LIBRO DECIMO
CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
La superbia, la quale prima nel cielo mostrò la sua malizia, se nelle menti terrene si trova non è da maravigliare, considerato che l’umana natura indebilita per lo peccato del primo uomo è ne’ vizii inchinevole e pronta. Questo peccato quanto sia grave, e quanto sia in ira di Dio, per lo suo fine l’ha sovente mostrato; porne alcuno esempio in nostri ricordi forse non fia da biasimare, se non da coloro che per morbidezza d’animo sono amatori delle brevi leggende, o da coloro che per tema di spesa veggendo la moltitudine de’ fogli non osano fare scrivere. Serse re d’Asia, avendo avuto più tempo nelle guerre prospera e felice fortuna, insuperbito, lo mare coperse di navi, e intra Sesto e Abido, due isolette di mare, per pomposa memoria di suo innumerabile esercito sopra le navi fè ponte, e a riceverlo tutta la Grecia non parea sofficiente, nè a ricevere nè a pascere la sua brigata; e infine da poca gente vituperato e sconfitto, e in uno piccolo legno tornò in suo paese morta tutta sua gente. Sennacherib maravigliosamente esaltato per beneficio della ridente fortuna, con l’animo altero montò sopra le stelle spregiando gli Dii, e massimamente quello degli Ebrei, come se fossono minori e meno possenti di lui; costui veggendo l’esercito suo tagliato, vilmente fuggì, e nel tempio degl’Idoli suoi da’ suoi proprii figliuoli vilmente fu tolto di vita. Dario re potentissimo, più volte sconfitto dalla poca gente d’Alessandro re di Macedonia, infine da’ suoi propri congiurenti vilmente fu morto. Ciro re di Persia e di Media, eccellentissimo di potenza....
Il codice Ricci è mancante in questo luogo di una pagina, che dovrebbe contenere il rimanente del Proemio, il capitolo secondo, e il principio del terzo, e con mio sommo rincrescimento non son riescito a riempire questa laguna col soccorso di un altro codice, poichè non m’è stato possibile trovarne copia. La Biblioteca Riccardiana possiede tre codici di Matteo Villani, e uno la Laurenziana, ma non oltrepassano il nono libro. Per supplire in qualche modo a questa laguna mi son servito d’un’Epitome fatta da Domenico Boninsegni delle storie fiorentine di Giovanni, Matteo e Filippo Villani, che si conserva nella Biblioteca Laurenziana, e che un giorno faceva parte della Biblioteca Mediceo-Palatina, segnato di num. 160.
CAP. II. Dell’atto e rilevato stato della casa de’ Visconti di Milano.
«Più era infocato che mai messer Bernabò nell’impresa di Bologna, e impuose e trasse da’ cherici del suo tenitorio in tre mesi più di trecento migliaia di fiorini d’oro, e da’ secolari per nuova imposta circa trecentosessanta migliaia di fiorini d’oro; e venne in tanta superbia, forse per lo parentado fatto in Francia, che nessuno accordo si potè trovare tra lui e ’l legato, nè per il gran siniscalco nè altri, usando di dire, che non temeva potenza di signore terreno che gli potesse trarre Bologna di mano, e molto sparlando contra il legato. Ma per lo contrario il legato ricorse all’aiuto di Dio, e per comandamento del papa a ogni prete d’Italia fece fare in ogni messa dietro al Pater noster speziale orazione de’ fatti di Bologna, e mandò al re d’Ungheria per gente, ed ebbe da lui duemila Ungari bene capitanati, e poi tremila di loro volontà, e subito furono in Lombardia e in Romagna al servigio del legato.»
CAP. III. Del pauroso e vile partimento dell’oste di messer Bernabò da Bologna.
«Per la venuta di questi Ungari, e per l’operazione d’Anichino di Bongardo, entrò paura alle genti di messer Bernabò per modo che non ubbidivano al capitano, e tutto dì si fuggivano; per la qual cosa al capitano» montata la paura, vedendo partire l’un l’altro, e non sapendo il perchè, chè per la forza e autorità che ’l capitano avesse non gli potea ritenere; onde vedendosi il capitano a questo pericolo richiese Anichino che lo accompagnasse infino valicato Bologna verso Modena, e avuta la compagnia, volendo da sè fare buona condotta, fu costretto da’ vili d’andarsene di notte sconciamente abbandonato il campo con assai fornimento e arnesi, e campati per lo beneficio della notte valicarono Castelfranco, ove s’arrestarono per non parere rotti, e ivi la mattina fermarono il campo; e stativi pochi dì, il primo d’ottobre valicarono a Modena, e tornarsi con gli orecchi bassi al loro signore, il quale quasi arrabbiato più dì stette rodendo in sè medesimo il suo orgoglioso furore, acciocchè riposatamente ai forestieri dimostrasse, ch’alla festa si ragunavano, per magnanimità questa cosa avere per niente, ed essere intervenuto per lo peggiore del legato, come di sua bocca a molti pronunziò.
CAP. IV. Come i Bolognesi assalirono e presono tre bastite.
Sentito in Bologna la vile partita dell’oste di messer Bernabò, tutto che ancora del tutto non fosse del Bolognese partito, il popolo prese cuore, e per lo essere tenuto affamato, furioso, giusta la sentenza di Lucano che dice, che il popolo digiuno non sa che sia il temere, straboccatamente e senza aspettare condotta o regola uscì di Bologna, e con grand’ardire assalì la bastita che guardava verso Romagna, e quella aspramente combattendo e con grida ch’andavano al cielo ebbono per forza, e tagliati e fediti molti di quelli ch’erano alla difesa la rubarono e arsono, e con quell’empito e gloria corsono ad altre due, e per simile modo l’ebbono, rubarono e arsono. Quando giunsono a quella di Casalecchio in sul Reno trovarono il becco più duro a mugnere, perocchè era ben guernita di gente da piè e da cavallo, e dato di cozzo in essa con loro dammaggio si ritornarono a Bologna, nullo assedio lasciato alla bastita: onde que’ d’entro scorreano fino alle porti di Bologna facendo danni, nondimanco aperti i cammini di Romagna cominciarono a venire della roba a Bologna; e dagli Ungheri i quali alloggiati erano fuori della città tenuti erano a freno quelli della bastita da Casalecchio, e in Romagna s’apparecchiava grande carreggio e salmeria di vittuaglia per conducere in Bologna alla venuta del legato.
CAP. V. Certo trattato fatto a corte tra il papa e gli ambasciadori del re d’Ungheria.
In questo mese di settembre furono in Firenze tornati di corte di Roma gli ambasciadori del re d’Ungheria, e andaronne al re, avendo impromesso al papa, in quanto il bisogno occorresse, che la persona del re d’Ungheria verrebbe incontro al signore di Milano con patto, che ciò che egli acquistasse delle terre de’ detti signori, fossero sue ed egli avea fatto dire al papa che con meno di diecimila cavalieri non potrebbe venire, ed era in accordo d’avere ogni mese fiorini quarantamila d’oro, de’ quali dovea avere dalla lega de’ Lombardi sotto il titolo di Genovesi fiorini sedicimila, e fiorini quattordicimila dovea pagare il legato traendoli della Marca e del Ducato, del Patrimonio e di Romagna, e diecimila ne dovea mettere la camera del papa. La cosa fu divolgata per tutto, ma i signori di Milano poco se ne curavano, s’altra fortuna non avesse barattata loro intenzione.
CAP. VI. Dell’avvenimento del legato a Bologna.
Partita l’oste di messer Bernabò dall’assedio di Bologna, il legato fatto conducere di Romagna in Bologna molta vittuaglia, e fatta la condotta degli Ungheri, col grande siniscalco del Regno, e con messer Malatesta e altri valenti uomini della Romagna e della Marca, all’entrata d’ottobre del detto anno entrò in Bologna, dove da’ Bolognesi fu ricevuto a gran festa e onore, e prestamente intese a ordinare e riformare e la guardia e il reggimento della città, e i fatti della guerra contro a’ nemici suoi, non come prelato, ma come esperto e ammaestrato capitano di guerra cominciò a trattare, come conseguendo l’opere sue ne dimostreranno.
CAP. VII. Cominciamento della nuova compagnia d’Anichino di Bongardo Tedesco.
Levatasi la gente di messer Bernabò del distretto di Bologna, Anichino di Bongardo Tedesco, non senza infamia d’avere maculata sua fede, all’entrata d’ottobre s’accolse a Salaruolo presso di Faenza a tre miglia con ottocento barbute e trecento Ungheri, ricettato dal legato, e datoli vittuaglia; e sì avea il legato circa a milledugento barbute e quattromila Ungheri da poterlo prendere o cacciarlo di suo paese, per la qual cosa assai fu manifesto che il legato per nuovo servigio gli fosse obbligato: e avvegnachè assai fosse segreto, egli stette tanto a Salaruolo, che pagati gli furono quattordicimila fiorini, ovvero genovini d’oro; il perchè egli tantosto crebbe sua compagnia e di Tedeschi e masnadieri, e di volontà del legato a mezzo ottobre cavalcò il contado de’ conti d’Urbino; appresso entrò nella Ravignana, e di là valicò ad Ascoli del Tronto in servigio della Chiesa per certa rivoltura fatta in quella città contro al legato, e stettono alquanti dì nel paese, e poi di novembre valicarono il Tronto, e arrestaronsi nel paese verso Lanciano, ove soffersono lungamente gran disagio, come al suo tempo diremo. Stando in questa compagnia nel numero di duemila cinquecento tra Ungheri e Tedeschi, e molti fanti a piè nella Ravignana, e dando boce di valicare da Firenze, i Fiorentini ne tennono consiglio, e infine deliberaro di provvedersi alle difese, e imposono per legge personale a chi consigliasse, trattasse o parlasse occulto o palese del prender accordo alcuno con la detta compagnia: e ciò fu assai utile cagione e materia a tutti i Toscani, perocchè le compagnie vanno cercando chi fugga e fannone preda, e fuggono le resistenze, perocchè dove e’ le trovano non possono durare, nè trarne furtivo guadagno.
CAP. VIII. La rivoltura d’Ascoli della Marca
Ascoli della Marca era all’ubbidienza del legato, e Leggieri d’Andreotto di Perugia v’era alla guardia per la Chiesa, e di fuori n’erano ribelli l’arcidiacono e messer Filippo.... con altri molti di loro animo e volere; costoro del mese di settembre detto anno accolta gente in loro aiuto rientrarono nella città, e trovando il seguito d’assai cittadini corsono alle case de’ loro nemici, e uccisonne ventidue; gli altri che poterono campare s’uscirono della terra, e Leggieri d’Andreotto fu preso, e tanto ritenuto, che quivi fece dare la fortezza che v’era per la Chiesa, dicendo che teneano la città all’ubbidienza di santa Chiesa, ma che voleano potere stare sicuri in casa loro. La novella forte dispiacque al legato, e pensossi con la compagnia d’Anichino farla tornare al suo volere, ma i tornati in Ascoli di quella poca cura pigliavano; il legato come savio e astuto s’infinse di non se n’avvedere, perchè mostrando cruccio non si mettessono a più grave ribellione.
CAP. IX. Come a petizione del legato fu preso messer Ridolfo da Camerino.
All’uscita d’ottobre detto anno, messer Ridolfo da Camerino essendo stato principio col suo consiglio e con le savie e sollecite operazioni di sua persona di vincere e riducere i Malatesti all’ubbidienza del legato, ed appresso continovato intorno a’ fatti di santa Chiesa operazioni leali e degne di merito, tanto seppe operare messer Malatesta, ch’era divenuto il più segreto consiglio ch’avesse il legato, che ritornandosi messer Ridolfo da Bologna a Camerino, e capitato nella città di Fermo, invitato da messer Giovanni da Oleggio marchese della Marca, e fattali allegra accoglienza, come ebbe mangiato, prendendo da lui messer Ridolfo congio, fugli detto ch’era prigione, dicendoli messer Giovanni, che ciò gli convenia fare contra suo grado per mandato del legato, e mostrò le lettere che mandate gli avea. Il valoroso cavaliere messer Ridolfo niente per tale presura sbigottito, il fece di presente sapere a’ suoi, dicendo, ciò essere senza niuna sua colpa, e confortando che di lui nessuna minima cura prendessono, e che nè per minacce nè per tormenti, nè per morte che a lui data fosse, nè di loro terre nè di loro giurisdizione dovessono dare per ricomperare la vita sua, e ciò, come cara avessono la grazia sua. I fratelli teneri di tanto uomo, e ubbidienti a lui, con i sudditi loro feciono consiglio, i quali loro offersono quarantamila fiorini i quali di presente impuosono tra loro, e fornirsi di gente d’arme, e intesono a buona guardia, e al legato mandarono ambasciadori per sapere che ciò volea dire. Di tale presura il legato forte fu biasimato da tutta maniera di gente, e quale che si fosse il suo movimento, altro non se ne manifestò che detto sia, ma valicato il mese di sua presura il legato il fè diliberare: messer Ridolfo senza tornare al legato sdegnoso e pieno d’ira e di mal talento si tornò a Camerino.
CAP. X. Del maestrevole processo del legato co’ suoi Ungari in questo tempo.
Era, come addietro è detto, capitano degli Ungari il maestro Simone conte, e il legato avea condotto con tremila Ungari, e gli altri Ungari con alcuna provvisione nutricava: il maestro Simone in segreto con gli Ungari ch’erano di fuori s’intendea e con quelli ch’erano seco, e come era con loro fuori di Bologna gli mantenea quasi in discordia col legato rubando i Bolognesi come nemici, e facea alla sua gente usare parole, nelle quali lodavano messer Bernabò, e dicevano sè essere al servigio suo, biasimando il legato: per tale astuzia si divolgò per tuttochè gli Ungari erano rivolti dal servigio della Chiesa. E continovando la cosa in questa contumacia, e messer Bernabò veggendosi avere fatte disordinate spese nella guerra, e vedendosi al cominciamento del verno, cominciò a cassare de’ suoi cavalieri, i quali nel suo paese s’accoglieano col grido di fare compagnia; e maestro Simone con i suoi Ungari scorreano in preda in guisa di compagnia, senza gravare i paesani come nemici: e nondimeno il legato mantenea l’oste alla bastita di Casalecchio, e mostrava di volere rivocare gli Ungheri a sè per la fede avea avuta dal re d’Ungheria, e mostrava di mandare lettere perchè il re rinfrenasse gli Ungheri, che non trasandassono contro a santa Chiesa.
CAP. XI. Come s’ebbe per i Bolognesi la bastita di Casalecchio sopra il Reno.
Essendo la bastita fatta per l’oste di messer Bernabò sopra il Reno luogo detto Casalecchio lungamente tenuta in grande confusione de’ Bolognesi, avendo per quella tolta l’acqua delle mulina di Bologna, ed essendo presso alla terra luogo forte e ben fornito, facea continua e tediosa guerra infino alle porti. Partita l’oste del Biscione, non potendola i Bolognesi avere per battaglia, l’assediarono, e sopravvenendo i difetti dentro, e non essendo soccorsi da messer Bernabò, furono costretti d’arrendersi, e fatto il patto salvo le persone, a dì 11 di novembre detto anno s’arrendè, e gli Ungari pronti e con più forza la presono, e mostrarono di volerla tenere per loro contro la volontà del legato; e mostrandosi la riotta grande tra il legato e gli Ungari per la bastita, il legato fece venire lettere dal re a maestro Simone comandandoli che rendesse la bastita al legato, e che non si partisse dal suo volere. E fatto questo comandamento la bastita fu renduta a’ Bolognesi, e maestro Simone di nuovo condotto con mille Ungari, e gli altri furono licenziati; e partitisi di là per fare compagnia, arrestandosi tra Bologna e Imola, avendo la vittuaglia dal legato: e fatta questa dissensione, messer Bernabò prese fidanza, e cassò più di sua gente, sicchè al bisogno non potè riparare agli Ungari, come seguendo nostro trattato diviseremo.
CAP. XII. La venuta a Giadra del re d’Ungheria e della moglie.
In questi tempi lo re d’Ungheria non potendo avere figliuoli della reina sua moglie, alla quale portava grande amore, avvegnachè figliuola fosse d’un suo suddito barone, a lui e a tutto il regno ne parea male, che trascorresse il tempo senza speranza d’avere successore e di lui erede nel regno. E la moglie medesima per l’amore che portava al re n’era in afflizione, e ben disposta di fare ciò che piacesse di sè e ch’ella potesse perchè al suo signore non mancasse rede, sentendosi in istato da non potere portare figliuoli, e per questa cagione si disse palese che il re e la reina erano venuti a Giadra, e là dimorarono parecchi mesi facendo edificare un grande e nobile munistero a onore di santo..... nel quale si dicea che dovea con la dispensazione di santa Chiesa entrare la reina in abito e stato monachile, e lo re dovea potere torre altra donna. Se ciò fu vero, l’amore della donna lo vinse, e solo la fama della volontà rimase.
CAP. XIII. La presa di Gello fatta per quelli di Bibbiena, e la compera ne fece poi il comune.
Gello è un bello castelletto presso a Bibbiena a due miglia, e possiede buoni terreni. Messer Luzzi figliuolo bastardo di messer Piero Tarlati l’avea lungo tempo occupato all’abate di Magalona, e rispondevali certa cosa per anno. I fedeli occupati vedendo loro tempo per uscire di servaggio, diedono il castello a coloro ch’erano in Bibbiena per i Fiorentini all’entrata del mese di novembre, e accomandaronsi al comune. Messer Luzzi in questo dì era accomandato de’ Sanesi, i quali mandarono ambasciadori a Firenze, e tanto operarono, che ’l comune a dì 15 di gennaio detto anno per riformagione di consigli diedono a messer Luzzi per compera del castello di Gello fiorini milledugento, ed egli fece consentire all’abate; e le carte fece ser Piero di ser Grifo notaio delle riformagioni del comune di Firenze.
CAP. XIV. Come il comune di Firenze mandò ambasciadori al legato e a messer Bernabò per trattare accordo.
Essendo l’impresa di Bologna barattata nelle mani di messer Bernabò per altro modo che non istimava, e ripiena d’Ungheri la Lombardia, il comune di Firenze avvisando che tempo fosse atto a trovare via d’accordo, mandò di novembre di detto anno a smuovere il legato a lasciare trovare modo alla concordia, lo quale trovarono in vista e nelle parole bene disposto, e però andarono a Milano a messer Bernabò, e cercato più volte di poterli parlare, non poterono da lui in Milano avere udienza, perocchè la notte innanzi mattutino messer Bernabò era a cavallo e andava alla caccia, e la sera tornava tardi, e non dava udienza, perchè convenne che la notte il seguitassono sponendo loro ambasciata, e cavalcando forte il signore senza arrestarsi, e non di meno parea desse speranza al trovare de’ modi; e così seguì più dì senza avere udienza altro che cavalcando, sopravenne quello, che il legato trattò co’ suoi Ungheri, come appresso diviseremo; per la qual cosa sdegnato messer Bernabò non volle più udire da quella volta innanzi gli ambasciadori di Firenze, e senza onore si ritornarono al loro comune.
CAP. XV. Come il legato mandò gli Ungari sopra la città di Parma.
Il valente legato conoscendo l’animo di messer Bernabò niuna fede prendea di lui, e avendo lungamente dimostrato discordia con gli Ungheri come narrato avemo, e sentendo inverso Reggio mille barbute casse da messer Bernabò, con l’aiuto di messer Feltrino da Gonzaga per certa provvisione le condusse, e improvviso a tutti in una notte fece pagare per certo tempo gli Ungari ch’avea cassi e quelli ch’avea condotti, e mostrando d’andarsene gli Ungari di verso Ferrara, avendo avuta la licenza del passo, si rivolsono, e valicarono Modena e Reggio, e furono prima in sul Parmigiano, ch’alcuna novella n’avessono avuta i paesani, e per questo improvviso corso feciono di bestiame grosso e minuto preda senza misura. E appresso agli Ungari vi mandò il legato messer Galeotto con mille barbute, e a lui feciono capo l’altre mille condotte a Reggio per modo di compagnia, valicarono la Fossata, e poi il fiume della Parma, e stettono in larga preda più di venticinque dì, perocchè per comandamenti di messer Bernabò il paese non era lasciato sgombrare. La stanza e la ritornata fu senza contasto, e a Bologna si ritornarono a dì 11 di dicembre, con fama d’avere avuti danari da messer Bernabò; per la qual cosa il capitano degli Ungari tornato poi in Ungheria dal suo signore fu messo in prigione.
CAP. XVI. Della presura del conte da Riano.
Il re Luigi avendo sentito come Anichino di Bongardo con la sua compagnia s’avviava nel Regno, o che ’l conte da Riano gli fosse di ciò infamato, o ch’egli avesse sospetto di lui, lo fece mettere in prigione, con minacce di farli torre la persona. Il conte si sentia senza colpa, e non temea, confidandosi nella verità, e nel grande parentado che avea con i maggiori baroni del Regno, i quali riprendeano il re di quella presura, per la quale non piccola dissensione era nel reame, e per l’aspetto della compagnia, e ancora perchè il duca di Durazzo non si fidava del re; e il gran siniscalco si stava a Bologna, e mostrava non curarsi di ritornare nel Regno, accortosi che ’l re avea troppa fede data ai baroni ch’erano a lui in contradio. Lo re non era sano, e il prenze perduto per le donne e per lo vino dalla cintura in su, e per queste cagioni il re sollecitava con lettere il gran siniscalco che tornasse a lui, ed egli sostenea per soccorrere al tempo del gran bisogno, e per fare ricredenti gli avversari suoi, come poscia addivenne.
CAP. XVII. Come la compagnia d’Anichino sostenne fame all’entrata del Regno.
Anichino di Bongardo con la sua compagnia essendo valicato nel Regno, tentato l’andare all’Aquila, e trovato i passi forniti alla difesa, fu costretto arrestarsi del mese di novembre, essendo i passi stretti e male agiati di vittuaglia, verso Lanciano, per la qual cosa soffersono gran fame e assalto a’ passi da’ paesani, onde in quel luogo perderono circa a ottocento tra cavalieri ungari e masnadieri; e non potendo in quel paese acquistare se non fame, presono la via di verso la Puglia, e all’entrata di dicembre furono in Giulianese: le terre trovarono afforzate e sgombro il paese, sicchè poco di preda vi poterono avanzare, nondimeno gli Ungari e i soldati cassi nel paese di là seguivano la compagnia sentendosi entrare nel Regno, e accrescevanle forza.
CAP. XVIII. Come messer Cane Signore rimandò la moglie che fu di messer Cane Grande al marchese di Brandisborgo.
Morto messer Gran Cane dal fratello, e tornato messer Cane Signore in Verona, presa la signoria dopo il lamento fatto della morte del marito, la donna che fu di messer Gran Cane sirocchia del marchese di Brandisborgo con disonesta fama di messer Cane Signore lungamente contro suo volere fu ritenuta in Verona. E in quei giorni addivenne, ch’a un parlamento fatto dai principi d’Alamagna con l’imperadore, il marchese di Brandisborgo si dolse dell’oltraggio fatto alla sirocchia per messer Cane Signore; onde dall’imperadore e dagli altri principi d’Alamagna fu confortato ch’attendesse a vendicare sua ingiuria, promessogli fu in ciò loro aiuto. Come ciò pervenne agli orecchi di messer Cane Signore cagione gli fu di rendere la donna, la quale rimandò del mese di novembre detto anno con quello onore e con quella compagnia ch’a lui piacque infino fuori de’ suoi confini, e quivi trovato di sua gente che gli si faceano incontro la lasciarono, udendo minacce grandi contro al signore loro. Il detto duca fece partire di suo paese tutti i sudditi del signore di Verona, e a tutti vietare le fiumane e’ passi come a suoi nimici.
