visconti di Milano, della qual cosa i signori di Milano rimasono indegnati contro al comune di Pisa, aggiugnendo allo sdegno, ch’aveano dato aiuto al vicario dell’imperadore quando andò contro a loro, e la morte di messer Paffetta loro confidente amico; ma tutto comporta nel tempo l’animo della parte.
CAP. XLI. Come fu disfatta la chiesa di santo Romolo.
Era la chiesa di santo Romolo in sulla piazza de’ priori, e impedia molto la piazza; entrò un uficio al priorato ch’aveano poco a fare, e però, come fu loro messo innanzi di rallargare e dirizzare la piazza, preso di concordia tra loro il partito, subitamente la sera e la notte feciono mettere in puntelli la chiesa e le case sue, e a dì 20 di novembre tutto feciono rovinare, e ivi presso volgendo le loggie verso la piazza, ordinarono che si redificasse maggiore e più bella, e ordinaronvi i danari, e fu fatto. Costoro, a dì 3 di dicembre del detto anno, volendo fare una gran loggia per lo comune in sulla via di Vacchereccia, non bene provveduti al beneficio del popolo, subitamente feciono puntellare e tagliare da piè il nobile palagio e la torre della guardia della moneta, dov’era la zecca del comune, ch’era dirimpetto all’entrata del palagio de’ priori in sulla via di Vacchereccia, e quella abbattuta, e fatta la stima delle case vicine fino al chiasso de’ Baroncelli e de’ Raugi (biasimati dell’impresa, e che loggia si convenia a tiranno e non a popolo) vi rimase la piazza de’ casolari, e la moneta assai debole e vergognosa a cotanto comune. Questo medesimo uficio comperò da’ Tornaquinci la grande e bella torre ch’aveano sul canto di mercato vecchio e in sul corso del palio, la quale strignea e impediva la via del corso; questa feciono abbattere e cadere in sul mercato all’uscita del loro uficio; e fu molto a grado a’ cittadini, e utile alla via e al mercato.
CAP. XLII. Quello fece messer Filippo di Taranto e di Vercelli.
Era in questi dì a corte di Roma a Avignone messer Filippo di Taranto fratello carnale del re Luigi, il quale aspettava che ’l papa dispensasse con lui e con la moglie che s’avea tolta, sirocchia della reina Giovanna, quella che fu moglie del duca di Durazzo e appresso di Ruberto del Balzo, ed era sua nipote, figliuola del fratello carnale; e ’l papa, per l’irreverenza ch’ebbono al sagramento matrimoniale di copularsi prima ch’avessono la dispensagione, tardava di farla, e mostrava di non volerla fare: e in questo aspetto messer Filippo sommosse certi baroni e cavalieri provenzali, e raunò quattrocento barbute, e tenne segreta la sua cavalcata, avendo boce ch’andava in aiuto a’ signori di Milano o al marchese; ma egli ch’avea suo trattato cavalcò a Carasco in Piemonte, e ripresesi la terra, e lasciolla in ordine di guardia, e se ne tornò a Avignone del detto mese di novembre. In questo medesimo mese, non ostante la sconfitta del vicario dell’imperadore, il marchese di Monferrato, e messer Azzo da Correggio, e ’l conte di Lando, ch’era lasciato, accolsono tutto il rimanente della loro gente, e que’ di Milano, avendo la vittoria, ne cassarono, e assediarono di fuori il castello di Novara, e anche dalla parte della città, e assediarono Vercelli, e tutto il verno mantennero gli assedi, tanto che vinsono la punga del castello di Novara, come seguendo nostro trattato al suo tempo diviseremo.
CAP. XLIII. Come si fuggì di Milano la donna che fu di messer Luchino col figliuolo.
Di messer Luchino Visconti tiranno di Milano era rimaso uno figliuolo nudrito per la madre, ch’era di quelli dal Fiesco di Genova. I tiranni di Milano, per tema della signoria, l’aveano assottigliato delle possessioni e del tesoro che ’l padre gli avea lasciato, e il giovane crescea in aspetto d’essere valoroso e in amore de’ cittadini, e questo gravava l’animo a’ signori per gelosia dal loro stato. La madre, ch’era savia e accorta, temea forte che messer Bernabò e messer Galeazzo nol facessono morire, i quali teneano lui e lei in guardia, ch’uscire non poteano di Milano. La donna ordinò molto saviamente con danari e con grandi promesse, con certi conestabili di cavalieri ch’aveano a fare la guardia, che ’l dì ch’ella disse loro la donna fu provveduta, e montata in su buoni cavalli, e con parte di loro tesoro furono tratti di Milano, e avviati con cavalieri in verso Pavia. La cosa fu tosto manifestata a’ signori; i quali li feciono perseguitare insino presso a Pavia, e arebbonli ritenuti, se non che gente uscì di Pavia, e ricevettonli, e tutti condussonli sani e salvi nella città di Pavia.
CAP. XLIV. Come il Re Luigi e la reina andarono a Messina.
Dappoichè per la gente del re Luigi fu presa la tenuta delle fortezze della città di Messina e del porto, i cittadini ordinarono di comune consiglio di mandare per lo re e per la reina a Reggio, acciocchè venissono in Messina a ricevere il saramento e la reverenza come loro signori; ed elessono undici cittadini i maggiori per ambasciadori, i quali tutti si vestirono di scarlatto foderato di vaio, e con le due figliuole di don Petro valicarono a Reggio, del mese di dicembre anno detto; e giunti là, e fatta la reverenza al re e alla reina, furono da loro ricevuti con grande allegrezza e festa; e sposta la loro ambasciata, e pregato il re e la reina che dovessono andare a Messina, incontanente mandarono a far tornare le loro galee: e ricevute le damigelle a grande onore, la reina l’ordinò di sua compagnia, trattandole caritatevolmente in tutte le cose; e venute le galee, il re e la reina e le damigelle vi montarono suso con tutti gli ambasciadori, e valicarono a Messina, a dì 24 di dicembre la vigilia di Natale, ove furono ricevuti con grande solennità di festa, fatta per tutti i cittadini, e collocati nelle case reali: e fatta la solenne festa del Natale, ricevettono il saramento e l’omaggio da tutti i cittadini, e a richiesta de’ cittadini promise il re di risedere colla corte di là, cosa che poi non attenne.
CAP. XLV. Come fu murato il borgo di Fegghine.
Ricordandosi i cittadini di Firenze, come in tutte le gravi guerre ch’al loro comune erano sopravvenute, il borgo di Fegghine ricevea le percosse, e veggendo quanto il porto di quel luogo era utile al fornimento della città, per la grande abbondanza della vittuaglia che a quello mercato continovamente venia, diliberarono che ’l borgo si murasse di grosse mura e di buone torri, e facessevisi una grossa terra alle spese del comune con l’aiuto delle circustanti vicinanze; e dato l’ordine del mese di dicembre del detto anno, e chiamati gli uficiali del mese di gennaio, cominciarono a fare i fossi e le porte principali, e appresso a fondare le mura e le torri. Penossi a compiere questa terra lungamente, ma fornita fu d’essere circundata di mura da difesa l’anno 1363, e compiuta e perfetta del mese di.....: Furono le mura in fondamento grosse braccia .... e sopra terra grosse braccia ... e alte con merli braccia ... con un corridoio dentro in beccatelli largo braccia ... e con torri alte braccia .... senza le porte, catuna alta sopra le mura braccia ... E con due porte maestre, l’una verso Firenze chiamata porta fiorentina, e l’altra verso castello Sangiovanni chiamata porta aretina, catuna Con gran torri, alte sopra le mura braccia ... la faccia delle mura di verso Firenze è per lunghezza braccia ... e diverso l’Arno è braccia ... e quella verso castello Sangiovanni è braccia ... e quella di verso il poggio è braccia ... E così in tutto girano le mura di quella terra braccia ... E innanzi che la terra fosse murata, fu ripiena di molte case nuove edificate da’ cittadini di Firenze, e da’ paesani d’intorno. Costò al comune di Firenze fiorini .... e a’ terrazzani e circustanti fiorini.... E in questo medesimo tempo ne fece porre il comune una di nuovo al Pontassieve di costa ove si dice Filicaia, la quale è più per ridotto d’una guerra, che per abitazione o per mercato che vi si potesse allignare.
CAP. XLVI. D’un parlamento fece l’imperadore in Alamagna.
L’imperadore Carlo convocati i prelati e’ baroni d’Alamagna alla festa della natività di Cristo a Mezza nello Reno, vi si trovò con bene ventimila cavalieri, e in abito della maestà imperiale fu servito a mensa dal duca di Brandimborgo, e dagli altri baroni ordinati per consuetudine a quel servigio. E a quella festa vennero ambasciadori del re d’Inghilterra, e due figliuoli del re di Francia per trattare pace intra ’l re di Francia e ’l re d’Inghilterra, ma gli Alamanni poco vi seppono trovare modo, ma trattovvisi la concordia, che poi ebbe compimento, tra ’l conte di Fiandra e ’l duca di Brabante per l’opera di Mellina. In quella festa fu molto ubbidito e reverito l’imperadore da’ prencipi d’Alamagna, e con tutti si mostrò in buona pace. In questi medesimi dì, a dì 23 di dicembre, papa Innocenzio sesto fece più cardinali di suo movimento, fra’ quali fu il vescovo di Firenze, ch’avea nome messer Andrea da Todi valente uomo, il cancelliere di Parigi uomo di grande autorità, e il generale de’ frati minori e quello de’ predicatori, che niuno l’avea procurato.
CAP. XLVII. Come il marchese di Monferrato ebbe il castello di Novara.
Il Marchese Francesco di Monferrato, come narrato abbiamo addietro, avea assediato il castello di Novara, ma per via d’assedio o per forza non si potea avere, ch’era inespugnabile e fornito per molti anni: ma il valente marchese avea presi e facea guardare i passi del Tesino per modo, che ’l soccorso più volte mandato pe’ signori di Milano più volte ributtò addietro, e la rocca fece cavare; e avendo gli assediati recati a partito, che le mura erano in puntelli nella maggiore parte, e non attendeano altro che d’arrendersi o di mettervi entro il fuoco; la gente de’ signori di Milano passò Tesino, per andare a soccorrere quelli del castello. Il marchese colla sua gente francamente si fece loro incontro, e nella prima affrontata gli mise in rotta, e fece loro danno ma non grande. E tornato colla vittoria, fece vedere a quelli del castello le cave e le mura tagliate, e il loro soccorso sconfitto: e però, a dì 21 di gennaio s’arrenderono al marchese, salve le persone, e diedongli il castello fornito d’armadura, e di saettamento, e d’ogni bene da vivere maravigliosamente. Ed è da notare, non senza ammirazione, come la famosa potenza de’ signori di Milano, essendo vittoriosi, come avemo contato, in termine di due mesi e mezzo non poterono soccorrere il castello di Novara; e tutto avvenne per la franca e buona sollicitudine del buono marchese. Di questo mese, a dì 22, in sull’ora della terza trapassò di verso settentrione in meriggio un grande bordone di fuoco, e valicato per l’aria alla vista de’ nostri occhi, essendo il tempo chiaro e cheto, s’udì a modo d’un tuono tremolante avvisato dal movimento del grosso vapore. Videsi la state singulare e grandissimo caldo, e lungamente secco e sereno, e molte terzane nell’arie grosse e presso alle fiumare, con seguito di morti oltre al consueto modo; altro non ne sapemmo notare se da lui procedette.
CAP. XLVIII. Come messer Bernabò volle uccidere messer Pandolfo Malatesti.
Messer Pandolfo figliuolo di messer Malatesta da Rimini giovane cavaliere, franco e ardito e di grande aspetto, era andato per esperimentare in arme sua virtù a Milano, fatto capitano di tutta la cavalleria di messer Galeazzo Visconti: ed era venuto tanto nel piacere del suo signore, che tutto il consiglio e la confidanza di messer Galeazzo riposava in messer Pandolfo. Avvenne di questo mese di gennaio, essendo messer Galeazzo malato di podagre e d’altro, comandò a messer Pandolfo che cavalcasse per Milano colla sua cavalleria, e messer Pandolfo fece come comandato gli fu dal suo signore. Questa cosa parve che generasse sdegno a messer Bernabò, ma non lo volle dimostrare contro al fratello; ma ivi a pochi dì mandò per messer Pandolfo, il quale di presente andò a lui e per reverenza gli s’inginocchiò davanti. Messer Bernabò, avendo in mano una spada dentro alla guaina, il percosse con essa senza dirgli la cagione: il giovane sostenne alquanto, ma menandogli sopra la testa, parò il braccio, e in quella percossa il fodero della spada uscì del ferro; e rimase il ferro ignudo nelle mani del tiranno, incrudelì forte, e menogli un colpo di punta, che l’avrebbe passato dall’uno lato all’altro (e fu bene l’intenzione del tiranno d’ucciderlo) ma per schifare il colpo, il giovane cavaliere si lasciò cadere in terra, e ’l colpo andò in vano. Intanto la moglie di messer Bernabò, ch’era presente, con gli altri circostanti cominciarono a riprenderlo, dicendo, che non era suo onore in casa sua colle sue mani volere uccidere un gentile uomo. E per questo si ritenne, e fecelo prendere e legare, e comandò che fosse decapitato. Messer Galeazzo sentendo il furore del fratello, mandò a lui prima la moglie, e appresso due suoi cavalieri, pregandolo che gli rimandasse il suo capitano. Allora disse messer Bernabò: Dite al mio frate, che questi ha offeso lui come me, e io gliel rimando, acciocchè ne faccia giustizia, e non perdoni a costui la nostra onta. Come messer Galeazzo il riebbe, senza alcuno arresto in quell’ora il fece accompagnare per le sue terre, e rimandollo in suo paese. La cagione che messer Bernabò disse palese della sua ingiuria fu, che ’l giovane dovea usare con una donna colla quale usava egli, e che conobbe a messer Pandolfo in dito un suo anello. La cagione segreta, a che più si diede fede, fu, perchè gli parea che costui facesse troppo montare il suo fratello nella consorte signoria. Pochi dì appresso si mostrò di ciò un altro segno; che essendo venuti a parole due scudieri, l’uno di messer Bernabò, e l’altro di messer Galeazzo, e dalle parole a mischia, ove fu fedito il famiglio di messer Bernabò, e quello di messer Galeazzo rifuggito in casa il suo signore, di presente messer Bernabò vi cavalcò in persona; e vedendo il fratello alle finestre, gli disse, che gli mandasse giù quello scudiere che avea fedito il suo. Messer Galeazzo glie le mandò; e lo scudiere gli si gettò a’ piedi domandandogli misericordia. La misericordia che gli fece fu, che negli occhi del fratello il fece tutto stampanare, e lasciolli il corpo senza anima così forato all’uscio, e tornossi a casa. Avvenne ancora in questi dì, che un giovane di buona famiglia di Bergamo, essendo richiesto da uno messo per la signoria, il prese per la barba, e confessato in giudicio il fallo suo, fu condannato in venticinque libbre. Sentendolo messer Bernabò, scrisse al potestà che gli facesse tagliare la mano. E avendolo il potestà preso per seguire il comandamento, i buoni cittadini della città comparenti del giovane, parendo loro troppa dura cosa questo giudicio, operarono tanto con il potestà, che sostenne l’esecuzione tanto ch’eglino andassono per avere grazia dal signore. Come il tiranno sentì per questi ambasciadori ch’al giovane non era tagliata la mano, comandò che al giovane le due, e al potestà l’una fossono tagliate, e a fare questo vi mandò gli esecutori. La potestà sentendo il crudele comandamento, col giovane ch’avea preso si fuggirono in uno castello ribello al tiranno. E non molto di lungi da questi dì uno lavoratore uccise con una mazza una lepre, che gli occorse per caso tra le mani, e portolla all’oste suo, ch’era grande cittadino di Milano, e dimestico di messer Bernabò. Vedendola costui sformatamente grande e grassa la presentò a messer Bernabò; il quale veduta la lepre, si maravigliò, e domandò ov’ell’era nudrita: fugli detto, ch’ell’era stata presa per lo cotale lavoratore. Mandò per lui, e domandollo come l’avea presa. Il lavoratore lietamente gli raccontò il caso intervenuto. Il tiranno, perchè avea comandato che il salvaggiume non si pigliasse con alcuno ingegno, fuori che co’ cani o uccelli, non avendo compassione alla semplicità del villano, nè al caso occorso, incrudelì contro al semplice; e mandato per li suoi cani alani, nella sua presenza il fece morire e dilacerare a quelli. Le crudeltà sono poco degne di memoria, ma alquanto ci scusa averne raccontate delle molte alcune, per esempio del pericolo che si corre sotto il giogo della sfrenata tirannia.
