LIBRO UNDECIMO

CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.

Sogliono naturalmente le cose opposte e contrarie insieme avvicinate più le loro contrarietà dimostrare. Questo pertanto al presente diciamo, perocchè la pace rotta al nostro comune per i Pisani, e la guerra per loro e mossa e cercata con molta astuzia sollecitamente per riavere il porto, ne presta materia di proemio all’undecimo libro di nostro trattato, prendendo principio dalla natura e condizione della pace fedelmente osservata, la quale è certo fermo e indubitato fondamento e grado delle mondane ricchezze, e della mondana felicità secondo il mondo. Ella è madre di unità e cittadinesca concordia; ella non solo alle piccole, ma eziandio alle menome cose partorisce accrescimento e esaltazione. I re del mondo loro reami in pace mansuetamente governano; i popoli liberi intenti a loro arti e mercatanzie moltiplicano in ricchezze, magnificando la faccia di loro cittadi con ricchi e nobili edificii, e per li sicuri matrimoni cresce e moltiplica il numero de’ cittadini con aspetto lieto e pieno di festa. E non solo i popoli che vivono in libertà, ma quelli che sottoposti sono al crudelissimo giogo della tirannia, la quale per sua malvagia natura e corrotta d’usanza a’ buoni e valorosi cittadini è del tutto e sempre nemica, e in palese e in occulto avversa, per la paura fitta nelle menti loro di perdere loro stato, maculati dalla coscienza delle loro crudeli e sanguinose operazioni; d’onde surge, che senza niuna pietà o discrezione ti disfanno e scacciano senza misericordia alcuna, affermando meglio essere terra guasta che terra perduta. Nè contenta loro perversa iniquità alle occupazioni delle loro cittadi, per cupidigia d’ampliare signoria le nazioni vicine tormentano, e massimamente i popoli che vivono in libertà, con continove guerre gradimenti e trattati. E per potere fornire loro empio proponimento, e mandare a esecuzione loro volontadi, i sudditi loro disfanno, moltiplicando gabelle e collette, ma con gravi imposte. Costoro spento il seme de’ buoni danno alquanto di respitto e triegua alle servili fatiche, un poco in pace patiscono ai loro sudditi respirare. Male dunque conosce e molto poco pregia la dolcezza della libertà chi per cupidigia di mortale vita la perde, se vita dirittamente ponderando appellare si può il servaggio. È dunque la pace bene considerata madre di letizia e d’ubertà, corona e nobiltà di potentissimi re e signori, protezione e scudo de’ liberi popoli, del tutto e per tutto avversa e nimica alla spaventosa, sterile e sanguinosa guerra, per la quale l’altissime cose caggiono e vengono meno. Quanti famosissimi re e signori nelle passate etadi ha ella straboccato in estrema miseria, con vilissimo e vituperabile uscimento di vita! Quante nobili famose e gloriose cittadi ha ella dai fondamenti sovverse, lo cui specchio è ai mortali manifestissimo argomento d’incredibili mali! Quante provincie ha ella lasciate disolate e povere d’abitatori in pauroso e spaventevole aspetto! Quanti e innumerabili popoli ha tagliati con ferro, e sommersi nel domestico e nel pellegrino sangue, i quali hanno lasciato di loro calamità, miseria, e avversa fortuna agl’ignobili luoghi famosi titoli! Chi potrebbe in piccolo numero di carte comprendere le incredibili e maravigliose cose che ne’ passati secoli il furore e la rabbia della guerra ha prodotte? Essa è occulto e malvagio seme, e ricettacolo della tirannia, la quale nel letume suo a guisa del fungo s’ingenera e surge, e nella sua pertinacia si nutrica e allieva. Dunque bene è d’abominare, e da recare dai buoni in persecuzione colui lo quale per ambizione, ovvero per propria malizia o disdegno, o per utilità privata, o per vendetta o per vanagloria la sua patria sospigne in guerra; e se noi amiamo il vero, io non conosco qual grazia trovare si possa nel cospetto di Dio per suo pentere, tutto che quasi stimi che impossibile sia il pentere tale uomo. Come può egli restituire le morti degl’innocenti e semplici? come gli omicidi? come gl’incendii? come le prede? come le violenze fatte alle oneste donne e alle pure vergini? come gli scacciamenti? come le povertadi? come le necessarie peregrinazioni? come il perdimento della libertà che tutte cose sormonta? Di quello che poco dire non si può è meglio il tacere: e qui far fine si dee, e dar luogo a chi molto può, e poco sa, e a molti offende. Anime tribolate, se potete, datevi in viaggio pace e buon piacere.

CAP. II. Degli apparecchi fatti da’ Fiorentini per la guerra contro a’ Pisani.

Il comune di Firenze per natura nell’imprese grave è e tardo, ma nel seguirle avveduto e sollecito, poichè deliberato avea di seguire l’inviluppata impresa incominciata contro a’ Pisani per Pietrabuona, e venia in aperta e palese guerra per vendicare sua onta, essendo i suoi governatori svegliati come da grave sonno, e infiammati per la vergogna prossimamente ricevuta, animosamente seguendo il consiglio di messer Bonifazio Lupo da Parma loro capitano, uomo quasi solitario e di poche parole, ma di gran cuore, e di buono e savio consiglio, e maestro di guerra, all’entrare del mese di giugno 1362 cominciarono a provvedersi intorno alle bisogne della guerra. E per coprire la tostana e sperata vendetta cominciarono a fabbricare a un’otta sedici trabocchi, nel lavorio de’ quali pigramente si procedea, per mostrare che l’assalimento avesse lungo tratto, e continovo sollecitamente si provvedeano di gente d’arme, e da cavallo e da piè. E per non mandare in arme la viltà delle vicherie, le quali senza lunghezza di tempo e lunga dimoranza, la quale è sempre nemica e nociva alla guerra, non si possono raccogliere, e perchè l’amistà e grazia de’ possenti sottrae dal comune servigio i buoni e’ valenti, e lascia i cattivi, mandarono i signori per tutti quelli gentili uomini e popolari di città e del contado, i quali sentirono abili e sofficienti a fare prestamente brigate di fanti e gente sperta in arme, e loro imposono e comandarono quanto più tosto potessono facessono il più gente potessono, i quali il comandamento senza dilazione mandarono ad esecuzione; sicchè il dì 15 di giugno il comune, che di gente di soldo e che di gente col detto ordine ricolta, si trovò millecinquecento uomini di cavallo, e quattromila pedoni, fra’ quali furono millecinquecento e più balestrieri. Ancora infra i detti giorni richiesono loro amistà, e infra gli altri richiesti furono i Perugini e’ Sanesi: i Perugini risposono, che per le novità aveano di loro usciti non aveano destro di potere sovvenire, e che bene sapeano che ’l comune di Firenze era tale e tanto, e di tanta forza e podere, che non che si potesse atare dal comune di Pisa, ma che agevolmente il dovea potere sormontare: i Sanesi senza altra scusa risposono, che non aveano gente da poterne loro servire: le quali risposte non sono da porre in oblio dalla liberalità del nostro comune, lo quale ne’ loro bisogni richiesto, di ciò che potuto ha non ha detto di no. Pistoiesi, Aretini, il conte Ruberto, e altri vicini vennono a servire il comune con quella gente da cavallo e da piè che fare poterono, onde il comune infra li 20 di giugno si trovò d’avere tra di soldo e d’amistà milleseicento cavalieri e cinquemila pedoni. I Pisani sentendo il fabbricare degl’ingegni, e la raunata di gente d’arme che si facea in Firenze, tutto ch’avessono certa la guerra per le cagioni dette di sopra, non di manco cominciarono a dubitare e temere, e cominciarono a fare sgombrare loro contado, e specialmente la Valdera, e afforzare e guarnire loro tenute verso le frontiere il meglio e il più pronto poterono, conducendo gente di soldo e da cavallo e da piè quanto poterono il più, con dare ordine a’ loro contadini e alle difese e a guardie di loro tenute.

CAP. III. Come seguendo gli antichi Romani gentili i Fiorentini nel dare dell’insegne al capitano presono punto per astrologia.

I nostri padri Romani prima che venissono al segno dell’imperio, in loro imprese di nuove guerre niente mai avrebbono incominciato, che prima felici augurii non avessono cerchi e veduti: pertanto ne’ sacrificii che facevano agl’idoli loro nelle interiora degli animali vittimati cercavano la sorte e l’avvenimento della fortuna; questo accecamento diabolico ed è ed esser dee in abominazione come avverso alla fede cristiana. Vicino e quasi consorte alla stoltezza degli augurii è quella parte dell’astrologia la quale predice i futuri avvenimenti delle cose nominate e singolari, e’ loro propri casi, e massimamente di riuscimenti di guerre, i quali sono nelle mani del signore Dio Sabaoth, che interpretato è Dio degli eserciti. I Fiorentini stratti del sangue romano, per vizio ereditario seguono i giudicii delle stelle, e altre ombre d’augurii sovente, e al presente avendo accolto l’esercito, di che avemo detto nel precedente capitolo, e volendo dare l’insegne, vollono il punto felice dall’astrologo, il quale fu lunedì mattina a dì 20 di giugno sonato terza, alla duodecima ora del dì; e ricevute l’insegne, avacciando il viaggio come cacciati, giunsono errore ad errore, perocchè sempre che insegne si dierono per guerra contro a’ Pisani, date volgeano al canto di Porta santa Maria, e poi per Borgo santo Apostolo; i governatori del fatto avendo sospetta la via di Borgo santo Apostolo, come al nostro comune male augurata contro a’ Pisani, le feciono volgere per Mercato nuovo, e per Porta rossa, e come poco avvisati non feciono prima levare i castagnuoli delle tende de’ fondachi, onde convenne s’abbassassono l’insegne. Il corso fu ratto, perchè non passasse l’ora data per l’astrologo al posarle fuori della terra a santa Maria a Verzaia, secondo l’antica usanza del nostro comune. Avemo arato il foglio con lungo sermone di lieve materia, ma fatto l’avemo per ricordo di quelli che dietro verranno, che non voglino sapere le cose future, nè porre speranza negl’indovinatori, perocchè solo Iddio è il giudicatore delle giuste e inique battaglie. Per alloggiare ne’ tempi loro le forestiere cose, lasceremo il processo della guerra di Pisa, e a suo tempo lo ripiglieremo.

CAP. IV. Della prospera fortuna de’ collegati lombardi.

E’ ne piace di fare un fascio di molte avvolture di santa Chiesa co’ suoi collegati lombardi, mescolando i tempi passati con quei di dietro, per non occupare troppi fogli con cose che non sieno rilevate. Del passato mese di maggio quelli della lega dopo la presura di Castelnuovo hanno tolto a’ nemici la terra di Salaro sita sopra il Po di Pavia, e la terra di Ligaria di qua dal Po, la quale è posta a otto miglia presso a Tortona, e più altre castella e ville del tenitorio di Pavia, e di giugno il castello d’Erbitra, il quale era del Saliratuo de’ Buiardi d’Elbiera, il quale per piacere a messer Bernabò, ritenendo il cassero a sè, gli avea prestata la terra per i bisogni di sua guerra: e il tiranno non osservata sua fede v’avea per sè fatta fare altra fortezza. Elbiera è vicina a Modena a otto miglia, ond’era camera a messer Bernabò d’onde forniva tutte le sue bisogne nella guerra co’ Bolognesi; il Saliratuo come fidato al tiranno praticava nel cassero ch’egli avea fatto, onde preso suo tempo, morte le guardie prese il cassero, e di presente con modi diede la terra al marchese di Ferrara. Appresso quelli della lega puosono l’oste a Brescia, e messer Bernabò che dentro v’era se ne fuggì. Qui lecito mi sia gridare e dire, che Dio confonde e avvilisce le arroganti parole che detto avea il tiranno che gastigherebbe i Lombardi venuti in lega come putti, ed eglino hanno gastigato lui. Giugnamo alle predette fortune, che essendo grande quantità d’Inghilesi infino a Basignano avvenne, che la gente di messer Galeazzo ch’era alla guardia del castello volendo fare del gagliardo si fè loro incontro, e di presente fu rotta, e alquanti ne furono morti, tutti gli altri rimasono prigioni. Sopra le dette baratte di guerra i collegati presono Gheda in sul Bresciano a dì 20 di luglio, terra che fa oltre a ottomila uomini: e quelli che teneano Basignano in sul Po per messer Bernabò, e per guardarla aveano spesi molti danari, e da lui altro che minacce non poteano ritrarre, la ribellarono, e la dierono a’ collegati, ricevuti da loro circa a diecimila fiorini d’oro, che aveano spesi in guardarla. Oltre alle predette cose i collegati hanno corso il Novarese e assediata Novara. Volgendo un poco il mantello a uso di guerra, avendo i collegati preso il castello del ponte a Vico in su l’Oglio, quelli della rocca si patteggiarono d’arrendersi se fra certi giorni non fossono soccorsi; i collegati aveano nel castello messe ventotto bandiere di cavalieri e soldati a piè assai, i quali non pensando che soccorso potesse venire stavano sciolti e con poco ordine; il castellano intendente compreso loro cattivo reggimento lo significò a messer Bernabò, il quale di notte con gran quantità di gente, e la mattina davanti il fare del giorno messo in ordine, per gli alberghi e per le case tutta la detta gente prese; e così va di guerra. Più la pestilenza dell’anguinaia avendo aspramente assalito la città di Brescia, e l’oste de’ collegati ch’era di fuori, li strinse a partire, e si tornarono a Verona, e quindi ciascuno alla terra sua.

CAP. V. Della morte di Leggieri d’Andreotto di Perugia.

Leggieri di Andreotto popolare di Perugia fu uomo di grande animo, e al suo tempo Tullio, perocchè fu il più bello dicitore si trovasse, e senza appello il maggiore cittadino ch’avesse città d’Italia che si reggesse a popolo e libertà, e il più amato e il più careggiato e dal popolo e da’ Raspanti, ma a’ gentili uomini li cui trattati avea scoperti forte era in crepore e malavoglienza. Avvenne che una domenica a dì 19 di giugno, essendo egli quasi all’incontro delle case sue nella via, e leggea una lettera, un figliuolo bastardo di Ceccherello de’ Boccoli, cui il detto Leggieri avea per lo trattato di Tribaldino di Manfredino fatto decapitare, il quale il tenea in continovo aguato cautamente per offenderlo, si trovò in una casa del Monte di Porta soli, la cui finestra a piombo venia sopra il capo di Leggieri; costui non trovando altro più presto prese una macinetta da savori la quale trovò vicina alla finestra, e presola a due mani l’assestò sopra il capo di Leggieri, e l’abbattè in terra morto, che mai non fè parola. Della sua morte non fu piccolo danno a’ Perugini, e per così lo riputarono, perocchè fare lo feciono cavaliere, e li feciono l’esequie regali e pompose col danaio del comune, per allettare gli altri che venissono poi a bene operare per la repubblica sua.

CAP. VI. Come i Fiorentini cavalcarono in Valdera e presono Ghiazzano.

Tornando alle fatiche nostre, manifestato ha sovente l’esperienza, che la disordinata e sfacciata baldanza de’ presuntuosi e alteri cittadini i quali sono suti per loro procacci dati, non dirò consiglieri, ma piuttosto balii e tutori a’ capitani nelle guerre del nostro comune, e a’ capitani e al comune hanno fatti vituperii assai, e notabili e gravi danni, e inrimediabili vergogne, talvolta per non conoscere e volere mostrare di sapere, talora con malizioso procaccio di loro private utilitadi e onori. Così essendo dati al capitano messer Bonifazio consiglieri assai vie più presuntuosi che savi, e coloro ritrovandosi in Pescia con l’oste de’ Fiorentini, avendo a cavalcare i nemici, non solo lo consigliavano, ma eziandio con parole e arroganti segni lo sforzavano, sotto la baldanza dello stato cittadinesco che usurpato aveano, che cavalcassono in quello di Lucca, dove fortuna quasi sempre al nostro comune era stata avversa; ma il valente capitano certificato già de’ vecchi errori in simili atti commessi, poco pregiando nel segreto suo e loro voglie e consigli, e non avendo loro autorità nè grandigia in dottanza, di fuori mostrava volere seguire loro talento, e nel petto tenea raccolto il suo; e contro all’opinione d’ogni qualunque il giovedì mattina a dì 23 di giugno partì da Pescia con tutta l’oste, e tenne verso Fucecchio e Castelfranco, e il seguente dì, il giorno di san Giovanni, si mise per lo stretto di Valdera a piè di Marti, certo dell’impotenza de’ nemici, e corse infino a Peccioli, e la sera combattè il castello di Ghiazzano, e per la moltitudine delle buone balestra tanto impaurirono quelli d’entro, che a dì 26 del mese dierono il castello salve le persone, il quale fu per camera del nostro comune infino alla presa di Peccioli, che poco appresso seguì.

CAP. VII. Come i Fiorentini soldarono galee contra i Pisani.

Non contenti i Fiorentini co’ Pisani alla guerra di terra con loro, vollono tentare la fortuna del mare, e del mese di giugno condussono a soldo Perino Grimaldi con due galee e un legno, e uno Bartolommeo di...... con altre due galee, i quali promisono con detti legni bene armati essere per tutto il mese d’agosto nella riviera di Pisa, e fare guerra a’ Pisani a loro possanza.

CAP. VIII. Come i Perugini presono la Rocca cinghiata e quella del Caprese.

Essendo gli ambasciadori e’ sindachi degli uomini e comunità di Val di Caprese stati a Firenze a sollecitare il comune che per suoi li prendesse, e con loro quelli della Rocca cinghiata, per la molta forza d’amici che si trovarono gli Aretini tra le fave, si sostenne che accettati non fossono, in danno e disonore del nostro comune: ond’essi dileggiati presa disperazione s’avventarono e dieronsi a’ Perugini, i quali li ricevettono graziosamente; e di presente del mese di luglio vi mandarono quattrocento fanti e centocinquanta uomini da cavallo, e presonsi le tenute di quelle due notabili rocche.

CAP. IX. Come novecento cavalieri di quelli di messer Bernabò furono sconfitti da seicento di quelli di messer Cane Signore.

Era la gente di messer Cane Signore e di Polo Albuino in numero di seicento cavalieri del mese di luglio 1362, essendo messer Bernabò in Brescia con gente molta più assai di cavallo, la detta gente di messer Cane in passaggio albergò dinanzi delle porte della città, e una domenica mattina partendosi di quindi per ridursi a Pescara e coll’altra gente della lega, lasciato fornite Ganardo e Pandegoli castella di nuovo per loro acquistate in sul Bresciano, ed essendo già intra ’l detto Pandegoli e Smaccano, la gente di messer Bernabò in numero di novecento barbute e oltra, che in que’ giorni s’era ricolta nel castello di Lenado, parendo loro avere mercato della gente di messer Cane, s’apparecchiarono ad assalirla. La gente di messer Cane sapendo che i nemici avanzavano il terzo e più, e che nel luogo dov’erano aveano il disavvantaggio del terreno, e che si metteano in punto per assalirli, non aspettarono, e il detto giorno nell’ora del vespro nella disperazione presono cuore, e assalirono francamente i nemici in su l’ordinarsi, e col favore di Dio li misono in rotta, e assai ne furono morti e magagnati e assai presi, intra’ quali di nome furono messer Mascetto Rasa da Como loro capitano, con venticinque conestabili assai pregiati in arme, e altri assai che non si nominano; e quindi a non molti giorni trecento barbute della gente di messer Bernabò in sul Bresciano dalla gente della lega furono sconfitti.

CAP. X. Disordine nato tra’ Genovesi per la guerra de’ Fiorentini e’ Pisani.

Messer Simone Boccanera primo doge di Genova, quando privato fu di sua dignità e cacciato di Genova si ridusse a Pisa, e da’ Pisani cortesemente fu ricevuto, e secondo il suo grado assai onorato; onde per la detta cagione essendo ritornato in Genova, e nello stato suo con la forza di suoi amici e seguaci, a tutto suo podere cercò che il comune di Genova desse il suo favore a’ Pisani, e già essendo entrati in lega con loro, quando il traffico de’ Fiorentini fu levato da Pisa, contro a qualunque navilio con mercatanzia ch’entrasse o uscisse dal porto di Talamone, e da quella a istanza de’ Fiorentini per lo suo consiglio e comune levato, quando vidde il fuoco della guerra appreso, con ogni sua forza e sottigliezza cercava che i Genovesi dessono loro favore a’ Pisani, ma i mercatanti ed altri cittadini a tutti suoi avvisi e sforzamenti s’oppuosono, pure tanto fè, che per deliberazione del comune s’ottenne e statuì che il comune di Genova si stesse di mezzo, e nullo aiuto o favore si desse nè all’uno nè all’altro. Occorse in istanza di tempo, che i signori priori di Firenze e gli otto della guerra scrissono a Francesco di Buonaccorso Alderotti mercatante stato lungamente in Genova, pratico con tutti i cittadini e da loro ben veduto, che conducesse quattrocento de’ migliori balestrieri i più pratichi in guerra che avere potesse a soldo, con un buono capitano o due. Ciò venne agli orecchi del doge, e sotto il protesto della deliberazione fatta per lo comune, che a’ Fiorentini nè a’ Pisani si desse favore, come è detto di sopra, prestamente fè fare personale bando, che niuno potesse conducere nè in Genova nè nella Riviera alcuno balestriere, e simile pena puose al balestriere se si conducesse. Il valente mercatante alle sue spese, sponendosi ad ogni pericolo per zelo di suo comune, se n’andò a Nizza ch’è della contea di Provenza, e qui s’accozzò con messer Riccieri Grimaldi, uomo valoroso e stato in più battaglie campali, e lui solo condusse capitano di quattrocento balestrieri a fiorini sette per balestro il mese, i quali furono tutti uomini scelti e usi in guerra. E per mostrare messer Riccieri che con amore e affezione venia a servire il comune di Firenze, volle che intra il numero de’ balestrieri fossono due suoi figliuoli, e due di Perino Grimaldi, i quali venuti a Firenze, e non trovando verrettoni a loro modo, anche fu scritto per gli otto al detto Francesco, che da Genova ne mandasse dugento casse. Ed essendo per lo detto doge posto grave pena a chi ne traesse del Genovese, il detto Francesco compostosi co’ doganieri, ne mandò subito centosettanta, le quali legate a quattro casse per balla con paglia, e invogliate a guisa di zucchero, e per zucchero si spacciarono alla dogana. Emmi giovato di così scrivere, perchè se onorato fosse chi bene fa per lo suo comune, gli animi degli altri s’accenderebbono a fare il simigliante.

CAP. XI. Come il re di Castella con quello di Navarra ruppono pace a quello d’Aragona, e lo cavalcaro.

Essendo legati insieme, come addietro è detto, lo re di Spagna, con quello di Navarra, con quello di Portogallo, e con quello di Granata, e col conte di Foscì, e con quello d’Armignacca contro il re d’Aragona, del mese di giugno il re di Castella con quello di Navarra, amendue in persona, con cinquemila cavalieri si misono sopra le terre di quello d’Aragona, la quale è lontana a Sibilia per otto giornate, e con sedici galee l’assalirono per mare, avendosi la pace lasciata dopo spalle, facendo grandi e disonesti danni. E avendo il re Piero di Spagna lungo tempo tenuta assediata la città di Calatau, e quelli della città difendendosi coraggiosamente, e non volendosi arrendere loro, lo re con giuramento promise, che se non si arrendessono, ed egli li prendesse per forza, che tutti li farebbe morire: quelli poco pregiando le sue minacce sollecitamente attendeano a loro difesa; infine del mese d’agosto il re per battaglia prese la città e non ricordandosi che i vinti fossono cristiani, incrudelito contro loro a guisa di fiera salvaggia, oltre a seimila cittadini disarmati e vinti fè mettere al taglio delle spade senza misericordia alcuna.

CAP. XII. Come per sospetto in Siena a due dell’ordine de’ nove fu tagliata la testa.

In questo tempo e mese di giugno, Giovanni d’Angiolino Bottoni della casa de’ Salimbeni con altri gentili uomini di Siena, e con certi dell’ordine de’ nove, il quale era posto a sedere, tennono trattato di dovere rimettere l’ordine de’ nove nello stato. Il popolo avendo di ciò odore, e pertanto in sospetto, corse all’arme, e nel furore furono presi un Tavernozzo d’Ugo de’ Cirighi, e uno Niccolò di Mignanello, ch’erano stati dell’ordine de’ nove, e furono decapitati. Il capitano della guardia, ch’era de’ Pigli di Modena, fece tagliare il capo a un frate e a certi altri: e furono posti in bando per traditori Giovanni d’Agnolino Bottoni, e messer Giovanni di messer Francesco Malavolti, e Andrea di Pietro di messer Spinello Piccoluomini, e Cinque di messer Arrigo Saracini, e Francesco di messer Branca Accherigi dell’ordine de’ nove. Poi a dì 3 di novembre il detto Giovanni co’ sopraddetti furono ribanditi, e riposti nel primo stato e onore.

CAP. XIII. Cavalcate fatte per messer Bonifazio Lupo in su quello di Pisa.

Avendo messer Bonifazio Lupo preso Ghiazzano, e predata e arsa la Valdera tutta fuori delle fortezze, volendo più in avanti cavalcare per suo onore e del comune di Firenze, vietato gli fu da’ consiglieri che dati gli erano per lo comune senza mostrarli il perchè. Il valente capitano pregiando più suo onore che la grazia e amore de’ privati cittadini, e non curando i volti turbati, si mise in viaggio con l’oste ordinata per fornire sua intenzione. L’uno de’ consiglieri ito più là nello stato che non portava il dovere scrisse al fratello, ch’era degli otto della guerra, come il capitano nullo loro consiglio volea seguire, e che era uomo di sua volontà, e di mettere il comune in pericolosi luoghi, con dire procurasse fosse onorato com’egli onorava loro. Il che ne seguì, che per operazione del detto degli otto fu eletto per capitano messer Ridolfo da Camerino, e mandato per lui, e che prestamente venisse, mostrando che per le stranezze di messer Bonifazio il comune n’avesse gran bisogno: e tutto che di ciò ne sdegnasse messer Bonifazio nol dimostrò, ma come magnanimo ne fece di meglio. Tornando a nostro processo, messer Bonifazio spregiato il voglioso e poco savio consiglio, e forse malizioso e venduto de’ suoi consiglieri, lasciato Ghiazzano ben fornito e guarnito alla difesa, l’ultimo dì di giugno, arsa e predata la Valdera, con molto ordine cavalcò a Padule, villa ricca e fornita di belli abituri, e predata e arsa la villa prese Castello san Piero, e il mercato a Forcole, e per tre dì soggiornò in quei paesi correndo vicino a Pisa: e in quel tempo presono, arsono e guastarono trentadue tra castella, e fortezze e villate, nelle quali arsono oltre a seicento case, che fu danno quasi inestimabile; e intra l’altre fortezze presono Contro, e dieronlo in guardia a’ Volterrani. Ed essendo la gente grossa de’ Pisani a Castello del Fosso, i nostri vi mandarono e richiesonli a battaglia, ed eglino non s’attentarono d’uscirli a vedere: fu in animo del capitano di combatterlo, ma fallandoli gli ingegni di combattere castella, e vittuaglia, si partì quindi, e puosesi nel borgo di Petriolo, quivi aspettando il nuovo capitano; dove stando, per non tenere la sua gente oziosa, e per non dare respitto a’ nemici, quattrocento tra barbute e Ungari con cinquecento masnadieri, sotto la guardia e condotta di Leoncino de’ Pannocchieschi de’ conti da Trivalle di Maremma soldato del comune di Firenze, fece cavalcare nella Maremma, lunga dal luogo dov’era cinquanta miglia, verso Montescudaio e per que’ paesi, dove trovarono gran preda di bestiame e grosso e minuto, che per l’asprezza del luogo ivi s’era ridotto. I nostri non trovando contasto, fatto gran danno e arsione nel paese, a dì 9 di luglio menarono al campo dodici centinaia di bufole e novecento vacche, vitelle assai, e oltre a mille porci, e altro bestiame minuto assai, il quale sortito tra i predatori, solo messer Bonifazio per sua cortesia fu senza parte di preda, lasciandola a chi l’avea faticata.

CAP. XIV. Del processo della guerra da’ collegati a messer Bernabò.

Di questo mese di giugno, quelli della lega ripuosono il castello di Massa presso alla Mirandola, e lasciatolo ben fornito di vittuaglia e di gente alla guardia contendeano a guerreggiare sollecitamente. Dall’altra parte Anichino di Bongardo con la gente di messer Bernabò ha riposto il castello di Solaro in sul canaletto, che esce del canale di Modena, e fornitolo s’è accampato ivi presso nel bosco facendovisi forte. Il conte di Lando con messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di messer Bernabò corsono infino alla Mirandola ingaggiati di battaglia con la gente della lega, ma in que’ tempi che combattere doveano grave malattia prese messer Galeazzo, e, o che così fosse, o che fosse simulata per non si mettere alla fortuna della battaglia, il conte di Lando e messer Ambrogiuolo si tornarono addietro. Il marchese di Ferrara di questo mese tolse Voghera, terra d’oltre a dugento uomini, e Guarlasco e più altre terre. Cane Signore tolse la valle di Sale in sul lago di Garda, e più altre terre e fortezze. Alquanti vollono dire questa essere la cagione perchè il conte di Lando e Ambrogiuolo si tornarono addietro. In queste baratte e volture per operazione del conte di Lando certi conestabili tedeschi ch’erano al soldo della lega, loro caporale messer..... del Pellegrino, in numero tutti di undici, fatta congiura doveano tradire la lega, i quali furono presi, e trovando che ciò era vero furono decapitati.

CAP. XV. Come messer Ridolfo prese il bastone da messer Bonifazio.

Giunse a dì 6 di luglio messer Ridolfo al campo, che era fra Peccioli e Ghiazzano, dove dalla gente dell’arme ch’aveano posto amore alla cortesia e valore di messer Bonifazio con niuno rallegramento fu ricevuto; e dal vecchio capitano prese l’insegne, onorandolo in questa forma di parole, che la bacchetta e il reggimento dell’oste bene stava nelle sue mani, ma per ubbidire il comune di Firenze di chi era soldato la prendea: e presa, di presente lo fè maliscalco, ed egli ogni sdegno deposto in servigio del comune di Firenze l’accettò come era ordinato.

CAP. XVI. Della crudeltà che i Pisani usarono contra i Lucchesi per gelosia.

Mentre che l’oste del comune di Firenze pigra e malcontenta sotto il nuovo capitano dimorava tra Peccioli, e Ghiazzano in Valdera, aspettando il gran fornimento che ’l capitano avea domandato, i Pisani per non dimenticare la loro usata crudeltà, tutti i forestieri che al loro soldo erano in Lucca feciono ritrarre nell’Agosta, e segretamente avvisarono da cento cittadini ghibellini e loro confidati che per grida che elli udissono andare non si partissono, ma facessono vista di volere partire, acciocchè gli altri veggendo apparecchiare loro prendessono viaggio; e ciò fatto, feciono bandire che sotto pena dell’avere e della persona, che uomini e femmine, cittadini e forestieri, dovessono sgombrare la città e ’l contado presso alla città a mille canne, afin che compiesse d’ardere una candela che posta era alle porte. Fu miserabile e cordoglioso riguardo e aspetto di gran crudeltà vedere i vecchi pieni d’anni, le donne, le fanciulle lagrimose con sospiri e guai, e i piccoli fanciulli con strida lasciare loro case, loro masserizie e loro città, e ire e non sapere dove: i gentili e antichi cittadini, e nobili mercatanti e artefici in fretta e sprovveduti fuggire, come avessono spietati nemici alle spalle loro, e la terra loro lasciassono in preda. L’orribile bando fu al tempo dato ubbidito, e la terra lasciata fu vuota, e in sommo silenzio: di questo prestamente seguì, che i Pisani ch’erano alla guardia di Lucca co’ loro soldati e a piè e a cavallo furiosamente uscirono dell’Agosta colle spade nude in mano, e corsono l’abbandonata terra senza essere veduti da’ Lucchesi, gridando; Muoiano i guelfi; a Firenze, a Firenze: e non aveano potestà di cacciare la gente de’ Fiorentini ch’erano loro in su le ciglia.

CAP. XVII. Delle cavalcate fatte per messer Ridolfo sopra i Pisani, e del gran danno che ricevettono.