CAP. XIX. Come la compagnia d’Anichino di Bongardo prese Castello san Martino.
Essendo di Giulianese entrata la compagnia nel distretto del duca di Durazzo, avendo difetto di pane, e mostrandolo maggiore, quelli di Castello san Martino essendo molto forniti di vittuaglia, per ingordigia del prezzo i villani di quello cominciarono a vendere il pane un gigliato. La gente d’arme maliziosa e cauta, veggendo i villani allargarsi all’esca del danaio, mandavano a uno e a due nel castello insieme con le mani piene di gigliati a comperare del pane, ed eglino si stanziavano di fuori senza fare alcuna guerra al paese; onde avvenne, che dimesticata la gente matta e avara, per potere vendere più del pane lasciarono entrare nel castello degli uomini della compagnia, i quali dato segno a quelli di fuori furono di subito alla porta, e con quelli d’entro cominciarono la mischia, e cacciarono le guardie dalla porta, e misono dentro la compagnia, facendo per ciò sussidio grande al loro stremo bisogno, ch’erano nel dicembre, e per loro non trovavano pane nè strame per i cavalli, e nel castello abbondantemente ne trovarono, e pertanto gran parte del verno vi dimorarono sovente cavalcando il paese, e riducendosi all’ostellagione senza costo loro con le prede faceano nel paese.
CAP. XX. Come il re d’Araona diè per moglie la figliuola a don Federigo di Cicilia.
Del mese di novembre detto anno, lo re d’Araona diliberò di dare per moglie a don Federigo figliuolo di don Piero di Cicilia la figliuola, e a dì 27 di dicembre seguente giunse nell’isola di Cicilia con quattordici galee ben armate, e fatto porto a Cattania, dove il giovane re facea suo dimoro, ricevuta la donna con quella festa che far le potè secondo il suo povero stato la disposò; e pensandosi che le galee de’ Catalani facessono guerra a Messina e all’altre terre del re Luigi, senza arresto alcuno fornita la festa delle nozze se ne ritornarono in Catalogna.
CAP. XXI. Come messer Bernabò si provvedde per avere gente, nuova per guerreggiare Bologna.
Messer Bernabò mostrò di non curarsi dell’avvenimento degli Ungheri e de’ Tedeschi che alquanto del verno stettono sopra le terre sue, anzi scrisse al legato parole di scherno, volendo mostrare, che quello che fatto avea tornerebbe tosto in sua confusione. E a certi suoi confidenti mostrò un grandissimo tesoro accolto di nuovo senza toccare quello della camera sua, il quale passava il numero di secento migliaia di fiorini, i quali affermava sè avere diputati per vincere la gara di Bologna. E per ciò cominciare e con danari e con doni mandò il conte di Lando in Alamagna a sommuovere baroni e cavalieri a sua provvisione per averli al primo tempo; il quale trovando che per l’imperadore e per lo doge d’Osteric, e per lo marchese di Brandisborgo, e per gli altri principi d’Alamagna fatto era comandamento, che niuno arme prendesse contro a santa Chiesa, del mese d’aprile seguente tornò con dieci bandiere di ribaldi, i quali per non avere che perdere non curarono i comandamenti de’ loro signori, golando il soldo di messer Bernabò. Ora nel processo nostro per lo verno dando sosta all’altre fortune ci si apparecchia a narrare cosa spiacevole alla nostra città di Firenze, e all’altre città a lei vicine.
CAP. XXII. Come messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco del Regno venne in Firenze, e della novità che per sua venuta ne seguio.
Messer Niccola Acciaiuoli fatto per lo legato conte di Romagna e del suo segreto consiglio, sollicitato dal re Luigi co’ comandamenti, e da’ Fiorentini e dagli altri comuni di Toscana procacciava aiuto contro alla compagnia d’Anichino; onde egli fatto vececonte in Romagna, e provveduto d’uficiali alle terre commesse al suo governo per santa Chiesa, a dì 9 di dicembre venne a Firenze, dove da’ parenti e dagli amici, e dagli altri cittadini discreti e da bene a grande onore fu ricevuto. Lo suo dimoro e portamento nella città era onesto e di bella maniera, mettendo ogni dì tavola cortesemente, e senza alcuna burbanza, chiamando i cittadini, e i grandi, e i popolari alla mensa, onorandoli successivamente: e così stando in Firenze, con ogni onesta sollecitudine che potea procacciava di fornire il comandamento del suo signore, e richiedeva sovente con riverenza i suoi signori priori e collegi d’aiuto, e simile in spezialità gli altri cittadini che in ciò gli prestassono favore. E in questo stante novità occorsono nella nostra città, che tutta la terra puosono in confusione, come nel seguente capitolo diremo.
CAP. XXIII. Come per sospetto nato nella città di Firenze di messer Niccola indegnamente egli ne ricevette vergogna.
Anichino di Bongardo, com’è di sopra scritto, e con sua compagnia era passato nel regno di Puglia, con animo d’offendere il re Luigi a suo podere, il quale sollecitamente si dava a’ ripari, il perchè il gran siniscalco n’era venuto a Firenze per avere aiuto, e promessa avea avuta d’avere trecento cavalieri; or come piacque alla fortuna occorse, ch’al nuovo priorato, che trar si dovea per legge di comune, far si dovea lo squittino nuovo de’ priori e collegi, e fallare non potea che stando messer Niccola a Firenze o vicino non fosse priore, perocchè nelle borse vecchie niuno v’era rimaso se non egli, e delle nuove trarre non si potea se non si votasse le vecchie, ed egli a ogni nuovo priorato era tratto, e rimesso per assenza: il caso che parea appensato, e l’uomo per la grandezza sua nella città per tema di tirannia verisimilmente sospetto, con assai colorata credenza facendo i governatori della città fortemente sospettare, e mormorio n’era tra loro, il quale per lo procaccio si stendea nel volgo, e se ne parlava e in piazza e a’ ridotti, ma per quello che veramente sentimmo l’animo del nobile cavaliere della detta intenzione era tutto rimoto, e per tanto per quetare il mormorio sollecitava d’avere la gente dell’arme che il comune gli avea promessa, e proposto s’era al tutto nell’animo che se necessario caso l’avesse ritenuto di renunziare l’uficio. Occorse in quei giorni, che licenziandosi i nostri ambasciadori dal legato di Spagna, il quale come di sopra è scritto presa avea la signoria di Bologna, ed egli avendo l’uno di loro conosciuto per uomo grave e intendente e d’autorità, e a cui molta fede era data nel suo comune, avanti che a loro desse il congio, quel tale segretamente chiamò nella camera sua, e datali la credenza, prima gli rivelò come certamente sentia che in Firenze era trattato e congiura per sovvertere lo stato loro. Il discreto e accorto ambasciadore gli rispuose, che tale credenza tenendola a lui era pericoloso, e simile al suo comune, e che per tanto a lui piacesse che a’ suoi signori il potesse manifestare, non domandando come savio più oltre, per non avere materia d’abominare i suoi cittadini, senza i quali non pensava ragionevolmente potere essere trattato. Lo cardinale non glie n’aperse più, ma gli concedette licenza che di quello che detto gli avea ne facesse fede a’ signori suoi come gli avea domandato. Per la rivelazione di costui generale e oscura il sospetto preso di messer Niccola crebbe a maraviglia, e in tanto, che senza niuno intervallo di tempo provvisione si fè, la quale in effetto contenne, che niuno ch’avesse giurisdizione di sangue, o sotto sè città o castella non potesse essere all’uficio del priorato: ma per non fare più vergogna al valente cavaliere trovandosi egli alla tratta de’ nuovi priori, affrettarono di dare la gente promessa perchè avesse onesta cagione di partirsi, il quale avendo ricevuto la gente, al modo del buono Scipione Affricano per liberare dal sospetto la patria e sè da vergogna, con la gente datagli di presente prese viaggio, e giunto a Siena, e appresso a Perugia, loro in nome del re Luigi richiese d’aiuto, e altro che belle parole non ne potè riportare. In questo fortunoso ravviluppamento assai per li savi non odiosi si comprese della magnanimità del gran siniscalco, perocchè nè in atto nè in parole in lui veruno turbamento si vide o sentì, ma piuttosto tranquillità d’animo, quasi come se ciò s’avesse recato a onore che in tanta città fosse preso che tanto animo avesse: e tutto che per lo trattato che poco appresso si scoperse si manifestasse l’innocenza sua e purità d’animo, non di meno la legge rimase, e fu riputata utile e buona, perchè si dirizzava a conservamento di libertà, la quale in questo mondo certano è riputata la più cara cosa che sia.
CAP. XXIV. Come si scoperse congiura di certi cittadini di Firenze, e trattato per sovvertere lo stato che reggea.
Vedendosi manifesto per ogni qualunque intendente, che la legge fatta in favore della parte, tutto ch’ad altro fine fosse principiata, era in sè utile e buona ma male praticata, e che coloro che ne doveano secondo il proponimento di coloro che l’aveano creata essere disfatti n’erano sormontati e aggranditi, e che la città n’era in molte parti stracciata e divisa, e di male talento piena ne stava in tremore e sospesa, e’ rimedi sufficienti al male non si vedeano, e se si vedeano erano posti a silenzio, il perchè quasi per una boce comune forte si dubitava di cittadinesca commozione. Ed era per certo da dubitare, come l’esperienza poco appresso ne fè manifesto, perocchè tale mala disposizione conosciuta da certi cittadini mal sofferenti e d’animo grande, e che mal contenti viveano, massimamente veggendo alzare troppo i loro avversari, e da certi che per ammunizione erano a loro parere contra ragione offesi, ed eranne poco pazienti, loro diede audacia e materia di cercare novità, e gli mosse a congiura, e in una a cercare de’ modi e delle vie da levare dello stato coloro i quali per loro nemici teneano. Costoro loro capo feciono Bartolommeo di messer Alamanno de’ Medici, uomo animoso troppo, e che si sarebbe messo a ogni gran pericolo per abbattere gli avversari suoi; al quale parendo che il tempo abile a ciò fare fosse venuto, riscaldato e sollecitato da Niccolò di Bartolo del Buono, e da Domenico di Donato Bandini, i quali erano stati ammuniti e levati dagli ufici e onori del comune come sospetti della parte, non perchè fossono, ma per operazione di chi gli avea con quel bastone voluti fare ricomperare, ristrettosi con loro, cominciarono segretamente a cercare de’ modi e delle vie da pervenire all’intento loro: e così cercando, trovarono che Uberto d’Ubaldino di messer Uguccione Infangati, uomo cupido e vago di novitadi, e atto assai a dovere e potere cercare, e avendo rispetto al male disposto e intrigato stato della città, come per quella scritta avemo di sopra comprendere si può, per suo proprio movimento, e senza averne con alcuno conferito, sotto la speranza d’avere il seguito de’ malcontenti, de’ quali allora il numero era grandissimo ogni ora che gli avesse richiesti, avea tenuto trattato con uno Bernarduolo Rozzo Milanese, il quale era cameriero di messer Giovanni da Oleggio de’ Visconti per allora signore di Bologna, e stato era suo tesoriere, uomo sagace, astuto e d’animo grande, il quale entrato n’era in ragionamento col detto messer Giovanni, mostrandoli per assai belle e apparenti ragioni come se volea il potea fare signore di Firenze. Il tiranno giusta il costume de’ tiranni vi prestò l’orecchie, ma infra il tempo per necessario caso occorse ch’esso tiranno per lo migliore suo s’accordò con la Chiesa, e rendè Bologna a messer Egidio d’Albonazio di Spagna cardinale e legato di santa Chiesa nelle parti d’Italia, il perchè il trattato cominciato per messer Bernarduolo Rozzo si rimase. I predetti Bartolommeo, Niccolò, e Domenico avendo segretamente odorato che per Uberto si cercava rivoltura di stato, e che per tanto verificando il titolo e nome della famiglia sua s’era Infangato, tutto che il modo e le persone con cui trattava non sapessono, conoscendolo uomo sufficiente e atto a fornire delle intenzioni loro, e di quello che loro andava per l’animo, e stimando che per l’errore già commesso per lui loro dovesse essere fedele, lo tirarono ne’ loro segreti consigli, e intorno a loro impresa gli dierono faccenda e pensiero, con dirli cercasse consiglio e aiuto pronto col quale loro intenzione potessono fornire. Parendo a Uberto che i suoi vecchi pensieri fossono di nuovo appoggiati e di consiglio e di forza, senza ai suddetti niuna coscienza farne col detto Bernarduolo Rozzo ricominciò il vecchio trattato, parendoli avere migliorato condizione, offerendoli al servigio sufficiente seguito a fornire il cominciato trattato con lui, e diedeli certe scritture di sua testa compilate, dove soscritto apparea non piccolo numero di cittadini e grandi e popolani, e de’ maggiori e de’ mezzani e de’ minori, tutti persone e da nome e da fatti. Il detto Bernarduolo, parendoli avere in mano la detta cosa per fornita, di tanta audacia e presunzione fu, che avendo cercato questa faccenda con messer Giovanni da Oleggio, e veggendo che sua intenzione gli era faltata per lo dare che fatto avea di Bologna a santa Chiesa, fu di tanta audacia e presunzione, che sentendo il cardinale di Spagna uomo d’alto animo, fattivo e cupido di fama mondana, e desideroso oltre a modo di temporali signorie, e per tanto quasi senza considerazione, e per tanto di grandi imprese lo richiese, mostrandoli, che senza niuno dubbio con poca spesa e fatica potea essere signore di Firenze. Il legato, tutto fosse cupido e animoso, era savio e temperato, e conoscea che fallandoli l’impresa potea essere il suo disfacimento, e promessa credenza di tutto, il trasse fuori di pensiero de’ fatti suoi; poi come detto è di sopra a uno degli ambasciadori fiorentini il detto cardinale in genere revelò che trattato era in Firenze. Nè però ristette Bernarduolo di cercare, e seguendo la via cominciata, portò il trattato a messer Bernabò, il quale mostrò d’averlo caro e accetto, ma come signore di grande sentimento e pratico delle baratte del mondo, non parendoli che la cosa dovesse avere effetto, secondo l’offerte che gli erano fatte dava e toglieva parole e tenea in tranquillo, mettendo per lunga via la mena, e per simile il detto Uberto dicea ai detti Bartolommeo e i compagni che cercava cose ch’anderebbono a loro intenzione, ma che per ancora non avea tanto che loro niente effettualmente ne potesse dire.
CAP. XXV. Come si scoperse il trattato che era in Firenze, e certi ne furono puniti.
Mentre le dette cose si cercavano per Bernarduolo, parendo ai detti tre Bartolommeo, Niccolò e Domenico, che ogni piccolo indugio loro fosse pericoloso, poichè incominciato aveano, e temendo che lunghezza di tempo non impedisse, e scoprisse quello che intendeano di fare, sollecitavano continovamente, e un’ora non si lasciavano fuggire di mano, pensando dì e notte de’ modi come loro proponimento potessono fornire, intra i quali uno loro ne cadde nell’animo, il quale poi si conobbe sufficiente a muovere scandalo grande e pericoloso, ma non a terminare secondo il concetto dell’animo loro; e per mandarlo ad esecuzione. I detti caporali con inventivi modi e argomenti sottili e sagaci trassono in loro congiura e trattato messer Pino di messer Giovanni de’ Rossi, Niccolò di Guido da Sanmontana de’ Frescobaldi, Pelliccia di Bindo Sassi de’ Gherardini, Beltramo di Bartolommeo de’ Pazzi, Pazzino di messer Apardo Donati, Andrea di Pacchio degli Adimari, Luca Fei, Andrea di Tello dell’Ischia (questi ultimi due per molti si tenne che senza colpa fossono messi nel ballo) e frate Cristofano di Nuccio de’ monaci di Settimo, il quale era stato lungo tempo alla guardia della camera dell’arme, e quindi per alcuno procaccio d’altrui era stato rimosso: di molti altri si disse, ma non si trovò esser vero, e se fu, si tacque, e ammorzò per lo migliore, e per fuggire disordinato fascio, ma agl’intendenti parve, non essendo matti i detti nominati di sopra, sì grande tentamento dovesse avere maggiore appoggio e sequela e nel numero. La motiva loro fu più per odio e nimistà speziale che vogliosamente portavano a certa famiglia di popolari grandi e in comune, e per levarli di stato e cacciarli, che per zelo che avessono alla repubblica o ad altri loro cittadini. L’ordine per i detti dato a fornire loro impresa fu di questa maniera, che l’ultimo dì di dicembre frate Cristofano, che per le reliquie del vecchio uficio che gli era stato levato ancora liberamente usava l’entrata e l’uscita del palagio de’ priori, ed era signore delle chiavi, dovea segretamente mettere quattro fanti in sulla torre del palagio de’ signori, e rinchiuderli in una camera che v’è, e non s’usava, e poi di notte dovea aprire lo sportello della porta del palagio di verso tramontana, che non s’usava, e mettere quetamente per quella ottanta fanti, e riporli ivi di presso nella camera dove si riducono gli uficiali delle castella, ch’allora non vi stava persona, e la seguente mattina, quando escono i signori vecchi ed entrano i nuovi, rimanendo dentro un fante solo che serra la porta, mentre che le dicerie e solennità a tali atti usati si fanno, i detti ottanta fanti doveano uscire della detta camera, e uccidere o prendere il detto portiere, e serrare la porta, e salire sul corridoio del palagio, e con le pietre percuotere chiunque fosse sulla ringhiera, e i fanti della torre doveano sonare le campane a stormo, e in quell’ora si doveano muovere i detti congiurati col seguito loro, stimando che molti cittadini offesi e malcontenti, e quelli che stavano indubbio dello stato loro traessono a loro, e gli dovessono seguire; con volere che per altro ordine si governasse la terra, della quale s’immaginavano essere principali e maestri, com’erano principali della matta impresa, con mostrare di volere che a neuno fosse fatto oltraggio o torto. Il pensiere loro fu riputato da molti folle, perchè non avendo altro braccio, rimaneano in podestà del furore del popolo, se non avesse consentito al loro movimento. Altri stimavano, che essendo il popolo confastidiato come detto avemo, e per natura mobile e vago di novità, e che scorrere si lascia quando è scommosso là dove non possono i savi stimare, che loro pensiero potesse avere effetto: ma Dio che è guardia de’ semplici e innocenti, e che talora per rispetto loro tempera l’ira sua contra i rei, perchè il caso parea come suole fare, o per fortuna o per privati odii contra loro straboccare, volle si scoprisse il trattato, e fu in questo modo. Detto avemo come il legato sotto parole generali avea fatto sentire come nella città era trattato, ma d’esso non avea dato indizio veruno; e stando per questo i governatori e i cittadini di Firenze nel tenebroso sospetto, Bernarduolo Rozzo, che vedea suo ragionamento tornato in fummo, pensò di fare civanza, e trarre vantaggio delle fatiche che avea ordinato in male operare, e venuto a Santa Gonda, mandò per uno suo amico della casa degli Antellesi, e a lui disse, che quando il comune di Firenze gli volesse dare venticinque migliaia di fiorini, ch’egli manifesterebbe il trattato, e chi lo conducea. Ciò sentito per i signori, e tenuto segreto consiglio, per trarre il popolo di periglio, e di sospezione e paura, diliberarono gli fosse dati danari, e alla promessa d’essi s’obbligarono i signori, e’ collegi, e’ richiesti, e se ne fè scrittura obbligatoria con saramento, e il pagamento se ne dovea fare in Siena, manifestato ch’avesse in forma bastevole la verità del fatto. Anzi che fosse il detto ragionamento fornito, o fattone esecuzione, fu noto a Bartolommeo che ’l fatto si venia a scoprire, non perchè il detto Bernarduolo il sopraddetto processo e ordine sapesse, ma che per quello che tenuto avea con Uberto Infangati sapea i nomi di coloro che sapea che teneano al suo, si manifestò e aprì a Salvestro suo fratello, e quello che occultato avea, e a lui e a’ suoi consorti palesò. Salvestro udito il voglioso e poco savio movimento del fratello, per ricoverare l’onore suo e della casa sua, che per la detta impresa potea cadere in sospicione, e per trarre il fratello di pericolo e d’abominio, con certi dello stato discreti e fidati, e alla famiglia sua, di presente ne fu a’ signori, e da loro prese sicurtà per Bartolommeo, dicendo, che da lui avrebbono tanto, che potrebbono trarre di sospetto e di paura il comune, il quale quasi per lusinghe tirato nel trattato, con infingere di non sapere se non la corteccia, dissono a’ signori, che se avessono Niccolò e Domenico di Donato Bandini che ne saprebbono il tutto, come da’ caporali e guide del trattato; di che i signori di subito mandarono per loro in forma e in modo, che se si fossono voluti cessare non aveano il podere, e quelli per loro prima esaminati li dierono al podestà. Gli altri congiurati sentito questo si cessarono subitamente; e i detti presi confessato il loro eccesso furono dicapitati: gli altri nomati, eccetto il detto Bartolommeo, furono per lo potestà senza vituperevole titolo condannati nella persona. Il detto Bernarduolo Rozzo, avendo per la detta sua operazione certificato il comune che ’l suo palesare il trattato era per vendere la vita di molti cittadini, e non per palesare il suddetto trattato, del quale niente sapea, fu di tanta presunzione e ardire, che sotto la promessa di dare al comune scritta di mano propria de’ congiurati, alla quale erano sottoscritti molti cittadini di loro propria mano, e suggellato di loro proprio suggello, domandò ed ebbe fidanza di venire a Firenze, e a’ signori la detta scritta diede, la quale si trovò essere di mano d’Uberto Infangati, fittamente e coloratamente composta, secondo che fuori n’uscì la boce, se vera fu, o no. Ragunato il consiglio, coram omnibus la scritta fu arsa senza altrimenti farne dimostrazione. A Bernarduolo Rozzo furono donati cinquecento fiorini d’oro, e tratto del nostro contado dato gli fu il congio. La legge, ch’era stata in gran parte cagione e materia di tanto male, e peggio per l’avvenire promettea, per tutto ciò ammendata non fu, nè regolata nè aggiustata in niuna sua parte.
CAP. XXVI. Come si comperò Montecolloreto, e la giurisdizione di Montegemmoli dell’Alpe per lo comune di Firenze.
Ottaviano e Giovacchino figliuoli di Maghinardo e Albizzo degli Ubaldini, essendo male in accordo co’ figliuoli di Vanni di Susinana, e con gli altri Ubaldini teneano Montecolloreto, e possedeano l’Alpi con millecinquecento fedeli e’ fitti perpetui, e costoro cercavano di volere vendere Montecolloreto e l’Alpe, e le ragioni ch’aveano in Montegemmoli, e in Cornacchiaia e nell’altre villette dell’Alpe al comune di Firenze per loro vantaggio, e dispetto de’ loro consorti. Il comune intendea alla compera. Gli altri Ubaldini che si teneano avere ragione nell’edificio di Montecolloreto mandarono a Firenze a contradire la vendita. La cosa stette lungamente in dibattito, infine il comune comperò la proprietà da coloro che teneano Montecolloreto, e tutta l’Alpe, e la giurisdizione ch’aveano i figliuoli di Maghinardo, e comperò tutti i fitti perpetui ch’aveano nell’Alpe, sicchè il paese e gli uomini rimasono liberi del comune di Firenze, e i detti Ottaviano, Giovacchino, e Albizzo, e tutti i loro congiunti e loro famiglie furono fatti per riformagione del comune, a dì 30 di dicembre del detto anno, cittadini e popolari di Firenze, e fatte le carte della detta vendita per ser Piero di ser Grifo delle riformagioni, ed ebbono contanti fiorini seimila d’oro, com’elli furono in concordia e in patto d’avere dal comune di Firenze. L’Alpe fu recata a contado, e gli uomini liberi da’ fitti perpetui.