CAP. XLIX. Come i Genovesi racquistarono Savona.
Messer Simone Boccanegra doge di Genova, avendo ripresa la signoria per lo popolo, mandò per avere tutte le terre e castella della riviera di levante e di ponente e fra terra, e in breve tutti feciono i suoi comandamenti, fuori che Savona, Ventimiglia, e Monaco; i quali essendo in forza de’ Grimaldi, e d’altri gentili uomini di Genova, non vollono ubbidire il doge. E però il doge commosse il popolo, e per mare e per terra fece assediare Savona, e strignerla per modo, che tosto venne in soffratta; e quelli che la teneano avendola di poco rubellata al Biscione, non erano provveduti a potere avere soccorso, e però trattarono certi patti, e del mese di febbraio del detto anno feciono i comandamenti del doge, e ricevettono la sua signoria e del popolo di Genova.
CAP. L. Guerra dal re di Castella a quello d’Araona.
Pella guerra incominciata, come addietro è narrato, tra ’l re di Castella e quello d’Araona, il re di Castella essendo apparecchiato con sua gente, improvviso al suo avversaro cavalcò sopra le terre di quello d’Araona, e danneggiò assai il paese, e per forza vinse e prese la città di Saragozza, e arse la terra, e ritennesi la rocca, e misevi gente alla guardia. Di questo nacque l’abboccamento che appresso ne seguitò de’ due re con tutto loro sforzo, come seguendo al tempo racconteremo. E questo avvenne del mese di febbraio del detto anno.
CAP. LI. Come messer Filippo di Navarra cavalcò presso a Parigi.
Messer Filippo fratello carnale del re di Navarra, ch’era preso dal re di Francia, si mise in compagnia del conte di Lancastro, e con molti cavalieri e arcieri cavalcarono verso Parigi, scorrendo e predando il paese, senza trovare in campo alcuno contasto, e accostaronsi presso a Parigi a quindici leghe, e di là elesse messer Filippo mille cavalieri Franceschi, navarresi e normandi, e con essi cavalcò all’uscita di gennaio del detto anno infino presso a Parigi a tre leghe, ardendo ville casali e manieri in grande quantità, e uccidendo e predando bene alla disperata; e sì avea in quell’ora in Parigi cinquemila cavalieri armati, e non ebbono ardire d’uscire della città, tanto erano inviliti. E avendo per questo modo danneggiato il paese, e fatto onta e vergogna al vilissimo Delfino, raccolta sua preda, con tutta sua gente sano e salvo si tornò al conte, e di là tutti insieme carichi degli arnesi e de’ beni de’ Franceschi, e di loro prigioni si tornarono, senza vedere viso di nemico, in loro paese. In questi dì il Delfino s’era rimesso nel consiglio e nelle mani di certi borgesi, i quali erano stati eletti per comune consiglio del popolo di Parigi, e avea giurato nelle loro mani di fare pace e guerra come per loro si diliberasse. E molti stimarono che questa fosse la cagione perchè non uscì contro a messer Filippo di Navarra, potendolo fare con molta maggiore forza per numero di cavalieri che non avea egli.
CAP. LII. Come si cominciò le mulina del comune di Firenze.
Del mese di marzo, anno 1356 all’entrante, diliberò il comune di Firenze di far fare la gran pescaia in Arno sopra la città, dalla torre del Renaio alla porta di san Niccolò, e ’l canale che prende di sopra a san Niccolò infino al Ponte rubaconte da san Gregorio, nel quale ordinarono e poi fornirono due case a traverso al canale, l’una di sopra e l’altra di sotto, catuna con sei palmenta per lo comune molto bene edificate, e ancora per ordine vi se ne dovea fare quattro penzole. Provvide questo il comune per fatti delle guerre di fuori, che faceano alcuna volta venire di farina la città in gran soffratta, e queste vengono nella guardia dentro alle mura della città, e spesso hanno d’acqua grande abbondanza.
CAP. LIII. Come il reame di Francia ebbe gran divisione.
Detto abbiamo poco addietro come i borgesi di Parigi doveano guidare il Delfino e ’l reame, ma il mestiere di tanto fascio non era loro; e per la presura del re Giovanni, e per la codardia del Delfino suo figliuolo, l’ordine del consueto corso del reame era rotto, e’ baroni e’ popoli si governavano a loro senno, e’ borgesi di Parigi non poteano nè sapeano riparare. Gl’Inghilesi tennono con loro trattati d’accordo, e a mano a mano gli cavalcavano, facendo loro gran danni; e però, credendosi potere meglio riparare, ordinarono di comune concordia del reame che la balía e ’l consiglio del reggimento in quelle fortune fosse di tre prelati, e di tre baroni, e di tre borgesi, con piena balía di potere fare pace e guerra, e leggi e comandamenti come a loro paresse; e convenne che ’l Delfino acconsentisse a questo reggimento, e promettesse reggersi per loro consiglio. Dall’altra parte tutti quelli di Linguadoca feciono loro conducitore il conte d’Ormignac, dandoli due altri cavalieri per suo consiglio per certo termine, e ’l Delfino convenne che glie le confermasse; della qual cosa nacque lo sdegno del conte di Fucì, che fu poi cagione di gran guerra tra loro, come innanzi si potrà trovare. Nel principio di questo nuovo reggimento al tutto si mostrarono strani di non volere udire trattato di pace, e cominciarono a dare ordine d’accogliere danari per fornirsi di cavalieri soldati, e parve in questi principii dovessono fare gran cose; ma in poco di tempo, come catuno ebbe fornite sue spezialità per virtù dell’uficio, lasciarono in abbandono il consiglio del comune reggimento, e senza ordine trascorsono alla figura della ruina dello sviato regno. I Piccardi prima avvedendosi di questo, presono da loro di reggersi per sè, e non conferire nè ubbidire alle colte, nè agli ordini de’ detti uficiali, e così feciono molte altre provincie e ville del reame; e di questo nacquono poi cose di gravi danni di tutto il reame, come seguendo nostra materia si potrà trovare.
CAP. LIV. Morte del conte Simone di Chiaramonte in Cicilia.
Essendo il re Luigi in Messina, vi venne il conte Simone di Chiaramonte; e parendogli avere fatto al detto re gran cose, perocchè era principale cagione d’avergli fatto avere Messina, e l’altre terre e castella dell’isola, parendogli dovere avere dal re ogni grazia, gli addomandò di volere per moglie dama Bianca una delle figliuole di don Petro che fu re di Cicilia, e oltre a ciò si mostrava in atto e nel suo parlare più superbo che altiero. Al re e al suo consiglio non parve convenevole la sua domanda, che tant’era come dargli il regno, e però entrò in trattato con lui di volergli dare la figliuola del duca di Durazzo. E in questo stante al conte venne male, che in sette dì si trovò morto. Sospetto fu, che ’l consiglio del re avesse aoperato nella sua morte, per tema ch’e’ non movesse novità grandi nell’isola, come potea, non avendo dal re la sua intenzione. Se natural fu, assai fu a grado al re e al suo consiglio. E questo avvenne di marzo, anno detto 1356.
CAP. LV. Come si liberò il Borgo a Sansepolcro da tirannia.
Francesco di Nieri da Faggiuola essendo come tiranno signore del Borgo a Sansepolcro, e per tenere quello avea perdute certe delle sue proprie castella, e vedendosi debole in quello reggimento, trattò co’ terrazzani d’avere da loro seimila fiorini d’oro, e lasciarli in libertà; e avendone già avuti tremila, e data la fortezza a guardia de’ terrazzani, certi Boccognani, ch’erano in bando di Perugia e riparavansi con lui, il ripresono di viltà, e dissono che nol dovea fare, ma se avarazia di danari il movea, elli gli farebbono dare quindicimila fiorini in tre dì al comune di Perugia dando loro la terra. Costui stretto dalla cupidigia della moneta diè il suo consentimento a que’ Perugini. Ed egli avea ancora il titolo della signoria, e le masnade de’ forestieri a piè da poter mettere i Perugini nella terra, s’e’ borghigiani non se ne fossono accorti, ma sentirono il fatto; e senza attendere il dì, la notte furono tutti sotto l’arme, e per forza trassono Francesco e tutti i soldati del Borgo, e accompagnandoli, gli ebbono condotti in sul terreno di Città di Castello. Ivi il lasciarono co’ suoi soldati, i quali il ritennono tanto, ch’e’ tremila fiorini ch’avea avuto da’ borghigiani vennono nelle loro mani; e avuti i danari, e de’ suoi arnesi, il lasciarono andare povero e mendico, com’egli avea meritato. I borghigiani usciti delle mani del tiranno ghibellino si riformarono a popolo e a parte guelfa, tenendo di fuori tutti i Boccognani ghibellini ch’aveano tradita la loro terra, come addietro contammo, e’ loro seguaci.
CAP. LVI. Come l’abate di Clugnì succedette al cardinale di Spagna.
Avea, come si può vedere addietro, il cardinale di Spagna legato del papa con prospera fortuna racquistato a santa Chiesa tolte le terre, ch’erano state occupate lungamente a santa Chiesa nel Patrimonio, nella Marca, nel Ducato e in Romagna, salvo quelle che tenea il signore di Forlì, e contro a quelle s’era apparecchiato di vincerle. In questo il papa, o che fosse movimento suo o de’ cardinali, o fatto a richiesta o a motiva del legato, la Chiesa mandò successore a fornire le guerre, che restavano, e a mantenere le ragioni di santa Chiesa in Italia, per successore del valoroso cardinale di Spagna l’abate di Clugnì con piena legazione; il quale giunse a Faenza all’entrante d’aprile anni 1357. E come l’abate fu giunto, la gente della Chiesa in una cavalcata fatta sopra Forlì, alla quale il capitano uscì incontro per riscuotere la preda, e’ cadde in un aguato ove perdè da cento uomini di suo i più a cavallo. E come il nuovo legato fu posato, il legato fece venire a Fano tutti i maggiori caporali del Patrimonio, e del Ducato, e della Marca e di Romagna, e ambasciadori delle comunanze, e in quel parlamento il cardinale fece suo sermone, commendando coloro ch’avea trovati fedeli e leali a santa Chiesa, e ammonì e pregò tutti generalmente che dovessono stare in ubbidienza e in fede di santa Chiesa, e a servire il nuovo legato lealmente come aveano fatto lui, commendando largamente in tutte le virtù il suo successore, e dicendo come sua intenzione era di voler tornare a corte di Roma di presente; e questo fu a dì 27 d’aprile del detto anno. I savi uomini ch’erano in quel parlamento, che conoscevano il pericolo che correa il paese ancora in guerra partendosi il legato cardinale, ch’avea l’amore di tutti e le cose aperte nelle mani, il pregarono di comune consiglio che non si dovesse partire del paese insino al settembre prossimo: l’abate medesimo con ogn’istanza per sua parte e per beneficio di santa Chiesa il ne richiese: ond’egli conoscendo la necessità, affinchè l’acquisto fatto per lui prendesse più fermezza, acconsentì di stare alle loro preghiere questo tempo. E quello che principalmente più l’indusse, fu l’impresa ch’avea ordinata contro all’aspra rubellione del capitano di Forlì, che per vantaggio che ’l cardinale gli avesse voluto fare, non volea a santa Chiesa restituire in pace le città di Forlì e di Cesena.
CAP. LVII. Come il re di Francia fu menato in Inghilterra.
Tornando nostra materia a’ fatti del re di Francia, ch’era in prigione a Bordello in Guascogna, i Guasconi, a cui e’ s’era accomandato, non volendo acconsentire al re d’Inghilterra di mandarglielo nell’isola com’e’ volea, si pensò il re di fare per ingegno quello che per sua autorità, senza indegnazione de’ Guasconi co’ quali avea vinta la sua guerra, nol potea fare. E però fece venire i legati al figliuolo in Guascogna, e mandovvi i maggiori de’ suoi baroni a trattare la pace colla persona del re e co’ legati. E recata la cosa per lungo dibattimento a concordia, per dare più fede al fatto, fu ordinata e bandita nell’uno reame e nell’altro triegua per due anni; e’ patti della pace recati in iscritture private, con patto, che per fare onore al re d’Inghilterra, e per maggior bene della pace, il re dovesse andare nell’isola, e con lui i legati di santa Chiesa e tutti i baroni ch’erano presi, acciocchè la pace nella presenza de’ due re e de’ legati avesse la sua intera e piena fermezza. E per questo ingegno, acconsentendo i Guasconi alla volontà del re e de’ legati, fu il re di Francia e gli altri baroni liberati al duca di Guales, i quali con gran compagnia di baroni e di cavalieri inghilesi gli condussono in Inghilterra, dove furono ricevuti con quella festa e onore ch’al suo tempo innanzi diviseremo: e questa partita da Bordello fu fatta d’aprile del detto anno.
CAP. LVIII. Come la gente della Chiesa entrò in Cesena.
Dappoichè il cardinale legato ebbe preso partito di rimanere a fornire la guerra di Romagna, come detto è, ordinò la sua gente d’arme a cavallo e a piè, e tutti i sudditi richiese d’aiuto; e fece pubblicare la sentenza contro al capitano di Forlì e contro a chi gli desse aiuto o favore, e a dì 24 d’aprile anno detto fece scorrere la sua gente intorno a Forlì, e presono Castelvecchio, e predarono il paese facendo assai danno, e il capitano a questa volta si stette dentro alle mura. Avea, come detto è, Francesco Ordelaffi, detto capitano, mandato alla guardia di Cesena la valente sua donna madonna Cia, figliuola di Vanni da Susinana degli Ubaldini, con dugento cavalieri e con assai masnadieri, e comandato a tutti che l’ubbidissono come la sua persona; e per suo consiglio l’avea dato Sgariglino di.... suo intimo amico. Questa mantenea la guardia della città con grande sollecitudine: ma i cittadini sentendo la molta gente d’arme ch’avea il legato, e che contro a loro s’apparecchiavano le percosse, e non si vedeano potenti alla difesa, quasi in subito movimento ordinarono di ricevere nella terra di sotto la gente del legato; il quale subitamente vi mandò millecinquecento cavalieri, e senza contasto furono messi pe’ terrazzani nelle prime cinte delle mura. La donna colla sua forza per l’improvviso caso non potè riparare a’ nemici, ma ridussesi in quella parte più alta della terra che si chiama la murata e nella rocca, all’uscita d’aprile predetto, con tutte le sue masnade da piè e da cavallo. E presi tre cittadini ch’erano stati al trattato, in sulla murata li fece decapitare e gittarli di sotto a’ nemici; e con animo ardito e franco più che virile prese la difesa del minore cerchio e della rocca con sollecita guardia di dì e di notte, mostrando di poco temere cosa ch’avvenuta le fosse.
CAP. LIX. Come il legato con sua forza andò a Cesena.
Come il legato ebbe la sua gente in Cesena, di presente mandò tutta l’altra sua cavalleria e fanti a piè a Cesena per assediare la donna e la sua gente nella murata e nella rocca, innanzi ch’ella potesse avere altro soccorso, e fece pigliare un monistero ch’era in un colle al pari della rocca, e fecevi stare gente a cavallo e a piè sì forte, che da quella parte la rocca non potesse essere soccorsa, e nella terra di sotto provvide d’afforzarsi per modo che maggior forza che la sua non gli potesse nuocere: e’ soldati del cardinale avendo contro a’ patti rubati i terrazzani, avea fatto cambiare loro gli animi, per la qual cosa la guardia della terra convenia essere grande e forte, e in questo per tenerli forniti ebbe il legato somma sollecitudine. La valente madonna Cia dalla sua parte facea francamente dì e notte buona guardia, tenendosi in grande ordine alla difesa.
CAP. LX. Abboccamento e triegua fatta dal re di Spagna al re d’Araona.
Del mese d’aprile anno detto, il re di Castella avendo oltraggiato in mare e in terra quello d’Araona, come abbiamo contato, temendo che il re d’Araona non venisse sopra le sue terre colla sua oste, s’avacciò, e accolse tra Spagnuoli, e infedeli Giannetti, e Mori, cinquemila cavalieri e grandissimo popolo, e vennesene in sulle terre d’Araona; e pose campo intorno a Samona, la quale poco innanzi avea tolta a’ Catalani, e ivi attese il re d’Araona affine di combattersi con lui. Il re d’Araona avea fatto suo sforzo, e venne contro a lui con tremilacinquecento cavalieri catalani, e con moltitudine di mugaveri a piè con loro dardi, e pose il suo campo assai presso a quello degli Spagnuoli; e catuno s’ordinava per venire alla battaglia. E perchè il re d’Araona non avesse tanta gente a cavallo quanta il re di Spagna, non avea minore speranza nella vittoria, perocchè avea buoni cavalieri, e tutti d’una lingua, e animosi contro gli Spagnuoli, e dove abboccati si fossono, non era senza effusione di sangue grande, ma, come a Dio piacque, baroni di catuna parte si misono in mezzo, e mostrarono a’ signori come di lieve cagione non si convenia a’ due re essere operatori di tanto male, e presono ordine di trattare la pace, e in quello stante feciono fare loro due anni di triegua; e del mese di maggio del detto anno catuno si tornò addietro con tutta sua gente nel suo reame.