Continovando nostro trattato della guerra tra i Fiorentini e’ Pisani, con poca intramessa di cose di forestieri, perchè delle occorse in questi giorni, se occorse ne sono degne di memoria, poche ne avemo, e raccresciuta la forza del comune di Firenze, perchè il conte Niccola degli Orsini prima offertosi, e accettato, era venuto con cento uomini di cavallo, e così più altri gentili uomini, il perchè il capitano si trovò con duemila barbute e con cinquemila pedoni nel campo tra Peccioli e Ghiazzano, dove pigramente con molta sua infamia dimorava; il perchè messer Bonifazio Lupo infignendosi poco sano se ne venne a Firenze. Alla fine empiuto il gran fornimento che domandava, sotto il cui adempimento si scusava di sua pigrizia, più non potendo fuggire sue scuse, a dì 16 del mese di luglio con l’oste si partì da Peccioli, e la notte albergò a Ponte di Sacco, e ’l dì seguente passarono il fosso a malgrado della forza de’ Pisani che v’era alla guardia, con loro danno e vergogna, ed entrarono nel borgo di Cascina, dove preda e vittuaglia trovarono assai. La cagione fu, ch’essendo alla guardia del fosso un quartiere di Pisa con soldati e contadini assai, non pensarono che i Fiorentini vi potessono passare, e per tanto poco o niente v’era sgombrato. Gli Ungari de’ Fiorentini, come per natura sono desiderosi di guadagnare, e atti a scorrere, passarono insino alla Badia a Sansavino, e presono intorno di cinquanta prigioni. Il capitano tutto il giorno e ’l seguente stette col campo fermo a Cascina, dove intorno correndo le gualdane per spazio di più miglia, e di prede e d’arsioni danni inestimabili furono fatti. Il martedì mattina a dì 19 di luglio partiti da Cascina s’accamparono a Sansavino, e ’l fiore della gente da cavallo e da piè cavalcarono infino alla volta dell’Arno presso a Pisa a cinquecento passi, ed ivi alla Bessa con l’usate muccerie, ad eterna rinoma del comune di Firenze, e infamia de’ Pisani, feciono correre un ricco palio di veluto in grana foderato di vaio, il quale ebbe il conte Niccola degli Orsini, e lo mandò a Roma per onore della sua cavalleria. I corridori con assai di buona gente sotto il bastone di messer Niccola Orsini passarono Pisa facendo assai di male e vergogna a’ nemici. Fatte le dette cose si tornarono al campo: e quel giorno medesimo passata nona, ritornati al detto luogo, con assai meno gente per dirisione feciono correre palii l’uno ad asini, l’altro a barattieri, e ’l terzo alle puttane; onde i Pisani di tanta ingiuria aontati, seicento a piè con dugento cavalieri con molti balestrieri, con la imperiale levata, uscirono di Pisa per vendicare o in tutto o in parte loro oltraggio. La gente de’ Fiorentini, ch’era a fare correre detti palii, ed era in punto e vogliosa aspettando il detto caso, francamente s’addirizzò a loro, e li ruppono e li rimisono infino nelle porte con tanto ardire, che alquanti con loro mescolati entrarono in Pisa, e alquanti balestrieri saettarono nella terra, e ciò fatto si tornarono al campo: e quivi stando, il mercoledì arsono tutto ciò che poterono intorno a Pisa infino al borgo di san Marco a san Casciano, e Valdicaprona e molte altre ville, con molte belle e ricche possessioni nobilmente accasate. Il danno come incredibile piuttosto è da tacere che da scrivere: e per giunta a’ detti mali, i villani de’ piani ch’erano rifugiati in Pisa, e stavansi sotto loro carra lungo le mura, furono assaliti dalla pestilenza dell’anguinaia, e assai ne perirono. E ciò somigliava agl’intendenti giudicio di Dio, che dentro e di fuori così gastigasse i corrompitori della pace e della fede data per soperchio d’astuta malizia.

CAP. XVIII. Come messer Ridolfo assediò Peccioli, e prese stadichi se non fosse soccorso.

Poichè a messer Ridolfo parve avere fornito il dovere di suo onore, potendo molto più fare, mercoledì a dì 20 di luglio ripassò il fosso, e ritornossi a Ponte di Sacco; dove stando, casualmente fu preso un fante che portava una lettera per parte del castellano di Peccioli al capitano del fosso, la quale in sostanza diceva, che i soldati da cavallo e da piè con molti terrazzani, sentendo che ’l capitano de’ Fiorentini era a Sansavino occupato in molte faccende, erano usciti di Peccioli, e cavalcati in su quello di Volterra per guadagnare, e che tornati non erano, e la cagione non sapea, e che la terra non era in stato di potersi difendere se fossono combattuti o stretti per assedio, e che a ciò riparasse, e gli mandasse presto soccorso; ed era vero, che essendo la detta gente de’ Pisani cavalcata in su quello di Volterra, certa gente da piè e da cavallo del comune di Firenze, la quale era in Volterra, avendo boce della detta gente de’ Pisani loro si feciono incontro, e colla forza de’ contadini volterrani gli incalciarono e strinsono in forma, che non possendo fuggire nè ritornare per la via ond’erano venuti, lasciata la preda che fatta aveano, in sul fare della sera per loro scampo si ridussono in su un colle, e la notte si misono per la Maremma. Il capitano vista la detta lettera mandò prestamente gli Ungari e’ cavalieri innanzi per impedire la tornata della detta gente in Peccioli, e senza dimoro con tutto l’oste seguì, e quella medesima sera con l’oste attorneò tutta la terra, e il seguente dì la cominciò a cignere di steccato facendo sollecita guardia, e la sera in sul tramontare del sole, per conoscere se la lettera che egli avea trovata gli dicea vero, fece dare alla terra una battaglia per scorgere la gente che v’era alla difesa, e per quello comprendere si potè forse sessanta uomini con femmine assai si vidono, che diedono a intendere che vi mancava difesa; il procinto della terra era grande, ma forte e di muro e di ripe. Il capitano scorto il fatto pigramente procedea nell’assedio, dormendo la mattina insino a terza col letto fornito di disonesta compagnia, e menando vita di corte quieta; il perchè messer Bonifazio, uomo d’onesta vita e di vergogna pauroso, veggendo la sciolta vita del capitano e suo mal reggimento, infignendosi d’essere malato se ne venne a Firenze, e mostrando a’ signori che poco era loro onore e necessario, chiese licenza di tornarsi in Lombardia; i signori con loro consiglio considerando quanto era di bisogno al comune, lo pregarono e lo gravarono, che a tanto bisogno non abbandonasse il servigio per lui fedelmente cominciato, e che tornasse al campo a perseguire le buone opere sue, le quali bene erano conosciute e gradite da’ savi e buoni cittadini, e così conosciute quelle del suo successore; il perchè vinto per servire il comune tornò al campo. Il capitano corse in voce di poco leale per i suoi molti falli, e per non volere seguire la volontà del comune, e di ciò mostrò segni, perocchè la cavalcata che fatta avea sopra i Pisani non era stata volontaria ma sforzata, riprendendo sua tardezza, e potendo con suo onore stare dodici dì col fornimento che menò in su le porte di Pisa, e guastare gran parte di loro contado, il terzo dì se ne partì, e potendo per battaglia avere Peccioli, tanto soprastette, che le femmine armate le mura presono cuore alla difesa veggendo la viltà del capitano: ma infamato dalla partita di messer Bonifazio Lupo e da’ Fiorentini ch’erano nel campo, tutto che i suoi protettori lo difendessono, ed esso sè medesimo mostrando a molti le lettere ch’avea da Firenze, che si portasse cortesemente, pur mosso dal grido strinse la terra prima con battaglia tiepida e con poco ordine, e tanto debilmente si portò in detto e in fatto, che con vergogna da pochi di quelli d’entro, che pochi ve n’erano, vituperosamente fu ributtato, i quali intendendo loro fortuna aveano smisurata paura, e mostravano gran cuore per invilire quelli di fuori. Ritratto il capitano dalla poca favorata battaglia, ne’ fossi rimasono scale e grilli che infino alle mura erano condotti, di gran dispiacimento dei nostri cittadini che erano a vedere. Tra i rettori del comune, tutto ch’e’ conoscano il difetto, per la forza di medici radissime volte vi pongono rimedio obliando l’onore del comune. La fama della viltà e disonesta vita del capitano, o calunniosa o vera che fosse o falsa, pure lo stimolò alquanto; onde veggendo egli che i Pecciolesi erano spigottiti, cominciò a cignere la terra di steccato senza contasto, perocchè stracchi erano sotto le battaglie e sotto la continova guardia quelli che rimasi erano nella terra per più vili, perocchè tutti i gagliardi s’erano messi nella cavalcata sopra Volterra. Alla fine quelli d’entro veggendosi stretti, e senza speranza di soccorso, a dì 30 di luglio il vicario di Peccioli con più compagni senza niuna arme a sicurtà dal capitano vennono a lui, e patteggiarsi, che se per infino a dì 10 d’agosto non avessono da Pisa soccorso li renderebbe la terra salve le persone e l’avere, e per la fermezza di ciò dierono otto stadichi de’ più sufficienti uomini della terra, e due Pisani, i quali il capitano ricevette, e li mandò a Firenze. I Fiorentini ricevuti li stadichi, quasi certi d’avere la terra, perchè loro speranza non cadesse in fallo rafforzarono l’assedio, e mandaronvi mille balestrieri e dugento uomini da cavallo, e fornimento assai necessario alla bisogna; e come l’intento de’ Pisani tutto si dirizzò ad avere Pietrabuona, così lasciando stare ogni altra cosa, tutto quello de’ Fiorentini s’addirizzò ad avere Peccioli. Come per gli ambasciadori del comune di Peccioli si sentì il fatto in Pisa, subitamente nel Duomo radunarono il parlamento, dove per molti apertamente fu detto, che per loro governatori erano traditi, i quali affermavano che tanta gente avrebbono di Lombardia, che non che fossono cavalcati, ma che si cavalcherebbono i Fiorentini, di che gran borboglio si sparse per lo parlamento, e tale, che fè concitamento a civile romore. Essendo in Pisa questo tremore e sospetto, e dovendo succedere l’altro quartiere di Pisa a quello ch’era alla guardia del fosso, non vi volle andare, onde quelli che v’erano lo arsono e abbandonarono.

CAP. XIX. Come non essendo il castellano contento del patto messer Ridolfo fè gittare una delle torri di Peccioli in terra.

Perseverando a Peccioli l’assedio, il castellano che tenea le due forti torri che Castruccio v’avea fatte fare quando era signore di Pisa, non contento al patto che fatto era co’ terrazzani, combattea i nostri, e li villaneggiava di parole, stimando perduta la terra potere tenere la fortezza lungamente. Il capitano veggendo suo proponimento fece dirizzare alle torri, intra le quali era un ponte, una cava, e l’una d’esse fè mettere in puntelli, e il decimo dì d’agosto, il dì di san Lorenzo, ch’era l’ultimo del termine dato a’ Pecciolesi, il capitano fè dire al castellano il suo pericolo pregandolo s’arrendesse, e non volesse perire per soverchia baldanza. Il castellano e i fanti che con lui erano se ne feciono beffe, moltiplicandole villanie, e rimproverando al comune di Firenze la Ghiaia, il perchè il capitano fè affocare i puntelli, onde il fumo e il crepare della torre fè segno al castellano e a’ compagni che per lo ponte si rifuggissono nell’altra, e così feciono, e appena aveano tratti i piè del ponte, che la torre e ’l ponte cadde, onde cominciò a frenare la lingua: la torre cadde in sulle mura della terra, e di quelle abbattè bene quaranta braccia. I briganti dell’oste cupidi e vogliosi di preda ciò veduto s’apparecchiarono quindi a entrare nella terra per rubare; i terrazzani uomini e femmine senza arme corsono alla rottura, e gridarono, viva il comune di Firenze, ricordando la fede loro data, e la promessa fatta per lo comune; e il leale e buono cavaliere messer Bonifazio Lupo sotto la sua insegna con la sua gente si mise alla guardia del luogo, e non lasciò nè il dì nè la notte, che tutta era del termine, alcuno entrare dentro, affermando che ’l comune di Firenze era e sempre era stato leale osservatore di sue promesse. Il seguente dì, giovedì mattina a dì 11 d’agosto 1362, in su l’ora della terza, secondo i patti e le convenenze che fatte erano, il conte Aldobrandino degli Orsini con la brigata sua, appresso tre cittadini di Firenze con parte di gente fidata, presono la tenuta della terra pacificamente senza offesa niuna o di fatti o di parole, e nella terra con li stadichi insieme, che gli avea rimandati il comune, furono ricevuti allegramente e a grande onore. Dell’acquisto del detto castello e di giorno e di notte si fece gran festa, perocchè tenendolo pensavano essere i sovrani della guerra, perocchè dal detto castello ha sedici miglia di piano, rimiriglio alla città di Pisa. Il castellano vedendo che la terra era venuta nelle mani de’ Fiorentini, e considerando che la torre che gli era rimasa agevolmente si potea mettere in puntelli, si rendè, ma per i suoi dispetti non fu ricevuto se non alla misericordia del comune di Firenze, dove mandato fu per lo capitano con i suoi compagni. Venuto, fu tenuto consiglio di farli morire, che fu disonesta e abominevole cosa, e di malo esempio di volere fare morire coloro che per lo comune francamente e fedelmente s’erano portati: il parlarne, non che tenerne consiglio per i savi e buoni cittadini, fu ripreso; assai loro fu la prigione. In questi medesimi giorni i gentili uomini e signori del castello di Pava, il quale è situato e posto in sul passo da ire di Valdera in Maremma, ed è forte e bella tenuta, la dierono al comune di Firenze in prestanza mentre la guerra durasse, e il comune di Firenze con la grazia de’ detti gentili uomini lo faceva guardare.

CAP. XX. Come il capitano de’ Fiorentini prese Montecchio, Laiatico e Toiano.

Tolta la terra di Peccioli, come di sopra è detto, il seguente dì 12 d’agosto il capitano pose assedio al castello di Montecchio, dove erano ridotti dugento masnadieri per tenere a freno e guerreggiare la gente del comune di Firenze, i quali assai danno aveano fatto loro nell’assedio di Peccioli, e il detto castello di Montecchio circondarono intorno intorno strettamente, dove stati più giorni, alquante volte con battaglie gli tentarono; il perchè quelli d’entro inviliti intorno di sessanta di loro di notte si gittarono per uno dirupato d’altezza paurosa a vedere, e di loro ne morirono alquanti, e’ loro compagni al campare ebbono affanni assai. Quelli ch’aveano avuto paura di rovinare per quelle coste renderono il castello e le persone alla misericordia del comune di Firenze, e di loro centoquarantaquattro ne vennono a Firenze, i quali messi in prigione, dagli uomini e pietose donne fiorentine e di vivanda e di ciò che a loro bisognava abbondantemente furono provveduti. Il seguente dì, tornando al processo del capitano, cavalcò a Laiatico, e quello ebbe per battaglia; e il dì medesimo si posono a Toiano, e da’ terrazzani ebbono il castello, e pochi dì appresso la rocca, d’onde venne a Firenze la campana che è posta in sul ballatoio del palagio de’ priori, la quale ai mercatanti dà l’ora del mangiare. Dipoi il capitano cavalcò a Montefoscoli e a Marti per porvi assedio: ciò vietò il non trovarvi acqua, onde si tornò a Fabbrica; dove stando, il capitano cupido del guadagno mandò quattrocento cavalieri e masnadieri assai nella Maremma dove sentì esser fuggito molto bestiame. I mandati in pochi giorni, tornarono con gran preda di bestiame, preso il vicario di Piombino, grande popolare di Pisa il quale novellamente andava all’uficio, e per sua mala ventura si scontrò co’ suddetti, e con tutta sua famiglia rimase preso. La preda messer Ridolfo divise, non come fatto avea messer Bonifazio, ma capo soldo, e più che parte ne volle, di che forte ne fu biasimato, e dell’amore cadde di tutta gente d’arme ch’erano a sua ubbidienza.

CAP. XXI. Dell’aiuto che i Perugini in questi dì mandarono a’ Fiorentini.

Sentendo i Perugini che i Fiorentini aveano avuto la terra di Peccioli, e che loro fortuna sormontava, volendo ammendare il vecchio errore, commisono il nuovo maggiore, e mandarono a’ Fiorentini sessanta barbute e venticinque stambecchini, i quali come meritavano con torto viso e rimbrotti del popolo furono ricevuti.

CAP. XXII. Come il conte Aldobrandino degli Orsini si partì onorato da Firenze.

Il conte Aldobrandino degli Orsini, il quale era venuto al servigio del comune di Firenze, preso Peccioli si tornò a Firenze per tornarsi in suo paese. Il comune di Firenze avendo a grato il servigio per lui liberamente fatto, e ciò riputandosi a onore, lo provvidde largamente, e a dì 29 del mese d’agosto con rilevato onore lo feciono fare cavaliere del popolo di Firenze, e messer Bonifazio Lupo procuratore a ciò del comune: ed esso conte Aldobrandino fece il suo fratello minore cavaliere. E amendue d’arme e cavalli e d’altri doni cavallereschi riccamente furono provveduti e onorati; e per loro fece il comune un nobile e ricco corredo: e fornita la festa si partì di Firenze, accompagnato da tutti i cittadini ch’aveano cavalcature.

CAP. XXIII. Come e perchè si creò la compagnia del Cappelletto.

La Presura di Peccioli fu materia di scandolo tra ’l comune di Firenze e’ soldati, perocchè certi di loro, ciò fu il conte Niccolò da Urbino, Ugolino de’ Sabatini di Bologna, e Marcolfo de’ Rossi da Rimini, uomini di grande animo e seguito, con la maggior parte de’ conestabili tedeschi, a instigamento de’ procuratori di loro paghe, a dì 30 d’agosto detto anno 1362 mossono lite al comune, dicendo, che per la presura di Peccioli doveano avere paga doppia e mese compiuto, e che avendola in mano contro a loro volere il capitano prese li stadichi, dicendo, che se non avessono il debito loro non cavalcherebbono; e sopra ciò stando pertinaci mandarono loro ambasciadore a Firenze, e ciò feciono noto a’ priori il perchè avuto per i priori sopra ciò consiglio da chi di ciò s’intendea, determinarono che loro domanda non era ragionevole; onde tornato al campo l’ambasciadore con questa risposta, furiosamente il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo puosono un cappello in su una lancia, dicendo, che chi voleva paga doppia e mese compiuto si mettesse sotto il detto segno fatto, i quali in poca d’ora si ricolsono il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo con loro brigate, e molti caporali tedeschi e borgognoni, tanto che passarono il numero di mille uomini da cavallo, di che il capitano dubitò di tradimento, non possendoli con parole rattemperare, richieggendoli per loro saramento, e per la fede promessa al comune di Firenze, che loro indebito proponimento dovessono lasciare, e tutto era niente, che quanto più li pregava e richiedea più levavano il capo, e più li trovava duri e pertinaci. Onde per più sano consiglio essendo con tutta l’oste intra Marti e Castello del Bosco all’entrata del mese di settembre, levò il campo, e tornossi a san Miniato lasciando le tenute che prese avea fornite e di vittuaglia e di gente. Come ciò fu noto a Firenze, il detto conte Niccolò, Ugolino, e Marcolfo, e’ conistabili tedeschi di presente furono cassi, ed essi si radunarono all’Orsaia in quello d’Arezzo, e crearono compagnia, la quale per lo caso detto di sopra del cappello posto in sulla lancia titolarono la compagnia del Cappelletto, e quivi fatto il capo a’ ladroni, in piccolo tempo molto ingrossarono. I Pisani sentendo la dissensione della gente del comune di Firenze, rassicurati non poco, con l’arte loro ritolsono Laiatico, dove senza volere alcuno a prigione, uccisono venticinque fanti che v’erano dentro alla guardia, intra i quali furono cinque di nome; per la qual cagione i Fiorentini sdegnati trassono di Peccioli quasi tutti i migliori terrazzani, de’ quali parte ne vennero a Firenze, e per loro vita dal comune ebbono provvisione: gli altri terrazzani veggendo la gelosia presa per i Fiorentini, tutti quelli ch’avessono forma d’uomo se n’uscirono, onde la terra rimase a’ soldati. Il simile feciono quelli di Ghiazzano, e di Toiano, e dell’altre tenute prese pe’ Fiorentini. Nei detti dì essendo il capitano venuto a Firenze, i Pisani con seicento cavalieri e molti pedoni corsono in su quello di Volterra, e levarono preda di trecento bestie grosse, e uccisono alquanti uomini, e alquanti ne presono. La gente del comune ch’era in Peccioli non stava oziosa, ma sovente cavalcavano, sino sulle porte di Pisa, mettendo aguati, e prendendo prigioni, e facendo aspra e sollecita guerra, tanto feciono che ’l contado di Pisa verso le parti dove poteano cavalcare non s’abitava, nè si poneva a seme.

CAP. XXIV. Comincia la guerra che i Fiorentini feciono in mare a’ Pisani.

Del mese d’agosto le galee di Perino e quelle di Bartolommeo condotte al soldo dal comune di Firenze furono nella riviera di Pisa verso Piombino, facendo in quelle riviere gran danni, e in quelli giorni messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco del regno di Puglia, alle sue spese mandò due galee a servire il nostro comune per tempo di due mesi, le quali detto tempo assai affannarono i Pisani, non lasciando nel porto di Pisa legno che non pigliassono, rubassono e ardessono: e all’isola della Capraia scesono in terra, e levarono preda di mille capi di bestie, e il simile feciono al Giglio e a Vada per tutta quella marina dove danni di preda o d’arsioni poterono fare, a grande onore del comune di Firenze. Perino Grimaldi all’entrata di settembre per simile modo correva la detta marina facendo gran guerra, e per battaglia prese la Rocchetta, la quale è posta in su la marina intra Castiglione della Pescaia e Piombino in forte luogo; li terrazzani rifuggirono nella rocca, e’ Genovesi presono la terra, e forniti di vittuaglia la rubarono e arsono. Fu riputato per Italia in grande onore al nostro comune, e non senza ammirazione di chi l’intese, che i Fiorentini potessono in mare più che i Pisani, e che per acqua li tenessono assediati.

CAP. XXV. Come e perchè i Romani si dierono al papa.

In quel tempo lo stato di Roma e reggimento era tornato nelle mani del popolo minuto, del quale si facea capo, ed era il maggiore e quasi signore un Lello Pocadota, ovvero Bonadota calzolaio, il quale col favore del detto popolo avea cacciati di Roma i principi, e’ gentili uomini, e’ cavallerotti, ed essi di fuori accoglieano gente, e misono in grida che aveano al loro soldo condotta la compagnia del Cappelletto, la quale allora era in Campagna, di che per questa tema i governatori di Roma feciono seicento uomini a cavallo di soldo tra Tedeschi e Ungheri, e altrettanti de’ loro cittadini, e numerato il popolo romano a piè si trovarono essere ventidue migliaia d’uomini armati, e per temenza la notte faceano guardare le porte. Occorse in questi giorni, o per sagacità che fosse, o per errore de’ gentili uomini, che avendo i Romani mandato loro potestà a Velletri, fama uscì fuori che quelli di Velletri l’aveano morto, onde i rettori di Roma diffidati di loro stato accolsono consiglio, e coll’autorità d’esso dierono al papa il governo della città liberamente come a signore: ben vollono per patto che messer Guido cardinale di Spagna non vi potesse avere alcuno ufizio o giurisdizione. Tu che leggi ed hai letto le alte maravigliose cose che feciono i buoni Romani antichi, e tocchi queste in comparazione, non ti fia senza stupore d’animo.

CAP. XXVI. Come Dio chiamò a sè papa Innocenzio, e fu fatto papa Urbano quinto.

Fu papa Innocenzio sesto uomo di semplice ed onesta vita, e di buona fama, colla quale passò di questa vita a migliore a dì 11 di settembre 1362, e a’ tredici dì fu seppellito alla chiesa di nostra Dama d’Avignone. Sedette papa anni nove, mesi otto e dì sedici: vacò la Chiesa di Roma dì quarantotto. I cardinali essendo chiusi in conclavi in numero ventuno a dì 28 di settembre, si trovò che dato aveano quindici voci al cardinale...... che fu vescovo di...... monaco nero, e di nazione Limogino, uomo per età antico, e per vita di penitenza, e del tutto dato allo spirito, a cui essendo revelato lo squittino, avanti che pubblicato fosse papa con molto fervore d’amore e umiltà rinunziò. I cardinali, perchè per avventura non era chi arebbono voluto, accettarono la rifiutagione. Appresso il cardinale di Tolosa nipote del cardinale d’Aubruno ebbe undici voci delle ventuno, un altro dieci, un altro nove, onde a’ trenta di settembre gara entrò tra’ cardinali, ed erano in grande discordia, ch’una parte d’essi il volea Limogino, e l’altra no. In fine come piacque a Dio, da cui viene ogni bene e ogni grazia, il dì ultimo d’ottobre elessono in papa messer Guglielmo Grimonardi, nato della Siniscalchia di Belcari, il quale era abate di san Vittore di Marsilia, dell’ordine di san Benedetto, uomo d’età di sessanta anni, onesto e di religiosa vita, pratico e intendente assai. Costui di settembre era venuto con danari che la Chiesa mandò al legato ambasciadore alla reina Giovanna, passò per Firenze, e di convito de’ signori fu riccamente onorato; sentita per lui la morte d’Innocenzio si partì di Firenze, ed osò dire, che se per grazia di Dio vedesse papa che avesse in cura di venire in Italia, e alla vera sedia papale, e abbattesse i tiranni, e l’altro dì morisse, sarebbe contento. I cardinali perchè non era in Avignone, come scritto avemo, quando fu eletto, lo tennono celato, e mandarono per lui fingendo per certe cagioni averne prestamente bisogno, e segretamente a dì 30 d’ottobre entrò in Avignone, e a dì 31 fu pubblicato papa, e nomato Urbano quinto: prese il manto e la corona a dì 6 di novembre.

CAP. XXVII. Come al re Pietro di Castella morì un figliuolo che avea.

La novità del fatto ne dà materia di mettere in nota quello che passare con silenzio, essendo stato il caso in altrui, non era da ripigliare. Del mese d’aprile passato, Pietro re di Castella avendo un figliuolo di dama Maria sua femmina d’età di tre anni e mezzo, volle dare a intendere, e fare credere al suo reame, che fosse legittimo e naturale, e pubblicamente osò dire, che la detta dama Maria era sua legittima sposa; e per affermare a’ sudditi suoi quello dicea, volle e ordinò che tutti quelli che aveano a fare omaggio alla corona a certo giorno dato giurassono fedeltà nelle mani del fanciullo, e così feciono tutti i suoi baroni, chi per amore e chi per paura, e per reverenza d’omaggio tutti li baciarono la mano, e il simile feciono i sindachi di tutte le comunanze del suo reame. Nel detto anno del mese d’ottobre il fanciullo morì, di che il re duolo ne prese a dismisura, e vestissene a nero con tutti i suoi baroni. Dimostrò che a Dio sovente non piace quello che piace all’uomo, massimamente le burbanze.

CAP. XXVIII. Come Perino Grimaldi prese l’isoletta e castello del Giglio.

All’entrante del detto mese d’ottobre, Perino Grimaldi da Genova al soldo del comune di Firenze con due galee e un legno, giunte a lui l’altre due galee condotte per lo comune, si dirizzò all’isola del Giglio, e scesi in terra con molto ordine assalirono la terra con aspra battaglia. I terrazzani tutto che sprovveduti francamente si difesono, e per lo giorno la battaglia durò dalla terza al vespero, nella quale di quelli d’entro molti ne furono morti, molti magagnati dalle buone balestra de’ Genovesi. Partita la battaglia i Genovesi si tornarono a loro galee, e medicarono i loro fediti, e presono la notte riposo. Il seguente dì la mattina tornarono alla battaglia con molto più cuore e ordine, avendo scorta la paura e il male reggimento di quelli della terra: così disposti andando, si feciono loro incontro tre di quelli della terra senza arme gridando, pace pace, e giunti al capitano, lui ricevente per lo comune di Firenze dierono la terra salvo loro avere e le persone, e così per Perino furono graziosamente ricevuti, e nella terra i Genovesi entrarono, non come nemici, ma come terrazzani pacificamente, e’ terrazzani si trassono con loro a combattere la rocca, con minacciare il castellano, il quale, cominciata la battaglia, vile e impaurito, temendo non tagliassono la rocca da piè con le scuri, disse si volea arrendere salvo l’avere e le persone, e avendo dal comune di Firenze le paghe ch’avea servite, e così fu ricevuto. Perino avendo fatto tanto nobile acquisto al nostro comune, fornita la rocca di vittuaglia e di sufficienti guardie, e seguendo la felice fortuna prese viaggio verso l’Elba. Il comune di Firenze mandò castellano al Giglio; e perchè avea soperchiati i Pisani in mare fè disordinata festa e letizia e di dì e di notte. Questa ventura fu tenuta mirabile, e operazione di Dio piuttosto che umana, considerato che la terra e la rocca sono da guardarle e lasciarle stare, e nè la forza del comune di Genova, che più volte avea tentato la ventura dell’acquisto del Giglio, nè quella de’ Catalani, nè quella de’ Pugliesi, che più e più volte aveano cercato il simile, e con aspre e continove battaglie aveano combattuta la terra, e non potuto acquistarvi una pietra, facevano la cosa più ammirabile. Come a Pisa fu la novella sentita duri lamenti vi furono, parendo loro vilia di mala festa, poichè i Fiorentini li sormontavano in mare: e di certo loro intervenne il detto del savio, il quale dice: Extrema gaudii luctus occupat; che suona in volgare: Gli estremi della letizia sono occupati dal pianto; così occorse a’ Pisani, per la disonesta e pomposa festa e allegrezza che feciono per Pietrabuona, avvilendo in parole e in fatti a dismisura i Fiorentini, la quale in sì breve tempo fu soppresa da tante avversitadi. E ciò è chiaro esempio al nostro comune d’usare la vittoria onestamente, e non straboccare nelle vane e pompose feste per loro vittorie.

CAP. XXIX. Come messer Piero Gambacorti per trattato si credette tornare in Pisa.

Piero Gambacorti uscito di Pisa, il quale molto tempo innanzi che la guerra si cominciasse, avendo rotto i confini che per lo suo comune gli erano stati assegnati a Vinegia, si conducea in Firenze per essere più vicino di Pisa, se la fortuna gli avesse apparecchiato via da ricoverare suo stato. E stando in Firenze, del mese d’ottobre tenne segreto trattato co’ suoi fidati amici, che molti ancora n’avea, di ritornare in Pisa con la forza de’ Fiorentini, che di qui gli era promessa e doveali essere data la porta di san Marco; proseguendo suo trattato, ed essendo dato il giorno, a dì 10 d’ottobre, col capitano de’ Fiorentini, e con settecento cavalieri e trecento Ungari si partì di Peccioli, e giunsono a Pisa nella mezza notte, ed entrarono nel borgo di san Marco; ed essendo all’antiporto della terra, e non essendo loro risposto, cominciarono a volere rompere quella: dentro desto il fatto di subito furono all’arme, e la terra tutta impaurita e in tremore: due conestabili de’ nostri, ch’erano già in su l’antiporto vi furono morti: e non sapendo quelli d’entro se quelli di fuori erano assai o pochi, mandarono fuori tre bandiere d’uomini a cavallo, i quali per i nostri furono tutti tra presi e morti; onde i Pisani veggendo che il fatto era maggiore che non si stimavano, giugnendo paura a paura per la notte, si dierono a guardia delle mura sollecitamente. Veggendo il capitano e Piero che ’l fatto era scoperto, e la sollecita guardia, e non sentendo dentro dissensione di romore cittadinesco, arsono il borgo, e co’ prigioni e preda si tornarono a Peccioli. La cagione perchè non ebbe effetto il trattato fu, che la sera innanzi che i nostri cavalcassono presentendo i Pisani che trattato era nella terra, tutto non sapessono che, in caccia feciono tornare tutti i loro soldati a cavallo e a piè in Pisa; veggendo gli amici di Piero ciò non s’ardirono a scoprire per paura: se ciò non fosse stato, Pisa per quella volta venia alle mani del comune di Firenze. Credo nol volle Iddio per meno male, che tanto erano infiammati i Fiorentini, che rischio era della desolazione di quella città. Tornati i nostri a Peccioli, il seguente giorno cavalcarono al Bagno ad Acqua e arsonlo, e molte altre ville d’attorno.

CAP. XXX. Come Perino Grimaldi soldato del comune di Firenze prese Portopisano, e le catene del detto porto mandò a Firenze.

