III.
Soli, nella carrozza di prima classe.
Il treno correva. — S'erano perfettamente aquartierati, sedevano di faccia nell'angolo del waggon. Le sacche, i scialli, gli ombrelli giacevano al sicuro nelle reti, le rose prendevano aria, assicurate alle finestre, davanti alle quali s'incorniciavano, passando, i paesaggi idillici della campagna toscana, per dar poi luogo alle più severe prospettive dell'Appennino. I due viaggiatori godevano veramente di quel viaggetto.
Non pensavano più a Peppino Tremiati, nè a quanto avrebbe narrato agli amici, del recente incontro. Chiacchieravano sereni, con perfetta fiducia e completa libertà di spirito.
Almeno, così pareva.
Cominciarono i tunnels.
Non appena il treno s'ingolfava fischiando nella galleria, Leo alzava il cristallo della finestra. Tacevano entrambi, cullati dal moto ritmico del treno, dal cupo mormorio delle ruote. I fiocchi delle cortine danzavano freneticamente sui cristalli, risuonanti come piccoli tamburi assordati, e la scarsa fiamma della lucerna ad olio metteva nella carrozza una semi-luce sobbalzante, piena di tremori.
Donna Costanza stava immobile, rannicchiata nel suo angolo colla testa appoggiata all'indietro, colla mano penzoloni, fuori del gallone, appeso di fianco alla finestra. S'era tolta il cappello. Il colore e la linea del suo abbigliamento andavano del paro confusi in quell'incerto chiarore. Ella pareva vestita d'ombra. Nella bianchezza del volto suo, gli occhi parevano grandissimi e fissavano come ipnotizzati la fiamma della lucerna. Il corpo aveva un grande abbandono di posa, ma questa perdeva molto del suo significato, così accompagnata alla calma spettrale dello sguardo. Leo avrebbe dato dieci anni di vita per scrutare l'arcano di quella piccola fronte, sì intensamente pensosa, come immersa nella contemplazione di cose misteriose e lontane. Egli non osava interrompere quel silenzio, che pur gli faceva quasi paura; si sentiva pressochè irrigidito egli stesso, in uno smarrimento austero della mente, mentre il cuore gli batteva, con un palpito turbato, che pareva accompagnarsi al frettoloso e cupo rombo del treno nelle viscere del monte.
All'escita dalla galleria, il fascino si rompeva.
Donna Costanza si chinava con vivace movimento verso la finestra della quale Leo abbassava prestamente il cristallo. Le due teste si riavvicinavano, coll'identico desiderio d'aria libera, gli sguardi si cercavano impulsivamente, come se il giorno ricominciasse da lì!... la parola tornava facile, eloquente, il colloquio ricominciava vivo, confidenziale. L'impressione della natura esterna li riafferrava, si accennavano a vicenda la maestà delle masse granitiche, la dolcezza verde dei declivi, l'incomparabile bellezza di vedute che la celerità del treno faceva sfilare davanti a loro, come una rapida successione di quadri. Spaventosi precipizi, sul lembo dei quali un'accolta di casupole si penzolava, come un gruppo di curiosi attratti dalle visioni del profondo. Qualche casetta bianca, ideale, perduta sul profilo del monte o pel cupo verde di una boscaglia; qualche grande spazio di arido terreno bruciato dal sole, colla tetra poesia di una maledizione di sterilità, la maestà d'antenna, superbamente ritta d'un pino isolato su un'altura, forse l'einsam baum di Heine assorto nel pensiero fantastico della palma africana. S'interessavano a tutto dalla via, alle cascatelle irruenti, alle chiesette che pajono sì eloquenti di Dio, lassù quei luoghi ove sì poca gente sale, faticosamente, a pregare. Il Reno attirava di continuo i loro sguardi, coi suoi infiniti meandri di piccolo fiume che assume mille aspetti, che si dà aria di torrente, di ruscello, di fossato, ora gonfio, ora esile, ora a destra, ora a sinistra del treno, capriccioso nel suo corso dietro a questo, come un cane che accompagni il padrone alla passeggiata.