CAP. LXI. Come Rezzuolo si diede a’ Fiorentini.
I terrazzani del castello di Rezzuolo, dappoichè furono liberati dall’assedio del conte Ruberto da Battifolle per comandamento del comune di Firenze, s’intesono insieme, e recaronsi in guardia e ubbidiano male Marco di messer Piero Sacconi, perchè si pensava non poterlo tenere. Nondimeno vi mandò, gente d’arme per guardare la rocca, dando boce che ’l volea dare al comune di Firenze, perchè sentiva della volontà de’ terrazzani; ma quelli del castello non li vollono ricevere, ma feciono loro sindaco con pieno mandato, a darsi liberamente e farsi contadini di Firenze, e Marco mandò ancora suo procuratore a Firenze colle ragioni ch’avea nel castello per darle al comune. I Fiorentini presono prima le ragioni di Marco, e appresso quelle degli uomini del castello, e questo fu fatto a dì 29 d’aprile anno detto. E recato Rezzuolo col suo contado a contado di Firenze, e aggiunto colla montagna fiorentina con cui confinava, e già per questo Marco non si fece amico de’ Fiorentini, nè i Fiorentini, di lui.
CAP. LXII. Come i Pisani vollono torre Uzzano a’ Fiorentini.
I Pisani veggendosi privati del porto, e della mercatanzia, e de’ mercatanti forestieri, della qual cosa seguitava alla loro città mancamento delle rendite del comune, e incomportabile danno agli artefici e a’ mercatanti, e scandalo e riprensione tra’ cittadini, coloro che reggeano lo stato con grande astuzia pensavano di trovare modo con loro vantaggio, ch’e’ Fiorentini si movessono contro a loro in guerra, stimando, se guerra si movesse, i cittadini di Pisa, che sono animosi contro a’ Fiorentini, dimenticherebbono ogni altra cosa di mercatanzia e di loro mestieri; e però cominciarono certo trattato in Uzzano di Valdinievole per torlo al comune di Firenze, non avendo il detto comune per tutta l’ingiuria della franchigia tolta a’ loro cittadini voluta rompere la pace. Il trattato si scoperse, e Uzzano e tutte l’altre terre si rifornirono pe’ Fiorentini di migliore guardia, e presesi per consiglio di dissimulare l’ingiuria. È oltre a questo usarono un altro scalterimento. Il doge di Genova era singulare loro amico, e sotto la sua baldanza mandarono ambasciadori a Genova, i quali fermarono compagnia e lega col doge per un anno, e co’ Genovesi, a tenere certe galee in mare per non lasciare andare mercatanzia a Talamone, ma farla scaricare in Porto pisano; e dierono a intendere a’ Genovesi, che quest’era di volontà de’ Fiorentini ch’aveano voglia di tornarsi a Pisa, ma non voleano mancare a’ Sanesi per loro fatto la promessa del porto di Talamone. E fornita la lega, con moltitudine di stromenti la feciono bandire, e nel bando dire, che i Fiorentini potessono colle persone e colle loro mercatanzie andare, stare, e navicare, e mettere e trarre del loro porto, e della città e distretto, sani e salvi, e franchi e liberi d’ogni dazio, e gabella e dirittura. E con questa loro provvisione credettono levare i Fiorentini dalla loro impresa di Talamone, ma trovaronsi ingannati, come appresso diviseremo.
CAP. LXIII. Come i Pisani armarono galee per impedire il porto.
I Fiorentini sentendo i maliziosi agnati de’ Pisani, infinsono, come detto è il fatto d’Uzzano, e mandarono ambasciadori a Genova per avvisare il consiglio e il popolo di quella città l’inganno col quale i Pisani gli aveano indotti a fare lega contro al comune di Firenze. Il doge per la singolare amistà ch’avea co’ Pisani non lasciò avere loro il consiglio, sicchè non poterono fare quello perchè andati v’erano, e tornaronsi addietro non senza mormorio de’ cittadini che ’l seppono contro al doge. I Fiorentini conoscendo quanto danno tornava a’ Pisani il perdimento del porto e della mercatanzia più l’un dì che l’altro, aggravarono l’ordine del divieto, e aggiungono, che chi consigliasse, o procurasse o trattasse, o in segreto o in palese, che a Pisa si tornasse, fosse condannato nell’avere e nella persona; e mandarono in Proenza a fare armare galee per conducere la mercatanzia, e’ mercatanti si procacciarono cammino di Fiandra a. Vinegia ed a Avignone per terra, non curandosi, di maggior costo, e ogni cosa comportavano lietamente, acciocchè ’l comune mantenesse l’impresa. I Pisani si sforzarono tanto ch’ebbono sei galee armate, e più volte cercarono di prendere e ardere Talamone; la cosa si rimase in questi termini lungamente, tanto, ch’e’ Fiorentini, procurarono di ributtarli in mare.
CAP. LXIV. L’aiuto mandò messer Bernabò al capitano di Forlì.
Il capitano di Forlì, sentendo le masnade del legato in Cesena, e posta la bastita alla rocca, e racchiusa la moglie e i figliuoli nella murata, mandò per soccorso a messer Bernabò signore di Milano in cui riposava tutta sua speranza, il quale incontanente intese ad apparecchiarli il soccorso. Ma perchè scoprire non si volea allora nemico di santa Chiesa, trattò col conte di Lando caporale della compagnia, e segretamente si convenne con lui per li suoi danari; e fece servigio a se del levargli a’ nemici, e mandogli in Romagna contro al legato, perchè atassono il capitano di Forlì suo amico. E innanzi che la compagnia si partisse, per dare speranza agli amici, e raffrenare le imprese del legato, mandò in sul Modenese duemila barbute della sua propria cavalleria, e ivi si stavano senza fare guerra, tenendo in sospetto i Lombardi e ’l legato. In questo tempo il legato si studiava di strignere e forte quelli della murata di Cesena, dando loro il dì e la notte gravi assalti, e rittivi più trabocchi, gli fracassava d’ogni parte; e oltre a ciò, tentava con trattati e con spendio d’avere la murata innanzi che la compagnia venisse. Di questo nacque, che madonna Già avendo alcuno sentore, che senza sua saputa l’antico amico del capitano, il quale era in sua compagnia, Sgariglino, trattava alcuno accordo col legato per salvezza di tutti gli assediati, di presente il fece prendere e tagliargli la testa, del mese di maggio anno detto. Ella sola rimase guidatore della guerra e capitana de’ soldati, e il dì e la notte coll’arme indosso difendea la murata dagli assalti della gente del legato sì virtuosamente, e con così ardito e fiero animo, che gli amici e’ nemici fortemente la ridottavano, non meno che se la persona del capitano fosse presente.
CAP. LXV. Come il conte d’Armignacca da Tolasana per gravezze fu cacciato.
Di questo mese di maggio, essendo venuto il conte d’Armignacca capitano di quelli dei reame di Francia di Linguadoca, ed essendo venuto alla città di Tolosa, e trattando di fare gravezze per accogliere danari per la comune bisogna della guerra, il popolo si levò a romore e furore contro al conte, dicendo, ch’egli era sturbatore della pace, e voleali mettere in disusate gravezze; e corsono al palagio ov’egli abitava, e non potendovi entrare per forza, l’assediarono, e cominciarono ad affocare le porte. E soprastando la difesa, i gentili uomini di Tolosana si misono in mezzo, e feciono promettere e giurare al conte, che non renderebbe mal merito al popolo di Tolosa di ciò ch’aveva fatto contro a lui, e che non farebbe alcuna gravezza alla villa. E fatti i patti, il conte s’assicurò nelle mani de’ gentili uomini: e quetato il popolo, sano e salvo il condussono in suo paese colla sua gente.
CAP. LXVI. Conta dell’onore fatto al re di Francia in Inghilterra.
Avendo il duca di Guales e gli altri baroni d’Inghilterra condotto il re di Francia, e ’l figliuolo, e gli altri baroni presi nella battaglia, nell’isola d’Inghilterra, feciono assapere al re Adoardo la loro venuta. Il re di presente fece assembrare in Londra di tutta l’isola baroni, e cavalieri d’arme, e gran borgesi per volere fare singulare festa in onore del re di Francia per la sua venuta; e fece ch’e’ cavalieri si vestissono d’assisa, e li scudieri e’ borgesi, e per piacere al loro re catuno si sforzò di comparire orrevole e bello; e ordinato fu che tutti andassono incontro al re di Francia, e facessongli reverenza, e onore, e compagnia, e ’l re Adoardo in persona vestito d’assisa, con alquanti de’ suoi più alti baroni, avendo ordinata sua caccia a una foresta in sul cammino fuori di Londra, si mise là co’ detti suoi baroni; e mandato innanzi incontro al re di Francia tutta la sopraddetta cavalleria, com’egli s’approssimò alla foresta, il re d’Inghilterra uscito dalla foresta per traverso s’aggiunse col re di Francia in sul cammino, e avvallato il cappuccio, inchinatolo con reverenza, gli disse salutandolo: Bel caro cugino, voi siate il ben venuto nell’isola d’Inghilterra. E ’l re avvallato il suo cappuccio gli rispose, che ben foss’egli trovato. E appresso il re d’Inghilterra l’invitò alla caccia, ed egli lo merciò dicendo che non era tempo: e ’l re disse a lui: Voi potete e a caccia e riviera ogni vostro diporto prendere nell’isola. Il re di Francia glie ne rendè grazie. E detto, addio bel cugino, si ritornò nella foresta alla sua caccia, e ’l re di Francia con tutta la compagnia degl’Inghilesi con gran festa fu condotto nella città di Londra, essendo montato in sul maggiore destriere dell’isola spagnuolo adorno realmente, e guidato da’ baroni al freno e alla sella, con dimostramento di grande onore fu guidato per tutte le buone vie della città, ordinate e parate a quello reale servigio, acciocchè tutti gl’Inghilesi piccoli e grandi, donne e fanciulli il potessono vedere. E con questa solennità fu condotto fuori della terra all’abitazione reale; e ivi apparecchiata la desinea con magnifico paramento d’oro, e d’arnesi, e di argento, e di nobili vivande, fu ricevuto e servito alla mensa realmente, e tutti gli altri baroni, e il figliuolo del re, ch’erano prigioni, furono onorati conseguentemente in questa giornata, che fu a dì 24 di maggio del detto anno. Per questa singolare allegrezza e festa si diede più piena fede che la pace fosse ferma e fatta; ma chi vuole riguardare la verità del fatto, conoscerà in questo processo accresciuta la miseria dell’uno re e esaltata la pompa dell’altro, e quello che si nascose nella simulata festa si manifestò appresso ne’ fatti che ne seguirono, come seguendo, ne’ tempi racconteremo.
CAP. LXVII. Trattato tenuto per li Fiorentini in accordare il capitano di Forlì con il legato.
In questi medesimi dì, vedendo i Fiorentini la durezza del capitano di Forlì, e temendo che l’avvenimento della compagnia e d’altra nuova gente d’arme in Romagna non rimbalzasse in loro dannaggio, mandarono ambasciadori allegato, i quali voleano essere mezzani a trovare accordo e pace intra lui e ’l capitano di Forlì; e intesisi col legato, il trovarono grazioso per amore de’ Fiorentini alla concordia, e con buona speranza andarono al capitano di Forlì, il quale li ricevette onorevolmente; e udita l’ambasciata, ringraziò gli ambasciadori, e disse ch’era contento d’avere pace col legato e con santa Chiesa, rimanendo egli signore di Forlì, e di Cesena, e di tutte le terre che tenea, volendole riconoscere da santa Chiesa, e per omaggio pagare ogni anno quel censo alla Chiesa che fosse convenevole; per altro modo non voleva che se ne parlasse, e a questo era fermo; e per questo modo si tornarono a Firenze senza frutto alcuno.
CAP. LXVIII. Come il legato ebbe la murata di Cesena.
Trapassate le parole del trattato, il legato, ch’avea l’animo sollecito a vincere sua punga, innanzi che ’l soccorso giugnesse a’ nemici, a dì 28 di maggio anno detto, ordinata sua gente e molti dificii da combattere la murata, fece d’ogni parte cominciare la battaglia aspra e forte, e avendo provveduto alcuna parte del muro si poteva per cave abbattere, il fece rovinare, e que’ dentro subitamente ripararono con steccati; e aggravando la battaglia d’ogni parte, rinfrescandosi spesso per quelli di fuori nuovi combattitori, e dove il muro era caduto, quivi senza arresto si continova va sì aspra battaglia, che quelli ch’erano alla difesa, per lo soperchio affanno di loro corpi, senza potere avere rinfrescamento, conobbono di non potere sostenere, e l’altre parti erano ancora sì strette da’ combattitori che non poteano soccorrere alle più deboli parti; e vedendosi non potere più resistere, benchè assai avessono morti e fediti e magagnati de’ loro avversari, diedono segno tra loro, e abbandonarono la murata, e ridussonsi nella rocca, e la gente del legato di presente vittoriosamente la si prese. Madonna Cia avendo fatto maravigliosamente d’arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con quattrocento tra cavalieri e masnadieri nella rocca, acconci a’ comandamenti della donna per singulare amore infino alla morte.
CAP. LXIX. De’ fatti di madonna Cia donna del capitano di Forlì.
Racchiusa madonna Cia nella rocca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, e con due suoi nipoti piccoli fanciulli, e con una fanciulla grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano e cinque damigelle, ed essendo cinta stretta d’assedio, e combattuta da otto dificii che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento d’alcuno soccorso, e sapendo che le mura della rocca e delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, Vanni da Susinana degli Ubaldini suo padre, conoscendo il pericolo a che la donna si conducea, andò al legato, e impetrò grazia d’andare a parlare colla figliuola, per farla arrendere al legato con salvezza di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre, e uomo di grande autorità, e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dei credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo onore. Io conosco e veggo, che tu e la tua compagnia siete agli stremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rocca al legato. E sopra ciò l’assegnò molte ragioni perch’ella il dovea fare, mostrando, ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna trovandosi in così fatto caso. La donna rispose al padre, dicendo: Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste, che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente, e così ho fatto infino a qui, e intendo di fare infino alla morte. Egli m’accomandò, questa terra, e disse, che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcuno segreto seguo che m’ha dato. La morte, e ogni altra cosa curo poco, ov’io ubbidisca a’ suoi comandamenti. L’autorità del padre, le minacce degl’imminenti pericoli, nè altri manifesti esempli di cotanto uomo poterono smuovere la fermezza della donna: e preso comiato dal padre, intese con sollicitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rocca che rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre, e di chi udì la fortezza virile dell’animo di quella donna. Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbono lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singulari lode per la loro costanza.
CAP. LXX. Novità fatte in Ravenna.
