CCCLXIV.
A Pietro Urbano in casa Michelagniolo scultore in Firenze.
Pietro. — Le cose sono andate molto male, e questo è che sabato mattina io mi messi a fare collare una colonna con grande ordine: e non mancava cosa nessuna, e poi che io l'ebbi collata forse cinquanta braccia, si ruppe uno anello dell'ulivella che era alla colonna, e la colonna se n'andò nel fiume in cento pezzi. El detto anello l'avea fatto fare Donato a un suo compare Lazzero ferraro; e quanto all'essere recipiente, quando fussi stato buono, era per reggere quatro colonne, e a vederlo di fuora non ci parea dubbio nessuno. Poichè s'è rotto, abbiàno visto la ribalderìa grande: che e' non era saldo drento niente e non v'era tanto ferro per grossezza che tenessi quant'è una costola di coltello; in modo che io mi maraviglio che reggessi tanto. Siàno stati a un grandissimo pericolo della vita tutti che eravamo attorno: e èssi guasto una mirabil pietra. Io lasciai questo carnovale questa cura di questi ferri a Donato, che andassi alla ferriera e togliessi ferri dolci e buoni: tu vedi come e' m'à tratato. E le casse delle taglie che e' m'à fatte fare sono anche nel collare questa colonna crepate tutte nell'anello, e sono anche loro state per rompersi; e son dua volte maggiore che quelle dell'Opera: chè, se fussi buon ferro, reggierieno un peso infinito. Ma il ferro è crudo e tristo e non si poteva far peggio: e questo è che Donato si tien con questo suo compare, e à mandato lui alla ferriera, e àmmi servito come tu vedi. Bisognia aver pazienza. Io sarò costà queste feste e comincerèno a lavorare, se piacerà a Dio. Racomandami a Francesco Scarfi.
A dì venti d'aprile.
Michelagniolo in Seravezza.
Archivio Buonarroti. Di Carrara, ( di aprile 1519).