Guardavano e commentavano tutto ciò, ridendo, respirando l'aria acuta dei monti, colla coscienza di goderne anche perchè la respiravano assieme. Leonardo si abbandonava con un'intima gioja piena di speranza alle impressioni di quella gita. Evitava con cura ogni frase che potesse turbare la serenità di donna Costanza, quel suo perfetto e fiducioso abbandono. Aspettava: quel capriccio doveva pure significare qualcosa, approdare a qualche riva.
Erano consci entrambi dell'anormalità della loro posizione, sapevano di parere due innamorati, ma nessuno di essi accentuava la propria parte nel duetto.
Forse Leo non era veramente innamorato di quella donna, l'ho già detto, ma gli pareva assai cara e piacente e fatta per lui. Il mistero capriccioso di quella gita odorava vagamente di lieto fine, solo lo turbava l'aspetto strano ch'ella assumeva nella semi-tenebra dei tunnels, quella inesprimibile malinconia dello sguardo di lei!
I tunnels sono innumeri sulla linea Firenze-Bologna e annojano terribilmente i viaggiatori. Pure, quei due non parevano affatto annojati ed il treno entrò nell'aperto sorriso della campagna bolognese, senza che fra essi fosse avvenuto incidente alcuno. Cioè no.... sbaglio, ci fu un incidente. Ma sì lieve lieve!...
Solo questo: In una discesa, il treno ebbe, non so come, una piccola scossa. I viaggiatori sobbalzarono sui loro cuscini, le rose sobbalzarono pure e fecero atto di cadere fuori della finestra. Due mani si protesero a un punto per trattenerle, di quelle mani, una era più grande e l'altra più piccina. Stettero un secondo a contatto, poi la mano piccina si ritrasse e l'altra la seguì, con una piccola insistenza tremante che a rigore poteva essere un eccesso di zelo, per la tutela delle rose, ma la mano di donna opinò che le rose fossero abbastanza tutelate.
Dopo di che, donna Costanza chiese al suo cavaliere se Bologna fosse finalmente in vista.
— Siete stanca del viaggio? — le chiese Leo non senza una certa ironia.
— Sì.... — disse semplicemente donna Costanza.
Null'altro... Ma l'accento era sì strano, che Leonardo non fece commenti. Chiese a sè stesso il perchè della tenerezza malinconica di quell'assenso, ma non chiese nulla alla sua compagna.
— Siamo giunti — disse di lì a poco, alzandosi per prendere le sacche.
— Siamo giunti! — diss'ella come un'eco. Prese le rose e ne aspirò a lungo il profumo.
Scesero all'Italia, un hôtel simpatico, vecchio, che somiglia poco a un hôtel, ma ha serbato il carattere di ciò ch'era un tempo, il palazzo d'un gran signore. Chiesero tre camere, due da letto, separate da un salottino. Trovarono tutto ciò e s'installarono nel salottino o meglio sul balcone di pietra che percorreva tutta la lunghezza dell'appartamento e dava sulla stretta via. Dirimpetto, c'era un palazzone tanto fatto. L'hôtel e quel palazzo si guardavano di fronte, da presso quasi minacciosamente, come se stessero per dar di cozzo, troppo grandi e maestosi entrambi per l'angustia e la miseria della via sottostante, immagini forse delle vecchie idee nei tempi odierni. L'hôtel aveva certamente la peggio, in fatto di dignità, con quel suo aspetto di palazzo: utilizzato colle sue porte numerizzate, col suo andirivieni di omnibus, colla volgarità delle tabelle e degli affissi che profanavano la maestosa grandiosità dell'androne, col suo volgare tramestìo di camerieri. Ma era vivo, e il suo compagno dirimpetto era morto. Un'uggia malinconica esalava dalle chiuse finestre. A terreno una sequela di grosse inferriate, tutte ruggine e ragnatele. Da una di quelle finestre soltanto, quelle forse del custode, sporgeva tra le sbarre il verde pallido di un vaso di garofani e s'alzava, assieme ad un cattivo odore d'olio fritto, un eterno e picchettato strepitio di macchina da cucire. Al sommo del portone, dietro l'ampia corona che sormontava lo stemma del padrone, una colomba s'aveva fatto il nido e covava, immobile collo sguardo di madre, attento e patetico.
