CDLXXVII.

A messer Giorgio Vasari, amico caro in Firenze.

Messer Giorgio, amico caro. — Io posso male scrivere, ma pur per risposta della vostra dirò qualche cosa. Voi sapete come Urbino è morto:[469] di che m'è stato grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata, che dove in vita mi teneva vivo, morendo m'à insegnato morire, non con dispiacere, ma con desidéro della morte. Io l'ò tenuto ventisei anni, et òllo trovato realissimo e fedele; e ora ch'io l'avevo fatto ricco e che io l'aspettavo bastone e riposo della mia vechieza, m'è sparito; nè m'è rimasto altra speranza che rivederlo in paradiso. E di questo n'à mostro segno Iddio per la felicissima morte ch'egli à fatto: e più assai che 'l morire, gli è incresciuto il lasciarmi vivo in questo mondo traditore, con tanti affanni; benchè la maggior parte di me n'è ita seco, nè mi rimane altro che un'infinita miseria.[470] E mi vi racomando e prègovi, se non v'è noia, che facciate mie scusa con messer Benvenuto[471] del non rispondere alla sua, perchè m'abonda tanta passione in simil pensieri, ch'io non posso scrivere; e racomandatemi a lui, e io a vo' mi racomando. A dì 23 di febraio 1556.

Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.

Di Roma, 28 di maggio 1556.

CDLXXVIII.[472]

A messer Giorgio Vasari, amico carissimo in Firenze.

Messer Giorgio. — Non ier l'altro parlai con messer Salustio[473] e non prima, perchè non è stato in Roma. Parmi che e' sia vòlto a farvi ogni piacere, ma pargli d'aspettare l'ocasione, e dice che volendo il Papa mettere la vostra tavola[474] altrove, e non facendo sua Santità niente di simil cose che nol chiami, tocherà a lui il porla dove meglio gli parrà: e allora sarà tempo ricordargli la mercè vostra: e ò speranza che vi gioverà assai, che così è il suo desiderio.

A dì 28 di maggio 1556.

Vostro Michelagniolo in Roma.

Di Roma, 28 di dicembre 1556.