II.
Le dieci.
Echeggiavano ancora nell'aria mattutina quando un landeau di rimessa si fermò dinanzi al portone di casa Varalli. Dalla carrozza scese tosto il barone Leonardo. Salì lo scalone, e venne introdotto da Gaetano nel salottino di donna Costanza.
Essa lo attendeva colà, già in assetto di viaggiatrice, seduta e calzandosi i guanti. Sulla scrivania non più carte nè lettere. Nulla.
Non era sola. Una cameriera, la vecchia Rita, riponeva qualcosa in un elegante sacco di cuojo. Il mastro di casa, monsù Polè, ascoltava, ritto, impalato, dinanzi alla signora, le istruzioni che questa gli andava impartendo. Ma ella s'interruppe per salutare Folgardi.
— Buon giorno, Leo; siete veramente esatto. Permettete un momento?
Leo s'inchinò, ritraendosi, e mentre ella continuava a parlare col mastro di casa, egli si permise di contemplarla da lungi.
Era stupendamente vestita per la circostanza, tutta avvolta in un'ampia spolverina di seta grigia che sapeva essere ad un tempo maestosa e leggera. Il cappello, grigio parimenti, con un grosso nodo di velluto e un'ala bianca di colomba. Era assai bella, quel giorno, donna Costanza Varalli di Terbeno.
Finita la conferenza il maggiordomo chiese se dovesse far avanzare una carrozza.
— Ci sarebbe la mia — s'affrettò a dire Folgardi.
— Benissimo, — rispose donna Costanza, — mi gioverò della vostra. Oggi bisogna che a tutto pensiate voi. Hai finito, Rita?
— Sì, signora — rispose una voce tremante, mezzo affogata nel pianto.
Donna Costanza si voltò. — Oh Rita, cosa vedo?...
Questo vedeva: che Rita si asciugava gli occhi colla cocca del grembiule.
— La signora mi scuserà;.... Ma vede; son tanti anni che la servo ed è la prima volta che lei va via così... senza di me.
Donna Costanza ebbe un piccolo pallore fuggitivo.
— Ti rincresce... povera Rita? — disse con accento commosso, dolcissimo. — Ma ti accerto che non è perchè io sia scontenta di te. Sai, che ti ho sempre voluto bene. Non pensarci, Rita... passerà... Tutto passa.
Si arrestò, represse un piccolo tremore, poscia proseguì:
— Suvvia, sta di buon animo, non accorarti così. Addio, mia buona Rita, ricordati di... di tutte le raccomandazioni che ti ho fatte. E ora, vogliamo andare, Leo?
Egli le offerse premurosamente il braccio e il mastro di casa spalancò dinanzi a loro i dorati battenti.
Traversarono la lunga fila di appartamenti. Mentre passavano da un gabinetto di raso celeste, ella alzò gli occhi ad una parete e vide il suo ritratto ad olio, in grandezza naturale, in veste da ballo, coi suoi brillanti. — Glielo aveva fatto Guglielmo De Sanctis, a Roma, pochi anni addietro. Era riuscito stupendamente, di una perfetta rassomiglianza, trattato coll'intonazione armonica e grandiosa che caratterizza tutte le opere del celebre ritrattista romano. Donna Costanza gettò sul ritratto uno sguardo rapido, profondo. Ebbe un lieve rossore d'orgoglio, sorrise e passò oltre.
Quando furono sullo scalone, ella rallentò il passo. Sul ripiano, si fermò.
I suoi sguardi percorsero tutto quanto il vasto ambiente, salirono sino al soffitto, coll'affresco olimpico popolato di Dei in iscorcio, scesero lentamente, circuendo e come accarezzando tutto; la grande lanterna antica di ferro, i banchi stemmati, le statue ed i fregi della balaustra.
Poi ella chinò le palpebre, e così scese l'ultima scalinata.
Quando fu in carrozza si lasciò andare nel suo cantuccio, come una persona affranta dalla stanchezza. Ma subito si riscosse e si rizzò a sedere, in quella posa dignitosa e squisita che tutti solevano ammirare vedendola a passare in carrozza e che le sue amiche cercavano invano di imitare.
Respirò fortemente e disse al suo compagno:
— Che bella giornata!
