CDXXXI.
(A messer Luigi del Riccio in Roma).
Messer Luigi, signor mio caro. — Io vi mando per Urbino che sta meco, scudi venti che vostra Signoria gli dia a maestro Giovanni per l'opera che sapete; e cavando di detta opera ancora detto Urbino, mi bisognia darne altri venti a lui, che saranno quaranta: che àrò già speso cento quaranta scudi: e di detta opera non è fatto per sessanta. Settanta cinque scudi àrà avuti maestro Giovanni, che ve ne guadagnia su trenta, e 'l resto de' cento che io dètti prima, da cinquanta cinque che prese maestro Giovanni per insino in cento, à speso Urbino in giornate e in marmi, poichè la compagnia si divise: e non à auto in dua mesi niente; che àrebbe aver di guadagnio il medesimo che maestro Giovanni, cioè trenta scudi, cavandolo dell'opera; ma con venti lo contenterò.[393]
Poichè fu fatto e scritto el giudicio della quantità fatto di sopradetta opera, l'ò misurata da me, e non trovo che ne sie fatta la decima parte. Ma ò ben caro che gli uomini che giudicorno, dicessino la settima in favore di maestro Giovanni, perchè non si potessi dolere. Ma non v'è rimedio: e se nessuno avessi da dolersi, sarei io più che gli altri, che ci ò perduto dua mesi di tempo per impacciarmi con ....[394] ma più mi duole lo sdegnio del Papa, che dugento scudi.
Piglio troppa sicurtà in vostra Signoria. Iddio mi dia di poterla ristorare.
Maestro Giovanni à a liberare i marmi che son rimasi a Campidoglio; quegli che poi che e' ne fu pagato, non gli lasciò levare: che fu una delle cagioni della questione nata tra loro: e così à a fare fine d'ogni altra cosa.
Vostro Michelagniolo: Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( di luglio 1542).