CAP. XXVII. Come una compagnia creata novellamente prese Santo Spirito.
Finite le guerre, e fatta la pace fra i due re d’Inghilterra e di Francia, tornato il re Giovanni in Francia, e intendendo dolcemente a rassettare il reame, fece gridare per tutto suo reame che tutta mala gente si dovesse partire, e sgombrare il suo reame sotto gravi pene; e per tale cagione diverse compagnie s’adunarono, le quali l’una dopo l’altra poi trassono ad Avignone. Sicchè dove speranza era che il re liberasse la Chiesa seguitò il contrario, e più si credette per tutti che i paesi si posassono, e s’intendesse a’ mestieri e alle mercatanzie, ma incontanente seguitò in Parigi e nel paese di Francia grandissima carestia e mortalità, e coloro ch’erano usi in guerra, e più atti alle prede e alle rapine ch’alle mercatanzie e mestiere, udito il grido e il comandamento del re in diverse parti s’accolsono insieme per modo di compagnia, e feciono diversi capitani, e chi vernò in un paese e chi in un altro alle spese de’ paesani, conturbando le provincie; e un’accolta si fece verso Lione sopra Rodano, in grasso e abbondante paese, e ivi stettono senza contasto, e dimorati alquanto nel paese, si misono verso Lione per valicare in Provenza: il vicario di Lione coll’aiuto de paesani occuparono i passi, che sono stretti e forti, e non gli lasciarono passare; e vedendosi la compagnia impedire, un’altra volta maliziosamente si strinsono sopra Lione, ove tutta la forza della città e delle vicinanze trassono alle difese, e i capitani della compagnia aveano fatto eletta di mille barbute, e ordinato quando la gente traesse a loro che prendessono un altro cammino per l’alpe della Ricodana, e così fatto fu senza trovare chi loro contradicesse, e tra il giorno e la notte appresso l’alpe passarono, che di mala via furono oltre a miglia quaranta, e alla dimane si trovarono nel piano presso a Santo Spirito in sul Rodano, e quivi per lo freddo sostenuto la notte con fuochi si ristorarono, e a’ loro cavalli provvidono e a loro di vivanda per riprendere forza della gran fatica che la notte per lo gran cammino aveano sostenuta; e ciò fatto, montati a cavallo si dirizzarono a Santo Spirito, dove trovarono la gente sprovveduta, e nullo resistente s’entrarono nel borgo. La rocca si tenea per uno castellano lucchese, e quella col castellano presono: e perchè il fatto fu incredibile per la fortezza del luogo, molti pensarono che fatto fosse per ordinamento del Delfino, e perchè il castellano fu lasciato e poi ripreso ad Avignone, stimossi che il papa il sentisse, e per lo meno male lo si tacesse. I terrazzani da bene uomini e donne si ridussono nella chiesa ch’è forte, e aspettando il soccorso de’ vicari circostanti e dal re di Francia per spazio di sei dì, si patteggiarono di dare fiorini seimila d’oro, salvo l’avere e le persone: i danari furono pagati, ma i patti non furono attesi, che tutti furono rubati, e molte femmine giovani ritenute al servigio della compagnia. Santo Spirito è vicino ad Avignone a otto leghe di piano. E il nobile ponte sopra il Rodano di presente occupato fu per quelli della compagnia, d’onde aveano libera l’entrata nel Venisì, e poteano a loro piacere cavalcare fino ad Avignone: per tale cagione il papa e i cardinali ebbono gran paura, e la città tutta prese l’arme serrate le botteghe, e solo s’intendea a fare steccati e bertesche sì alla città e sì al gran palagio del papa, e a provvedersi di vittuaglia, e con soldati s’attendea a buona guardia, e di dì e di notte. E oltre a questa provvisione il papa bandì la croce sopra la compagnia, credendo subito avere gran concorso di gente d’arme e da piè e da cavallo, e nullo si trovò che la prendesse, onde lentamente cominciò a fare gente di soldo, e fè capitani il cardinale d’Ostia con certi altri prelati, e li mandò nel Venisì a fornire le castella della frontiera contro i nemici perchè non potessono stendere nè verso Avignone nè verso la Provenza, massimamente perchè sentiva che la compagnia era per avere maggior forza in corto tempo da quelli che rimasi erano di là da Lione. Al modo delle guerre de’ prelati la boce fu grande, e la difesa fu piccola quando alla compagnia parve il tempo da valicare, ma per allora essendo pochi, ed avendo roba assai, gran tempo stettono senza fare cavalcate, e il ponte afforzarono in forma, che le navi che veniano di Borgogna ad Avignone con vittuaglia non poteano passare, onde la corte sostenne grave carestia. Lasceremo per ora questa materia la quale ebbe lungo processo, e seguiteremo le cose d’Italia, che nel tempo richieggiono il luogo debito loro.
CAP. XXVIII. Come tornati gli Ungari e messer Galeotto da Parma si misono a Lugo.
Tornati gli Ungari del Parmigiano, il legato, perchè non gravassono dentro i Bolognesi, gli mandò sopra Lugo, dando boce di volere rivolgere un fiumicello che corre verso Castello san Piero sopra Lugo; e per fare la mostra apparente ragunò maestri paesani a ciò fare, e niuno effetto ne seguì. Stando gli Ungari a campo a Lugo messer Galeotto cavalcò sopra Castelfranco, e mancandogli i soldi pagati per lo legato agli Ungari e ai soldati, si partirono del detto mese di gennaio e da Lugo e da Castelfranco, e di loro una parte dal Biscione prese soldo, ed entrò in Lugo a fare guerra contro al legato, e alquanti il legato se ne ritenne. Mille o più a piano passo si dirizzarono in Romagna, e quindi nella Marca vivendo a legge di compagnia, e parte di loro s’aggiunse alla compagnia del Regno. Poco appresso il legato s’accordò con quelli ch’erano passati nella Marca, e di febbraio gli fece tornare sopra Lugo, per rattenere quelli ch’erano in Lugo dal conturbare la Romagna, ma poco tempo là durarono per la povertà del legato, ch’avea l’animo grande e la fonda vota.
CAP. XXIX. D’alquanti trattati tenuti in diverse parti che tutti si scopersono.
In questi giorni, certi d’una casa di Forlì che si nomava di Capo di Ferro, i quali il legato avea rimessi in Forlì, con altri loro amici e congiurati cercarono di mettere una notte in Forlì la gente di messer Bernabò ch’era in Lugo. Il trattato si scoperse, e furono presi venticinque cittadini, e trovati colpevoli, due di quelli di Capo di Ferro ed altri due del mese di gennaio furono decapitati, e dodici di loro seguito mandati a’ confini. La terra si rassicurò con sollecita guardia. Seguendo simili cose e’ pare, che quando il verno non lascia campeggiare la sfrenata rabbia degl’Italiani, non resti di procurare scandali e commuzioni. I Perugini in questi dì trovarono certi loro grandi che voleano rompere il popolo, e mutare il reggimento di quella città, e furono tanto e sì potenti, che scoperto il fatto non s’ardì a fare punizione. In Siena fu sospetto di mutamento di stato, e lungamente se ne stette in gelosia e in guardia. In Volterra fu il simigliante, e con gli ambasciadori del comune di Firenze si quetò la materia dello scandalo. In Bologna in questo verno si scoperse un altro trattato, che alcuni cercavano con messer Bernabò, de’ quali erano due de’ Bianchi caporali, non sapendo l’uno dell’altro. Ed avendo il podestà condannati Giovanni e Federigo de’ Bianchi nella persona per questo tradimento, e mandandoli alla giustizia con due altri, il legato fece liberare Giovanni ch’era meno colpevole, e Federigo e’ compagni furono decapitati. I Perugini, con trattato ch’aveano con certi loro sbanditi ch’erano al soldo del signore di Cortona, il doveano fare uccidere: il fatto scoperto, i traditori furono presi, e fattone quello che meritavano.
CAP. XXX. Come il grande siniscalco fu ricevuto nel Regno, e quello ne seguì.
Per inzigamento di messer Giannotto dello Stendardo, e di messer Ramondo dal Balzo e de’ seguaci loro, allora governatore del re, messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco al giudicio de’ cortigiani parea in poca grazia del re, e giunto in Napoli, e scavalcato al castello del re, convenne che quel giorno col seguente solo a solo col re dimorasse, e con lui a quelle cose che nel Regno erano a fare diede il modo, e lo re lo fè suo luogotenente, e per suo decreto e a’ baroni e a’ popolani comandamento fece, che ubbidito fosse come la persona sua. Quindi a pochi dì fatto suo apparecchiamento, colla gente del comune di Firenze e quella potè avere del paese cavalcò in Puglia verso la compagnia, e misesi nelle terre vicine alla frontiera loro, e li comimciò forte a ristrignere di loro gualdane.
CAP. XXXI. D’un segno nuovo ch’apparse in cielo sopra la città di Firenze.
A dì 9 di febbraio detto anno, alle quattro ore di notte, in aire apparve sopra la città di Firenze un vapore grosso infocato di tale aspetto, che a molti parve che fosse fuoco appresso nella città vicino a loro vista, e per tanto cominciarono a gridare al fuoco, e le campane della chiesa di santo Romeo sonarono a stormo, e lungamente, come è usanza di sonare per lo fuoco; per lo quale romore molti cittadini si levaro da dormire, e vedendo ch’erano vapori incesi nell’arie uscirono delle case, e andarono a’ luoghi aperti, e vidono il tempo sereno, e il lume della luna, e di qua e di là dal vapore sua larghezza rosseggiante a guisa di fuoco per spazio di miglio, e sua lunghezza di quattro, e il suo montare alto del basso tanto era, che le stelle si mostravano in esso come faville di fuoco; e levatosi in distanza alcuna di sopra a Firenze valicò Fiesole, tenendo forma di ponte da Montemorello a Fiesole, e poi con assai lento andamento trapassò nel Mugello, e in un’ora e mezzo consumato si mostrò a coloro che di Firenze n’aveano aspetto. Di tal segno niuna altra influenza si vide da farne menzione, se altra per più lunghezza di giorni non dimostrasse, se non alcuno secco, che danno fè assai alle terre sottili di nostre montagne per tutto nostro paese.
CAP. XXXII. Dimostramento di smisurato amore di padre a figliuolo.
E’ ne parrebbe degno di riprensione lasciando in dimenticanza un caso occorso in questo tempo, perchè ci pare esempio di mirabile carità intra padre e figliuolo, ed e’ converso, tutto che apparito sia in uomini di bassa condizione. Nel contado di Firenze e comune della Scarperia, villa di santa Agata, uno garzoncello nome Iacopo di Piero, sprovvedutamente uccise un suo compagno, e ciò fatto, lo manifestò al padre, il qual turbato gli disse, che subito si partisse, e si riducesse in luogo salvo, e così fece. Il malifizio fu portato alla signoria, e incolpato e preso ne fu il padre del garzone, il quale tormentato, per non accusare il figliuolo confessò sè avere commesso il peccato all’uficiale della Scarperia, e mandato a Firenze al podestà, confessando questo medesimo e raffermando, fu condannato nel capo. Il figliuolo, che segretamente era venuto a Firenze per vedere che fine avesse, vedendo il padre innocente andare a morire per lo difetto suo, mosso da smisurato amore da figliuolo a padre, diliberato di morire perchè il padre campasse, il quale liberamente vedea andare alla morte per campare lui, con molte lagrime si rappresentò alla signoria, dicendo: Io sono veramente colui che commessi il peccato; io sono colui che ne debbo portare la pena, e non per me questo mio padre innocente, che è tanto acceso di carità verso di me perchè io campi, che soffera di morire per me. L’uficiale udito il garzone, quasi stupefatto ritenne e sostenne l’esecuzione che si facea del padre, e trovato la verità del fatto, il padre fu liberato, e il figliuolo, per la necessità della corte, a dì 6 di marzo con pietose lagrime a chiunque l’udirono o vidono fu decapitato. E certo se stato fosse commesso il malificio senza malizia e casualmente, tanto atto di pietà a un benigno signore credere si dee ch’arebbe meritato perdono almeno della vita.
CAP. XXXIII. Contrario esempio d’incredibile crudeltà di madre.
Avvegnachè quello che segue appresso alla narrata pietà di padre e figliuolo dopo i sei mesi occorresse, per collazione del bene col male, volendo operare la sfrenata lussuria operatrice d’incredibile crudeltà di madre contra figliuolo, contra la forma di nostro ordine giugneremo i tempi lontani. All’entrata d’agosto detto anno, nella città di Perugia, una donna di legnaggio non basso avendo avuto d’un onorevole popolano suo marito un figliuolo di buono aspetto, morto il padre, dopo certo tempo la donna giovane si rimaritò a un altro cittadino dabbene, il quale amava il figliastro quanto che figliuolo, sì per l’ubbidienza, sì per l’industria, sì per li buoni costumi vedea in lui, il quale era d’età di dieci anni. La madre per disordinata concupiscenza fu presa dell’amore d’un altro giovane perugino assai accorto e dabbene, e lui pensò d’avere per marito, e godersi con lui e sua dote, ch’era grande, e l’eredità del figliuolo, ch’era maggiore, e altro successore non avea che lei. E con l’adultero tenuto trattato diedono certo ordine alla morte del figliuolo, che lo dovea la notte strangolare, ed ella dovea avvelenare il marito; e dato l’ordine, la madre empia mandò il figliuolo a casa l’amico con certe cose, e gli comandò non si partisse da lui se non lo spacciasse; giunto il fanciullo al buono uomo, e datogli quello che gli mandava la madre, con molta purità con istanza gli domandava d’essere spacciato: vedendo l’uomo la semplicità del fanciullo, glie ne venne pietà e cordoglio, e gli disse: Vattene a tua madre, che tempo non è a quello ch’ella vuole. Vedendo la madre tornato il fanciullo si turbò forte, e lo domandò perchè non l’avea spacciato, e il fanciullo le fè la risposta. La sfacciata meretrice rimandò il figliuolo, e gli comandò, che non tornasse a lei, ma tanto stesse, ch’egli fosse spacciato di ciò che ragionato avea con lui.
Il fanciullo ubbidiente alla madre tornò all’amico di lei, e con molte preghiere lo richiedea, che fare dovesse quello che la madre gli avea imposto; ed egli molto più intenerito, quasi lacrimando gli disse: Di’ a tua madre, che non istia a mia fidanza, ch’io nol voglio fare: e il figliuolo tornato alla crudelissima madre le disse quello che gli era stato detto. La bestiale scellerata ciò udito, in esso stante comandò al figliuolo ch’andasse nella cella, ed ella gli tenne dietro, dicendo: Quello che non ha voluto fare egli farò io; e con le diaboliche mani segò la gola al figliuolo, e quivi lo lasciò morto. Poco il marito tornò in casa, e domandò la madre del figliuolo: la donna presa l’astuzia del serpente con fronte audace gli rispose: Ben lo sai tu, va’ nella cella e vedrailo. Il marito ignorante e puro scese al luogo, e trovò il fanciullo morto, il perchè e’ venne meno, e forte sbaì, e perdè la favella: la moglie lo serrò dentro, e levato il pianto, traendo guai incominciò a gridare, e dire, che il traditore del marito le avea morto il figliuolo per godere la sua eredità; e tratta la vicinanza a romore, ella squarciandosi il viso e’ capelli mai non lasciò aprire l’uscio della cella infino che la famiglia della signoria non venne, la quale apersono l’uscio, e trovarono il malificio, e a furore ne menarono il marito, il quale tormentato confessò sè aver fatto il malificio, e la cagione per godere l’eredità del figliastro. E apparecchiandosi la signoria a farne aspra giustizia, all’amico della pessima donna venne compassione di tanto male, e del sangue innocente sparto e che spargere si dovea, e del fallo suo presa sicurtà da’ signori manifestò la verità del fatto, e la donna venuta in giudicio, senza alcuno tormento confessò la sua iniquitade, e condannata alla tanaglia, e più a esserle levate le carni a pezzo con i rasoi, fece terribile esempio all’altre. Questo peccato tanto enorme forse meritava silenzio di penna, per l’orrore d’udire tra’ cristiani sì alto e sì sfacciato male, conchiudendolo con un verso di Giovenale poeta, che dice: Fortem animum praestant rebus quas turpiter audent, parlando delle femmine che da sè hanno scacciata la pudicizia e la vergogna, il quale in volgare suona: Forte animo prestano alle cose che sozzamente ardiscono di fare.
CAP. XXXIV. Delle compagnie ch’entrarono in Provenza per conturbare i paesani e la corte di Roma.
Avvegnachè grave cosa fosse alla corte di Roma la presura che una compagnia avea fatto di Santo Spirito sul Rodano di sopra a Avignone otto leghe, nondimeno altre compagnie sommosse di Guascogna del reame di Francia del mese di gennaio, febbraio e marzo, fuggendo la pace, la carestia e la mortalità, in poco tempo l’una appresso l’altra vennono in Provenza; e l’una che si nomava la Compagnia bianca, venne appresso a Avignone a trenta miglia, e teneva mercato d’avere danari dal papa, e di levare quella di Santo Spirito, che per cagione ch’avea il Rodano di sopra in sua signoria gravava la corte, non lasciando uscire la vittuaglia di Borgogna; e appresso un’altra di Guascogna e di Spagna partita dalla guerra di quello di Focì e d’Armignacca, che lungamente aveano accolta gente per guerreggiare insieme. Per questa tempesta che conturbava i paesi d’intorno e il papa e i cardinali erano in grave travaglio, e la corte il dì e la notte sotto l’arme, e con molte gravezze di fortificare la città di muri, di fossi, e di steccati, e di cittadinesca guardia, e lo re di Francia non avea podere di liberare le sue terre dalle loro mani non che d’aiutare la Chiesa: e in queste tribolazioni stette Avignone come assediata lungamente, e non vi si potea entrare nè uscire con sicurtà, e l’arti, e’ mestieri, e le mercatanzie tutte v’erano perdute, e la carestia d’ogni bene vi montò in sommo grado. Il papa richiese Franceschi, Provenzali, Guasconi e Catalani che lo atassono dalle compagnie; catuno chiedeva danari per fare l’impresa, e la Chiesa non si fidava d’accogliervi più gente d’arme che v’avesse: e così in tribolazione grande stette lungamente, infino che per operazione del marchese di Monferrato col danaio della Chiesa, come al tempo innanzi diviseremo, vi si mise rimedio. Daremo ora sosta a queste compagnie e a’ fatti della corte, per ritornare all’altre novità che in questo tempo occorsono alla nostra città di Firenze.
CAP. XXXV. Come per comperare gli onori del comune alquanti che li venderono ne furono condannati
Rade volte occorse che i cittadini sieno condannati per baratteria, non perchè sovente non caggino in tale errore, ma per la negligenza de’ rettori, che passano il vizio a chiusi occhi: e perchè l’eccesso che scrivemo fu tanto palese a tutti i cittadini, il rettore a cui la cognizione s’appartenea di ciò non potè senza sua evidente vergogna passare non ne conoscesse. Dalla morte di Carlo duca di Calavria in qua, per ordinazione e costume di nostro comune osservata, e che è di tre anni in tre anni, del mese di gennaio e di febbraio si fa lo squittino solenne de’ cittadini degni dell’onore del comune, sì del priorato come de’ dodici, e gonfalonieri ed altri ufici. Avvenne nel 1360, che certi de’ collegi per danari trassono a essere del numero degli squittinatori certi pochi degni per loro antichità o virtù, il perchè finito lo squittino, e scoperta la cattività, tali de’ collegi trovarono colpevoli dall’esecutore degli ordinamenti della giustizia furono condannati per baratteria, chi in libbre duemila, e chi in mille, e pur tale pena puose freno al disonesto peccato.
CAP. XXXVI. Come i fatti di Francia verso il primo tempo procedeano.
Tornato il re di Francia, trovò il reame assai rotto e mal disposto, e poco era ubbidito, e da sè nullo vigore avea di potere riducere le cose al consueto e primo loro corso, e gastigare non potea chi fallasse, e per questo gli uomini d’arme s’accostarono insieme a contristare le provincie del reame: e intra l’altre tribolazioni, nel pieno del verno, la contessa la quale fu moglie del sire di Ricorti, a cui lo re di Francia avea fatto tagliare la testa quando tornò per ricomperarsi dal re d’Inghilterra, ch’era suo prigione, preso cuore e animo virile fece raccolta di Spagnuoli, di Guasconi, e di Normandi, e dicea di volere dal re ammenda; e certo assai di male e dammaggio avrebbono fatto al reame, se la fame che strignea il paese non l’avesse vietato: questa poi con grossa compagnia trascorse in Proenza, la quale compagnia poi passò in Lombardia. Il conte d’Armignacca e quello di Focì manteneano guerra in Tolosana e nelle loro terre, l’uno contro all’altro, il perchè troppo ne conturbavano il reame; il re reprimere non potea i falli de’ suoi baroni, nè porre ordine in suo reame.
CAP. XXXVII. Come fu guasta la bastita che ’l cardinale di Spagna facea fare in sul canale della Pegola.
Nell’entrata di marzo del detto anno, il legato per tenere sicuro il cammino e ’l canale dalla Pegola a Bologna facea fare con grande studio una bastita in sul canale, ed era quasi che compiuta. I cavalieri di messer Bernabò ch’erano in Lugo, intorno di ottocento barbute, una notte si mossono, e vennono alla bastita, e sì improvviso a coloro che la guardavano che vi entrarono dentro, e mortine assai il resto presono, e rubato quella parte stimarono di portarne il resto arsono con la bastita, e senza contasto alcuno della preda, e’ prigioni ne menarono a Lugo. Della qual cosa a’ Bolognesi parve rimanere in male stato, per tema che quel cammino non fosse loro tolto, e per tal tema costretti rimisono mano a rifare la detta bastita, e a custodirla con più cauta e sollecita guardia, e poco appresso l’ebbono fatta e afforzata per modo non ne temeano. Lasceremo alquanto le tempeste de’ cristiani, per dar luogo un poco a quelle degl’infedeli che apparirono in questi tempi.
CAP. XXXVIII. Della grande pestilenza che percosse i saracini.
In questo anno pestilenza di febbri fu in Damasco e al Cairo tanto fuori di modo, che senza niuno riparo quasi generalmente ogni gente uccidea; il perchè si credette, che le provincie di là rimanessono disolate e senza abitatore, e se guari tempo fosse durata avvenia. I morti furono tanti, che stimare numero certo o vicino non si potè. La cagione onde mosse, a Dio solo, o cui lo rivela, è manifesta. La naturale necessità, la quale surge dall’influenza de’ cieli e delle stelle, dà luogo alla necessità soluta, che procede dalla sua volontà.
CAP. XXXIX. Come fu morto il soldano di Babilonia, e rifattone un altro, il quale uccise molti de’ suoi baroni.
Avvenne innanzi poco a questa mortalità, ch’essendo il soldano di Babilonia uscito a campo contro a quelli che rubellati gli s’erano, i baroni che con lui erano, qual cosa si fosse la cagione, s’intesono insieme alla morte sua, ed egli non prendendosi guardia di loro nel campo l’uccisono, e tornarsene al Cairo, e quivi un suo fratello feciono soldano; il quale presa la signoria, e confermato nel regno, non seguendo la volontà de’ suoi ammiragli, sentì che contro a lui s’erano congiurati per farlo morire, onde esso si provvedea di buona guardia, e niente mostrava di sentire contro a loro, ma l’un dì trovava cagione contra l’uno, e facealo morire, e l’altro dì contra l’altro facea il simile, e per questa via in pochi mesi la maggior parte fece morire, e nella fine la volta toccò a lui, e morto fu per le mani de’ suoi ammiragli del mese di febbraio detto anno, e feciono soldano un suo fratello piccolo, e rimaso di dodici l’ultimo, perchè non si potea traslatare il regno in altri senza gran confusione di tutti i sudditi suoi.