Essendo venuta in Ravenna la novella, come la gente del legato aveano per forza vinta la murata di Cesena, il signore di Ravenna, ch’allora era all’ubbidienza del legato, comandò che i cittadini ne facessono festa di fuoco e di luminaria. E però domenica, a dì 28 di maggio, i cittadini si radunarono insieme per le contrade e per le piazze, e festeggiavano: e nelle loro radunanze cominciarono a mormorare contro a messer Bernardino da Polenta loro signore per le gravezze che faceva, perocchè in breve tempo avea fatto pagare dell’estimo loro in tre paghe libbre sette soldi dieci per libbra, onde generalmente i cittadini erano mal contenti. E cominciato il bollore negli animi, riscaldato col fuoco della festa, e facendosi alcuno caporale, cominciò a gridare: Viva il popolo, e muoia l’estimo, e le gabelle. E crescendo la boce, e multiplicando la gente al romore, il popolo corse all’arme, e cominciossi a riducere in sulla piazza, e multiplicare le grida. Il signore sentendo le grida mandò là due suoi famigli, l’uno appresso l’altro, i quali giunti alla piazza furono morti dal popolo. Il tiranno sentendo procedere la cosa da mala parte s’armò con sua famiglia, e montato a cavallo corse alla piazza. Il popolo si rivolse coll’arme contro a lui per modo, che per campare la persona si ritornò nel castello; e accolto maggiore aiuto, da capo tornò alla piazza per modo di volere acquetare il popolo: ma crescendo più il furore, fu costretto per altra via ritornare a una postierla del castello; ma i vili servi di quello popolazzo, avendo la libertà nelle proprie mani, non la seppono per propria pigrizia seguitare, che al tutto erano signori. E però, come si venne facendo notte, senza ordine e senza capo cominciarono ad abbandonare la piazza, e tornarsi a casa, come si tornassono da uno giuoco, e pochi furono quelli che vi rimasono, e male provveduti. Per la qual cosa nella mezza notte uno fratello bastardo del signore con venticinque masnadieri sì fedì di subito in quel popolo stordito, e il signore con pochi a cavallo stava alla porta del castello per riscuotere i suoi; ma i vili popolari, essendo ancora in grande numero, senza fare resistenza si lasciarono percuotere, e uccidere, e cacciare da que’ pochi assalitori, e abbandonata la piazza, si tornarono a casa. La mattina vegnente il signore mandò per certi cittadini, i quali come usciti d’ebrietà, e assicurati v’andarono; e avendo i primi, mandò per anche, e raunonne in sua forza, centoventi e più, i quali messi in prigione corse la terra; e appresso per diversi modi gran parte ne fece morire, e degli altri fece danari. E da indi innanzi fu più fortemente dal suo popolo ubbidito, temuto, e ridottato.
CAP. LXXI. Novità di Grecia, e presura di loro signori.
In questo medesimo tempo, Orcam grande signore de’ Turchi, avea lasciato in Gallipoli un suo figliuolo primogenito per guardare le terre dell’imperio di Costantinopoli, ch’egli avea acquistate quando furono i grandi tremuoti nel paese. Il giovane prendendo vaghezza di vedere pescare, follemente si mise in una barca, e valicando legni armati di Greci, presono la barca; e conosciuto il figliuolo d’Orcam, il condussono a Foglia vecchia, una terra che l’imperadore avea data a un suo barone, e ’l figliuolo l’avea tolta al padre; capitando questi Greci a lui, e sapendo cui eglino aveano preso, il ritenne a se, e a’ marinai diede cinquemila perperi. L’imperadore volle il prigione, e non lo potè avere. E però prese accordo col Cerabì, uno de’ signori de’ Turchi, che ’l verno appresso venisse per terra con sua forza ad assediare la città di Foglia, ed egli vi verrebbe per mare, con patto, che racquistata la terra l’imperadore farebbe rendere a Orcam il suo figliuolo che ivi era preso. Il Cerabì vi venne con grande oste, e l’imperadore con sei galee e con assai legni armati. E stati lungamente all’assedio, e non potendo vincere la terra, l’imperadore per consiglio di messer Francesco di.... di Genova suo cognato, a cui egli avea dato in dota l’isola di Metelino, stando l’imperadore in un’isoletta che fa porto a Foglia, invitò il Cerabì ed egli fidandosi dell’imperadore andò a lui; e trovandosi tradito, innanzi che altra novità gli fosse fatta, disse all’imperadore: Io so ch’io sono prigione, ma tu non fai quello che fare ti credi se tu non seguiti il mio consiglio. Se questo s’intende tra’ miei Turchi, uno mio fratello prenderà la signoria, e sarà contento ch’io sia prigione, e troppo più ch’io fossi morto; ed io so che tu hai bisogno di moneta, e per questo modo non avresti mai una dobla. Ma fa’ com’io ti dirò, e arai la tua intenzione. Fa’ palese ch’io abbi tolta la tua sirocchia per moglie, e facciamo di ciò festa; e io manderò per lo mio fratello e per otto miei grandi baroni, i quali si sforzeranno di venire alla festa per farmi onore, e come ci saranno, terrai loro tanto ch’io ti mandi i danari di che saremo in accordo. E fatta la convegna della moneta, l’imperadore conoscendo ch’e’ diceva il vero, fece come il Cerabì il consigliò, ed ebbe di presente gli stadichi venuti sotto il titolo della festa del parentado, e lasciato il Cerabì, come fu nelle terre della sua signoria di presente mandò la moneta promessa, e liberò il fratello e’ suoi baroni dall’imperadore, e per savio provvedimento liberò se dal fortunevole caso di perdere la sua signoria, e per lo poco senno della sua confidanza, aggravando però nondimeno la vergogna dell’infedele imperadore.
CAP. LXXII. Come il re Luigi assediò Catania in Cicilia.
Essendo il re Luigi a Messina, per attrarre a sè gli animi de’ paesani, diede loro intendimento di dimorare nell’isola sei anni, e di tenervi la corte di tutto il Regno; e per dimostrare, coll’opera quello che promettea colla bocca, richiese i baroni del Regno per volere assediare il figliuolo di don Petro, ch’era in Catania, per riducere tutta l’isola in sua signoria, e prenderne la corona. I baroni furono ubbidienti per modo, che del mese di maggio detto col debito servigio de’ suoi baroni si trovò nell’isola millecinquecento cavalieri, e commise la bisogna a messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco; il quale co’ cavalieri e col popolo cavalcò a Catania e misesi ad assedio, strignendola fortemente per modo, che senza gran forze non potevano gli assediati per terra avere entrata o uscita d’alcuna gente, e per mare fece stare nel porto quattro galee armate e due legni le quali assediavano la città per mare, e nondimeno recavano ogni dì rinfrescamento all’oste, perocchè, per, terra non v’era modo d’andarvi la vittuaglia per lo cammino ch’era lungo, e’ passi malagevoli e stretti. Nella terra avea centocinquanta cavalieri catalani di buona gente d’arme, i quali bene apparecchiati si stavano nella città senza fare alcuna vista o sentore a’ loro nemici di fuori. La gente del re Luigi non trovando contasto, baldanzosamente cavalcavano il paese, e mantenevano loro assedio.
CAP. LXXIII. Della materia medesima.
Stando l’assedio di Catania in questo modo, occorse per caso non provveduto che due galee di Catalani ch’andavano in corso arrivarono a Saragozza in Cicilia, e sentendo ivi come quattro galee e due legni del re Luigi erano nel porto di Catania, come valenti uomini, e grandi maestri de’ baratti del mare, innanzi che lingua venisse di loro a quelli dell’oste, di subito feciono armare due legni ch’erano in quel porto, e fornirli di trombe, e di trombette, e nacchere e altri stromenti più che di gente da combattere, e fatta la notte si mossono, e improvviso con gran baldanza le due galee de’ Catalani, lasciatosi dietro i due legni che facessono gran rumore e grande stormeggiata, entrarono nel porto, e con molto romore cominciarono ad assalire le galee del re: le due ch’erano del Regno, temendo del romore di fuori che non fossono assai galee, senza intendere alla difesa uscirono del porto, e andaronsene a Messina, e l’altre due ch’erano genovesi stettono alla difesa; ma perocch’e’ non erano provveduti nel subito assalto furono vinte, e presi le galee e’ legni; e questo fu la notte della Pentecoste, a dì 29 di maggio del detto anno.
CAP. LXXIV. Come l’oste del re Luigi si levò da Catania in isconfitta.
L’oste del re Luigi più baldanzosa che provveduta, sentendo prese le due galee e’ legni, e l’altre fuggite, per le quali veniva loro il fornimento della vittuaglia, ed essendo di lungi da Messina quaranta miglia per terra, e i passi stretti in forza de’ nemici, sbigottirono forte, e conobbono che se’ soprastessono quivi tanto che i nemici mandassono gente a’ passi elli erano senza rimedio tutti perduti; e vivanda non aveano da mantenere il campo, tanto che il re li potesse soccorrere, e però diliberarono d’abbandonare il campo e gli arnesi, e di campare le persone; e a dì 30 del detto mese si misono a cammino senza ardere il campo, a fine di non essere da’ cavalieri incalciati. I centocinquanta cavalieri catalani di presente uscirono fuori, e avvrebbono avuto de’ nemici ogni derrata, ma la cupidigia della preda del campo li ritenne alquanto. I nemici che fuggivano avanzavano loro cammino per quella via ond’erano venuti, nondimeno i Catalani li danneggiarono alquanto alla codazza. Ma quello che peggio fece loro furono i villani ridotti a’ passi colle pietre, ch’altr’arme non aveano. In questa caccia fu morto il figliuolo del conte di Sinopoli, che per l’antichità del padre si dicea conte, e preso il conte camarlingo, e morti da quaranta a cavallo e assai di quelli da piè. Il gran siniscalco campò per lunga fuga sopra di un buono destriere, perduto grande tesoro di suoi gioielli e arnesi, e così tutti gli altri baroni e cavalieri, che molto v’erano pomposi. E nota, come un’oste reale di più di millecinquecento cavalieri e gran popolo, con quattro galee in mare e due legni armati, per troppa baldanza, e mala provvedenza intorno alle cose che si richieggono a un’oste, dal provveduto scalterimento di due corsali con due galee furono sconfitti e rotti, abbandonando il campo a’ nemici vituperevolmente.
CAP. LXXV. Come la compagnia venne sul Bolognese.
La compagnia del conte di Lando mossa di Lombardia co’ danari di messer Bernabò Visconti e con quelli del capitano di Forlì, per venire al soccorso di Cesena, a dì 18 di giugno del detto anno venne in sul Bolognese con licenza del signore di Bologna, senza far danno al paese di ruberie o di prede, ma prendeano derrata per danaio, e accampati al Borgo a Panicale, intendeano più a’ loro propri fatti che ad andare a soccorrere la rocca di Cesena, perocchè vi sentivano il legato forte da non potere vincere la punga; e stando quivi, accrescevano la loro brigata, che secondo l’usanza d’ogni parte vi veniano uomini d’arme a mettersi in quella per vaghezza della preda, e non di trovare nemici in campo, che quasi tutti i soldati d’Italia v’aveano parte; e stando coperti di loro movimenti, feceano paura a tutti i popoli di Toscana e dell’altre provincie circustanti, e attraevano a loro ambasciadori da quelli per prendere accordo; e così sospesi usavano la loro mercatanzia molto sagacemente. E bench’e’ tiranni e’ popoli d’Italia avessono la compagnia in odio, tant’era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni, che catuno volea piuttosto ubbidire al servigio della compagnia co’ suoi danari che contastare con quella, e però ora era condotta per l’uno ora per l’altro, rimanendo continovo l’ordine della compagnia. E in questi dì era già durata più di quindici anni questa tempesta in Italia.
CAP. LXXVI. Come il comune di Firenze afforzò lo Stale.
I Fiorentini vedendo che la compagnia era in parte che in un dì potea valicare l’alpe ed entrare nel Mugello, per certa piaggia dell’alpe assai aperta che si chiama la via dello Stale, richiesono gli Ubaldini, i quali s’impromisono d’essere co’ Fiorentini alla guardia del passo; il comune vi mandò di presente tremila balestrieri, e bene altrettanti fanti e ottocento cavalieri, e gli Ubaldini vi vennono con millecinquecento fanti di loro fedeli, e diedono il mercato abbondantemente a tutta l’oste, e co’ capitani insieme de’ Fiorentini feciono fare una tagliata che comprendea i passi di quello Stale per spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e sopra la tagliata feciono barre di grandi e grossi faggi a modo di steccato, e vi feciono loro abitazioni, e stettonvi alla guardia de’ passi mentre che la compagnia dimorò sul Bolognese, desiderando ch’ella si mettesse nell’alpe per volere passare, com’erano le loro minacce, ma sentendo la provvisione de’ Fiorentini, conceputo maggiore sdegno tennono altro cammino.
CAP. LXXVII. Come s’arrendè la rocca di Cesena al legato.
Sentendo il legato la compagnia soggiornare in sul Bolognese, abbandonato ogni altra cosa, con sommo studio si diè a volere vincere la rocca di Cesena, facendola cavare per abbattere le mura e le torri, e traboccarvi dentro grandi pietre con otto trabocchi, e oltre a ciò spesso la faceva assaggiare di battaglia; ma tanto era la severità di madonna Cia, e la sua sollecitudine di dì e di notte alla difesa, che per cosa che si facesse quell’animo non si cambiava; e già essendo per le cave caduto parte delle mura e l’una delle torri, la donna in persona facea riparare con isteccati e con fossi, oltre alla considerazione de’ più fieri e de’ più valenti uomini del mondo, non dimostrando alcuna paura. Ma i valenti conestabili ch’erano con lei, sapendo che la mastra torre della rocca si mettea in puntelli, e vedendo la pertinace costanza della donna, ebbono madonna Cia a consiglio, e dissono: Madonna, e’ si può sapere e conoscere manifestamente che per voi è mantenuta la difesa della murata e della rocca infino agli ultimi stremi, e di noi avete potuto conoscere intera e pura fede, mentre che alcuna speranza s’è per voi e per noi potuta conoscere, ma ora non ne resta via da potere campare la sepultura de’ nostri corpi sotto la ruina di questa rocca. E perocchè questo non dobbiamo comportare per alcuna ragione, siamo disposti, o di vostra volontà, o contro al vostro volere, rendere la rocca per salvare le nostre persone. La valente donna per questo non cambiò faccia, nè perdè di sua virtù, e conobbe ch’e’ soldati aveano ragione di così fare, e però disse a’ conestabili: Io voglio che lasciate fare a me questo accordo; e i conestabili conoscendo il grande animo della donna, dissono che di ciò erano contenti; e mandato al legato, e avuti da lui uditori con pieno mandato secondo la sua volontà, trattò che tutti i conestabili colle loro masnade, e tutti gli altri soldati fossono franchi e liberi, e potessonne portare ciò che volessono in su’ loro colli: ed ella rimanesse prigione del legato col figliuolo, e con una sua figliuola, e con due suoi nipoti madornali e uno bastardo, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque sue damigelle. Per sè e per la sua famiglia non cercò grazia, potendo salvare i soldati che lealmente l’aveano atata. E fatti e fermi i patti, a dì 21 di giugno gli anni domini 1357 rendè la rocca al legato, e fu signore di tutto con gran gloria della sua punga, ma non con mancamento di chiara fama del forte animo di quella donna: la quale per alcuno caso avverso, per alcuna intollerabile fatica, mentre ch’era in sua libertà, mai non cambiò faccia, o mancò di consiglio o d’ardire. E menata in prigione dov’era il legato nel castello d’Ancona, così contenne il suo animo non vinto e non corrotto, e in aspetto continente come se la vittoria fosse stata sua. E il legato maravigliandosi della costanza di questa donna, benchè la ritenesse prigione a fine di piuttosto domare l’alterezza del capitano, assai la fece stare onestamente, e bene servire.
CAP. LXXVIII. De’ fatti di Costantinopoli.
L’imperadore di Costantinopoli avendo perduta la speranza di vincere la città di Foglia vecchia, mutò consiglio, e trattò con quello Greco che la tenea, e confermogliele in feudo, e aggiunseli alla baronia, e diegli sessantamila perperi; e la primavera vegnente ebbe da lui il figliuolo d’Orcam signore de’ Turchi, il quale egli avea prigione, come addietro abbiamo contato. E per costui l’imperadore riebbe tutte le terre che Orcam gli avea tolte, e oltre a ciò molti danari, e stadichi per mantenere la pace che feciono insieme quando gli rendè il figliuolo.
CAP. LXXIX. Come il legato prese Castelnuovo e Brettinoro.
Vinta la punga di Cesena, i cavalieri del legato baldanzosi per la vittoria di subito cavalcarono a Castelnuovo di Cesena, e trovandolo male provveduto alla difesa, vi s’entrarono dentro. E appresso si dirizzarono al nobile castello di Brettinoro, il quale era fornito di suoi terrazzani, e d’assai soldati a cavallo e a piè, e di molta vittuaglia, sicchè poco se ne potea sperare o per forza o per assedio. Nondimeno la gente del legato vi s’accampò intorno: e poco stante vi si cominciò un badalucco tra quelli della terra e la gente della Chiesa, della quale messer Galeotto Malatesta era capitano; il badalucco durò molto, e per questo s’ingrossò da ogni parte, e per lo soperchio della gente della Chiesa, quella del castello fu rotta. Messer Galeotto, ch’era in ordine co’ suoi cavalieri, perseguitò quelli che fuggivano verso la terra, e mescolossi con loro per modo, che giunti alle porte, entrarono con quelli del castello insieme, combattendo continovamente; e avendo seguito presso de’ loro cavalieri e masnadieri, presono la porta e le guardie di quella, per la qual cosa la loro gente vi s’ingrossò di subito, e venne bene a bisogno, perocchè tutti i terrazzani e’ soldati che v’erano francamente li combatteano, e colle pietre delle case per difendere la terra. Ma il soperchio che vince ogni cosa, dopo la lunga e aspra battaglia, essendo multiplicata la gente della Chiesa, e molti morti dall’una parte e dall’altra, i terrazzani e i loro soldati furono costretti a fuggire nella rocca; e la gente del legato presa la terra e rubata, la tennero vittoriosamente, essendo tenuta grande maraviglia per la fortezza del castello. Alcuni dissono, che tra’ terrazzani ebbe divisione, che se fossono stati interi alla difesa non si potea perdere. E questo fu l’ultimo dì di giugno detto. Presa la terra, il legato mandò di presente molti dificii a tormentare la rocca, e cavatori per cavare e abbattere le mura, com’altra volta avea fatto il capitano; ma avea molto rafforzati i fondamenti con gran pietre, e molte stanghe e cinghie di ferro, ma poco valse, che in assai breve tempo quelli della terra feciono i comandamenti del legato, come appresso racconteremo.