Nel detto anno del mese d’ottobre, Perino Grimaldi a soldo del comune di Firenze, con quattro galee e un legno bene armati e di buona gente, avendo fatto dannaggio assai per la riviera di Pisa, si mise in Portopisano, e giunti alle piagge, e con barche misono a terra una parte de’ loro balestrieri, i quali colle balestra francamente assalirono cinquanta cavalieri e molti fanti che per i Pisani erano posti alla guardia del porto, temendo che l’armata de’ Fiorentini non li danneggiasse nel seno del porto loro. La gente de’ Pisani non potendo sostenere l’oppressione della balestra abbandonarono il porto, onde i Genovesi presono il molo, e senza arresto giunti al palagio del ponte v’incominciarono colle balestra aspra battaglia: nel palagio erano venti masnadieri, i quali ben guerniti alla difesa non lasciavano i Genovesi appressare alla porta. Durando la detta battaglia per lungo spazio, il capitano delle galee saputo guerriere fece a due galee levare alto gli alberi, e miservi l’antenne, e nella vetta di ciascuna antenna mise una gabbia, e allogò due de’ migliori balestrieri ch’egli avesse nell’armata, e le galee condussono vicine al palagio, e l’antenne levavano alte a bassavano come domandavano i balestrieri ch’erano nelle gabbie, e talora erano al pari del palagio, e talora più alti, e ferendo i fanti ch’erano alla guardia sopra la porta non li lasciavano scoprire alla difesa, onde quelli ch’erano a piè del palagio sentendo allentata la difesa spezzarono le porte, e presono il palagio con quelli che dentro v’erano; poi si dirizzarono all’una delle mastre torri, e quella per simile modo ebbono e abbatterono, e nel cadere che fece uccise alcuni Genovesi che la tagliarono, l’altra torre ebbono a patti; e ciò fatto, prestamente rifeciono il ponte in su l’Arno, ch’era tagliato, e addirizzaronsi al palagio della mercatanzia e al borgo, e quelli per lungo spazio combatterono, ma per i cavalieri e masnadieri che quivi erano rifuggiti niente vi poterono acquistare, tutto che gran danno colle balestra facessono. Tornati al porto baldanzosi per la vittoria arsonvi una cocca che v’era carica di sale, e più altri legni che vi trovarono; e per dispetto de’ Pisani, e per rispetto della nuova vittoria de’ Fiorentini, velsono le grosse catene che serravano il porto, e quelle, carichi d’esse due carri, mandarono a Firenze, strascinandole per tutto per derisione, delle quali furono fatte più parti, e in tra l’altre quattro pezzi ne furono appesi sopra le colonne del profferito dinanzi alla porta di san Giovanni. E fu per chi il fè avuto rispetto alla perfidia de’ Pisani, i quali per i nobili servigi ricevuti loro donarono quelle colonne abbacinate, e coperte di scarlatto, e perchè l’uno esempio chiamasse l’altro.

CAP. XXXI. Come messer Bernabò mandò a papa Urbano a proseguire la pace.

Come messer Bernabò sentì la coronazione di papa Urbano quinto creò solenne e onorevole ambasciata, e mandogliele, i quali fatto la debita reverenza, e rallegratisi in persona di loro signore di sua coronazione, appresso gli esposono come messer Bernabò con reverenza domandava di volere seguire l’accordo già cercato tra la santa Chiesa e lui; il papa con grave aspetto avendo ricevuti gli ambasciadori, con quello medesimo rispose, che quando il signore loro avesse renduto a santa Chiesa le terre sue, le quali contra ogni giustizia tiene occupate, e volesse delle sue perverse operazioni tornare a penitenza e a obbedienza della Chiesa di Dio, come fedele cristiano che lo riceverebbe. Allora gli ambasciadori ricorsono al re di Francia che del detto mese di novembre era in Avignone, perchè si facesse trattatore e mezzano, il quale dal papa ebbe simigliante risposta, e di corte si partì mal contento; e per questo e per altre cagioni gli ambasciadori di messer Bernabò lo seguirono, pregandolo ritornasse in corte, e niente ne volle fare. Partito il re, indi a picciolo tempo il santo padre fermò gravissimi processi contro a messer Bernabò d’eresia e scisma, i quali si pubblicarono in Firenze domenica a dì 29 di gennaio 1362, ne’ quali erano molti articoli d’eresia, e intra gli altri, che egli tenea d’essere Iddio in terra, massimamente nel distretto suo, e assegnolli termine a irsi ad escusare per tutto il mese di febbraio 1362.

CAP. XXXII. Domande fatte per lo re di Francia al papa.

Quattro cose dopo la visitazione e rallegramento di sua coronazione domandò il re di Francia al santo padre; in prima, quattro cardinali de’ primi facesse: appresso sei anni le rendite di santa Chiesa in suo reame domandando di poterle in tre anni ricoglierle per aiuto a pagare il re d’Inghilterra, di quello che per i patti della pace fare li dovea: la terza domanda fu, che gli piacesse per mezzanità sua seguire il trattato della pace con messer Bernabò, promettendoli di fare stare contento messer Bernabò a quattrocento migliaia di fiorini, i quali dovesse pagare la Chiesa al re in otto anni, cinquantamila per anno, mostrando che ciò gli era in grande acconcio alle faccende che a fare avea con il re d’Inghilterra, affermando che messer Bernabò glie ne facea sovvenenza quel tempo che a lui piacesse: la quarta domanda fu, che piacesse a sua santità dare opera che la reina Giovanna fosse sposa del figliuolo. A questa ultima il papa prima rispose, che quanto per sè esso n’era molto contento, e gli piacea, quando il figliuolo dimorasse nel Regno, e prestasse il saramento e il debito censo a santa Chiesa, e dove fosse in piacere della reina cui ne conforterebbe. All’altre domande disse al re che n’arebbe suo consiglio, e che perciò non bisognava ch’egli stesse, che a tempo li risponderebbe; e per non avere materia di fare in dispiacenza del re, che avea chiesti quattro cardinali, per le digiune nullo ne volle fare. Il re passò il Rodano visitando le terre della Provenza, mal contento alle risposte del papa.

CAP. XXXIII. Di grande acquazzone che in Italia fè danno.

All’entrata di novembre per tutta Italia furono grandissime e continove piove; in Lombardia ruppono gli argini del Po in più luoghi, e tutto il paese allagarono con danno grandissimo de’ paesani; in Firenze ruppono la pescaia della Porta alla giustizia, e il muro fatto per lo comune per riparo della Piagentina, e stesonsi l’acque in essa profondandosi forte, e vennono insin presso alle mura sopra la Porta alla giustizia, a quelle tosto arebbono con la porta e colla torre del canto gittate in terra, se non fosse stato il presto argomento di buoni maestri, i quali con pali a castello e con altri ripari sollecitamente e di dì e di notte puosono riparo.

CAP. XXXIV. Come il re di Cipro andò ad Avignone con tre galee.

Il dì tre di dicembre 1362, lo re di Cipro con tre galee apportato andò ad Avignone al santo padre, per ordinare e dar modo con lui al passaggio oltremare non ancora maturo; il perchè i saracini sentendo suo cercamento, in Egitto, e in Damasco e in Soria presono molti cristiani, e forte gli afflissono: e per tanto questi accennamenti sono ai cristiani che di là praticano forte dannosi.

CAP. XXXV. Come morì Giovacchino degli Ubaldini e lasciò reda il comune di Firenze.

Del mese di dicembre di detto anno, per uno fedele di Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini rivelato gli fu, che Ottaviano suo fratello l’avea richiesto, e tenea trattato di torli Castelpagano; Giovacchino volle che il fedele seguisse il trattato, e procedendo a tanto venne al fatto, che Giovacchino essendosi dentro fornito in modo che non potea essere forzato, ordinò che il fedele al giorno dato mise i fedeli e’ fanti di Ottaviano; Giovacchino fece serrare le porte, e mettere al taglio delle spade quelli che dentro v’erano racchiusi. Occorse ch’uno fedele di Ottaviano veggendosi in luogo da non potere campare, disperando, come un verro accanato si dirizzò a Giovacchino, e lo fedì nella gamba, della quale fedita di spasimo indi a pochi giorni morì. Conoscendo Giovacchino il poco amore del fratello verso lui, e ch’era cagione di sua morte, fè testamento, e lasciò erede il comune di Firenze; il quale poi del mese di febbraio per suo sindaco, come giusto e legittimo erede prese la tenuta di Castelpagano, e d’altre terre e beni che s’apparteneano al detto Giovacchino.

CAP. XXXVI. Come il conte di Focì sconfisse e prese quello d’Armignacca.

Erano gare e questioni spiacevoli e gravi intra il conte di Focì e il conte d’Armignacca, il perchè in fine ciascuno fece suo sforzo sì di sua gente e sì d’amistà, e a dì 5 di dicembre ingaggiati di battaglia si trovarono in sul campo all’Isola presso di Tolosa, e commisono insieme aspra battaglia, la quale per la pertinacia della buona gente che temeva vergogna sì dall’una parte come dall’altra durò per lungo spazio di tempo, dove si trovò morti in sul campo tra dall’una e dall’altra parte oltre a tremila uomini da cavallo, che ve n’ebbe mille cavalieri e gentili uomini di rinomea, e a quello di Focì rimase il campo, e quello d’Armignacca fedito rimase prigione, e con lui il conte di Giagne, e il conte di Montelesori, e ’l signore di Libret con due suoi fratelli, e il conte di Cominga, e più altri signori e gentili uomini di nomea.

CAP. XXXVII. Come i Pisani vollono torre il campanile d’Altopascio.

I Pisani, come uso di guerra richiede, solleciti ad offendere loro avversari, tutto che ’l verno soglia prestare triegua alle guerre campali, a dì 8 di gennaio di detto anno con seicento cavalli e duemila buoni pedoni si strinsono al campanile d’Altopascio, che l’altro per loro era stato arso, come di sopra narrammo, e quello assediarono, ma assediati dalla durezza del verno finiti i cinque giorni lasciarono l’impresa, il perchè i Fiorentini a’ 17 dì del mese, il dì di santo Antonio, veggendo che i Pisani s’erano partiti dall’assedio, considerando che la fortezza era stecco nell’occhio al Pisano, vi mandarono il conte Francesco da Palagio con venticinque uomini a cavallo e dugento fanti, e con molti maestri per riporre il castello sotto la sicurtà del campanile: i Pisani, che vicini erano al luogo, sentendo il fatto, con seicento cavalieri e duemila masnadieri assalirono i nostri, i quali trovarono sospesi e attenti al lavorio, i quali per lungo spazio di tempo francamente si difesono come prod’uomini, ma il proverbio è pur vero che i più vincono, i Pisani per le rotture del muro si misono dentro, onde i nostri non potendo sofferire pensarono a ritrarsi a salvamento, de’ quali cento e più si fuggirono nel campanile, gli altri alle terre del comune di Firenze vicine ad Altopascio; e in tanta zuffa non vi furono morti che sei, uno dalla parte fiorentina e cinque dalla parte de’ Pisani, magagnati e fediti d’ogni parte ne furono assai. La nostra gente da cavallo che già sentito avea il romore traeva al soccorso, e traendo caddono ne’ guati che per i Pisani erano messi, e rimasonne otto presi, i quali agli altri scopersono i guati. I Pisani ciò fatto a dì 27 del mese si partirono e arsono quello che rimaso era da ardere fuori del campanile, e partiti di là si puosono a oste a Castelvecchio, e i Fiorentini armati, e ciascuno in distanza di piccolo tempo se ne partì senza fare frutto niuno.

CAP. XXXVIII. Come in Firenze s’ordinò tavola per lo comune per servire i soldati.

Gl’ingordi e disonesti usurieri, che sotto colore di prestanza sovvenieno i soldati di loro comune, portavansene i loro soldi, l’arme e’ cavalli, il perchè il comune ai suoi bisogni non li potea avere cavalcati; mosse il comune a fare banco, il quale con danari del comune potesse sovvenire a’ soldati, e del mese di febbraio 1362 fu ordinato co’ suoi ufiziali, i quali, nel detto anno in calen di marzo cominciarono l’ufizio, ed ebbono al cominciamento del banco dal comune quindicimila fiorini.

CAP. XXXIX. Come i Pisani vollono torre santa Maria a Monte.

A dì 26 del mese di gennaio, il capitano de’ Pisani Rinieri del Bussa da Baschi con ottocento cavalieri e tremila pedoni cavalcò a santa Maria a Monte, e considerando che per due ponti ch’erano sulla Gusciana i Fiorentini poteano soccorrere il castello, quelli prestamente tagliarono, e nel pieno della notte assalirono il castello da due parti, e con aspra battaglia e gran romore per molto spazio di tempo il combatterono, e per i soldati del comune e per i terrazzani furono villanamente ributtati, avendo già poste le scale alle mura del borgo, e assai ne furono morti e magagnati colle pietre e co’ balestri; e sopravvegnendo il giorno, veggendosi perduta la speranza della terra, cominciarono ad ardere e fare preda per lo paese: avendo di ciò boce messer Ridolfo da Camerino allora capitano de’ Fiorentini trasse al soccorso; i Pisani non lo attesono.

CAP. XL. Come i Pisani vollono torre Pescia per trattato.

La sagacità de’ Pisani non trovava posa, ma con solleciti modi e occulti trattati per torre delle terre de’ Fiorentini, e avendo del mese di febbraio 1362 per danari corrotte certe guardie diputate a certa parte delle mura di Pescia, nella mezza notte con scale assai, e con cinquecento uomini di cavallo e con duemila fanti eletti, con molto ordine s’accostarono alle mura della terra che guardavano i traditori tacitamente, che quelli d’entro niente ne sentirono. I traditori come li sentirono, che stavano a orecchi levati, uccisono le guardie ch’erano con loro alle poste ignoranti del tradimento; onde i Pisani avendo poste le scale sicuramente salivano, e già assai n’erano in sulle mura. Occorse per fortuna, che quegli che andava rassegnando le guardie in quello stante vi sopraggiunse, e scoperta la baratta in istante levò il romore, e svegliata la terra, quelli ch’aveano prese le mura impauriti se ne fuggirono, e le guardie del trattato con loro insieme, e la gente de’ Pisani si ridusse a salvamento alle terre loro.

CAP. XLI. Come papa Urbano pubblicò in Avignone i processi fatti contro a messer Bernabò.

All’entrata del mese di marzo 1362, papa Urbano quinto in Avignone pubblicò il processo che fatto avea contro a messer Bernabò, e avanti che pronunziasse, gli ambasciadori di messer Bernabò e i suoi avvocati comparirono e dierono boce che v’era messer Bernabò, onde il papa prolungò il termine per infino a di 4 di marzo, e di nuovo lo fece citare, facendo cercare per suoi mazzieri tutta la corte, e il venerdì 4 di marzo mandò due cardinali in persona a fare cercare il palagio e l’udienza, e tutto per lo detto messer Bernabò; in fine fatto armare tutta sua famiglia e i Lombardi cortigiani a guardia della corte, fece consistoro e sermone sopra i fatti di messer Bernabò con alto e nobile parlare, dolendosi delle sue eresie e delle sue infedeltà, e appresso fè pubblicare il processo suo, nel quale il condannò come eretico e infedele in molti articoli, e lo pronunziò scismatico e maladetto di santa Chiesa, privandolo di tutti onori, dignitadi, titoli, e privilegi, e giurisdizioni, e assolvendo dal giuramento tutti i sudditi suoi, annullando tutti i privilegi imperiali che avesse per successione, e che gli fossono conceduti in persona, e ogni e qualunque avesse per altro modo, e privollo del matrimonio liberando la moglie come cristiana dal marito eretico e infedele: e nella sentenza involse chiunque li desse consiglio, aiuto e favore, e i sudditi se l’ubbidissono, e chi lo servisse in arme per soldo o in niuno altro modo, o contro alla Chiesa di Dio s’operasse; e concedette indulgenza di colpa e di pena a quelli che fossono confessi e pentuti a chi contra lui prendesse la croce quando fosse predicata, e in essa sentenza orribile involse i descendenti, come nati di sangue eretico e infedele. Pronunziata la sentenza il santo padre si levò ritto, e misesi in ginocchione colle mani giunte e levate al cielo, e come vicario di Gesù Cristo invocò l’aiuto suo, e di M. S. Piero e di M. S. Paolo, e di tutta la celestiale corte, pregando che come avea il tiranno infedele e crudele legato in terra con sua sentenza come vicario di Cristo e successore di san Pietro, così essi lo legassono in cielo. Lo re di Francia, ch’era in corte a procurare per lo tiranno, e ’l procurò in sua utilità si tornava, forte se ne scandalizzò, e molti cardinali i quali erano suoi protettori in corte e provvisionati nel segreto assai malcontenti ne furono, avendo più caro loro occulta prefenda che l’onore di santa Chiesa.

CAP. XLII. Come morì messer Simone Boccanera primo doge di Genova.

A dì 13 di marzo di detto anno, essendo gravemente malato messer Simone Boccanera doge di Genova, e correndo la boce ch’egli stava male, il popolo prese l’arme, e chiamò venti popolani, i quali domandarono in guardia il palagio del doge, e a dì 14 del mese v’entrarono e trassonne circa a trecento tra parenti, e famigli e amici del doge, e nel palagio lasciarono lui, e la moglie e’ figliuoli, e questi venti che teneano il palagio elessono altri sessanta popolani al consiglio loro, e con loro consiglio e favore crearono nuovo doge, lo quale fu messer Gabbriello Adorno mercatante di buona condizione e fama, il quale vollono, che campasse o morisse messer Simone Boccanera, fosse doge; e ciò fatto riposò il popolo, e puose giù l’arme, e i gentili uomini e gran case di tutto niente si travagliarono. Durando nella infermità il Boccanera, furono creati sei sindachi ch’avessono a ricercare le ragioni de’ suoi ufici, e infine tra per l’oppressione de’ sindachi, e chi disse, e forse non mentì, aiutato, assai miseramente passò di questa vita, e il corpo suo con due bastagi e un famiglio fu portato alla chiesa. E tale fu il fine del valente e famoso uomo della primizia de’ dogi di Genova.

CAP. XLIII. Come fu morto il conte di Lando.

Avendo del mese di marzo la Compagnia bianca tolto un castello a messer Galeazzo, ed egli vi mandò in soccorso il conte di Lando con quattrocento barbute; per scontrazzo s’abboccò con gl’Inghilesi e fu sconfitto, e morto d’una lancia di posto nel petto. E tale fine trovò colui che capo di compagnia famoso, più volte avea liberamente corsa gran parte dell’Italia con fare ogni uomo ricomperare.

CAP. XLIV. Come Bernabò Visconti fu dalla gente della lega sconfitto alla bastita a Modena, e come la perdè.

A dì 16 d’aprile 1363, Bernabò eretico per sentenza del santo padre, con duemilacinquecento cavalieri di sua gente eletta venne per fornire la bastita che tenea sul Modanese, la quale era assediata e forte stretta dalla gente della lega de’ Lombardi, e giugnendo la mattina, preso in prima agio, rinfrescamento e ordine, colle schiere fatte, anzi si strignesse alla bastita, ne fece subitamente rizzare un’altra non molto di lungi dalla Negra; la bastita era dificata in forma che non s’avea se non a conficcare: la gente de’ collegati bene capitanata e in punto, con due forti campi intorno alla bastita con due lati e profondi fossi, l’uno lungo il campo, e l’altro di fuori alla tratta del balestro, sicchè bene si potea la gente della lega tra’ due fossi schierare. Il tiranno colla forza di sue schiere passò il primo fosso, onde convenne a quelli ch’erano tra le barre per paura rifuggire ne’ due campi, e lasciarono fornire la bastita, dove mise il tiranno trentasei carra di fornimento; e ciò fatto Bernabò se n’andò a Crevalcuore per sollecitare il resto del fornimento, e a’ suoi impose che attendessono la notte prima si partissono, ma Anichino di Bongardo partito Bernabò disse, che poichè fatto avea il servigio per che era venuto quivi non intendea albergare, e si mosse con ottocento barbute. I capitani della lega imbaldanziti, veggendo i modi che teneano i nemici in sconcio e male ordinati, essendo in punto colle schiere fatte e bene capitanati, le brigate coraggiosamente percossono a loro. La battaglia per la eletta gente di Bernabò fu aspra, la quale durò infino all’ora di vespero, e allora, come fu il piacere di Dio, la gente de’ collegati vinse; assai furono i morti, e non de’ minori. Presivi furono messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di Bernabò, messer Lodovico dall’Occa da Pisa, messer Guglielmo de’ Pigli da Modena, messer Sinibaldo degli Ordelaffi da Forlì, messer Guglielmo Cavalcabò, messer Giovanni Penzoni da Cremona, messer Guido Savina, messer Ghiberto da Correggio, Antonio da Santovito figliuolo di messer Ghiberto da Fogliano, Beltramo de’ Rossi da Parma, Guglielmo Aldighieri da Parma, messer Andrea de’ Peppoli, messer Niccolò Pallavicini, messer Giovanni dalla Mirandola, messer Giovanni Bolzoni di Milano ricco di quattrocentomila fiorini, Antonio d’Ungheria, Luchino de Asalis da Milano, Piero da Correggio, Guido da Foiano, Mocolo dalli Pelagri, Alessandro da Verona, Giovanni Scipioni, Paolo Zuppa da Parma, Maffiuolo da Labro di Milano, Damulo Dusmago di Milano, Baroncio del maestro Manno, e altri nomati infino nel numero di trentotto: a bottino mille cavalli e molti prigioni. Quinci seguì, che quelli della bastita non essendo forniti, Bernabò non avendo possanza di soccorrerli, s’arrenderono salve le persone.

CAP. XLV. Come i Pisani vollono torre Barga.

Partito all’entrante di marzo 1362 messer Ridolfo da Camerino, venne in Firenze per capitano di guerra in suo luogo messer Piero da Farnese senza pompa, se non quanto a uso militare si richiede, e veduto e ricevuto fu con buono volto. I Pisani con sollecitudine seguendo giusta loro possa ogni atto di guerra, sentendo che messer Ridolfo avea fornito per tutto il mese di febbraio suo capitanato, e tutto che avesse francamente e come valente uomo lealmente esercitato suo uficio, con poco onore s’era partito, e mal contento, e con fama di poco leale cavaliere, e che messer Piero da Farnese uomo coraggioso e per lunga esperienza grande maestro di guerra era giunto in Firenze, immaginando che innanzi che messer Piero fosse informato della intenzione del comune, e innanzi che fosse in atto da poterli offendere che poteano usare il tempo della guerra a loro vantaggio. E pertanto domenica d’ulivo, dì 27 di marzo 1363, fatto tutto il loro sforzo con mille cavalieri e quattromila pedoni nel pieno della notte con molto ordine, con scale e altri ingegni s’accostarono a Barga senza niuno sentore de’ terrazzani, tanto fu netto e presto l’assalto, e presono gran parte delle mura, e lo spedale che è accostato ad esse, e già aveano rotte parte delle mura allato allo spedale per mettere dentro i cavalieri. I terrazzani svegliati al rompere del muro, non inviliti per l’improvviso assalto, presono l’arme, e per lo naturale odio tra loro e’ Pisani, per non venire alle loro mani, e gli uomini e le femmine raddoppiarono le forze, e francamente cominciarono la battaglia; ma tanti erano i nemici ch’erano montati sullo spedale e in sulle mura vicine allo spedale, che cacciare non li ne poteano, ma come uomini per lunga esperienza di guerra dotti, con presto e buono avviso affocarono di sotto lo spedale, onde fu necessità a’ nemici, tra per lo gran fumo, e per la vampa della paglia de’ letti dello spedale la quale subito aspettavano, abbandonare il muro, per il quale aveano la salita dello spedale, e lo spedale ancora. Di loro alquanti ne rimasono morti, molti ne furono fediti. I Pisani levati dal pensiero d’avere la terra per quella via si misono a porvi l’assedio, e puosonvi tre battifolli forti e bene apparecchiati a offesa e a difesa, pensando d’averla per lunghezza d’assedio, perchè molto era lontana dal soccorso de’ Fiorentini, il quale convenia che passasse per lo distretto loro. Sentissi che con tanta sollecitudine presa aveano questa per cambiarla con Peccioli, la quale teneano i Fiorentini in sulle ciglia di Pisa.

CAP. XLVI. Come messer Piero da Farnese credette torre Lucca a’ Pisani.

Poichè messer Piero da Farnese capitano de’ Fiorentini ebbe l’informazione dell’intenzione del comune, e dello stato della guerra, si partì di Firenze, e andò in Valdinievole dov’era il forte della gente dell’arme de’ Fiorentini, e da essa ricevuto fu a grande onore per le sue virtù conforme a gente d’arme, e di presente si dispose all’asercizio dell’arme: e avendo rispetto alla natura de’ Pisani sottratta e vaghi di trattati, per contrappesare a’ loro ingegni, e tenerli in paura, cercò trattato in Lucca, e quello menando sollecitamente, e con sollecitudine avendo la ferma la notte de’ 12 d’aprile, con duemila barbute e con cinquemila fanti si mosse da Fucecchio, e cavalcò sotto il Ceruglio dal Colle delle donne, e all’ora data giunse alle porte di Lucca. I Pisani, o che avessono presentito il fatto, o che per la buona guardia sentissono il romore della gente e de’ cavalli, erano pronti alla difesa, e aveano corsa la terra, e presi quarantadue cittadini e certi forestieri. Messer Piero sentendo scoperto il trattato, e la terra ben guarnita alla difesa, senza fare arsione o preda in sul Lucchese, che liberamente far lo potea, il giorno medesimo per la diritta via si tornò a Pescia. I Pisani assai de’ presi decapitarono, e assai degli altri mandarono a’ confini, stando con più sollecitudine alla guardia di quella, e dell’altre loro terre, e non di manco aveano l’assedio a Barga, alla terra di Gello, e a Castelvecchio, dove il capitano cavalcò, e fornillo per quattro mesi.

CAP. XLVII. Come i Pisani presono per forza il castello di Gello sul Volterrano.

Rinieri d’Ugolinuccio, detto Rinieri del Bussa da Baschi capitano de’ Pisani, uomo d’alto cuore e sollecito guerriere, a dì 12 del mese d’aprile si mosse da Pisa con cinquecento cavalieri e duemila pedoni eletti, intra i quali furono molti balestrieri di Gera, e si mosse per la Maremma, e con molto ordine assalì il castello di Gello non provveduto, e dibattuto assai per lo assedio. Il castello è di cento famiglie assai forte, e per luogo ben situato a difesa, e quello per lungo spazio di tempo combatterono, e quello per forza vinsono con assai morti e magagnati, e di quelli d’entro e di quelli di fuori. Vinta la terra si dirizzarono alla rocca, che era forte e ben guernita alla difesa, e la combatterono per lungo spazio, tanto che quasi non era fante nella rocca che dalle buone balestra non fosse fedito, i quali disperati di soccorso, il quale colla sollecitudine di messer Piero giugnea, s’arrenderono salve le persone. Rinieri fornito il castello di gente atti a tenerlo se ne tornò a Pisa.

CAP. XLVIII. Come i Pisani condussono la Compagnia bianca degl’Inghilesi.

Come narrato avemo nell’addietro, la Compagnia bianca degl’Inghilesi sotto il capitanato di messer Alberto Tedesco, in numero di tremilacinquecento uomini da cavallo e duemila a piè, erano al servigio del marchese di Monferrato contro a messer Galeazzo Visconti, il quale più tenere non li potea, e messer Galeazzo volentieri la si levava da dosso, e i Pisani che si vedeano nel fondo, e venire al disotto della guerra, loro ambasciadore aveano a messer Galeazzo, come a singolare amico e protettore, e per aiuto e soccorso contro alla forza de’ Fiorentini, e risposto avea che fare non potea servando sua fede contro i Fiorentini, ma che se voleano conducere la compagnia degl’Inghilesi, la quale di corto finia sua ferma, ed era per prendere viaggio, che loro ne sarebbe buono, e li dicea il cuore di poterlo fare: a questo gli ambasciadori ch’aveano il mandato larghissimo assentirono. I Fiorentini essendo di ciò avvisati, lentamente cercarono per uno Giovanni Buglietti Fiorentino, lungo tempo stato in Inghilterra, e guida della detta compagnia in Italia, la condotta di detti Inghilesi, e per l’amistà e usanza de’ Fiorentini che stavano e praticavano nell’isola d’Inghilterra, gl’Inghilesi si vollono alloggiare co’ Fiorentini per diecimila fiorini meno che non feciono co’ Pisani, e più tempo tennono sospesa la condotta de’ Pisani, aspettando conducersi co’ Fiorentini; nella quale sospensione, essendo messer Piero da Farnese in Firenze, per i governatori de nostro comune li fu sopra questa materia chiesto consiglio, il quale rispose: Io non credo che per altrettanta di gente Cesare la vedesse migliore, nata e allevata in guerra, argomentosa in maestria di guerra, e senza niuna paura; affermando senza dubbio, che chi li avesse e li potesse sostenere non lungo tempo senza fallo sarebbe il superiore della guerra. Ciò udito nel processo della condotta, quanto l’animo de’ collegi e degli altri governatori della città inclinassono a prenderli, il gonfaloniere della giustizia s’oppose, con dire, e chi pagherà? e fu l’autorità sua tanta, e di chi lo seguì dell’ordine suo, che sturbò la condotta. I Pisani savi e non lenti di presente la condussono in forma di compagnia per quattro mesi, a ragione di fiorini diecimila il mese di soldo.

CAP. XLIX. Come Rinieri da Baschi ruppe gente che messer Piero da Farnese avea mandati in Garfagnana.

Parendo a messer Piero da Farnese ragionevolmente non potere avere battaglia di campo co’ Pisani, la quale sommamente desiderava per mostrare sua virtù e provare sua ventura, avanti che la Compagnia bianca condotta per i Pisani giugnesse, contra i quali non sperava potere tenere campo, tenne trattato con certi di Garfagnana e fece loro rubellare Castiglione e certe altre castella, e avendo di ciò il certo, per fornirle di gente e di vittuaglia vi fece cavalcare Spinelloccio de’ Tolomei da Siena per capitano, e Currado di messer Stefano da Iesi, con certi altri conestabili, e con trecento uomini di cavallo, e dugento masnadieri di soldo. I Pisani sentendo della ribellione delle castella, e immaginando che per i Fiorentini si dovessono soccorrere per lo loro capitano, prestamente e con tutta loro forza misono uno aguato, dove vedeano che i nostri accampare si doveano. Passò in Garfagnana Spinelloccio con la detta gente senza contasto, e accamparonsi dove doveano, e come Rinieri s’era pensato per fornire le dette castella; Rinieri come li vidde infaccendati e occupati intorno all’accamparsi, e in atto di poterne avere il migliore, coll’aguato grosso e ordinato uscì loro addosso, e dopo lunga e fiera battaglia gli ruppe. La gente era buona, e veggendosi per lo soperchio de’ nemici in rotta, si ridussono in su un poggio vicino dove era stata la zuffa, e d’onde potea loro essere il passo sicuro per tornarsi a’ suoi: i Pisani francamente seguendoli si sforzavano a tor loro il passo, e fatto lo arebbono, ma i detti Spinelloccio e Currado seguitando l’orme degli antichi e buoni Romani, come franchi, leali e buoni uomini di subito si gittarono a piè, e si misono alla difesa del passo, e facendo maraviglie di loro persone, e tanto lo tennono, che per lo stretto la gente de’ Fiorentini si ricolse, in modo che pochi impediti ne furono. Spinelloccio e Currado, poi che vidono la brigata a loro commessa in luogo che non poteano ricevere offensione, s’arrenderono a prigioni.

CAP. L. Come Rinieri da Baschi colla gente de’ Pisani fu sconfitto e preso da messer Piero da Farnese.

Parendo a messer Piero da Farnese avere doppia vergogna, sì per le castella perdute, sì per la gente sbaragliata in Garfagnana, in forte pensiere, e come potesse sua onta vendicare, onde domenica mattina a dì 7 di maggio 1363, essendo cavalcati in verso il Bagno a Vena con ottocento tra Ungari e altra buona gente di cavallo, e con ottocento fanti eletti, il capitano de’ Pisani sentendo la cavalcata, non meno coraggioso e voglioso che messer Piero, i quali amendue si studiavano di fare innanzi la venuta degl’Inghilesi, raunò della gente da cavallo de’ Pisani circa a seicento, e pedoni assai, e continovamente da Pisa li cresceva forza, per torre alla detta gente de’ Fiorentini il passo a san Piero, e colle schiere fatte si pararono innanzi a messer Piero, perchè non potesse tornare, e di dietro e da lato da Pisa traeva gente senza numero alle spalle a messer Piero per combatterlo dinanzi e di dietro. Vedendo messer Piero davanti da sè i nemici schierati in sul campo, veggendo che quello che desiderato avea gli venia fornito, di presente ordinò le schiere sue, e perchè il luogo dove combattere doveano era pieno di solchi, impedì il ferire delle lance, onde confortati i suoi a ben fare colle spade in mano fieramente si percosse sopra i nemici, i quali non con meno cuore gli ricevettono. La battaglia fu dura e aspra, e la prima schiera de’ Fiorentini fu ributtata per difetto degli Ungari due volte, ma rannodati ruppono la prima schiera de’ Pisani, ma i rotti si ridussono alle spalle dell’altre loro schiere, e con la forza di molti pedoni tratti loro in aiuto percossono francamente sopra i Fiorentini. Messer Piero sgridati e confortati i suoi a ben fare con la sua schiera si mise sopra i nemici, lasciando l’insegne nel mezzo, ed egli dinanzi con i più eletti cavalieri. Indurando la battaglia, messer Piero fè a dugento cavalieri fedire i nemici per costa, i quali non avendo resistenza, ne vennono alle insegne de’ Pisani, e le presono e abbatterono; e ciò veggendo messer Piero urtò forte sopra i nemici, e li strinse a fuggire. Rinieri come ardito e pro’, fu preso colla spada in mano, e molti altri valenti uomini. E per certo e messer Piero e Rinieri si portarono come valenti capitani, e come arditi e pro’ cavalieri, perocchè per spazio di due ore e mezzo si combatterono pertinacemente sotto l’incerto della vittoria. Rotte le schiere de’ Pisani, gli Ungari con degli altri contesono a prendere de’ prigioni, massimamente di quelli che a piè v’erano venuti da Pisa. Molta gente da piè e da cavallo vi morì, tanto odio lor menti occupava, e molti cavalli vi furono guasti per i pedoni fiorentini che con le lance in mano fedirono di costa: il capitano messer Piero co’ prigioni si tornò alla gente sua, e in quel dì medesimo ne fu novelle in Firenze, di che si fè grande allegrezza e festa.