CAP. XL. Come un signore de’ Turchi trattò di fare uccidere l’imperadore di Costantinopoli.
Lo signore di Boccadave possente tra i Turchi, ed ai Greci vicino, avendo molte volte tentato con palese guerra di vincere Costantinopoli, e non ne possendo avere suo intendimento, cercò con doni larghi e con impromesse grandi fatte a certi Greci costantinopoletani, i quali erano della setta di Mega Domestico cacciati dall’imperadore, a modo tirannesco di farlo uccidere, pensando che morto lui per la inimicizia ch’avea nella provincia, e per molte terre ch’avea acquistate sopra l’imperio, d’essere del tutto signore; ma come piacque a Dio si scoperse il trattato, e quale de’ traditori fuggì, e quale rimase o preso o morto, ma non di manco la città ne rimase in mala disposizione. Il Turco nondimeno tenendo Gallipoli e altre terre vicine, con suoi legni in mare e con i suoi Turchi per terra tribolava e consumava il paese, senza trovarsi per i Greci alcun riparo fuori che delle mura. E in questi medesimi giorni il signore d’Altoluogo in Turchia si guerreggiava con un suo zio, e l’altro signore della Palata si guerreggiava col fratello; e portante guerre e divisioni de’ Turchi i paesi loro erano rotti e in grande tribolazione, e per questa cagione i Greci aveano minore persecuzione da loro; e più ciò fu materia al re di Cipro di fare l’impresa sopra loro con onore e vittoria grande, come a suo tempo racconteremo.
CAP. XLI. Come il legato si partì di Bologna per andare al re d’Ungheria.
Tornando alle italiane fortune, il legato di Spagna, uomo savissimo e pratico delle mondane volture, vedendosi per allora e a tempo senza potenza da resistere a messer Bernabò, e povero di danari, e veggendo la poca gente d’arme ch’avea alla difesa, conoscendo che il tiranno suo avversario era di sue entrate abbondante, e di quello che gravava i sudditi suoi, il perchè non si curava di mantenere la guerra, e per continovare la guerra gli parea essere certo di vincere Bologna, e perciò mantenea a Castelfranco e a Priemilcuore, a Pimaccio, e a Lugo tanta gente a cavallo e a piè, che con le loro cavalcate teneano sì assediata Bologna di verso la Lombardia e la Romagna, che poca roba vi potea dentro entrare, e di verso l’Alpe facea agli Ubaldini rompere le strade, perchè al legato ne parea essere a mal partito, e a’ cittadini a peggiore: e vedendo ch’a petizione di santa Chiesa niuno tiranno, comune o signore italiano si volea scoprire ad atare Bologna contro a messer Bernabò, avendo la Chiesa lungamente trattato col re d’Ungheria, il quale s’affermava che farebbe l’impresa con la persona, al primo tempo parve al legato d’uscire di Bologna sotto scusa d’andare a lui, e nel vero e’ non si fidava potervi stare con suo onore, nè senza grave pericolo. E però contro la volontà de’ cittadini prese d’andare al re, promettendo di tornarvi del mese di maggio prossimo, e a dì 17 di marzo se ne partì facendo la via d’Ancona, e là soggiornato alquanto mandò al re d’Ungheria, come seguendo nostro trattato diviseremo. In Bologna lasciò messer Malatesta e messer Galeotto suo figliuolo capitani de’ soldati e de’ cittadini alla guardia.
CAP. XLII. Della ribellione fatta per messer Giovanni di messer Riccardo Manfredi al legato.
Isidoro nelle sue etimologie afferma, che per la differenza e natura varia de’ climati i Greci per natura sono lievi, i Romani gravi, gli Affricani astuti e maliziosi, e gl’Italiani feroci e d’agro consiglio. Questo vedemo nella piccola provincia di Toscana, dove sono i Sanesi reputati lievi per natura, i Pisani astuti e maliziosi, i Perugini feroci e d’agro consiglio, i Fiorentini gravi, tardi, e concitati, e così per natura i Romagnuoli hanno corta la fede: e pertanto per antico proverbio si dice, che il Romagnuolo porta la fede in grembo: e però non è da maravigliare quando i tiranni di Romagna mancano di fede, conciosiachè sieno tiranni e Romagnuoli: i tiranni per paura di loro stato, e cupidi ancora di più signoria, usano e fanno arte di tradimenti. Messer Giovanni figliuolo naturale di messer Manfredi di Faenza avendo pace col legato, vide suo vantaggio per le promesse di messer Bernabò, e rubellossi alla Chiesa, e cominciò a fare guerra e da Bagnacavallo, e da Salervolo, e da altre sue tenute a Faenza e ad altre terre della Chiesa di Romagna, e avuta cavalieri da messer Bernabò ch’erano a Lugo, cavalcò a Porto Cesenatico, dove trovò molta mercatanzia, le case arse e ’l porto, e la mercatanzia e grossa e sottile e’ prigioni ne menarono in preda, e in quel porto peggiorò i cittadini di Firenze oltre a dodicimila fiorini d’oro di loro mercatanzie, e senza impedimento alcuno si tornò a Bagnacavallo. Per questa rebellione i suoi palagi di Faenza furono disfatti.
CAP. XLIII. Come il marchese di Monferrato trasse delle compagnie da Avignone per conducere in Piemonte.
Essendo lungamente la Provenza di là dal Rodano, e ’l Venisì, e la Provenza di qua dal Rodano, e la corte di Roma stata in grandissime persecuzioni delle compagnie addietro narrate, e tenuto il papa con loro per le mani di più baroni trattati di trarli del paese senza avere effetto, in fine il valente marchese di Monferrato, per la guerra ch’avea co’ signori di Milano, essendo molto amato dai buoni uomini d’arme, e favoreggiato co’ danari della Chiesa, in prima s’accordò con la compagnia ch’era a’ Mongiulieri, Inghilesi, Guasconi e Normandi, con la donna del siri di Ricorti: ed avendo fatto questo accordo del mese di marzo, non tennono il patto, ma sotto la sicurtà del trattato passarono il Rodano, e mutarono pastura; e un’altra maggiore compagnia valicò nel Venisì, e consumando il paese infino al maggio. Cominciata la fame e la mortalità in quelle provincie, la compagnia di Santo Spirito, avuto dal papa trentamila fiorini con patto di seguire il marchese lasciata la terra, e l’altra che ’l marchese con danari della Chiesa avea prima patteggiata s’accozzarono a volere passare in Piemonte, e non meno per fuggire la pestilenza e ’l paese, che per servire la Chiesa e il marchese, con tutto che più di centomila fiorini costasse al papa la spesa di levarlisi d’intorno. E spandendosi di ciò la boce per la Provenza, una gran parte se n’avviò a Marsilia, e credendosi entrare nella terra e non potendo, e non avendo da’ Marsiliesi il mercato, arsono i borghi della città, e feciono assai danno nel paese, e poi s’addirizzarono verso Nizza, e a parte a parte valicarono seguendo il marchese nel Piemonte, non senza grave danno de’ Provenzali. E nondimeno essendo di Provenza partiti da seimila cavalli, ne rimasono due altre compagnie, una di quà una di là dal Rodano, lungamente a vivere di preda e di rapina sopra i paesani, e teneano la corte in paura e in travaglio. Lasceremo delle compagnie, e torneremo ad altre più degne cose di nostra memoria.
CAP. XLIV. Della morte del duca di Lancastro cugino del re d’Inghilterra.
Egli è strano al nostro trattato fare memoria della naturale morte d’uomo, ma considerando l’altezza della superbia umana con la fragilità di quella recata alla mente degli uomini, non può passare senza alcuno frutto. Il conte d’Aui duca di Lancastro, cugino carnale del valente re Adoardo d’Inghilterra, avendo lungo tempo fatte grandi e notevoli cose d’arme, essendo sopra i Franceschi stato venticinque anni grave flagello, e riposata la guerra in pace con grande sua fama e onore, a dì 22 del mese di marzo gli anni Domini 1360 lasciò l’arroganze delle guerre, e le fallaci fatiche del mondo con la sua morte, lasciando senza ereda maschio due figliuole femmine ne’ suoi baronaggi.
CAP. XLV. Come riuscì l’impresa del re d’Ungheria, dove la speranza del legato di Spagna si riposava.
La Chiesa avea richiesto il re d’Ungheria al soccorso di Bologna, ed il re avea dato speranza alla Chiesa di fare l’impresa con la sua persona, e mandati però suoi ambasciadori a corte per fermare i patti, de’ quali per diversi modi si sparse la fama in Italia, in prima che dovea avere titolo dalla Chiesa e dall’imperio, e danari assai dal papa, che le terre ch’acquistasse fossono sue: l’altra boce era, che ’l papa il dovesse assolvere del saramento si dicea ch’avea fatto di fare il passaggio d’oltremare, e che dovea dispensare che la moglie, la quale apparve per infino a qui sterile, si rinchiudesse in un munistero di sua volontà, ch’egli potesse avere anche un’altra moglie, acciocchè ’l reame non rimanesse senza successione di sua generazione, e che di questo il legato avea dal papa piena legazione: verisimile e non senza grande cagione il legato andò a lui in Sagravia del mese di maggio del detto anno. Il re in quei giorni avea fatto bandire generale oste per tutto suo reame, per titolo di porre confini al suo regno, per lo quale tutti i baroni e popoli lo debbono servire, e credettesi che ciò fosse per intendere al servigio della Chiesa; ma come che la cosa s’andasse gli ambasciadori di messer Bernabò erano a lui, e ricevuti avea doni da parte di messer Bernabò. E però, o perchè non avesse dalla Chiesa quello che volesse, o avesse promesso al tiranno di non venire contro a lui, la vista fu ch’egli intendea d’andare con la sua gente per l’oste già bandita in altra parte; e quello che rispondesse al legato non si potè per parole comprendere, ma l’effetto si dimostrò per opere, che senza alcuno aiuto il legato del detto mese di maggio si ritornò ad Ancona, perduta la speranza del soccorso di Bologna, in grave pericolo di quella città, cresciuta la baldanza e l’oste dei suoi avversari.
CAP. XLVI. Della pestilenza dell’anguinaia ricominciata in diversi paesi del mondo, e di sua operazione.
In Inghilterra d’aprile e di maggio si cominciò, e seguitò di giugno e più innanzi, la pestilenza dell’anguinaia usata, e fuvvi tale e tanta, che nella città di Londra il dì di san Giovanni e il seguente morirono più di milledugento cristiani, e in prima e poi per tutta l’isola. Gran fracasso fece per simile nel reame di Francia; nella Provenza trafisse ogni maniera di gente. Avignone corruppe in forma che non vi campava persona: morironvi nove cardinali, e più di settanta prelati e gran cherici, e popolo innumerabile. E di maggio e giugno si stese e percosse la Lombardia, e prima Como e Pavia, con tanta roina, che quasi le recò in desolazione. In Milano mise il capo, dove altra volta non era stata, e tirò a terra il popolo quasi affatto, con grande orrore e spavento di chi rimanea. Vinegia toccò in più riprese, e tolsele oltre a ventimila viventi. La Romagna oppressò forte e assai quasi per tutte sue terre, ma più l’una che l’altra, e nell’entrata del verno cominciò a restare in Lombardia, e a gravare la Marca, e la città d’Agobbio forte premette. L’isola della Maiolica perdè oltre alle tre parti degli abitanti. Nè lasciò l’Alpi degli Ubaldini senza macolo per molti de’ luoghi suoi. E molti paesi del mondo in uno tempo erano di questa pestilenza corrotti, nè già quelli a cui parea che Dio perdonasse non ritornavano a lui per contrizione, partendosi dalle iniquitadi e dalle prave operazioni ostinate, e come le bestie del macello, veggendo l’altre nelle mani del beccaio col coltello svenare, saltavano liete nella pastura, quasi come a loro non dovesse toccare, ma più dimenticando gli uomini il giudicio divino si davano sfacciatamente alle rapine, alle guerre, e al mantenere compagnie contra ogni uomo, alle ingiurie de’ prossimi, e alla dissoluta vita, e a’ mali guadagni assai più che negli altri tempi, corrompendo la speranza della misericordia di Dio per lo male ingegno delle perverse menti; e ciò per manifesta sperienza si vide in tutte le parti del mondo dove la detta pestilenza mostrò il giudicio di Dio.
CAP. XLVII. Come per la fama delle compagnie che scendevano in Piemonte i signori di Milano si provvidono alla difesa.
Messer Galeazzo Visconti sentendo che il marchese di Monferrato venia in Piemonte con le compagnie tratte di Provenza del mese d’aprile del detto anno, e sapendo ch’ell’erano per poco tempo provvedute di soldi, e che già la mortalità era tra loro, e cominciata nel Piemonte, provvide di gente d’arme tutte le sue terre e le loro frontiere per fare buona guardia, e sostenere l’impeto de’ nemici, senza mettersi a partito di battaglia; e però messer Bernabò ritrasse della gente ch’avea a Lugo e a Castelfranco sopra Bologna la maggiore parte per dare favore al fratello, pensando straccare quella gente, come in parte venne loro fatto, con piccolo danno di loro distretto, come appresso si potrà nel suo tempo vedere. Nondimeno tra per lo riparo del Piemonte, e del fare la guerra a Bologna, continovo si fornivano di gente d’arme, non curandosi della grande spesa, perocchè bene la poteano comportare a quella stagione.
CAP. XLVIII. Come messer Bernabò venne sopra Bologna, e assediò e prese Pimaccio.
All’uscita del mese d’aprile del detto anno, messer Bernabò accolse gente, li più cittadini di sue terre, e con duemila cavalieri in persona venne da Milano a Castelfranco dov’era il forte di sua gente, e di nuovo fece combattere il castello di Pimaccio per due riprese, e appresso il fece assediare intorno, e a dì 9 di maggio per patto ebbe la terra, e la rocca si tenne. Di là poi si partì lasciando fornita la terra, e la rocca assediata, e con la gente sua cavalcò a Panicale presso di Bologna facendo danno assai; e del detto mese di maggio ebbe la rocca di Pimaccio, e andossene a Lugo, e l’accomandò a messer Francesco degli Ordelaffi, e diegli gente d’arme, con che egli guerreggiasse Bologna da quella parte e la Romagna; e fornite l’altre terre, e confortati gli amici suoi a fare guerra, e lasciato il marchese Francesco al ponte del Reno a campo, con milledugento cavalieri si tornò a Milano, e la sua gente ebbe fatta forte e ben guernita di tutto all’entrata di giugno la bastita dal ponte del Reno.
CAP. XLIX. Come il legato procurava aiuto contro messer Bernabò.
Il legato del papa, tornato senza niuna speranza d’aiuto dal re d’Ungheria, pur tanto s’aoperò, che ’l detto re scrisse e fece comandamento agli Ungheri ch’erano al servigio di messer Bernabò, che se ne partissono, e assai furono quelli che l’ubbidirono. Anche tanto operò con l’imperadore, che egli mandò comandando a messer Bernabò che si dovesse rimanere di fare guerra contro la Chiesa a Bologna, e quegli che fè il detto comandamento fu messer Giovanni da.... ed assegnogli termine infra i venti dì seguenti, com’era determinato per l’imperadore, e se questo non facesse fra il termine gli significò, com’egli il privava d’ogni onore, e dignità e privilegio che avesse dall’imperio; ma per tutto questo messer Bernabò non si rimanea dell’impresa, ma a suo potere continuo fortificava la guerra, dicendo: Io voglio Bologna mi. E questo fu del mese di maggio a’ 12 dì del detto anno. E in questo medesimo tempo per apostolica sentenza messer Bernabò fu condannato per eretico e contumace a santa Chiesa, e per tutta Italia in dì solenni fu da’ prelati scomunicato in presenza de’ popoli, ma di questo poco si curò, sollecitando per ogni modo pure di volere Bologna.
CAP. L. Come la compagnia d’Anichino di Bongardo ch’era nel Regno si rassottigliò e venne al niente.
Del mese d’aprile erano nella compagnia d’Anichino di Bongardo in Puglia gli Ungari tanto moltiplicati, che passavano il numero di tremila. Il re loro avendo di questo sentore loro mandò comandando, che non fossono contro i suoi consorti, per la qual cosa s’accordarono col re Luigi una gran parte, e partironsi dalla compagnia de’ Tedeschi, e promisono di dare vinta o cacciata la compagnia del Regno per trentasei migliaia di fiorini d’oro, de’ quali si convennono col re: e seguitando il gran siniscalco ridussono Anichino co’ suoi Tedeschi in Basilicata, e ridussonli in Atella terra tolta per loro al duca di Durazzo, e ivi li assediarono, stando d’intorno alle frontiere; e durando il giuoco lungamente, molti se ne tornarono nella Marca e nella Romagna, e gli altri rimasono al servigio del re, e senza cacciare o vincere la compagnia catuno consumava i paesani.
CAP. LI. Come i Sanesi ebbono Santafiore.
In questi dì, del mese di maggio del detto anno, i Sanesi avendo molto assottigliati e annullati i conti di Santafiore, in fine di questo mese medesimo ebbono Santafiore a patti.
CAP. LII. Come i Fiorentini comperarono il castello di Cerbaia.
Il comune di Firenze avea dato bando a Niccolò d’Aghinolfo de’ conti Alberti conte di Cerbaia perchè avea morto un popolare di Firenze; e vedendo che la Cerbaia era una chiave forte alla guardia del suo contado da quella parte, gli venne voglia d’avere quel castello, e fece trattato di comperarlo; il conte per uscire di bando, ed essere cittadino popolano di Firenze, e considerando che a tenere quella fortezza gli era non meno di spesa che d’entrata, e sempre ne vivea in gelosia, ne domandò per prezzo fiorini settemila d’oro, e ’l comune si fermò a sei, e ’l conte non vi si volle arrecare, e però si mise alla difesa, ed il comune, come contro a suo sbandito, a dì 21 di maggio vi pose l’assedio. Il conte vedendosi ribellato il fratello carnale, e collegato co’ Fiorentini e fattosi loro accomandato, vedendosi mal parato, l’ultimo dì di maggio diede il castello liberamente a’ Fiorentini, e rimisesi alla misericordia del comune: il comune lo ribandì, e fecelo suo popolare, e per via di diritta compera solennemente fattone le carte per ser Piero di ser Grifo notaio delle riformagioni, glie ne diè contanti fiorini seimiladugento d’oro, e fu descritto il castello di Cerbaia in possessione e contado del comune di Firenze, e tutti i fedeli dalla fedeltà furono liberati, e fatti contadini di Firenze.
CAP. LIII. Come il capitano già di Forlì, e messer Giovanni Manfredi si puosono tra Imola e Faenza.
Come messer Francesco Ordelaffi fu fatto capitano di messer Bernabò, e messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi collegato con lui s’intesono insieme, e puosonsi a campo tra Imola e Faenza per attendere l’avvenimento di quello ch’aveano trattato con uno più stretto e confidente famiglio ch’avesse messer Ramberto signore d’Imola, il quale per grandi promesse ricevute avea promesso d’uccidere il suo signore, ma come a Dio piacque il trattato si scoperse, e il famiglio fu preso, e negli occhi de’ nemici impiccato a’ merli delle mura della città; e incontanente l’oste ch’attendea l’omicidio si partì e tornò a Lugo: e poco appresso del detto mese di maggio cavalcarono sopra Forlì, e guastarono e predarono intorno e nel paese quello che poterono senza trovare contasto.
CAP. LIV. D’un gran fuoco che s’apprese nella città di Bruggia.
In questo mese di maggio del detto anno, nella città di Bruggia in Fiandra s’apprese il fuoco in alcuna casa, il quale cominciò ad ardere quelle ch’erano vicine, e a forte a montare con l’aiuto del vento, e delle case di legname ch’erano atte e disposte a riceverlo, e avvalorò per sì fatto modo, che niuno rimedio mettere vi si potea per operazione o ingegno d’uomini, che nella città non consumasse oltre a quattromila case, con grandissimo danno de’ cittadini: e in questi giorni medesimi il fuoco gran danno fece nella villa di Ganto e di Melina in Brabante.
CAP. LV. Delle compagnie d’oltramonti.
Appare che la penna non si possa passare senza fare memoria delle compagnie, che maravigliosa cosa è il vederne e udirne tante creare l’una appresso dell’altra in flagello de’ cristiani, poco osservatori di loro legge o fede. La moglie che fu del siri di Ricorti accolse da millecinquecento cavalieri di diverse lingue per volere fare guerra in suo paese, poi fu tirata dalla compagnia, e in persona con la sua gente venne in servigio della Chiesa e del marchese di Monferrato in Piemonte, e quivi lasciò con gli altri la sua compagnia a guerreggiare. E appresso a questa scese in Provenza un’altra gran compagnia d’Inghilesi, Guasconi e Normandi, e un’altra se n’adunò in questi tempi medesimi presso Avignone di Spagnuoli, Navarresi e altra gente, e questa venne sopra la città d’Arli, e corse voce che venia a petizione del Delfino, che si dicea che volea essere re d’Arli, ma non fu vero, per loro procaccio venne la compagnia, e una seguiva il Petetto Meschino Alvernazzo, che poi crebbe, e fece grave danno al re di Francia. Il paese di Provenza di là da Rodano e di qua, e ’l Venisì e la corte di Roma ne stava in continova tribolazione.
CAP. LVI. Come Francesco Ordelaffi si levò da Forlì, e andonne a oste a Rimini.
Essendo Francesco Ordelaffi stato d’intorno a Forlì, e fatto il guasto come a lui piacque, del mese di giugno del detto anno si levò da Forlì, e con duemila barbute e cinquecento Ungari si puose presso alle porti di Rimini, e fermò il campo a Santa Giustina, ardendo e guastando le ville d’intorno, e facendo gran preda, e poi si rivolse dall’altra parte e valicò il fiume, e cavalcò infino agli antiporti di Rimini, e tutto menò a fiamma il paese, facendo oltraggio e onta a’ Malatesti volontariamente, senza trovare chi gli facesse resistenza alcuna.
CAP. LVII. Come i Fiorentini manteneano Bologna per la strada dell’Alpe.
I Fiorentini erano stati molto sollecitati dal legato, poichè perdè la speranza del re d’Ungheria, che prendessono la difesa di Bologna, e non pure il legato, ma i signori di Lombardia, e i guelfi di Romagna e della Marca continovamente per loro segreti ambasciadori glie ne sollecitavano, mostrando che Bologna non potea più durare, che convenia che venisse alle mani di messer Bernabò, perocchè ’l suo contado era tutto consumato, e in podere de’ nemici infino alle porte d’ogni lato. E mostravano, come che venuta ella fosse a messer Bernabò, che Firenze sarebbe in pericolo, e male da potersi difendere da lui, allegando il verso di Orazio, il quale dice: Nam tua res agitur, paries cum proximus ardet: in volgare suona: Quando il pariete prossimo a te arde il fatto tuo si fa: soggiugnendo, che la pace e la guerra stanno nella volontà del potente tiranno, che ben sa a tempo con trovare le cagioni; per la qual cosa molte volte ne fu grande controversia intra i nostri cittadini ne’ segreti consigli, ma al tutto si sostenne che si mantenesse la pace promessa fedelmente, non ostante il pericolo che se ne stimava, e ancora l’autorità di santa Chiesa, che d’ogni cosa liberava con giustizia il nostro comune. È vero che per i discreti cittadini si stimava, che fatta l’impresa tutto il carico sarebbe lasciato a’ Fiorentini, e non potendola i Fiorentini liberare, cadevano in maggiore pericolo, consumato l’avere alla loro difesa: non dimeno per savio e diritto consiglio, non facendo contro a’ capitoli e ordine della pace, il comune intese con sollecitudine a sostenere la vita a’ cittadini di Bologna aprendo la strada dell’Alpe, e levando ogni divieto, per la qual cosa tanto grano, biada, olio e carne andavano di continovo in Bologna, ch’ella se ne reggea, e mantenea assai convenevolemente senza grande carestia. E gli Ubaldini non aveano ardire d’impedire i Fiorentini, e i Bolognesi per loro distretto facevano campo a Caburaccio; e per questo modo avendo Bologna perdute tutte le strade e canali, per questa strada si nutricò lungamente. E tanto era l’abbondanza a quel tempo ch’avea il contado di Firenze che poco rincarò ogni cosa, e se questo spaccio non fosse occorso, a niente sarebbe stato il grano e ’l biado e l’olio in quell’anno. Se non fossono nati quattro leoni, due maschi e due femmine, il dì di san Barnaba, passato mi sarei del non iscriverlo.