Leonardo stava alle convenzioni, non chiedeva nulla, non si meravigliava di nulla. Solo le pareva strano ch'ella dopo aver detto d'esser stanca, non volesse andarsi a riposare.
E come egli insisteva, donna Costanza ebbe una bizzarra forma di rifiuto.
— No, voglio restar con voi.
Così, non andò a riposare e rimase con lui, di fronte al vecchio palazzo disabitato.
La quiete della via pareva salire sino a loro ed avvolgerli in una maestosa serenità di assopimento. Senz'avvedersene smisero a poco a poco di mutar parola, smisero pure di pensare, forse per la stanchezza cagionata dalle gravi tensioni degli animi loro. Ci sono di questi strani momenti che si vivono così, anche in due, come in un'indeterminata incoscienza di sogno, colla stessa sensazione d'essere in vacanza dal pensiero e dal sentimento, in un'accalmia completa di tutto l'organismo, col senso di esistere, ma senza ingerirsi dell'esistenza propria. Ciò si prova, talvolta in piena vita, in piena tempesta di vita. Per un po' piace.... è un momento di tregua. Alla lunga, sgomenta e la si scuote, perchè somiglia alquanto alla sensazione della morte.
Leo la scosse pel primo.
— Ebbene, donna Costanza... che si fa...?
Ella lo fissò un momento, senza pensare a lui, il suo occhio semichiuso aveva un languore eccessivo.... un po' strano. Ci sono varie specie di stanchezze che si somigliano un poco nei loro sintomi.
Leo si destò completamente e balzò in piedi. Il cuore gli martellava forte.... Mosse un passo verso di lei.
Essa era completamente desta ed egli non vide dinanzi a sè che la sua calma amica donna Costanza Varalli di Terbeno.
Sorrisero entrambi. Ognuno aveva ritrovato sè stesso. Leo chiese a donna Costanza se si dovesse ordinare il the. Sapeva ch'era solita prenderlo a quell'ora, alle quattro.
Ma ella fece un breve cenno di diniego, poi soggiunse: — Grazie; non lo prendo più.
— Oh! come mai queste novità? Ma se era la vostra passione. Vi rinunziate così facilmente?
— Facilmente?... — rispose ella come un'eco. Tacque e il suo sguardo assunse una espressione di dolore, ineffabile e sacro.
Ma subito ella si scosse e disse a Leo:
— Volete escire?
— Con voi?
— No, escirò stasera.
— Bramate riposare ed esser sola?
— No, affatto!
— Allora, lasciatemi restar con voi.
— Sì — diss'ella con una soddisfazione quasi tenera — restate con me.
Restarono dunque assieme, e pranzarono nel salotto. Un fine desinaretto. Al centro del desco, in una carafa d'acqua stavano le rose. Donna Costanza e Leonardo mangiarono lietamente come avevan mangiato il mattino alla stazione, meglio ancora, cioè, senza la visione della pallida faccia di Tremiati. Parlarono di cento cose, godendo delle chiacchiere scambiate, dell'odore e della vista delle rose, del riposo, di tutte le contentezze del momento. Il che è certamente quanto di più saggio ed opportuno si possa fare in hac lacrymarum valle.
Dopo pranzo, calato il sole, escirono in carrozza. Dissero al cocchiere che andasse a piacer suo ed egli percorse tante belle vie, tutti palazzoni austeri e monumentali, bucati alla base dei porticati, sì caratteristici, dentro i quali la penombra del pomeriggio s'allungava già, progressivamente, come un serpe che distende le anella del suo corpo. Ogni tanto l'automedonte accennava la tal piazza, la tal chiesa, la tal via. Commentava ed illustrava a modo suo, con quella parlantina strascinata nell'accento, ma sì italiana nella frase, che tutti, anche la gente del popolo, hanno sì facile a Bologna. Ma a poco a poco, vedendo che i suoi avventori non gli rispondevano, tralasciò di parlare e un dubbio surse nell'animo suo, che quei due potessero essere due novelli sposi o semplicemente due innamorati. Non era ben certo, però; non gli pareva mai d'aver udito, dietro la sua schiena lo schioccare furtivo di un bacio.
