IV.

Leo non poteva decidersi a coricarsi. Faceva molto caldo, in camera sua. Aprì la finestra e passò sul lungo balcone. Chiuse ermeticamente le finestre del salotto e quella della camera di donna Costanza.

Era mezzanotte; ogni tramestio era venuto meno nell'Hôtel. Un po' di lume lunare scendeva di sbieco nella via, sbattendo sulla facciata del palazzo di fronte un angolo di pallore luminoso. I colombi dormivano, appollaiati dietro la corona. Giù nel nero della viottola transitavano scorrazzando delle piccole forme feline, inseguentesi con delle acute note miagolanti di feroce amore. Da un giardino non lontano giungeva ad intervalli una indefinita tenuità soave di olezzi e di canti d'usignuoli... Parve a Leo che giù in fondo alla via, in prossimità d'un lento e cauto passo, una finestra si andasse aprendo adagio adagio con ogni cautela.

Tutto ciò lo irritava, senza ch'egli ne sapesse il perchè. Il suo sigaro gli parve cattivo, lo gettò via. Un vago scontento lo invadeva, assieme al pensiero di quanto fosse uggiosa la sua solitudine in quel momento. Ripensava, con una beffarda ironia, a tutti gli incidenti di quella bizzarra, insulsissima gita. Tutto ciò era stupido in complesso. Si sentiva vagamente deluso e chiedeva a sè stesso s'egli non vi figurasse in modo un po' ridicolo, dopo tutto. Come aveva potuto lasciare che la cosa s'impiantasse a quel modo? Si adirava ora seco stesso, per esser stato sì obbediente, sì docile allo spirito delle ingiunzioni di donna Costanza.... Ovvero... fino a qual limite si stendevano queste ingiunzioni. E se invece?...

Pensò ad un tratto a Peppino Tremiati. Rivide la sua snella persona, il suo volto lungo e magro, pensò alla celata ironia del suo sguardo. Pensò a ciò che aveva detto, a ciò che direbbe di lui e di donna Costanza. Si morse le labbra, sotto l'impressione d'un dubbio brutale che si accampava dinanzi alla sua esperienza mondana. Si rammentò uno degli assiomi favoriti di Peppino Tremiati... per l'appunto. O la donna colpevole o l'uomo imbecille!... Ora; egli rispettava infinitamente donna Costanza, non poteva ammettere neppur col pensiero ch'ella fosse... ciò che diceva Tremiati, ma se per caso, se, dopo tutto, Leonardo Folgardi fosse, egli... ciò che diceva Tremiati?

Leonardo Folgardi si recò all'altra estremità del balcone. Si appoggiò col dorso alla balaustra di sasso, dirimpetto alla finestra di donna Costanza.

Guardò e pensò: le gelosie, i vetri, poi le imposte. Dietro le imposte, la camera. Nella camera... lei.

Il suo pensiero turbato, sconvolto, divampò come una fiamma d'incendio. — Ella dormiva certamente a quell'ora.... Era stata tanto stanca, sul ripiano dello scalone. Eppure, all'ultimo momento, che energia suprema, inattesa, aveva subitamente ravvivato tutto l'esser suo!

L'essere di quella donna, la sua bellezza sì grave e sì pura, la sua dolcezza pensosa, come assopita, dove si suscitava a un tratto incerta, velata, una larva di passione che pareva sempre in fuga.

Sulla calma fondamentale dei sentimenti ch'egli aveva sempre avuto per lei, passò un nuovo, caldo soffio di tempesta. Egli provò un beffardo pentimento d'averla amata così... sì a lungo...

Derise fieramente sè stesso per la sua pazienza, per l'annientamento in cui s'era adagiato, della sua contemplazione di devoto. Ebbe un violento, cattivo ardore di brama.

Colle mani tremanti brancicò le persiane, ne tentò le forti sbarre. Ma combaciavano perfettamente, tutto era serrato, tutto sfidava il rabbioso volere delle sue mani. Allora pensò ad un vecchio dramma di Dumas che nessuno più legge ora, nè ode. Pensò che avrebbe dovuto fare come Antony.

Senonchè, egli non era Antony. Era un uomo di quarant'anni, saggio e posato... E poi: far saltare un cristallo, sollevare un manubrio, a proposito di donna Costanza!

Sorrise dinanzi all'idea schiacciante di quell'assurdo. Sorrise e ritrasse le mani da quella persiana. Ma la tempesta non si ritrasse sì tosto dal cuor suo, ed egli lasciò che imperversasse.

Disse solo vagamente: domani, quella parola sì vasta, sì vacua. Certo, domani egli non sarebbe più com'era stato oggi. Domani, in un modo o nell'altro egli punirebbe quella donna!

Punirla?... Ma di che?... D'aver avuta tanta fiducia in lui?

Rimase immobile a lungo in una perplessità crudele, profondamente umiliante per lui. Poichè è duro sempre, per un uomo di quarant'anni, il momento in cui egli chiede a sè stesso, se ha presa la vera o la falsa via dell'amore. Poichè ne ha fatta molta ormai e non ha più il tempo di ritornare sui suoi passi.

Ripetè ancor febbrilmente, con tutte le animosità e il desiderio di un fanciullo la parola: domani. Risolvette di mancare alla sua promessa, di chiedere imperiosamente all'amica il perchè di quella gita. Sentì il bisogno di essere severo, aspro per lei, di chiederle conto della sua attesa, dei lunghi anni perduti, del languore inerte in cui ella aveva assopito il cuore, addormentati i sensi di lui. Si sentì ribelle, e un odio si levò nel suo cuore.... Pure, forse solo in quel momento egli amò completamente donna Costanza.