CAP. LVIII. Come l’oste di messer Bernabò volle rompere la strada da Firenze, e ricevette danno.
Messer Giovanni da Bileggio, valoroso e savio cavaliere milanese, e molto amato da messer Bernabò, era in quel tempo capitano generale della gente del Biscione sopra Bologna e di quella di Romagna, il quale avendo alla città tolte tutte le strade, e vedendo che rimaso non gli era altro sostegno che la strada dell’Alpe che venia a Firenze, si pensò di romperla, e ordinò una cavalcata a Pianoro. Il capitano di Bologna, che era Malatesta Ungaro, sentì il fatto, e mise la notte gente fuori, i quali si misono in aguato, e venendo i nemici uscirono loro addosso, ed ebbono vittoria di quella gente, ch’erano dugento barbute, che pochi ne camparono che non fossono o morti o presi, per la qual cosa il capitano dell’oste prese sdegno, e ordinò di strignersi più alla terra, e di fare correre fino alle porte d’ogni parte, e a mezzo il mese di giugno lasciate fornite l’altre bastite si mise innanzi con l’oste, e puosesi al Ponte maiore in sulla strada tra Bologna e Imola, e ivi fermò il campo presso alla città un miglio.
CAP. LIX. Come fu sconfitto l’oste di messer Bernabò al Ponte a san Ruffello.
Vedendo il capitano messer Giovanni da Bileggio avere recata la città di Bologna a grandi stremi, che rimasa non l’era via d’aiuto altro che la strada da Firenze, avendo animo di trarre quella guerra al suo desiderato fine, sentendo che nella città non avea oltre a trecento uomini d’arme a cavallo, e che ’l capitano che fu di Forlì era sopra d’Arimini, e correa senza contasto con millecinquecento cavalieri tutto il paese, pensò di porre una grossa e forte bastita al Ponte a San Ruffello presso a Bologna in sulla strada da Pianoro, acciocchè al tutto si levasse alla città ogni soccorso, e questo mise in opera, e mossesi con tutta la sua oste, ch’erano più di millecinquecento cavalieri, e duemila masnadieri, e molti altri fedeli degli Ubaldini, e con lui nel vero era tutto il fiore della gente di messer Bernabò, avendo mandati trecento altri cavalieri per scorta alla vittuaglia che venia di verso Ferrara, con grande apparecchio di vittuaglia e d’altro arnese, e a dì 16 di luglio del detto anno si misono per lo fiume della Savena, e senza trovare contasto furono al Ponte a san Ruffello, e quivi fermarono il campo per edificare la bastita, e con grande sollecitudine attendeano a fare i fossi, e conducere il legname d’ogni parte. In questo stante, come fu volontà di Dio, messer Galeotto de’ Malatesti da Rimini, cavaliere di grande ardire e maestro di guerra, avea ricolti in Faenza cinquecento barbute e trecento Ungari per danneggiare la gente di messer Francesco degli Ordelaffi, ch’era sopra Arimini, come detto è, il quale sentendo l’oste da Bologna messa in mal passo, di presente cavalcò a Imola, e da Imola la sera a dì 19 di luglio improvviso a’ nemici cavalcò per modo, ch’alle cinque ore di notte fu a Bologna, non sapendo i Bolognesi alcuna cosa. Messer Malatesta Unghero suo nipote capitano in Bologna il ricevette la notte sì contamente, che i nemici non lo sentirono, nè eziandio i Bolognesi che erano a dormire, pensando fossono gente di guardia, e in quel resto della notte agiarono le persone e’ cavalli come poterono il meglio: la mattina per tempo serrate le porte della città fece assentire a’ cittadini, come volea assalire i nemici, i quali inanimati e confortati dalla grazia la quale Dio mandava loro, tutti di volontà, con piena speranza di vittoria presono l’arme, e gran parte i falcioni in mano, e dato il segno d’uscire fuori al suono della campana della giustizia, la domenica mattina a dì 20 di luglio, ordinate le battaglie, e dato il nome, messer Galeotto col potestà di Bologna, ch’era pro’ e valente cavaliere, e messer Malatesta Ungaro con settecento barbute, e con trecento Ungari, e con quattromila Bolognesi i più bene armati, feciono aprire le porti, e uscirono della terra, e non tennono per la diritta strada, anzi si misono maestrevolmente per lo piano del fiume della Savena onde erano entrati i nemici, acciocchè quindi non potessono tornare, e alcuna parte del popolo misono per le ripe a traverso sopra dove erano i nemici. Il cammino fu corto, sicchè si veddono prima quelli del campo la gente addosso da due parti, che sapessono che gente d’arme fosse venuta in Bologna, nondimeno come uomini esperti in arme e di gran cuore, benché ’l subito caso gli smarrisse, presono ardire e feciono testa, ordinandosi alla battaglia in fretta come poterono il meglio, e di presente misono gente in su un colle sopra il ponte per riparare a quelli che scendevano per la valle; ma vedendo venire quelli della città baldanzosi e con gran cuore, abbandonarono il colle, e tornarsi all’altra oste. Messer Galeotto e i suoi gli assalirono molto arditamente innanzi alla venuta del popolo co’ falcioni, e i nemici francamente gli ricevettono, combattendo con loro aspramente; ma sopraggiugnendo il popolo, e cominciandosi a mescolare tra’ nemici con loro falcioni, dopo lunga difesa gl’invilirono e ruppono, e molti n’uccisono, e perchè erano in parte da non potere fuggire, quasi tutti s’arrenderono a prigioni, che pochi ne camparono. Il podestà di Bologna fu fedito a morte in quella battaglia, e poco appresso morì in Bologna. Trovarsi morti in picciolo spazio di campo dove porre si dovea la bastita quattrocentocinquantasei uomini, i quali tutti furono sotterrati nel fosso che fatto aveano, e per l’altro campo qua e là più d’altrettanti; in tutto numerati furono i morti novecentosettanta, e quattrocento cavalli. I presi furono oltre a milletrecento: a’ forestieri tolte furono l’armi e’ cavalli e lasciati alla fede, che furono più d’ottocento; gl’Italiani furono ritenuti, sì per lo scambiare, sì per porre loro la taglia. De’ caporali fu preso messer Giovanni da Bileggio capitano generale dell’oste, e Guasparre e Giovanni di Nanni da Susinana, e Andrea delle Piaggiuole tutti degli Ubaldini, e più altri; costoro furono rassegnati al legato, e imprigionati in Ancona. La vittuaglia che nell’oste trovarono fu grande quantità, e gli arnesi che presono furono di gran valuta, perocchè molto adorna era la cavalleria e i masnadieri d’arnesi d’argento, d’armadure e robe, e aveano danari assai, e venticinque migliaia di fiorini d’oro ch’erano giunti nel campo per fare la paga a’ soldati. La vittoria fu grande e singolare, che essendo Bologna abbandonata dall’aiuto della Chiesa, dall’imperadore, da’ signori di Lombardia e da’ comuni di Toscana, e posta negli estremi, per occulta via fu liberata, perocchè molti affermarono, e per intendimenti si tenne essere il vero, che veggendo il legato di Spagna, il quale era in Ancona tornato dal re d’Ungheria senza aiuto e senza consiglio, che Bologna era in termine che senza riparo dovea venire nelle mani di messer Bernabò, e per tanto temendo, e non osando di tornare a Bologna per non venire nel cruccio del popolo, o nelle mani del tiranno, che per le sue virtù e grande animo forte l’odiava, stando in forti pensieri, mandò per il vecchio messer Malatesta da Rimini, col quale più giorni stato in segreto sopra i fatti di Bologna, e per loro tirato in considerazione, che la forza del tiranno era tale, alla quale unita resistenza non era, e che messer Giovanni da Bileggio era voglioso al terminare dell’impresa per riportarne l’onore, e gli parea che il suo desiderio ritardasse la strada ch’era aperta a’ Bolognesi di verso Firenze; da questi luoghi il savio messer Malatesta prese il sottile avviso, che fatto gli venne, e con coscienza del legato mandò suo segreto ambasciadore nel campo a messer Giovanni da Bileggio con verisimili argomenti avvisandolo, che nel segreto amico non era del legato per le terre che tolte gli avea, e che di lui fidare non si potea, che venendo nel colmo di quello che appetia non gli togliesse il resto, e che però volentieri attenderebbe ad abbassare il legato e il suo orgoglio; ma perchè il legato gli avea sopra capo il castello di sant’Arcangiolo, non osava levare il dito, nel quale fermava avere trattato per torlo al legato se avesse spalle e forza di gente d’arme, la quale dicea non potere essere meno di millecinquecento barbute: giugnendo al fatto, che come messer Galeotto, ch’era in Bologna con messer Malatesta vicario, fosse da lui avvisato, sotto colore di soccorrere a Rimini, come verso là sentisse cavalcato la gente del signore di Milano, trarrebbe di Bologna tutta la buona gente d’arme, lasciando la trista sott’ombra di guardia della terra, e il simile farebbe dell’altre terre della Chiesa, e che venendo il pensiere ad effetto, come ragionevolmente dovea, esso messer Giovanni liberamente e senza contasto veruno potea porre bastite e rompere la strada fiorentina. A messer Giovanni piacque il trattato, e diede piena fede all’ambasciadore, lettera, suggelli, e carte a lui presentate da parte di messer Malatesta, e di presente elesse capitano di millecinquecento barbute, come detto è di sopra, messer Francesco degli Ordelaffi, e lo fè cavalcare sopra Rimini, come avvisò del tutto messer Galeotto avvisato della baratta di messer Malatesta, onde fè gli atti e le mostre dette di sopra, il perchè ne seguì la sconfitta al ponte a san Ruffello. Non so se più sagace e malizioso trattato s’avesse saputo ordinare Ulisse o il conte Guido da Montefeltro. Cesare non lasciava ragunare la gente di Pompeo, temendo il numero e la bontà de’ cavalieri; costui con astuzia la raunata divise, e indusse il savio capitano in folle impresa, della quale seguì la più notabile sconfitta di morte d’uomini pregiati d’arme che fosse in Italia di nostro ricordo di cento anni addietro.
CAP. LX. Come seguì appresso alla sconfitta di san Ruffello.
I trecento cavalieri che conduceano per loro scorta la vittuaglia nel campo, essendo in sul Bolognese, sentendo la novella della sconfitta abbandonaro la roba, e camparono le persone. Quelli delle bastite le lasciarono prima fossono assaliti, e salvaronsi in Pimaccio, e’ Bolognesi l’arsono, e la roba recarono alla città. Per questa vittoria i Bolognesi alquanto ne stettono in festa e in riposamento: il legato ne prese cuore di potere la città aiutare e sostenere: mostra ne fè, ma poca operazione ne fè in que’ tempi, perocchè sopra modo era la possanza del suo avversario e la volontà pertinace. Messer Bernabò quando questa novella sentì ne mostrò dolore singolare rodendosi dentro a guisa di cane arrabbiato, e vestissene a nero, e molti giorni stette che niuno gli potè parlare. Sentissi che di ciò contro a’ Fiorentini prese grave sdegno, affermando ch’erano cagione del suo danno e vergogna per lo mantenere della strada, ma non se ne scoperse, perocchè tutto che irato fosse ben conosceva che a’ Fiorentini era lecito di così fare senza corruzione di pace. Messer Francesco Ordelaffi come seppe la novella scorse la Marca, e di notte con sua brigata prese il congio per la via della marina, e in ventiquattro ore cavalcò cinquantasei miglia, e con la gente a lui accomandata si ricolse in Lugo.
CAP. LXI. Come messer Bernabò si credette prendere Correggio per trattato, e sua gente vi rimase presa.
L’animo che è insaziabile del tiranno, che sempre è con desiderio di sottomettere i popoli liberi, e gli altri tirannelli che sono minori, tenea messer Bernabò oltre alla presa di Bologna trattato di torre Correggio, nè la gastigatura di san Ruffello l’avea rimosso dal seguirlo; onde all’uscita di giugno detto anno, credendosi avere il castello di Correggio, messer Ghiberto che n’era signore, e da esso aveano il titolo di loro casa e famiglia, sentito il fatto, senza farne mostra procurò aiuto da’ signori di Mantova, i quali segretamente gli mandarono quindici bandiere di cavalieri, i quali di notte entrarono in Correggio: venuta la cavalleria di messer Bernabò nel fare del giorno, come era dato l’ordine, che furono diciassette bandiere, furono lasciati entrare nelle barre che erano davanti al castello, e fatto vista di volerli mettere nella terra, secondo l’ordine dato apersono le porti della terra, e calarono i ponti, e la gente da cavallo ch’era nel castello con molta fanteria si strinsono loro addosso con grandi grida, e rinchiusi tra le barre, e storditi per lo subito e non pensato assalto perderono il cuore alla difesa, e però gli ebbono tutti a prigioni, e guadagnate l’arme e’ cavalli liberaro il castello dall’aguato del tiranno.
CAP. LXII. Dell’armata del re di Cipro, e il conquisto di Setalia e del Candeloro.
Dando alcuna parte agli avvenimenti d’oltremare, lo re di Cipro avendo fatta sua armata, e non sapendo dove si dovesse andare, a dì 24 di luglio 1361 con ventiquattro galee armate, con l’aiuto di tre galee dello Spedale armate di franchi e valorosi frieri, e con altri legni e armati e di carico in numero di cento vele si partì di Cipro, e del mese seguente d’agosto percosse sopra la città di Setalia, la quale era d’un signore di Turchi di gran possanza, e avendo sua gente posta in terra, e combattendo la terra, che avea tre procinti di mura, de’ quali nel primo stavano mercatanti e Giudei, nel secondo i saracini, e nel terzo i Turchi ch’erano signori della terra, ed essendo tutta gente sprovveduta e poco atta alla difesa, il perchè i cristiani entrarono dentro per forza, onde il signore che v’era con poca gente se n’uscì, e la terra fu presa. Ma poco stante il Turco tornò con più di tremila Turchi tra a cavallo e a piè, e senza dubbio arebbe ripresa la terra, se non fosse la provveduta guardia che feciono li frieri, i quali sapendo loro costumi del continovo stavano apparecchiati: e ciò venne a gran bisogno, perocchè ritennono l’empito e subito assalto de’ Turchi, tanto che l’altra gente s’armò, e venne alla difesa. I Turchi veggendo che loro impresa venia stolta, con loro vergogna e dannaggio si partirono. Lo re di Cipro avuta questa vittoria montò in galea, e con sua armata se n’andò al Candeloro, il quale era al governo e signoria d’un altro Turco, il quale senza volere fare difesa s’acconciò con il re, e riconobbe la terra da lui, e li promise certo censo e tributo d’anno in anno: e il re lasciata fornita Setalia si tornò nell’isola di Cipro.
CAP. LXIII. Come i Turchi di Sinopoli assalirono Caffa, e furono vinti da’ Genovesi.
In questa state i Turchi di Sinopoli armarono quattordici galee nel Mare maggiore, e assalirono il Caffa terra e porto di Genovesi, e fecionvi danno assai e per mare e per terra, perchè i Genovesi di ciò non si guardavano; ma tantosto in Caffa e in Pera armarono quattordici galee come in fretta il meglio poterono per seguitare i Turchi nel ritorno che fare doveano a Sinopoli, e trovatili, li seguirono, fuggendo i Turchi, tanto che per forza li feciono dare a terra colle balestra loro, avendone molti e morti e fediti, onde i Turchi per forza costretti furono a disarmare, e disarmati i Turchi, i Genovesi lasciarono in que’ mari due galee armate, e l’altre disarmarono. I Turchi veggendo queste due galee rimase tra loro, di subito cinque n’armarono, e vennono contro quelle de’ Genovesi, le quali cominciarono a fuggire, e’ Turchi a seguitare, tanto che essi si trovarono insieme in alto mare. Come i Genovesi si vidono dilungati da terra, girarono le loro galee contro le cinque de’ Turchi, e misonsi tra loro, essendo bene ordinati, e colle loro balestra non gettavano verrettone in vano, ma fedivano soprassaglienti e galeotti senza rimedio, onde i Turchi si misono alla fuga, e i Genovesi li seguitarono tanto che si diedono a terra, e salvarono i corpi delle loro galee, mortine assai di loro, e fediti e magagnati.
CAP. LXIV. Come le compagnie condotte in Piemonte cominciarono a guerreggiare.
Le compagnie tratte per lo marchese e per la Chiesa di Provenza, condotte in Piemonte in questi tempi della moria cominciata in Milano del mese d’agosto, cominciarono a guerreggiare nel Piemonte, dove acquistarono al marchese sette castella le più loro arrendute. Messer Galeazzo si ridusse a Moncia fuggendo di Milano la morìa che asprissimamente li perseguitava, avendo le sue terre fornite di buona guardia, e in campo non mise persona: ben tentò di trarne al suo soldo di quelli della compagnia, e d’alcuna parte li venne fatto per la forza del fiorino d’oro, non dimanco il resto rimase sì grande, che corse insino al Tesino senza contasto. Messer Bernabò veggendo la pestilenza sformata in Milano, che per giorno fu che levò ottocento, e mille e milledugento, e tal fu dì de’ millequattrocento, e ben parea volesse ristorare i Milanesi, cui per l’altre moríe non avea assaggiati, si partì di Milano con tutta sua famiglia, e andonne al suo nobile castello di Marignano, il quale è verso Lodi, il luogo foresto e di sana aria, facendo gran guardia che nessuno non gli andasse a parlare, avendo ordinato col campanaro della torre, che per ogni uomo che venisse a cavallo desse un tocco. Occorse che certi gentili e ricchi uomini di Milano andarono a Marignano, ed entrarono dentro; il signore li ricevette bene, ma turbato contro il campanaro mandò su la torre suoi sergenti, e comandò lo gettassono della torre; i quali andati su, trovarono il campanaio morto appiè della campana: per la qual cagione messer Bernabò terribilmente spaventato di presente senza arresto abbandonò il castello, e si mise nel più salvatico e foresto luogo, ove più di due miglia da lunga fece rizzare pilastri con forche ne’ quali era scritto, che chi li passasse su vi sarebbe appeso. Per allora in avanti sua vita fu tanto remota e solitaria, che voce corse, e durò lungamente, ch’egli era morto, ed egli n’era contento per farne a tempo suo vantaggio. Giugneremo a questo, per non fare nuovo capitolo, che in questi tempi della moria, che anche requistava in Vinegia, morì il doge loro, e funne fatto un giovane di quarantasei anni, il quale non era di gran famiglia, nomato Lorenzo Celso: costui per la maturità de’ suoi costumi e virtù montò a questo onore, e innanzi ai più antichi e più nobili cittadini oltre a loro consuetudine: e pertanto notato l’avemo, e per la sequela del fatto.
CAP. LXV. Di grandi terremoti che furono in Puglia, e assai guastarono della città d’Ascoli.
A dì 27 di luglio del detto anno, in su l’ora del vespero, furono in Puglia grandissimi terremuoti, e apersono la città d’Ascoli di Puglia, e quasi tutta la subissarono con morte d’oltre a quattromila cristiani. A Canossa caddono parte delle mura della terra, e molti dificii puose in ruina; in altre parti fece poco danno. Furono ancora in questo anno grandine molte e sfoggiate, le quali ai grani e agli ulivi feciono danno assai più che nell’altre stati.
CAP. LXVI. Delle rivolture del paese di Fiandra in questa state.
Del mese di luglio del detto anno, nella città di Bruggia fu grande battaglia tra’ tesserandoli e folloni dall’una parte, e da’ borgesi dall’altra per assai lieve e subita cagione, e non senza molti morti e magagnati da catuna delle parti: e poco appresso seguitò ch’e’ tesserandoli e folloni della città depuosono il balio del conte senza colpa apponendoli tradigione. E in que’ giorni il conte Audinarda facea la festa della figliuola, la quale avea data per moglie al duca di Borgogna, il quale ciò sentendo mandò pregando li Schiavini e gli altri ch’elli attendessono tanto che egli avesse sua festa fornita, dicendo, che poi terrebbe giudizio del balio suo, e che se lo trovasse colpevole si rendessono certi che ne farebbe a loro sodisfazione rilevata giustizia e vendetta. I bestiali e arroganti di quei mestieri recando a vile la preghiera del conte, in vergogna e dispetto suo appendere lo feciono alle finestre del suo palagio: onde il conte con tutto suo seguito forte ne furono turbati, ma assisesi al mostrare di non calere, nè mostrare di sua onta.
CAP. LXVII. Come fu decapitato messer Bocchino de’ Belfredotti signore di Volterra, e come la città venne alla guardia de’ Fiorentini.