CAP. LXXX. Di processi fatti contro la compagnia per lo legato.
Avendo a questi dì la compagnia tentato di volere entrare in Toscana, e trovati tutti i passi dell’alpe occupati e in guardia de’ Fiorentini, e il più largo dello Stale afforzato da non mettersi a prova, con molto sdegno contro al comune di Firenze valicarono in Romagna, e a dì 6 di luglio furono a Villafranca a tre miglia di Forlì con quattromila cavalieri, i più bene armati e bene montati, e milleseicento masnadieri e balestrieri, e grandissimo numero di ribaldi e di femmine al comune servigio, seguitando la carogna della compagnia, e ivi a pochi dì si misono al ponte a Ronto e posono il campo e afforzarlo. Il legato vedendosi la compagnia presso, ristrinse tutta la sua gente in Cesena e in Brettinoro, senza mettersi a campo o fare assalto contro a loro. E per avere aiuto da’ fedeli di santa Chiesa, fece sopra la compagnia il processo ch’avea fatto sopra il capitano di Forlì come suoi fautori, e pronunziolli incorsi in quella medesima sentenza; e fece in Italia bandire la croce sopra loro con maggiore istanza, e con maggior mercato dell’indulgenza, e con minore termine del servigio che dato avea contro al capitano, e mandò di nuovo i predicatori e gli accattatori a sommuovere i popoli, e fece grande commozione, e raunò tesoro e gente assai, come al debito tempo racconteremo,
CAP. LXXXI. Della gravezza facea il tiranno a’ Bolognesi.
Quando la compagnia fu valicata in Romagna, i duemila cavalieri che messer Bernabò tenea sul Modenese, e appresso a Sassuolo in su quello di Bologna, senza fare alcuna novità di guerra pur facea stare i collegati in sospetto, e anche il legato, e però i Lombardi della lega accolsono gente, e ’l tiranno bolognese fece a’ suoi Bolognesi, per avere danari, sconvenevoli gravezze sopra l’usate. Perocchè ogni mese volea da catuno de’ suoi sudditi soldi cinque di bolognini per bocca di sale, e soldi quattro per macinatura la corba del grano, oltre all’usata mulenda, e per ogni tornatura di terra soldi venti di bolognini l’anno sopra l’altre gabelle delle porti, e del vino, e dell’altre cose ch’entravano con some e con carra, che tutte erano gabellate, e per questo modo traeva loro delle coste e de’ fianchi libbre seicentomila di bolognini l’anno. E oltre a ciò, avendo tolto loro l’arme, in questo tempo mandò bando, che chiunque l’amava andasse nell’oste. Il popolo sottoposto al duro giogo, per ubbidire il tiranno, si mosse con bastoni e con lanciotti in mano, ch’altr’arme non avea, e andò dove fu il comandamento del tiranno, e nel campo stette due dì senza mercato di vittuaglia a grande stretta di loro vita, e non osò fiatare. La gente della lega era uscita fuori, e ingrossatasi, per contastare la cavalleria di messer Bernabò, che si stava a Sassuolo, avvenne, a dì 21 di luglio del detto anno, che trovandosi insieme parte dell’una gente e dell’altra per scontrazzo, si combatterono tra loro, e furono rotti quelli di messer Bernabò; gli altri suoi cavalieri, sentendo quella rotta, si partirono, e tornarsi sani e salvi a Milano. Dappoichè furono partiti si scoperse un trattato, che dovea essere data loro la porta del castello di Bologna, e furono presi i traditori, e giustiziati.
CAP. LXXXII. Come i Veneziani domandarono pace al re d’Ungheria.
I Veneziani vedendo che il re d’Ungheria gli guerreggiava in Trevigiana, e in Ischiavonia e in Dalmazia con grave guerra, e ch’egli avea preso ordine da poterla senza spesa e senza pericolo della moltitudine degli Ungheri, usati di generare confusione, continuare, conobbono che a loro era cosa incomportabile; e però elessono solenni ambasciadori, e mandarli al re per addomandare pace, volendosi ritenere Giadra, e renderli l’altre terre della Schiavonia, e darli per tempi danari assai per l’ammenda; e fra l’altre terre che dare gli voleano, nominarono Trau e Spalatro. I cittadini di quelle terre sentendo ch’e’ Veneziani gli voleano dare al re d’Ungheria per loro vantaggio, si accolsono insieme, e presono per consiglio di volere accattare la benivolenza del re, e non attendere ch’e’ Veneziani ne volessono fare loro mercatanzia; e però liberamente si diedono al re, e ricevettono la sua gente e’ suoi vicari con grado in pace, e’ rettori e la gente che v’era pe’ Veneziani rimandarono a Vinegia sani e salvi, e il re con gli ambasciadori non volle accordo se non riavesse Giadra e l’altre terre del suo reame.
CAP. LXXXIII. Come il legato ebbe la rocca di Brettinoro.
Il legato, ch’avea presa la terra di Brettinoro, e stretti quelli della rocca per modo che poco si poteano tenere per la molta gente che dentro v’era racchiusa, non ostante che vedessono l’oste della compagnia da cui attendeano soccorso presso a tre miglia, feciono accordo, e diedono stadichi, che se la domenica vegnente, a dì 23 di luglio anno detto, e’ non fossono soccorsi, s’arrenderebbono, salvo le persone, e l’arme e ’l loro arnese. Il capitano che v’era per lo legato, messer Galeotto, provvide sì sollicitamente il dì e la notte che ciò non si potesse fare, che non valse ingegno del capitano di Forlì, nè forza ch’avesse la compagnia, che fornire o soccorrere la potessono; e valicato il giorno, la sera medesima, ch’era il termine, s’arrenderono, con onorevole vittoria del legato, e abbassamento della fallace fama della compagnia, e della pertinace superbia del capitano.
CAP. LXXXIV. Come si bandì la croce contro la compagnia.
Seguita, che per tema della compagnia, la quale ogni dì crescea, il legato avea oltre al processo della croce bandita mandato a richiedere aiuto contro alla compagnia a tutti i Toscani, e più confidentemente dal comune di Firenze, e mandovvi suo legato un vescovo di Narni Fiorentino chiamato frate Agostino Tinacci de’ frati romitani, buono Altopascino; costui con grande solennità fece tre dì ogni mattina in Firenze processione, e acconsentitagli da’ signori, per reverenza della Chiesa sonate tutte le campane del comune a parlamento, in sulla ringhiera de’ priori fatta sua predica, pubblicò il processo fatta contro alla compagnia, e pronunziò l’indulgenza a chi prendesse la croce, e allargò che dodici uomini potessono concorrere al soldo d’uno cavaliere, e raccorciò il tempo del servigio in sei mesi ov’era in dodici; e ancora più, che prenderebbe ciò che gli uomini e le femmine gli volessono dare, e dispenserebbe con loro; e divolgato il fatto, tanto fu il concorso degli uomini e delle donne della nostra città, che senz’altra provvisione di suo mandato gli portavano i danari per modo, ch’e’ non potea resistere di potere ricevere e di porre la mano in capo: e trovossi di vero, ch’e’ ricevea per dì mille, e milledugento, e millecinquecento fiorini d’oro, e in non molti dì raunò più di trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Il comune per sè avea diliberato di volere mandare aiuto al legato, ma avvedendosi tardi per gli suoi cittadini ch’aveano già piene le mani agli accattatori, vide co’ savi, che ’l comune per tutto il popolo potea avere l’indulgenza, volendo servire di prendere l’aiuto della Chiesa, per avere il beneficio dell’indulgenza; e però convertì la sua gente a fare il servigio per tutto il comune, acciocchè ogni uomo avesse il perdono; e così fatto, il detto vescovo, a dì 26 di luglio anno detto, pronunziò il perdono a tutti i cittadini, e contadini e distrettuali di Firenze, i quali fossono confessi e pentuti de’ loro peccati, o che fra tre mesi avvenire si confessassono. E nota, che in nove anni tre volte si concedette questo perdono; nel 1343, quando fu la generale mortalità, e l’anno del cinquantesimo, e in questa guerra romagnuola.
CAP. LXXXV. Aiuti mandarono i Fiorentini al legato.
Il comune di Firenze, a dì 20 di luglio anno detto, fatto capitano messer Manno di messer Apardo de’ Donati, e datogli il pennone del comune, il mandarono in Romagna con settecento barbute di buona gente, e con ottocento balestrieri, affinchè la battaglia si prendesse colla compagnia; e oltre a ciò v’andarono singulari masnade di cittadini e’ contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè. E contando la raccolta de’ danari, e la spesa del comune e de’ singulari uomini, più di centomila fiorini costò la beffa al comune di Firenze a questa volta. È vero che ’l tutto s’intendea a combattere la compagnia, e però vi mandò il comune un confidente cittadino popolare, il quale in segreto si dovesse strignere col legato, e con autorità di promettere ventimila fiorini d’oro per lo comune a’ soldati se vincessono la compagnia; ed era tanta la buona gente ch’avea il legato, e quella del comune di Firenze, e de’ crociati che v’erano di volontà, ch’assai se ne potea sperare piena vittoria. Il legato n’avea dato di prima al comune buona speranza, e ancora poi il suo ambasciadore, ma appresso, o che il legato invilisse, impaurisse di mettersi a partito, o che non si confidasse de’ soldati, dissimulò il fatto, e tennelo pendente, e mantennesi in riguardo, dando ardimento agli avversari, e viltà alla sua parte che gli tornò in poco onore.
CAP. LXXXVI. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia.
Di questo mese di luglio, tenendosi la città di Ventimiglia per i figliuoli e consorti di messer Carlo Grimaldi, e non ubbidivano il comune nè ’l doge di Genova, per la qual cosa il doge diede boce di volere fare guerra a’ Catalani, e per questo fece armare venti galee: e avendo alcuno trattato in Ventimiglia, costeggiando la riviera, come furono a una punta di mare presso alla terra di Ventimiglia feciono scendere masnade e balestrieri con un capitano, il quale gli menò copertamente sopra la città da quella parte dove era il trattato, e dove non si prendea piena guardia, e le galee andarono per mare; e giunte nel porto, volendo prendere una galea armata di quelli di Monaco che v’era dentro, i terrazzani per difendere la galea tutti trassono alla marina; e in questo, l’aguato de’ Genovesi ch’erano smontati sopra la terra scesono alla porta, e senza contasto entrarono nella città, e presono la guardia della porta, e feciono il cenno ordinato alle galee, le quali si strinsono alla terra. I cittadini di presente conobbono ch’alla difesa non avea riparo, e però ricevettono i Genovesi come maggiori, ed eglino, senza alcuna novità fare nella città, presono la signoria della terra per lo comune di Genova e per lo doge, e’ Grimaldi che la teneano se n’andarono colle persone e coll’avere a Monaco, e le galee si ritornarono a Genova.
CAP. LXXXVII. Come l’arciprete con compagnia entrò in Provenza.
Essendo in alcuno sollevamento delle guerre il reame di Francia per la presura del re e de’ baroni, molti uomini d’arme non avendo soldi, per alcuna industria, secondo che la fama corse, del cardinale di Pelagorga zio del figliuolo del duca di Durazzo, i quali erano dal re Luigi e da’ suoi fratelli male stati trattati, essendo messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi in Provenza, mosse l’arciprete di Pelagorga, uomo bellicoso e di mala fama, il quale si fece capo d’una parte de’ Guasconi acconci a fare ogni male, e di volgo il nome di fare compagnia. E con lui s’accostò messer Amelio del Balzo e messer Giovanni Rubescello di Nizza, e molti uomini d’arme ch’aveano voglia di rubare s’accozzarono con loro, sicchè in pochi dì accolsono ed ebbono nelle contrade di Ponte di Sorga di là dal Rodano più di duemila cavalieri, e stesonsi inverso Oringa e Carpentrasso, standosi per le villate e a campo senza rubare o far danno al paese, ma per paura i paesani davano loro vittuaglia. Messer Filippo di Taranto, ch’era in Provenza, volendo riparare che non entrassono nella Provenza del re di qua dal Rodano, accolse suo sforzo di Provenzali, e fece, capo a Orgona, e stese la guardia sua su per lo fiume della Durenza. Ma la sua gente era poca, e mancava, e la compagnia cresceva, perchè il papa e tutta la corte ne cominciò forte a temere. Ma i capitani della compagnia ammaestrati della corte medesima, mandarono ambasciadori al papa per assicurarlo, che contro della corte e alle terre della Chiesa non intendeano fare alcuno male, e per sicurtà offeriano i saramenti de’ caporali, e stadichi, se gli volesse, ma la loro intenzione era d’andare contro a messer Filippo di Taranto, il quale aveano per loro nemico, e di guerreggiare le sue terre e del re Luigi. E ivi a pochi dì valicarono il Rodano ed entrarono in Provenza, che messer Filippo, non avea forza da campeggiare con loro, e cominciarono a correre il paese, e a guastarlo, e a uccidere e a predare in ogni parte; e presono Lallona buona terra e piena d’ogni bene, e poi andarono infino a san Massimino, e anche il presono, e più altre castella. Le buone terre s’armarono alla difesa, e ’l papa fece afforzare Avignone, e guardare la città, e d’altro non s’intramise: e così tutta la state consumarono quel paese.
CAP. LXXXVIII. Come il conte di Fiandra rendè Brabante alla duchessa facendo pace.
Noi dicemmo poco addietro che la duchessa di Brabante era tornata, e ’l conte di Fiandra pazientemente l’avea comportata, perocchè era sua cognata, e perchè sapea la natura de’ Brabanzoni, che non si potrebbono tenere sotto la signoria de’ Fiamminghi, e già parecchi buone ville aveano accomiatati gli uficiali del conte; e avvegnachè fortuna l’avesse fatto signore di Brabante, la sua intenzione non era di volere altro che Mellino, ch’egli s’avea comperata con giusto titolo. E però, essendo trattato della pace nella festa che fece l’imperadore, il conte si dichinò benignamente alla cognata, e rendelle la signoria di tutto Brabante, con patto, ch’alcuno lieve omaggio ella ne facesse alla compagna sua sirocchia, e che a lui rimanesse libera la signoria di Mellino. E fermata la concordia, con gran piacere de’ Fiamminghi e de’ baroni si pubblicò la pace del mese di luglio del detto anno.
CAP. LXXXIX. Come il legato s’accordò colla compagnia per danari.
Tornando a’ fatti della compagnia, seguita a contare poco onore di santa Chiesa e di due comuni di Toscana. Messer Egidio cardinale di Spagna legato avendo, com’è detto, da sè molta buona gente d’arme, e accoltane per l’indulgenza della croce maggior quantità, sicchè assai si trovava più forte che non era la compagnia per poterla combattere, e promesso l’avea alle comunanze di Toscana e nelle prediche della croce, e se alla fortuna della battaglia non si volea abbandonare per senno, almeno standosi a riguardo si conoscea manifesto, che dov’elli erano poco poteano soggiornare che non aveano vivanda, e volendosi partire, avendo tanti nimici a petto, male il poteano fare senza loro gran danno. Tanto invilì la loro vista l’animo del legato, che infino allora era da pregiare sopra gli altri baroni, ch’e’ si mise in trattato col conte di Lando capitano della compagnia, e fecelo più volte venire a sè: e in fine prese accordo, ch’e’ si dovesse partire colla sua compagnia e tornarsene in Lombardia, e liberare tre anni le terre della Chiesa, e la città di Firenze, di Pisa, di Perugia, e di Siena, avendo la compagnia dal legato e da’ detti comuni cinquantamila fiorini d’oro, e cominciasse il termine di calen di novembre 1357. Il comune di Perugia e quello di Siena se ne feciono beffe, e non vollono attenere quello che il legato n’avea ordinato. I Fiorentini furono contenti, e pagarono per la loro rata sedicimila fiorini: e’ Pisani anche s’acconciarono, e pagarono la loro rata e il legato la sua. E avuto il tributo della Chiesa, e de’ maggiori comuni di Toscana, ove si conoscevano essere a mal partito, baldanzosi e lieti si tornarono in Lombardia, in grande abbassamento dell’onore del legato; e se senno fu, troppa codardia vi si nascose dentro.