CAP. LI. Come messer Piero da Farnese entrò in Firenze, e il capitano de’ Pisani colle insegne e’ prigioni rassegnarono a’ priori.

A dì 11 di maggio, messer Piero da Farnese col capitano, bandiere e prigioni de’ nemici entrò in Firenze, dove ricevuto con grande letizia e allegrezza di popolo, e consegnati furono per lui a’ priori col capitano e bandiere de’ Pisani centocinquanta prigioni, essendoli per lo comune offerto una ghirlanda d’alloro umilemente la ricusò, e non la volle prendere, dicendo, che tale ghirlanda si convenia con altro trionfo e maggiore vittoria, siccome per il senato di Roma era diputato; furonli donati quattro destrieri nobili coverti dell’arme sua. Con lui venne messer Simone da Camerino fatto cavaliere nella battaglia, il quale fu lietamente veduto, e onorato di doni cavallereschi; e di poi a dì quattordici di maggio colle solennità usate furono al capitano date per messer Niccolaio degli Alberti gonfaloniere di giustizia l’insegne, e per lo capitano accomandate furono a’ Tedeschi a guardia, dando la reale a un messer Amerigone soldato del nostro comune, il quale la ricevette in nome di messer Giovanni di..... Tedesco, il quale era al campo. Non vi mancò augurio, perocchè subitamente come messer Piero l’ebbe in mano surse una lieve aura che le dirizzò verso Pisa, di che il capitano prese baldanza.

CAP. LII. Come i Pisani tolsono a’ Fiorentini Altopascio.

Sabato a dì 20 di maggio, Guelfo di messer Dante degli Scali, il quale era castellano d’Altopascio, diede il detto castello a’ Pisani per fiorini tremila d’oro che ne ricevette, il perchè domenica mattina il dì di Pasqua rugiada i priori mossono l’esecutore colla famiglia sua per andare a guastare le case sue; il popolo il quale era raunato in sulla piazza de’ priori seguì l’esecutore, ed entrò nelle case degli Scali e rubolle, e appresso vi mise il fuoco e arsonle, non potendo a ciò riparare quelli che mosso l’aveano: dopo nona detto dì mandarono il cavaliere dell’eseguitore a guastare i beni di contado.

CAP. LIII. Come i Pisani elessono per loro capitano Ghisello degli Ubaldini.

I Pisani elessono loro capitano di guerra Ghisello degli Ubaldini in lungo di Rinieri d’Ugolinuccio da Baschi, il quale era preso nelle carcere del comune di Firenze. Il detto Ghisello era coraggioso e di grande animo, dotto di guerra, e corale nemico del comune di Firenze, il quale di presente fu in Pisa, e prese la bacchetta del capitanato; e ciò fu del detto mese di maggio.

CAP. LIV. Come messer Piero cavalcò sino sulle porte di Pisa battendovi moneta d’oro e d’argento.

A dì 17 del mese di maggio, messer Piero da Farnese capitano de’ Fiorentini con duemilacinquecento cavalieri, e molti balestrieri e altra fanteria si partì dal castello d’Empoli, e dirizzossi verso Pisa, e il detto dì s’alloggiò sopra la Cecina intra Marti e Castel del Bosco, il seguente passarono il fosso, a malgrado di trecento uomini da cavallo che erano nel detto Castello del Bosco, e per la sera s’accamparono a Ponte di Sacco, e valicarono di loro in Valdicalci e a Caprone, facendo gran danni d’arsioni di ville e manieri. Proseguendo il capitano sue giornate verso Pisa arse il resto del borgo di Cascina, e tutto insin presso a Rignone e Borgo delle Campane ardendo tutto, e quivi fermato mandò a’ Pisani il guanto della battaglia, di poi lo giorno di Pasqua novella il capitano colle schiere fatte si mosse verso le porte di Pisa. Messer Amerigone Tedesco con sessanta barbute si mise innanzi a tutti gli altri, e cavalcò verso le porte di Pisa, e trovò cento barbute de’ nemici con assai gente da piè, e loro fedì addosso arditamente e li ruppe, in soccorso de’ quali uscirono di Pisa dugento uomini da cavallo, i quali volsono indietro messer Amerigone, al cui soccorso si mise messer Otto Tedesco con cento barbute e rivolse messer Amerigone, e fatta aspra zuffa i Pisani furono rotti; allora uscì di Pisa il potestà con seicento barbute e molto popolo, e ruppono i nostri, e presono i detti due conestabili con alquanta loro brigata. Messer Piero ciò veggendo come di soperchio ardito, con trecento barbute di gente eletta, lasciandosi al soccorso la sua gente grossa presso colle bandiere, con tanto animo si mise sopra i Pisani che li ruppe e fè volgere, i quali per la gran calca non potendo entrare per la porta molti se ne misono per l’Arno, de’ quali assai n’annegarono. Molti presi ne furono, e tanti e tali che i soldati più tosto vollono i prigioni, che paga doppia e mese compiuto, e assai ve ne furono morti di quelli del baldanzoso e scondito popolo. Ciò fatto il capitano a Rignone e allo Spedaluzzo fè battere moneta dell’oro, e d’argento, e di quattrini: in quella d’argento sotto i piè di san Giovanni sta una volpe a rovescio. E in quell’ora per i Pisani alla richiesta della battaglia fatta per messer Piero risposto fu, che alla battaglia verrebbono a tempo e a luogo; onde fatti per lo capitano due cavalieri, messer Guglielmo di Bolsi, e messer Giovanni di...... sonate le trombe si fè dipartenza; e mentre che la gente che rimasa era alla retroguardia, mandati dinanzi a sè gl’impedimenti da Rignone e dal Borgo delle Campane si partia, gente da piè e da cavallo de’ Pisani vi sopraggiunse, e perchè quivi erano cavalieri novellamente fatti non vollono fuggire. Nello strettissimo luogo della via, il quale quivi la natura del luogo leva in alto, quindi l’Arno colle sue ripe fortifica, furono i nemici da’ nostri aspettati, e subito con gran grida s’abboccarono insieme con fiera e ontosa battaglia. I nostri nel principio dubitarono, e crollaronsi: messer Guglielmo cavaliere novello con la lancia uno levò da cavallo, onde premendo lui co’ nostri sopra i nemici, quelli che in qua e in là scorreano ripresi furono, e da capo facendo resistenza lungo tempo si combatterono con dubbiosa vittoria. Alla fine la virtù de’ nostri crebbe, e soprastette, de’ quali l’Arno molti ne prese, e inghiottì molti pedoni nello stretto da piè, di cavalli guasti e magagnati: molti ne furono presi, molti morti, nè prima fu fine alla fuga, che giunsono sulla porta di Pisa. Quivi fu il grande scalpitamento, ed ivi li scorridori mescolati con i nemici quasi si metteano nella porta, intra i quali era un trombettino del nostro comune, il quale sonando, fu di saetta che venne dalle mura ferito, e cadde da cavallo, allora i nostri per studio d’avere il giglio del trombettino, perchè il segno non venisse alle mani de’ Pisani, agrissimamente si combatterono, ove oltre a venti dei nemici furono morti e molti fediti, e la tromba col segno del trombettino fu ricoverato: de’ nostri ne furono morti..... e otto presi, intra i quali furono i detti due cavalieri novelli. Alla fine divisa la zuffa i nostri a salvamento si ritornarono al campo, il quale era fermo a san Sevino dalla parte sinistra sopra la riva dell’Arno, che san Sevino era bene guardato; ed essendo molto del dì nelle dette cose consumato, levate le schiere i nostri s’alloggiarono la sera nella villa di Peccioli, e per la fatica del giorno stettono senza guardia, solo che delle spie: il dì seguente il capitano rimandò della gente a cavallo e a piè verso Pisa a fare quel danno poterono.

CAP. LV. Sagacità usata per i Pisani per non perdere Montecalvoli.

I Pisani ch’aspettavano la Compagnia bianca degl’Inghilesi, temendo di Montecalvoli, il quale pochi giorni si potea tenere, usarono questa malizia, che di notte segretamente facevano uscire di Pisa loro gente d’arme, e la mattina polverosi li faceano ritornare, e li riceveano a gran festa, sotto nome di gente della Compagnia bianca, stimando ne seguisse quello ne seguì: e loro venne fatto, che i priori di Firenze avendo la falsa novella per vera, subito con poco onore e del comune e del capitano li feciono partire dall’assedio di Montecalvoli, il perchè i Pisani il poterono liberamente fornire e rinfrescare: e ciò fu del mese di giugno.

CAP. LVI. Come il re di Francia per paura della compagnia non osò per terra tornare nel reame, ma tornò per acqua.

In questi giorni i pessimi uomini detti latronculi, noi in volgare diciamo ladroncelli, nel reame di Francia tanto erano multiplicati all’appoggio delle compagnie dell’arciprete di Pelagorga e del Pitetto Meschino, che il re di Francia essendo ad Avignone non si assicurò tornare per terra a Parigi, per loro danno si mise ad entrare in Borgogna. Puossi assai aperto comprendere i vestigi del santo Evangelio, ove dice: Saranno pestilenzie e fame per luoghi, e leverassi gente contro a gente: e soggiugne: E gli uomini saranno amatori di sè medesimi: e certo ogni radice di carità pare dispenta.

CAP. LVII. Della mortalità dell’anguinaia.

Nel presente mese di giugno, per vere lettere de’ mercatanti fu in Firenze come in Egitto, e in Soria, e nell’altre parti di Levante la pestilenza dell’anguinaia; gravissimamente offendea e in Vinegia, e in Padova, e nell’Istria, e in Ischiavonia, non ostante che i detti luoghi altra volta toccasse. Anche gravemente ritoccò nelle terre di Toscana, e quasi tutte comprese, e in Firenze, già stata generale tre mesi per tutto giugno con fracasso d’ogni maniera di gente.

CAP. LVIII. Come i Barghigiani colla forza de’ Fiorentini presono i battifolli.

Nel detto mese di giugno, essendo stata assediata Barga da’ Pisani lungamente con tre battifolli, e Sommacolonna con due, e assai strette, il capitano de’ Fiorentini essendo a oste a Montecalvoli trasse dal campo cinquecento barbute con alquanti masnadieri, e diè boce ch’andassono in Maremma per preda, e feceli conducere a Volterra, onde i Pisani mandarono la loro gente in Maremma alla difesa, e costoro furono condotti a Barga improvviso a’ Pisani; e sentendolisi presso quelli di Barga, che n’aveano l’avviso, uscirono fuori a combattere l’uno de’ battifolli. Avvenne che quelli degli altri due battifolli, lasciando pochi di loro alla guardia de’ battifolli, trassono al soccorso di quello ch’era combattuto. Aspra battaglia era tra loro quando sopraggiunse la gente de’ Fiorentini; e trovò i due battifolli sforniti, e presonlisi, e appresso percossono alle reni de’ nemici, e con loro entrati nell’altro battifolle lo presono, e perseguitando i nemici, pochi ne camparono, che non fossono morti o presi. Quello che trovarono ne’ battifolli sì di vittuaglia come d’armadura misono in Barga, e arsono le bastite, e il simile feciono di quelli di Sommacolonna, e ciò fatto, la gente de’ Fiorentini si tornarono al campo senza niuno impaccio.

CAP. LIX. Come morì messer Piero da Farnese.

Essendo entratala furia della pestilenza dell’anguinaia nell’oste de’ Fiorentini, molti n’uccise, molti ne indebolì, molti ne avvilì. Il perchè essendo levato l’assedio da Montecalvoli, per comandamento de’ signori di Firenze, il capitano era in Castello Fiorentino, e quivi lo prese il male dell’anguinaia a dì 19 di giugno, e il detto dì n’andò a san Miniato del Tedesco, e quivi in sulla mezza notte passò di questa vita, e il corpo suo in una cassa alle spese del comune fu recato in Firenze, e posato a Verzaia, aspettando Ranuccio suo fratello per cui era mandato; poi a dì venticinque del mese il corpo suo fu recato in Firenze alle spese del comune con mirabile pompe d’esequie, le quali furono di questa maniera

Qui manca.

Poi seppellito fu nella chiesa di santa Reparata con intenzione di farli ricca sepoltura di marmo. Valente uomo fu in arme, e saputo e accorto con grande ardire, e leale cavaliere, e in fatti d’arme avventuroso, e per certo ogni onore che fatto li fosse e per lo innanzi gli si facesse lo merita.

CAP. LX. Dell’ammirabile passaggio de’ grilli.

Il dì primo di luglio, un vento schiavo temperato per dieci ore continove del dì nelle parti di Pesaro, Fano e Ancona condusse incredibile moltitudine di grilli, quasi come in passaggio per l’aire, tanto stretti che ’l sole non rendea la luce se non come per una nuvola non troppo serrata, e trovossi per quelli che la notte sopraggiunse che molti l’uno portava l’altro. Dove presono albergo, cavoli, lattughe, bietole, lappoloni, e ogni erba da camangiare la mattina si trovarono tutte colle costole e’ nerbolini tutti bianchi, che a vedere era cosa nuova. Perchè per lo freddo della notte non si poteano levare, i fanciulli ne portavano le cannuccie coperte dal capo a piè, tanto stretto l’uno sotto l’altro che non vi si sarebbe messo la punta dell’ago. I grilli erano di lunghezza d’un dito colle gambe lunghe e rosse, e l’alie grandi, col dosso ombreggiava in verde chiaro. Molti o la maggior parte annegarono in mare, che ’l fiotto gittò alla marina, i quali ammassati gittarono orribile puzzo, e trovossi che i pesci non presono cibo di loro, e gli uccelli e gli altri animali insino alle galline se ne guardarono.

PROEMIO DELLA CRONICA di FILIPPO VILLANI Nel quale racconta la morte di Matteo suo padre, e la cagione che lo mosse a seguitare di scrivere.

In questi giorni la pestilenza dell’anguinaia prese il componitore di quest’opera Matteo, e trovandolo di sobria e temperata natura e vita il dibattè cinque giorni, in fine il duodecimo dì del mese di luglio divotamente rendè l’anima a Dio. Il quale in tanto possiamo dire meritevolmente essere da laudare, in quanto esso con lo stile che a lui fu possibile non sofferse, che perissono le cose occorse nel mondo per lo tempo che scrive degne di memoria, quindi apparecchiando materia a’ più delicati e alti ingegni di riducere sue ricordanze in più felice e rilevato stile, qui a me Filippo suo figliuolo lasciando il pensiere di seguitare su per infino alla pace fatta con i Pisani, per non lasciare la materia intracisa, e così m’ingegnerò di fare la storia di tempo in tempo, con l’altre cose occorse nell’altre parti del mondo le quali a mia notizia perverranno.

CAP. LXI. Come i Fiorentini feciono Ranuccio da Farnese loro capitano di guerra.

Seguendo quanto mi sarà possibile lo scrivere di Matteo Villani mio padre, per principio di mia perseguitazione ne tocca a scrivere, che per lo grande amore che ’l comune di Firenze ebbe a messer Piero da Farnese, senza rispetto de’ grandi pericoli che vedeano sopraggiugnere, senza lunghezza di tempo puosono Ranuccio suo fratello, non perchè ’l conoscessono sufficiente e atto a tanto peso, ma per donarli quel titolo per grazia dell’anima di messer Piero. Uomo era pro’ della persona, e ardito e leale, ma poco sperto in guidare gente d’arme, e nelli pronti avvisi che la guerra richiede.

CAP. LXII. Come gl’Inghilesi giunsono in Pisa.

Gl’Inghilesi ch’erano in Monferrato al soldo del marchese, col procaccio di messer Galeazzo Visconti ebbono il passo per lo Genovese, e col loro capitano messer Alberto Tedesco giunsono in Pisa il dì 18 di luglio. Honne fatta menzione, perchè dal non averli condotti come messer Piero da Farnese consigliava molto di danno e di vergogna si ricevette per lo nostro comune, come per l’innanzi leggendo apparirà.

CAP. LXIII. Come i Pisani cavalcarono i Fiorentini in sulle porte.

Nel detto anno a dì 25 di luglio, Ghisello degli Ubaldini capitano di guerra de’ Pisani, con ottocento cavalieri di soldo, e con quattromila pedoni tra di soldo e di volontà, e con molti gentili uomini e popolani a cavallo che vogliosamente il seguirono, e messer Alberto Tedesco capitano degl’Inghilesi, con duemila cinquecento uomini a cavallo e duemila a piè si partirono di Pisa, e andarono a Lucca, e a dì 26 di detto mese passarono per le montagne di Montaquilano, e scesono nel piano di Pistoia nel dì di santo Iacopo; e a’ Pistoiesi non lasciarono correre loro palio. Ben furono di tanto animo i Pistoiesi, che dissono, in modo fu inteso dal capitano de’ Pisani, che mai il detto palio non si correrebbe se non si corresse sulle porte di Pisa, e così addivenne, come si troverà nella scrittura che per i tempi segue. Temettesi forte non si strignessono alla terra, che senza dubbio a gran pericolo era, sì per lo subito assalto, al quale niuna provvisione o riparo era fatto, sì per la pestilenza dell’anguinaia, che assai cittadini tolti avea, molti ne tenea in sul letto, e quelli ch’avea tocchi in vita erano fieboli: la troppa voglia ch’ebbono d’impiccare gli asinini, e fare le beffe muccerie, loro tolse il consiglio. Il seguente dì senza prendere arresto se ne vennono a Campi e a Peretola, e quivi fermarono il campo, poi colle schiere ordinate vennono insino al ponte a Rifredi; e sentendo sonare le campane dal comune a stormo, gl’Inghilesi, che secondo l’uso di loro paese pensarono che ’l popolo uscisse a battaglia, temettono un poco, e rincularono, il perchè i Pisani feciono correre il palio per traverso a Rifredi e tra le schiere. Più feciono battere moneta, e al ponte a Rifredi impiccarono tre asini, e per derisione loro puosono al collo il nome di tre cittadini, a ciascuno il suo. Ecco in che i savi comuni di Firenze e di Pisa spendono i milioni di fiorini, rinnovellando spesso queste villanie. Adunque impiccati gli asini volsono le schiere, e tornaronsi a Campi e a Peretola. Ben fece innanzi messer Alberto cavaliere Ghisello degli Ubaldini, messer Giovanni de’ Guazzoni da Pescia con più altri, con grande gavazza di gridare di stromenti, in parole altamente villaneggiando e dispettando il comune di Firenze. Arsioni i Pisani che v’erano feciono assai, ma non fuori di strada, lasciando le possessioni d’alcuno notabile uomo popolare per far dire male di lui. Il seguente giorno, arso ciò ch’aveano potuto fuori di Firenze e di Prato, passarono Arno, e arsono il borgo alla Lastra, e per i monti di verso Valdipesa di notte si partirono, e arrivarono nel piano d’Empoli, scorrendolo tutto con fare quel male poterono, quindi per lo Valdarno con grande preda e copia di prigioni senza essere loro a niente risposto si tornarono a Pisa. Da indi a pochi giorni messer Ghisello passò di questa vita, e onorato fu di sepoltura assai per i Pisani.

CAP. LXIV. Come si fermò pace dalla Chiesa a messer Bernabò.

Del detto anno del mese d’aprile si fermò la pace tra papa Urbano quinto (che tanto vogliosamente, e tanto aspramente e vituperosamente avea fulminate le sentenze contro a messer Bernabò) e il detto messer Bernabò, per la Chiesa di Roma assai vituperevole, e onesta: vituperevole, perchè si ricomperò dal tiranno ancora scomunicato, e perchè a petizione del tiranno divise la legazione, dando Bologna e Romagna in sua legazione all’abate di Clugnì, e togliendo a colui che con tanto onore di santa Chiesa l’avea acquistata: onesta, perchè egli come padre spirituale dee amare la pace e riconciliazione, e aprire le braccia a chi vuole tornare alla misericordia, verificando in buona parte il detto del poeta che dice: O tu che sol per cancellare scrivi: nè per essa pace si ruppe a’ collegati promessa, e in loro potestà rimase l’accettare. Poi appresso messer Bernabò rendè a santa Chiesa Castelfranco, Pimaccio e Crevalcuore che tenea in sul Bolognese, e ciò fatto i collegati con santa Chiesa accettarono la pace. L’abate passò per Milano, e più giorni vi stette, dove fu alla reale in tutto onorato, quindi ne venne a Bologna, ove col caroccio con molto onore e festa fu ricevuto.

CAP. LXV. Dello stato della città di Firenze in que’ giorni.

E’ ne pare necessario dire in questo luogo, per quello che seguirà di messer Pandolfo de’ Malatesti, il reggimento e governo della città di Firenze in que’ tempi, il quale era venuto in parte e non piccola in uomini novellamente venuti del contado e distretto di Firenze, poco pratichi delle bisogne civili, e di gente venuta assai più da lunga, i quali nella città s’erano alloggiati, e colle ricchezze fatte d’arti, e di mercatanzie e usure in dilazione di tempo trovandosi grassi di danari, ogni parentado faceano che a loro fosse di piacere, e con doni, mangiari e preghiere occulte e palesi tanto si metteano innanzi, ch’erano tirati agli ufici e messi allo squittino. Le grandi case de’ popolari aveano i divieti; molti antichi e cari cittadini saggi e intendenti erano schiusi dagli ufici, e quello che ne risultava di peggio di loro governo era, che temendo di non essere ingannati e consigliati per lo contradio da’ savi e pratichi cittadini che con loro si trovavano agli ufici, essendo bene e utilmente consigliati, e con amore e fede alla repubblica, sovente prendeano il contrario in danno e vituperio del comune. Molti gioventù che non passava l’adolescenza, si trovarono negli ufici per procuro de’ padri loro ch’erano nel reggimento; e occorse, che facendosi lo squittino in que’ tempi si trovò che de’ quattro i tre non passavano i venti anni, e per tali furono portati allo squittino che giaceano nelle fascie. Le ammonizioni sboglientavano, e gli odii pertanto e occulti e pregni teneano l’animo de’ cittadini. Più, l’avarizia tanto tenea occupato l’animo di molti, che con novi modi e ufici non necessari, e per altre coperte vie, faceano al comune spendere i suoi danari. Le sette non quietavano, e l’una all’altra per paura tenea l’occhio addosso: e così la repubblica si trovava nelle mani del giovanile consiglio, negli occulti odii, e ne’ desiderii delle private ricchezze. Se queste controversie e confusioni non avessono allettato e sollevato l’animo del tiranno a speranza di signoria assai sarebbe più da maravigliare, che tenendolo in ciò occupato. Quelli che conduceano la guerra cassarono i soldati, pensando a primo tempo riconducere a sofficienza, e cercavano d’avere la Compagnia della stella, che di numero si ragionava passasse le seimila barbute. Della Magna speravano trarre duemila barbute, delle quali non n’ebbono che cinquecento, sotto il capitanato del conte Arrigo di Monforte, e del conte Giovanni, e del conte Ridolfo suo fratello, il quale era sfoggiato di grandezza, e menno, e però era chiamato il conte Menno, e questi due si diceano stratti della casa di Soavia. Non pensando trarre dalla Magna più gente, nè avere la Compagnia della stella, e correndovi giorni, condussono messer Ugo Tedesco valente uomo con mille uomini di cavallo, i quali, erano giovani e prod’uomini, ma male armati e peggio a cavallo; fu a ciascuno quando entrarono per lo comune donato una lancia nuova, perchè non entrassono così brulli. Appresso condussono il conte Artimanno con mille ragazzi, verificando il proverbio, a tempo di guerra ogni cavallo ha soldo: vennono a mezzo il mese di febbraio in Firenze a rifarsi.

CAP. LXVI. Come i Perugini, per tema che la compagnia degl’Inghilesi non soccorressono i loro rubelli assediati in Montecontigiano, condussono la Compagnia del cappelletto.

Nel detto anno del mese di novembre, i Perugini, i quali aveano condotta la Compagnia del cappelletto per venti dì, temendo che gl’Inghilesi non soccorressono i loro usciti i quali erano assediati in Montecontigiano, rafforzarono l’assedio, e in pochi giorni appresso ebbono il castello. Il modo fu nuovo, che i detti usciti con i fanti masnadieri che aveano seco feciono vista d’essere fuggiti, e tutti si nascosono per le case, di che quelli dell’oste maravigliandosi, non veggendo alle poste le guardie, mandarono alquanti infino alle porti, e guatando per gli spiragli non viddono per la terra persona, di che tornati al campo e detto il fatto, il campo a romore si mosse colle scale a ire a prendere la terra: li usciti ch’erano pro’ come leoni, insieme co’ loro fanti masnadieri lasciarono salire i loro nemici in sulle mura, e quando li vidono in sulle mura uscirono delle case francamente, e con raffi a ciò ordinati tirarono delle mura a terra assai conestabili e valenti uomini che v’erano montati, e montarono in sulle mura essi, e per forza ne levarono coloro che su v’erano saliti con aspra e fiera battaglia, di che i Perugini si tornarono al campo. Infra quelli che rimasono presi fu un cavaliere tedesco, che lungo tempo era stato al soldo de’ Perugini, e fatto gli era grande onore; costui andando un dì a sollazzo per lo castello con certi caporali masnadieri, e’ fu da loro dimandato, che aveano di loro diliberato i Perugini; il sagace cavaliere rispose, di mai non partirsi finchè arebbono il castello, e d’impiccarli tutti; ma che s’elli voleano campare, che poteano, dando loro gli usciti a’ Perugini, di che i fanti per paura a ciò s’accordarono; e il seguente dì cominciarono questioni con gli usciti, domandandoli se di niuno luogo aspettavano soccorso, i quali risposono di niuno, onde i masnadieri loro dissono che piglierebbono partito per sè, ed ebbono tra loro oltraggiose parole; veggendo ciò messer Alessandro de’ Vocioli con sette de’ migliori ch’erano con lui deliberarono di ricorrere alla misericordia, e con li capestri in gola uscirono del castello e andarono al campo gridando misericordia, e’ furono ricevuti: i signori di Perugia per fuggire le preghiere mandarono quattro camarlinghi a Montecontigiano, i quali il detto messer Alessandro con altri sedici cittadini di Perugia suoi compagni e di buone famiglie quivi feciono decapitare.

CAP. LXVII. Come messer Pandolfo Malatesti venne con cento uomini di cavallo e con cento fanti a servire il comune di Firenze per due mesi.

Conoscendosi per i Fiorentini che nell’impresa della guerra il comune era senza capo e senza consiglio, e con gente d’arme di poco valore, forte si cominciò a dubitare, e massimamente per coloro a cui potea meritamente la perdita tornare nella testa; costoro co’ loro seguaci furono a’ signori, pregandoli che provvedessono di capitano di guerra, e loro puosono innanzi messer Pandolfo de’ Malatesti, il quale per le sue savie e franche operazioni, contra il conte di Lando e sua compagnia, come Matteo mio padre scrive di sopra, in Firenze avea buona fama, e la grazia di tutti i cittadini, il quale di presente fu eletto senza sospezione alcuna, e fatti gli ambasciadori ch’andassono a portare l’elezione, e patteggiarsi con lui, e scritto gli fu in segreto dagl’intimi suoi che venisse, che ciò che domandasse al comune arebbe, ed esso ben sapeva la condizione della città, e l’infermità di essa gli era negli occhi; onde ricevuti gli ambasciadori colla elezione li lasciò a Pesero, ed egli n’andò dove era messer Malatesta, vecchio e messer Malatesta giovane, e con loro più giorni stette in segreto consiglio. Quali fossero i ragionamenti, l’opere di messer Pandolfo il manifestarono. Tornato agli ambasciadori a Pesero, per meglio coprire suo segreto mostrava per molte vie poca voglia di volere venire, e con cautela disse non potea senza la licenza di messer di Spagna legato di papa, ed esso medesimo per suo segreto messo infra pochi giorni l’ottenne; e ciò fatto, venne alla pratica con gli ambasciadori di quello volea, e le sue domande erano in gran parte sì spiacevoli e disoneste, che gli ambasciadori del tutto si partirono da lui; ed essendo per mettere i piè nella staffa, parendo a messer Pandolfo avere mal fatto, li fè richiamare, e loro disse non intendea di venire come capitano, ma come amico del comune volea venire a servirlo due mesi, e così per gli ambasciadori fu accettato, e così venne ed entrò in Firenze a dì 15 del mese d’agosto con cento uomini di cavallo e cento fanti a piè, e con grande allegrezza fu da tutti universalmente ricevuto, parendo a ciascuno essere in viaggio d’onorato fine alla guerra. Il seguente dì furono creati otto cittadini, due per quartiere, e per termine d’un anno e con balìa assai, in uficiali del comune sopra la guerra, i quali di presente preso l’uficio incominciarono ad intendersi con messer Pandolfo sopra i modi che intorno a’ fatti della guerra s’avessono a tenere; nelle lunghezze delle parlanze messer Pandolfo non mostrò cruccio di perdere tempo.

CAP. LXVIII. Come i Pisani co’ loro Inghilesi presono Figghine.

Messer Manetto di messer Lomodaiesi capitano generale della gente d’arme de’ Pisani, e messer Alberto Tedesco capitano degl’Inghilesi, con tutte loro brigate continuando loro viaggio senza contradizione per li stretti passi del Chianti valicarono nel Valdarno di sopra, e nella loro prima giunta presono il borgo di Figghine a dì 16 di settembre di detto anno, dove trovarono molta roba e prigioni assai d’ogni maniera: è vero che la maggior parte degli uomini e donne da bene si fuggirono nel castello, ch’era assai forte: e perchè quelli del castello non prendessono consiglio, il seguente dì gl’Inghilesi si strinsono ad esso, onde quelli d’entro spaventati si rendeano; e mentre che i patti si compilavano, la cattività di quelli d’entro fu tanta che si lasciarono torre la fortezza agl’Inghilesi; il perchè ebbono assai prigioni da bene uomini e donne, i quali Dio sa come furono ricevuti nelle mani degl’Inghilesi uomini crudeli e bestiali, i quali con la miseria de’ nostri arricchirono. Preso il castello il guastarono e afforzaronsi ne’ borghi, dove stettono per alquanto di tempo. La presura di Figghine assai diè di pensiero e di maninconia a’ governatori del nostro comune, tutto che i cittadini ch’aveano i palagi e abituro d’intorno e appresso la città paressono contenti che la guerra si facesse da lungo, ma poco loro valse, come appresso diviseremo.

CAP. LXIX. Come messer Pandolfo puose il campo all’Ancisa, e come il detto campo fu preso dagl’Inghilesi con messer Rinuccio capitano, e appresso il borgo all’Ancisa, e come messer Pandolfo fu fatto capitano di guerra.