E’ ne pare di necessità per più brevità della nostra opera, e per meglio dare ad intendere il fatto di che dire intendiamo, raccogliere alquante cose, le quali in piccolo trapassamento di tempo hanno fine straboccato. Messer Francesco de’ Belfredotti da Volterra sopra il ciglio di Volterra tenea la forte rocca di Montefeltrano, e messer Bocchino di messer Ottaviano suo consorto era signore della terra, il quale cupido d’aumentare sua tirannia, con solleciti aguati cercava di torre a messer Francesco detta fortezza, e dopo la morte di messer Francesco, messer Bocchino non lasciava stare i figliuoli in Volterra. Il perchè il comune di Firenze sentendo la detta dissensione, perchè non terminasse a peggio, s’interpose tra loro, e li ridusse a concordia, e obbligaronsi insieme a pena, la quale per l’uno e per l’altro promise il comune di Firenze per osservanza di pace; per la quale i figliuoli di messer Francesco tornarono in Volterra sotto l’ubbidienza di messer Bocchino. E stando senza alcuno sospetto, all’uscita d’agosto del detto anno, il tiranno a un Volterrano, a cui nella guerra era stato morto un suo congiunto da un altro Volterrano amico e servidore de’ figliuoli di messer Francesco, con segreta licenza di messer Bocchino, trovando il suo nemico a dormire lo fece uccidere, e colui che morto l’avea con suoi parenti e amici fece testa, perchè la terra si commosse a cittadinesca battaglia, e alquanti degli amici de’ figliuoli di messer Francesco vi furono morti traendo al romore, e i detti figliuoli di messer Francesco, come era per lo tiranno ordinato, furono presi contro le convenenze per le quali il comune di Firenze era mallevadore; il perchè il comune per suoi ambasciadori mandò ricordando al tiranno li dovesse piacere non farli questa vergogna, dicendo, come a richiesta e preghiera di lui avea promessa sua fede. Il tiranno con simulate parole tenea gli ambasciadori a parole, e dal malvagio proponimento non si toglieva. I Fiorentini veggendo che le parole non ammollavano le parole finte e mal disposte del tiranno, e sentendo che ciò che fatto avea era contro alla comune volontà de’ Volterrani, e temendo che la cosa non avesse mal fine e pericoloso per lo comune, non furono lenti, ma prestamente mandarono gente d’arme, e fornirono la rocca de’ figliuoli di messer Francesco, minacciando di guerra se non si facesse ammenda. Il tiranno veggendo l’animo de’ Fiorentini contro a lui giustamente irato si forniva di gente di sua amistà, e spezialmente de’ Pisani, per riparare alla forza e mantenere sua fellonia, perseverando nel detto malvagio proponimento. Certi cittadini di Firenze per trattato che dentro aveano d’avere il torrione del monte, che è fuori delle mura, domenica mattina a dì 24 d’agosto vi cavalcarono, e dalla gente de’ Pisani vi furono scoperti, e ributtati con vergogna senza altro danno, il perchè il comune v’ingrossò gente, e pose oste a Volterra. La quale essendo in sul Volterrano, messer Bocchino per dispetto de’ Fiorentini trattò di dare la signoria a’ Pisani per trentadue migliaia di fiorini d’oro. Il popolo di Volterra sentendo ch’e’ si trattava di venderlo, e farli schiavi de’ Pisani, tutti d’uno volere presono l’arme, e corsono all’ostiere dove erano i cavalieri de’ Pisani, a’ quali incauti e sprovveduti tolsono le selle e’ freni de’ cavalli, e ciò fatto, senza far loro altra villania li misono fuori della terra, e loro renderono freni, selle, cavalli e armadure, e i fanti forestieri accomiatarono, e si partirono. Ciò fatto, appresso furono al palagio del tiranno, il quale con lunga e composta diceria volendo tiranneggiare li animava a mantenere loro libertà e franchigia, e quinci li credette dal loro proponimento levare, ma i terrazzani trafitti dalle sue crudeli operazioni a suo dire non prestarono orecchie, ma sdegnosamente rispuosono, che bene saprebbono usare loro libertà, e che per ciò fare voleano in guardia lui, e sua famiglia, e certi suoi congiunti, e a Firenze mandarono per capitano di guardia, e a Siena per podestà. Il capitano prestamente vi fu mandato un popolano, e dietro ad esso mandati furono quattro ambasciadori, e simile feciono i Sanesi. I Fiorentini temendo i movimenti de’ popoli vari, e vani e instabili, al continovo vi facevano cavalcare gente d’arme, e a cavallo e a piè, ancora perchè a loro parea che i Volterrani volessono col braccio de’ Sanesi raffrenare il nostro comune: il perchè alla gente de’ Fiorentini segretamente fu comandato, che procacciassono delle castella de’ Volterrani, i quali cavalcarono a Montegemmoli, ed ebbonlo per forza, ed a il loro Montecatino, e anche l’ebbono, e così più altre castellette. I Volterrani mandarono a Firenze loro ambasciadori per i quali domandavano libertà con l’ammenda de’ loro dannaggi, eleggendo capitano di guardia di Firenze: la cosa per più giorni stette in controversia e in dibattimento. I Fiorentini che in Volterra aveano i loro ambasciadori, e il capitano, e gran parte de’ nove, e di buoni popolani la maggior parte a loro segno feciono strignere la gente dell’arme vicino alle mura di Volterra, avendo presentito che la setta che voleva i Sanesi la notte vi doveano mettere gente d’arme, e così di vero seguiva, che la notte cinquanta cavalieri e centocinquanta fanti alla condotta d’alcuno de’ Malavolti, giugnendo con la gente alla fonte presso alla terra, cadde nell’aguato de’ Fiorentini, e fu preso con tutta la gente, e facendo vista di non conoscerli, loro fu tolta l’arme e’ cavalli, ma poichè per lingua e nome si furono palesati, ripresi da’ capitani dell’impresa facevano contro al comune di Firenze, assai cortesemente fu loro renduta l’arme e’ cavalli, e rivolti per la via ond’erano venuti, con assai vergogna di loro matta arroganza e presunzione. Il popolo di Volterra di suo errore ravveduto la guardia del cassero della città diedono a’ Fiorentini. I Sanesi ch’erano in Volterra senza aspettare comiato si partirono, e’ Fiorentini del tutto rimasono signori, con certe convegne, che i Volterrani promisono in perpetuo d’avere gli amici del comune di Firenze per amici, e i nemici per nemici, e che la rocca dieci anni si guardasse per i Fiorentini, e del continovo debbino prendere capitano di popolo di Firenze; e per loro ordine hanno fatto, che da Pisa, nè nella città nè nel contado loro non possa venire uficiali nè alcuno altro d’alcuna città o terra presso a Volterra a trenta miglia; e passato il tempo di quelli nove uficiali ne furono altri. E il popolo di Volterra al tutto volle che ’l capitano di Firenze che v’era facesse tagliare la testa a messer Bocchino, e così fece una domenica mattina a dì 10 d’ottobre del detto anno, messo prima nella terra la cavalleria de’ Fiorentini con volontà del popolo, il quale la ricevette a grande onore.
CAP. LXVIII. Come il patriarca d’Aquilea fu a tradimento preso dal doge d’Osteric.
Fama era per tutta Italia per lungo tempo, la quale si trovò in fine non vera, che ’l doge d’Osteric era dall’imperadore fatto re di Lombardia, ma quale la cagione si fosse, mosse di suo paese con grande compagnia di gente d’arme, e passò nel patriarcato d’Aquilea del mese detto, dove confidentemente fu ricevuto. Il patriarca avea ripresi di sue ragioni certi paesi d’entrata di fiorini cinquemila per anno o più al patriarcato, i quali dal duca vecchio erano stati occupati al tempo della vacazione del patriarcato. Questo duca movendo questione al patriarca di queste terre, vennono a concordia di stare di ciò alla sentenza dell’imperadore suocero del detto duca: e per trarre la cosa a pacifico fine di concordia si mossono di là, e in compagnia andavano all’imperadore, ed entrati nelle terre del duca nella città di Vienna, sotto colore di fare onore al patriarca il duca li fece apparecchiare un grande ostiere, e credendo il patriarca l’altro dì con lui seguire il suo viaggio, vi si trovò arrestato e preso; e domandandoli delle terre del patriarcato, il valente patriarca, messo sua persona a non calere, fece per suo segreto e fidato messo, e con sua lettera e suggello comandamento a tutti i sudditi suoi, che per niuno caso che gli avvenisse niuna glie ne dessono. Il patriarca era messer.... della Torre di Milano, prelato antico e di buona fama. Questa fu la riuscita della grande fama del detto duca per lo reame d’Arli, la quale per più riprese fece ristrignere a parlamento i signori di Lombardia per provvedere a loro difesa.
CAP. LXIX. Di fuoco che senza rimedio arse in Roma san Giovanni Laterano.
Egli è da dolere a tutti i cristiani quello che ora sono per narrare della nobile e venerabile chiesa di san Giovanni Laterano di Roma, e ciò pare piuttosto ammirabile che degno di fede. Uno maestro ricopriva il tetto della nave maggiore della detta chiesa, la quale essendo coperta di piombo conveniva che con ferri roventi le congiunture delle piastre si congiugnessero per ammendare i difetti, ed avendo il maestro il fuoco acceso di carboni sopra il tetto, per sinistro avvenimento un poco di carbone cadde, e come che si entrasse, senza avvedersene il maestro si posò sopra una trave, e quella incese, e appresso con quella tutto l’altro edifizio senza potere essere atato a spegnere, non che grande popolo non vi traesse con ogni argomento, ma quasi come fosse volontà di Dio tutta la nave della chiesa, e tutte l’altre parti di quella, e tutte le cappelle con quella di Sancta Sanctorum arse, che nulla vi restò fuori che le mura, con danno inestimabile del costo di tale e tanto edificio: è vero che le reliquie di Sancta Sanctorum si camparono; e ciò avvenne del mese d’agosto del detto anno. Giugnendo fuoco a fuoco, in questo medesimo tempo nelle contrade di Bossina fuoco cadde da cielo, e arse gran paese senza riparo nessuno.
CAP. LXX. Del maritaggio del duca di Guales primogenito del re d’Inghilterra.
Contato avemo addietro le prodezze e grandi valentrie del duca di Guales primogenito del famoso re Adoardo d’Inghilterra, a cui vivendo la corona succedè. Costui in questi giorni si tolse per moglie una sua consobrina contessa di Chienne, la quale era di tempo, e vedova di due mariti di piccoli baronaggi, e aveva fatti più figliuoli. La maraviglia che di ciò prese chiunque sapea suo alto stato, vita e condizione, ce n’ha fatto qui fare nota, forse con iscusa alcuna.
CAP. LXXI. Come papa Innocenzio riformò santa Chiesa de’ cardinali morti per la morìa.
Erano morti in pochi dì nella corte di Roma il vicecancelliere di Preneste, il cardinale Bianco, quello d’Ostia e di Velletri, quello di Calamagna, messer Andrea da Todi detto il cardinale di Firenze, il cardinale della Torre, e quello che fu generale de’ frati minori, e un altro. Il papa volendo riformare santa Chiesa di cardinali, nel tempo delle digiune del mese di settembre dello anno ne fece altri otto: il cancelliere di Francia, l’arcivescovo di Ravenna assente, che poi morì in cammino, ed era Caorsino, l’abate di Clugnì Borgognone, il vescovo di Nemorsi Francesco, l’arcivescovo di Carcassone nipote del papa, messer Guglielmo suo referendario ch’era di Limosi, il figliuolo di messer Pietro da san Marcello, e l’arcivescovo d’Aques in Guascogna, tutti oltramontani, e niuno ne fece Italiano, dimostrando che di visitare la cattedra di san Piero a Roma era strano al tutto del desiderio e appetito degl’Italiani.
CAP. LXXII. Come il re Buscialim della Bellamarina fu morto, e delle rivolture di Granata.
Regnando Buscialim in Fessa, ed essendo tornato al regno con l’aiuto del re di Castella, certi caporali cristiani e mori del detto re si levarono senza cagione debita contro al re, e uccisonlo, dicendo, che loro non dava loro soldi, ma il vero fu, che morire lo feciono perchè egli era troppo amico del re di Castella, e la cagione si prese, perocchè avendo il re di Castella guerra col re di Granata, mosse Maomet cacciato dal detto re di Granata, che dovea essere re egli, a ritornare nel paese, e il re Buscialim a petizione di quello di Castella avea scritto a tutti i rettori delle sue terre ch’avea in Ispagna, che ubbidissono il detto Maomet come la sua persona, della qual cosa turbati i Mori uccisono il loro re Buscialim; e morto costui, feciono re un Busciente, ch’era in prigione fratello del detto re, ma non era di sana mente, e però altri governava il reame, e costoro incontanente contramandarono a’ balii delle terre di Spagna, che non lasciassono entrare Maomet in loro terre. E poco appresso, del mese di novembre del detto anno, quelli di Fessa, vedendosi avere il re smemoriato, mandarono ambasciadori a Sibilia a un giovane della casa reale di Bellamarina, il quale si stava a Sibilia con un altro suo fratello minore assai poveramente: gli ambasciadori lo addomandarono, il re di Castella li fece armare una galea e menarlo a Setta, e di là per terra il condussono a Fessa, e in ogni parte fu ricevuto per loro re, e l’altro ch’era mentecatto fu rimesso in prigione: e allora il re di Castella fece pace co’ Mori, e con il loro novello re ritenne grande amistà, e da lui ricevette ricchi doni.
CAP. LXXIII. Come la compagnia spagnuola ch’era nel vescovado d’Arli prese Vascona, e poi ne furono cacciati.
In questi dì la compagnia degli Spagnuoli ch’era in Provenza per una notte feciono una lunga cavalcata ed entrarono in Venisì, e improvviso a quelli di Vascona entrarono nella città, e uomini e femmine con arnesi con grandissimo danno e di cittadini e di forestieri recarono in preda; e intendendo così fornito a volersi partire, ma i paesani d’ogni parte sopravvennono prestamente loro addosso, e furono tanti, che per forza vinsono la compagnia, e con gran danno d’essa racquistarono la preda, e cacciaronli del paese.
CAP. LXXIV. Come si scoperse che messer Bernabò era vivo, e ’l trattato tenea del castello di Bologna.
Essendo tanto stata la fama di non sapere novelle di messer Bernabò, che li più affermavano che morto fosse per molti indizi e congetture che ciò parevano mostrare, esso in questi giorni lavorava alla coperta colla lima sorda, nulla dimostranza dando di sè, ma piuttosto ampiando la fama della morte sua, e cercava trattato, lo quale ordinato avea con uno Spagnuolo e due suoi famigli, a’ quali in grande confidanza il legato di Spagna avea accomandato la guardia del castello della porta che va verso Modena di Bologna: costui per ingordo boccone di danari per tornarsi ricco a casa l’avea promesso a messer Bernabò, e di ciò era stato il motore a messer Bernabò messer Giovanni da Bileggio mentre che là era in prigione, anzi che mandato fosse ad Ancona, e dovea averlo la notte di san Bartolommeo d’agosto: e scopersesi questo trattato per un ragazzino che venne al castellano di notte, e fu preso. Per questa cagione messer Bernabò venne in persona a Parma con duemila barbute non sapendosi la cagione nè il perchè, se non che scoperto il tradimento si tornò alla caccia, e il castellano con gli altri che gli erano consenzienti in Bologna furono attanagliati e impiccati.
CAP. LXXV. Come si scoperse in Perugia una gran congiura di notabili cittadini per mutare stato e reggimento.
Erano nella città di Perugia in questi tempi molti e molti cittadini, e gentili uomini e popolari di buone e antiche famiglie d’animo guelfo, le quali quasi del tutto erano schiusi dagli ufici e governo della città, reggendosi la terra per popolani mezzani e minuti, sotto la guida e consiglio della famiglia de’ Michelotti e di Leggieri d’Andreotto, il quale a quel tempo era il da più, e il maggiore cittadino di Perugia, e il più creduto dal popolo, e molte altre famiglie di buoni popolari e uomini singolari da molto che teneano con loro sotto il nome e titolo di Raspanti. Quelli ch’allora s’appellavano i mali contenti, e mossi e sollecitati con ammirabile astuzia da uno Tribaldino di Manfredino spirito malizioso, sagacissimo e inquieto, le cui operazioni dipoi scoperte li feciono dai suoi cittadini meritare il nome del secondo Catilina; e forse non indegnamente, perocchè facendo comparazione da città a città, non era minore quella di Tribaldino verso di sè, che quella di Catilina verso di sè. La congiura fu per lui lungamente guidata tanto copertamente e cautamente, che niuno segno se ne potè vedere nè scorgere per i reggenti, e infra l’altre sagaci cautele, che ne usò molte, fu questa, che per li parenti e amici ch’avea intra i reggenti sovente facea falsamente muovere che trattato v’era nella terra, il quale criato era, e trovato non vero, il perchè spesseggiando ai priori e a’ camarlinghi di Perugia in cui stava il tutto del reggimento, era venuto a rincrescimento e a niente che si ragionasse di trattato, nè prestavano orecchi nè davano fede: e ciò fece il malvagio traditore, perchè quando il vero trattato venisse in campo senza prendere avviso il governo della città, più certamente e più liberamente avesse l’effetto suo. Quelli cui ’l malvagio uomo trasse in congiura furono questi: messer Averardo di...... da Montesperello, messer Guido dalla Cornia, messer Alessandro....... messer Giovanni di....... da Montemellino, messer Niccolò di...... delle Mecche, messer Tivieri di...... da Montemellino, tutti cavalieri, Colaccio di Cucco de’ Baglioni, Francesco di messer Rinuccio da...... detto il Zeppa, Francesco di messer Andrea e Iacopo di messer Guido da Montemellino, Piero di Neri delle Mecche, Erculano di........ Mattiolo di....... e....... detto lo Squatrano, con altri simili in numero di più di quarantacinque gentili uomini e popolani, con seguito d’altri novantaquattro che ne furono condannati, ed oltre a quattrocento altri cittadini, i quali per non fare troppo gran fascio furono lasciati addietro. Costoro aveano fatto loro capitani Colaccio di Cucco de’ Baglioni, il Zeppa di messer Rinuccio e Mattiolo di...... e nelle loro mani aveano giurato. Costoro a un giorno preso doveano correre la piazza, e pigliare il palagio de’ priori e delle signorie, perocchè come detto è pensavano per le beffe de’ trattati non veri trovare i priori addormentati: per la città a’ loro seguaci dispersi in vari luoghi deveano fare infocare case per tenere alla bada de’ fuochi i cittadini, doveano uccidere i priori e’ camarlinghi, e qualunque innanzi loro si parasse senza riguardo d’amico o di parente. Messer Averardo dovea stare di fuori a sollecitare i loro lavoratori, e amici del contado e le loro amistà, e a ribellare delle castella. E per certo il sollecito reo uomo seguendo lo stile di Catilina avea dato ordine, che se Dio non avesse posto il rimedio a tanto pericolo, per certo la città ne venia in desolazione e tirannia. Esso Signore che tutto vede puose nel cuore a messer Tivieri da Montemellino, uno de’ principali congiurati, che lo revelasse, acciocchè tanto pericolo e male non fosse; il quale essendo quasi vicino a Leggieri d’Andreotto, sotto sicurtà della sua persona senza domandare altro merito gli rivelò il fatto, il quale di presente n’andò in palagio de’ signori, e quivi con loro, e co’ camarlinghi, e con gli altri dello stato si mise a’ ripari. Fu preso messer Niccolò delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con quattro loro masnadieri di nome, e con sette altri mascalzoni, gli altri congiurati tutti si dierono alla fuga. Seguette, che il dì di santo Michel Agnolo si fece l’adunanza generale, che noi diciamo parlamento, nella quale si determinò, che i detti cavalieri, gentili uomini e popolani, insino nel numero di quarantacinque, fossono condannati per traditori e rubelli del comune di Perugia infino...... e che altri novanta secondo loro gravezze di loro colpe fossono condannati di danari, e alcuni a stare a’ confini; gli altri per meno male passati furono sotto silenzio. Più vi si provvide, che Tribaldino guidatore e ordinatore del male, con messer Averardo, e con alquanti degli altri più focosi principali fossono dipinti ad eternam rei memoriam colle mitere in capo in piè della piazza nella faccia del casamento del maggior sindaco: e così seguitò, che messer Niccola delle Mecche, e Ceccherello de’ Boccoli con i quattro masnadieri furono decapitati, e i sette mascalzoni furono appesi; gli altri tutti ebbono bando come nell’adunanza era ordinato, e così furono dipinti quelli che doveano esser dipinti. Bollendo e ribollendo ragionevolmente la città in questo stato dubbioso e sospetto, come il male venne agli orecchi del nostro comune tantosto vi mandò ambasciadori con cento uomini di cavallo. I Pisani domandato licenza di mandarvi cento cavalieri per lo nostro contado, e liberamente ottenuto, anche vi mandarono loro ambasciadori con la detta gente, i quali co’ nostri insieme assai temperarono l’animo voglioso e crucciato debitamente de’ Perugini.
CAP. LXXVI. Come in questi giorni in Pisa ebbe gelosia di loro stato, e della difensione che saviamente ne presono.
In questi medesimi dì all’entrata d’ottobre, essendo Piero Gambacorti in Firenze, rotti i confini i quali avea a Vinegia, alquanti artefici e certi mercatanti pisani, che per lo partimento che i Fiorentini aveano fatto di Pisa e per loro cagioni, anzi quasi tutti i mercatanti forestieri che trafficavano co’ Fiorentini, e i reggenti che n’erano stati cagione udivano e sentivano costoro e molti altri di ciò rammaricare, dicendo, come al tempo de’ Gambacorti godeano la pace co’ Fiorentini, e’ guadagni del porto, e delle mercatanzie e dell’arti, e che loro era faltato e il procaccio e ’l guadagno; o che questa fosse la cagione, o che di loro sentissono alcuno trattato con Piero Gambacorti, ventidue ne presono, e a quattro de’ mercatanti feciono tagliare la testa; li altri si riserbarono in prigione, e a molti diedono i confini.
CAP. LXXVII. Come i Sanesi sotto la rotta fede ebbono la signoria di Montalcino.
In questo mese d’ottobre del detto anno, Giovanni d’Agnolino Bottoni con centocinquanta cavalieri e ottocento pedoni cavalcò improvviso sopra Montalcino per rimettervi gli usciti ch’erano suoi amici, e questo fece con ordine d’alcuno trattato ch’avea nella terra, ma i terrazzani presti alla difesa tolsono ardire di muoversi dentro a chi n’avea sentimento. Vedendo Giovanni che ’l trattato ordinato non gli venia fatto, per ricoprire sua intenzione si stava loro intorno. I terrazzani, che erano ubbidienti e in pace co’ Sanesi, maravigliandosi di questa novità mandarono a Giovanni di fuori a sapere perchè facea questo, e quello volea da loro: il savio e accorto disse, che volea che fossono in accordo col comune di Siena: i semplici terrazzani, sentendosi amici e ubbidienti al comune di Siena, elessono ventiquattro della loro terra i maggiori e più potenti che v’erano, e mandaronli per ambasciadori a Siena. Giovanni avvisò l’uficio de’ signori, come era tempo d’avere libera la signoria di quella terra, avendo appo loro li ventiquattro ambasciadori ch’erano il tutto della terra, ed egli essendo là con forza d’arme, la quale si fè accrescere, diceva di strignerli e tenerli in paura. Gli ambasciadori giunti a Siena, e fatta la riverenza, e sposta la loro ambasciata, ebbono per risposta, che non si partirebbono da Siena, che Montalcino sarebbe libero alla guardia de’ Sanesi; la cosa non potè avere contradizione, e però convenne ch’avessono libero Montalcino, e avuto, rimandarono indietro i ventiquattro ambasciadori sani e salvi, e smisurata festa in Siena se ne fece.
CAP. LXXVIII. Come i Turchi presono la città di Dometico ch’era dell’imperadore di Costantinopoli.
Del mese di novembre del detto anno, un grande signore de’ Turchi di Boccadave, sentendo l’imperadore di Costantinopoli giovane, e in discordia co’ suoi per la ragione già detta di Mega Domestico cui egli perseguitava, e altre volte essendo suo balio avea occupato l’imperio, accolse di suoi Turchi grande esercito, e vennesene ad assedio alla nobile e antica città oggi chiamata Dometico, la quale siede tra Costantinopoli e Salonicco, presso a quattro giornate a Costantinopoli, la quale appresso Costantinopoli solea essere sedia imperiale. I cittadini sentendo che Orcam con grande quantità di Turchi venia loro addosso, e non vedendo onde potesse a loro venire soccorso, inviliti (come è la volontà di Dio per la loro contumacia contro a santa Chiesa) abbandonarono la città forte e difendevole per lungo tempo, e abbondevole a sostenere sua vita. Orcam trovandola abbandonata v’entrò dentro co’ suoi Turchi, e misevi gente ad abitare e alla guardia con vittoria senza fatica, e si ritornò in suo paese con gran vergogna e vitupero e abbassamento dell’imperio di Romania.
CAP. LXXIX. Come il re di Castella mosse guerra a’ Mori di Granata, e al loro re Vermiglio.
Fermata la pace dal re di Castella a quello d’Araona del mese di settembre del detto anno, e tornato il re di Spagna in Sibilia con sua cavalleria, Maometto già stato re di Granata e cacciato dal re Vermiglio, come di sopra dicemmo, esso re di Spagna col detto Maometto cavalcò in Granata, e nel paese fece danno assai e d’arsione e di preda, e lasciato Maometto alle frontiere con sue genti e co’ cavalieri castellani a sufficienza a poter far guerra, del mese d’ottobre si tornò a Sibilia. Di poi a tempo ritornò a oste sopra il re di Granata, e stato sopra lui lungamente, in fine non avendo soccorso da’ suoi saracini del Garbo e di Bellamarina, perchè erano collegati col re di Spagna, disperato s’arrendè a quello di Spagna, il quale avuto e lui e suo reame ne fè che al re Vermiglio fece tagliare la testa, e fece re uno de’ reali della Bellamarina suo confidente, il quale da lui riconobbe il reame, e gli promesse suo aiuto e di suoi saracini in tutte sue guerre, e appresso li promesse ogni anno certo tributo.