CAP. XC. Ricominciamento dello studio in Firenze.
Del mese d’agosto del detto anno, i rettori di Firenze s’avvidono, come certi cittadini malevoli per invidia, trovandosi agli ufici, aveano fatto gran vergogna al nostro comune, perocchè al tutto aveano levato e spento lo studio generale in Firenze, mostrando che la spesa di duemila cinquecento fiorini d’oro l’anno de’ dottori dovesse essere incomportabile al comune di Firenze, che in un’ambasciata e in una masnada di venticinque soldati si gittavano l’anno parecchie volte senza frutto e senza onore, e in questo si levava cotanto onore al comune; e però ordinarono la spesa, e chiamarono gli uficiali ch’avessono a mantenere lo studio; e benchè fosse tardi, elessono i dottori, e feciono al tempo ricominciare lo studio in tutte le facoltà di catuna scienza. E di questo mese nacquono in Firenze due leoni.
CAP. XCI. Come si trovarono l’ossa di papa Stefano in Firenze.
In questo mese d’agosto, cavandosi a lato all’altare di san Zanobi nella chiesa cattedrale di Firenze, per fare uno de’ gran pilastri per la chiesa nuova, vi si trovò uno monumento verso tramontana, nel quale erano l’ossa di papa Stefano nono nato di Lotteringia, e così diceano le lettere soscritte nella sua sepoltura; e in sul petto gli si trovò il fermaglio papale con pietre preziose e con lo stile dell’oro, e la mitra in capo e l’anello in dito; e raccolto ogni sua reliquia, si riserrarono appo i canonici per fargli al tempo onorevole sepoltura. Questi sedette papa mesi dieci; e morì gli anni 1088.
CAP. XCII. Leggi fatte sopra i medici.
Cominciossi di questo mese d’agosto nel Valdarno di sotto, e in Valdelsa, e in Valdipesa, e in molte parti del contado di Firenze e nel suo distretto, un’epidemia d’aria corrotta intorno alle riviere che generò molte malattie, le quali erano lunghe e mortali, e grande quantità d’uomini e di femmine mise a terra, e assai cavalieri di Firenze stati in contado morirono, che fu singolare cosa, e durò fino a mezzo ottobre; e in Firenze morirono assai uomini e donne, ma de’ cinque i quattro tornati di contado malati. Fece allora il comune per riformagione, che niuno medico dovesse andare a vicitare alcuno malato da due volte in su, se il malato non fosse confessato, avendo di ciò degna testimonianza, sotto pena di libbre cinquecento, e che di ciò catuno medico dovesse fare ogni anno saramento alla corte dell’esecutore. La legge fu buona, ma l’avarizia de’ medici e la pigrizia de’ malati, mescolata colla cattiva consuetudine, fece perdere l’esecuzione di quella, che se fosse messa in pratica, e tornata in consuetudine, era gran beneficio dell’anime e santa de’ corpi.
CAP. XCIII. Come i Genovesi ebbono Monaco.
Avendo avuto il doge di Genova onore d’avere racquistata la città di Ventimiglia, fece armata di quattordici galee, e sei ne mandarono i Pisani ch’erano in lega col loro comune; e queste venti galee misono nel porto ch’è sotto il castello, e sopra Monaco di verso la montagna misono quattromila fanti armati, tra’ quali avea di molti balestrieri, che di notte guardavano i passi della montagna; e tenutolo così assediato un mese, e tentatolo con loro danno alcune volte di battaglia, perocch’era troppo forte, vi si stavano. I Grimaldi che ’l teneano pensarono che a lungo andare e’ non potrebbono contastare al comune, ed essendo preso in Genova un figliuolo di messer Carlo Grimaldi, trattarono di volere dare il castello di Monaco al doge e al comune per danari, e riavere il figliuolo di messer Carlo libero di prigione, ed essere ribanditi; e venuti a concordia, ebbono contati fiorini sedicimila d’oro, e quattromila ne scontarono per la prigione, e renderono Monaco al comune di Genova; il quale aveano tenuto trentadue anni in loro balía, che rade volte aveano ubbidito al loro comune, e sempre corseggiato e tribolato i navicanti di quel mare, e fatto del luogo spilonca di ladroni; e questo fu il dì di nostra Donna a mezzo agosto del detto anno.
CAP. XCIV. Come il cardinale assediò Forlì.
Avendo, come detto è, il cardinale fatta partire la compagnia di Romagna, e trovato il capitano di Forlì ostinato e indurato di non volere venire all’ubbidienza di santa Chiesa, e volendo il cardinale tornarsene a corte; innanzi la sua partita ordinò coll’altro legato, ch’era l’abate di Giugni, d’assediare la città di Forlì, e all’uscita d’agosto vi posono il campo con duemila cavalieri e con gran popolo, e cominciarono a dare il guasto intorno alla città, e ’l capitano con grande animo si ristrinse con pochi soldati a cavallo, e co’ suoi cittadini alla guardia della terra, e provvedutosi delle cose bisognevoli alla vita, si mise francamente alla difesa: e spesso a sua posta usciva fuori con sua gente, e assaliva i nemici al campo e danneggiavali, e per savia condotta si ricoglieva a salvamento. E a suo diletto inducea i giovani garzoni all’esercizio della guerra, e tornando nella terra, tutti li facea venire innanzi, e giocandosi con loro dicea delle loro valantrie, e raccontava com’eglino avien fatto, e a quelli ch’erano più iti innanzi dava a catuno uno grosso, o due o tre bolognini. E per queste lusinghe, e per queste lievi provvisioni, movea i giovani a seguitarlo senza richiesta di grande volontà, e per sperimentarli nell’arme. E con questo si faceva tanto amare da loro, che non gli bisognava guardia per alcuno sospetto, e ’l tedio dell’ozio degli assediati mitigava con alcuno diletto del continovo esercizio; e guida vali sì saviamente, ed era sì ubbidito da loro, che niuno ne perdea, e poca speranza dava a’ nemici di vincere la città.
CAP. XCV. Come il re d’Inghilterra ruppe i patti della pace.
Tornando alquanto nostra materia al fatto de’ due re, ed avendo narrata la festa che fu fatta a Londra quando vi giunse il re di Francia, credendosi per tutti che la pace fatta tra’ legati e ’l duca di Guales a Bordello per lo re Adoardo si dovesse confermare, essendo però valicati nell’isola i cardinali e molti baroni di Francia, strignendo il re e ’l suo consiglio a dar fine e fermezza all’opera, il re d’Inghilterra, mostrandosi a ciò volonteroso, mantenea la cosa sospesa, oggi con una cagione e domani con altra, e però non rompea il trattato; e spesso infingea cagione a’ Franceschi, e dimostrava che ’l fallo fosse loro, e poi l’acconciava, a facevane muovere un’altra. E per questo modo maestrevolmente e per sua astuzia ritenea il re e ’l figliuolo, e’ baroni e’ cavalieri ch’avea prigioni in Inghilterra, come egli desiderava; e tanto avvolse questa materia, che straccò i legati e i baroni ch’erano di là valicati; i quali vedendosi menare al re con queste simulazioni senza frutto, all’uscita del mese d’agosto anno detto abbandonarono il trattato, e tornarsi nel reame di Francia, e per tutto la boce corse che la pace era rotta, e che al primo tempo il re d’Inghilterra dovea venire a Rems e farsi coronare del reame di Francia, e non fu senza cagione revelata del segreto: ma indugiossi più, e il trattato della pace senza il suo effetto poco appresso si riprese, e tornarono nell’isola i legati.
CAP. XCVI. Della mostra fatta a Avignone di cortigiani per tema della compagnia.
Di questo mese d’agosto, nella compagnia dell’arciprete di Pelagorga, ch’era in Provenza, s’aggiunse il conte d’Avellino e cinque nipoti di papa Clemente sesto, e trovaronsi più di tremila barbute, e scorsono predando e guastando la Provenza infino a Grassa, e non trovarono contasto fuori delle terre murate. Vedendo il papa crescere questa tempesta, volle vedere in arme tutti i cortigiani, e fece ordinare di fare la mostra, che fu grande e bella, perchè catuno si sforzò di comparire in arme, e trovaronsi in questa mostra quattromila Italiani tutti bene armati, ch’erano due cotanti o più che tutti gli altri cortigiani. E come furono armati e raunati insieme, gridavano e volevano correre sopra i cardinali nipoti di papa Clemente, dicendo, ch’erano autori di quella compagnia, che conturbava la corte e tutta la mercatanzia, e a gran pena furono ritenuti da’ loro capitani. Il papa, veduta la mostra, ordinò di fare rifare le mura e’ fossi d’Avignone, e riparare le porti per tenere la città sicura; altro rimedio di fuori contro alla compagnia non prese, ma stava continovo la corte in gran paura, e in vergognosa vacazione di tutti i mestieri.
CAP. XCVII. Come il re Luigi da Messina tornò a Napoli.
Il re Luigi avendo con danno e con vergogna levata l’oste sua da Catania, come narrato abbiamo, e non trovandosi in mare nè in terra potente da rifare oste, e i suoi avversari aveano ripreso ardire della loro vittoria; e sentendo il regno di qua dal Faro in molta discordia per la ribellione di messer Luigi di Durazzo e del conte di Minerbino, i quali teneano in guerra la Puglia, e molti caporali di ladroni rompevano le strade e’ cammini; non ostante ch’egli avesse promesso a’ Messinesi di stare alcun tempo risedente a Messina, cambiò proposito, per non correre in peggio, e a dì 30 d’agosto del detto anno si partì da Messina in su una galea d’Ischia, e pose a Reggio, ov’era prima venuta la reina. E in Messina lasciò suo vicario un figliuolo del gran siniscalco con trecento cavalieri alla guardia della terra, confidandosi sopra tutto in messer Niccolò di Cesaro e nel suo seguito, ch’aveano cura alla guardia per loro medesimi, ch’aveano di fuori i loro avversari. E poi da Reggio per Calavria e per Puglia se ne tornarono a Napoli, del mese di settembre del detto anno.
CAP. XCVIII. Come si perdè Governo a’ Mantovani.
I signori da Gonzaga, essendo uomini savi di guerra, avendo lungamente tenuta la signoria di Mantova, vicini e in mezzo tra’ signori di Milano e quelli di Verona, avean provveduto di tenere salvo gran parte del loro contado in questo modo. La loro città è posta nel mezzo d’un lago di fiumi correnti, e di questo lago di verso levante alla città esce un fiume, che si stende correndo verso mezzo dì ed entra in Po; e dov’egli entra in Po è un castello e un ponte: il castello si chiama Governo: e dall’uscita del fiume al detto castello ha dieci miglia di terreno, e per i Mantovani è alzato e fortificato un argine sopra il fiume dal lato d’entro, e fattovi forti steccati e molte bertesche a potere fare ogni gran difesa. E dall’altra parte del lago, di verso ponente alla città e di lungi tre miglia, esce un altro fiume, e corre verso mezzo dì anche al Po, e stendesi ancora per dieci miglia di terreno, e l’argine di questo fiume è fatto maggiore e più forte che l’altro, e steccato e imbertescato a ogni difesa, e in sul Po s’aggiugne a un forte castello de’ Mantovani che si chiama Borgoforte, e anche a questo castello è un ponte sul Po. Tra queste due fiumare si stende un gran contado tutto piano, e di buono terreno da lavorare, e ubertuoso di frutti e di vittuaglia. Questo contado per infino a qui per forza ch’avessono i tiranni vicini non avien mai potuto noiare, e viveanne i Mantovani in grande sicurtà, e chiamavano questo contado la Serraia. In questi dì era guerra tra’ signori di Milano e quelli di Mantova, e però i Mantovani avieno mandate masnade di fanti a piè alla guardia del ponte e anche di Governo, e anche de’ loro soldati a cavallo, tra’ quali era un conestabile che avea ricevuta ingiuria da’ signori da Gonzaga. Costui ordinò, che là venisse la gente de’ signori di Milano per suo trattato, e diede loro il passo del ponte, mostrando a’ suoi, che come ne fosse passati una parte darebbono loro addosso, e tutti gli avrebbono a mansalva; ma innanzi che il traditore si mettesse al contasto ve ne lasciò tanti venire, che a’ suoi per necessità convenne abbandonare il campo e ’l castello; e per questo modo fu preso il forte passo di Governo, da potere correre ed entrare nella Serraia; e questo fu all’uscita del mese d’agosto anno detto.
CAP. XCIX. Come i signori di Milano presono Borgoforte, e assediarono Mantova.
Messer Bernabò e messer Galeazzo di Milano, avendo novelle come ’l ponte e ’l castello di Governo era preso per la loro gente, ebbono grande allegrezza, e lasciandosi addietro i fatti di Pavia e di Novara, subitamente accolsono tremila cavalieri di loro soldati e gran popolo, e l’una parte mandarono a Governo, e l’altra per la riva del Po a Borgoforte. Quelli ch’andarono a Governo feciono di loro due parti; l’una si dirizzò, verso Mantova, e misonsi a campo in capo del ponte onde i Mantovani della terra veniano nel contado della Serraia, e ivi di presente dirizzarono una bastita con torri e con bertesche, e tolsono il passo e la speranza a’ Mantovani, che per forza ch’avessono nella Serraia non poterono entrare per soccorrere Borgoforte, e l’altra parte cavalcò per la Serraia dentro a Borgoforte, e così dentro e di fuori subitamente fu assediato Borgoforte. E vedendo coloro ch’aveano la guardia della terra che soccorso non poteano avere da niuna parte, s’arrenderono salve le persone; e così in pochi dì ebbono i signori da Milano l’uno castello e l’altro, e la signoria di tutto il contado della Serraia, infino al lago che cigne la città di Mantova. Avuto Borgoforte, feciono maggiore e più forte la bastita a capo del ponte del lago, e mantennonvi l’oste grande, perocchè per niente avevano loro vita; e dall’altra parte fuori della Serraia misono l’oste presso della città, il lago in mezzo, e tutto l’altro paese mantovano corsono e rubarono. E per questo assedio speravano tosto avere libero la signoria di Mantova, e sarebbe venuto fatto, se non fosse il soccorso degli allegati, come nel suo tempo diviseremo. I signori di Milano, ch’aveano il castello e ’l passo di Borgoforte ch’era verso il loro terreno, abbandonarono Governo ch’era molto lontano al loro soccorso e presso a’ nemici, e’ Mantovani il ripresono, e fecionlo più forte, e misonvi buona guardia.
CAP. C. Come il cardinale Egidio passò per Firenze.
Il cardinale di Spagna messer Egidio legato, avendo lasciato successore l’abate di Clugnì, e assediata la città di Forlì, a dì 14 di settembre anno detto fu ricevuto in Firenze a grande solennità, andandoli incontro a processione tutto il chericato, e le religioni, e ’l popolo, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo, e messo sopra la sua persona fuori della città un ricco palio di baldacchini di seta e d’oro adorno intorno riccamente, tutti i cavalieri di Firenze gli furono intorno, ed addestrarlo al freno e alla sella, e’ grandi cittadini portavano il palio; e guidatolo con questo onore per la città, il condussono al luogo de’ frati minori, ove fece suo albergo; e ivi fu visitato con grande reverenza da’ priori e da tutti i collegi, e dagli altri buoni cittadini; e dopo la vicitazione i priori gli mandarono doni di cera lavorata e di confetti d’ogni ragione in gran quantità, e uno grande e ricco destriere fornito di nobili arredi e coverto di scarlatto, e per vestire la sua persona due pezze di fini panni scarlatti di grana, e una cappella doppia di baldacchini d’oro e di seta fini. Il cardinale ricevette graziosamente ogni cosa, e poi fatto suo sermone, magnificò molto il comune di Firenze e sopra tutti gli altri di divozione e di fede alla santa Chiesa, offerendosi sempre protettore del comune; e fatto un solenne convito a’ signori e a’ collegi e a molti altri gran cittadini, a dì 19 di settembre si partì di Firenze e mandato a’ Pisani per la licenza di potere passare per la città di Lucca, i Pisani vi mandarono dugento barbute e molti balestrieri alla guardia, e feciono serrare le porte, e per loro ambasciadori gli feciono dire, che se la sua persona con alquanti compagni senz’arme volesse entrare per la città, ch’egli il potea fare; il cardinale non volle quella grazia, e cavalcando di fuori, vide le porte serrate e le mura fornite di molti balestrieri colle balestra tese, per la qual cosa si dilungò dalla città, sdegnato forte della vergogna che da’ Pisani gli parve ricevere. Questo legato per suo senno, e per grande e sollecita provvisione di guerra, racquistò a santa Chiesa il Patrimonio e Terra di Roma, e ridusse il prefetto occupatore alla sua misericordia. Vinse per forza e per ingegno tutte le terre della Marca d’Ancona, abbattendo la signoria di messer Malatesta da Rimini, e di Gentile da Mogliano, e ’l nuovo tiranno d’Agobbio; e per forza vinse in Romagna Cesena e Brettinoro e racquistò Faenza, e lasciò Forlì assediata, e’ Malatesti tutti riconciliati all’ubbidienza di santa Chiesa; e contastò assai colla compagnia, avvegnachè nell’ultimo, o per paura, o per fretta ch’avesse della sua partenza, s’accordò a levarlisi d’addosso con danari, con poco suo onore e di santa Chiesa; e tutte queste cose fece in termine di quattro anni e un mese dal suo avvenimento in Italia.