Preso Figghine per i Pisani, col consiglio di messer Pandolfo tutta la gente dell’arme de’ Fiorenti con molti pedoni che ’l comune avea n’andò all’Ancisa, e di presente messer Pandolfo andò dietro loro, e come giunse all’Ancisa ordinò di porre campo dirimpetto all’Ancisa, il quale ad arte il prese di sfoggiata grandezza, prendendo dal poggio infino all’Arno, contra il volere e consiglio di messer Rinuccio capitano, e di messer Amerigone Tedesco e di tutti gli altri buoni uomini d’arme che v’erano, eccetto il conte Artimanno, il quale si scoperse traditore, i quali tutti diceano essere abbastanza e più utile fare una bastita intorno alla torre Bandinelli, la quale diceano potersi difendere insieme col borgo dell’Ancisa, e che tanta larghezza di campo, traendo lui cinquecento cavalieri della migliore gente, nè eziandio se vi fossono alla difesa, non era possibile da difendere dalla forza de’ nemici, e che stolta cosa era commettersi a quella fortuna. Messer Pandolfo fè orecchie di mercatante a lasciare dire chi volle, e fè pure a suo senno, avendo dato a intendere prima a quelli della guerra e al comune che la Compagnia del cappelletto la quale era in Maremma condotta per i Fiorentini, e con cinquecento barbute di quelli erano all’Ancisa cavalcherebbono i Pisani, i quali arebbono necessità rivocare loro gente al soccorso, e sotto questo colore trasse del campo messer Amerigone e altri caporali con cinquecento uomini di cavallo della miglior gente fosse nel campo, lasciando al capitano il forte ragazzaglia e vile gente, eccetto alquanti Italiani, e ciò fatto se ne venne a Firenze. Gl’Inghilesi sentendolo partito, e che messer Rinuccio era semplice, feciono ingaggiare di battaglia uno di loro con uno di quelli d’entro, e molti saggi Inghilesi vennono nel campo senza arme, dove si combatterono, e considerando il campo e chi v’era alla difesa, il seguente dì 3 d’ottobre colle schiere fatte assalirono il campo da molte parti, acciocchè la poca gente che v’era e debole si spargesse in più parti alla difesa. Il capitano confortando i suoi a ben fare, e della sua persona, con quelli pochi uomini che v’erano buoni fè maraviglie, e per lungo spazio di tempo sostenne l’assalto con danno assai de’ nemici; in fine non potendo resistere a tanta gente, nè a tanti luoghi quant’erano combattuti, il capitano insieme col campo fu preso, con assai degli altri che mostrarono il volto. Il conte Artimanno traditore, possendo atare e soccorrere il campo, lasciando parte della sua gente a guardia del borgo dell’Ancisa co’ terrazzani, si stette a vedere. Molti de’ nostri ch’erano usciti di fuori, tale per badaluccare tale per vedere, furono presi, più di disarmati vogliosi troppo ch’erano corsi a vedere. Quelli valenti uomini che erano usciti fuori virilmente a battaglia furono presi colle spade in mano, intra’ quali fu messer Giovanni degli Obizzi e messer Giovanni Mangiadori, alquanti se ne gittarono per l’Arno che vi annegarono, intra i quali fu messer Bartolommeo de’ Portigiani da san Miniato. La preda de’ cavalli, fornimenti da campo e armadura fu grande. Avuta la vittoria gl’Inghilesi, con la preda e co’ prigioni si tornarono a Figghine. Ricerchi i nostri, tra presi e morti si trovarono passati i quattrocento. Conosciuto per gl’Inghilesi il male e viziato ordine dato per messer Pandolfo, e la viltà di nostra gente, e il corrotto animo del conte Artimanno, il dì seguente dì 4 d’ottobre ne vennono all’Ancisa colle schiere fatte per combattere il borgo; il traditore del conte Artimanno come li vidde venire, colla sua brigata se n’uscì per la porta che viene verso Firenze e misesi a cammino, che se avesse avute altrettante femmine come avea uomini d’arme arebbe difeso quel luogo; i nemici senza contesa entrarono nel borgo e presonlo, rubaronlo e arsonlo, per avere la via spedita volendo venire verso Firenze. Messer Pandolfo sentendo la rotta del campo, con cinquecento uomini ch’avea scelti e altra gente d’arme, in vista mostrava gran fretta d’andare a soccorrere l’Ancisa, e già avea passato san Donato in Collina, veggendo venire il conte Artimanno in fuga, possendosi allo stretto di san Donato sostenere per non mostrare tanta viltà, subito si volse e diessi alla fuga come uomo rotto. I nostri veggendo fuggire il capitano seguitarono, il quale come spaventato, come giunse in Firenze fè segno come fosse di necessità provvedere alla guardia della città trista e lagrimosa, e che mal volentieri lo vedea, ma la necessità la quale fa vecchia trottare strinse il nostro comune ad eleggerlo per capitano di guerra in luogo di messer Rinuccio preso colla spada in mano. Il quale essendo eletto nella forma che sogliono capitani di guerra, volle ai governatori del nostro comune con belle e artificiose parole e con sottili argomenti mostrare, che a perfezione del capitano, pace e bene della città, necessario era che nella città e di fuori avesse giurisdizione di sangue con pieno arbitrio, e fu sì sfacciato, che la domandò agli uficiali della guerra, quasi dando intesa altamente non accettare il capitanato, e più domandò, che i soldati da cavallo e da piè giurassono nelle sue mani. Udendo i governatori della città le sconce e le mal colorate domande vollono un grande consiglio di richiesti, dove si proposono le domande di messer Pandolfo, e tanto era il bisogno che aveano di lui, che niuno osava contradire, e il concedere parea pericoloso, il perchè stavano sospesi e muti. Simone di Rinieri Peruzzi si levò in consiglio, e disse francamente che nulla di ciò gli si concedesse, che questo era un domandare d’essere fatto signore, e che ciascuno si recasse alla mente il tempo del duca d’Atene, e come da lui erano stati trattati, e che conoscessono la dolcezza della libertà, e che volessono vivere e morire in essa. Piacque a tutti il consiglio, e così s’ottenne; e i signori priori mandarono di presente per tutti i soldati, e in loro mani feciono giurare, e un Baldo dalla Città di Castello elessono per difensore del popolo con larga e piena balía nella città. Messer Pandolfo veggendo ciò s’infinse di non lo intendere, e accettò il capitanato al modo usato a capitano di guerra, senza lasciare il pensiere di venire per altra via al suo intento, come per effetto si vide. Presa la bacchetta del capitanato fè cassare il conte Artimanno con ottocento uomini di cavallo, perchè non rimase il comune se non con altri ottocento, e ciò fatto, mostrando smisurata paura, fece sopra certa parte delle mura della città levare bertesche e merlate armate di ventiere, armando la nostra città d’eterna vergogna, più, che per le vie mastre non molto di lungo alle porte fè fare serragli e antiserragli infino a Ricorboli.

CAP. LXX. Come certa parte degl’Inghilesi da Figghine cavalcarono a Ricorboli.

Gl’Inghilesi e gente de’ Pisani imbaldanzita sopra modo della rotta del campo e della presa del borgo all’Ancisa, posati alcuni dì a Figghine, avendo le spie dello spavento ch’era in Firenze, e de’ modi del capitano, feciono sentire al comune con minaccevole superbia e altre parlanze, come a dì 22 d’ottobre verrebbono in sulle porte, e arderebbono il borgo di san Niccolò, e che a questo il comune mettesse ogni suo sforzo a riparo, il perchè i governatori della città perduto il cuore e il senno, e poco di concordia e rimprocciosi gettando il carico l’uno all’altro con mormorio, parendo a loro essere certi che quello che gl’Inghilesi prometteano l’atterrebbono, feciono afforzare san Miniato a monte, e misonvi quattrocento fanti pistoiesi e gli sbanditi, a’ quali promisono di ribandirli, poichè certo tempo ivi e altrove avessono servito il comune, de’ quali fu capitano messer Niccolò Buondelmonti, e Sinibaldo di messer Amerigo Donati, i quali allora erano in bando della persona: il numero loro passava i cinquecento. La città stava e quelli che di fuori erano alle poste in tanta sollecitudine e tremore, che alcuna volta sentendo pur un uomo dall’Apparita sonavano le campane del comune a martello, e invano la guardia si faceva la notte co’ pennoni. Essendo per più giorni stati grandi acquazzoni, a dì 22 del mese d’ottobre la detta brigata degl’Inghilesi in numero di millecinquecento a cavallo e cinquecento pedoni prima fu nel Piano di Ripoli, che per lo capitano o per i governatori del comune niente se ne sentisse, e se niente se ne sentì per lo capitano, che verisimile parea del sì, fece vista di non saperne: molti cittadini in sulle letta furono presi, perchè vennono di notte, e ucciso fu chi si contese. La preda che feciono fu di quattrocento prigioni, e di più di mille tra asini e buoi: molti fuggendo annegarono in Arno. La notte si stettono nel Piano di Ripoli e nelle coste d’intorno: il loro segno levarono alla pieve a Ripoli facendo gran trombata; la mattina, ardendo molti palagi, alberghi, e case da lavoratori vicino alla strada circa d’un miglio, si partirono senza trovare chi li andasse a vedere, e con la preda e’ prigioni si tornarono a Figghine. Messer Pandolfo sapendo che erano partiti, per vedere la tratta de’ Fiorentini, ch’era vogliosa e senza ordine niuno, con ottocento uomini a cavallo ch’erano rimasi al comune e con gran popolo si stette alle sbarre a Ricorboli; esso vedea i nemici sparti, e girsene per le coste, e ne’ suoi occhi ardere molti palagi di cittadini, e senza dubbio avendo le spalle del popolo e de’ contadini, ch’erano oltre a diecimila bene armati, e che volentieri l’arebbono seguitato, per lo danno e vergogna che fare si vedeano, li potea offendere, e nol volle fare, ma si ritenne al primo serraglio lasciandosene tre innanzi, a’ quali era il popolo e la gente da piè. Dissesi, e vero fu, che non sapendo l’aspro cammino gl’Inghilesi si mossono, e non giunsono in Pian di Ripoli che a pochi loro cavalli non crocchiassono i ferri, e se fossono stati assaggiati erano perduti, come essi poi confessarono aperto, ma la viltà affettata del nostro capitano, che traeva al fine che è detto di sopra, e de’ nostri cittadini e contadini, che gl’Inghilesi fossono leoni fu la salvezza loro. Speranza fu di messer Pandolfo, che rimaso messer Lomodaiesi co’ soldati de’ Pisani alla guardia di Figghine, gl’Inghilesi fossono tutti, e che s’alloggiassono nelle belle e ricche possessioni presso alla terra, le quali erano piene d’ogni bene, e che ’l comune per allora vario d’animo e povero di consiglio inclinasse a volerlo per suo governatore e maestro; questa speranza li faltò per la subita partita degl’Inghilesi, e fecelo entrare in altro pensiere.

CAP. LXXI. Come i Sanesi sconfissono la Compagnia del cappelletto, la quale era condotta al soldo de’ Fiorentini.

Non ci pare da lasciare in silenzio, che essendo la gente de’ Pisani con gl’Inghilesi afforzati in Figghine, ed essendo condotta per i Fiorentini la Compagnia del cappelletto, la quale era in Maremma, e co’ Sanesi avea presa convegna, e veniano al servigio del comune di Firenze, e senza riguardo d’offesa e come fidati da’ Sanesi, per la via da Torrita furono da loro assaliti con ottocento uomini da cavallo, fra i quali ve ne furono quattrocento e più de’ Pisani, e loro ordine e trattato fu per rompere le provvisioni di messer Pandolfo, le quali aveano sentite. La zuffa dopo l’assalto de’ Sanesi non ebbe molto contasto, perchè quelli della compagnia venendo senza sospetto come per terre d’amici veniano in filo e sparti, il perchè di leggiere furono sconfitti e preda de’ nemici. Presi vi furono oltre a trecento uomini di cavallo e più di mille pedoni, e intra i presi fu il conte Niccolò da Urbino, che era il capitano, il conte da Sarteano, Marcolfo da’ Rimini; con altri assai buoni uomini d’arme, e morti ne furono assai più di cento. Della quale vittoria, ovvero tradimento fatto in dispetto, danno e vergogna del comune di Firenze, i Sanesi ne feciono beffa festa, dicendo sè a un’ora avere sconfitto il comune di Firenze e la compagnia la quale tanto affannati gli avea; e prosontuosamente oltre a modo alzando il capo, per derisione e scherno mandarono due messi a Firenze con lettere, l’uno al comune l’altro a’ capitani della parte guelfa, contenenti con alte e ornate parole la detta vittoria. Il comune dissimulando l’oltraggio, il fante che a lui venne vestì di scarlatto fino foderato d’indisia, la parte vestì il suo di cardinalesco.

CAP. LXXII. Di cavalcate e combattimenti di terre feciono gl’Inghilesi mentre stettono a Figghine.

Soggiornando gl’Inghilesi a Figghine, come guerrieri senza riposo tentarono per più riprese assai delle castella e tenute del nostro comune che d’intorno loro erano vicine, e al castello di Tre Vigne in due diversi giorni dierono ordinata battaglia, dove rimasono morti alquanti di loro, e assai ne furono e dalle balestra e dalle pietre magagnati senza acquisto niuno, lasciando le fosse piene di scale e la terra di saettamento, e per simile modo combatterono più altre tenute indarno. Il castelluccio de’ Benzi e la Foresta si tennono. Vero fu che uno Andrea di Belmonte Inghilese, gentile uomo e grande caporale nella compagnia, udita la fama della bellezza e gentilezza di costumi di Monna Tancia donna di Guido della Foresta, di buono e cavalleresco amore fu preso di lei, e la volle vedere, e da Guido come da uomo d’animo gentile cortesemente fu ricevuto e onorato; seguinne, che per l’amore di costui per tutto il tempo che stettono a Figghine niuna novità fu fatta alla Foresta. Combatterono per tutto un giorno il castello di Cintoia, e nol poterono avere. La notte quelli di Cintoia per la bussa del dì tormentati, e perchè assai di loro n’erano fediti, mandarono a Firenze a’ signori pregando per Dio li sovvenissono d’aiuto almeno di venti fanti, perocchè attendeano d’essere il seguente dì combattuti, e temeano della perdita; la provvisione all’usato modo fu fredda, il perchè gl’Inghilesi il seguente dì tornarono alla battaglia. Quelli del castello facendo loro possanza lungamente si tennono danneggiando forte i nemici, in fine gl’Inghilesi presono il castello, e ’l misono a sacco e l’arsono, e con la preda e’ prigioni si tornarono a Figghine. Nel detto tempo tremila uomini di cavallo con pedoni assai cavalcarono verso Arezzo, e poi volsono nel Casentino, dove levarono gran preda sì di persone sì di bestiame, e senza impedimento con essa si tornarono a Figghine.

CAP. LXXIII. Esempio e ammaestramento de’ popoli che vivono a libertà i quali si conducono nella fortuna della guerra di non torre capitano uso a tirannia.

Tornando al processo di nostra materia, gl’Inghilesi da Ricorboli venuti a Figghine essendo ad abbondanza grassi e di prigioni e di preda, nel consiglio de’ loro maggiori cominciarono ad entrare in pensiero, come l’uno e l’altro potessono conducere in Pisa per li stretti passi di Valdipesa: e per ciò potere fare, parendo loro come a gente dotti di guerra del Chianti sentire l’intenza di messer Pandolfo, e che pertanto era occupato intorno a’ fatti della città, poichè alquanti giorni furono riposati feciono sentire al comune di Firenze, che a dì undici del mese di novembre intendeano di fare consegrare un prete novello nella badia di san Salvi, e che i signori di Firenze e gli altri gentiluomini dovessono venire a fare onore al detto prete, e a loro in persona di lui. Ciò indubitatamente credette messer Pandolfo, e per le sue spie l’ebbe di certo, perocchè vidono il campo armare il detto dì 11 la mattina per tempo, e per lo campo sentirono divolgare come si dirizzavano verso Firenze; e certo a ciò avvisati cautamente presono il viaggio verso Firenze, il perchè le spie non attendendo più oltre vennono a Firenze ad informare messer Pandolfo. Stando la terra sotto l’arme in gran tremore, scendendo all’Apparita pur un fante a piè credeano fossono della brigata degl’Inghilesi, le campane sonavano a stormo, il popolo sbalordito correa in qua e in là senza ordine e senza capo, lasciando quasi ciascuno il suo gonfalone per ire a vedere, e di largo avanti che messer Pandolfo giugnesse alla Porta alla croce usciti erano della città ottomila uomini bene armati; quelli ch’erano più gagliardi erano nel piano di san Salvi, e ordinatisi il meglio aveano saputo, aspettando a ricevere i nemici, gli altri erano per le coste sopra san Salvi. Il falso grido sonava per la terra che già parte di loro n’era a Rovezzano: la gente da cavallo tutta era nella piazza de’ signori, e aspettava il capitano, il quale per la malizia soprastette al mangiare tanto, ch’era quando se ne levò più vicino alla nona che alla terza, e ciò fè perchè il popolo satollo uscisse fuori, e pensando che a quell’ora ragionevolmente i nemici dovessono esser giunti a san Salvi, e alle mani col popolo voglioso e con poco senno. Uscito il capitano fuori coll’insegna di sua arme levata, seguendolo i soldati e molti cittadini da bene a cavallo, come giunse alla Porta alla croce la fece serrare, e così quella della giustizia, ed esso si stava dentro a guardarla, lasciando il popolo di Firenze senza rifugio al taglio delle spade e in preda de’ nemici, che bene conoscea chi era il popolo, e chi gl’Inghilesi. Di fuori della porta era il tumulto grande delle strida delle femmine che fuggivano co’ figliuoli in collo e a mano, e voleano entrare dentro e non poteano, e quelle grida confermavano nella testa a messer Pandolfo che i nemici fossono giunti, e a zuffa, e ripreso da molti buoni cittadini che non lasciava entrare le femmine e’ fanciulli, fatto per alquanto di tempo orecchie di mercatante, quasi come temesse che per lo sportello entrassono i nemici e corressono la terra, alla fine udendo il mormorio del popolo e de’ buoni uomini fece aprire lo sportello: e io scrittore che era in quel luogo vidi molti cittadini grandi e da bene, e a cui era cara la libertà della città, piagnere e lagrimare vedendo il caso pericoloso, e ricordando il tempo del duca d’Atene, e come si fece signore, e alquanti di loro n’andarono a’ signori, e li consigliarono che provvedessono di vittuaglia il palagio, e facessono mettere le balestra grosse e le bombarde in punto sicchè il palagio avesse difesa, e tale, che di fatto, come al tempo del duca d’Atene, occupato non fosse. E stando nel tumulto del fornire e armare il palagio alla difesa, un messo giunse loro da Figghine, e disse come i nemici aveano arso il campo e il borgo di Figghine, e come s’erano partiti co’ prigioni e colla preda, e fatta la via per lo Chianti; onde i signori mandarono a dire a messer Pandolfo che facesse aprire le porte, e tornassesi allo stallo suo, il quale ciò udito, caduto della speranza, con gli occhi bassi e mal volto di tutti si tornò a casa sua. Quetato il popolo, e lasciata l’arme, i signori ebbono gran consiglio di richiesti, e veduto il pessimo animo di messer Pandolfo, e come pure intendea a volere essere signore di Firenze a dispetto del popolo, determinarono li fosse tenuto mente alle mani sicchè non li venisse fatto, e da quell’ora innanzi cominciò a essere in dispetto di tutti: e perchè il popolo non traesse più mattamente, feciono che ciascuno dovesse trarre al suo gonfalone alla pena di lire sei, la quale pensando si dovesse risquotere ciascuno sarebbe sollecito a seguire il suo gonfalone. Per messer Pandolfo mandarono, e lo ripresono forte de’ modi tenuti per lui, e dicendoli che stesse dove li paresse alle frontiere a guerreggiare i nemici, che il popolo di Firenze ben saprebbe guardare la città. Se non fosse stato della casa de’ Malatesti, per lo nome e titolo di parte guelfa amata e onorata dal comune di Firenze, per certo si tenne n’arebbono preso altra via. Avemo tritamente narrato questo caso per esempio, se potesse profittare, a quelli che verranno, di non tor mai a capitano di guerra tiranno di terra notabile, perocchè l’avvenimento della guerra è vario, e la fortuna or quinci or quindi presta il favore suo, e sovente il tiranno la fa essere ria per usurpare la sua libertà. E nullo ammiri perchè io dissi se potesse profittare, perocché ’l governo allora del nostro comune, avendo novellamente sì aspra ed evidente battitura ricevuta da messer Pandolfo, e lui partito con disonore e vergogna, sotto titolo e colore di ricoverare l’onore della casa de’ Malatesti, con la forza degli amici loro fu chiamato capitano di guerra messer Galeotto Malatesti; quello ne seguì nel seguente trattato a suo luogo e tempo si potrà trovare.

CAP. LXXIV. I modi teneano gl’Inghilesi tornati in Pisa.

Con grande festa e trionfo gl’Inghilesi tornati da Figghine per i Pisani furono ricevuti, e loro quasi come a cittadini fu consegnata certa parte della terra, e dell’altre furono abbarrate le vie perchè non noiassono a’ cittadini; ciò veggendo gl’Inghilesi lor parve che i Pisani li avessono accettati per loro cittadini participando la terra con loro, e modi teneano che pareano che intendessono così; i Pisani veggendo per segni e parole l’intento loro più volte cercarono per ingegno e astuzia di trarlisi di casa, infignendo d’essere cavalcati da’ nemici, e facendo venire molte lettere di diverse parti che loro annunziavano soprastare a gran pericoli, ma per allora fu nulla, che gl’Inghilesi che s’erano molto affannati, e bisogno aveano di riposo, ed erano caldi di danari di prigioni e di preda, se ne feciono beffe, il perchè i Pisani vernano in gran gelosia.

CAP. LXXV. Come i Pisani furono sconfitti a Barga.

Avendo i Pisani la lor gente dell’arme e gl’Inghilesi nella città, non potendo, come detto è di sopra, nè in parte nè in tutto trarre gl’Inghilesi di Pisa, per non perdere il tempo gran parte di loro soldati con grande ordine e apparecchio mandarono a Barga all’entrare di dicembre, per porre sopra gli altri battifolli che vi aveano un altro battifolle dalla parte del monte. In Barga era capitano per i Fiorentini Benghi del Tegghia Bondelmonti, a cui i Fiorentini, poichè gl’lnghilesi aveano abbandonato Figghine, aveano mandati centocinquanta degli sbanditi ch’erano stati in san Miniato a monte, i quali doveane certo tempo servire il comune nella guerra alle loro spese, e poi essere ribanditi; la gente de’ Pisani portando fornimenti assai, sì per porre detto battifolle, e sì per fornire e quello e gli altri ad abbondanza, non parea che desse cuore di fare quello ch’era stato loro commesso senza altro aiuto, forte temendo la brigata di Barga, il perchè quelli ch’erano negli altri battifolli lasciandoli male a difesa forniti si dirizzarono con loro in viaggio. Benghi, sentendo che i battifolli erano sforniti e quasi come abbandonati, con i Barghigiani, che v’andarono uomini e femmine vogliosamente, e co’ detti centocinquanta sbanditi assalì i detti battifolli, e tantosto li vinse. Quelli de’ battifolli ch’erano iti coll’altra gente a porre la bastita sentendo le grida e lo stormire di quelli che combatteano le bastite, subito colla detta gente de’ Pisani si volsono indietro per soccorrere a’ battifolli. Benghi capitano co’ Barghigiani e sbanditi suddetti li ricevettono francamente, e dopo lunga battaglia e aspra li sconfissono, dove de’ nemici furono morti oltre a centocinquanta, e assai fediti e magagnati, e molti ne furono presi; lo stendardo del comune di Pisa con altre tredici bandiere rimasono prese, le quali i Barghigiani ne mandarono a Firenze, e’ battifolli furono arsi, e quello che dentro v’era con quello che recato v’aveano per porre l’altro sì di vittuaglia come d’arnesi fu messo in Barga, e loro a gran bisogno sovvenne. Benghi perchè s’era fedelmente e francamente portato fu fatto di popolo, e rifermo in capitano di Barga per diciotto mesi.

CAP. LXXVI. Come il re Giovanni di Francia passò in Inghilterra e là morì.

Uscendo un poco del bosco delle nostre speziali riotte, facendo intramessa di cose forestiere, torneremo alquanto addietro a quello che scritto fu per Matteo nostro padre della pace intra i due re di Francia e d’Inghilterra, dove il re di Francia s’obbligò a pagare al re d’Inghilterra gran quantità di moneta per la sua diliveranza; e per osservare sua promessa lasciò per stadico il fratello duca d’Orliens, e messer Giovanni duca di Berrì suo figliuolo, e più altri duchi, conti e banderesi; onde in quest’anno 1363 a dì 3 di gennaio, il detto messer Giovanni figliuolo del re che stadico era a Calese, villanamente, essendo largheggiato d’andare a cacciare e uccellare a sua volontà, si fuggì da Calese senza tornarvi con gran sua vergogna, e fè rubellare agl’Inghilesi più terre teneano in Normandia per gaggi della pace. Onde il re Giovanni, come franco e nobile signore, per lo detto misfatto del figliuolo e rompimento della pace, e per trattare patto e grazia di sua redenzione, di sua volontà a dì 3 di gennaio 1363 entrò in mare a Bologna sul mare per ire e si rassegnare prigione in Inghilterra, e il giovedì appresso giunse a Dovero, e dipoi a dì 24 di gennaio giunse a Londra, e incontro gli andarono oltre a mille a cavallo gente nobile, e tutti vestiti di variate assise, e dismontò a una casa detta Saona per lui riccamente e alla reale apparecchiata. Della quale andata il detto re da tutti i cristiani fu molto lodato, ed eziandio gl’Inghilesi l’ebbono molto a bene e feciongliene ogni grazia. Nel raccozzamento de’ due re, e nella pratica, il perchè v’era ito, il detto re di Francia era passato nell’isola. Potrei far fine qui e riserbare al mese suo la morte del re di Francia, ma per non interrompere la materia la porremo qui. Seguì, che poco appresso poi all’entrata di marzo prese al re di Francia una malattia, e dipoi a dì 8 del mese d’aprile 1364 la notte passò di questa vita. Onorato fu di sepoltura largamente alla reale, riservando in una cassa il corpo suo per recarlo a tempo a Parigi. Il reame succedette a Carlo primogenito del detto re Giovanni, duca di Normandia e delfino di Vienna.

CAP. LXXVII. Come messer Niccolò del Pecora fu cacciato di Montepulciano.

In questi giorni per trattato fatto per i Sanesi colla forza de’ fanti d’Agnolino Bottoni, contra i patti della pace fatta tra’ Perugini e’ Sanesi, messer Niccolò del Pecora per i conforti suoi fu cacciato di Montepulciano, e ridussesi a Perugia in assai debole stato, e da’ Perugini mal provveduto, i quali per non ricominciare guerra passarono la vergogna a chiusi occhi.

CAP. LXXVIII. Della morte del giovane marchese di Brandisborgo, conte di Tirolo, e quello ch’appresso ne seguì.

Ancora ne piace un poco passare per le pellegrine storie; e per fondarne una che in questi tempi occorse assai abominevole, alquanto ne conviene addietro tirare per dare meglio a intendere il gran male: e venendo al proposito, la contea di Tirolo situata è negli estremi di terra tedesca sopra il Lago di Garda, e nel paese di Trento, e possente, nobile e famosa, la quale, morta tutta la progenia masculina, per successione era caduta in una fanciulla nome contessa......., la quale per la nobiltà della dota da tutti i signori e baroni della Magna era in matrimonio sollecitata, per avere in dota il gioiello della detta contea di Tirolo; in fine la contessa prese in isposo.... figliuolo del re Giovanni di Boemia, e fratello di Carlo che poi fu imperadore de’ Romani; e chiamatolo al matrimonio, e alla contea di Tirolo, dopo alquanto tempo la contessa cortesemente lo ne rimandò in suo paese, affermando che all’uso del matrimonio era impotente, e che la contea desiderava erede. Carlo fratello del detto..... recandosi in dispetto i modi della contessa, prestamente fè grande esercito, ed entrò nel contado di Tirolo, il quale è aspro e per sito fortissimo, e fece gran danni d’arsioni e di preda, e infra d’altre terre arse Buzzano, e ciò fatto si tornò in suo paese minacciando di fare peggio a tempo. Il perchè la contessa impaurita e spaventata cercò sollecitamente possente in Alamagna a cui si potesse appoggiare, e in quei tempi v’era grande Lodovico duca di Baviera della progenia del duca Namo, l’uno de’ dodici conti Paladini che seguitarono Carlo Magno a cacciare i saracini della Spagna, e pertanto poi quelli di sua schiatta hanno una boce de’ dodici peri alla boce dell’imperio; il quale Lodovico essendo creato imperadore de’ Romani contro volontà di santa Chiesa passò in Italia, e gran cose fece, come scrive Giovanni Villani nostro zio, e senza acquistare si tornò in Alamagna col titolo del Bavaro. Costui in questi dì avea quattro figliuoli, Lodovico, Stefano, Otto, e Romeo: Lodovico primogenito era marchese di Brandisborgo. Costui la contessa al padre segretamente fè domandare in marito, e il Bavaro vi diè l’orecchie, e volendo che ’l figliuolo la prendesse, egli con orrore d’animo la ricusava, dicendo al padre che ella avea altro marito, come noto era a tutta la Magna, e che secondo i decreti di santa Chiesa ella non potea avere altro marito: il padre lo sgridò, e gli osò dire ch’egli era un ribaldo, e che ’l contado di Tirolo non era boccone da rifiutare, il perchè per riverenza del padre Lodovico la prese per donna, velando il matrimonio con colore che il primo era impotente a generare. Della detta contessa assai tosto Lodovico ebbe un figliuolo maschio; ma perseverando il matrimonio, la contessa per soverchia lussuria trascorse in errore di disonesta vita, e in singolarità con un messer...... di Fraunberghe, che in latino suona, dal Colle delle donne, ed era sì venuto il giuoco in palese, che ogni uomo si maravigliava come il marchese la comportasse, stimando molti che per forza di malia lo facesse. Occorse, che partendo il marchese con lei e con tutta sua corte da Monaco di Baviera per andare a Tirolo, esso marchese sotto boce osò dire: Se noi torniamo a Monaco mai, noi ci vendicheremo di chi ne fa vergogna; ciò venne agli orrecchi alla contessa, e al cavaliere che usava con lei, il quale era de’ maggiori della corte, e conoscendo amendue che il marchese era di grande animo e vendicativo, e che già fatto aveva aspre e rilevate vendette a chi l’avesse fallato, strettosi al consiglio la donna e ’l cavaliere, temendo che il marchese non attenesse loro la promessa, nel cammino l’avvelenarono in una terra che si dice Rotimberga. Morto il marchese, rimase al figliuolo il paese ch’a lui s’appartenea in grande confusione, perchè molti voleano il governo del fanciullo, e così stette il paese rotto per spazio di mesi diciotto. Alla fine Stefano e Otto zii del garzone si recarono il governo alle mani, e dirizzati i paesi, e passati cinque anni, il giovane era cresciuto di bello aspetto, e facevasi valente, e per sua dibonarità e dolcezza avea la grazia di tutti i sudditi suoi, ed essendo a Tirolo si volea reggere e governare a suo piacere; e dispiacendoli assai i pochi onesti costumi della madre, e un giorno venendo con lei in contesa, per sua sciagura nell’irate parole uscì al giovane di bocca: Noi sapemo bene quello che voi faceste a nostro padre. La crudel donna crudelmente raccolse le semplici parlanze del giovane, e cominciò a pensare della morte sua: il perchè un giorno il giovane avendo con gentili giovani di sua età molto danzato, e per sè e per i compagni domandò da bere, e fugliene dato, ma con veleno, del quale con quattro valenti giovani suoi compagni si morì; gli altri che meno aveano bevuto si pelarono tutti, e rimasono infermi. Il giovane marchese poco avventurato di madre fu seppellito in Tirolo nel 1363 del mese di febbraio. Ciò si dice che fè la dispietata madre per potere più liberamente lussuriare e perseguire sua scellerata vita. Stefano e Otto figliuoli di Lodovico, e zii del giovinetto morto, udito l’orribile malificio, e compreso l’imperversato e fiero animo della femmina, la quale per uccidere il figliuolo non guardò all’innocenza de’ giovinetti che ballavano con lui (il quale recato con lei in comparazione a Medea, che fu gentile, e questa cristiana, non è da porre in dubbio che questa non fosse assai più spietata e crudele, verificandosi in lei il verso di Giovenale, il quale delle femmine dice: Fortem animum praestant rebus quas turpiter audent, che in volgare suona; Forte animo danno alle cose le quali sozzamente ardiscono, cioè presumono di fare) richiesono tutti i loro vassalli e feudatari, e accolsono d’amistà quanta gente poterono fare, e grande oste apparecchiarono contro alla contessa per vendicare la morte del fratello e del nipote, la quale spaventata e impaurita, perseguitandola la coscienza degli orribili peccati, stava in gran tremore, e non sapeva che si fare. In questa confusione Ridolfo duca d’Osterich, uomo sagace e astuto, e cupido di nuovo acquisto, inteso della morte del giovane, e dell’apparecchio che facevano Stefano e Otto di Baviera, sconosciuto di presente se n’andò a Tirolo, e fu colla contessa, e le disse dell’apparecchio di quelli di Baviera, e li mostrò ch’erano atti e sofficienti a disfarla, e s’ella avea concetta paura nell’animo la raddoppiò. Appresso le disse, ch’avea ritrovate scritture antiche che conteneano, come gli antichi duchi d’Osterich s’erano patteggiati e convenzionati con gli antichi conti di Tirolo, che quale casa o famiglia di loro faltasse d’ereda legittimo l’altra dovesse succedere, con offerirsi alla difesa della donna; e da lei posta in tanta confusione, e credula, ottenne ch’ella il fè capitano del contado di Tirolo, e nelle sue mani fè giurare tutto il paese. Proseguendo il proposito loro quelli di Baviera cominciarono la guerra, e corsono il contado di Tirolo, e presono e rubarono una terra che si chiama Sterburgh, e più in avanti non poterono passare per l’asprezza de’ luoghi e de’ forti passi provveduti alla difesa. Ciò non ostante il duca d’Osterich cominciò a mettere nel capo alla femmina che nel paese non stava sicura, e ch’era il suo migliore se n’andasse in Osterich, tanto che le cose pigliassono assetto, e tanto le seppe dire ch’ella v’andò. Dopo non molto tempo il duca la mise in un munistero, dove miseramente morì. Alcuni dissono fu fatta morire, e questo comunemente s’accettò per vero. Morta la contessa, il duca Ridolfo con gran quantità di gente d’arme corse per lo contado di Tirolo, e prese quattro nobili e gentili uomini, i quali come baroni aveano giurisdizione di per sè, i quali non erano stati pronti ad ubbidire, perch’aveano giurato alla casa di Baviera, e come tiranno, e contro alla natura e la costuma degli Alamanni, di presente li fè decapitare, onde in infamia e odio ne venne di tutta lingua tedesca. Per tema di questa impresa del duca d’Osterich non lasciò la casa di Baviera di non volere riscattare sua giurisdizione, e di loro forza e amistà ragunarono oltre a quattromila barbute di gente eletta, e con molto ordine si mossono contro il duca d’Osterich, come contro usurpatore delle loro ragioni. Il duca d’Osterich d’altra parte fè adunata non di meno gente nè valorosa meno che quella degli avversari, e amendue i detti eserciti assai vicini s’assembrarono insieme: e per caso un giorno avvenne, che sopra il numero di duemila barbute di quelle del duca d’Osterich dilungandosi dal campo casualmente si scontrarono in altrettante o circa della gente del duca di Baviera, e vennono alla battaglia, la quale fu fiera e pertinace, la quale durò per spazio di più di sei ore, e nella fine quelli d’Osterich furono sconfitti. I morti dall’una parte e d’altra in sul campo s’annumerarono si trovarono più di cinquecento, e i feriti e magagnati furono assai, e molti di quelli d’Osterich rimasono prigioni, e ciò avvenne nel 1364 d’ottobre, e qui l’ho posto per non rompere la storia. Il verno in quelle parti duro e incorportabile a campeggiere l’una parte e l’altra costrinse a tornarsi a sua magione, ma tutto che quietassono l’armi non quitarono gli animi, perocchè l’una parte e l’altra eziandio con spendio faceva sollecitamente ogni sforzo suo, e scritto e comandato aveano a tutti i sudditi loro ch’erano in Italia al soldo che a loro aiuto dovessono tornare, e tutti s’apparecchiarono a ubbidire, e così grande apparecchio faceano per trovarsi in campo come prima potessero. Carlo imperadore e Lodovico re d’Ungheria veggendo che ciò era di grandissimo pericolo e guasto di tutta Alamagna s’intesono insieme, e interposonsi per mezzani, e colla persona del savio e venerabile messer Piero Corsini vescovo di Firenze, il quale per gravi faccende di santa Chiesa allora era legato in Alamagna, il quale ricevendo sopra di sè il peso di tanta faccenda, come ambasciadore di detti imperadore e re, e mezzano e trattatore tra i detti signori cercò la concordia loro; e sì saviamente seppe la cosa guidare, che di detto anno e mese di gennaio pace si concluse tra loro, e per patto al duca d’Osterich rimase libera la contea di Tirolo, e in compensarne di ciò il duca di Baviera ebbe un’altra contea del duca d’Osterich, tutto che non a valore eguale assai a quella di Tirolo. E così ebbe fine la diabolica vita e processo dell’empia e spietata contessa di Tirolo, e la guerra che per le sue prave operazioni era suta tra la nobiltà de’ baroni e signori della Magna.