CAP. LXXX. Come gli usciti Perugini presono per furto Civitella de’ Benazzoni, e poi l’abbandonarono.
I nuovi usciti di Perugia avendo per viltà abbandonate le loro forti tenute al comune di Perugia, in una cavalcata di due bandiere di cavalieri per furto entrarono poco appresso in Civitella de’ Benazzoni, assai forte castello e ben guernito. I Perugini di presente vi mandarono quaranta bandiere di cavalieri e con popolo grande, e puosonvisi ad oste. Gli usciti veggendosi male ordinati da potere attendere soccorso, per lo mene reo, come per furto l’aveano preso, così per furto se n’uscirono, avendo il nome la notte di quelli del campo, e ridussonsi a un castello ivi presso ch’era degli Spuletini, e quindi se ne vennono ad abitare ad Arezzo, cercando rimedii a loro fortuna.
CAP. LXXXI. Come i Bolognesi cominciarono a cavalcare sopra gli Ubaldini.
Essendo in Bologna speranza della pace, la quale parea ferma dal legato a messer Bernabò, e per tanto avendo alcuna speranza di potere sollevare le fatiche, sentendo che gli Ubaldini per tutta la boce della pace non si rimaneano di far danno e noia alla strada, cavalcarono sopra di loro, e raccolsono preda, e feciono danno nel paese. Gli Ubaldini gli lasciarono cavalcare, e ridussonsi a’ passi, e alla ritratta assalirono i Bolognesi, e rupponli, e racquistarono la preda, e vendicarono loro ingiuria. I Bolognesi all’uscita di novembre detto anno ricavalcarono con più ordine e forza sopra loro, e arsono e guastarono più e più villate, e senza contasto si tornarono a casa.
CAP. LXXXII. Del trattato delle compagnie che doveano entrare in Avignone.
La compagnia spagnuola accozzata con un’altra in Provenza aveano trattato con certi forestieri di più lingue ch’erano in Avignone come di furto potessono entrare nella città, dove speravano fare il sacco, ma non fuori di misura, con l’aiuto di quelli d’entro, che prometteano dare l’entrata, e per questa cagione di subito cavalcarono, e vennono infino presso alla città. La cosa si scoperse perchè era vogliosa, e con poco ordine e meno forza: dentro furono presi circa a trenta; alcuni ne furono decapitati, e alcuni impiccati, e la compagnia si tornò addietro senza fare altro danno, e per l’innanzi in Avignone si fè più sollecita guardia, e ciò fu all’uscita del mese di novembre del detto anno.
CAP. LXXXIII. Come i Pisani perderono Pietrabuona e vi puosono l’assedio, dove stando vollono torre Sommacolonna per incitare i Fiorentini a guerra.
Fu di sopra a suo luogo narrato, come i Pisani per soperchio d’astuzia aveano costretto i Fiorentini levare il porto da Pisa e recarlo a Talamone, e tutto ch’a’ Fiorentini sconcio e spesa fosse, tutto lietamente si comportava, mostrando a’ Pisani che poteano fare senza loro. E del fatto a littera ne seguiva quello che Piero Gambacorti detto n’avea a quelli mercatanti che al detto tempo si trovarono su il Rialto in Vinegia, dove il detto Piero era confinato quando la novella vi venne, che fu in questa maniera: Fiorentini, Fiorentini, se state fermi in vostro proponimento, Pisa in piccolo tempo diventerà un bosco: e veramente così ne seguia, perocchè essendo partiti i Fiorentini da Pisa, tutti coloro che con loro mercatavano e trafficavano, con quelli ch’a’ loro servigi rispondeano aveano fatto il simigliante, il perchè le case, i fondachi, e la terra tutti rimaneano oltre a mezza vota, e i mestieri degli artefici in gran dannaggio, onde il soprassenno de’ Pisani raccortosi di suo errore cercò per molte vie oneste e piacevoli, e a’ Fiorentini vantaggiose e onorate, di ritornarli a Pisa, e ciò non potendo ottenere, e seguendo del fatto, che quelli che teneano lo stato e governo della città n’erano caduti nell’odio e mal volere del popolo e de’ mercatanti, e stavano in paura del perderlo, avendo del continovo alla coda gli aderenti, seguaci e amici de’ Gambacorti, i quali erano di fuori e li sollecitavano; onde essi sottilmente pensarono di fare disfare due chiovi a uno caldo col fuoco della guerra, l’uno, di unire il popolo consueto nemico de’ Fiorentini e sopra modo parziale con la guerra, l’altro, che seguendo pace della guerra, come suole, patteggiare nella pace la tornata del porto: e per dette cagioni con le loro vie coperte e sagaci, per non parere d’essere i motori al rompere della pace, presono questa cautela, che una volta e più fittizziamente e simulatamente bandeggiarono di loro cittadini, contadini e distrettuali, uomini atti a cercare mutazioni e riotte, nominati e di seguito, disposti a fare piuttosto il male che ’l bene, e questi in diversi luoghi e tempi tolsono certe tenutelle del distretto del comune di Firenze di poca importanza; onde il comune secondo i tempi più volte ne mandò ambasciadori a’ Pisani, e quello ne rapportavano era: E’ ce ne pesa, sono nostri forbannuti, e loro appresso di voi semo acconci a perseguitare infino a morte e desolazione. Il comune di Firenze per non essere abominato di corrompere la pace se la portava pazientemente, e con infignere di non se n’avvedere; nè pertanto si rimaneano i Pisani di seguire la mala regola presa, cercando al continovo per questa via di torre delle terre a’ Fiorentini, e non delle peggiori, il perchè a’ Fiorentini fu forza a prendere loro costume, e con un Giovanni da Sasso famoso caporale e atto all’arme feciono tentare segreto trattato, che togliesse a’ Pisani il castello di Pietrabuona, il quale è vicino a Pescia, e così seguì, avendo prima per colorati misfatti ricevuto bando a Firenze della persona. A’ Pisani parendo loro avere ottenuto loro talento subitamente con grande ordine e sforzo assediarono il castello per forma, che niuna forza d’arme glie ne arebbe potuti levare, nè tor loro non lo racquistassono. Stando al detto assedio, veggendo non bastavano l’occulte a incitare e muovere i Fiorentini alla guerra, vennero alle aperte, e del mese di gennaio preso loro tempo si credettono furare Sommacolonna, e cavalcaronvi sforzatamente, ma non venne loro fatto. E per arrogere all’ingiuria, avendo i Fiorentini loro gente alla guardia di Pescia e dell’altre terre della Valdinievole, certi conestabili de’ loro a loro diletto usavano d’andare il dì sul poggio della Romita sopra a Pietrabuona, il quale era terreno de’ Fiorentini, e ivi si stavano a vedere badaluccare e gittare i trabocchi; i Pisani posto loro aguati li assalirono e uccisonne sette, e gli altri ne menarono a prigioni, e diedono palese e aperto principio della guerra.
CAP. LXXXIV. Come fu sorpreso il conte di Savoia dalla compagnia bianca co’ suoi baroni, e ricomperaronsi con gran quantità di moneta.
In questo medesimo tempo, essendo venuto il conte di Savoia di qua da’ monti a una sua terra che si chiama...... con molti baroni e cavalieri di sua contea, non prendendosi guardia, la compagnia bianca, la quale era vicina a quelli paesi, si mosse una notte facendo molto lungo e disordinato cammino, e sorprese il conte e’ baroni alla terra senza alcuna resistenza, salvo che ’l conte con pochi si rifuggì nel castello, gli altri tutti furono prigioni: e il conte assediato e sprovveduto, veggendosi a mal partito, trasse accordo, e tra di sè e di suoi baroni, e de’ cittadini della terra e delle cose loro, che tutto era in preda, venne a composizione di dare alla compagnia in diversi termini fiorini centottantamila d’oro, parte allora, e del resto fermezza, sicchè tutto lasciarono, e tornarsi in Piemonte.
CAP. LXXXV. La cavalcata che Piero Gambacorti fè sopra i Pisani.
Essendo Piero Gambacorti in Firenze, e avendo da’ suoi amici di Pisa sollecito conforto, che procacciasse d’appressarsi alla terra con alcuna forza, dicendo, che dove i cittadini il sentissono farebbono novità contro i reggenti, ch’erano comunemente mal voluti. Avvenendoli per caso che all’uscita di gennaio a Firenze erano col conte Niccola Unghero settecento Ungari usciti del Regno, i quali doveano andare in Piemonte in servigio del re Luigi, ma non avendo loro paga ordinata per lo re cercavano condotta, e i Fiorentini non li voleano, perchè non n’aveano bisogno, e non voleano un capo con tanta gente d’una lingua; in questo a Piero Gambacorti crebbe l’animo per lo conforto de’ suoi amici, e condusse questo conte co’ suoi Ungari, ed ebbe alcuno aiuto da certi usciti di Lucca, e seguito di più di dodici centinaia di fanti, niente essendoli contradetto dal comune di Firenze, e a dì 27 di gennaio uscirono di Firenze, e a dì 28 furono in Valdera, e certe terricciuole l’ubbidirono, e non volea far guasto nè lasciare fare preda, di che gli Ungari e i briganti n’erano assai malcontenti. I Pisani di presente mandarono a Firenze per sapere se il comune movea questo, e fu risposto di no; e per abbondante mandarono bando l’avere e la persona che niuno Fiorentino contadino o distrettuale non dovesse andare contra i Pisani, e chi andato vi fosse, sotto la detta pena se ne dovesse partire. I briganti non potendo guadagnare se ne partirono per lo disagio più che per lo bando, e rimase Piero con gli Ungari e con gli altri forestieri. Gli astuti e maliziosi Pisani vedendo che altri che Piero non era a guidare questa gente, costrinsono per forza i più intimi amici ch’avesse in Pisa, e fecionli scrivere da più parti a un modo, che si dovesse guardare la persona, perocchè gli Ungari aveano trattato di darlo preso a’ Pisani, e d’averne fiorini ventimila d’oro. Egli era a Peccioli quando le lettere di più parti li vennono, cominciò a dubitare, e a stare a riguardo, e vedendo l’adunanze degli Ungari parlare insieme, e non intendendoli, pensò che eglino il dovessono pigliare, e vedendosi presso a Volterra, senza congio con sua gente diè degli sproni al cavallo, e partissi dagli Ungari. Fu detto che alcuni il seguitarono, ma il vero fu poi certo che tutto fu fatto a mano per l’astuzia de’ Pisani. Gli Ungari il primo dì di febbraio senza far danno in alcuna parte si ritornarono a santa Gonda, e poi a Firenze.
CAP. LXXXVI. Come il re Luigi prese le terre di messer Luigi di Durazzo e lui mise in prigione, e trasse del Regno la compagnia.
Era Anichino di Bongardo stato lungamente stretto dagli Ungari in certe terre che teneano di messer Luigi di Durazzo, e non avendo potuto guadagnare erano in male stato, e cominciando a perdere delle terre vennono a patti d’avere sicurtà dal re, e uscirsi del Regno sotto la sua guardia e sotto la sua bandiera, e così fu promesso, e fatto a ciò fine. A messer Luigi dopo questo si rubellò sant’Angiolo, ed egli vedendosi povero e mal parato si rendè al re Luigi suo cugino, e venuto a Napoli, rendute tutte sue terre, fu messo in prigione nel castello dell’Uovo, sperandosi per molti che il re li dovesse perdonare, ma la sua fortuna dopo la morte del detto lo fece morire in prigione. Anichino con la sua compagnia assai male in arnese, alla condotta di certi baroni del re, com’era promesso, del mese di gennaio del detto anno uscì del Regno.
CAP. LXXXVII. Come le compagnie si partirono di Provenza.
In questo medesimo mese di gennaio, le due compagnie ch’erano in Provenza presono accordo co’ paesani per certa quantità di danari, e l’una se n’andò verso la Francia, e l’altra tenne in Borgogna, chiamata da certi baroni di Borgogna, perocchè era morto il loro duca, e temeano del re di Francia.
CAP. LXXXVIII. Come fu sconfitta la gente del re di Castella dal re di Granata.
Avendo lasciato il re di Castella in Granata lo re Maometto che n’era stato cacciato, e con lui il maestro di Ialatrenu, il detto maestro avendo quattromila cavalieri spagnuoli e gran popolo seco, badaluccando con la gente del re Vermiglio di Granata, con mala provvisione ringrossò il badalucco: il re mise loro addosso subitamente molta gente a cavallo e a piè, e combattendo insieme lungamente, in fine i Mori sconfissono quelli di Castella, e presono il capitano e più altri caporali, e de’ Castellani vi rimasono morti in sul campo tra cavalieri e pedoni più di tremila, li milleottocento cavalieri; e avuto il re Vermiglio questa vittoria, del mese di gennaio 1361, prese baldanza, e corse colle sue genti in sulle terre del reame di Castella, facendo spesso danno e vergogna al re di Spagna.
CAP. LXXXIX. Come per vendicare sua onta il re di Spagna andò sopra il re di Granata.
Del mese di febbraio del detto anno, il re di Castella sdegnato e infellonito contro al re Vermiglio, e contro ai suoi Mori, in furore dell’animo suo uscì di Sibilia a dì 20 del mese, avendo prima fatto comandamento di cuore e d’avere che catuno che potesse portare arme il dovesse seguire in sul terreno di Granata, e subito vi si trovò con diecimila cavalieri e trentamila pedoni in arme da combattere, e oltre a duemila carrette con vittuaglia e dificii da combattere le terre: e combattendo le castella, per infino a dì 22 d’aprile 1362 prese dieci forti castella piene e ubertuose, e molte altre ville di minore fortezza, e gli uomini tutti fece servi e schiavi, e quelli si difendevano erano morti, e quelli si rendevano salvi: per questo avvedendosi i Mori di Malica e di Saletta che lo re di Castella era per divenire loro signore, per non essere sottoposti a’ cristiani deliberarono di rimettere Maometto, ch’era con il re di Castella, in re di Granata, e incontanente lo misono in Malica, e poco appresso in Granata, e lo re di Spagna contento di questo, avendo fornite le terre prese, e ritenendole in sua guardia, si partì di Granata, e tornossi in Sibilia.
CAP. XC. Come messer Bernabò si credette avere Reggio per trattato.
Messer Bernabò mostrandosi poco contento della pace promessa a santa Chiesa, e usando parole contro il fratello messer Galeazzo, dicendo, che egli avea fatto più che da lui non avea avuto in mandato intorno alla pace, dando intendimento di volere fare maggior guerra a Bologna, accolse molta cavalleria di sua gente, e in persona con essa ne venne a Parma del mese di febbraio del detto anno, avvisandosi per tutto che dovesse andare sopra Bologna, ed egli avea trattato d’avere Reggio, ed entrarono dentro nella città circa a cinquemila masnadieri. Messer Feltrino avvedendosi della baratta, avendo grande ardire e gente poca, si fedì francamente fra loro; i masnadieri inviliti per tema di maggior forza vedendo l’ardire pensarono a campare, e molti ve ne furono morti e presi: sentitosi la novella, messer Bernabò si ritornò addietro. Appreso messer Bernabò che ’l verno era già passato, e che il tempo atto alla guerra ne venia, e che la mortalità era a lui riuscita con grande acquisto per quelli che morti erano senza eredi, i beni de’ quali erano incorporati alla camera del comune la quale era sua, e sentendo che la Chiesa era in poco podere di gente d’arme, e Bologna mal fornita, cominciò a domandare cose che mai non erano state, non che addomandate, ma nè pensate, e perciò mandò a corte di Roma suoi ambasciadori per terminare le dette domande; e infra l’altre arroganti domande fece chiedere che voleva il figliuolo arcivescovo di Milano, e volea che per decreto e rescritto papale l’elezione dell’arcivescovo fosse di elezione della casa de’ Visconti di Milano, e voleva il vicariato dell’imperadore, ed essere da lui restituito in tutte le sue dignitadi, e che lecito li fosse potere guerreggiare ogni terra e signore, fuori le terre della Chiesa, con patto che la Chiesa non se ne travagliasse, e non desse a quelle le quali egli guerreggiasse nè favore nè aiuto in alcuno modo, mettendo per sospetti i signori e comuni nominati per la guardia di Bologna, tanto ch’egli fosse pagato, e volea che la città di Bologna si guardasse per i Pisani; e domandando queste, e altre cose sconce e villane, al continovo non cessava di crescere la gente dell’arme sopra la città, e di guerreggiarla scorrendo tutto giorno fino alle porte. La Chiesa i patti che domandava con suo onore accettare non potea, e non si potea difendere dalla forza del tiranno nè dalla superbia sua, ricorse a Dio con singolare orazione comandata per tutta la cristianità, e la misericordia sua tosto vi provvedè di salutevole consiglio, come seguendo nostra leggenda trovare si potrà.
CAP. XCI. Come i Pisani feciono cosa da incitare i Fiorentini.
All’entrata del mese di marzo 1361, i Pisani feciono cavalcare lor gente a piè e a cavallo nella Cerbaia distretto de’ Fiorentini, e levarono preda di bestiame minuto, e condussonlo al Cerruglio. I Fiorentini di ciò sdegnati feciono della lor gente di Valdinievole cavalcare infino alle porti di Montecarlo, e la notte misono gente in aguato in Pietrabuona, ma i Pisani se n’accorsono, e ritennonsi dentro al battifolle, onde la gente de’ Fiorentini si ritornò in Pescia. Queste furono assai picciole cose, e poco degne di memoria, ma per quello che per questi inzigamenti dipoi ne seguì, che furono grandi cose, l’animo nostro ha patito di porre questi lievi principii.
CAP. XCII. Dell’operazioni delle compagnie in questi tempi.
Tornando a’ tormenti delle compagnie, in questi giorni del verno avanti alla primavera, la Compagnia bianca col marchese di Monferrato acquistate più castella le quali si teneano per messer Galeazzo nel Piemonte, e più feciono loro cavalcate infino a Pavia passando il Tesino, e quivi stati più giorni si ritornarono in Piemonte. La compagnia la quale era in Borgogna capitanata dal Pitetto Meschino, uomo alvernazzo e di niente, e per sua prodezza e maestria di guerra montato in grande stato e pregio d’arme, prese in Borgogna più terre, dove s’adagiò con la sua brigata, conturbando forte tutta la parte del re di Francia, riguardando sempre tutti quelli che al re erano contrari, il perchè il re condusse la compagnia delli Spagnuoli per cacciare il Pitetto Meschino di Borgogna, i quali Spagnuoli ne’ detti giorni erano in Berrì, e condotti, così faceano di male ad amici come a nemici, dove stendere potessono le mani senza guastare il paese o uccidere. La compagnia d’Anichino di Bongardo uscita del Regno, e condotta da messer Bernabò, in questi giorni se ne venne in Toscana per andare sopra Bologna. Così e molto più era intrigata e avviluppata la cristianità dalle maladette compagnie in questi tempi.
CAP. XCIII. D’una cometa ch’apparve di marzo nel segno del Pesce.
Del mese di marzo del detto anno, apparve tra ’l levante e ’l mezzodì sul mattutino una cometa nel segno del Pesce Con la coda lunga di colore cenerognolo, la quale alcuni astrolaghi dissono ch’era chiamata Ascone. Quello che di sua influenza si vidde fu, che il verno, fu bellissimo e asciutto, e non troppo freddo, atto molto alla sementa e coltivamento della terra; la primavera fu fresca e umida, e la state temperata d’acque, onde ne seguì grande abbondanza. E a dì 8 d’aprile l’anno 1362, alle due ore del dì, essendo l’aria serena e chiara uno grande tuono si sentì in aire, lo quale molto fece maravigliare la gente, e innanzi li venne un baleno con vapori incesi, che caddono in Firenze sopra il fiume d’Arno e da santa Maria in Campo senza fare alcuno danno, e l’aria rimase serena e chiara che era.
CAP. XCIV. Come la Compagnia bianca prese Castelnuovo Tortonese.
Del mese di marzo la Compagnia bianca essendo di lungi al contado di Tortona per tanto di spazio, che i paesani non aveano riguardo, partendosi di giorno, e cavalcando verso la notte, feciono a gente d’arme smisurato viaggio, e in sul dì seppono sì fare, che la mattina entrarono anzi dì di furto in Castelnuovo Tortonese, e come furono dentro, chi si volle difendere uccisono, il perchè i morti si trovarono sopra a trecento: il castello era bene di milledugento uomini. Sentito ciò messer Galeazzo v’andò con più di tremila cavalieri e bene quindicimila pedoni, e tutto che li paresse essere bene in apparecchio da combattere co’ nemici non s’attentò di mettersi a partito, ma fornì le castella d’attorno, e tornossi a Milano.
CAP. XCV. Come la compagnia del Pitetto Meschino sconfisse l’oste del re di Francia a Brignai.
Lo re di Francia infiammato d’onta contro la compagnia del Pitetto Meschino d’Alvernia suo picciolo servo fuggito, nonostante che avesse condotta la Compagnia spagnuola contro a loro, la quale ancora non era giunta in Borgogna, radunò prestamente del mese di marzo un’oste di bene seimila cavalieri franceschi, e tedeschi e di altre lingue che erano in Francia, e fattone capitano messer Giacche di Borbona della casa di Francia con quattromila sergenti gli mandò in Borgogna. E in que’ giorni la compagnia del Pitetto Meschino avea preso un castello del re che si chiama Brignai, e lasciatovi alla guardia trecento di sua compagnia, ed egli con tremila barbute e duemila masnadieri i più Italiani ch’erano in sua compagnia era cavalcato nel contado di Forese, facendo loro procaccio: in questo il duca di Borbona con l’oste sua giunse e puosesi a campo a Brignai, credendolosi in pochi giorni racquistare: e così standosi all’assedio baldanzosamente, e senza debita provvisione e con poco ordine, avendo con l’animo grande a vile il loro avversario, il Pitetto Meschino maestro e pratico di arme con la brigata sua vogliosa di zuffa, e ardita e bene in punto, essendo lontano da Brignai giornata e mezzo, avendo lingua come i Franceschi con molto disordine si reggevano a campo, confortata sua brigata, e animata della gran preda, con sollecito studio di cavalcare raccorciando i cammini, avanti al giorno di più ore giunse al campo sopra gli sprovveduti Franceschi, e senza alcuno arresto gli assalì con grande tempesta e romore; onde tra per le terribili grida, e per lo subito e sprovveduto assalto i Franceschi bairono, e mancarono di cuore, e non di manco ciascuno come meglio poteo ricorreva all’armi per difendersi, ma quelli della compagnia gli percoteano, e gli sollecitavano sì con l’arme, che non gli lasciavano far testa; e così quell’oste ove avea tanti baroni e valenti cavalieri sventuratamente fu rotta e sbarattata, con molti di loro morti e magagnati: quelli che camparono con loro cavalli e arnesi quasi tutti vennono in preda del vassallo del re di Francia Pitetto Meschino. Messer Giacche duca di Borbona fu a morte fedito di più fedite, ed essendo preso, vedendo che era per morire fu lasciato alla fede, e portato a Lione sopra a Rodano in pochi giorni passò di questa vita. Preso rimase il conte di Trinciaville, il conte di Forese, il maliscalco di Dunan, l’arciprete di Guascogna altra volta stato capo di compagnia, messer Broccardo di Finistagion Tedesco capitano di millequattrocento barbute, messer Amelio del Balzo, e il conte di Clugnì, tutti signori e gran baroni, e assai d’altri signori e cavalieri banderesi de’ quali uscì grande tesoro a riscatto. I soldati furono lasciati alla fede, e quelli che in sul campo furono morti o fediti lasciarono portar via. La valuta della preda fu tanta, che la compagnia se ne fè ricca: e per questa vittoria presono tanto d’audacia e d’ardire, che in grande tremore stette la corte di Roma, usa di essere pettinata dalle compagnie, che non corressono sopra Avignone, ma tanto dimorò la compagnia in Borgogna ch’ebbono i danari che si riscattarono i baroni e’ cavalieri. Lo re di Francia sentita questa novella sopra modo si turbò di cuore, e osò dire, che mai non ristarebbe, ed eziandio con porre la sua persona al pari d’un soldato, che dell’onta ricevuta si vendicherebbe. E per non avere più a tornare sopra la presente materia per infino che altra gran cosa non seguisse, il Pitetto Meschino e quelli di sua compagnia udite le minacce del re, per accrescere il dispetto e l’onta, mostrando d’avere il re e le sue parole a vile, del mese di giugno appresso se n’andarono vicini a Parigi, facendo gran preda e danni a’ paesani d’intorno alla città. Io non mi posso tenere, che io non dica qui per gl’intendenti ragionatori si misuri la gloria vana e fallace degli stati mondani; ma nella presente materia quelli massimamente che hanno avuto notizia della eccellenza del reale sangue di Francia, per cui al presente è tanto vilmente calcata: e certo il Pitetto Meschino è di sì oscuro luogo nato, che fuori del sapere che egli è Alvernazzo, non si sa chi fosse nè madre nè padre: e questo basti.