CAP. CI. Come per i cardinali non si fè nulla della pace de’ due re.
Chi potrebbe senza fallare scrivere le movitive degl’Inghilesi? il re d’Inghilterra da capo fece tornare i legati per dare termine al trattato della pace, e dichiararono i patti e le terre che al re d’Inghilterra si doveano dare, e la quantità de’ danari e’ termini quando per diliberare il re, e ’l figliuolo, e’ baroni, e rimanere in buona pace; e questo accordo si divolgò per tutto, per conferma fatta del mese di settembre. Questa concordia tornò addietro, perocchè per sicurtà delle cose il re all’ultimo domandò di volere tenere per stadichi il Delfino di Vienna, e l’altro figliuolo del re di Francia e ’l conte di Fiandra, tanto che ’l re di Francia tornato nel suo reame fornisse le cose promesse; la qual cosa non potea aver luogo, che ’l Delfino per lo fallo commesso non si fidava, e ’l conte di Fiandra non era debito al re di Francia di cotanto servigio; e però rotto il trattato, il re di Francia e ’l figliuolo con altri baroni furono mandati in prigione a Guindifora, per addietro detta la Gioiosa guardia. In questo medesimo tempo il re d’Inghilterra avea anche in prigione nell’isola il re David di Scozia; sicchè di tenerli prigioni non abbassava l’ambizione della vanagloria alla quale i mortali volentieri attraggono, e ’l tenere i trattati della concordia rompea gli animi de’ Franceschi dell’apparecchio della guerra, e riteneali in divisione e fuori del loro antico reggimento, e di ciò pensava non meno che dell’arme il re d’Inghilterra potere avere suo intendimento. E però traendo sperienza dal fatto, piuttosto si può ritrarre ch’e’ trattati sono stati fatti finti, che di vero intendimento.
CAP. CII. Come fu impiccato il conte di Minerbino.
Il conte di Minerbino, detto Paladino, di cui tanto avemo addietro parlato, essendo da natura incostante e senza fede, tratto egli e ’l fratello di prigione dopo la morte del re Ruberto, appresso come fu morto il duca Andreasso se n’andò in Ungheria, e col re d’Ungheria tornò nel Regno, e col re stette mentre che gli mise bene, e non gli tenne fede. E venuto alla misericordia, e ricevuto perdonanza da lui, dopo la partita del re si riconciliò più volte col re Luigi, e da lui ebbe provvisione e doni per tenerlo in pace: ma la sua incostanza non glie le consentia, ma stava in rubellione, e accogliea rubatori e soldataglia, e correa in Puglia per pazzia non meno che per ruberia; e vedendo messer Luigi di Durazzo in discordia col re, s’accostava con lui; altra volta il lasciava, e prendea a suo vantaggio, e stava sì forte e avvisato, che in palese non potea ricevere impedimento. Il prenze di Taranto, chiamato l’imperadore, vedendo quanto costui tribolava la Puglia, commise a messer Betto de’ Rossi suo cavaliere, che segretamente avesse cura a’ suoi andamenti. Costui sentendolo in Matera, trattò con certi masnadieri che ’l seguitavano alla sua provvisione, e corruppeli per moneta per modo, che cavalcatovi colla gente dell’imperadore, di subito fu lasciato entrare nella terra. Il conte vedendosi tradito da’ suoi, ricoverò nel castello. Il prenze vi fu di presente intorno con molta gente, e cinselo dentro e di fuori per modo che non poteva uscire della fortezza, e da vivere non v’avea, sicchè fu costretto da necessità d’uscirne in camicia con uno capestro in collo, e gittossi a’ piè del prenze, come altra volta avea fatto a Trani al re d’Ungheria; ma la cosa non succedette a quel modo. Il prenze il fece prendere, e menollo ad Altemura; e fattosi dare il castello, a uno de’ merli il fece impendere per la gola nel detto castello.
CAP. CIII. Come fu preso Minerbino.
Sentendo messer Luigi fratello del conte come il prenze avea morto il fratello, essendo uomo di grande ardire e di seguito, di presente accolse soldati e caporali di ladroni, e misesi in Minerbino loro castello, il quale era forte a maraviglia, e credette poterlo tenere in rubellione. I terrazzani sapendo che il conte loro principale signore era morto, non assentirono di volere prendere arme contro a’ reali; e però messer Luigi elesse i compagni che volle, e fornita la rocca, ch’era inespugnabile, vi si racchiuse dentro, senza paura di forza che noiare lo potesse di fuori. Ma la fede corruttibile de’ soldati tosto l’ingannò. Che avendo seco dentro un conestabile lombardo, per danari e per larghe impromesse ricevette dentro, nella rocca colle sue mani uccise messer Luigi, e il corpo suo e la rocca diede al prenze, del mese di dicembre del detto anno. L’altro fratello, ch’era conte di Vico, con poca virtù e semplice uomo, vedendo lo sterminio de’ fratelli si partì del Regno, abbandonando le sue castella e la sua giurisdizione. E così prese fine ne’ successori il dominio di messer Gianni Pipino, il quale di piccolo notaio per la sua industria fatto de’ maggiori signori del reame al tempo del re Carlo vecchio, e colui ch’avea maggiore mobole fatto dell’avere de’ saracini di Nocera, quand’egli con sagacità e con inganno trasse i saracini del Regno, e acquistò al re Carlo la forte città di Nocera in Puglia. Costui comperò a’ figliuoli, e poi i figliuoli a’ nipoti, grandi e larghi baronaggi, miserabili per la loro fine.
CAP. CIV. Come i Genovesi mandarono in Sardigna venti galee per racquistare la Loiera, e non poterono.
Avendo il doge di Genova con l’armata di venti galee racquistato al comune Ventimiglia e Monaco, come poco innanzi abbiamo contato, coll’empito di quella vittoria le mandò di subito in Sardigna, acciocchè per forza vincessono la Loiera. E giunti là improvviso, scesono con molti balestrieri e con altri dificii a combattere la terra, sforzandosi di vincerla con ogni forza e ingegno che seppono. Ma i Catalani che dentro v’erano alla guardia valentemente si misono alla difesa, e ripararono sì francamente, che i loro nemici perderono ogni speranza d’acquistarla per forza. E lasciatovi di loro morti, e molti fediti e magagnati, raccolti a galea si tornarono a Genova, e disarmarono di novembre anno detto.
[ TAVOLA] DEI CAPITOLI
| Qui comincia il quinto libro della Cronica di Matteo Villani; e prima il Prologo | [Pag. 5] |
| Cap. II. Come messer Carlo di Luzimborgo fu coronato imperadore de’ Romani | [7] |
| Cap. III. Come messer Ruberto di Durazzo prese per furto il Balzo in Provenza | [9] |
| Cap. IV. Come i Provenzali s’accolsono per porre l’assedio al Balzo | [10] |
| Cap. V. Come si cominciò l’izza da messer Galeazzo Visconti a messer Giovanni da Oleggio | [11] |
| Cap. VI. Come il capitano di Forlì sconfisse gente della Chiesa | [12] |
| Cap. VII. Come messer Filippo di Taranto prese per moglie la figliuola del duca di Calavria | [13] |
| Cap. VIII. Come Massa e Montepulciano non ricevettono i vicari del patriarca | [14] |
| Cap. IX. Come i Visconti tolsono a messer Giovanni da Oleggio il suo castello | [15] |
| Cap. X. Andamenti della gran compagnia | [16] |
| Cap. XI. Come il re di Tunisi fu morto | [16] |
| Cap. XII. Come messer Giovanni da Oleggio rubellò Bologna | [17] |
| Cap. XIII. Come il doge di Vinegia fu decapitato | [23] |
| Cap. XIV. Come l’imperadore tornò coronato a Siena | [26] |
| Cap. XV. Come il legato parlamentò a Siena con l’imperadore | [27] |
| Cap. XVI. Come l’imperadore ebbe la seconda paga da’ Fiorentini | [28] |
| Cap. XVII. Come il nuovo tiranno di Bologna mandò a Firenze ambasciatori a richiedere i Fiorentini | [19] |
| Cap. XVIII. Come fu sconfitto e preso messer Galeotto da Rimini da’ cavalieri del legato | [30] |
| Cap. XIX. Come la fama della liberazione di Lucca si sparse | [32] |
| Cap. XX. Come l’imperadore diede Siena al patriarca | [33] |
| Cap. XXI. Come i capi de’ ghibellini d’Italia si dolsono all’imperadore | [34] |
| Cap. XXII. Come l’imperadore si partì da Siena e andò a Samminiato | [36] |
| Cap. XXIII. Come il cardinale d’Ostia fu ricevuto a Firenze | [37] |
| Cap. XXIV. Come la gente del legato presono quattro castella de’ Malatesta | [38] |
| Cap. XXV. Come morì il duca di Pollonia | [39] |
| Cap. XXVI. Come fu coronato poeta maestro Zanobi da Strada | [41] |
| Cap. XXVII. Come fu morto messer Francesco Castracani da’ figliuoli di Castruccio | [42] |
| Cap. XXVIII. Come i Fiorentini mandarono tre cittadini all’imperadore a sua richiesta | [44] |
| Cap. XXIX. Come i Sanesi ebbono novità | [44] |
| Cap. XXX. Come i Pisani per gelosia furono in arme | [46] |
| Cap. XXXI. Ancora gran novità di Pisa | [47] |
| Cap. XXXII. Come furono in Pisa presi i Gambacorti | [49] |
| Cap.XXXIII. Come fur arse le case de’ Gambacorti | [51] |
| Cap. XXXIV. Di novità seguite a Lucca | [53] |
| Cap. XXXV. Come nuovo romore si levò in Siena | [55] |
| Cap. XXXVI. Come i Sanesi feciono rinunziare la signoria al patriarca | [56] |
| Cap. XXXVII. Come furono decapitati i Gambacorti | [57] |
| Cap. XXXVIII. Dello stato de’ Gambacorti passato | [60] |
| Cap. XXXIX Come l’imperadore prese in guardia Pietrasanta e Serezzana | [61] |
| Cap. XL. Come l’imperadore si partì di Pisa | [62] |
| Cap. XLI. Come i Sanesi domandarono vicario all’imperadore, e non l’accettarono | [63] |
| Cap. XLII. Come i Sanesi presono e rubarono la Massa | [64] |
| Cap. XLIII. Come l’imperadore domandò menda a’ Pisani | [65] |
| Cap. XLIV. Come i Sanesi vollono fornire la rocca di Montepulciano, e non poterono | [66] |
| Cap. XLV. Come i Veneziani feciono pace co’ Genovesi senza i Catalani | [67] |
| Cap. XLVI. Come si fè l’accordo dal legato a messer Malatesta da Rimini | [68] |
| Cap. XLVII. Come i Genovesi appostarono Tripoli | [69] |
| Cap. XLVIII. Come i Genovesi presono Tripoli a inganno | [71] |
| Cap. XLIX. Di quello medesimo | [73] |
| Cap. L. Come la gente del marchese di Ferrara fu sconfitta a Spaziano | [74] |
| Cap. LI. Come l’imperadore ebbe l’ultima paga da’ Fiorentini, e fè la fine | [75] |
| Cap. LII. Come il figliuolo di Castruccio fu decapitato | [76] |
| Cap. LIII. D’una fanciulla pilosa presentata all’imperadore | [77] |
| Cap. LIV. Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono per tornare in Alamagna | [78] |
| Cap. LV. Come il minuto popolo di Siena prese al tutto la signoria di quella | [79] |
| Cap. LVI. Come la compagnia del conte di Lando cavalcò a Napoli | [80] |
| Cap. LVII. Come Fermo tornò alla Chiesa e si rubellò da Gentile da Mogliano | [81] |
| Cap. LVIII. Come il re di Francia mandò gente in Scozia per guerreggiare gl’Inghilesi | [82] |
| Cap. LIX. Come i prigioni d’Ostiglia presono il castello | [83] |
| Cap. LX. Come i Genovesi venderono Tripoli | [84] |
| Cap. LXI. Come gli usciti di Lucca tentarono di far guerra | [85] |
| Cap. LXII. Conta della gran compagnia di Puglia | [86] |
| Cap. LXIII. Come il gran siniscalco condusse mille barbute contro alla compagnia, ond’ella s’accrebbe | [87] |
| Cap. LXIV. Come gli usciti di Lucca s’accolsono senza far nulla | [88] |
| Cap. LXV. Come il re di Cicilia racquistò più terre | [89] |
| Cap. LXVI. Novità di Padova | [90] |
| Cap. LXVII. Come i Visconti tentarono di racquistare Bologna | [91] |
| Cap. LXVIII. Come in Firenze nacquono quattro lioni | [91] |
| Cap. LXIX. Novità fatte per gli usciti di Lucca | [92] |
| Cap. LXX. Come i Catalani non vollono la pace co’ Genovesi fatta per i Veneziani | [93] |
| Cap. LXXI. Come messer Ruberto di Durazzo lasciò il Balzo | [94] |
| Cap. LXXII. Come arse la bastita da Modena | [95] |
| Cap. LXXIII. Come fu fatto il castello di Sancasciano | [95] |
| Cap. LXXIV. Come in Firenze s’ordinò la tavola delle possessioni | [97] |
| Cap. LXXV. Come il re d’Inghilterra con grande apparecchio valicò a Calese | [98] |
| Cap. LXXVL Come il re Luigi s’accordò colla compagnia del conte di Lando | [99] |
| Cap. LXXVII. Come il conte da Doadola fu sconfitto e morto dal capitano di Forlì | [100] |
| Cap. LXXVIII. Come la gente del Biscione prese le mura di Bologna e furono cacciati | [101] |
| Cap. LXXIX. Novità state in Udine | [102] |
| Cap. LXXX. Come abbondarono grilli in Cipri e in Barberia | [103] |
| Cap. LXXXI. Come messer Maffiolo Visconti fu morto da’ fratelli | [103] |
| Cap. LXXXII. Come messer Bernabò ebbe la Mirandola | [105] |
| Cap. LXXXIII. Come i Perugini presono a difendere Montepulciano | [106] |
| Cap. LXXXIV. Come il re d’Inghilterra tornò in Francia | [107] |
| Cap. LXXXV. Come il re d’Inghilterra cavalcò il reame fino ad Amiens | [108] |
| Cap. LXXXVI. Della materia degl’Inghilesi medesima | [109] |
| Cap. LXXXVII. Come morì il re Lodovico di Cicilia, e l’isola rimase in male stato | [111] |
| Cap. LXXXVIII. Come in Napoli fu romore | [111] |
| LIBRO SESTO | |
| Cap. I. Il prologo | [113] |
| Cap. II. Come nacque briga da’ Visconti a que’ di Pavia e di Monferrato | [114] |
| Cap. III. Come si rubellarono terre di Piemonte | [117] |
| Cap. IV. Come i Fiorentini feciono lega contro la compagnia | [118] |
| Cap. V. Come gli Scotti presono Vervic | [119] |
| Cap. VI. D’un trattato fatto per racquistare Bologna | [121] |
| Cap. VII. Come si scoperse il trattato di Bologna, e fevvisi giustizia | [122] |
| Cap. VIII. Come il signore di Bologna fece lega | [125] |
| Cap. IX. Come l’oste del Biscione ch’era a Reggio si levò in isconfitta | [125] |
| Cap. X. Come i Chiaravallesi di Todi tenevano trattato col prefetto | [127] |
| Cap. XI. Come morì messer Piero Sacconi de’ Tarlati | [127] |
| Cap. XII. Come scurò tutto il corpo della luna | [128] |