Veramente; era una bella giornata. Nella notte c'era stato un forte acquazzone e s'era lasciato dietro nell'atmosfera una frescura ed una tersità mirabili. La luce aveva una letizia gloriosa e verginale, la gente che passava, la frettolosa industre gente del mattino subiva inconsciamente quell'influenza, i passi erano alacri, serene, ilari le fisonomie.
Le lastre e le bacheche dei negozi erano brillanti della recente ripulitura, le cose fantasiose e gentili esposte in vendita avevano una provocante civetteria di prima offerta. I fiorai giravano, colle ceste scoperte, colme ancora d'immacolati mazzi di fiori.
Donna Costanza guardava tutto ciò sorridendo, evidentemente rianimata da tutta quella gaja frescura mattutina. Era un po' pallida, come lo sono bene spesso, nelle prime ore del giorno, le persone delicate, ma ciò non le disdiceva e neppure le disdiceva la lieve ombreggiatura azzurra che si stendeva sotto i suoi occhi. Forse, non aveva dormito tutta intera la notte.
Ma s'era fatta animatissima ormai, aveva anzi un non so che di dolcemente biricchino, nuovo affatto in lei e che Leo andava studiando attentamente. Ogni tanto lo coglieva un dubbio. Cos'era tutto ciò? Un capriccio crudele? Una prova?... Perchè l'aveva voluto con lei in quel giorno? Non capiva — benchè avesse trascorso insonne la notte, pensandoci... Avrebbe sperato molto, con un'altra signora. Ma lei non era un'altra, era lei... Pensò che era meglio di non pensare. Ed ebbe ragione... forse.
Scesero alla stazione, ed ella guardò subito l'orologio.
— Le dieci e venti! — sclamò, — manca una buona ora alla partenza del nostro treno.
— Avete sbagliato i vostri calcoli? — le chiese Leo ridendo.
— No, affatto. Ho calcolato tutto. Avremo così il tempo di far colazione al Restaurant.
— Il Restaurant della Stazione?... Ma non so se....
— Oh, non importa. Oggi è una giornata... speciale. Ho un appetito!.. E si fa un pochino l'école buissonnière... nevvero?
Facendogli quella strana domanda, ella sorrideva in un modo non meno strano, un modo determinato, con una sì calma e sì misteriosa audacia ch'egli ne rimase trasecolato.
Una domanda gli salì impetuosa alle labbra, ma egli non la formulò. Gli sovvenne ciò ch'ella le aveva sì nettamente imposto il giorno prima, di non chieder nulla, di non meravigliarsi di nulla. Tacque.
Condusse la signora nella sala del Restaurant e sedette con lei ad un tavolino già allestito per due persone.
— Comandate voi, — disse donna Costanza, — oggi non voglio prendermi nessuna briga.
Si toglieva i guanti, lentamente, mentre il suo sguardo errava pel vasto ambiente, sì diverso da quelli ov'ella viveva. Guardava il lusso plateale dei sedili di velluto rosso, le dorature annerite, le volgari cornici dei grandi specchi. Il buffet grandissimo, di marmo, colle sue innumeri e gaje note di colori, gli aranci, le fragole, le nespole giapponesi, le albicocche primaticcie, piccine. Sulle pareti una cervellottica illustrazione di réclames, le mostruose capigliature del rigeneratore Allen, i verdi impossibili dei paesaggi di stazioni balnearie. Al banco sta la padrona, decorosa e grave, che tutto vede ed osserva, senza mai toglier gli sguardi dal suo delicato lavoro di uncinetto. L'impiantito di legno esala il fresco umido della recente spazzatura, i tavolini piccini, già preparati, invitano, col candore delle biancherie, coi riflessi lucidi e gai del vasellame. Gli avventori sono molti, vari, frettolosi, famiglie intere che i papà e le mamme cercano di sfamare con evidente inquietudine per la scarsità del tempo, squadre di viaggiatori avvezzi, che non si confondono, aspetti annojati di oziosi, venuti senza scopo, meste faccie di rimasti che assaporano il primo senso reale della separazione, qualche tipo di irrequieto, che un'impazienza imperiosa ha condotto alla stazione prima assai dell'arrivo di quel treno e che cerca d'ingannare l'attesa davanti ad un moka o ad un cognac.
