CDLXXXII.

(A Giorgio Vasari).[483]

Messer Giorgio, amico caro. — Io chiamo Iddio in testimonio, come io fu' contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a oggi seguitato di lavorare in detta fabrica, come si faceva allora, io sarei ora a quello di detta fabrica, ch'io ò desiderato, per tornarmi costà: ma per mancamento di lavori, ella s'è molto allentata: e allentasi, quando ella è giunta in più faticosa e difficil parte: in modo che abbandonandola ora, non sarebbe altro che con grandissima vergognia perdere tutto il premio delle fatiche ch'io vi ò durate in detti X anni per l'amor di Dio. Io vi ò fatto questo discorso per risposta della vostra, e perchè ò una lettera del Duca che m'à fatto molto maravigliare, che sua Signoria si sia degnata a scrivere con tanta dolcezza. Ne ringrazio Iddio e sua Eccellenzia quanto so e posso. Io esco di proposito, perchè ò perduto la memoria e 'l cervello, e lo scrivere m'è di grande afanno, perchè non è mia arte. La conclusione è questa: di farvi intendere quello che segue dello abbandonare la sopradetta fabrica, e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei parecchi ladri, e sarei cagione della sua rovina, e forse ancora del serrarsi per sempre;[484] l'altra ch'io ci ò qualche obrigo e una casa e altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e partendomi senza licenzia, non so come andassino; l'altra ch'io son mal disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come ànno tutti e' vechi; e maestro Eraldo[485] ne può far testimonianza, che ò la vita per lui. Però il tornar costà per ritornar qua, a me non ne basta l'animo; e 'l tornarvi per sempre, ci vuole qualche tempo per assettar qua le cose in modo ch'io non ci abbi più a pensare. Egli è ch'io parti' di costà, tanto che, quand'io giunsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in capo di duo dì morì poi.[486] Messer Giorgio, io mi raccomando a voi e pregovi mi raccomandiate al Duca, e che facciate per me[487] perchè a me non basta l'animo ora se non di morire, e ciò che vi scrivo dello stato mio qua è più che vero. La risposta ch'i' feci al Duca, la feci perchè mi fu detto ch'i' rispondessi, perchè non mi bastava l'animo a scrivere a sua Signoria e massimo sì presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io venivo súbito costà e tornavo, che qua non si sarìa saputo.

Michelagniolo Buonarroti.

Di Roma, (17 d'agosto 1557).