| Cap. XIII. Come la gran compagnia presono Venosa | [130] |
| Cap. XIV. Come il legato bandì la croce contro al capitano di Forlì | [130] |
| Cap. XV. Come il conte Paffetta fu da’ Pisani messo in prigione | [132] |
| Cap. XVI. Come gli Aretini riposono certe fortezze | [133] |
| Cap. XVII. Di nuove rivolture della gran compagnia | [134] |
| Cap. XVIII. Di grandi gravezze fatte dal re di Francia nel suo reame | [135] |
| Cap.XIX. Come i Pisani facevano simulata guerra | [136] |
| Cap. XX. Come il capitano della Chiesa assediò Cesena | [138] |
| Cap. XXI. Come ’l conte da Battifolle assediò Reggiuolo | [138] |
| Cap. XXII. Come il conticino da Ghiaggiuolo racquietò Ghiaggiuolo | [139] |
| Cap. XXIII. Come i Visconti assediarono Pavia | [140] |
| Cap. XXIV. Come il re di Francia prese il re di Navarra | [141] |
| Cap. XXV. Come il re di Francia fece decapitare il sire di Ricorti e altri quattro cavalieri normandi | [143] |
| Cap. XXVI. Di un grosso badalucco fu a Pavia- | [144] |
| Cap. XXVII. Come i Visconti assediarono Borgoforte | [145] |
| Cap. XXVIII. Come i Visconti feciono contro a’ prelati di santa Chiesa | [145] |
| Cap. XXIX. Come i Visconti feciono tre bastite a Pavia | [147] |
| Cap. XXX. Come i Turchi con loro legni feciono gran danno in Romania | [147] |
| Cap. XXXI. Come gl’Inghilesi guerreggiarono il reame di Francia | [148] |
| Cap. XXXII. Come gl’Inghilesi furarono un forte castello | [150] |
| Cap. XXXIII. Come il zio del conte di Ricorti si rubellò al re di Francia | [151] |
| Cap. XXXIV. Come messer Filippo di Navarra si rubellò al re di Francia | [151] |
| Cap. XXXV. Come il popolo di Pavia prese le bastite, e liberossi dall’assedio | [152] |
| Cap. XXXVI. Il movimento del re d’Ungheria per assediare Trevigi | [155] |
| Cap. XXXVII. Come per l’avvenimento del re d’Ungheria si temette in Italia | [156] |
| Cap. XXXVIII. Come la cavalleria del re Luigi sconfissono i nemici, e furono vinti | [157] |
| Cap. XXXIX D’appelli fatti per lo conte di Lando di tradigione | [159] |
| Cap. XL. Come i Sanesi per paura ricorsono a’ Fiorentini | [160] |
| Cap. XLI. Come l’oste si levò da Borgoforte | [161] |
| Cap. XLII. Principio della guerra da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni | [162] |
| Cap. XLIII. Come il conte di Fiandra andò su quello di Brabante | [164] |
| Cap. XLIV. Come si fece accordo sul campo da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni | [165] |
| Cap. XLV. Come la città d’Ascoli s’arrendè al legato | [166] |
| Cap. XLVI. Come il legato procacciò tenere il Tronto alla compagnia | [167] |
| Cap. XLVII. Come i Pisani ruppono la franchigia a’ Fiorentini | [168] |
| Cap. XLVIII. Come i Fiorentini deliberarono partir si da Pisa e ire a Talamone | [170] |
| Cap. XLIX. Come fu disfatta la città di Venafri in Terra di Lavoro | [171] |
| Cap. L. Come l’oste del re d’Ungheria cominciò a venire a Trevigi | [172] |
| Cap. LI. De’ parlamenti che di questo si feciono in Lombardia | [173] |
| Cap. LII. Come il re d’Ungheria ebbe Colligrano | [174] |
| Cap. LIII. Come il re d’Ungheria venne a oste a Trevigi | [175] |
| Cap. LIV. Come si reggeano gli Ungheri in oste | [176] |
| Cap. LV. Come l’oste si mantenea a Trevigi | [180] |
| Cap. LVI. Come la gran compagnia passò nella Marca | [182] |
| Cap. LVII. De’ fatti dell’isola di Cicilia | [183] |
| Cap. LVIII. Come il conte di Lancastro cavalcò fino a Parigi | [184] |
| Cap. LIX. Come il re di Francia andò in Normandia | [185] |
| Cap. LX. Come il papa e l’imperadore diedono titolo al re d’Ungheria | [186] |
| Cap. LXI. Come i Fiorentini s’acordarono di fare porto a Talamone | [187] |
| Cap. LXII. Come messer Bruzzi cercò di tradire il signore di Bologna | [189] |
| Cap. LXIII. Come i Veneziani cercarono accordo col re d’Ungheria | [190] |
| Cap. LXIV. Come il signore di Bologna scoperse un altro trattato contro a sè | [192] |
| Cap. LXV. Di certa novità che gli Ungheri feciono nel campo a Trevigi | [193] |
| Cap. LXVI. Come il re d’Ungheria si levò da oste da Trevigi | [194] |
| Cap. LXVII. Raccoglimento di condizioni e movimento del re | [195] |
| Cap. LXVIII. Come la gente della lega di Lombardia sconfisse il Biscione a Castel Lione | [190] |
| Cap. LXIX. Trattati de’ Ciciliani | [197] |
| Cap. LXX Come la compagnia stette sopra Ravenna | [198] |
| Cap. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono di fare balestrieri | [199] |
| Cap. LXXII. L’ordine ch’e’ Fiorentini presono per mantenere i balestrieri | [200] |
| Cap. LXXIII. Come i Trevigiani furono soppresi dagli Ungheri con loro grave danno | [201] |
| Cap. LXXIV. Come il Regno era d’ogni parte in guerra | [202] |
| Cap. LXXV. Come i collegati condussono la compagnia al loro soldo | [203] |
| Cap. LXXVI. De’ fatti de’ collegati di Lombardia | [204] |
| Cap. LXXVII. Come i Brabanzoni ruppono i patti a’ Fiamminghi | [205] |
| Cap. LXXVIII. Come il conte di Fiandra andò sopra Brabante | [206] |
| Cap. LXXIX. Come il duca di Brabante si fè incontro a’ Fiamminghi | [207] |
| Cap. LXXX. Come i Fiamminghi sconfissono i Brabanzoni | [208] |
| Cap. LXXXI Come il conte di Fiandra ebbe Borsella | [209] |
| Cap. LXXXII. Come il conte di Fiandra ebbe tutto Brabante a suo comandamento | [211] |
| Cap. LXXXIII. Perchè si mosse guerra dagli Spagnuoli a’ Catalani | [212] |
| Cap. LXXXIV. Di gran tremuoti furono in Ispagna | [214] |
| LIBRO SETTIMO | |
| Cap. I. Il Prologo | [215] |
| Cap. II. Come il re di Francia prese la croce per fare il passaggio | [216] |
| Cap. III. Le parole disse frate Andrea d’Antiochia al re di Francia | [218] |
| Cap. IV. Molte laide cose fece il re di Francia | [220] |
| Cap. V. Come il re di Francia uscì di Parigi con suo sforzo, e andò in Normandia | [222] |
| Cap. VI. Quello faceva il prenze di Guales | [223] |
| Cap. VII. Come il re di Francia pose il campo pressò al prenze | [224] |
| Cap. VIII. Due conti del re di Francia rimasono presi da un aguato | [226] |
| Cap. IX. Puose il re di Francia il campo suo presso agl’Inghilesi | [227] |
| Cap. X. I legati cercarono accordo tra due signori | [228] |
| Cap. XI. I patti che si trattarono e quasi conchiusono | [229] |
| Cap. XII. Come il vescovo di Celona sturbò la pace | [231] |
| Cap. XIII. Diceria che fece il prenze di Guales a’ suoi | [233] |
| Cap. XIV. Come i Franceschi s’apparecchiarono alla battaglia | [235] |
| Cap. XV. Le schiere e gli ordini de’ Franceschi | [235] |
| Cap. XVI. L’ordine degl’Inghilesi con le loro schiere | [236] |
| Cap. XVII. La battaglia tra il re di Francia, e il prenze di Guales | [237] |
| Cap. XVIII. La sconfitta del re di Francia e sua gente | [239] |
| Cap. XIX. Racconta molti morti e presi nella battaglia | [241] |
| Cap.XX. Come il re di Francia n’andò preso in Guascogna | [242] |
| Cap. XXI. I modi tenne il re d’Inghilterra sentendo la novella di sì gran vittoria | [243] |
| Cap. XXII. Battaglia fra due cavalieri, e perchè | [244] |
| Cap. XXIII. Processo fatto contro a’ signori di Milano per lo vicario dell’imperadore | [245] |
| Cap. XXIV. Risposta fatta per li signori di Milano al vicario | [246] |
| Cap. XXV. Risposta fatta per lo vicario alla detta lettera | [247] |
| Cap. XXVI. Come i soldati de’ tiranni non vollono venire contro all’insegna dell’imperadore | [248] |
| Cap. XXVII. Come il vicario puose campo | [249] |
| Cap. XXVIII. Ordine del re d’Ungheria alla guerra con i Veneziani | [250] |
| Cap. XXIX. L’aguato misono gli Ungheri a gente de’ Veneziani | [251] |
| Cap. XXX. Come il re Luigi trattò d’avere Messina in Cicilia | [252] |
| Cap. XXXI. Come si trattò pace fra il conte di Fiandra e i Brabanzoni | [253] |
| Cap. XXXII. Come i Fiorentini si partirono da Pisa e andarono a Siena con le mercatanzie | [254] |
| Cap. XXXIII. Come il capitano di Forlì si provvide | [255] |
| Cap. XXXIV. Come Faenza s’arrendè al legato, e’ patti | [256] |
| Cap. XXXV. Che fece la gente della lega de’ Lombardi in questo tempo | [257] |
| Cap. XXXVI. Della materia medesima | [257] |
| Cap. XXXVII. Come l’oste della lega fu rotta dalla gente di Milano | [258] |
| Cap. XXXVIII. Il consiglio prese il capitano di Forlì | [261] |
| Cap.XXXIX. Messer Niccola prese Messina per lo re Luigi | [262] |
| Cap. XL. Come si ribellò Genova a que’ di Milano | [264] |
| Cap. XLI. Come fu disfatta la chiesa di santo Romolo | [265] |
| Cap. XLII. Quello fece messer Filippo di Taranto e di Vercelli | [267] |
| Cap. XLIII. Come si fuggì di Milano la donna che fu di messer Luchino col figliuolo | [268] |
| Cap. XLIV. Come il Re Luigi e la reina andarono a Messina | [269] |
| Cap. XLV. Come fu murato il borgo di Fegghine | [270] |
| Cap. XLVI. D’un parlamento fece l’imperadore in Alamagna | [271] |
| Cap. XLVII. Come il marchese di Monferrato ebbe il castello di Novara | [272] |
| Cap. XLVIII. Come messer Bernabò volle uccidere messer Pandolfo Malatesti | [273] |
| Cap. XLIX. Come i Genovesi racquistarono Savona | [277] |
| Cap. L. Guerra dal re di Castella a quello d’Araona | [277] |
| Cap. LI. Come messer Filippo di Novara cavalcò presso a Parigi | [278] |
| Cap. LII. Come si cominciò le mulina del comune di Firenze | [279] |
| Cap. LIII. Come il reame di Francia ebbe gran divisione | [280] |
| Cap. LIV. Morte del conte Simone di Chiaramonte in Cicilia | [281] |
| Cap. LV. Come si liberò il Borgo a Sansepolcro da tirannia | [282] |
| Cap. LVI. Come l’abate di Clugnì succedette al cardinale di Spagna | [283] |
| Cap. LVII. Come il re di Francia fu menato in Inghilterra | [283] |
| Cap. LVIII. Come la gente della Chiesa entrò in Cesena | [286] |
| Cap. LIX. Come il legato con sua forza andò a Cesena | [287] |
| Cap. LX. Abboccamento e triegua fatta dal re di Spagna al re d’Araona | [288] |
| Cap. LXI. Come Rezzuolo si diede a’ Fiorentini | [289] |
| Cap. LXII. Come i Pisani vollono torre Uzzano a Fiorentini | [290] |
| Cap. LXIII. Come i Pisani armarono galee per impedire il porto | [291] |
| Cap. LXIV. L’aiuto mandò messer Bernabò al capitano di Forlì | [292] |
| Cap. LXV. Come il conte d’Armignacca da Tolasana per gravezze fu cacciato | [293] |
| Cap. LXVI. Conta dell’onore fatto al re di Francia in Inghilterra | [294] |
| Cap. LXVII. Trattato tenuto per li Fiorentini in accordare il capitano di Forlì con il legato | [298] |
| Cap. LXVIII. Come il legato ebbe la murata di Cesena | [297] |
| Cap. LXIX. De’ fatti di madonna Cia donna del capitano di Forlì | [298] |
| Cap. LXX. Novità fatte in Ravenna | [300] |
| Cap. LXXI. Novità di Grecia, e presura di loro signori | [302] |
| Cap. LXXII. Come il re Luigi assediò Catania in Cicilia | [304] |
| Cap. LXXIII. Della materia medesima | [305] |
| Cap. LXXIV. Come l’oste del re Luigi si levò da Catania in isconfitta | [306] |
| Cap. LXXV. Come la compagnia venne sul Bolognese | [307] |
| Cap. LXXVI. Come il comune di Firenze afforzò lo Stale | [308] |
| Cap. LXXVII. Come s’arrendè la rocca di Cesena al legato | [309] |
| Cap. LXXVIII. De’ fatti di Costantinopoli | [311] |
| Cap. LXXIX. Come il legato prese Castelnuovo e Brettinoro | [312] |
| Cap. LXXX. Di processi fatti contro la compagnia per lo legato | [313] |
| Cap. LXXXI. Della gravezza facea il tiranno a’ Bolognesi | [314] |
| Cap. LXXXII. Come i Veneziani domandarono pace al re d’Ungheria | [316] |
| Cap. LXXXIII. Come il legato ebbe la rocca di Brettinoro | [317] |
| Cap. LXXXIV. Come si bandì la croce contro la compagnia | [317] |
| Cap. LXXXV. Aiuti mandarono i Fiorentini al legato | [319] |
| Cap. LXXXVI. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia | [320] |
| Cap. LXXXVII. Come l’arciprete con compagnia entrò in Provenza | [321] |
| Cap. LXXXVIII. Come il conte di Fiandra rendè Brabante alla duchessa facendo pace | [323] |
| Cap. LXXXIX. Come il legato s’accordò alla compagnia per danari | [323] |
| Cap. XC. Ricominciamento dello studio in Firenze | [325] |
| Cap. XCI. Come si trovarono l’ossa di papa Stefano in Firenze | [325] |
| Cap. XCII. Leggi fatte sopra i medici | [326] |
| Cap. XCIII. Come i Genovesi ebbono Monaco | [327] |
| Cap. XCIV. Come il cardinale assediò Forlì | [328] |
| Cap. XCV. Come il re d’Inghilterra ruppe i patti della pace | [329] |
| Cap. XCVI. Della mostra fatta a Avignone di cortigiani per tema della compagnia | [330] |
| Cap. XCVII. Come il re Luigi da Messina tornò a Napoli | [331] |
| Cap. XCVIII. Come si perdè Governo a’ Mantovani | [332] |
| Cap. XCIX. Come i signori di Milano presono Borgoforte, e assediarono Mantova | [333] |
| Cap. C. Come il cardinale Egidio passò per Firenze | [335] |
| Cap. CI. Come per i cardinali non si fe’ nulla della pace de’ due re | [337] |
| Cap. CII. Come fu impiccato il conte di Minerbino | [338] |
| Cap. CIII. Come fu preso Minerbino | [339] |
| Cap. CIV. Come i Genovesi mandarono in Sardigna venti galee per racquistare la Loiera, e non poterono | [340] |
| ERRORI | CORREZIONI | ||||
| TOMO III. | |||||
| p. | 57 | v. | 21 | dimostare | dimostrare |
| — | 124 | — | 6 | e a avuti | e avuti |
| — | 257 | — | 27 | si sfo (In alcune copie) | si sfor- |
| — | 275 | — | 24 | stamapanare, e | stampare, e |
| — | 277 | — | 24 | avversaro | avversario |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in fine libro sono state riportate nel testo.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.