Rientrò in camera. — Si addormentò solo a giorno fatto e si destò nelle tarde ore del mattino. Si vestì in fretta, scese a terreno e chiese di donna Costanza.

Con sua somma sorpresa udì ch'ella era escita due ore prima, verso le otto.

— Sola? a piedi?

— A piedi e sola.

— Non aveva lasciata ambasciata alcuna per lui?

— Sì. Aveva lasciato il buon giorno e la preghiera di non attenderla a colazione.

Leo non volle tradire, davanti all'ossequiosa faccia del portinajo, l'ingrata sorpresa di quell'informazione.

— Sta bene, — disse. E passò nella salle à manger.

Sedette a un tavolino e ordinò qualcosa.

Ma non mangiò guari. Guardava ora la seggiola vicina, ora l'uscio d'entrata. Ad ogni muover del battente provava una scossa, si attendeva a veder tosto incorniciata nel vano quell'alta, elegante persona. Ma no... era sempre qualcun'altro e una sorda collera ribolliva nel cuore di lui. Ogni tanto, con un violento sforzo, cercava di acquietarsi, col pensiero di un capriccio, di uno scherzo di lei. Tornerebbe fra poco, confusa, sorridendo, vantandosi delle sue prodezze. Gli venne l'idea di andarla a cercare, doveva esser poco lungi, nei pressi dell'Hôtel. Abbreviò la colazione, escì in fretta, girò a lungo nei pressi dell'Hôtel. Poi tornò frettolosamente all'Italia... forse ella era venuta durante la sua assenza...

Si arrestò davanti alla stolida faccia del guardaporte che sollevava il suo berretto gallonato.

— La signora?

— Non è tornata.

Sentì qualcosa di molto freddo che gli sfiorava il cuore. Passò oltre, salì lentamente le scale e si avviò verso la sua camera.

La cameriera gli tenne dietro ed aprì l'uscio.

La prima cosa che colpì lo sguardo di Leo fu, al centro del tavolino, il mazzo di rose ch'egli aveva il giorno avanti donate a donna Costanza. Accanto alle rose, una lettera indirizzata a lui.

— Chi ha recato quei fiori e quella lettera? — chiese impetuosamente alla donna.

— Io... — rispose questa, — per ordine della signora Varalli. Stamane, prima di escire, mi disse di portarli in camera sua, ma non prima del tocco. Ora è il tocco e mezzo.

Egli tacque un istante, come tace un uomo quando ha ricevuto sulla nuca un colpo violento. Poi disse:

— Sta bene, andate pure.

Quando fu solo, aperse quella lettera. Donna Costanza gli scriveva così:

Amico Carissimo,

«Avete promesso di non meravigliarvi di nulla e di non chieder nulla. Perciò vi scrivo.

«Ora, vi prego di perdonarmi il dolore che proverete udendo ch'io lascio definitivamente voi, gli amici ed il mondo. Mi faccio monaca.

«Ciò parrà a molti una follìa. Può essere che lo sia. Ma la mia vita e l'anima mia hanno d'uopo di ciò, per l'appunto, nulla di meno sarebbe bastevole nè giovevole per me. Di ciò sono, oggi, profondamente convinta. Quali, quanti siano i motivi di questa mia risoluzione, come si sia creata, invigorita in me, sarebbe lungo, inutile il dirvi. Di questo solo vi accerto, che la tempesta fu forte, troppo forte per me... che ho bisogno di toccare un porto, anche prima che sia finito il viaggio. Non accuso nè il caso, nè me stessa, nè persona alcuna, mi congedo dal mondo senza amarezza di sorta.... Stanca soltanto... con un assoluto bisogno di riposo.

«Prima di scordarmi, un quarto d'ora prima, il nostro piccolo mondo riderà un poco di me. Ma questo che m'importa? Ero tra la guerra e la pace, ho eletta la pace, ero malata, mi guarisco con una vecchia ricetta, che ora non si usa più, ma che per certe anime giova ancora. Avrei potuto far altre cose, ma ho scelto di far questa: un matrimonio di capriccio... con Dio, ecco tutto. Ma credo che non ci pentiremo... nè io... nè lui.

«Fra molti, foste il mio migliore amico. Ier l'altro quando mi offriste voi stesso, pensai che vi dovevo qualcosa, e risolsi di darvi quanto mi restava di vita nel mondo. Perciò passai con voi la giornata di ieri. Credevo che fosse più facile passarla così, tutta con voi. Ma ora so che non tornerò più indietro. È l'una di notte, scrivo e vi odo passeggiare sul balcone.

«Siete il primo a sapere della mia risoluzione, ditela pure a tutti, anche a Tremiati. Non temete, non diventerò nè pettegola, nè bigotta. Non cercate nè di vedermi, nè di scrivermi, ma pensate a me con affetto.

«Tutto ciò è molto: old style, veramente. Povera Rita, come piangeva, nevvero?

«Rammentatevi di me, questo sì. Se vi garba, comprate la mia cavallina nera. Amerei saperla in mani vostre. Vi ringrazio di tutto. Non mi difendete quando mi accuseranno... quando udrete i loro perchè della mia risoluzione. Non importa, sapete? tutto ciò che finisce è si breve!...

«Addio, amico carissimo. Se vi ho fatto del male, perdonatemi. Mi pare però di non avervene fatto... tanto. — Ho fatto testamento; a voi lascio le nostre rose del viaggio.

«Buona notte, Leo.»

Costanza Varalli di Terbeno.

················

Leo lesse, rilesse... tornò a rileggere.

Davanti a lui, sul tavolino, le rose mandavano ancora un lieve profumo.....

Fine.

[ INDICE]

Dilemma[Pag. 1]
Spiraglio[71]
Zenit[99]
Metempsicosi[133]
Vecchia celia[245]
Gita Estiva[293]

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.