Ciò nullameno, li condusse ai giardini, pressochè deserti in quella stagione, e lasciò ch'essi godessero in pace di quella meravigliosa prospettiva di colli lontani e prossimi, tempestati di ville, dell'ampiezza larga e fresca dei viali, dell'estesa, sì ricreativa allo sguardo, dei prati testè falciati. Il giorno finiva, grandioso e in silenzio come un giusto rassegnato. Presso alle cascatelle si levava una diafana velatura di nebbioline, dalla macchia venivano assieme ai profumi acuti dell'acacia in fiore, alcuni rotti preludî di gorgheggi. Nell'immensa frazionatura dei sobborghi qua e là si accendeva un lumicino, nell'intenso azzurro del cielo, appena velato dal primo pallore vespertino, qua e là si accendeva una stella.
Quando furono presso il cancello d'escita, il cocchiere si voltò.
Ma la signora disse:
— Ancora un giro.
Fecero quel secondo giro in silenzio, come se la muta dolcezza del luogo e dell'ora avesse compreso anche le anime di quei due. Vieppiù si accentuava, in quel momento, la strana sensazione di vivere in sogno, che già più volte in quel giorno li aveva blanditi e quasi addormentati. Una voluttà di arcani languori alitava sui loro spiriti, qualcosa come il fresco sventolio dell'ali di un vampiro sulle tempia del dormiente, mentre il sangue succhiato se ne va stilla a stilla e la vittima non sa far altro che morire! Dolcemente però, nella piena coscienza di sè stessa, sentendo che uno sforzo, un gesto, basterebbe a salvarla, ma sentendo pure di non poter fare nè quello sforzo nè quel gesto. Tutto ciò nella più perfetta libertà reciproca, nell'impressione amorosa della notte.... soli.... vicinissimi. Null'altro che la forza, la volontà per un secondo. Un impulso, un lieve moto delle persone, uno stender di mani, un sospinger di labbra, una fusione di due aliti e.... tutto sarebbe stato detto. Ma ciò non avvenne. Perchè?... Quale strana possa paralizzò in quell'istante la possa di quelle due volontà? Perchè si ribellarono a loro stessi, ai loro cuori, ai loro sensi? Perchè non si amarono in quell'istante? Come possono essere queste follie negative dell'animo? Rispetto o disprezzo dell'amore, coraggio o codardia, eccesso di vita, o misteriosa insufficienza di essa?...
Così se ne tornarono tranquillamente alla locanda. Nel salire le scale donna Costanza tradiva nel volto, nel passo, in tutta quanta la persona un'estrema lassezza. Pareva essersi fatta quasi vecchia, le sue fattezze erano come stiracchiate, un piccolo tremito nervoso scoteva le sue labbra, l'occhio aveva una specie di terrore inerte. Ma ella sorrideva ancora, pallidissima, sul ripiano del grande scalone e porgendo la mano a Leo, per salutarlo.
— Buona notte, — disse Leo, — riposate bene ed a lungo. Vi alzerete tardi domattina, nevvero?
Ella assentì, con un lieve cenno del capo.
— Mi manderete i vostri ordini, quando vi piacerà. Spero che dormirete benissimo.
La cameriera aspettava, accanto a loro, tenendo la bugia accesa fra le mani. Quando vide che quei due avevano finito di salutarsi aprì l'uscio della camera di donna Costanza.
Allora questa si scosse, la sua persona si eresse vigorosamente, parve farsi alta, imponente. Non più traccia dell'abbattimento di un momento prima — non più stanchezza. L'occhio ebbe un fulgore, risoluto e sovrano!
Con voce chiara, vibrata, donna Costanza salutò Leo Folgardi.
— Buona notte... — gli disse.
Null'altro.
Poi ella varcò la soglia e la porta si chiuse.