CAP. XCVI. Come fu fermo lega dalla Chiesa e i signori di Lombardia contro a messer Bernabò.
Veggendo gli altri signori della Lombardia la pertinacia di messer Bernabò intorno al racquisto di Bologna, e che per averla di sua fede e promessa mancava a santa Chiesa, nelle loro menti presono concetto, che se vincesse Bologna a loro non perdonerebbe, stimando che con cagioni controvate contro a loro volgesse la guerra con assai più vicino e possente braccio. Il perchè entrati in sospetto e paura, con loro segreti ambasciadori cercarono di far lega e tra loro insieme con la Chiesa di Roma; e nel trattato occorse che il signore di Verona diede la sorella per moglie al marchese di Ferrara; e fornito il parentado per modo che non potea tornare addietro, il signore di Verona come a stretto parente il fè con festa a sentire a messer Bernabò, il quale udito il fatto a maraviglia se ne turbò, dicendo: Io son fatto cognato di uno sterpone. Il marchese con tutto che di ciò avesse obria era d’animo nobile e valente uomo, magnanimo e di grande cuore, e compare di messer Bernabò, e molto l’avea servito contro alla Chiesa nella guerra di Bologna, dando libero il passo a sua gente d’arme, el a suo piacere vittuaglia e per acqua e per terra. Fermato il parentado intra i detti due signori, del seguente mese d’aprile lega e compagnia si fermò tra il legato di Spagna in nome di santa Chiesa e il signore della Scala, e il signore di Padova, e il marchese di Ferrara; e la taglia della gente della lega fu in nome di tremila cavalieri, de’ quali la Chiesa dovea pagare i millecinquecento cavalieri, e ciascuno degli altri cinquecento per uno: e oltre a ciò ne’ patti della lega promesse ciascuno a loro difesa, e della città di Bologna, e all’offesa di messer Bernabò, e d’ogni qualunque che contro alla lega facesse. E stando le cose in questi termini, messer Bernabò mandò al Finale navilio grande con molta vittuaglia per fornire le castella ch’avea sul Bolognese, e il marchese la fece volgere indietro. E appresso i detti signori di concordia per loro ambasciadori mandarono a dire a messer Bernabò, ch’a lui piacesse non volere fare più guerra alle terre di santa Chiesa, con ciò fosse cosa che d’allora innanzi con tutto loro sforzo si porrebbono alla difesa di questa lega: il superbo tiranno ebbe singolare e altero sdegno, e nelle sue rilevate parole molto gli avvilì, usando queste parole: Essi sono matti fantisini: e seguendo col fatto l’altero parlare, a catuno di loro per derisione mandò dono di vasellamento d’argento, de’ quali nello smalto di quelli da Verona era una scala appesa a un paio di forche, in quelli del signore di Padova erano colombi volanti, in quelli del signore di Ferrara una ferza, giusta la considerazione della sua vana e superbia fantasia; ma in picciolo tempo le cose seguirono in forma, che per opera vedere si potè che non avea a fare con fantisini, ma con valenti e savi signori, come seguendo nostro trattato racconteremo.
CAP. XCVII. Come fu morto il re Vermiglio di Granata.
E’ ne pare venire a scrivere cosa assai disusata e sconvenevole non che a re cristiano, ma a qualunque barbaro, ma quale è scriver la ci conviene. Sentendo il re Vermiglio di Granata come i Mori aveano sopra sè per loro re esaltato Maometto, cui egli avea altra volta del reame cacciato, conobbe che non potea resistere a Maometto avendo seco il re di Castella, e però mandò al re di Castella in Sibilia, e gli domandò sua sicurtà e fidanza, con dire di volere venire a sua ubbidienza. La sicurtà data gli fu libera e piena; ma chi il re volle scusare del gran tradimento disse, non seppe che per parte del re domandato fosse il salvocondotto, nè che per lui dato non gli fu. Costui, quanto che fosse Saracino, lasciato il reame a Maometto, con quattrocento tra di suo sangue, e amici e di suo seguito, con molta ricchezza, sotto la fidanza del salvocondotto, se ne venne a Sibilia là dove era Pietro di Castella re, e a dì 20 del mese d’aprile, gli anni Domini 1362, venne davanti al re, e gli si gittò a’ piedi con grande reverenza e umiltà. Il re con buono viso il vide e ricevette, e nella Giudecca, che è luogo di grandi abituri e d’intorno murato, lo mise, e quello luogo assegnò a lui e sua compagnia, e in quel giorno gli mandò e doni e presenti amichevolmente: dipoi venuta la notte lo detto re Pietro fece prendere lo re Vermiglio e sua compagnia, e rubare tutto loro tesoro, e arme, e cavalli e arnese, e loro tutti mettere in buone prigioni con buone catene: loro tesoro recò tutto a sè, che passò la stima di ottocento migliaia di fiorini d’oro. E il sabato appresso a dì 24 d’aprile, il re Pietro fece menare davanti da sè il detto re Vermiglio in Tavolata, che è un campo fuori della città di Sibilla forse una balestrata, in su un asino, e con lui appresso tre de’ suoi maggiori baroni, gli altri, ch’erano quarantuno, tutti grandi Saracini, tutti legati a una fune; lo re Pietro a cavallo con molti suoi baroni e cavalieri con lance in mano, e colle spade a lato, avendo i Saracini al campo legati, lo re in prima lanciò e fedì in prima lo re Vermiglio, e gli altri appresso gli altri, e in poco d’ora tutti furono tagliati a pezzi in sul campo, e le teste loro fece a Maometto presentare; tutti gli altri ch’erano con lui fè servi. Questo re Vermiglio fu colui che cacciò e volle uccidere il re Maometto, e fatto re un giovane fratello del detto re Maometto il fè morire. È fama che tutti quelli che morti furono in Tavolata erano stati al re Vermiglio aiutatori, consigliatori e favoreggiatori.
CAP. XCVIII. Come il re Maometto di Granata si fece uomo del re di Castella.
Avendo il re Maometto ricevuto il ricco e famoso presente della testa del re Vermiglio suo nemico, e de’ quarantaquattro suoi seguaci i quali aveano morto il fratello, riconoscendo come per operazione del re Piero di Spagna egli era ritornato nel suo reame di Granata, di presente mandò suoi ambasciadori con pieno mandato al re Piero, i quali li sommisono il reame di Granata, e da lui in vece e nome del re Maometto come da superiore lo riconobbono, e lo re Maometto ne feciono suo uomo, e omaggio glie ne fece, e in segno della sommissione del reame a loro usanza li mandò pennoni di tutte le sue buone città e terre; e oltre a questo li presentò ricchi doni, e con essi tutti i cristiani ch’erano in suo reame fu donato loro libertà per amore del detto re.
CAP. XCIX. Principio di guerra dai collegati a messer Bernabò.
Fermata la lega tra santa Chiesa e’ signori di Lombardia, come scritto è di sopra, anzi che altro movimento per i collegati si facesse, messer Bernabò mandò sue genti sopra il signore di Verona verso il Lago di Garda, il perchè i collegati in questo tempo del mese di maggio con duemila cinquecento cavalieri della lega, e con assai gente da piè, mossono da Modena per occupare il passo a messer Bernabò, sicchè non potesse mandare a fornire le castella che tenea sul Bolognese; e stando questa gente a campo, quella di messer Bernabò venne sul terreno di Modena, e puosesi dove già fu un castello che si chiamò Solaro, il quale era sopra il canale di Modena, e perchè era nelle valli in luogo infermo era abbandonato, e in su quello castellare fè porre una forte bastita, e quindi avea balía da potere ire alle castella del Bolognese. La cavalleria della lega si pinse innanzi verso Reggio, e puosonsi a un altro castello abbandonato similmente detto la Massa, che anche è sul passo, essendovi ancora gli antichi fossi pieni d’acqua gli afforzarono; onde Anichino di Bongardo, ch’era a Solaro con l’oste di messer Bernabò, avendo vittuaglia per fornire Castelfranco, e l’altre castella del Bolognese, la si ritenne per l’oste sua, non sperando poterne avere stando ferma la bastita della lega. Vedendo messer Bernabò che la lega era contro a lui ben fornita, e potente di gente e di danari, si pentè d’avere sconcia la pace colla Chiesa, e di presente mandò lettere a’ suoi amici e protettori in corte, e appresso ambasciata con cercare si fermasse la pace, levando via tutti gli articoli ed eccezioni che posti avea, e l’altre disoneste dimande, rimettendo Bologna nelle mani de’ Fiorentini, o di cui il papa volesse. Il papa era contento, non avendo ancora che fosse ferma la lega, ma in quello stante le lettere del legato vennero al papa, come la lega era ferma e possente a resistere al tiranno, e avute queste novelle, il papa e’ cardinali al tutto rinunziarono di fare la volontà di messer Bernabò, e seguirono loro processo, e feciono lui e chi gli desse aiuto o favore scomunicato, e nominatamente gli Ubaldini, i quali tennono con lui contro alla città di Bologna. Avendo messer Bernabò mandato a corte, anche scrisse al comune di Firenze scusandosi, che per lui non rimanea il seguire della pace, e che la guerra non venia da lui.
CAP. C. Come e quando morì Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme.
Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme, signore d’assai sconcia e dissoluta vita secondo che richiede la reale maestà, tocco da divina spirazione, quasi consapevole di sua morte vicina, lasciando l’usate vanitadi, punto dal giudicio di sua coscienza, per penitenza e ammenda de’ suoi misfatti e difetti si mise umilmente in pellegrinaggio, e andò a visitare i corpi de’ gloriosi apostoli, di messer san Bartolommeo il quale è a Benevento, quello di san Matteo lo quale giace a Salerno, e quello di sant’Andrea il quale sta ad Amalfi, secondo che nel paese certamente si tiene per antica e indubitata credenza: e di tale viaggio tornato a Napoli cadde in malattia, e come piacque a Dio, senza disporre altrimenti de’ suoi fatti, dicendo che niente avea di suo da testare, ma che tutto era della reina Giovanna, anzi il principio del dì a dì 26 di maggio, il giorno della santa Ascensione, rendè l’anima a Dio, e in quel dì fu sepolto con reali esequi a....... avendo tenuto il regno dieci anni forniti dal giorno di sua coronazione. Signore fu di poca gravezza e meno d’autorità, e in aspetto e fatto senza scienza alcuna, e in fatti d’arme poi fu re poco si travagliò. Poco amore portò al suo sangue; il fratello aggrandì più per paura che per carità, i cugini trattò male, e per forza li si fece rubelli. Fu di sue promesse mendace e di ciò come di virtù si vantava sovente. Coloro ch’erano più scellerati peccatori de’ suoi baroni appresso di lui erano del più segreto consiglio e di maggior potenza, e con loro non avea onorevole conversazione di vita. Mobile fu, timido e pauroso ne’ casi dell’avversa fortuna, perocchè appresso di sè non volea uomini virtudiosi nè d’autorità. Molto era cupido di fare moneta, e la giustizia mollemente mantenea, e poco si facea temere a’ suoi baroni. Con il suo balio messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco, e da cui a’ suoi bisogni avea aiuto e consiglio alle grandi cose, molte volte per punzellamenti e malvagi conforti de’ suddetti suoi baroni venne in sospetto, e quando la virtù di colui s’allungava dalla corte i fatti del re andavano male. Alla reina facea poco onore, e o per suo difetto, ch’assai n’avea, o per fallo della reina, molte volte come una vil femmina in grande vituperio della corona la battea, e di quello ch’era suo non le lasciava fare nè a sè nè ad altrui il debito onore. Delle magnifiche cose che a lui parea aver fatto a tempo di guerra e di pace tanto si lodava e vantava, che ogni uomo che l’udia tediando facea maravigliare; e di tali frasche fece comporre scritture d’alto dittato, compiacendosi nelle proprie lusinghe.
CAP. CI. Come i Fiorentini vollono difendere Pietrabuona, e non poterono.
Nel 1362 a dì 18 di maggio, i priori di Firenze raccolsono un parlamento d’oltre a seicento cittadini, nel quale spuosono i termini in che stava Pietrabuona, e come quelli che la teneano data l’aveano al comune di Firenze, e come i signori l’aveano presa a parole, pensando se si difendesse dalla forza de’ Pisani per quella riavere o Sovrana o Coriglia, terre da’ Pisani nel vero copertamente e maliziosamente tolte al comune di Firenze; non ostante che poco dinanzi per i detti signori fosse stato risposto agli ambasciadori pisani, che ’l comune non se ne travagliava, e più come ne’ prossimi giorni i Pisani aveano cavalcato sopra il terreno di Barga terra accomandata al comune di Firenze, e dandovi il guasto arando i seminati con più di cento paia di buoi, e tagliando loro gli alberi dimestichi, e le vigne e’ castagni, e come a undici soldati del comune di Firenze in sul distretto del comune di Firenze, i più conestabili, stando senza arme a vedere gittare i trabocchi in Pietrabuona, rabbiosamente ai più aveano tolta la vita e gli altri fatti prigioni; e recando alla mente le altre più gravi ingiurie per lo comune pazientemente passate con infignersi di non vederle, nonostante che poco dinanzi al detto parlamento per i signori di Firenze risposto fosse agli ambasciadori di Pisa, che de’ fatti di Pietrabuona il comune di Firenze non s’intendea di travagliare, si diliberò di concordia di tutto il detto consiglio che Pietrabuona e sua difesa si prendesse. In questi giorni avvedendosi i Pisani che i masnadieri di Pietrabuona erano caldeggiati dalla gente de’ Fiorentini, con molta più sollecitudine e studio procurarono di racquistarla, e combattendo con dodici trabocchi per dì e per notte tutta la macinavano. Dopo il partito preso della difesa, secondo il giudicio di molti intendenti, la difesa era presta dove il comune avesse fatto afforzare il poggio della Remita, che soprastava i battifolli de’ Pisani, ed era del distretto del comune di Firenze, ma nel tardare preso fu e guardato per i Pisani; e i Fiorentini in sul loro terreno dirimpetto a Pietrabuona, la Pescia in mezzo, puosono un battifolle che dava l’entrata e l’uscita libera agli assediati, il perchè molto se ne renderono sicuri quelli d’entro, ma dalli dificii i quali continovo il dì e la notte gettavano non poteano essere atati, e all’uscita di maggio vi cominciarono a gittare fuoco temperato, che eziandio offendeva alle pietre, e tanto spesso l’una pietra su l’altra venia disfacendo il castello, e offendeano alle persone, che ai pochi difenditori che stare vi poteano toglieva il vigore alla difesa. Oltre a queste continove battaglie i Pisani levarono un castello di legname sotto la guardia di loro battifolli, un’arcata vicino alla torre della rocca, contro al quale i Fiorentini feciono dirizzare un trabocco che l’avrebbe spezzato, se ’l maestro che ’l conducea fosse ito con fede a’ Fiorentini, ma era Aretino, e d’animo ghibellino, e però non adoperò quello ch’avrebbe potuto; i maestri dal lato pisano avendo alli quattro dificii giuntone uno più grosso, quello de’ Fiorentini sconciarono. In questi dì messer Bonifazio Lupo da Parma, chiamato da’ Fiorentini per tenere luogo di capitano, giunse a Firenze, e di presente andò a vedere il sito di Pietrabuona, e il modo e forma di suo assedio, e veduto ed esaminato tutto, scrisse a’ signori di Firenze che impossibile gli parea la difesa, e ciò fu a dì 4 di giugno; e a dì 5 del mese, il dì della Pentecoste, i Pisani, ch’erano presso al trarre delle balestra, con loro battifolli, con tutta loro forza di gente d’arme, e d’assai buoni balestrieri, movendo loro castello il condussono fino alla rocca. Quivi secondo il suo essere fu l’aspra battaglia a petto a petto, e non di manco li dificii de’ Pisani traevano sì temperati che loro genti non offendeano, e quelli del castello non lasciavano scoprire alla difesa; vollono gittare il ponte del castello del legname in su la torre di là, ch’era più bassa che il castello, e il ponte fu corto, e la difesa grande per l’operazione de’ buoni balestrieri d’entro, e durata questa pugna per spazio di parecchie ore, i Pisani si ritrassono addietro col castello del legname; quelli di Pietrabuona affannatisi ritrassono a rinfrescare, e non pensando per quello rimanente del giorno avere più battaglia, non di meno al soccorso loro erano tratti i cavalieri e’ masnadieri, quelli che stare vi poteano coperti da’ trabocchi. I Pisani in questo riposamento rallungarono il ponte al castello, e con più asprezza ritornarono alla battaglia, e condotto il castello lungo la rocca, gettarono il ponte in su la torre, ma per questo non si curavano quelli d’entro, che ben poteano tre a tre combattere; ma quale che si fosse la cagione quelli d’entro invilirono, e quelli ch’erano venuti al soccorso incominciarono a abbandonare il castello, e quelli ch’erano di que’ d’entro i caporali pensarono a volere salvare danari e altre cose sottili ch’aveano nella rocca, e però affocarono la torre e abbandonarono la difesa, onde i Pisani francamente presono la terra, e cui giugnere vi poterono misono al taglio delle spade, intra i quali fu Nieri da Montegarulli antico e pregiato masnadiere, il quale essendo arrenduto alla fede vi fu morto, e altri presi e feriti: coloro che l’altro dì v’andarono pe’ morti, e per ricogliere i prigioni, sopra i corpi de’ morti prendendoli furono morti, e simile i ricomperatori. La gente de’ Fiorentini abbandonato il battifolle e arso con non poca vergogna si tornarono a Pescia. Di questa vittoria la gloria e la burbanza de’ Pisani troppo fu sopra modo, e la befferia smisurata, e la festa tanto grande, che dove avessono acquistato una provincia non l’avrebbono potuta fare maggiore, dispettando e avvilendo i Fiorentini, e per loro lettere, e oltre a ciò aprendo quelle de’ mercatanti fiorentini di loro mano v’aggiugneano villane e ontose parole del nostro comune. I loro anziani e governatori posto il senno dall’uno lato osarono dire, che se i Fiorentini avessono cuore a muovere guerra, che i loro soldati ne legherebbe tre uno di loro, e se v’andassono i cittadini, li vincerebbono e legherebbono le femmine loro, e molte altre altere e brutte parole con la testa levata usarono contro il comune di Firenze per muoverli a cruccio e impresa di guerra, ignoranti delle rivoluzioni della fortuna, la quale per guerra assai loro apparecchiò di male.
CAP. CII. Come quelli della valle di Caprese furono traditi dagli Aretini.
Del mese di maggio, quelli della valle di Caprese con l’aiuto di loro vicini e amici tanto seppeno adoperare, che presono la Rocca cinghiata la quale era de’ Tarlati, e teneano questa e la rocca del Caprese, e con gli Aretini s’erano accordati di torre da loro potestà, e di dare loro ogn’anno certo censo riconoscendoli per maggiori, e doveano i nemici degli Aretini avere per nemici, e gli amici per amici, e li Aretini li doveano in loro stato conservare e difendere. Stando così gli Aretini infintamente feciono l’oste bandire sopra un castello di quelli da Pietramala, e richiesono quelli della valle di Caprese d’aiuto, i quali liberamente di buona voglia elessono di loro fanti dugento più eletti e pregiati, e uscito il podestà d’Arezzo coll’oste quelli della valle Caprese s’aggiunsono con lui, ed egli vedendosi costoro tra le mani ne presono centoventi, gli altri fuggendo camparono. Presi gli amici gli amici per questa via, e mandati ad Arezzo, la gente degli Aretini col podestà entrò nella valle di Caprese, e menarono a tondo guastando e consumando ciò ch’era in quella; rifuggiti i paesani alla rocca, la quale era da guatarla e lasciarla stare. Gli Aretini avendo i prigioni domandavano la rocca; i Caprigiani con franchi animi si dispuosono di volere innanzi morire, e di vedere i loro prigioni morire, che volessono le rocche dare agli Aretini, e di presente mandarono sindaco con pieno mandato per darsi al comune di Firenze, il quale stette sopra quindici dì in Firenze per ciò fare: gli Aretini con loro ambasciadori storpiarono che il comune non fece l’impresa, dicendo che le rocche erano in punto che contra loro non si poteano tenere, e che il loro comune era amico e fedele del comune di Firenze, e che avendo essi le rocche l’aveano i Fiorentini, e in breve tanto seppono dire e operare con gli amici loro, che ’l comune non li tolse, il perchè di poi si dierono a’ Perugini, e da loro si trovarono ingannati, come appresso a suo tempo diviseremo.
CAP. CIII. Della mortalità dell’anguinaia.
In questi tempi, del mese di giugno e luglio, l’usata pestilenza dell’anguinaia con danno grandissimo percosse la città di Bologna, e tutto il Casentino occupò, salvo che certe ville alle quali perdonò, procedendo quasi in similitudine di grandine, la quale e questo e quel campo pericola, e quello del mezzo quasi perdonando trapassa; e se similitudine di suo effetto dare si può, se ciò procede dal cielo per mezzo dell’aria corrotta, simile pare alle nuvole rade e spesse, per le quali passa il raggio del sole, e dove fa splendore e dove no. Or come che il fatto si vada, nel Casentino infino a Dicomano nelle terre del conte Ruberto fè grande dannaggio d’ogni maniera di gente: toccò Modona e Verona assai, e la città di Pisa e di Lucca, e in certe parti del contado di Firenze vicine all’Alpi, e nell’Alpi degli Ubaldini: a’ Pisani tolse molti cittadini, ma più soldati. Nell’Isola di Rodi in questi tempi ha fatti danni incredibili: e nel 1362 del mese di luglio e d’agosto assalì l’oste de’ collegati di Lombardia sopra la città di Brescia per modo convenne se ne partisse, e nella città fece danno assai. Nella città di Napoli e in molte terre dei Regno, ove assai, e dove poco facea, ove niente. Nelle case vicine a Figghine cominciò d’ottobre in una ruga, e l’altre vie non toccò. In Firenze ove in una casa ove in un’altra di rado e poco per infino a calen di dicembre.