Ogni tanto la voce stentorea dell'impiegato, che annunzia le partenze imminenti, si eleva oltre il brusio delle tante voci. Allora è uno scindersi di crocchi, un elevar di saluti, s'ode schioccare qualche bacio di addio, la gente si precipita, affollandosi verso l'uscita. Al di fuori, dietro le invetriate, corrono le nere moli dei treni, s'odono il cigolío stridente delle ruote, i fischi brevi, secchi del vapore che sfugge dai robinetti, le esalazioni gorgogliate, asmatiche che sprigiona il fumo delle locomotive. Poi, l'entrata chiassosa del rivenditore di giornali e di orari, quella più pacata, del coltellinajo ambulante e persino del fiorajo. — Certo; il vecchietto dell'angolo di via Rondinelli che si spinge il mattino sino alla stazione, in cerca di viaggiatori sentimentali e di sposi in partenza.
Passa davanti a donna Costanza, la ravvisa e si ferma, salutandola con grande ossequio ma anche con una certa famigliarità, perchè ella suole comprar molto da lui, e viene bene spesso in anticamera a scegliere i fiori ch'egli le reca a palazzo.
Donna Costanza fa colazione. Mangia volentieri un po' d'aragusta, e ogni tanto si reca alla bocca un bicchieretto di Bordeaux. Quella donna possiede il raro dono di mangiare con arte. Almeno così pensa Leonardo, e pensa pure che cara cosa sarebbe il poter far colazione ogni giorno con lei, non già al Restaurant, ma soli, nella sala da pranzo della baronessa Folgardi.
Leo ha delle idee nuove e strane. Ieri ciò pareva sì lontano, sì impossibile; ma oggi essa è con lui, fa colazione con lui... fra poco partiranno assieme. Per quali estranii lidi? Non può essere, in lei, un mero capriccio. Ella non è capricciosa. Dunque, perchè?...
Ecco, discorre col fiorajo, ora. Anche per quel vecchietto cencioso ha una musica sommessa di buone parole, una luminosa bontà di sorriso, mentre ella ammira le belle, freschissime rose della paniera.
Leonardo diventa audace:
— Permettete, donna Costanza?
Certo, donna Costanza permetteva a Leo Folgardi di offrirle qualche rosa. Lasciò che egli ammonticchiasse sul tavolino, davanti a lei, i più belli esemplari della Flora del vecchietto. Solo quando n'ebbe tante, proprio tante, protese la mano e disse dolcemente:
— Basta ora, vi ringrazio.
Il fiorajo si congedò, con mille complimenti e mille raccomandazioni che lo facesse avvisato quando tornava di villa, perchè potesse recarle subito la prima Gran Bretagna.
Ma ella nulla promise. Disse solo: — Addio, fiorajo.
Gli tenne dietro collo sguardo, a lungo, mentre s'allontanava, poi riannodò con Leo le fila di una buona, ilare conversazione. Prendevano il caffè ora, lietamente, animati. Intesi solo uno all'altra, si isolavano, in mezzo alla folla, sempre mutata e che non aveva il tempo di occuparsi di loro.
In quella giunse ancora un treno; l'onda dei viaggiatori passò davanti al buffet. Alcuni fra quelli di prima classe entrarono. Nel novero, un giovanotto elegante, con una faccia lunga, pallida ed intelligente.
Entrando, vede quei due. Apparteneva al loro mondo, li riconobbe e un lampo di viva meraviglia passò nei suoi sguardi, ma per dar tosto luogo ad una voluta impassibilità. Non salutò, finse di non vederli, di esitare e di ritrarsi per conto proprio. Quanto era mai avveduto e discreto, quel caro Peppino Tremiati!
Essi l'avevan veduto, ma Leonardo non ebbe il tempo di salutarlo. Egli guardò la sua compagna. Ell'era subitamente tornata al pallore di poche ore prima e la sua mano giaceva un po' tremante, sopra le rose. Tacquero un momento, col reciproco senso di ciò che pensavano... col pensiero dei pensieri di Tremiati.
Il colloquio non tardò a ricominciare. Ma non sì franco, sì scorrevole come prima. In capo a qualche tempo, donna Costanza guardò ancora l'oriuolo.
— A momenti parte la corsa per Bologna.
Raccolse le sue rose e si alzò.