CCCLXXXVII.
(A Piero Gondi in Firenze).[337]
Piero. — El povero ingrato à questa natura, che se voi lo sovvenite ne' sua bisogni, dice che quel tanto che gli date, a voi avanzava: se lo mettete in qualche opera per fargli bene, dice sempre che voi eri forzato, e per non la saper far voi, v'avete messo lui: e tutti e' benefizi che e' riceve, dice che è per necessità del benificatore. E quando e' benefizi ricevuti sono evidenti, che e' non si possono negare; l'ingrato aspetta tanto, che quello da chi egli à ricievuto del bene, caschi in qualche errore publico, che gli sia ocasione a dirne male, che gli sia creduto, per isciorsi dall'obrigo che gli pare avere. Così è sempre intervenuto contra di me: e non s'impacciò mai nessuno meco (io dico d'artigiani), che io non gli abi fatto bene con tutto el cuore: poi sopra qualche mia bizzarria o pazzia che e' dicono che io ò, che non nuoce se non a me, si son fondati a dir male di me e a vituperarmi: che è el premio di tutti gl'uomini da bene.
Io vi scrivo sopra e' ragionamenti di iersera, e sopra e' casi di Stefano:[338] io insino a qui non l'ò messo in luogo, che se io non vi potevo essere io, i' non n'avessi trovato un altro da mettervi: tutto ò fatto per fargli bene e non per mia utilità, ma per sua; e così ultimamente. Ciò che io fo, fo per suo bene, perchè ò fatto impresa di fargli bene, e non la posso lasciare: e non creda o non dica che io lo facci per mia bisogni, chè grazia di Dio non mi manca uomini: e se l'ò stimolato a questi dì più che l'ordinario, l'ò fatto perchè io sono ancora io più obrigato che l'ordinario: e èmmi forza intendere se e' può o se vuole, o se e' sa servirmi, per potere pensare a' casi mia. E non veggendo molto chiaro l'animo suo, richiesi iersera voi che fussi mezzo a farmi intendere l'oppenione suo, e se e' sa fare quello di che io lo richiego, o se e' può o se e' vuole, o se e' sa e vuole e può: che voi intendessi da lui quello che e' vuole el mese a essere sopra e' garzoni e insegnare lor fare la materia e quello che io ordinerò: e e' garzoni gli ò a pagare io. Io vi richiesi iersera di questo, e di nuovo ve ne priego che voi mi facciate intendere, come è detto, l'animo suo: e non vi maravigliate ch'io mi sia messo a scrivervelo, perchè e' m'importa assai per più rispetti, e massimo per questo: che se io lasciassi sanza gustificarmi e mettessi in suo luogo altri, sarei publicato in fra e' Piagnioni per maggior traditore che fussi in questa terra, benchè io avessi ragione. Però priego mi serviate. Io vi do con sicurtà noia, perchè voi mostrate volermi bene.
Adì venti sei di gennaio 1523.
Michelagniolo scultore in Firenze.
Dai Mss. Ashburnham. Di Firenze, 6 di febbraio 1524.
CCCLXXXVIII.[339]
A Giovanni Spina in Firenze.
Giovanni. — L'apportatore di questa sarà Stefano miniatore, al quale darete ducati quindici per conto de' modegli ch'io fo per papa Clemente, come per l'altra vi dissi.
Adì sei di febbraio mille cinque cento venti tre.
Ricievuti detto dì.
Vostro Michelagniolo scultore in Firenze.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, (del luglio 1524).