CDLXXIX.
(A Giorgio Vasari).
Messer Giorgio. — Io ò ricevuto il libretto di messer Cosimo,[475] che voi mi mandate, e in questa sarà una di ringraziamento che va a sua Signoria. Pregovi che gniene diate e a quella mi racomandiate. Io ò a questi dì auto con gran disagio e spesa un gran piacere nelle montagne di Spuleti[476] a visitare que' romiti, in modo che io son ritornato men che mezzo a Roma; perchè veramente e' non si trova pace se non ne' boschi. Altro non ò che dirvi. Mi piace che siate sano e lieto. E a voi mi racomando.
A dì 18 di dicembre 1556.
Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Di Roma, 28 di marzo (1557).
CDLXXX.[477]
(Alla Cornelia vedova dell'Urbino).
Io m'ero accorto che tu t'eri sdegniata meco, ma non trovavo la cagione. Ora per l'ultima tua mi pare avere inteso il perchè. Quando tu mi mandasti i caci, mi scrivesti che mi volevi mandare più altre cose, ma che i fazzoletti non erano ancor forniti; e io perchè non entrassi in ispesa per me, ti scrissi che tu non mi mandassi più niente, ma che mi richiedessi di qualche cosa, che mi faresti grandissimo piacere, sappiendo, anzi dovendo esser certa dell'amore che io porto ancora a Urbino, benchè morto, e alle cose sue. Circa al venir costà a vedere e' putti, o mandar qui Michelagniolo,[478] è di bisogno ch'io ti scriva in che termine io mi trovo. Il mandar qua Michelagniolo non è al proposito, perchè sto senza donne e senza governo, e il putto è troppo tènero per ancora, e potrìa nascere cosa, ch'io ne sarei molto malcontento: e dipoi c'è ancora, che 'l Duca di Firenze da un mese in qua, sua grazia, fa gran forza ch'io torni a Firenze con grandissime offerte. Io gli ò chiesto tempo tanto, ch'io acconci qua le cose mie, e che io lasci in buon termine la fabrica di San Pietro: in modo che io stimo star qua tutta questa state: e acconcie le cose mie e le vostre circa al Monte della Fede, questo verno andarmene a Firenze per sempre, perchè sono vechio, e non ò tempo di più ritornare a Roma; e passerò di costà; e volendomi dar Michelagniolo, lo terrò in Firenze con più amore, che i figliuoli di Leonardo mio nipote; insegnandogli quello che io so, che 'l padre desiderava ch'egli imparasse. Ieri a dì ventisette di marzo ebbi l'ultima tua lettera.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio di Stato in Firenze. Di Roma, ( del maggio 1557).
CDLXXXI.[479]
Allo illustrissimo signore Cosimo duca di Fiorenza.
Signor Duca. — Circa tre mesi sono, o poco meno ch'i' feci intendere a vostra Signoria, che io non potevo ancora lasciare la fabrica di Santo Pietro senza gran danno suo e senza grandissima mia vergognia; e che a volerla lasciare nel termine desiderato, non mancando le cose necessarie a quella, mi bisogniava non manco d'un anno di tempo ancora: e di darmi questo tempo, mi parve che vostra Signoria se ne contentassi. Ora ò una di nuovo pur di vostra Signoria, la quale mi sollecita al tornare più che io non aspettavo: ond'io n'ò passione e non poca, perchè sono in maggior fatica e fastidio circa le cose della fabrica ch'i' fussi mai; e questo è che nella vòlta della capella del Re di Francia, che è cosa artifiziosa e non usata, per esser vechio e non vi potere andare spesso, è natovi un certo errore, che mi bisognia disfare gran parte di quel che v'era fatto: e che cappella questa sia, ne può far testimonianzia Bastiano da Sangimigniano,[480] ch'è stato qua soprastante, e di quanta importanza ell'è a tutto il resto della fabrica. E corretta detta cappella, per tutta questa state credo si finirà; non mi resta a fare altro poi, che a lasciarci el modello[481] del tutto, com'io son pregato da ognuno e massimo da Carpi;[482] e poi tornarmi a Firenze con animo di riposarmi co' la morte, con la quale dì e notte cerco di domesticarmi, a ciò che la non mi tratti peggio che gli altri vechi.
Ora, per tornare al proposito, prego vostra Signoria mi conceda il tempo chiesto d'un anno ancora per conto della fabrica, come mi parve che per l'altra mia la si contentassi.
Minimo servo di vostra Signoria
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Di Roma, ( di maggio 1557).