CCCLXXXIX.

A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma.

Messer Giovan Francesco. — Per l'ultima vostra son ito a trovar lo Spina per intendere se à commessione di pagare per la Libreria, come per le sepulture; e visto ch'ei non l'à, non ò dato prencipio a detta opera, come m'avvisate; perchè non si può fare senza danari: e quando pur s'abbia a fare, pregovi facciate costà, che qua paghi lo Spina; perchè non si potrebbe trovare uomo più accomodato nè che facci con più amore e grazia simil cosa.

Del cominciare a lavorare, bisognia che io aspetti che e' marmi venghino, che non credo che venghino mai, tal ordine s'è tenuto! Àrei da scrivere cose che vo' stupiresti, ma non mi sare' creduto: basta, che l'è la mia rovina; perchè se fossi inanzi con l'opera più che io non sono, forse che 'l Papa àrebbe aconcio la cosa mia[340] e sarei fuora di tanto affanno: ma e' comparisce molto più lavoro a chi guasta, che non fa a chi aconcia. Trovai ieri uno che mi disse che io andassi a pagare, se non che all'ultimo di questo mese i' cascherò nelle pene. I' non credetti che ci fusse altre pene che quelle dell'inferno, o dua ducati d'albitrio, s'i' facessi un fondaco d'un'arte di seta o un battiloro, e 'l resto prestassi a usura. Abbiàno pagato trecento anni le gravezze a Firenze: almanco foss'io stato una volta famiglio del Proconsolo![341] E pur bisognia pagare. Sarammi tolto ogni cosa, perchè non ò el modo e verrommene costà. Àrei, se la cosa mi fussi aconcia, venduto qualche cosa e comperato Monte[342] che m'avessi pagato le gravezze, e potre' pure stare a Firenze.[343]

Archivio Buonarroti. Di Firenze, (8 d'agosto 1524).