CAP. LXXIX. Come i Pisani ricondussono gl’Inghilesi.

Lasciando le forestiere storie, e tornando alle scaramucce e badalucchi della tediosa guerra intra i Fiorentini e’ Pisani ci occorre, che essendo gl’Inghilesi per fornire loro condotta, per due rispetti, l’una perchè i Fiorentini non li conducessono, l’altra per trarlisi di casa, e per li tempi che richiedesse la guerra, i Pisani del mese di gennaio li ricondussono per sei mesi con soldo di centocinquanta migliaia di fiorini, con patti che potessono fare cavalcate dove a loro piacesse, salvo che alle terre loro sottoposte, raccomandate e collegate, tutti gli altri loro soldati cassarono, e feciono loro capitano di guerra Vanni Aguto Inghilese gran maestro di guerra, di natura a loro modo volpigna e astuta, il suo soprannome in lingua inghilese era Hawkwood, che in latino dice, Falcone di bosco, ovvero in bosco, perocchè essendo la madre a un suo maniere per partorire, e non possendo, si fè portare in uno suo boschetto, e quivi lui di presente partorì, e tutto che non fosse di schiatta di nobili con dignità, il padre era gentiluomo mercatante e antico borgese, e così i suoi antenati, e come Giovanni venne in età di potere arme, essendo d’aspetto e di stificanza di farsi in essa valente uomo, fu dato a un suo zio gran maestro di guerra, il quale nelle guerre di Francia e d’Inghilterra avea fatto in arme e pratiche di guerra belle e rilevate cose. I detti Inghilesi vernarono in Pisa con gran danno e disagio de’ cittadini i quali a loro faceano oltraggio, e intra gli altri delle donne loro, il perchè molti di loro le ne mandarono a Genova e altrove in luoghi dove potessono onestamente dormire.

CAP. LXXX. D’una saetta che cadde sul campanile di santa Maria Novella.

Nel detto anno a dì primo di febbraio, essendo il tempo sereno e bello, e senza avere o da lunga o da presso alcuno segno di nuvole, tonò smisurato più volte, e caddono in Firenze più saette, fra le quali una ne percosse nel campanile de’ frati predicatori, e quello in più parti sdrucì, e più segni fè per la cappella maggiore d’inarsicciati. Di ciò è fatta menzione per la disgrazia del detto campanile spesso tocco dalle saette, appresso per la novità del tonare sì spossatamente al sereno nel pieno del verno.

CAP. LXXXI. Cavalcate fatte per gl’Inghilesi nel pieno del verno.

Poichè gl’Inghilesi si viddono ricondotti, come uomini vaghi di preda e vogliosi di zuffa, a dì 2 di febbraio in numero di mille lance, i quali si facevano tre per lancia di gente a cavallo (ed eglino furono i primi che recarono in Italia il conducere la gente di cavallo sotto nome di lance, che in prima si conduceano sotto nome di barbute e a bandiere) e in numero di duemila a piè, essendo il freddo fuori di misura, e venute più nevi sopra nevi, si partirono dalle frontiere dove pochi dì dinanzi s’erano ridotti, e passando la notte per Valdinievole se ne vennono a Vinci e Lampolecchio, luoghi fertili e abbondevoli di vittuaglia per gli uomini e per i cavalli, e trovarono il paese non sgombro per la pertinacia de’ nostri contadini, che non vogliono per bando o per minacce a’ loro signori ubbidire. Giugnendo nel pieno della notte molti paesani presono nelle letta, e posono il campo fermo nelle villate di Vinci stendendosi in più di mille case, e il seguente dì cavalcarono infino a Signa e Carmignano. Il tempo disusato e sconcio a cavalcare gente d’arme, e massimamente di notte, ne presta materia di scrivere de’ modi e reggimenti de’ detti Inghilesi nel presente capitolo senza farne altra distinzione: e in prima, essi aveano in consuetudine di guerreggiare così il verno come di state, che a’ Romani, di cui è scritto, Fortia agere, et pati, Romanum, che in volgare suona, forti cose fare, e patire, romana cosa è, non fu in uso, e sempre il verno faceano feria dando alla guerra riposo, se per forza non fussono tratti a battaglia. E come si trova ne’ veraci storiografi, Annibale uomo di ferro nel mezzo del verno passò gli altissimi gioghi delle montagne che surgono per lo mezzo d’Italia, e passano da monte Veso infino sopra il faro di Messina, le quali alpi poi per la detta cagione sempre nominate furono le Alpi pennine, perocchè gli Affricani sono chiamati Penni, e sceso il verno si combattè a Pavia con Scipione e lo vinse, poi dirizzandosi verso Roma con un solo elefante che rimaso gli era, per lo freddo perdè un occhio, e procedendo sopra il Lago di Perugia tra Montegeti e Passignano si combattè con Flaminio consolo e lo vinse, usando astuzia, perocchè essendo per lo gran freddo le membra de’ cavalieri arrudate e spossate, avanti che venisse alla battaglia Annibale fè fare gran fuochi, e scaldare i suoi cavalieri, e ugnere con olio. Tornando a nostra materia, per antico ricordo non era che fosse stato il freddo sì aspro e pungente, che quasi per tutto dicembre fino al marzo non erano cessate le nevi, e il ghiaccio per i venti freddi fu grosso, e a passare per i cavalli quasi impossibile, e massimamente in certi pendenti di vie che non si poteano schifare. Costoro tutti giovani, e per la maggior parte nati e accresciuti nelle lunghe guerre tra’ Franceschi e Inghilesi, caldi e vogliosi, usi agli omicidii e alle rapine, erano correnti al ferro, poco avendo loro persone in calere, ma nell’ordine della guerra erano presti, e ubbidienti ai loro maestri, tutto che nell’alloggiarsi a campo per la disordinata baldanza e ardire poco cauti si ponessono sparti e male ordinati, e in forma da lievemente ricevere da gente coraggiosa dannaggio e vergogna. Loro armadura quasi di tutti erano panzeroni, e davanti al petto un’anima d’acciaio, bracciali di ferro, cosciali e gamberuoli, daghe e spade sode, tutti con lance da posta, le quali scesi a piè volentieri usavano, e ciascuno di loro avea uno o due paggetti, e tali più secondo ch’era possente, e come s’aveano cavate l’armi di dosso i detti paggetti di presente intendeano a tenerle pulite, sicchè quando compariano a zuffe loro armi pareano specchi, e per tanto erano più spaventevoli. Altri di loro erano arcieri, e loro archi erano di nasso, e lunghi, e con essi erano presti e ubbidienti, e faceano buona prova. Il modo del loro combattere in campo quasi sempre era a piede, assegnando i cavalli a’ paggi loro, legandosi in schiera quasi tonda, e i due prendeano una lancia, a quello modo che con li spiedi s’aspetta il cinghiaro, e così legati e stretti, colle lance basse a lenti passi si faceano contro a’ nemici con terribili strida: a duro era il poterli snodare, e per quello se ne vidde per la sperienza, gente più atta a cavalcare di notte e furare terre ch’a tenere campo felici, più per la codardia della nostra gente che per loro virtù. Scale aveano artificiose, che il maggiore pezzo era di tre scaglioni, e l’uno pezzo prendea l’altro a modo della tromba, e con esse sarebbono montati in su ogni alta torre. I detti Inghilesi, tornando alla nostra materia, combatterono il castello di Vinci, fidandosi ne’ tardi e lenti provvedimenti di quelli ch’allora guardavano la nostra repubblica, e pensando che fossono poco atti alla difesa, ma furono con franco animo e fronte senza paura ricevuti, e assai di loro di soperchio baldanzosi furono morti e assai fediti, senza altro acquistare che onta e vergogna; e per simile modo per due volte tornarono a Carmignano, dove con più sicuro volto e loro dannaggio furono veduti, il perchè si partirono di quindi, e andarsene al Montale sopra Montemurlo, con intenzione di passare per lo stretto di Valdimarina nel Mugello, ma sentendo che per quella volta da mille cinquecento pedoni de’ paesani e del Mugello s’erano a passi recati, e loro con allegrezza aspettavano, pensando con loro più tosto guadagnare che perdere, perchè tutto era sgombro e ridotto alle fortezze si tornarono per lo passo di Seravalle verso Pistoia nel contado di Pisa con loro gran danno, perocchè di loro tra morti e presi nella detta cavalcata si trovarono assai più di trecento, che da’ nostri contadini che da soldati che li tramezzarono a Seravalle, e sì da’ Pistoiesi che vi trassono al grido. I prigioni ch’aveano avuti a Vinci su le letta non passarono i quindici, nè i morti i cinque: la preda che feciono a pena gli potè nutricare: ne’ giorni che stettono non arsono case, molti de’ loro cavalli perderono per lo gran disagio e freddo soffersono, nevicando loro addosso il dì e la notte; il perchè tornati a loro stallo molti uomini se ne morirono; e così a poco a poco si logoravano gl’Inghilesi.

CAP. LXXXII. Come Anichino di Bongardo con tremila barbute venne al servigio de’ Pisani, e come sagacemente cercarono avvantaggiosa pace.

Nel detto anno 1363, a dì 15 del mese di marzo, Anichino di Bongardo Tedesco, il quale era stato in Lombardia al soldo di messer Galeazzo Visconti nella guerra del marchese di Monferrato, con tremila barbute venne in favore de’ Pisani mandato per lo detto messer Galeazzo sotto colore e titolo di soldo, sicchè in quel tempo i Pisani si trovarono avere più di seimilacinquecento buoni uomini di cavallo, il perchè loro parendo, e così era il vero, loro avere il migliore, ed essere di loro onta vendicati, con segreto e cauto modo cercarono d’avere pace onorata e vantaggiosa per le mani di santa Chiesa, e ordinarono che papa Urbano quinto mandò per suo legato in Toscana per cercare detta pace un frate Marco da Viterbo generale de’ frati minori, il quale essendo stato in Pisa venne a Firenze, e onoratamente fu ricevuto, e in fine dicendo, che al santo padre era in calere che della guerra da’ Fiorentini a’ Pisani la quale era il guasto di Toscana si venisse alla pace, e che tanto era fatto quinci e quindi che bene vi cadea, ebbe questa risposta: che i Fiorentini erano stati tirati a loro malgrado nella guerra dalla soperchia astuzia de’ Pisani, e che avanti li facessono risposta di pace e volessono udire domande de’ Pisani, considerato che il fatto non era pur loro, ma dell’università, sopra ciò ne voleano tenere consiglio; e licenziato il generale, il seguente dì feciono un consiglio di richiesti dove furono oltre a mille cittadini; e ciò fu fatto per richiudere la bocca a’ mormoratori della pace, e per schifare la pace che parea vituperosa, presentendosi segretamente le disoneste e sconce cose domandavano i Pisani. Adunque si tenne quest’ordine, che anzi che volessono i signori e’ collegi udire le domande, vollono che ’l detto generale le sponesse nel detto consiglio; e prima che mandassono per lui, uno de’ signori si levò nel consiglio e assai oscuramente disse, che ciò che nel consiglio venia non era loro movimento, ma che i priori passati n’aveano di corte avuto alcuno odore, e che gli otto della guerra di ciò niente sapeano, e che gli otto gli avviserebbono degli ordini presi per loro nella prosecuzione della guerra e di loro possanza, e appresso Spinello della Camera, il quale era pienamente informato dell’entrata e uscita del comune e del debito suo, loro farebbe chiaro di quanto il comune fosse possente a danari. Posato quello de’ signori si levò uno di quelli della guerra, e distesamente e apertamente disse, che l’ordine dato per loro era questo, cioè, che per settantamila fiorini aveano condotto per sei mesi quattromila barbute di quelli della Compagnia della stella, la quale era in Provenza, intra i quali erano più di cinquecento gentili uomini, e più nella Magna duemila barbute intra i quali era il conte Giovanni, il conte Guido, il conte Ridolfo stratti della casa di Soavia, e che al presente n’aveano scritte al soldo tremila, e che le dette brigate si doveano rassegnare in Firenze innanzi l’uscita del mese, e altre molte cose disse le quali poteano sollevare gli animi degli uditori alla guerra, soggiugnendo, che tale spesa per la pace schifare non si potea. Appresso si levò Spinello della Camera mostrando l’entrata e l’uscita del comune, e che pagate le dette brigate per tutto il mese d’ottobre il comune rimanea in debito di centossessantasei migliaia di fiorini, di che udite le sopraddette cose gli animi degli uditori accesi e sollevati inclinarono alla guerra; e ciò fatto, i signori feciono chiamare il generale, e sporre le domande de’ Pisani, le quali erano superbe troppo e fastidiose, e tali, che se avessono avuto il comune di Firenze in prigione sarebbono state sconvenevoli, sconce e disoneste, sopra le quali levati molti dicitori in fine di concordia di tutti si prese, che dove pace avere si potesse ragionevole, e quale comportare si potesse, col nome di Dio si prendesse, quanto che no, che francamente si seguitasse la guerra, e avvenisse ciò che avvenire ne potesse; vero che non si facesse pace s’avessono fatto lega con messer Galeazzo, per la quale si dicea essere ito per ambasciadore de’ Pisani in Lombardia Giovanni dell’Agnello.

CAP. LXXXIII. Come messer Beltramo Craiche tolse Nantes per lo re di Francia a quello di Navarra.

Nel detto anno 1364 a dì 8 d’aprile, messer Beltramo di Craiche cavaliere Brettone Galese, il quale era nelle parti di Normandia, capitano per parte del duca di Normandia prese la villa di Nantes che si tenea per lo re di Navarra, e poco appresso prese la villa di Mellavit, e tutte le fortezze per la gente del detto duca, e furono prese più gente di Pag, e tali che teneano la parte del re di Navarra contro al re di Francia, e fu d’alcuni fatta giustizia.

CAP. LXXXIV. Come rotto il trattato della pace i Pisani cavalcarono i Fiorentini.

Mentre che il venerabile frate Marco per commissione di papa Urbano quinto cercava la pace tra’ Fiorentini e’ Pisani, i Genovesi, Perugini e Sanesi mandarono loro ambasciadori per cercare la detta pace insieme col detto frate Marco, il quale ricevuta la risposta dal comune di Firenze, che voleva pace dove fosse sopportabile e onesta, si tornò a Pisa, e trovando i Pisani per lo caldo della molta buona gente d’arme ch’aveano montati in più altere domande con minacce, tutto che la speranza della pace avessono gittata indietro alle spalle, non di manco i detti ambasciadori seguiano la cerca innanzi che le cose inzotichissino più, minacciando i Pisani che se la pace prestamente non si prendesse nella forma che l’aveano domandata, che farebbono la lor gente cavalcare a desolazione e distruzione del contado di Firenze. A’ Fiorentini parea al di dietro avere ricevuto soperchio oltraggio, e aspettavano in corti giorni l’avvenimento della Compagnia della stella, la quale per sagacità e sollecitudine di messer Galeazzo corrotta per danari ritardava sua venuta, dipoi levata ne fu, e le duemila barbute soldate nella Magna, fidandosi in questa speranza, e ne’ valenti uomini ch’aveano a provvisione, ch’erano messer Bonifazio Lupo da Parma, messer Tommaso da Spuleto, messer Manno Donati, messer Ricciardo Cancellieri, e Giovanni Malatacca da Reggio, i quali erano pregiati maestri di guerra, e stato ciascuno di per sè capitano di grande esercito e avutone onore, e già in Firenze era venuto il conte Arrigo di Monforte, e in sua compagnia il conte Giovanni e il conte Ridolfo stratti della casa di Soavia con cinquecento uomini di cavallo tutti giovani, e per la maggior parte gentili uomini, grandi e belli del corpo, e quanto per un fiotto di tanta gente a giudizio di tutti non era ricordo che entrasse in Firenze più bella nè meglio in punto d’arme e di cavalli, ed esso conte era di bello e gentile aspetto. Per le dette cagioni i Fiorentini con più cuore rifiutarono la pace, e le minacce misono a non calere; onde i Pisani posta giù la speranza della pace, avendo seimilacinquecento uomini di cavallo tra Tedeschi e Inghilesi capitanati da Anichino di Bongardo e Giovanni Aguto in forma di compagnie, e giunti loro oltre a mille cittadini e contadini i più guastatori, licenziarono che intendessono a fare aspra guerra, il perchè a dì 13 del mese d’aprile si mossono e passarono per la Valdinievole, e posarsi nel piano di Pistoia, e in due luoghi puosono campo, e il seguente dì gl’Inghilesi a schiere fatte si dirizzarono a Prato, e in su la porta di Prato combatterono i Pratesi, e con mano presono il ponte levatoio con maravigliosa sicurtà vietando che non si levasse, la quale audacia a’ nostri fu in grande terrore, e a dì 15 d’aprile circa a mille uomini a cavallo della brigata degl’Inghilesi nel mezzo della notte si partirono del campo, e vennono infino alla Porta al prato, onde la terra si scommosse tutta ad arme, e di loro quattro gagliardi toccarono la porta, de’ quali l’uno ne rimase, e senza arrestare si partirono con parecchi che trovarono nelle letta, e con alquanti buoi, e tornarono al campo. E il seguente dì gl’Inghilesi per lo stretto di Valdimarina passarono nel Mugello, non senza vergogna de’ provveditori del nostro comune, a cui parea che per le civili dissensioni Iddio avesse tolto il cuore e ’l senno; l’intenzione degl’Inghilesi fu di passare per lo Mugello, e venirsene nel piano di san Salvi, e ivi porre campo, e attenere a’ Fiorentini la promessa di fare il prete novello: Anichino dovea tenere campo a Peretola. Passati adunque la notte gl’Inghilesi la Valdimarina in sul fare del giorno giunsono a Latera e a Barberino, e trovarono i villani non avvisati e male provveduti, onde ebbono da cento prigioni, e da cento paia di buoi e assai bestiame minuto, e trovarono pieno di biada e di vino e d’altra roba da vivere, e la cagione fu per allora, che dove i governatori della città doveano levare le gabelle acciocchè la roba venisse alla terra, le raddoppiarono, il perchè niuno volea recare, volendo innanzi stare a rischio del perderla: e ciò fu riputato a’ signori in singulare fallo, levando l’abbondanza alla città e lasciando a’ nemici pastura.

CAP. LXXXV. Come messer Pandolfo passò nel Mugello colla gente da cavallo per tenere stretti gl’Inghilesi.

Essendo gl’Inghilesi passati nel Mugello per mala provvedenza di chi potea riparare, messer Pandolfo fu fermo nell’usato pensiero di farsi signore, e disse di volere cavalcare nel Mugello con la gente dell’arme che era nella città, ch’era nel torno di dodici centinaia di barbute; gli otto della guerra gliele interdiceano facendogliene espressa proibizione, e non senza cagione, avendo rispetto a’ modi per lui altra volta tenuti, e veggendo la città in grave pericolo: egli per pertinacia seguendo sua intenzione disse, o che cavalcherebbe, o che rifiuterebbe l’uficio del capitanato. Gli otto stando pur fermi, per la città ne surse mormorio e sollevamento di scandalo; onde stando il popolo insollito sotto ombra di cittadinesca riotta, gli otto temendo gli concedettono l’andata, e cavalcò con circa a mille barbute, e in compagnia del conte Arrigo di Monforte, a cui imposto fu per gli otto che cura all’operazioni di messer Pandolfo poco fidato al comune avesse; giunti nel Mugello, il conte s’alloggiò nella Scarperia, e messer Pandolfo nel borgo a san Lorenzo. Occorse in quei giorni, che circa a trenta della brigata del conte per avventura si scontrarono in cento o più Inghilesi, e per spazio di due ore insieme si combatterono: un gentiluomo della brigata del conte nome Arrigo veggendo il soperchio degl’Inghilesi discese a piede, e con una lancia in mano di sua persona fè maraviglie, perocchè, secondo che avemmo da persona degna di fede che si trovò al fatto, con la detta lancia spuose da cavallo da dieci Inghilesi de’ quali due morirono, e per lo detto atto e per li compagni che francamente lo seguirono gl’Inghilesi inviliti dierono le reni, e di loro, massimamente di quelli ch’erano rimasi a piede, alquanti ne furono presi, alquanti ne rimasono morti nella battaglia. Avemo con piacere per tanto di ciò fatto ricordo, perchè ne’ nostri dì tanta prodezza di rado è stata veduta, e per mostrare quanto di valore e di cuore a un esercito presta non solo il valente capitano, ma eziandio il valente cavaliere, e così il vile viltà. L’opere d’arme per tenere gl’Inghilesi stretti erano del conte Arrigo e del conte Ridolfo, ch’era chiamato il conte Menno, e di loro brigate, ch’altri poco se ne dava travaglio.

CAP. LXXXVI. Come gl’Inghilesi si partirono del Mugello e tornarsi nel piano di Pistoia.

Gl’Inghilesi essendosi assaggiati co’ Tedeschi e co’ paesani che aveano cominciato a mostrare loro il volto e a volere de’ loro cavalli, sentendo che il passare per lo Mugello a san Salvi per i molti stretti passi era loro pericoloso, e quasi impossibile, e veggendo il luogo dove s’erano condotti, incominciarono forte a dubitare, ed era loro di mestiere, se avessono avuto chi avesse voluto attendere a provvedere contro a loro, come dovea e potea, e tale ne portò mala fama, massimamente perchè loro faltava la vita e per le bestie e per le persone, onde loro convenne fuggire alle usate malizie, onde con sollecitudine mostrarono di volersi alloggiare a san Michele del bosco, afforzandosi di sbarre e palancati, con mettere pure in loro boce che riposati alquanto farebbono il cammino di che aveano minacciato a malgrado di chi non volesse, e ciò faceano per levare le poste alle vie ond’erano venuti quelli che v’erano tratti a guardare, mostrando d’ire innanzi non di tornare addietro, e così avvenne, che essendo quelle vie non guardate, la notte di san Giorgio presono loro via per la valle di Bisenzio e tornarsi nel piano di Pistoia.

CAP. LXXXVII. Come messer Pandolfo Malatesti si partì dal servigio del comune di Firenze.

Stando messer Pandolfo al Borgo involto in su gli usati pensieri favorati dal male stato de’ Fiorentini, li cadde nell’animo, ch’essendo Firenze nel dubbioso e forte partito dove per allora parea che fosse lo dovesse gareggiare e tenerlo per idolo; onde volendo tentare se il suo pensiere rispondea col fatto, e per sua parte fè dire a’ signori di Firenze e agli otto della guerra, che casi gravissimi e poderosi gli erano occorsi nel suo paese pericolosi allo stato suo, e che a riparare necessario era che sua persona vi fosse, e li fece pregare che loro piacesse in tanto bisogno non doverli mancare per dodici o quindici dì licenziarlo: i signori con gli otto ne tennono consiglio di richiesti, nel quale muto di dicitori, Bindo di Bonaccio Guasconi disse, che pensava che ’l gentiluomo, amico egli e sua casa del nostro comune, dicesse il vero, e che essendo le cose gravi come ponea, non gli andava per animo che in così breve spazio di tempo come domandava le potesse spacciare, e che non solo per dodici o quindici dì si licenziasse, ma per tutto il tempo che sua condotta durava, e che in suo luogo fosse posto il conte Arrigo di Monforte, e così nel consiglio s’ottenne, e fu eletto il detto Bindo a ire a messer Pandolfo con piacevole commiato. Bindo v’andò, e da sè a lui aperto li mostrò tutti i suoi errori, i quali dal popolo erano stati bene conosciuti, e che agevolmente potea avvenire, che perseverando in cotali pensieri con opera, forse che un giorno il popolo li farebbe un sozzo scherzo, al quale non potrebbono porre riparo nè i signori nè gli otto. Veggendo messer Pandolfo che questo avviso come gli altri gli era venuto fallito, e tornato in vergogna, se ne venne a Firenze, e fu a’ signori, e loro disse, che non ostante che ’l suo bisogno fosse grande, per lo presente vedea quello del comune di Firenze era maggiore e pertanto e sè e la sua brigata alle sue spese offeria al comune: di ciò fu ringraziato, e dettoli, che ’l comune non avea nè di lui nè di sua brigata bisogno, onde si partì a sua posta senza onore di comune, o di privati cittadini.

CAP. LXXXVIII. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi co’ guastatori de’ Pisani s’accamparono a Sesto, e Colonnata, e santo Stefano in pane.

Gl’Inghilesi usciti del Mugello a salvamento insieme co’ Tedeschi e guastatori s’accamparono a Sesto e Colonnata, e per le coste di Montemorello, prendendo santo Stefano in pane, e tutte le pianure d’intorno, dove soprastettono per alquanti giorni, sicchè i guastatori de’ Pisani ebbono destro a fare male, e arsono palagi e ricchi abituri e altri casamenti per lo piano, e per le coste di Montemorello per lo spazio di tre miglia o circa intorno al campo, e riservando a levare del campo i luoghi che per loro necessità aveano riserbati, e stando quivi gualdane di loro passarono l’Uccellatoio e Starniano, ed entrarono in Pescia luogo aspro e riposto, ove trovarono molta roba rifuggita, oltre n’andarono infino a Calicarza, Montile, e Curliano, paesi malagevoli assai a cavalcare, senza trovare alcuna contesa. Ancora infra questo tempo combatterono la Petraia, ch’era loro sopra capo, e aveanla armata e fornita alla difesa i figliuoli di Boccaccio Brunelleschi: e nel vero fortemente sdegnavano che sopra tante migliaia di gente d’arme pregiata e famosa signoreggiasse quella piccola fortezza in dispregio loro, il perchè si deliberarono di vincerla, e la prima battaglia colle schiere ordinate fu degl’Inghilesi, dove con acquisto di vergogna alquanti ne furono morti e molti magagnati, la seconda de’ Tedeschi in simile acquisto; ultimamente essendo cresciuta l’onta e ’l dispetto, anzi il levare del campo Tedeschi e Inghilesi insieme con aspro assalto la combatterono, e niente poterono acquistare, se non al modo usato danno e vergogna. Di questo avemo fatta memoria per mostrare, che i privati cittadini in que’ tempi più erano accorti e valorosi a difendere loro fortezze, che i governatori del comune quelle della città, e massimamente perchè confortati, che nel rispetto ch’aveano da’ nemici, e poteanlo fare assai leggermente nol vollono fare, onde ne risultò gran vergogna al comune. L’invidia e ’l mal talento col poco senno che allora occupava il governamento ogni virtuoso operare impedia. In sul levare del campo i guastatori pisani arsono tutti i casamenti che per loro ostellaggi aveano riserbati.

CAP. LXXXIX. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi coi guastatori pisani presono il colle di Montughi e di Fiesole, e combatterono i Fiorentini alla porta a san Gallo, e fessi Anichino di Bongardo cavaliere.

L’ultimo dì d’aprile i nemici mutando campo presono il colle di Montughi e di Fiesole, spargendosi per tutte le circostanze infino a Rovezzano, e il primo dì di maggio per giorno nomato colle schiere fatte se ne vennono sopra la costa della via di san Gallo di sotto al podere d’Altopascio, dove erano fatti tre serragli, il primo sopra la via che va a santo Antonio, l’altro sopra la via che va a san Gallo, il terzo sopra le case poste sopra via che ne va lungo le mura, e questo era di carri, dove era il conte Arrigo di Monforte con tutta la gente da cavallo; a’ primi due serragli erano molti Fiorentini usciti di volontà, i quali impedivano la buona gente dell’arme ch’erano alla difesa, e ammoniti da messer Manno Donati, e da messer Bonifazio Lupo, e da messer Giovanni Malatacca, e dagli altri valenti uomini, che si tirassono addietro, e lasciassono fare la gente dell’arme, nol vollono fare, il perchè furono cagione della perdita de’ serragli con morte e presura di molti di loro. Nello scendere delle schiere un poco davanti due notabili uomini e pregiati in arme, Averardo Tedesco e Cocco Inghilese, a lento passo l’uno dall’un lato della via l’altro dall’altra si calarono giù a’ serragli facendo rilevate prodezze; seguendo appresso le schiere vinsono e gettarono in terra i detti due serragli, con danni assai e di morti e di prigioni de’ vogliosi e disordinati Fiorentini, che s’erano voluti mettere alla difesa contro a’ buoni uomini d’arme, e contra loro volontà. Averardo passò in sulla piazza di san Gallo, e con molti che appresso il seguivano infino al piè delle case a fronte si fè al conte di Monforte, il quale stando come una massa di ferro mai da’ nemici non fu tentato, tutto che le frecce degli arcieri inghilesi che scendeano sopra l’altra brigata sembrassono gragnuola. Dalla porta e antiporta e mura scoccavano le balestra, e a tornio e a staffa, che il tuono del romore piuttosto cresceano che facessono danno. Scese le schiere, fuoco fu messo in sant’Antonio del vescovo, e per simile in molti altri casamenti. In quel fuoco, in quel tumulto, in quelle grida Anichino di Bongardo si fè cavaliere in sulla costa della via che vede la porta, con tanti suoni, con tante grida, che parea che ’l cielo tonasse, ed egli fè cavaliere messer Averardo e più altri, come se fatti fossero in battaglia campale: e ciò fatto, fu sonato a ricolta, e tutti, accortamente senza impaccio si ritrassono addietro chi a Montughi e chi a Fiesole, e la notte con l’ordine dato tra loro feciono la festa de’ cavalieri novelli, la quale fu in questa forma: che le brigate a cento i più a venticinque i meno con fiaccole in mano si vedeano danzare, e l’una brigata si scontrava con l’altra gittando talora le fiaccole, e ricevendole in mano, e talora mettendole a giro, e a modo d’armeggiatori seguendo l’un l’altro ordinatamente, e queste fiaccole passavano le duemila, con gran gavazze di grida e stromenti; e per quello che s’intese dalle brigate ch’erano nel piano vicino alle mura dispettose parole usavano contra il comune di Firenze, e intra l’altre, Guardia studia i collegi, manda pe’ richiesti, e simili parole usate nel palagio de’ priori, le quali erano intese e da quelli che erano in sulle mura e da quelli ch’erano da piè. E per dileggiare il popolo di Firenze in sulle tre ore di notte quetamente mandarono un loro trombettino e un tamburino in sul fosso delle mura della Porta alla croce, i quali sonando come a stormo, il popolo di Firenze tutto si commosse a romore, correndo boci per la terra che i nemici aveano prese le mura dove le bertesche erano fatte, e che parte di loro n’erano dentro discesi. La paura fu sopra modo, e i cittadini come smemoriati correvano qua e là per la terra, e le femmine poneano le lucerne alle finestre, e con lamenti l’armavano di pietre. La cosa nel suo aspetto a vedere orribile era, ma saputo il vero, subitamente si racchetò il bollore fatto in danno e vergogna come detto è. Il seguente dì 2 di maggio schierati tutti passarono Arno di sotto alla Sardigna assai presso alla città, e puosono campo a Verzaia stendendosi infino a Giogoli e Pozzolatico e per Arcetri, ardendo tutto infino presso alle mura; e sopra questo con le schiere fatte, e con le loro barbare strida e suoni di stromenti da battaglia vennono verso la porta di san Friano per combattere nella forma che fatto aveano a quella di san Gallo. I nostri che ne’ giorni passati s’erano assaggiati con loro, e trovato aveano ch’erano uomini e non leoni, aveano armato il casamento delle monache da Verzaia, e quivi fatte le sbarre ricevettono francamente il baldanzoso assalto, rispondendo loro co’ ferri in mano in modo e forma che li ributtarono indietro con molti fediti e alcuni morti, il perchè niente avanzando se non danno e vergogna si ritrassono al campo: bene arsono allora sopra il ciglio della città Bellosguardo e molte altre belle e ricche possessioni e palagi, e soprastati per alquanti giorni, per dare agio ai fediti loro i quali passavano il numero di duemila, veggendo che i Fiorentini s’ausavano all’arme, e andavano a riguardo, sicchè poco con loro poteano avanzare, e che le brigate che uscivano di notte sì de’ cittadini come de’ contadini, che erano trafitti e aveano bisogno di ristorarsi, stando essi sparti baldanzosi, e per dispetto quasi senza guardia veruna, e di prigioni e di cavalli e d’uccisioni li danneggiavano forte, si partirono. Il lor viaggio fu sopra san Miniato a monte, e sopra l’Ancisa passando per lo Valdarno, e loro albergheria fu al Tartagliese, e il seguente dì feciono vista di combattere la Terranuova, dove trovato la risposta, con alquanti di loro morti e magagnati si partirono, e così mollemente tentarono dell’altre terre del Valdarno, il perchè aperto s’intese che per quella via gli avea volti il danaio: che usciti del contado di Firenze in su quello d’Arezzo, e trovandolo sgombro, passarono su quello di Cortona, e quindi in su quello di Siena facendo danno assai d’arsioni prigioni e prede, infine voltisi per la Valdelsa e per la Valdinievole si fermarono in su quello di Pisa a san Piero in campo. Quivi vollono vedere la rassegna delle loro brigate, dal tempo ch’entrati erano in sul Fiorentino, e trovarono che più di seicento buoni uomini d’arme aveano perduti, e oltre a duemila n’erano fediti, de’ quali assai poscia perirono.

CAP. XC. Come il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini prese e arse Livorno.

Nel paesare e nel raggiramento che messer Anichino di Bongardo faceano in su quello d’Arezzo insieme con gl’Inghilesi, come abbiamo detto, il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini, e con lui il conte Giovanni e il conte Ridolfo colle brigate loro de’ Tedeschi, ch’erano con quelli del conte Arrigo millecinquecento barbute, e con l’altra gente di cavallo de’ Fiorentini ch’erano per le castella alle frontiere, la quale fè adunare in san Miniato del Tedesco, e con cinquecento balestrieri scelti, e più con assai Fiorentini a cavallo e a piè che di volontà l’aveano voluto seguire, e col consiglio di messer Manno Donati, e di certi degli altri provvisionati, de’ quali di sopra facemmo menzione, fatto fornimento da vivere per quindici giorni, venerdì mattina a dì 21 di Maggio 1364 si partì di san Miniato del Tedesco, e la sera prese albergo su l’Era vicino al castello di Gello, e il sabato mattina passando vicino di Pisa, e facendo quel danno che fare si potea s’accampò a san Piero in Grado. E in quel giorno vennono a Pisa di Lombardia millequattrocento uomini di cavallo sotto nome di compagnia, i quali veniano per pigliare inviamento di loro mestiere in Toscana. I Pisani vedendosi improvviso giugnere questa ventura loro donarono duemila fiorini d’oro, ed elli coll’altra gente loro che rimasa era in Pisa, come soperchio a’ Tedeschi e Inghilesi che cavalcati erano in sul Fiorentino, e con parte del popolo andassono a combattere co’ Fiorentini ch’erano accampati a san Piero in Grado, e così promisono di fare, e preso rinfrescamento, con la gente e col popolo uscirono di Pisa schierati, e a pian passo contro i nemici. Il conte di Monforte sollecitato era molto da messer Manno che passasse il ponte allo Stagno contro Livorno, ed egli dubitando forte stava sospeso, e per conforto che fatto gli fosse non si attentava a passare quello lagume, e non sapere dove, se non quando vidde il gran polverio della gente ch’usciva di Pisa, quindi mosse passo, e di presente messer Manno chiamò Filippone di Giachinotto Tanaglia, che quivi appresso di lui era, e prese due scuri in mano tagliarono due pali in su che si posava il ponte, e lo feciono nello stagno cadere, e a pena aveano fornito il servigio che i Pisani sopraggiunsono e per acqua e per terra. Messer Manno conoscea tutti i soldati che praticavano in Lombardia, e pertanto domandò di volere parlare con alcuno di loro caporali, e tantosto vennono parecchi, e con lieta accoglienza lo viddono, rallegrandosi ch’aveano cessato materia di zuffa, e a lui dissono, che aveano ricevuto duemila fiorini d’oro perchè commettessono battaglia con loro, e che credeano che i Pisani attenderebbono a loro persecuzione, ma che essi per suo amore lentamente procederebbono, e da lui preso congio, a passi scarsi si tornarono verso Pisa. E in ciò cadde perdimento di tempo a’ Pisani, utile e necessario alla gente de’ Fiorentini, come può qualunque intendente udendo il fatto comprendere, perocchè deliberarono i Pisani che la detta gente cavalcasse a Montescudaio, e togliesse il passo a’ Fiorentini, e se ciò fosse per mala fortuna avvenuto, senza dubbio tutta la gente ch’era in quella cavalcata era perduta. La detta gente la sera soprastette in Pisa, e la mattina seguente persono tempo tra nell’armarsi e mettersi in ordine. I Fiorentini in quel giorno che passarono il ponte allo Stagno presono Porto pisano e Livorno, e trovaronlo sgombro, perocchè quelli che dentro v’erano diffidandosi di poterlo tenere da tanto sforzo, prestamente si diedono allo sgombrare fuggendo loro famiglie e cose, e così le mercatanzie in mare in su le navi, che solo una balla di panni e una ricca cortina nel fondaco trovato non fu, or non di manco messo in preda quello che trovato vi fu, il conte fece ardere la terra. Messer Manno udito il generale avviso della gente dell’arme che s’era data a servire a’ Pisani, come uomo avvisato e pratico de’ casi che sogliono ne’ fatti dell’arme avvenire, subito gli corse in pensiero, che i Pisani non rivolgessono quella gente in Maremma a tor loro il passo di Montescudaio, e cominciò forte a dubitare, e avvisonne il capitano, e vennono presto a’ rimedi, perocchè messasi innanzi la gente da piè, perchè del camminare avessono più agio, e rinfrescato alquanto i loro cavalli, alle tre ore di notte presono viaggio, e dirizzaronsi verso Montescudaio per vie montuose e aspre e malagevoli, e tutta quella notte senza arresto cavalcarono, e il seguente dì con dare poco d’agio alle bestie e a loro misono in cavalcare come fossono in fuga, e alle tre ore di notte uscirono del passo di Montescudaio, e ridussonsi in su quello di Volterra in luogo sicuro, trovandosi avere camminato in ventiquattro ore miglia trentotto di pessima via. E in quella medesima notte circa alle sette ore la gente de’ Pisani giunse a Montescudaio per torre il passo, e trovando che i Fiorentini erano passati, dello scorno che loro parea avere ricevuto presono cordoglio. Emmi stato piacere particolarmente narrare questa particella di storia per dimostrare quello che può e fa la fortuna nelle maledette confusioni delle guerre. Ben furono di quelli che vollono dire, che la cavalcata era stata di coscienza de’ Pisani, perchè pace si potesse cercare, e se vero fu, alla Pisanesca bel tratto faceano, avendo il caso fortuito loro prestato la gente dell’arme, colla quale stimarono poterlo fare, e assai presso vi furono.

CAP. XCI. Come il corpo del re Giovanni di Francia fu trasportato di Londra a Parigi, e come onorato.

Per tramezzare alquanto la continuanza delle scritture nella guerra tra’ Fiorentini e’ Pisani ne occorre di scrivere, che ’l dì primo di maggio il corpo del re Giovanni di Francia di Londra ne fu portato a santo Antonio presso a Parigi la sera, e quivi per onorarlo e farne l’esequie reale stette quattro giorni, e a dì 5 detto mese ne fu portato a nostra Donna di Parigi accompagnato da tutte le processioni delle chiese e regole di Parigi, e da tre suoi figliuoli, ciò furono, Carlo primogenito delfino di Vienna e duca di Normandia, Luigi duca d’Angiò, Filippo duca di Torenna lo più giovane di tutti, e fuvvi lo re di Cipri, Giovanni duca di Berrì era in Inghilterra: e portarono il corpo del detto re quelli di parlamento secondo loro uso; e ciò è di ragione, perchè elli rappresentano la giustizia in luogo del re: e a dì 6 si disse la messa, e subito il corpo ne fu portato a santo Dionigi, seguendo appresso d’esso i suoi tre figliuoli Carlo Luigi e Filippo, e il re di Cipro, e sopra i franchi della villa, poi montati a cavallo infino a santo Dionigi, e a dì 7 si fè l’esequio a santo Dionigi. E seppellito il detto corpo con grande onore, tantosto appresso Carlo suo primogenito se n’andò in un pratello, e appoggiato ad un fico ricevette più omaggi da’ peri di Francia e da’ grandi baroni, e a dì 9 si partì per andare a Rems a prendere la corona.

CAP. XCII. Come messer Beltramo de Cloachin sconfisse il luogotenente del re di Navarra in Normandia.

Nel detto anno a dì 16 dì Maggio, messer Beltramo de Cloachin si combattè davanti Choncel presso alla Croce di san Leffon contra al Captal del Comuff luogotenente del re di Navarra in Normandia, e fu il detto Captal sconfitto e preso, e la maggior parte di sua gente morta e presa; e per avere il detto Captal lo re di Francia diede al detto messer Beltramo tutta la Longavilla e la Giusfort ch’erano state del re di Navarra. E lo re di Francia ec.

Qui manca il fine di questo capitolo con tre altri capitoli delle rubriche che erano così intitolati.

CAP. XCIII. Come Carlo primogenito del re di Francia fu consegrato a Rems a re di Francia.

CAP. XCIV. Come si combatterono messer Carlo di Bos duca di Brettagna, e messer Gianni di Monforte.

CAP. XCV. Come i Fiorentini con la forza del danaio ruppono la compagnia de’ Tedeschi e Inghilesi, e levaronla da provvisione de’ Pisani.

Per supplire in parte a ciò che manca in questo luogo nel codice Ricci, ecco ciò che ne fornisce l’Epitome dell’Istorie dei tre Villani di Domenico Boninsegni, che poco addietro ho citato.

«Essendo le genti de’ Pisani a san Piero in campo, e i Fiorentini vedendosi mancare la speranza della Compagnia della Stella, per operazione di messer Galeazzo, e della gente della Magna, cercarono accordo con gl’Inghilesi e’ Tedeschi ch’erano presso alla fine di loro condotta, e i Pisani cercavano di riconducerli, pure vinsero l’opere de’ Fiorentini, che già segretamente avevano dato ad Anichino novemila fiorini quando erano in sul contado di Firenze, e alla sua brigata ne donarono trentacinque migliaia, e agl’Inghilesi settantamila, e tutti si partirono dal servigio de’ Pisani, eccetto Giovanni Aguto con milledugento Inghilesi: e anche in segreto feciono patto con messer Ugo della Zucca e altri Inghilesi. I patti con queste compagnie in sostanza furono, che per cinque mesi non sarebbono contro il nostro comune, o suoi sudditi o accomandati in alcun modo; anzi tutti n’andarono in su quello di Siena a predare e ardere, per merito di quello feciono alla Compagnia del cappelletto soldati nostri.»

CAP. XCVI. Come i Fiorentini presono in capitano di guerra messer Galeotto Malatesti.

«Fatto l’accordo che di sopra è detto, parve a’ governatori di Firenze necessario d’avere un capitano italiano, e procacciando messer Galeotto Malatesti, secondo si disse, per cancellare la disgrazia con la quale s’era partito il suo nipote, infine l’ottenne, e fu eletto nostro capitano, con assai ammirazione di molti agli scherni ricevuti dal nipote, e venne in Firenze a dì 17 di luglio a ore ventuna per i consigli d’astrolagi. E innanzi che scendesse da cavallo appiè della porta del palagio de’ priori con le usate solennità prese il bastone e l’insegne, e lui diè quella de’ feditori al conte Arrigo di Monforte, e fecelo vece capitano; la reale diè a messer Andrea de’ Bardi, e altre ad altri cittadini, e senza arresto uscì di Firenze, e posate l’insegne in Verzaia tornò in Firenze, e per intendersi co’ signori e altri uficiali dell’informazione della guerra, e soprastette alcuni dì, perchè voleva piena balìa di potere dare a sua volontà a’ soldati paga doppia e mese compiuto.» Alla fine essendo fuori le insegne, ed egli stando pertinace, per lo meno male e meno vergogna di comune la sua domanda fu messa a esecuzione, la quale i sottili venditori non ebbono per meno che domandare giurisdizione di sangue. Avuto suo intendimento, mosse a dì 23 del mese di giugno, accompagnato infra gli altri da trecento cittadini ben montati e riccamente armati, i quali spontaneamente vi cavalcavano per vendicare l’ingiurie de’ Pisani novellamente fatte al loro comune.

CAP. XCVII. Battaglia tra’ Fiorentini e’ Pisani fatta nel borgo di Cascina, nella quale i Fiorentini furono vincitori.

Domenica, a dì 29 di luglio anni 1364, rivolto l’anno che nel medesimo giorno i Pisani aveano corso il palio al ponte a Rifredi, fatti cavalieri, battuta moneta, impiccati asini, e fatte molte altre derisioni e scherne a’ Fiorentini, messer Galeotto Malatesti capitano de’ Fiorentini, movendo la notte dinanzi campo da Peccioli, la mattina s’accampò ne’ borghi di Cascina presso di Pisa a sei grosse miglia, ma di via piana e spedita, e infra il giorno per lo smisurato caldo le tre parti e più dell’oste, che erano oltre di quattromila uomini di cavallo che di soldo, che d’amistà, e che de’ Fiorentini, che per onorare loro patria di volontà erano cavalcati, e di undicimila pedoni, s’era disarmata, e quale si bagnava in Arno, quale si sciorinava al meriggio, e chi disarmandosi in altro modo prendea rinfrescamento. E il capitano, sì perchè molto era attempato, sì perchè del tutto ancora libero non era della terzana, se n’era ito nel letto a riposare senza avere considerazione quanto fosse vicino all’astuta volpe, e al volpone vecchio Giovanni dell’Aguto, e tutto che al campo fossono fatti serragli, deboli erano, e cura sufficiente non era data a chi li guardasse; il perchè avvenne, che il valente cavaliere messer Manno Donati, come colui a cui toccava la faccenda nell’onore, andando provveggendo il campo e i modi che la gente dell’arme tenea, conosciuto il gran pericolo in che il campo stava, e temendo che nel fatto non giocasse malizia, e dove no, quello che ragionevolmente secondo uso e costume di guerra ne dovea e potea avvenire, e tantosto n’avvenne, mosso da fervente zelo incominciò a destare il campo, e dire, noi siamo perduti, e con queste parole se n’andò al capitano, e lo mosse a commettere in messer Bonifazio Lupo e in altri tre e in lui la cura del campo; ciò fatto messer Manno di subito corse al più pericoloso luogo, e donde l’offesa più grave e più pronta potea venire, cioè alla bocca della strada che si dirizzava a san Savino e quindi a Pisa, e il serraglio il quale era debole fece fortificare, e alloggiovvi alla guardia i fanti aretini con alquanti pregiati Fiorentini, e con loro i fanti de’ Conti di Casentino; e perchè nel capo li bolliva per diversi e ragionevoli rispetti quello che di presente ne seguì, aggiunse alla guardia messer Riccieri Grimaldi con quattrocento balestrieri genovesi. I Pisani avendo per loro spie e dai luoghi vicini al campo, e massimamente da san Savino, dello sciolto e traccurato reggimento del campo, ma non della provvisione fatta per messer Manno, perchè al fatto fu troppo vicino, conferito con Giovanni dell’Aguto sopra la materia, infine in lui commisono il tutto dell’impresa, e il popolo animoso e voglioso a furore presa l’arme nelle braccia sue si pose con lieta speranza di vittoria, quasi siccome non dovesse potere perdere. Giovanni Aguto preso il carico senza perdere punto di tempo diede ordine a quanto fu di mestiere, e uscì col popolo di Pisa, e fè capo a san Savino, e come mastro di guerra fè il campo de’ Fiorentini per tre riprese assalire da gente che prima era fuggita che giunta, affinchè i nemici attediati non conoscessono il vero assalto quando venisse, e venneli fatto, che ’l campo fu tre volte mosso ad arme dal campanaro indarno, e il capitano turbato di suo riposo fè comandare al campanaro alla pena del piè, che che che si vedesse non sonasse senza licenza sua. Appresso il detto Giovanni aspettò la volta del sole, perchè i raggi fedissono nel volto de’ nemici, e a’ suoi nelle spalle. Ancora per la pratica ch’avea del paese conobbe, che a tale ora surgea un’aura che la polvere venia a portare negli occhi de’ nemici. Solo in uno per gl’intendenti giudicato fu che egli errasse, che non misurando le miglia da san Savino a Cascina, che sono quattro di polveroso e rincrescevole piano, nè avendo rispetto alla fiamma del sole che divampava il mondo, nè al grave peso dell’arme, fidandosi nella gioventù e prodezza de’ suoi Inghilesi nati e cresciuti nelle guerre di Francia, a’ quali per animarli e soperchiare ogni fatica e ogni paura avea messo che nel campo erano quattrocento Fiorentini, tal buono prigione per mille, tale per duemila fiorini, e del tutto ignoranti dell’arme, esso fè tutta gente scendere a piè, il perchè lassi e mezzi stanchi giunsono al campo. Mosselo a ciò fare due ragioni, l’una perchè la gente a piè più chetamente cavalca, l’altra perchè leva meno polverio, immaginando, come avvenne, che prima fossono al campo che sentiti, e così prendere il campo di furto prima che si potesse ordinare: e tutte le dette cose fatte furono per Giovanni Aguto, che niente ne sentì messer Galeotto, o per difetto di spie, o perchè poco curasse ciò che potessono fare i nemici, e questo è più da credere. Adunque messi nella prima fronte delle schiere quelli aspri e duri Inghilesi cui tirava la voglia della preda, tutto l’esercito fè muovere quando gli parve, e prima i suoi Inghilesi furono vicini alle sbarre che da’ nostri fossono sentiti. Il romore e le strida del subito assalto a’ nostri furono le spie. I fanti che posti erano alla guardia del luogo, i quali per lo giorno furono assai più che uomini, francamente presono l’arme non curando le spaventevoli strida, ma ordinati di subito alla resistenza non si lasciarono torre una spanna di terra. E il valente messer Riccieri Grimaldi compartiti i suoi balestrieri dove necessario gli parve, e allogatine gran parte nelle ruine delle case, le quali erano di mattoni, e pertugiate e di costa a’ nemici, confortandoli a ben fare, e sollecitandoli dolcemente e qui e quivi a rinterzare colla forza de’ verrettoni rintuzzò la fiera rabbia de’ baldanzosi nemici. Mentre che la battaglia era e quinci e quindi animosamente attizzata alle sbarre, il vero grido del fatto come era senza suono di campana o altro sollecitamento di capitano corse per lo campo e lo strinse ad armare, e il primo che giunse al soccorso alle sbarre, come quelli che temendo sempre stava in punto, fu messer Manno Donati, il quale veggendo quivi soprabbondare gente da cavallo, per non stare indarno uscì con tutta sua brigata del campo, e percosse i nemici ne’ fianchi, conturbando gli ordini loro, e facendo loro danno assai; e in poca d’ora vennono alle sbarre il conte Arrigo di Monforte colla insegna de’ feditori, e con lui il conte Giovanni e il conte Ridolfo chiamato dal volgo il conte Menno, e costui come giunse alle sbarre le fè gettare in terra, e si avventò sopra i nemici facendo colla spada cose da tacerle, perchè hanno faccia di menzogna. Per simile il conte Arrigo co’ suoi Tedeschi sollecitando i cavalli colli sproni senza averne riguardo contro a’ nemici gli ruppono, passando tutte loro schiere infino alle carra che da Pisa recavano e veniano con vino per rinfrescare loro brigata. Il sagace messer Giovanni dell’Aguto, il quale era nell’ultima schiera co’ suoi caporali e altri pregiati Inghilesi, avendo compreso che la testa delle sue schiere non era di fatto entrata nel campo come si credette, e che la resistenza era dura, si giudicò vinto, e senza aspettare colpo di spada di buon passo co’ detti caporali si ricolse a san Savino, dove aveano lasciati i loro cavalli, lasciando nelle peste il popolo de’ Pisani faticato, e poco uso e accorto negli atti dell’arme. I Genovesi Aretini e’ fanti dell’Alpe come vidono rotte le schiere de’ Pisani, e mettersi in fuga, seguitando la caccia ne presono assai. Essendo adunque per gli Aretini Fiorentini e’ fanti del Casentino alle sbarre ben sostenuta la puntaglia de’ nemici, e mezza vinta loro pugna, per i balestrieri genovesi e per i Tedeschi in poco tempo recati a fine, il capitano fè muovere l’insegna reale, la quale per spazio d’un miglio o poco più si dilungò dal campo, sotto il cui riguardo assai d’ogni maniera si misono a perseguitare i nemici, e trovandoli sparti in qua e in là, lassi e spaventati, ne presono assai. Stando la cosa in estrema confusione per i Pisani, per alcuni valenti e pratichi d’arme, parendo loro conoscere il vantaggio, consigliato fu messer Galeotto che seguitasse la buona fortuna, la quale li promettea la città di Pisa: rispose, che non intendea il giuoco vinto mettere a partito, e più fè, che tantosto fè sonare alla ricolta, sotto il dire che temea degli aguati de’ sottrattori e sagaci nemici; onde molti che sarebbono stati presi ebbono la via libera a fuggirsi, e massimamente gl’Inghilesi ch’erano fediti e rifuggiti in san Savino, nè osavano sferrarsi de’ verrettoni che giunti in Pisa, dov’ebbono solenni medici, e in pochi giorni gran numero ne perì. Tornato il capitano al campo, e cercato il luogo dove fu la battaglia, assai vi si trovarono morti, ma molti più il seguente dì per le fosse e per le vigne, quale per stracco, quale di ferite, e molti colla sete in Arno mettendovisi dentro vi annegarono. Stimossi che i morti per detta cagione passassono i mille: i presi furono vicini a duemila, de’ quali tutti i forestieri furono lasciati, e i Pisani presi da quelli ch’erano venuti al servigio del comune si furono loro. Tutta gente di soldo fu per messer Galeotto in segreto istigata e sollecitata a domandare a lui paga doppia e mese compiuto, ed egli per la balìa presa dal comune la promesse loro, che montò a dannaggio del comune circa a centosettantamila fiorini e più, perchè presa la speranza della detta promessa gran quantità di ricchi e buoni prigioni i soldati trabaldarono, e feciono con poca di cortesia riscuotere. Forte e molto diè che pensare a quelli savi e valenti cittadini, che in que’ giorni si trovarono nel numero de’ reggenti, messer Galeotto, il più famoso uomo allora d’Italia in cose militari e in podere d’arme, meritasse d’essere in tal forma assalito nel campo da uomo non meno famoso nè meno saggio in simili atti di lui, e che esso fosse l’autore, che i soldati per difendere il campo contro buono uso di gente d’arme pertinacemente volessono eziandio e con minacce e atti disonesti paga doppia e mese compiuto, le quali cose diligentemente ponderate furono cagione d’affrettare il trattato della pace, dando di ciò pensiere ad alquanti discreti e intendenti cittadini. Ma noi tornando al processo della guerra, il dì seguente, che fu l’ultimo di luglio, messer Galeotto, con tutto l’esercito e con i prigioni, girandosi pure vicino a Pisa per tornarsene a san Miniato del Tedesco assai bene in ordine e colle schiere fatte, in quello cavalcare fè cavaliere Lotto di Vanni da Castello Altafronte, giovane di gentile aspetto, e degli accomandati al comune di Firenze, Piero de’ Ciaccioni di san Miniato, e Bostolino de’ Bostoli d’Arezzo.

CAP. XCVIII. Come furono assegnati i prigioni al comune da’ soldati, ed entrarono in Firenze in sulle carra.

Essendo condotti i prigioni pisani in Monticelli fuori della porta a san Frediano di Firenze, alquanta di resistenza in parole feciono i soldati di non darli se certi non fossono di paga doppia e mese compiuto, e conobbesi essere moto altrui e a mal fine; il perchè ricevuta speranza d’averla da quelli savi cittadini che con loro ne parlarono, diedono liberamente i prigioni, i quali ricevuti con dispettoso e vile spettacolo, col capitano, con l’insegne, e con la gente dell’arme furono messi in città, perocchè i popolani di basso stato con alquanti d’un poco meno che mezzano furono allogati in sulle carra, e furono quarantaquattro carrate; a’ nobili e gente da bene fu conceduto il venire a cavallo. E innanzi che questa pompa entrasse nella città, tutte le campane del comune cominciarono a sonare alla distesa acciocchè tutto il popolo traesse a vedere, e dinanzi alle carra tutti gli stromenti e suoni del comune, e così quelli della parte guelfa, vista certamente esemplare di diversa e varia fortuna, verificante quello disse David, che disse: Vario è l’avvenimento della guerra, e quinci e quindi consuma il coltello. I prigioni furono allogati nelle prigioni del comune il più abilmente che si potè, e dalle buone e pietose donne fiorentine a gara furono abbondantemente provveduti di tutto ciò che loro bisognava.

CAP. XCIX. Come la parte guelfa di Firenze prese a far festa di san Vittore, e perchè.

In questa vittoria universale che s’ebbe del popolo di Pisa, la quale non pensata nè cercata fu, ma piuttosto recata, perchè singulare, e fu nel giorno che la santa Chiesa fa festa di san Vittore papa e martire glorioso, la parte guelfa di Firenze ad eterna memoria di tanto fatto prese di fare festa in Firenze ogni anno di san Vittore divotamente, come a patrone de’ guelfi, a similitudine come san Barnaba: e feciono in santa Reparata fare una cappella in reverenza del detto santo, con intenzione di migliorarla, perchè venendo la chiesa a sua perfezione stare non può quivi dov’è, e ogni anno vi fanno solennemente celebrare la sua festa con bella offerta della parte, e poi nel giorno fanno correre un ricco palio di drappo a figure foderato di drappo vergato: e vollono e tennono che l’arti guardassono il giorno, e così l’altro popolo.

CAP. C. Come la gente dell’arme del comune di Firenze prese tira di non cavalcare, e quello ne seguì.

Fatta la festa de’ prigioni, per contentamento del popolo, che non si potea vedere sazio di vendetta dell’ingiuria in ultimo fatta per i Pisani con la forza d’Anichino di Bongardo e degl’Inghilesi, tutta la gente del comune col capitano uscì fuori per cavalcare in su quello di Lucca, ma imbizzarrita sopra volere paga doppia e mese compiuto, come da altrui erano nel segreto inzigati, si fermò fra Montetopoli e Marti, e quivi stettono infino a dì 18 d’agosto assai in atti e in parole turbata contro al nostro comune: in fine vinta la gara e conseguito loro intento per meno male, cavalcarono i nemici afflitti e tribolati oltre a modo, e a dì 28 del mese messer Galeotto fermò l’oste a san Piero in campo. Bene avvenne infra il tempo, che essendo condotti gl’Inghilesi dal comune di Firenze, andarono per ubbidire il capitano, e puosono di per sè campo, e, o che i Tedeschi sollevati da sagace ingegno per vedere peggio, o pur perchè la gloria dell’arme non potessono patire di vedere gl’Inghilesi, il seguente dì vennono a riotta con loro, e ordinati e provveduti gli assalirono al campo di ciò niente pensati. La zuffa fu aspra e pericolosa assai, e quinci e quindi ne morirono, e molti ne furono magagnati. Gl’Inghilesi loro campo francamente difesono, tutto che predati e soperchiati fossono da’ Tedeschi, come sprovveduti: e quel giorno il capitano con gli altri caporali del campo loro feciono fare triegua per tre dì, e il seguente dì poi per quindici. E in quello inviluppamento il capitano con tutta la gente dell’arme, eccetto gl’Inghilesi che si rimasono al campo loro, cavalcarono in su quello di Lucca, e feciono campo nel borgo di Moriano, facendo danni e prede assai. I Fiorentini per dilungare gl’Inghilesi da’ Tedeschi glie ne mandarono nel Valdarno di sopra. In queste tenebre e confusioni i governatori del comune di Firenze per fuggire la grande e incomportabile spesa dell’arme, e’ loro dangieri e pericoli, come fu tocco in parte di sopra, e ne’ segreti e pubblici consigli determinarono che a pace si venisse, e cura ne dierono a dieci buoni e discreti cittadini; e infra il tempo l’ambasciadore del santo padre col favore degli ambasciadori de’ comuni di Toscana duplicando essa sollecitudine, perchè vedeano le cose de’ Pisani per ire in fascio, e in mala parte e tosto, tanto sollecitarono, che i Pisani mandarono loro solenni ambasciadori alla terra di Pescia con mandato pieno a conchiudere la pace. Il comune di Firenze appresso vi mandò messer Amerigo Cavalcanti, messer Pazzino degli Strozzi, messer Filippo Corsini, messer Luigi Gianfigliazzi, e Gucciozzo de’ Ricci per simil modo col mandato larghissimo, nè però tanto, che li quinci e li quindi disposti alla pace tanto seppono e poterono onestamente avacciare, che Giovanni dell’Agnello, tutto sollevato e disposto dal consiglio e caldo di messer Bernabò a farsi signore di Pisa, più non avacciasse a farsi signore, prevenendo la pace la quale gli tagliava ogni suo pensiero e rendevalo vano.

CAP. CI. Come Giovanni dell’Agnello si fece signore di Pisa sotto titolo di doge.

Giovanni dell’Agnello cittadino di Pisa di gesta popolare, per antichità di sangue non chiaro e per ordine mercatante, piuttosto scaltrito e astuto che saggio, presuntuoso a maraviglia e vago di cose nuove, e sopra tutto sollecito, questi era in questi giorni tornato da messer Bernabò dove ito era per ambasciadore del suo comune, e col tiranno avea tenuto trattato che i Pisani fossono suoi accomandati, ed egli gli atasse con darli delle terre loro, e per detta cagione da lui ebbe in prestanza trentamila fiorini. Di questo trattato nacque il baldanzoso parlare e pensiero di Giovanni dell’Agnello di farsi signore di Pisa, immaginando che venendo Pisa e le membra sue a tiranno, i Fiorentini fossono più contenti di lui che di messer Bernabò. Essendo adunque Pisa sospesa, in tremore e spavento, e più volte abbandonati dalla speranza della pace, feciono un gran consiglio di più gravi e notabili cittadini della terra, nel quale fu messer Piero di messer Albizzo da Vico, avanti che andasse per ambasciadore di Pisa alla terra di Pescia per conchiudere la pace, e il consiglio fu di provvedere a loro stato: e intra gli altri vi fu il detto Giovanni dell’Agnello, il quale era reputato buono mercatante e fedele cittadino; costui levato in consiglio osò dire, che necessario li parea che si venisse a signore per un anno, dirizzando il suo parere che quel fosse messer Piero di messer Albizzo da Vico dottore di legge, il quale con ogni istanza che seppe quel carico rifiutò, e fulli cagione di affrettare sua gita a Pescia ad accozzarsi con gli ambasciadori fiorentini. Veggendo Giovanni contradire a messer Piero, come stimò, si rimise a consigliare che pure convenia a uno degli altri pigliare quella sollecitudine, cura e gravezza: e allora ser Vanni Botticella, anticamente per genia di beccaio, s’offerse di prendere quel carico. Giovanni dell’Agnello disse, che buono e sufficiente era, ma che gli bisognava d’avere trentamila fiorini al presente per pagare la gente dell’arme: a questo rispose ser Vanni non si sentire sofficiente, e per quel giorno rimasono, che ogni uno si pensasse d’uno che a ciò fosse sofficiente, e altra volta tornasse il consiglio. Di questo strano ragionamento e spaventevole consiglio surse, che uno de’ seguenti dì in sul fare della sera molti buoni e cari cittadini, avendo presa sospezione e gelosia del dire del detto Giovanni così affettatamente in consiglio e con fronte pertinace, e perchè nel mormorio del popolo voce correa che esso facea ragunata di fanti, s’andarono ad armare, e armati insieme se n’andarono al palagio degli anziani, e questo tantosto venne a notizia di Giovanni dell’Agnello, che continovo stava in sentore, ed egli pensando che farebbono quello che feciono, sagacemente e prestamente si mise a’ ripari, e i fanti che egli avea stribuì per le case di certi suoi fidati e singolarissimi amici, e alla moglie e alla famiglia di casa ordinò tutto ciò che dovessono fare, ed egli con l’arme celata ond’era vestito con una fonda cappellina in capo se n’andò nel letto, e la moglie fece ire allato appresso di lui. Come fu venuta la notte, i cittadini con la volontà degli anziani e con la famiglia loro se n’andarono a casa Giovanni dell’Agnello, e come ordinato era per lui, di presente fu aperta la porta, ed essi di subito presono viaggio alla camera d’esso Giovanni, e l’udirono russare e sembrare veramente dormire, come uomo che gran bisogno n’avesse. La donna, come ammaestrata era, con tutto il petto nudo si levò in sul letto a sedere, dicendo a’ cittadini che bisogno avea di posare, ma se voleano lo svegliasse che lo farebbe; i cittadini preso vergogna della veduta della donna, e fede della libera dimostrazione della camera e della casa, togliendo il parlare della donna, per semplice, si partirono della camera e della casa, e si tornarono agli anziani, e riferirono loro tutto ciò che aveano trovato, onde posto giù il sospetto, ciascuno si tornò a casa sua, e posta giù l’arme diede suo pensiere a dormire. Giovanni dell’Agnello, che con Giovanni dell’Aguto avea temperato la cetera, temendo che la dilazione del tempo nel quale il fatto si potea palesare non li fosse nociva, pieno di sollecitudine, quella notte medesima la quale avea assicurati e gli anziani e’ cittadini, con Giovanni dell’Aguto e con gli amici e’ fanti che avea ragunati se ne venne in piazza, e senza niuno romore ebbe l’entrata del palagio degli anziani con quella brigata che a lui era abbastanza, l’altra lasciò a guardia della piazza, ed entrato nel luogo dove sedeano gli anziani si mise a sedere nel seggio del proposto, e ad uno ad uno fece destare gli anziani, e venire dinanzi da sè, e per dire a che fine, così dicesse in forma come disse egli, che è semplice detto, se non fosse congiunto alla forza di Giovanni dell’Aguto, che la Vergine Maria gli avea revelato, che per bene e riposo della città di Pisa dovesse prendere sotto titolo e nome di doge la signoria e ’l governo della città di Pisa per un anno, e così avea preso, e avea de’ trentamila fiorini contenta la gente dell’arme che seco erano in palagio e in piazza, e così si fè confermare agli anziani, e sotto lo splendore delle spade li fece in sua mano giurare; e senza intervallo di tempo e per parte degli anziani mandò per quelli cittadini pensò li potessono essere avversi, e come ciascuno giugnea li significava come e perchè avea presa la signoria, e accomandati cortesemente in forma non si sarebbono potuti partire all’uno promettea il vicariato di Lucca, all’altro di Piombino, e così agli altri secondo i gradi loro, o per amore o per paura tutti l’indusse a giurare nelle sue mani, e in questo servigio consumò tutta la notte. Alla dimane con gli anziani, con costoro e con la gente dell’arme titolatosi doge, cavalcò per la terra, e a grido di popolo fu fatto signore, nè vi fu chi ricevesse un buffetto, prese il palagio in possessione, e tutta la gente dell’arme fè giurare nelle sue mani. E per mostrare che mansuetamente veniva al governo, e preso avea il nome e quello che il nome importava non come tiranno, quel medesimo giorno elesse sedici famiglie di popolari di comune stato, e gli si fece a consorti, e prese con tutti arme novella d’un leopardo d’oro rampante nel campo rosso, con dare a intendere che d’anno in anno uno di loro, qual più boce avesse, fosse fatto doge: e in fine, seguitando il consiglio del conte Guido da Montefeltro a papa Bonifazio, le promesse fur larghe e lunghe, ma lo attendere stretto e corto, che di cosa che promettesse niente osservò, ma pigliando la signoria a giornate come tiranno, lasciato il titolo del doge, si facea chiamare signore. E se mai fu signoria fastidiosa piena di burbanza quella fu dessa, e negli ornamenti e nel cavalcare con verga d’oro in mano; e quando tornato era al palagio si mettea alle finestre a mostrarsi al popolo come fanno le reliquie, con drappo a oro pendente tenendo le gomita sopra guanciali di drappo ad oro, e patìa e volea che come al papa o all’imperadore le cose che gli s’avessono a esporre innanzi gli si esponessono ginocchione, e altre simili cose molto più vane.

CAP. CII. Come si fece pace tra’ Fiorentini e’ Pisani.

Parendo a messer Piero di messer Albizzo ambasciadore de’ Pisani, in cui giacea il tutto della pace per la parte loro, che lo stato di Pisa intorno alle condizioni di sua libertà vacillasse, forte sollecitava la conclusione della pace, e per Carlo degli Strozzi, uno dell’uficio de’ signori priori di Firenze, a cui per lo volgo ignorante del segreto posto era carico di volere che la pace si facesse al tempo dell’uficio suo, e per i suoi compagni, sentendosi il segreto del trattato che Giovanni dell’Agnello tenea con messer Bernabò Visconti, il quale in effetto era che i Pisani fossono accomandati del tiranno, e ch’egli avesse di loro terre, e ch’egli li difendesse, e prendesse la guerra contro a’ Fiorentini, ed era già tanto innanzi, che avendo messer Bernabò addomandato Lucca e Pietrasanta, i Pisani già gli aveano consentito Pietrasanta, e per loro disperazione si temea non passassono più oltre; per la libertà di Toscana in segreto consiglio fu preso, che si venisse alla pace per lo migliore modo e più onorevole che si potesse, e scritto fu agli ambasciadori del comune ch’erano a Pescia, che il più tosto che potessono onestamente ne venissono al fine. Onde seguì, che a dì 28 del mese d’agosto, non sapendo l’una parte dell’altra che ciascuna voglia n’avesse, si fermò la pace con pubblichi e solenni stromenti, la quale in Firenze si pubblicò e bandì il primo dì di settembre, nell’ora ch’entrarono i nuovi priori, la quale dall’ignorante popolo de’ segreti del comune mal conosciuta forte fu biasimata, pensando che Carlo per troppa baldanza e della famiglia e dello stato fosse stato l’autore. Onde il popolo vittorioso, a cui parea essere al di sopra della guerra, incominciò in piazza non solamente a mormorare, ma con altere parole e atti forte a sparlare contro a Carlo. Onde i priori e i vecchi e i novi temettono di commozione, e che Carlo nel tornare a casa o alla casa in su quel furore non ricevesse villania, e pertanto dai loro mazzieri e da’ fanti lo feciono accompagnare, e tanto stare loro famiglia con lui che l’ira fosse passata. La pace fu onorevole, e da’ savi e buoni cittadini assai commendata, e nelle parlanze per la città sostenuta per le sue condizioni e circostanze laudabili, che furono di questa maniera: la prima, perchè fatta fu essendo messer Galeotto capitano de’ Fiorentini con loro gente sopra il terreno de’ nemici: la seconda, che tanto si dichinarono i nemici che la vennono a conchiudere nelle terre del comune di Firenze: la terza, perchè Pietrabuona, la quale era del contado di Pisa, origine in grido e cagione della guerra, in premio di vittoria per patto rimase al comune di Firenze, confessando per questo essere ricreduti e vinti: la quarta, perchè Castel del Bosco, e certe altre loro tenute e fortezze per patto si vennono a disfare: la quinta, perchè confermarono tutte le franchigie che il comune di Firenze o suoi mercatanti mai avessono avuto in Pisa: la sesta, perchè per dieci anni si feciono tributari del comune di Firenze, dando ogni anno nella vigilia di san Giovanni Battista pubblicamente diecimila fiorini d’oro. Gli stromenti della pace in sustanza contennono prima la remissione delle offese, e promettere di non offendere per l’avvenire, come è di costume in somiglianti atti e contratti; appresso confermate e di nuovo per patto concesse furono tutte le franchigie che avesse per l’addietro avute il comune di Firenze o suoi mercatanti in Pisa o nelle terre loro. Obbligossi il comune di Pisa per ammenda di danni a dare ai comune di Firenze centomila fiorini d’oro in dieci anni seguenti, diecimila ogni anno in Firenze nella vigilia della natività di san Giovanni Battista: e più a dare al comune Pietrabuona, che era stata cagione della guerra, e tutte altre terre del comune di Firenze, o a esso comune accomandate, che ’l comune di Pisa o nella guerra o innanzi la guerra per eccitarla, o direttamente o per indiretto avesse prese, ed e converso facesse così il comune di Firenze, e così si fè. Spianare Castel del Bosco, e certe altre tenute de’ Pisani, che per i patti si disfeciono. La detta pace fu confermata in nome di papa Urbano quinto, colle solennità della Chiesa e colle pene ecclesiastiche, per messer Piero Cini arcivescovo di Ravenna, e per frate Marco di Viterbo generale de’ frati minori, il quale poco appresso fu fatto cardinale. Il popolo di Firenze a giornate conoscendo il frutto e il bene della pace riconobbe suo errore, e rimase per contento, e il comune dolcemente si levò da dosso la spesa di messer Anichino di Bongardo e degl’Inghilesi. Messer Anichino co’ suoi Tedeschi e con molti mascalzoni che non sapeano nè poteano vivere se non di rapina, nel mese di novembre in forma di compagnia cavalcò in terra di Roma, e presono prima Sabina e poi Sutri, e quivi vernarono. La compagnia degl’Inghilesi arso e predato in parte il contado di Siena se n’andò all’Aquila, e quindi passò in Puglia a vernare. E per non avere più a capitolare giugnerò a questa gente famosa la morte di messer Malatesta il vecchio, il quale lungo tempo fece gran segno in Italia di savio guerriere, di uomo e d’alto consiglio e pratico in tutte cose, il quale passò di questa vita del mese d’agosto 1364. E gli Aretini presono e disfeciono la Serra.

FINE DELLA CRONICA DI MATTEO
E FILIPPO VILLANI.

[ TAVOLA] DEI CAPITOLI

LIBRO DECIMO
Qui comincia il decimo libro della Cronica di Matteo Villani; e prima il Prologo [Pag. 5]
Cap. II. Dell’alto e rilevato stato della casa de’ Visconti di Milano [7]
Cap. III. Del pauroso e vile partimento dell’oste di messer Bernabò da Bologna [8]
Cap. IV. Come i Bolognesi assalirono e presono tre bastite [9]
Cap. V. Certo trattato fatto a corte tra il papa e gli ambasciadori del re d’Ungheria [10]
Cap. VI. Dell’avvenimento del legato a Bologna [10]
Cap. VII. Cominciamento della nuova compagnia d’Anichino di Bongardo Tedesco [11]
Cap. VIII. La rivoltura d’Ascoli della Marca [12]
Cap. IX. Come a petizione del legato fu preso messer Ridolfo da Camerino [13]
Cap. X. Del maestrevole processo del legato co’ suoi Ungari in questo tempo [14]
Cap. XI. Come s’ebbe per i Bolognesi la bastita di Casalecchio sopra il Reno [15]
Cap. XII. La venuta a Giadra del re d’Ungheria e della moglie [16]
Cap. XIII. La presa di Gello fatta per quelli di Bibbiena, e la compera ne fece poi il comune [17]
Cap. XIV. Come il comune di Firenze mandò ambasciadori al legato e a messer Bernabò per trattare accordo [18]
Cap. XV. Come il legato mandò gli Ungari sopra la città di Parma [19]
Cap. XVI. Della presura del conte da Riano [20]
Cap. XVII. Come la compagnia d’Anichino sostenne fame all’entrata del Regno [21]
Cap. XVIII. Come messer Cane Signore rimandò la moglie che fu di messer Cane Grande al marchese di Brandisborgo [21]
Cap. XIX. Come la compagnia d’Anichino di Bongardo prese Castello san Martino [22]
Cap. XX. Come il re d’Araona diè per moglie la figliuola a don Federigo di Cicilia [23]
Cap. XXI. Come messer Bernabò si provvedde per avere gente nuova per guerreggiare Bologna [24]
Cap. XXII. Come messer Niccola Acciaiuoli gran siniscalco del Regno venne in Firenze, e della novità che per sua venuta ne seguio [25]
Cap. XXIII. Come per sospetto nato nella città di Firenze di messer Niccola indegnamente egli ne ricevette vergogna [26]
Cap. XXIV. Come si scoperse congiura di certi cittadini di Firenze e trattato per sovvertere lo stato che reggea [28]
Cap. XXV. Come si scoperse il trattato che era in Firenze, e certi ne furono puniti [32]
Cap. XXVI. Come si comperò Montecolloreto, e la giurisdizione di Montegemmoli dell’Alpe per lo comune di Firenze [37]
Cap. XXVII. Come una compagnia creata novellamente prese Santo Spirito [38]
Cap. XXVIII. Come tornati gli Ungari e messer Galeotto da Parma si misono a Lugo [41]
Cap. XXIX. D’alquanti trattati tenuti in diverse parti che tutti si scopersono [42]
Cap. XXX. Come il grande siniscalco fu ricevuto nel Regno, e quello ne seguì [43]
Cap. XXXI. D’un segno nuovo ch’apparse in cielo sopra la città di Firenze [44]
Cap. XXXII. Dimostramento di smisurato amore di padre a figliuolo [45]
Cap. XXXIII. Contrario esempio d’incredibile crudeltà di madre [46]
Cap. XXXIV. Delle compagnie ch’entrarono in Provenza per conturbare i paesani e la corte di Roma [49]
Cap. XXXV. Come per comperare gli onori del comune alquanti che li venderono ne furono condannati [51]
Cap. XXXVI. Come i fatti di Francia verso il primo tempo procedeano [52]
Cap. XXXVII. Come fu guasta la bastita che il cardinale di Spagna facea fare in sul canale della Pegola [53]
Cap. XXXVIII. Della grande pestilenza che percosse i saracini [54]
Cap. XXXIX. Come fu morto il soldano di Babilonia, e rifattone un altro, il quale uccise molti de’ suoi baroni [54]
Cap. XL. Come un signore de’ Turchi trattò di fare uccidere l’imperadore di Costantinopoli [55]
Cap. XLI. Come il legato si partì di Bologna per andare al re d’Ungheria [56]
Cap. XLII. Della ribellione fatta per messer Giovanni di messer Riccardo Manfredi al legato [57]
Cap. XLIII. Come il marchese di Monferrato trasse delle compagnie da Avignone per conducere in Piemonte [59]
Cap. XLIV. Della morte del duca di Lancastro cugino del re d’Inghilterra [60]
Cap. XLV. Come riuscì l’impresa del re d’Ungheria dove la speranza del legato di Spagna si riposava [61]
Cap. XLVI. Della pestilenza dell’anguinaia ricominciata in diversi paesi del mondo, e di sua operazione [62]
Cap. XLVII. Come per la fama delle compagnie che scendevano in Piemonte i signori di Milano si provvidono alla difesa [64]
Cap. XLVIII. Come messer Bernabò venne sopra Bologna, e assediò e prese Pimaccio [65]
Cap. XLIX. Come il legato procurava aiuto contro messer Bernabò [66]
Cap. L. Come la compagnia d’Anichino di Bongardo ch’era nel Regno si rassottigliò e venne al niente [67]
Cap. LI. Come i Sanesi ebbono Santafiore [67]
Cap. LII. Come i Fiorentini comperarono il castello di Cerbaia [68]
Cap. LIII. Come il capitano già di Forlì e messer Giovanni Manfredi si puosono tra Imola e Faenza [69]
Cap. LIV. D’un gran fuoco che s’apprese nella città di Bruggia [70]
Cap. LV. Delle compagnie d’oltramonti [70]
Cap. LVI. Come Francesco Ordelaffi si levò da Forlì, e andonne a oste a Rimini [71]
Cap. LVII. Come i Fiorentini manteneano Bologna per la strada dell’Alpe [72]
Cap. LVIII. Come l’oste di messer Bernabò volle rompere la strada da Firenze, e ricevette danno [73]
Cap. LIX. Come fu sconfitto l’oste di messer Bernabò al Ponte a san Ruffello [74]
Cap. LX. Come seguì appresso alla sconfitta di san Ruffello [80]
Cap. LXI. Come messer Bernabò si credette prendere Correggio per trattato, e sua gente vi rimase presa [81]
Cap. LXII. Dell’armata del re di Cipro, e il conquisto di Setalia e del Candeloro [82]
Cap. LXIII. Come i Turchi di Sinopoli assalirono Coffa, e furono vinti da’ Genovesi [83]
Cap. LXIV. Come le compagnie condotte in Piemonte cominciarono a guerreggiare [84]
Cap. LXV. Di grandi terremuoti che furono in Puglia, e assai guastarono della città d’Ascoli [86]
Cap. LXVI. Delle rivolture del paese di Fiandra in questa state [86]
Cap. LXVII. Come fu decapitato messer Bocchino de’ Belfredotti signore di Volterra, e come la città venne alla guardia de’ Fiorentini [87]
Cap. LXVIII. Come il patriarca d’Aquilea fu a tradimento preso dal doge d’Osteric [92]
Cap. LXIX. Di fuoco che senza rimedio arse in Roma san Giovanni Laterano [93]
Cap. LXX. Del maritaggio del duca di Guales primogenito del re d’Inghilterra [94]
Cap. LXXI. Come papa Innocenzio riformò santa Chiesa de’ cardinali morti per la morìa [94]
Cap. LXXII. Come il re Buscialim della Bellamarina fu morto, e delle rivolture di Granata [95]
Cap. LXXIII. Come la compagnia spagnuola ch’era nel vescovado d’Arli prese Vascona, e poi ne furono cacciati [96]
Cap. LXXIV. Come si scoperse che messer Bernabò era vivo, e ’l trattato tenea del castello di Bologna [97]
Cap. LXXV. Come si scoperse in Perugia una gran congiura di notabili cittadini per mutare stato e reggimento [98]
Cap. LXXVI. Come in questi giorni in Pisa ebbe gelosia di loro stato, e della difensione che saviamente ne presono [102]
Cap. LXXVII. Come i Sanesi sotto la rotta fede ebbono la signoria di Montalcino [102]
Cap. LXXVIII. Come i Turchi presono la città di Dometico ch’era dell’imperadore di Costantinopoli [104]
Cap. LXXIX. Come il re di Castella mosse guerra a’ Mori di Granata, e al loro re Vermiglio [105]
Cap. LXXX. Come gli usciti Perugini presono per furto Civitella de’ Benazzoni, e poi l’abbandonarono [106]
Cap. LXXXI. Come i Bolognesi cominciarono a cavalcare sopra gli Ubaldini [106]
Cap. LXXXII. Del trattato delle compagnie che doveano entrare in Avignone [107]
Cap. LXXXIII. Come i Pisani perderono Pietrabuona e vi puosono l’assedio dove stando vollono torre Sommacolonna per incitare i Fiorentini a guerra [108]
Cap. LXXXIV. Come fu sorpreso il conte di Savoia dalla compagnia bianca co’ suoi baroni, e ricomperaronsi con gran quantità di moneta [111]
Cap. LXXXV. La cavalcata che Piero Gambacorti fè sopra i Pisani [111]
Cap. LXXXVI. Come il re Luigi prese le terre di messer Luigi di Durazzo e lui mise in prigione, e trasse del Regno la compagnia [113]
Cap. LXXXVII. Come le compagnie si partirono di Provenza [114]
Cap. LXXXVIII. Come fu sconfitta la gente del re di Castella dal re di Granata [114]
Cap. LXXXIX. Come per vendicare sua onta il re di Spagna andò sopra il re di Granata [115]
Cap. XC. Come messer Bernabò si credette avere Reggio per trattato [116]
Cap. XCI. Come i Pisani feciono cosa da incitare i Fiorentini [118]
Cap. XCII. Dell’operazioni delle compagnie in questi tempi [118]
Cap. XCIII. D’una cometa ch’apparve di marzo nel segno del Pesce [119]
Cap. XCIV. Come la Compagnia bianca prese Castelnuovo Tortonese [120]
Cap. XCV. Come la compagnia del Pitetto Meschino sconfisse l’oste del re di Francia a Brignai [121]
Cap. XCVI. Come fu fermo lega dalla Chiesa e i signori di Lombardia contro a messer Bernabò [124]
Cap. XCVII. Come fu morto il re Vermiglio di Granata [126]
Cap. XCVIII. Come il re Maometto di Granata si fece uomo del re di Castella [127]
Cap. XCIX. Principio di guerra dai collegati a messer Bernabò [128]
Cap. C. Come e quando morì Luigi re di Cicilia e di Gerusalemme [130]
Cap. CI. Come i Fiorentini vollono difendere Pietrabuona, e non poterono [132]
Cap. CII. Come quelli della valle di Caprese furono traditi dagli Aretini [136]
Cap. CIII. Della mortalità dell’anguinaia [137]
LIBRO UNDECIMO
Cap. I. Il Prologo [139]
Cap. II. Degli apparecchi fatti da’ Fiorentini per la guerra contro a’ Pisani [142]
Cap. III. Come seguendo gli antichi Romani gentili i Fiorentini nel dare dell’insegne al capitano presono punto per astrologia [144]
Cap. IV. Della prospera fortuna de’ collegati lombardi [146]
Cap. V. Della morte di Leggieri d’Andreotto di Perugia [148]
Cap. VI. Come i Fiorentini cavalcarono in Valdera e presono Ghiazzano [149]
Cap. VII. Come i Fiorentini soldarono galee contra i Pisani [150]
Cap. VIII. Come i Perugini presono la Rocca Cinghiata e quella del Caprese [151]
Cap. IX. Come novecento cavalieri di quelli di messer Bernabò furono sconfitti da seicento di quelli di messer Cane Signore [151]
Cap. X. Disordine nato tra’ Genovesi per la guerra de’ Fiorentini e’ Pisani [152]
Cap. XI. Come il re di Castella con quello di Navarra ruppono pace a quello d’Aragona, e lo cavalcaro [155]
Cap. XII. Come per sospetto in Siena a due dell’ordine de’ nove fu tagliata la testa [156]
Cap. XIII. Cavalcate fatte per messer Bonifazio Lupo in su quello di Pisa [157]
Cap. XIV. Del processo della guerra da’ collegati a messer Bernabò [159]
Cap. XV. Come messer Ridolfo prese il bastone da messer Bonifazio [160]
Cap. XVI. Della crudeltà che i Pisani usarono contra i Lucchesi per gelosia [160]
Cap. XVII. Delle cavalcate fatte per messer Ridolfo sopra i Pisani, e del gran danno che ricevettono [162]
Cap. XVIII. Come messer Ridolfo assediò Peccioli, e prese stadichi se non fosse soccorso [164]
Cap. XIX. Come non essendo il castellano contento del patto messer Ridolfo fè gittare una delle torri di Peccioli in terra [168]
Cap. XX. Come il capitano de’ Fiorentini prese Montecchio, Laiatico e Toiano [171]
Cap. XXI. Dell’aiuto che i Perugini in questi dì mandarono a’ Fiorentini [172]
Cap. XXII. Come il conte Aldobrandino degli Orsini si partì onorato da Firenze [173]
Cap. XXIII. Come e perché si creò la compagnia del Cappelletto [173]
Cap. XXIV. Comincia la guerra che i Fiorentini feciono in mare a’ Pisani [176]
Cap. XXV. Come e perchè i Romani si dierono al papa [177]
Cap. XXVI. Come Dio chiamò a sè papa Innocenzio, e fu fatto papa Urbano quinto [178]
Cap. XXVII. Come al re Pietro di Castella morì un figliuolo che avea [179]
Cap. XXVIII. Come Perino Grimaldi prese l’isoletta e castello del Giglio [180]
Cap. XXIX. Come messer Piero Gambacorti per trattato si credette tornare in Pisa [182]
Cap. XXX. Come Perino Grimaldi soldato del comune di Firenze prese Porto pisano, e le catene del detto porto mandò a Firenze [184]
Cap. XXXI. Come messer Bernabò mandò a papa Urbano a proseguire la pace [186]
Cap. XXXII. Domande fatte per lo re di Francia al papa [187]
Cap. XXXIII. Di grande acquazzone che in Italia fè danno [188]
Cap. XXXIV. Come il re di Cipro andò ad Avignone con tre galee [189]
Cap. XXXV. Come morì Giovacchino degli Ubaldini e lasciò reda il comune di Firenze [189]
Cap. XXXVI. Come il conte di Focì sconfisse e prese quello d’Armignacca [190]
Cap. XXXVII. Come i Pisani vollono torre il campanile d’Altopascio [191]
Cap. XXXVIII. Come in Firenze s’ordinò tavola per lo comune per servire i soldati [192]
Cap. XXXIX. Come i Pisani vollono torre santa Maria a Monte [193]
Cap. XL. Come i Pisani vollono torre Pescia per trattato [193]
Cap. XLI. Come papa Urbano pubblicò in Avignone i processi fatti contro a messer Bernabò [194]
Cap. XLII. Come morì messer Simone Boccanera primo doge di Genova [196]
Cap. XLIII. Come fu morto il conte di Lando [197]
Cap. XLIV. Come Bernabò Visconti fu dalla gente della lega sconfitto alla bastita di Modena, e come la perdè [197]
Cap. XLV. Come i Pisani vollono torre Barga [199]
Cap. XLVI. Come messer Piero da Farnese credette torre Lucca a’ Pisani [201]
Cap. XLVII. Come i Pisani presono per forza il castello di Gello sul Volterrano [202]
Cap. XLVIII. Come i Pisani condussono la Compagnia bianca degl’Inghilesi [203]
Cap. XLIX. Come Rinieri da Baschi ruppe gente che messer Piero da Farnese avea mandati in Garfagnana [205]
Cap. L. Come Rinieri da Baschi colla gente de’ Pisani fu sconfitto e preso da messer Piero da Farnese [206]
Cap. LI. Come messer Piero da Farnese entrò in Firenze, e il capitano de’ Pisani colle insegne e’ prigioni rassegnarono a’ priori [208]
Cap. LII. Come i Pisani tolsono a’ Fiorentini Altopascio [209]
Cap. LIII. Come i Pisani elessono per loro capitano Ghisello degli Ubaldini [210]
Cap. LIV. Come messer Piero cavalcò sino sulle porte di Pisa battendovi moneta d’oro e d’argento [210]
Cap. LV. Sagacità usata per i Pisani per non perdere Montecalvoli [213]
Cap. LVI. Come il re di Francia per paura della compagnia non osò per terra tornare nel reame, ma tornò per acqua [214]
Cap. LVII. Della mortalità dell’anguinaia [215]
Cap. LVIII. Come i Barghigiani colla forza de’ Fiorentini presono i battifolli [215]
Cap. LIX. Come morì messer Piero da Farnese [216]
Cap. LX. Dell’ammirabile passaggio de’ grilli [217]
Proemio della Cronica di Filippo Villani [219]
Cap. LXI. Come i Fiorentini feciono Ranuccio da Farnese loro capitano di guerra [220]
Cap. LXII. Come gl’Inghilesi giunsono in Pisa [220]
Cap. LXIII. Come i Pisani cavalcarono i Fiorentini in sulle porte [221]
Cap. LXIV. Come si fermò pace dalla Chiesa a messer Bernabò [223]
Cap. LXV. Dello stato della città di Firenze in que’ giorni [224]
Cap. LXVI. Come i Perugini, per tema che la compagnia degl’Inghilesi non soccorressono i loro rubelli assediati in Montecontigiano, condussono la Compagnia del cappelletto [226]
Cap. LXVII. Come messer Pandolfo Malatesti venne con cento uomini di cavallo e con cento fanti a servire il comune di Firenze per due mesi [228]
Cap. LXVIII. Come i Pisani co’ loro Inghilesi presono Figghine [230]
Cap. LXIX. Come messer Pandolfo puose il campo all’Ancisa, e come il detto campo fu preso dagl’Inghilesi con messer Rinuccio capitano, e appresso il borgo all’Ancisa, e come messer Pandolfo fu fatto capitano di guerra [231]
Cap. LXX. Come certa parte degl’Inghilesi da Figghine cavalcarono a Ricorboli [235]
Cap. LXXI. Come i Sanesi sconfissono la Compagnia del cappelletto, la quale era condotta al soldo de’ Fiorentini [238]
Cap. LXXII. Di cavalcate e combattimenti di terre feciono gl’Inghilesi mentre stettono a Figghine [239]
Cap. LXXIII. Esempio e ammaestramento de’ popoli che vivono a libertà i quali si conducono nella fortuna della guerra di non torre capitano uso a tirannia [241]
Cap. LXXIV. I modi teneano gl’Inghilesi tornati in Pisa [245]
Cap. LXXV. Come i Pisani furono sconfiti a Barga [245]
Cap. LXXVI. Come il re Giovanni di Francia passò in Inghilterra e là morì [247]
Cap. LXXVII. Come messer Niccolò del Pecora fu cacciato di Montepulciano [249]
Cap. LXXVIII. Della morte del giovane marchese di Brandisborgo, conte di Tirolo, e quello ch’appresso ne seguì [249]
Cap. LXXIX. Come i Pisani ricondussono gl’Inghilesi [256]
Cap. LXXX. D’una saetta che cadde sul campanile di santa Maria Novella [257]
Cap. LXXXI. Cavalcate fatte per gl’Inghilesi nel pieno verno [258]
Cap. LXXXII. Come Anichino di Bongardo con tremila barbute venne al servigio de’ Pisani, e come sagacemente cercarono avvantaggiosa pace [262]
Cap. LXXXIII. Come messer Beltramo Craiche tolse Nantes per lo re di Francia a quello di Navarra [265]
Cap. LXXXIV. Come rotto il trattato della pace i Pisani cavalcarono i Fiorentini [265]
Cap. LXXXV. Come messer Pandolfo passò nel Mugello colla gente da cavallo per tenere stretti gl’Inghilesi [268]
Cap. LXXXVI. Come gl’Inghilesi si partirono del Mugello e tornarsi nel piano di Pistoia [270]
Cap. LXXXVII. Come messer Pandolfo Malatesti si partì dal servigio del comune di Firenze [271]
Cap. LXXXVIII. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi co’ guastatori de’ Pisani s’accamparono a Sesto, e Colonnata, e santo Stefano in pane [272]
Cap. LXXXIX. Come gl’Inghilesi e’ Tedeschi coi guastatori pisani presono il colle di Montughi e di Fiesole, e combatterono i Fiorentini alla porta a san Gallo, e fessi Anichino di Bongardo cavaliere [274]
Cap. XC. Come il conte Arrigo di Monforte capitano de’ Fiorentini prese e arse Livorno [278]
Cap. XCI. Come il corpo del re Giovanni di Francia fu trasportato di Londra a Parigi, e come onorato [282]
Cap. XCII. Come messer Beltramo di Cloachin sconfisse il luogotenente del re di Navarra in Normandia [283]
Cap. XCIII. Come Carlo primogenito del re di Francia fu consegrato a Rems a re di Francia [283]
Cap. XCIV. Come si combatterono messer Carlo di Bos duca di Brettagna, e messer Gianni di Monforte [283]
Cap. XCV. Come i Fiorentini con la forza del danaio ruppono la compagnia de’ Tedeschi e Inghilesi, e levaronla da provvisione de’ Pisani [284]
Cap. XCVI. Come i Fiorentini presono in capitano di guerra messer Galeotto Malatesti [285]
Cap. XCVII. Battaglia tra’ Fiorentini e’ Pisani fatta nel borgo di Cascina, nella quale i Fiorentini furono vincitori [286]
Cap. XCVIII. Come furono assegnati i prigioni al comune da’ soldati, ed entrarono in Firenze in sulle carra. [293]
Cap. XCIX. Come la parte guelfa di Firenze prese a far festa di san Vittore, e perchè [294]
Cap. C. Come la gente dell’arme del comune di Firenze prese tira di non cavalcare, e quello ne seguì [295]
Cap. CI. Come Giovanni dell’Agnello si fece signore di Pisa sotto titolo di doge [297]
Cap. CII. Come si fece pace tra’ Fiorentini e’ Pisani [301]

ERRORI CORREZIONI
TOMO V.
p. 19 v. 1 tratto trattò
34 14 Sumiera ringhiera

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in fine libro sono state riportate nel testo.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.